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PSùiBti. y/3
HARVARD COLLEGE
LIBRARY
FROM THE FUND OF
CHARLES MINOT
CLASS OF lft28
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ARCHIVIO
GLOTTOLOGICO ITALIANO,
G. I. ASCOLI. ^
VOLUME PRUO,
CON VSk CABTA DULETTOLOQICA.
ROMA, TORINO, FIRENZE,
ERMANNO LOESCHEE.
1875.
IJiqineOwGoOl^lc
PÙU. 7^3
|cOLLEBEJ
FUservato ogni diritto di propriatù
e di traduzione.
MILANO, cor TIPI DI 0. BERNARDOSr.
DiqitizeabvG00»^lc
A
FEDERICO DIEZ,
IL GLOMOSOFONDATORE
DKLLA SCIENZA DEI LINGUAGGI NEO-LATKI,
ERA OFFERTO CON ANIMO KIVEEENTE
QUESTO PRIMO VOLUME TÌELV ARCBinO,
FESTEGGIANDOSI IL XXX DICEMBRE DEL MDCOCLXXl
IL CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO
DEL SUO DOTTORATO.
jvGooi^lc
IJiq'eOwGoOl^lc
PROEMIO.
U n Tocabolario che ei Tiene stampando in Firenze sotto anspid
gloriosissimi, rappresenta tin principio, o on' innovazione, di cui
gli riesce ùa moBtra nella prima parola del sao frontispizio , poi-
ché egli 8Ì annunzia per novo anziché mtovOt cosi riproducendo
la, odierna pronuncia fiorentina, ch'egli trova urgente di rendere
comune a tutta l'Italia, siccome parte integrale dell'odierno lin-
goaggio di Firenze, il qnal dev'essere, in tutto e per tutto, quello
dell'Italia intiera. La medesima pronniMia fiorentina gli st^gerìrà,
ed egli dovrà, accettare, sotto pena di non lieve incoerenza: more
per muore; soto per suòla; fori ^st fuori; io noto per nuoto; io sono
per suono; coco per cuoco; omini per uomini; e via discorrendo.
Ora, tutti conoscono , e nessun conosce meglio de' promotori del
JVtìPO Voeabdario , l' intima ragione dell' nò che qeesti tenta di
sbandire. L'wó italiano, se per comodo de'lettori qui si vuol ripe-
tere codesta ragione, è normale prodotto dell' o breve latino quando
porti l'accento, come Vie è prodotto normale dell'e breve latina
accentata. Laonde avemmo ; Ìo muòvo, allato a noi moviamo ; nuòvo,
allato a ri/tmovóre e noviià; cosi come avemmo: sié^, allato a
seàvto; piede, allato a pedata. Vo lungo latino, all'incontro, o
Ve lunga latina, quando por sieno in accento, ci danno sempre la
;vGoo»^lc
vocale scempia (e chiaBa); qnindi, per esempio: voce, amore; sere,
avere *. E siccome la brevità o la lunghezza della vocale latina
* E come ognuno, ae pni non sìa dato a c[iieBta Bpecia di Btadj, facilmente
im&gina, la nitida e costante dietinzionQ tra il riflesso della vocal brevo
latina e della lunga, non ò già un privilegio di quel gruppo di dialetti del-
l' Italia centrale a cai spetta la lingua che gì' Italiani eciivono o vonci)-
bero Bcrìvero, ma ti nprodncs, in modi diversi, anche in un ntunoro infinito
di altri vernacoli italiani. Cosi, per esempio, l'o breve latino ò 1' (b di
Milano:
«a/, tw/, mar, car, rasda, ecc.;
laddove 1' o lungo latino è 1' 9 di Milano :
V$f, famsa, colpr, patrgn, ìi$ra, e^c.
E similmente all'altra estremità deiritalta, l'o breve latino ò sempre 0
a Palermo :
tiÓvtt, làett, fóon, jócu, tedia, cóéiri, ecc.;
'laddove 1' 0 lungo latino à sempre u a Palermo :
tili, amùri, tinira, cida, «cipa, ecc.
Il dittongo può non isvilupparai, o anche ritacere, in qualche esemplare
toscano o italiano, come d per esempio in rósa; ma allora si tratta di un o
aperto {rgta); e quindi ai dice, nel barbaro linguaggio della scienza, clis
l'u^ e l'o aperto italiano sono i due normali succedanei dello steeso ele-
mento latino. Ora siccome l' o dell' odierno fiorentino in novo, in more (muo-
re) ecc., è natoralmente aperto, ed anzi più aperto e più longo, secondo gli
esperti inclinano a credere (D' Anooka, D'Ovidio), che non eia quello di
rosa, cosi il 'Noto Vocabolario' potrebbe forse dire, che l' ó fiorentino rima-
nendo pur sempre diverso, secondo la sua diversa radico latina, i diritti
della storia non sono punto lesi dalla pronuncia eh' egli inculca. Al che
sarebbe facile rispondere, che le due diverse pronuncie fiorentine, secondo
la diversa quantità latina (nQvo, am^re), sono così rìmote fra di loro, che
i on meco caprìccio dells storia 11 non averci dato due diversi caratteri per
rappresentarle ; e che l' amore della precisione, e i suggerimenti del sapere,
e appunto il desiderio dì diffondere la piononcia toscana 0 fiorentina, oggi
ben piuttosto porterebbero a distingnere costantemente, pur nella scrittura:
rsta (rSss) da rgaa (rSsa, corrosa), che non a un'ortografia la quale con-
fonda la tgla (aQla) e la mala (sSlum) , scgla per bene e aeuóla per bene ; e
via di questo passo. Meno male sarebbe l' ìmporci di scrìvere lufmo e di
leggere omo. Accettorobbero ì Francesi una riforma che incominciasse dai
contbndere nella scrittura patVe e perei Ma si deve ancora avvertire, e
certo senza la minima volontii di malignare o di mancar di riverenza a chi
tanta ne merita e per tanti conti, che fra la teoria e la pratica del 'Novo
Yocftbplarìo' può parer che corra un' assai notevole differenza o mancluno
:vGoo»^lc
non proriene naturalmente da un capriccio, o da una convenzione,
del popolo de' Quiriti, ma ^ è mi accidente che ha «le sue ragioni
organiche e ancora si vede difilatamente risalire a tale antichità,
rispetto alla quale Bono avvenimenti moderni le storie più rimote;
ne viene, che la distinzione che noi abbiamo cosi perspicua e fami-
liare, tra nuòvo (novus), a cagion d'esempio, e loro (illorum),
(Upende da varietà fondamentali che rannod^o, nel tempo e nello
spazio, una grande e nobilissima parte del genus homo; è insom-
ma un fenomeno storico, il quale, connaturato e saldo nell'uomo
odierno, rivaleggia d'antichità col mondo fossile. Se perciò tra
coloro che si affaticano intorno alla storia delle Ungue, sarga qual-
che lamento contro il tentativo. di menomare o di abolire una tale
distinzione, senza che alcun patente bisogno ci spinga a mano-
mettere il prezioso cimelio, e anzi risulti da qaesto intento un
danno manifesto anche nell'ordine pratico della parola; se taluno
di coloro, soverchiamente appassionato, trascenda a scrivere, che
il tentativo gli sembri addirittura un'offesa 0 una sfida al moderno
:^apere; è abbastanza probabile, che anche prima che si ag^anga
alcun'altra considerasione , possa avere facile scusa, o perdono,
presso i più, lo zelo poco importuno di quei modesti operaj. I
quali, inoltre, per effetto del loro mestiere, vedono di continuo,
che qualche scarso sviluppo, od avanzo, dell' «ó nel provenzale,
non toglie che questo particolar continuatore, o succedaneo, dell'd
latino, sia veramente il distintivo più cospicuo della romanità ita-
liana. L'nó degli scrittori fiorentini non coincideva già soltanto
con r«ó di Arezzo o d'altre terre circonvicine, ma ritrovava 6è
medesimo, a tacer dell'Italia meridionale, in molta parte della
superiore, come può vedersi anche dai fogli che vanno qui uniti;
e cosi riusciva di tanto più facile che egli entrasse nelle scritture
ancoift assai complicate nonne che a tntti non riesce dì escogitare. Poichà,
lisciando il ano avvertimento che molti bedano ancora sentire, in parecchi
casi, l'adi buono (e. 'buono'), egli scrive novi e nuove (lxiii), e ora 60»
n>re(2S0), ora buon ouore (156); e via cod discorrendo. 0 c'è qni della
ineiafisica, o nonc'à an oao fiorentino, o l'nao italiano (che non esiste)
sopnfiA trioabbnente anche il più accorto Fiorentino che gli et ribelli.
;vGoo»^lc
VUI PKOBIiaO.
dolla penisola intiera. H dialetto (osano dire fra di loro dae degli
operaj di cui al parla, illusi forse dalle loro esperienze continue) ,
quando è direntato lingua, aveva dorida questa proprietà, e la.
mantenne o la immise in ogni altra regione italiana, si che, da.
più secoli, quanti italiani o stranieri hanno conosciato o creduto
conoscere la lingua della civiltà italiana, hanno sempre scrìtto ed
anche pronunciato quest'ut; oggi perciò la lingua, salda ed ona
almeno in questa parte, deve naturalmente conservare l'importante
carattere por nel nido onde è uscita, se pur la favella fìimiliare
ivi paja prossima a smarrirlo. E l'importanza del carattere, sem-
pre per quegli operaj, sta anche in ciò, ch'esso abbia la parte più
cospicua in quel movimento grammaticale, intrìnsecamente ita-
liano, che consiste nell' avvicendarsi di due diverse figure verbali
secondo la sede diversa che abbia l'accento; poiché ognuno cono-
sce che r alternarsi, a cagion d'esempio, di muov- con mov-, in
muòvo e moviamo, dipende da quello stesso principio pel quale è
odo (andio) accanto a udiamo, esco allato a usciamo, devo allato a
dobbiamo. È una movenza, una varìetà regolata, che passa fra i
pregi della parola neo-latina in genere, e dell'italiana in ispecie.
Dovremo noi credere, che un grammatico ragionatore pensi ad
abolire, o a menomare, in nome dell'unità e del popolo, una pro-
prietà del suo linguaggio, che sta cosi salda, ed esce co^ spontanea
dalle viscere popolari? Senonchè, il povero dialettologo, conti-
nuando per questa via, temerebbe davvero di persuadersi delle
proprie sue ragioni troppo di più che non giovi; e meglio gli con-
viene il porsi a ristudiare gli scritti, in cui le dottrine o le ragioni
del Novo Vocabolario sono esposte, da' suoi promotori più cospicui,
con quella sicurezza, lucida e robusta, che spossa anche le obie-
zioni che non vince. Ma più che obiezioni vere e proprie, al dialet-
tologo rispuntano sempre dei dubbj irrequieti, che versano circa
il valore di certi paragoni, circa il modo di considerare le cause
del male o di pensarne il rimedio, e insieme e in ispecie, com'è
naturale, circa il carattere che la disputa assume nell'ambiente
di quella cultura, dalla quale dipende, fra le minute cose, ma
cosa per Ini principalissima, l'esistenza o la fortuna della propria
;vGoo»^lc
FROEUIO. , IX
sua ofBciaa. Qaesti dubbj, però, noli' hanno esaì medesimi ìs sé di
peregrino o di nuovo, e ora sì accompagnano a nn altro e molto
grave dubbio, che è dell'opportunità di manifestarli per le stampe,
in brevissimo numero di pagine e quasi improvvisando. Ma è un
discorso che anche stampato resterà confidenziale, come è scritto
non per altro che per mantenere un impegno.
Il ^opo Vocabolario non & già nemico delle indagini ìstorìcbe
intomo alle lìngue o ai dialetti; le più schiette lodi, gl'incorag-
giamentì più validi, vennero forse, tra noi, a siffatti atudj da,
nomini che caldeggiano 1 princìpj eh' egli rappresenta. Ma questi
principj, e quindi l'opera sos/, risguardano, egli pensa, ben altro
e tntt' altro che non sìa la storia o la filosofia delle lingue. Si
tratta di un interesse nazionale, grande e pratico; di tal causa di
utilità pubblica, dinanzi alla quale tace ogni diritto di conserva-
zione per qualsiasi più ammirabile monumento de' tempi. Si tratta
di dare all'Italia una lingua, poiché ancora non l'ha; e una lin^
gua nazionale altro non può e non deve essere, se non l'idioma
vivo di un dato municipio ; deve cioè per ogni parte coincidere con
l'idioma spontaneamente parlato da^li abitatori contemporanei di
quel dato municipio , che per questo capo viene a farsi prìncipe ,
o quasi stromento livellatore, dell'intiera nazione. Ora, come il
municipio livellatore è Parigi per la Francia, cosi dev'essere Fi-
renze per l'Italia; come la Francia deve la salda ed officacissùna
unità della sua lingua non ad altro che allo scriversi e al parlarsi
da tutti i Francesi la stessa lingua che si parla a un tempo e sì
scrive a Parigi, co^ l'Italia, che pur deve a Firenze quel tanto
di linguaggio che la fa, bene o male, esser nazione, è d'uopo che
ritomi a Firenze per rattemprarvi ciò che già ne prese, e pren-
dervi ciò che ancora le manca, ed uscirne agitando sicura il suo
penserò nella ritrovata unità della parola. Qual &tica o qual con-
cessione può parer soverchia per conseguire tanto fine?
Ora il dialettologo non nega di certo U male, dog la mancanza
dell'unità di lingua fra gli Italiani, e se ne risente, per ragioni
che non monta confessare, più di quanto altri mai possa; né, per
cons^n^enza, egli sa imaginare opera più meritoria di quella che
>vGoo»^lc
valga a minorare questo male od a sanarlo. Ma le sue abitudini
Io fermano naturalmente, prima che a ogni altra cosa, alle consi-
derazioni, che ognun sa fare, ma che a tutti forse non pajono di
ugual momento , suU' intima ragione del perchè altri si abbiano
questo gran bene della sicurezza della lingua, che all'Italia manca.
Perchè veramente ha dunque la Francia la salda unità della sua
lingua, 0 perchè l'ha non meno salda, e anzi più salda e robusta
ancora, l'AUemagna?
Tutti sanno rispondere, con maniere e miglior copia di parole
che non sì possa qui ammannire. La Francia attinge da Parigi la
unità della sua favella, perchè Parigi è il gran crogiuolo in cui si
è fusa e si fonde l'intelligenza della Francia intiera. Dal vertigi-
noso movimento del municipio parigino parto ogni impulso dell' uni-
versa civiltà francese; e come a quel movimento prendono attiva
parte Francesi di ogni provincia che non si sentono efficaci se non
quando spendano le forze loro nell'unico e maraviglioso e tiran-
nesco laboratorio che è in riva alla Senna, così nessun concetto,
nessun' opera , nessun argomento di civiltà, si può ormai diffondere
per la Francia con altra parola che non sia la parola parigina,
per la quale e con la quale surge. Nessuna città francese, priva
ancora della lingua, ha mai portato le proprie sue creazioni a
Parigi, ut videret quid vocaret ea; ma viene da Parigi il nome,
perchè da Parigi vien la cosa. E la Francia avendo in questo mu-
nicipio l'unità, assorbente del suo pensiero, vi ha naturalmente
pur quella dell'animo suo; e non solo studia e lavora, ma si com-
muove, e in pianto e in riso, così come la metropoU vuole; e quindi
è necessariamente dell'intiera Francia l'intiera favella di Parigi,
con tutta la nobilissima sua grazia e con tutti i suoi capricci ger-
gali, con tutta l'acutissima sua limpidezza, ma pur con quel suo
fare stereotipo, che può facilmente intorpidire il pensiero e far
che lo spontaneo rasenti l'automatico. Poiché non bisogna già ma-
gnificar soverchiamente le fermissime rotaje dell'unico uso; e se è
buono che la parola obbedisca al pensiero con facil sicurezza, è
vero e riconosciuto altresì, che i cervelli mediocri (e qui il medio-
cre è sempre quello che più importa e decide, perchè i grandi fanno
;vGoo»^lc
sempre bene dappertutto, qiial pur sìa lo stromento che è dato loro,
e Paf^ninì sonava allegramente con ona corda sola) ì cervelli me-
diocri lavorano tanto meno, quanto più il Frasario o Vocabolario
della loro nazione ci mostri lucidi e attraenti, tutti ormai beli' e
coniati, gli spiccioli del ragionamento o del pensiero comune. Ap-
pena occorre poi toccare dell' enorme influenza che tanto grande
agitazione intellettuale e civile ha dovuto avere sullo sviluppo
della favella parigina*; poiché tutti ormai hanno istituito con-
■■ Qui non bì può, né occorre, eatr&r nella composi sione storica della lin-
gua francese, né l'antor di queste pagine ha alcuna presunzione di stra-
Tincete, e gli parrebbe od gran che se riuscisse a mostrar legittimi i saoi
dobbj. Ma non si troveranno, com' egli spera, fuori di luogo, le seguenti
parole dell'insigne scrittore, a cui l'Europa intiera riconosce la maggiore
autorìCà in fatto di storia della lingua francese. Easc suonano precisamente
l'opposto di quello cbe il Novo Vocabolario vorrebbe sentire. 'Les dia-
'leetee d'une contrée, la France du Nord, par excmple, se ressemblant
'plus entre eux qu'ils ne ressemblent au provenpal, k l'italien ou à l'espa-
'gnol, nons donnona & eette tessemblance le nom de langue franpaise, on,
'pour mieox dire , cette ressemblance fai de tont temps assez frappante
'poor qae.l'abstraction que nous faisons ait été faite et que le nom de lan-
'gne fran^aise se soit de trèS'bonne heure impose à tout ce qui e'écrivait
'soit en normand, soit en picard, soit en langage du centro. Historique-
'ment aussi la snccession est allée des dialectee k une langue commune :
<la centralisation progressive du gouvernement et la création d'une capi-
'tale donnètent l'ascendaat à un dea dialectes, non eans de fortes et uom-
'brenses ìnfiuences de toua les autres sur colui qui triompha.' Littré, Hi-
ttoire de la langue frangaise, I, XLIV-V. — 'L'unite rojale grandissant, la
'diversità provinciale diuinua, et pen k peu le parler de t'IIe-de-France,
'de Pars et d'on rayon pina on moins tStendu, prévalnt. Mais ce dialecte
'de la langue d'oli, en devenant lauguo generale, et en s'eiposant ainei
'i tontes'sortes de contacts, fit à tout ses voisina dea empmnts multipliés,
'ou plntòt en re;at dea empreintea qui ne aont paa d'accord avcc aon ana-
'logie propre, et e' est ce qui les rend reconnaissables cncore aajourd'hni,
'On observe, dans le fran^ais moderne, des ibrmes qui dériveut du picard,
'da nonnand, du bourgnignon. Pour nons, l'habitude maaque ces dispa-
'ratea; mais, dès qa'on se familiarise avec lea patois ou les dialectes, et
'que l'on en cousidère l'origine et l' hi sto ire , on ddconvre les amalgames
'qoi se sont faits. Ce furent, en eSet, des amalgames dus aox circonstan-
'ces qui déterminaient l'influeuce et la pression des provinces sur le cen-
'trc; ce ne furent pas des néologismes qu'amenaìt le besoin de nouveaaz
'mota pour de nonvelles idéea. Il n'j eut pas choix bien ou mal entendn,
;vGoo»^lc
fronti fira la parola che hanno spontanea i Littré o ì Renan , con
quella dì Bustebeuf o dei vernacoli borgognoni nel cui &mbito
stava primamente la favella AeìVIale de France; come per Io stiJe
ognuno ha potato paragonare la prosa casalinga di Goffredo di
Villebardoin (non monta per lo stile che questi sia piuttosto della
Campagna che dell' Isola di Francia) col romanzo o col dramma
dell'odierna Parigi, dove, a citare il primo adatto esempio che il
caso ci porga, nna donna, non punto laureata, pud dir con piena
disinvoltura: 'l'incision chirurgicale nécessitée par les besoins de
l'alimentation' (che in lìngua alla buona è un taglio da introdurvi
Q, cibo). Se Firenze fosse potuta diventare Parigi, tutti 1 culti ita-
liani oggi avrebbero sicuramente l'identico linguaggio dei fiorentini ;
ma è altrettanto sicuro, che il linguaio di siffatta capitale del-
l'Italia non sarebbe il fiorentino odierno, e forse non si potrebbe
pur dire un dialetto toscano.
La Germania, alla sua volta, non ha mai avuto un centro mo-
narchico 0 civile da potersi pur lontanamente paragonare con Pa-
rigi; è stata scissa, nell'ordine politico, malgrado le apparenze di
'attrsctìon plus oa moina benieiue; il j etit fuaioa et, partant, couiiiBion.
'Nona dÌHona poida et peser, an lien de dire poi» et poiser comme les gena
'de rile-de-Frasce, ou peia et pe«er, camme lea gens de NormEiadie. On
'ne pent donc pae qualìfier d'enrichissement ce qni alora se passa dans la
'ISDgue fran^aise. Pois, qnand elle fut pleìnement formée, qnand elle eat
'rejeté loin d'elle lee patois comme des parenta hnmblea et éloignés doQt
'elle rougissait, il se manifesta un dégoùt superbe ponr ce. qui n'était pas
'de l'usage lestreint et laffiné. "Si ces scropalenz, dit ChifSet dans la
"dizième édltion de sa. grammaire (1697), qui sont teujouTS anz écontes
"ponr entendre sì un mot est moins en nsage dans la bonche dèa dames
"de cette année que l'antre, continnent k crier : ce mot oommence à vieti-
"Ur, et qu'on les laisse &ire, dana peu de tempa notre laague ae trouvera
"détronsaée comme un vojagenr par des brigands. " Ce fut en effet nn
'traverà de cette epoque de retrancher ce qui vieilliasait et ce que le ce-
'nacle élégant et spirìtuel n'admettait pae. Des débris de tout cela sont
'conserva dans les patoia. Et ce serait une afiaire de goùt et de tact, et,
'dèe lora, non indtgne de l'Académie (ranpaiae et de son Dictìonnaire, de
'reprendre ce qui pent étre repris, c'eatrà'dire ce qni, se compienant sans
'peine, et étant le mieui dana l'analogie de la langne ftctaelle, a la mar-
'que de la préciùon et de l'élégance.' Ib. , II 10I-3.
;vGoo»^lc
nnìti, in modo non meno barbaro di quello che fosse l'Italia;
loantenne inoltre, e in parte ancora mantiene, tal disgregamento
&a i ceti diversi della Bua società civile, che di certo l'Italia non
conobbe o coii{»ce il suo ugnala; subì per giunta la separazione
delle chiese, alla quale l'Italia ha arato la fortuna o la sfortuna
di sottrarsi; é pur possiede, malgrado l'infinita varietà de' suoi
dialetti , la più salda e potente unità di linguaggio che abbia mai
risonato sulla terra. Contro la quale affermazione, o l'opportunità
di confrontare il caso della Crermania con quello della Francia
0 dell'Italia, non 6i può affiitto ripetere alcun argomento dalla
disinvoltura eccessiva con che il tedesco è ricorso ai Tocabolarj
stranieri, o dalla sua facoltà estesissima di creare nuovi compoeti.
Tutti, o^dl, per la molto diffusa cognizione di codesto idioma,
sanno ciò anche fra noi; e tutti vedono, come la salda unità, dì
cui si parla in questo luogo, concerna in ispecie l' abondantissima
sicurezza dì costrutti, di congiunture, dì giustapposizioni, di frasi
e dizioni, sempre proprie ed indigene, che rende la condizione del
tedesco non diversa da quella che altri ammira nel francese e si
desidera nell'italiano. Ma nessuno, in Germania, adora o pur
disceme la culla della lingua; e mentre i dotti tuttora discutono
sul processo generale della sua formazione, tutti sono convinti,
che sarebbe vana la ricerca del preciso angolo della patria tede-
sca, dai quale sbucale primamente il rivolo, die era destinato a
dÌTentare una cosi gran fiumana nella cultura del mondo; né
mai ai 6 colà sentito il bisogno o il desiderio dì ribattezzare le
lettere ad alcuna fonte privilegiata di lingua viva ; con questo di
soprassello, che il più cospicuo, od almeno ubo fra ì più cospicui
centri letterarj dell'odierna Allemagna, cioè Berlino, si trovi sopra
un terreno, che non solo d dì formazione germanica tutt'altro che
antica, ma spetta altresì a quella sezione dialettale, cui non riven-
gono le varietà dalle quali o fra le quaU è surta la lingua let-
teraria; il che è pressappoco, trasportandoci in Italia, come se a
Nizza o a Bellinzona oggi fosse il miglior fiore dì una lingua, in
cui sì continuasse il tipo dialettale dell' Italia mezzana. Il genio dì
Lutero, signoreggiato un idioma aulico, greggio ed instabUe, ne
plasmò quella miracolosa versione della Bibbia, che ruppe l'unità
;vGoo»^lc
XIV PROEMIO.
della fede e creò l'unità della nazione*. La Riforma, rifiutata da
COBI gran parte degli Alto-Tedeschi, di cui reataurava la lingua,
imponeva per sempre questa lingua medesima alla Bassa Germa-
nia. Ma il progresso dello spirito tedesco, e perciò della lingua
fattasi comune alla Germania intiera, non continua aicuro e inin-
terrotto da Lutero a' nostri giorni; pur dopo Leibnizio resta mal
certo, e l'età di Klopstock e di Kant, due uomini che son morti
nel secolo in cui viviamo, può ancora vantarsi autrice della na-
zione, e nel pensiero e nella lingua **- Quindi è affatto moderna la
* Lutero, come tutti eanno, dice egli medesimo, di non avere ftlcan sno
proprio o particolare dialetto (keine gewiMe, Bonderliche, eigene Bprache
im deutschen), ma di parlare la lingua della cancelleria di SasBonia, alla
quale tatti i principi e re di Germania bì conformavano , e per ia quale
r impeiator Masaimilano o 1' elettore Federico avevano ridotto le lingue
tedeache in una determinata lingua (die deutBchen eprachen in cine gewisBC
Bprache gezogen). È una dempliee e ben contraddetta ipotett di alcuni filo-
logi tedeschi, ehe Lutero usasse prevalentemente di un suo dialetto fami-
liare, tntiagio a alto-saaaone, cui nessuno, ad ogni modo, sa piii discemerc.
E circa il linguaggio delle cancellerie, il Haumer rooatra con molta luci-
dezza {Ueber die eTiiatekang der neuhoehdentsahen schri/leprache , nelle Gè-
aammelle tprachwÌMtraaU. schrift., p. 198-204), come prima fosse prevalen-
temente alemaano-Bvevo (Alta Germania occidentale) , o poscia prevalente-
mente ftustro-bavaro (Alta Germania orientale), secondo Je dinastie diverse.
e ibrmando nel primo caso, ma non pili nell'altro, una diretta continna-
zione dell' alto-ted esco letterario dei periodo di mezzo (mittelhochdeutsch);
come inoltre le Diete, tramenando fra i due poli alto -tedeschi, temperas-
sero queeto linguaggio aulico, giovaBsero a fermarlo, preparassero insomma
la creta, cui Lutero doveva insufflar vita immortale. — Può anche vedersi
SCHLEiOHEB, Die deuttehe tprache, in ispecie a p. 108 della eeo. ediz.
•* Nulla potrebbe rappresentare, in modo più pronto e vivo, l'incertezza
in cui Klopstock e Kant, nati nello stesso anno (1724), ritrovavano ancora
lo spirito civile e letterario de'Tedesehi, di quello rfie faccia il frontispirio
di un classico illustrato, de' loro tempi, in cui bì dice : 'che vi «ono mostrati
gl'idiotismi latini, e tradotti, così in modi sehiettamente tedeschi, come
nello stile della moda che corre {teorinnen die idiotitmi lattjti geseigt, und
ao iDohl in reine teutsche redem-arten, alt in den jetxigen mode-att/lnm JiJcr-
aetzl icerden; Quinto Curzio Rufo, quarta edizione, curata da Emartael Sin-
cero, Augusta, 1734)', Chi vuole qualche esempio della doppia verBione,
anche all' infuori dei veri idiotismi, legga le linee che ora seguono : /id em
aseipere, 'sicher geleit oder salvum conductum bekommen (p. 876)'; »»
soaietatem defectionia impellere aliguem, 'einen anreitten, dass
er mit oder neben ihm abfallen, oder in der rebellion compagnie machen
BoUe (p. 753).'
;vGoo»^lc
salda anità intellettuale e civile della Germania; eppure è cosi
profondamente salda l'unità della sua lìngua. Gli è che l'energia
della premedita cultura, e del ridesto sentimento nazionale, venne
colà, ad accoppiarsi a un'operositA infinita; gli è che ogni studio
del vero e dell'utile ha rapidamente compenetrato la nazione in-
tiera, e determinato un tal movimento di ogni attività civile, un
tale affratellamento in ogni industria della mente e della mano,
una tanta unione d' intenti e di affetti , che nessuna distanza ma-
teriale ha più diviso fra di loro i tedeschi, e son tutti diventati
cittadini di una città che non esiste. Dice stupendamente il Voca-
bdario Novo, che il 'laboratorio in cui la natura fa le lingue, le
'raffina e le perfeziona, non pufl essere che un'agglomerazione di
'nomini viventi in imo scambio continuo e obbligato di pensieri e
'di uffici'. Ma l'organo dello scambio non è sempre necessario che
sia la glottide; pud anche essere la penna, purché si sappia scri-
vere; e quando milioni di menti agitano o hanno agitato la penna
operosa, lo scambio si fa cosi rapido, complesso, nobile ed efficace,
la suppellettile messa in comune si allarga, si affina, si afforza cosi
mirabilmente, che l'agglomerazione o associazione di nomini, tra cui
io scambio avviene, può innalzarsi di fase in fase nella regione del
pensiero (che non 3 poi una regione artificiale), mentre altrove si
disputa di glottidi privilegiate o non privilegiate. Se i pensatori
sono in continuo colloquio ira di loro per tutta la gran patria
tedesca, l'operajo, da più generazioni, forse da secoli, la misura
avidamente co' suoi passi, pregando e cantando nella lingua della
sua chiesa; e il vocabolario dell'officina, cosi come quello del filo-
sofo, ha ormai subito il naturale o razionale suo processo di sele-
zione e di consenso. Col poeta, fattosi interprete assiduo della fede,
educatore assiduo e onnipresente di ogni nobile affetto della na-
zione, la lingua ivi ricorre di continuo alle vive fonti della tradi-
zione antica e del popolo, mentre la scienza, o meglio l'energia
riflessiva e scernitriee, stampa in ogni movimento del linguaggio,
anche ne'pii intimi e ripoeti, l'impronta indelebile della sua serietà
divina. Nella scuola, nella stampa, nella intiera operosità sociale
elle tutta è alimentata di eulta parola, si agita colà quell'intensa
;vGoo»^lc
ZVI FROEUIO.
vita della lìngua, nella qnale la. proposta individaEile, la creazione,
la dìsnmazione, l'adesione, il rifiuto, la riforma, la difFùsione, l'usoi
sono avrenimenti od effetti incessanti, pei quali ai continua o si
riproduce, in nobilissima sfera, il medesimo processo di consenso
creativo, onde pur sorge e si assoda e si trasforma un Temacelo
qualunque. Se nessun' altra nazione fabbrica tanti dizionarj di ogni
lìt^^ quanti ne produce la Germania, in nessun paese, all'incontro,
gli scrittori sentono minor bisogno dì ricorrere al lessico per appren-
dervi la lìngua della propria nazione. Viva nella più ampia e vìva
dì tutte te culture, si ravviva quella lingua nel focolare della colta
famìglia, che ormai non ha faveUa diversa da quella dei libri; e
non c'è bisogno di dimenticare ì difetti inerenti a codesta razza,
0 a codesto linguaggio, per conchiudere, che l'energia, onde pro-
rompe la unità intellettuale dei Tedeschi, ha ormai per suo por-
tato una parola, la qnale è l'effetto e lo stromento di tal facoltà
collettiva dì pensiero e di lavoro, cui l'umanità non aveva peranco
raggiunto.
Che sarebbe avvenuto, in ordine alla parola italiana, se l'Italia
si fosse potuta mettere, molto più risolutamente che pur non abbia
fatto, per una via non disforme da quella che la Germania ha per-
corso? Roma, per la sua originaria attiguità dialettale con quella
regione a cui la parola italiana va debitrice dì ogni soo splendore,
e per esservi continuato, mercè la Santa Sede, un moto energico,
in molta e quasi inavvertita parte e come suo malgrado italiano;
Roma, nella favella spontanea di quanti suoi Sgli non rimangano
affatto rozzi, ci porge l'imagìne o ì contornì di una lìngua nazio-
nale, e meritava, anche per questo capo, ridiventare prìncipe del-
l'Italia intiera. Ned è necessario avvertire, che il grado di ma-
gistero, raggiunto da molti autori toscani e non toscani, antichi e
moderni, sia per la lingua e sia per lo, stile, e sempre in ordine
al concetto della vera unità nazionale, appare ben diverso all'umile
scrittore di queste pagine da quello che ai fiorentiniati non debba
parere. Ma la nostra interrogazione fa parte naturale d' un colloquio
imaginario che si tenga con questi, e versa intorno all'ipotesi di
un processo di fusione intellettuale, e quindi idiomatica e civile,
;vGoo»^lc
PROEMIO. STO
isdefinìtamente più inoltrato che non à. sìa potato avere fra gli
Italiani. Ora l'asHonto implidto in quella domanda, che è d'ima-
ginare singoli esempj , i quali concemana un tale processo ipote-
tico od i sQoi effetti, può legittimamente parere arduo insieme e
puerile; e pigliarlo nelle strettezze di un discorso' coal meschino
com'è il presente, non è la minore fra le temerità di cui si danno
tante prove in questi pochi fogli. Ma il bisogno dell' evidenza non
permette di sfuggire questo carico; e il trattarsi di casi imagiiiarj,
non già di suggerimenti (che sarebhe una curiosa presunzione) o
pur di concreti desiderj, potrà forse rendere meno diflBcile l'in-
dulgenza di chi legge. Si finge qui dunque, per un breve istante,
l'officina germanica trasportata e adattata all'Italia; dove intanto
Biirà lecito affermare, sulle generali, che la qualità della lettera-
tura e quindi della lingua iniziale, e la potente organizzazione
della chiesa italiana , avrebbero dovuto agevolar l' opera di non
poco, e renderne il frutto ben più squisito di quello d' oltremonte.
Il tipo della lingua italiana sarebbe sempre rimasto non solo to-
scano, ma BÌ. propriamente fiorentino; vale a dire, per accertar
Tenanciato con qualche esempio, che non solo un veneziano amào
per amato, o il milanese rcesa per rosa, o un condizionale alla
lombardesca o alla friidana come io portaréasi, oppure un costrutto
come tu hài-tu, secondo il genio dell'Alta Italia, non vi sarebbe
mai pìn stato legittimo o possibile, ma neppure un gàmbaro alla
sanese, in luogo del gambero di Firenze. R tipo fonetico, il tipo
morfologico e lo stampo sintattico del linguaggio di ' Firenze si
erano indissolubilmente disposati al pensiero italiano, per la virtù
sovrana di Dante AUighieri. Uà tutto quanto non contravvenisse
al tipo, e foBse paesano e trovato acconcio o preferibile nella gran
conversazione delle intelligenze nazionali, datesi a un'attività sem-
pre più estesa e più intensa e svariata, sarebbe passato per non
meno o pure più legittimo dì ciò che spettava al fondo fiorentino,
e a questo si sarebbe contessuto , e l' avrebbe in vario modo , e di
certo non lievemente, modificato. Si sarebbe rispettata e volata
Qua libertà naturale e necessaria, ugualmente rimota dalla super-
stizione e dalla licenza; e non v'ha nessuna parte del linguaio '
;vGoo»^lc
XTin FSOBMIO.
per domestica, o confìdenziale, o Tolgara clie sia, la quale no»
avesse potato o dovuto risentirsi della schietta fusione delle genti
italiane. Poteva ben sorgere qualche lusso di voci o locuzioni equi-
valenti , ma il provvido rimedio stava unicamente nella séleeione
natwrde, che sempre e per ogni parte è il portato dell'attività
prevalente, e nel caso nostro è la predilezione che si determina
dal voto del maggior numero (i voti son presto dati, se tutti scri-
vono), oppurdal solo voto dello scrittore di genio, quando il pub-
blico ch'egli affascina è veramente la nazione. Il Fiorentino che si
fosse messo a istruire per iscritto le fanciulle od i sarti , avrebbe
chiamato anéRo quell' arnese che in tante altre favelle romane si
nomina col normal riflesso di un 'digitale- o 'digitellario- di lin-
gua latina.. Ma il giorno dopo, in un'altra scrittura consimile, un
maestro aretino avrebbe messo fiiori il suo ditede, come voce più
evidente e propria; e i suoi collaboratori di Venezia, di Milano,
di Palermo, avrebbero dato sùbito ragione al fratello legittimo del
loro dezial o didà o jiditali; e l'uso di Firenze co^ se ne andava
legittimamente sopraffatto *. Non è facDe dire, quale avesse potuto
meritare la prefer6n2a, tra il mattatójo (*iiiactatorio-) di Ancona e
V ammajszatójo (*ad-niactat^i-orio) di Firenze, entrambi di puro e
identico metallo; ma certo si deve dire, che la scelta dipendeva da
quell'attività, in ordine allo studio e quindi in ordine a distinzioni
teoriche e pratiche sull'arte e sull'istituzione dei macelli, che fosse
l'opposto di quell'inerzia, la quale ha persuaso, se non costretto,
* Tanto era ab aatnrale, che ha ia fondo dovato avvenire; poiché il
nome italiano dell'oggetto di cai si parla, è per la colta Europa: ditale,
e non anello; e parecchi dizionari italiani, anche degli Bcrapoloai, riman-
davano da 'anello' a 'ditale*. Ma il 'Novo Vocabolario' naturalmente te
ne guarda, e forma il sno part^rafo a questo modo: 'Anello. Àmeee di
^metallo, dove s'infila la punta del dito, con cui si spinge l'ago nel cucire.
'L'adoprano anche le donne per misura del seme dì bachi. Uà anello dì
'àetne.' U 'Vocabolario' invita cosi la massaja o il novelliere (non dico il
bacologo) di Lombardia, a smettere o a dimenticare il loro didà de to-
minta:, e l'invito è tanto illegittimo, quanto è legittima la speranza che
rimanga frustraneo. Ma per misurare la qualità del progresso che il 'Vo-
cabolario' rappresenta, nulla può giovar meglio, che il confrontare questo
^o paragrafo con le osservazioni di Kaffakllo LAHBanaCHUH , ripro-
dotte da Niccolò Tommaseo {Sinonim, 266).
;vGoo»^lc
un articolo ieH' Enddopedia popolare italiana (nella prinm edizione
per lo meno) a intitolarsi piuttosto c^attoir che non aTtunageatojo.
Nelle Marche, o in qualche parte delle Marche, dicono piovere a
vento per significare che la pioggia , spinta dal vento , cade in dire-
zione obliqua (il friulano piòvi di stravint). Ora, nell' ambiente ima-
ginario della oosfra ipotesi, nessuno si ^ebbe sognato d'interdire,
apriori, l'uso di questa locuzione co^ calzante, per la ragione che
andasse aspettato o il consenso o il sinonimo dei fiorentini. Se a
un veneziano fosse venuto il caprìccio di scrirere che una cosa dà
lecco alle steìle, per significare che è squisita, nessuno di certo
gli avrebbe dato retta; né più che a lui ad un fiorentino o ad nn
napoletano, che avesse voluto mettere in mostra qualche suo modo
di simìl risma. Ma nessuno avrebbe mosso rimprovero al vene-
ziano se egli offriva alla letteratura italiana il suo mettere U cer~
rcUo a segno, malgrado il pericolo che a Firenze cosi non sì dices-
se, 0 ivi piuttosto mettessero il cervello a bottega od a partito.
Vero è che il siciliano, per significare il medesimo, sarebbe forse
uscito col suo tneiier pensiero (méttiri pinsÉri), unione di parole
che altrove può valere 'dare apprensione'. Ma ognun vede, dopo
il primo sgomento, che l'equivoco non può facilmente avvenire od
ichè 'metter pensiero', quando
ione', deve reggere di necessiti
ione deve di necessità mancare;
anzi è a dirittura impossibile; poi
porti il significato di 'dare apprensi
nn dativo, che nell'altra significazi
e il tnetter pensiero, locuzione parallela al metter radice, sostenuto
da una Sicilia che emulasse in attività civile la Sassonia, cioè che
mandasse al continente italiano i suoi milioni di chilogrammi dì
libri, avrebbe potuto fare ben legittima fortuna, poiché l' autorità
legittima è l'energia operosa, E il gusto dei forti, d'altro canto,
suol essere meno schizzinoso di quello dei deboli; diguisachè, rima-
nendo sempre nella nostra ipotesi , se per 'stare in apprensione'
lo scrittore siciliano avesse più facilmente detto: sfar con pen-
siero (stari cu pinséri), e il veneziano, all'incontro, per limitarci
a lui , più facihnente : stare in pensitro , il divario poteva forse
piuttosto allettare che non spiacere, e nessuno, ad ogni modo, ne
avrebbe voluto fare un caso di stato. Si è sentito, che traducono
;vGoo»^lc
XX FBOEiaO.
il Caro dinanzi al tribunale dell'uso fiorentino, perchè egli Bcriva :
fy'ovare U pdo si^'uovo; e pare che ogni buon italiano avrà ob-
bligo di non usare se non questo modo solo: vedere U pelo nel-
Vuovo. L'autore di questi fogli non sa dire se il Caro, ch'era
marchigiano, arease, e prendesse con animo deliberato, questo
modo che s' incrimina, da un qualche dialetto a hii familiare ; ma
può dire, che all'estremità, orientale delle Venezie, la balia ha a
lai insegnato il preciso modo che il Caro adopera, e Terrebbe an-
cora avvertire, che si tratta probabilmente, nei due diversi modi,
di due idee alquanto diverse, secondo che si alluda a chi s'inge-
gni a scoprir delle scabrosità pur dove tutto è liscio (un pelo
sull'uovo), 0 a chi si lambicchi a trovare in una data sostanza
qualche elemento che le sia^ affatto estraneo (un pelo nella polpa
dell'uovo*). Ma piuttosto si permetterà di notare, cho, data sem-
pre la nostra ipotesi, nessuno cercherebbe o troverebbe di simili
peli. Poiché, in quaraut'anni di lavoro, quell'officina avrebbe
centuplicata la densità del sapere ; e la modificazione grandissima
dell'apparato intellettuale delta nazione, importerebbe per sé me-
desima , e per la mutata condizione degli animi , un cod grande
rivolgimento pur nell'ordine della parola, che la dicitura casa-
linga, 0 l'idiotismo ed il proverbio, assumerebbero, in ogni specie
di scrittura, una sembianza ben diversa da quella che altrimenti
possano avere. Ciò non vuol già dire, che l'idiotismo e l'ingenuità
della dizione vadano sbanditi perchè una moltitudine dì pensa-
tori, associati ma non livellati, abbia cresciuto energia alla parola,
ne abbia sprigionato molte facoltà imprima latenti , abbia creato,
sublimando il genio nativo, quello strumento caratteristico delle
nazioni che è lo stile. Ma vuol dire, che se il sussiego è una gran
brutta cosa quand'è un'affettazione, può all'incontro avvenire,
molto naturalmente come ognun vede, che il colloquio segua in
tali condizioni, nelle quali il mancare di gravità o di sussiego o
di serio coloro, costituisca egli, alla sua volta, una vera affetta-
• mil. trovi el pel inde l'mf; venei. trovar o calar el pelo int-el vóvo ;
sicìl. Iruvdri lu pllu nlra l'àvu.
;vG00»^lt
PEOÈaio. XXI
ione o il più grave degli stenti. Nessuno vorrebbe di certo che
un ministro dicesse in parlamento : 'l'Inghilterra arrìcda il naso';
oppure : 'noì in queste cose di Turchia non ci si ficca il naso' ;
come ognun sente che ira due scienziati è mocFo più naturale,
anche nel discorso casalingo: 'vi si determina nn piccolo vano',
che non: 'ci si viene a formare un bucolino'. Nel primo caso, S la
Bolennità. della conversazione che esige forme più elette ; nel se-
condo, il modo più eletto deriva, quando pur non sia necessaria-
mente richiesto, dall'abito di una mente, il cui lavoro è più
complesso, e insieme più facile e sicuro, che non sia di solito il
lavoro mentale di chi si esprimo nel modo più pedestre; questo d
d'aritmetica elementare, quello incomincia ad esaere algebrico; e
se v' è chi sappia fare il prod^o di riprodurre gran parte delle
operazioni dell'algebra con la pura aritmetica, nessuno perciò
vorrà sostenere che U prodigio sia una cosa naturale , o che una
nazione si abbia a muovere a furia di miracoli. Ora imagioiamo,
e v'ha ormai pur troppo, un'intiera societàj anzi un'intiera na-
zione, nel cui eloquio il determinarsi un piccolo vano sia modo
più naturale o consentaneo che non sia il veniràsi a formare un
bucolino, e noi vediamo facilmente, che la ragione di questa spon-
taneità, e la ragione della solennità legittima, si confondono in
una ragion sola per escludere molta parte di intimità casalinga,
o municipale, dalla lìngua con la quale parlano dinanzi al mondo
le diverse stirpi di una medesima n^ione. Qual mente si può
pensare più aliena da ogni affettazione di quello che fosso la
mente di Guglielmo di Humboldt? Ebbene,' proviamo a tradurre
in istile casalingo, o florido d'idiotismi e di ^roverbj, una qual-
sivoglia delle sue scritture, o letterarie, o crìtiche, o filosofiche;
oppure proviamoci a stabilire, dopo aver considerato l' opera sua e
de' pari suoi, dove finisca il linguaggio delle lettere e dove inco-
minci quello della scienza. 0 v' è cui possa parere più calzante
il confronto di Platone fra un pugno di liberi Ateniesi, che non
sia quello di Humboldt fra i milioni di Tedeschi, quando il pro-
blema verte sul modo in cui si possa estrinsecare, con uniforme
parola, il pensiero di una nazione moderna, multistirpe e centri-
;vGoo»^lc
zxn PBOEino.
fòga, il quale deve laboriosamente nutrirsi di un sapere infinito e
per molta parte non indigeno? Di certo, gli idiotismi, ì tratti po-
polarmente vividi , non possono e non devono mancare ad alcuna
letteratura, o lii^a scritta che dir si'voglia; ma parte ri^lgono
8 quel primo fondo dialettale che servi a mettere in comune il
lavoro intellettivo della nazione, cioè spettano all'età quasi in-
fantile, all'età del cieco assorbimento, all'età meramente mnemo-
nica della nazione rinn'ovellata; parte ne inocula più tardi o ne
infonde irresistibilmente la virtù sovrana dell' Arte o il giovanile
ribollimento di un'attività comune; ma sempre si tratta di feno-
meno come istintivo, e l'istinto tanto pud meno quanto più la rifles-
sione pud, né alcuno forse aveva prima d'ora mai imaginato che
un vocabolario avesse a sfidar la riflessione e a inocular l' istinto.
A sentire i fiorentinisti (ed è una scuola dove i discepoli vanno
naturalmente e sàbito molto più in là cbe non faccia il Maestro,
poiché non sì tratta già del mero e solito contingente della esa-
gerazione di nn principio, ma è il caso di un principio che non si
possa distinguer^ dalla sua esagerazione, od anzi non è pure il caso
di un principio, ma sibbene della semplice contraffazione, più o
meno felice, di una realtà, spontanea insieme e necessaria, cbe la
storia ha altrove prodotto), pare molte volte, se non sempre, che
essi non vogliano pensare altre obiezioni, se non quelle che credono
derivare da pregiudizj italiani; e che al di là dei monti e dei mari,
tutto ciò ch'essi dicono debba sembrare la cosa più naturale del
mondo, perchè, ovunque si ha una lìngua nazionale, sia avvenuto
e dovuto avvenire che altro mai non si facesse se non quello ap-
punto che ora essi chiedono alla loro pervicace nazione. Ma sarebbe
nn curioso esperimento isterico il metterli a discutere di qualsi-
voglia innovazione, da loro caldeggiata, con quel qualunque uomo
del piestiere che oltremonte a lor quadrasse. E si pud dar loro
facilmente un qualche esempio delle pedanterie che avrebbero a
sentire da colai. Il sostantivo j>u>i/o,'egli direbbe, exempli gratia,
essendo venuto a funzione quasi awerbiale*{nt)» ne ho punto = non
ne ho nulla; temo poco o punto), da questa potè poi passare, nel-
l'oso toscano o fiorentino, a far d'aggettivo (poca paura, punta
;vGoo»^lt
PEiOEHio. xxm
paura); è vicenda ideologica non gran fatto strana; è una evolu-
zione dell'uso che Ita la sua chiara etorìa; ma di queete due faci
etorìche del valore di punto, la prima era compita quando la iavella
dei toscani o dei fiorentini sì rìversò in quella serie di scritture
che accomunò al pensiero dì tutti gì' Italiani un medesimo tipo
<lialettale, e la seconda, all'incontro, non lo era, o non appare che
fosse {l' essere e il parere ^no, in questo caso, lo stesso) , e oggi ,
nell'età della nflessione, nessuna ragione ideologica, nessuna neces-
Bità tecnica, nessun consenso generale di popolo, viene a raccoman-
dare al pensatore, o ad imporre ai letterati, la punta vista o i punii
scrupoli; e questa naturalezza fiorentina, sarebbe perciò un'affet*
tazione italiana. Voi insegnate, continuerebbe quel barbassoro, che
BÌ abbia a scrìvere dette anziché diede; ma diede per 'dedit' è voce
schiettamente popolare e italiana e toscana, guanto è piede per
'pede-'; il dittongo vi assicura, se ne fosse d'uopo, che essa è uno
dei fiori più spontanei e delicati della vostra terra; quanti italiani
mette^ero in iscrìtto il loro pensiero, da Susa a Trieste e da
Trento a Palermo, non hanno mai usato, da più secoli, altro che
diede; e questa forma, squisitamente istorica, e invidiabilmente
pratica, perchè si dovrà affettatamente sagrificare alla postuma
prediletta di un vernacolo? Qualsiasi aberrazione dialettale (parla
sempre U barbassoro) può bensì incogliere una lingua letteraria,
per cause che inavvertitamente o indispensabilmente si subiscono;
ma se voi oggi insegnate agli Italiani, che il modo: io e te quando
ci si lamenta merita e deve soppiantare quest'altro: gwmdo io e
tu à lameniiamo, voi date pien diritto ai vostri awersarj di rispon-
derri, che da pedante a pedante, meglio è la grammatica che lo
sgranunaticare. Quando v'imagin&te d'imporre il fìcn^tino doventa
agli Italiani che scrivono diventa, questi dovrebbero sapervi rispon-
dere, mercè le fatiche nostre, che se il fenomeno eporadico di o
dall'e 4tona latina, per effetto della labiale che sussegue, era com-
pito e fermo nel fiorentino dovére (debere) in quell'età di cui prima
si è toccato, e ritornava per questo stesso verbo in un numero infi-
nito di altri vernacoli italiani, alcuno dei quali lo tollera eziandio
nelle voci del verbo medesimo che hanno l'accento sulla prima;
;vGoo»^lc
nel caso di diventare, all'incontro, benché si trattasse di Bilkba
sempre àtona, il fenomeno non era compito a saldo nel fiorentino,
uè avrebbe trovato siniìle coaBeneo negli altri Temaceli; e che per-
ciò il volere oggi, nell'età della rifleasione, che si lasci di punto in
bianco il modo sempre osato da tutti gl'Italiani, e si turbi la nonna
etimologica (di-reotare), evidente a tutti e sentita da tutti, gli è
proprio un fare troppo a fidanza con la bontà degli uomini. Ma se
il barbassoro potesse mai sspere, che il fiorentinismo, in certi mo-
menti, ha degli entusiasmi minacciosi, durante i quali par che l'Ita-
lia non debba risorgere se non al sacro grido di Noi si dovetUa
omini y eg]i direbbe, almeno fra sé, che questo d un bell'avvia-
mento ad evirarsi.
Ma checchessia delle intemperan2;e altrui e delle nostre, ì periodi
che precedono volevan ricordare, che, nel caso della fìermania,
l'uso è veramente creato o stabilito dalla letteratura comune, e
nel caso deUa Francia è stabilito o creato dalla conversazione e
dalle lettere di quel municipio, nel quale si accentra ogni movi-
mento civile della nazione; che perciò, in entrambi i casi, la unità
dell'idioma in tanto si estende, in quanto lo importa la virtù inde-
fettibile della comunità del pensiero o l'azione imperativa dell' in-
■ telletto nazionale, la quale s'incarna nell'idioma medesimo, e non
incontra nessuno, che voglia o possa a lei sottrarsi ; cosicché il vo-
cabolario ivi risulta, come vuole la natura della cosa, ben piutto*
sto il sedimento che non la norma dell'attività civile e letteraria
delta parola nazionale. Dal fatto della salda unità di linguaggio,
di cui sì rallegra la Francia o la Germania, non può quindi venire
alcun argomento di legittimità, od alcuna speranza di facile con-
B^uìmento, al proposito di ridnrre tutta l' Italia alla pretta favella
di Firenze. La distanza che separa quelle realtà' da questo desi*
derìo, non si limita punto alla differenza che passa tra cosa fatta
e cosa da farsi; e se nessuno ha mai inteso di negare una verità
c(Md evidente , e tutti anzi l' hanno dovuta esplicitamente ricono-
scere, non é forse affatto inutile, che qui se ne tocchi in modo
ancora pia chiaro. Poiché veramente, in quanto per l'ItaUa si vo-
glia innovare sec<»ido ì principj che il Vocabolario Novo inculca (ed
;vGoo»^lc
è un quanto che a molti deve apparire assai elastico, ora sentea-
dosi che lo pseado-italiano, di coi, nell' illusione dì possedere ona
lingua, noi àfoni ci Taliamo, altro non è che un informe accozza-
mento di Tsriopinte parole, ed ora assicurandosi che l'operazione .
del fiorentinismo 6 ormai per quattro quinti beli' e compiuta e nel
resto ù compirà senza molto disturbo), si tratta di conseguire
l'effetto, che ad altri invidiamo, per una Tia, non solo disformo,
ma addirittura opposta a quella per cui lo conseguirono lo genti
da noi invidiate. Tra le quali essendosi avuto in tatto e del tutto
simultaneo il moderno svolgimento della parola e del pensiero o
dell'attività nazionale, le menti non si nutrono, nd si possono nu-
trire d'altro idioma, che non sia quello della nazione e di tutti i
libri. Fra noi, all'incontro, malgrado ogni temperamento di cui
à circondi la romoros& innovazione, sì riesce a dire a coloro che
pensano e studiano, cioè a coloro che pur hanno una eulta favella
mentale, con la quale ruminar le idee: smettete lo stromento del
vostro pensiero, perchè ha bisogno di essere mutato o almanco
modificato per bene. Si viene a dire agli operaj della intelligenza,
che sospendano, tanto o quanto, la propria industrii^, e non già
per rifornire il loro apparecchio mentale col rìtuffarlo in una nuova
serie di libri che ancora alimentino il loro pensiero e i loro studj *
(che sarebbe cosa tollerabile) , ma per &rsì ad imitare (essi dicono
Bcimie^iare) una conversazione municipale, qnal sarà loro offerta
da un Tocabolario, da una balia, oppor dal maestro elementare, che
si manderà (da una terra cosi fertile d' anal&beti) a incivilir la
loro provincia. Ma i più, o molti almeno, fra gli odierni studiosi
dell'Italia non-toscana, cosi come in fondo facevano molti dei loro
maestri nelle generazioni precedenti, reputano che il male, per la
maggior sua parte, stia in ben altro che non nel quanto o nel
quale degli elementi di favella ormai messi in comnne ; essi cre-
dono, a torto 0 a ragione, che le menti loro stieno appunto lavo-
rando, prò virili parte, a far che si consegua, per qfcel modo che
è r unico possibile e non è punto diverso da quel che fu tenuto
altrove, quanto ancora manca e pift importa a determinare o pro-
muovere la saldezza, la unità, e andie la purità, della parola n£i^
;vGoo»^lc
SITI PROBBUO.
zionale; e si irritano, o si Bono irritati, per ciò, che meotre eeai
teotano (ed è forse una pia illnsione) di portare qualche incre-
mento al patrimonio delle idee italiane, mentre si credono intenti
a suscitar qnella larga spira di attinta civile che poi debba travol-
gere in ferma unità dì pensiero e di parola tutte le genti d'Italia,
altri sparga delle dottrine, dalle quali, con facile e non evitabile
eccesso, si viene al punto di bandire, che non saremo nazione, in
sino a che essi scrìvajio per maniera, che di certi loro modi o co-
Btrutti possa ridere per avventura un qualche fiorentino che ozia.
E rìda con suo danno, essi dicono, che noi senza danno rìderemo
di lui. Questa è, suppergiù, la risposta mentale che si oppone,
non tanto al Vocahólario Novo, quanto alle esagerazioni che sono
implicite nel suo principio, da buona pa.rte, forse dal maggior nu-
mero di coloro , che oggi si sentono chiamati a parlare ntihnente
con la penna; qui è la ragion vera, e forse non illegittima, delle
difBcoltà che egli incontra, non in alcuna boria municipale o in
qualsiasi altra causa eh' egli venga imaginando.
Se però è chiaro che l' Italia non abbia l' unità di lìngua per-
chè le son mancate le condizioni fra le quali s' ebbe altrove , e
insieme è chiaro che il non averla debba molto dolere agi' Ita-
' liani e sia sorgente legittima della disputa etema, si deve ancora
chiedere, perchè veramente sieno all'Itaha mancate le condizioni
che altrove condussero alla unità intellettuale onde si attìnse la
unità di favella; o in altri termini, semplificata la questione, per-
chè l'Italia non raggiungesse quell'unità di pensiero, a cui la Ger-
mania, malgrado gli ostacoli dì cui più sopra sì toccava, è pure
pervenuta. L'intiera rìsposta è per vero già involta, più o raen
distintamente, in ciò che precede; ma l'assunto inesorabile vuol
che si arrìvi in sino al fondo e sempre con esplicite parole. Que-
sta diversa fortuna dell'Italia e della Germania, può dunque giu-
stamente parere il prodotto complesso dì un infinito numero di
fattori; se né posson dare ragioni di razza, di tempi, e d'ogni
altra specie; ma rimane sempre, che la differenza dipenda da que-
sto doppio inciampo della civiltà italiana : la scarsa densità della
cultura e l'eccessiva preoccupazione della forma. Nessun paese, e
;vGoo»^lc
PHOEHIO. XXVII
in nesaan tempo, raperà o raggiimge la gloria civile dell'Italia,
se badiamo al contingente che spetta a ciascun popolo nella sacra
falange degli aomini grandi. Ma la proporaione fta il numero di
questi e gli stnoli dei minori che li secondino con l'opera assidua e
diffusa, è Bmìsaratamente diversa fra l'Italia ed altri paesi cìtìU,
e in ispecie fra l' Italia e la Germania , e sempre in danno del-
ritalia. Qui ri furono e vi sono, per tutte quante le discipline,
dei veri maestri; ma la greggia dei véri discepoli è sempre man-
cata; e il mancare la acaola doveva naturalmente stremare, per
buona parte, anche l'importanza assoluta dei maestri, questi cosi
non formando una serie continua o sistemata, ma si dei punti lumi-
nosi, che brillano isolati e spesso fuori di riga. E dall' abondanza
dei nomi giustamente vantati, potevano derivare, e derivano non
di rado, illusioni strane o dannose; l'esservi i duci sembrando di
necessità importare che v' abbiano pur le legioni fra la propria
loro gente; dovechò è avvenuto, con molta frequenza, che i duci
italiani (e non già sul campo, come la metafora direbbe, ma coma
pur sul campo fuor di metafora è stato) hanno cresciuto e gui-
dato, non legioni paesane, ma legioni straniere. L'Italia par che
sd^ni la mediocrità, e dica alla Storia: A me si conviene o l' opera
eccelsa o l'oziare. Ma l'ozio di questa terra privilegiata, non pò- ■
irebbe mai essere l'ozio sterile delle barbare lande; è l'ozio del-
l'alma educatrice delle arti, assorta dolcemente nella contempla-
zione del bello; non è il sonno di una gente avvilita: è arte ascetica.
Ora, nella scarsità del moto complessivo delle menti, che è a un
tempo effetto e causa del sapere concentrato nei pochi, e nelle
esigenze schifiltose del dilicato e instabile e irrequieto sentimento
della forma, s'ha, per limitarci al nostro proposito, la ragione
adeguata ed intiera del perchè l'Italia ancora non abbia una prosa
0 una sintassi o una lingua ferma e sicura. E a che ora si riduce,
per necessaria conseguenza di predisposizioni non felici, il nobilis-
simo intento di rimediare al doloroso effetto? Si riduce a ribadirne
le cause. E questa una risposta molto audace, che se proviene per
avventura da una sufficiente persuasione di cogliere il vero , esce
bene a stento dalla penna, per quelle molte ragioni che ognuno
;vGoo»^lc
XXVin PROEMIO.
facilmente imagina. Ma le sqnùite brame di quel Grande, che è
riuBcito, con l'infinita potenza di una mano che non pare aver
nervi, a estirpar dalle lettere italiane, o dal cervello dell'Italia,
r antichissimo cancro della retorica, hanno pur dovuto, per tutto
quanto concerne le rinnovate norme della parola, degenerare pron-
tamente, fra gl'imitatori, in nn nuovo eccesso dell'Arte. Le ragioni
pratiche, che rincarando Bulla lezione del Maestro, od ampliandola,
fii vennero adducendo dai seguaci, altro non devono parere esse me-
desime che una scusa dell'Arte, intenta a coonestare i suoi arbìtrj.
Cosi ci parlano del gran danno che sia il mantenere i nostri figlinoli
quasi bilingui, lasciando loro cioè il dialetto materno e costringen-
doli a studiare, al modo che si fa d'un idioma estraneo, la lingua
che si dice nostra, con tanto spreco, aggiungono, delle loro intelli-
genze, e in tanto bisogno di far tesoro di ogm più piccol briciolo
delle facoltà mentali della nazione; come se la scienza e l'esperienza
non dimostrassero in cento maniere, che è anzi una condizione
privilegiata, nell'ordine dell'intelligenza, questa dei figlittoli bilin-
gui, e come se in casa nostra fosse afEatto chiaro che l'incremento
della cultura stia in ragion diretta della prossimità o della mag-
gior vicinanza fra parola parlata e parola scritta , laddove il vero
è precisamente l'opposto. Pare, alle volte, a sentir quegli esage-
ratori del Maestro, che al modo, in cui stiamo, non si possa asso-
lutamente andar più innanzi, poiché nelle scuole non arriviamo a
far distinguere tra persiana e finestra, e al nostro ronzino cor-
riamo rìschio ogni giorno di far dare una biada per l'altra. Ma
la nostra nomenclatura, domestica o tecnica, si riproduce da pid
generazioni, si potrebbe quasi dire da secoli, in un numero infi-
nito di vocabolarj più o meno copiosi, dove alla voce italiana sta
accanto l'equivalente francese, spagnuolo o tedesco; alcuni di
questi vocabolarj sono estesissimi, e l'italiano vi riflette, con so-
bria nitidezza, voce per voce (ed anche locuzione per locuzione),
l'intiera suppellettile di altri ricchissimi idiomi; né mai si é sen-
tito da chi ne fa o ne fece quotidiana esperienza o quotidiani con-
fronti, che la mala sicurezza sia proprio un distintivo della parola
italiana. Ripetano ancora per poco le loro doglianze quei zelatori
;vGoo»^lc
ìatempestìrì, e vedranno sorgere, alle nostre frontiere, officine atti-
vissime di estratti di leseici, a uso degli italiani che hanno perduto
k loro favella, coi sicuri riscontri in varie lingue, e le vignette
rispettive. È proprio uno zelo illusorio e nocivo; e in realtà noi
assistiamo ad un movimento , che partito dalla altissima sfera in
cui l'Arte e la Filosofia stanno congiunte e indivise, doveva im-
mediatamente comunicarsi a quegli spazj, in cui l'Arte altro non
è elle un'estasi o un istinto, e ha bisogno di un idolo. Or v'ha
una regione, o una città, la Toscana o Firenze, in cui vive, splen-
dida di grazie natte, una favella che mal si sceme dalla lingua
dei buoni scrittori, e ha movenze di gran lunga più belle, più
candide, più sicure che non abbia questa. Dinanzi al tribunale
della verità implacabile, la candidezza fiorentina, e il lieve o in-
certo distacco tra il linguaggio fiorentino e quello delle scritture
italiane, potranno suonare accuse gravissime d'insufficienza di moto
civile e per Firenze e per l'Italia. Ma se il serbatojo toscano à
limpido e terso perchè la cultura ha ristagnato, non è men vero
che la sua meravigliosa limpidezza innamori il barbaro e debba
affascinar l' artista. Al quale non può non sembrare una vera be-
stemmia il concetto di una civiltà che avesse dovuto o debba tur-
bare la linfa incantevole; e deve all'incontro parergli ovvio e legit-
timo, che l'Italia intiera essendo pur cosi poco rimota da Firenze,
poiché scrive o parla comunque, in ogni occasione per poco solenne,
un linguaggio che è uscito di Firenze, abbia finalmente a varcare
quella breve distanza che ancora da Firenze la sequestra, e quasi
transumanarsi, si che da ogni angolo del bel paese possa fra non
molto risonare la stessa favella ammaliatrice che ora sta rinchiusa
m cosi breve giro. Come sottrarlo a questo ideale abbagliante? Che
e' entra il sapere, chi osa discorrere di perfezionar la parola' o di
sviscerarla, quando il sommo bene sta nel porre dolcemente il capo
in grembo alla natura inesplorata e misteriosa? Si tratta di respi-
rare un' aria balsamica come Iddio l' ha latta ; non ci deve punto
eatrare il chimico od il fisico; ma arbitri esclusivi eon le nari
ed i polmoni degli uomini che la scienza non ha infetto. ^Nessuna
obiezione spontanea può sorgere nell'animo dell'artista; nessuna
;vGoo»^lc
XXX PKOEIOO.
obiezione altrui può forse riuscirgli intelligibile. Nella Toscana o
jQ Firenze, considerano altri operaj della civiltà, che non sien gli
uomini dell'Arte, appunto perchè ivi batte il cuore dell'Italia, spicca
assai più che non altrove il carattere distintivo della cultura italia-
na, che è il concentrarsi della luce nei grandi, in mezzo all'ombra
0 alla penombra generale; sì che dobbiam patire che lo straniero
noti, come la patria di Dante, di Machiavelli e di Gino Capponi,
resista pertinacemente ai tentativi che mirano ad accrescervi la
diffusione del sapere; e come gli Atto Vannucci fioriscano in un
ambiente, che insieme riesce così contrario alla* vegetazion dell'al-
fabeto. Ma ciò non istoglie punto l'artista dal chiedere affannosa-
mente, e senza mai mostrare alcuna esitanza, che di Toscana, o
da Firenze, debbano a furia farai uscire legioni intiere di maestri
elementari, i quali si spargano a educar tutta l'Italia; egli vuole
alle Alpi un apostolo qualunque della pronuncia e della frase fio-
réntiua, laddove l'Europa dice, che l' Italia politica e pensante
debba piuttosto far calare gli Alpigiani nel circondario di Firenze,
a diffondervi la lingua della penna. Ned è certo illegittimo un
qualche sgomento che il fenomeno di questa nuova esaltazione del-
l' Arte desta per sé stessa in molti pensatori italiani. Prima si
aveva (e dura ancora per molti) l'ideale della tersità classica;
ora sorge l'ideale della tersità popolana; ma è sempre idolatria;
lo scrivere correttamente rimane sempre, malgrado la vantata
sicurezza delle contrarie norme, una cosa che sa di miracolo, una
cosa da perigliarvi la vita; e gli scrittori utili ma non-artisti, che
sono o dovrebbero essere i più, e quindi i più decisivi in ordine
all'uso nazionale, trascorrono, per naturale reazione, all'eccesso
opposto, e ribellandosi legittimamente a una religione che sco-
munica, cioè dà del barbaro, a chi non fa miracoli, trascendono
a vantarsi di non avere culto alcuno e di barbarizzare. Prima,
quando lo scrittore timorato aveva la &talità d'imbattersi in una
idea, 0 meglio di rasentare una di quelle regioni ideali, che il
pensiero italiano o il pensiero dei classici non aveva ancora cono-
sciuto, e doveva perciò usare una qualche parola che non fosse
nella Cnisca e tradisse un qualche nuovo fenomeno della civiltà uni-
:,Goo»^lc
versale, egli la accompagnava del famoso 'come dicono', che aigni-
Scava: come direbbero quegli esseri compassioneToli che sanno
pello che io non so, o hanno un'idea per la quale a me manca la
parola. Oggi , il nuovo ideale Buona all' incontro : scrivere e par-
lare per modo, che nel nostro discorso il Fiorentino non possa tro- ^
var mai nulla che sia disforme dalla sua domestica favella; evitare
che il Fiorentino (il quale, del resto, lasciato a sé medesimo, rinun-
zia ben facilmente all'enorme autorità di cui lo vorrebbero inve-
stito) possa mai ridere della nostra imitazione imperfetta. Perciò
tentare, con quel maggiore sforzo che alla nazione sia dato, di venir
presto a taU condizioni, che da ogni terra itahana possa nascere
spontanea una novella o una comedìa in pretta favella fiorentina.
L'Arte, che crede aver pronta una forma squisita, non può di
certo aspettare, che la progredita coltura rifaccia la nazione, e
poi surga un teatro, non veneziano, o piemontese o fiorentino , ma
di lingua parlata che sia propriamente italiana; vuoldNa comedia
prima della nazione; intende il linguaggio, non come una cute che
sia il portato dell'intiero organismo della vita nazionale, ma come
una nuova manica da infilare (modo veneto questo, per avventura,
e io non avrei diritto di chiederne venia). L'ideale del classicismo
dì certo non si attagliava al concetto della vera unità nazionale;
ma a questo non ripugna meno, od anzi gli ripugna ben di più, il
nuovo ideale del popótanesimo, a cagione d'el principio idolatrico a
cui si è venuto informando. E se & vero, come anzi ci mostrano di
contìnuo, che nelle regioni dell'Arte corra un legame, più ancora
stretto che non sia altrove, ira il pensiero e la forma, l'arte me-
desima non avrà forse gran fatto a rallegrarsi di questa infinita
brama di fiorellini, placidamente raccolti ealVc^uola nativa, che ora
vorrebbe dire l'unica ajuola fiorentina. Non mai, per avventura,
l'Arte si sarebbe messa in maggiore antitesi con quella virile civiltà
a cui pur ritaUa virilmente aspira; né mai si sarebbe più fatal-
mente scambiato, sotto le apparenze di serbar poro il carattere
nazionale-, quel di poetico o di terso che la lunga immobilità dei
secoli può conferirci, col genuino e sempre nuovo suggello che i
popoli robusti imprimono e nella sostanza e nella forma di quella
;vGoo»^lc
parte che a loro spetta nel comune lavoro delle genti civili. Ma
sìa comunque, non pud a noi parere, per le ra^oni qni addotte o
accennate, che il fiorentinismo giovi in alcun modo all'intento di
rinnovare od allargare l'attività mentale della nazione, ma deve anzi
parerci che addirittura vi controperi; non potremo credere cosi di
leggieri che egli giovi a atremare la soverchia preoccupazione della
forma, ma deve anzi parerci che vie più l'accresca; e ci parrebbe
finalmente un miracolo, se dei mali, che direttamente vuol curare,
egli non riusciese a liberarci a quel modo, che i dazj esagerati
soglion iar del contrabbando.
Ma delle condizioni e delle tendenze, che qui ei sono rapidiuuente
ricordate, tanto più si doveva e si deve rùeutire il movimento od
il progre^o di ciascun ramo di studj , quanto il suo subietto meno
perdoni una lunga e regolata ostinazione del lavoro di molti, e
meno insieme si dilunghi dalle sfere in cui l'Arte dispiega l' opera
sua. Quind^le discipline istorìche, e le filologiche in ispecie, se ne
risentirono molto di più che non le matematiche o le fisiche; il che
già non vuol dire, che non d sieno avuti in ogni tempo, e quindi
ai abbiano pur nel presente, e da ogni parte dell'Italia, uomini
cod insigni nella filologia e nella storia, che tutta Europa c'invidii;
ma vuol dire, secondo che più sopra si è ripetutamente indicato,
che in questo gruppo di studj il numero dei buoni seguaci si è
dovuto fare più scarso 6he mai, e di rimbalzo più che mai aletta
la serie de'maestrì. Onde si spiega, come ancora si possa sentire,
e sentir lodata, una moltitudine di scrittori, che in fondo vengono
a dirci, dover la pura italianità (pura a modo loro), rassegnata
ormai a non più entrarci nel giro delle scienze esaite, che è dei co-
smopoliti, padroneggiar lei, con rinovellata energia, tutto quanto
il resto; il qual resto poi, al far dei conti, sembra determinarsi
per loro in tal modo, che fra il compasso e la cetra, fra il micro-
scopio e l'Arte, non ci sia pressoché nulla di sodo e positivo, o solo
dei ruderi più o men frammentarj , dei materiali che si ribellano
a ogni studio sicuro o fecondo, intomo ai quali sudano, ed anche
di soverchio, degli eruditi più o meno miopi , non benedetti d'altra
speranza che non sia quella di render forse più iacìle al mero buon
;vGoo»^lc
senso, ed all'arte, il ridurre un giorno io pillole letterarie, classi-
che o popolane, la conoscenza dell' antichità' o d'altre cose simili,
sia dove ne possa importare agli illuminati. Non mancarono mai,
per vero, voci imparziali, maschie e paesane, e toscane in ispecie,
che si alzassero tratto tratto a dire, come quei poveri miopi , ben
lungi dal muoversi all' infuori del campo che è delle scienze, spa-
ziano serenamente in questo e lo estendono, e si avanzano con
metodi nuovi e sicuri, e ormai sono autori di un'intiera catena
di nuove discipline dell'esperimento, possessori di un nuovo ed in-
aspettato tesoro di vigorose teorìe, dimostratori assidui della conti-
nuità assoluta dello scibile iutiero e anzi demolitori di ogni barriera
che separi l'arte dalla scienza. Non mancò mai, di certo, chi ban-
disse fra noi, con autorità veramente nazionale, che quanto sono
meno traducibili in numero e misura qae} subietti , intomo ai quali
si eeercitan praticamente le costoro discipline, quanto perciò è più
squisito , nell' ordine mentale , l' organo metodico pel quale le loro
sperienze procedono, quanto più esse contribuiscono a diffondere
l'abitudine della dimostrazione positiva e scientifica anche al di là,
del regno delle cifre e delle linee, quanto più sia ancora facile e
solito che il profano s' illuda e presuma ed aberri in ordine alle
cose sulle quali esse versano, e tanto maggiormente, prescindendo
dall'utilità intrinseca del sapere, esse giovino a rattemprare il pen-
siero nazionale e a procacciargli una sua propria e particolar de-
terminazione ed importanza nel movimento oniversale degli stndj e
della civiltà. Ma le splendide difese, avvalorate da splendidi esempj,
non potevano di leggieri bastare, non che a vincere, pare ad attu-
tire quelle contrarie tendenze che in parte qui si ebbe la temerità
di additare; e nella nobilissima gara per la palma del sapere iste-
rico, l'Italia ha perduto fra le nazioni il posto glorioso che a lei
spettava.
Pure, se può sembrar tuttora utile o doveroso il parlar con
animo aperto di simili contrasti, sarebbe affatto contrario al vero
lo sconoscere, che l'assiduità di coloro, che cald^^^ano le severe
discipline storiche, cresce cosi visibilmente come scema la forza del-
l'opposizione che incontra. La stessa mobilità di alcuni fautori più
;vGoo»^lc
XXSIV PROEMIO.
0 meoo infedeli, ci ha giovato; poiché le contraddizioiiì in cui "essi
caddero, circa i bisogni e i progressi degli etadj storici in Italia,
dovettero Quii sembrare dei sonnambuli, i quali, all'indomani di
Solferino o di Sadova , sì mettono a gridare , che le artiglierie di
Francesco Sforza sono assolutamente cose antiquate, ma altri due
giorni dopo affermano, che l'energia italiana non si può e non si
deve spiegare se non nell'ambiente ove campeggino il Qid e Ba-
bieca. Più di un argomento accessorio, mamotto usato, dei nostri
oppositori, si è inoltre venuto spuntando fra le loro mani. Qnando
essi pure ammettevano che la scienza boreaie avesse del buono , e
qualche spruzzo di quella barbarie potesse tornarci opportuno (nel
che parevano malamente riprodurre un moderno e sagace geografo
cinese, il governatore Lin, il quale, ricorrendo assai largamente
alla scienza europea, dice ai snoi connazionali, come per farsi per-
donare il peccato, che bisr^na pur prendere qualche cognizione di
quel sapere , 'che ha egli forse resi saperiori i barbari , sotto il
rispetto militare'), si mostravano però sempre sgomenti del fatale
ossequio, che potesse oggi invalere per tatto ciò che sapeva di tede-
sco. Ora, quanti italiani aieno venuti a lavorare sul campo degli
studj ai quali qui si allude, hanno sempre tutti mostrato tutta
qnella indipendenza e tntta quella originalità, che la sana mente
consentisse. Il fatcUe ossequio si riduce veramente a questo , che
s'invidia ai Tedeschi, non già un ingégno privilegiato, non già una
dottrina che in ogni parte sodisfaccia, ma quel felicissimo com-
plesso di condizioni, mercè il quale nessuna forza rimane inope-
rosa e nessuna va sprecata , perchè tutti lavorano , e ognuno pro-
fitta del lavoro dì tutti, e nessuno perde il tempo a rifar male ciò
che è già fatto e fatto bene. S' invidia la densità- meravigliosa del
sapere, per la quale è assicurato, a ogni funzione intellettuale e
civile, un numeroso stuolo di abilissimi operaj ; si che solo il cospicuo
merito potendo aver fiducia di andar segnalato , l' interesse viene
a confondersi, in una spinta medesima, con to zelo del vero e del
buono, e ogni lavoratore valendo dì regola più che non richiegga
r ufficio che gli può essere assegnato, contribuisce in mirabil modo
a quella esuberanza di pensiero e di coesione, onde si ha la ragion
;vGoo»^lc
PROEMIO. XXXV
sufficiente di ogni prodigio che in para e in guerra eia da coloro
operato. S'invidiano così le prediepoBizioni generali, che rendono in-
finitamente efficace l'azione degli uomini grandi, e portano a quella
oltrepotenza legittima, che non s'è peranco tutta mostrata, e cui
d doloroso vedere come uomini iusigoì non cessino fra noi di cmi-
trapporre o un epigramma o un sillogismo. Che se quelle condizioni
sono piA specialmente invidiate dai cultori delle scienze storiche,
eli' è tuttavolta un'invidia che non si scompagna mai dalla spe-
ranza e dalla fede di poter raggiungere, emulare, e anche superare
in parte, quandochessia, la. gente che ne è fatta segno; laddove
gli antagonisti, proclamando, per ultima ragione, che la nostra -
gioventù non possa reggere al lavoro quanto può la gioventù stra-
niera, proclamano implicitamente la inferiorità indefettibile della
nostra patria, e vana e precaria larva la sua indipendenza civile.
Ma la gioventù italiana smentisce valorosamente l'oltraggioso sap*
posto, e attinge ormai, allp nuove o rinnovate fonti del sapere isto-
rìco, con un'assiduità ostinata e geniale, che supera le più ardite
espettazioni.
Ai numerosi frutti o tentativi, pei quali il lieto rivolgimento già
si manifesta alla pubblica luce, viene ora ad a^ungersi V Archi'-
vio glottologico iialiano , opera collettiva e periodica, la cui princi-
pai mira sarà di promuovere l' esplorazione scientifica dei dialetti
italìaoi ancora superstiti , sia col raccoglierne materiali genuini e
nuovi, sia col dar mano ad illustrarli * Intorno ai quali dialetti ben
* Oli stndj glottologici ebbero ed hanno ajati di ogni maniera da non
pochi periodici letterati italiani, tra i qiutlì vanno specialmento ricordati:
il Folittcnìco di Cattaneo e poi di Brioschi ; la Sivùla Europea ed il Crt-
puMcolo di Tenca; YAnhivio Storico di Viensaeni; la Sivitta Orientale e
la teoai^ Bimila Europea del De GnbematÌB. Pare ì'ATttologia di Fìrenie
accenna a volersene occnpare in modo efficace, e la Bivitla Sicula fa, anche
per questa parto, ottima piova. Nà ai dimenticano te benemerenie del Pro-
pugnatore, e di più altre collezioni, in iapecie academiche, dell'alta e. della
bassa Italia. Alcuni anni or Bono, il Severinl si preparava a nna pubbli-
cazione periodica per lo stadio dei dialetti italiani-, e prima dì lui, al con-
cesso di Siena, aveva proposto un'impresa consimilo il prof. Corallini,
che poi si ani col prof. Ocmnia e Zandonella a fondare a Verona la Eivi-
ala fiiologico-ietieraria, larga anch' ossa di bvori par gli studj glottologici,
;vGoo»^lc
XXXTI PROEMIO.
furono già spese, massime Ira noi, non poche e assai nobili cure;
e io sporo che l'Archivio, fedele in ciò al primo B^fgio che ora se
e Ift prinu di Bimìl fotta che sttecclkiase in Italia. Avrà ora un' emula aasai
poierosa nella Biviita di filologia e d' istruzione claettoa, diretta dal pro-
fessori torinesi MiiUer e Pezzi. Mentre scrivo queste righe, si annunzia poi
da Roma una Sivìtta di filologia romanza, diretta da L. Manzoni, £. Mo-
naci ed E. Sl«nge), d'indole affine alla Romania, che esce a Parigi, aatto
la direiione di quei valorosi romaoologi che son F. Meyer e O. Paris. E
più d'ona collezione tedesca, di simil genere, ebbe ormai contributi ita-
liani; fra le quali mi limiterò a nominare il Jahrhtoh fìit romanieche und
englitehe Literatur, cobÌ sagacemente dirotto dal Lemcke. Anzi, per
' quanto la GO«a possa apparire strana, io non so astenermi di qui avvertire,
come sia deplorevole, che in questo pur cosi rallegrante risveglio della
scuola italiana, il favore per la filologia classica sìa ben lungi dall'ugua-
gliare il favor che sì concede agli etudj glottologici di ogni maniera. Par
qnaù, che questi debbano reagire contro di quella, o trasformarla da capo
a fondo; laddove, come ognuno dovrebbe facilmente vedere, si tratta di
due gruppi d'importanti discipline, a&tto diversi tra di loro, comunque
abondino i vicendevoli contatti e quindi le occasioni che l'uno giovi all'altro.
Nulla può spiacele maggiormente ai Berj ed onesti cultori degli stadj glot-
tologici, e nulla può giovar meno al prosperamento di questi, che l'alteri-
gia con cui certi loro amici si mettono a trattare la filologìa vera e propria
e tutto ciò che par sapere di vecchio. Oli studj classici, cUa tendono a riit-
vigoiire e ingentilire il nostro pensiero per virtù di quei modelli in cui la
foraa e la venustà del concepire e del dire hanno toccato un' alteaza che né
prima né poi si è mai raggiunta, ben possono avere particolari sussidj dai
moderni progressi della Bcienza e ben possono esser diretti con intenti vìa
vìa più rasionali e robusti. Ma da molti ai esagera in Ringoiar modo l' im-
portanza di quei snssidj, e sì traduce in modo più ancora singolare il giusto
proposito di accrescer l' utilità civile dello studio degli antichi. Di certo,
un buon insegnamento di anatomia ci vuole anche nelle academie dì belle
arti, ma il Laocoonte e l'Apollo di Belvedere domandano altri interpreti
che non sia il settore. Né io mi permetterei di toccar di simili cose, se non
mi paresse, che non sia sempre il mero zelo per gli stndj nnovi che faccia
andar negletta la vera filologia. Se, per esempio, noi troviamo facilmente
dei professori di ogni più peregrina materia, e all'incontro non riusciamo
più a trovare un professor di latino, dovremo noi credere che ciò dipenda
amcamente dalle esnberanti attrattive che hanno per noi le peregrine
cose? 0 non c'entra, in qualche parte, la facilità con cui riusciamo a bril'
lare, e presumiamo di valere, mettendoci per le vie nuove, laddove ci oc-
correrebbero ben maggiori fatiche e ben maggior valore per segnalarci in
quelle discipline che ci slam dati a credere più modeste? I giovani, e coloro
che ci reggono, devono andar persuasi, che ci vuol più senno, e più studio.
;vGoo»^lc
DO vede, non abbia mai a dimenticare o a negligere nessono di quei
l'alorosi, la cui opera ha preceduto la nostra. Ma, dall'nn canto,
la quantità del materiale sin qui raccolto , Bi per le fasi dialettali
che ancora durano e A per quelle che hanno loro precorso, deve
dirsi molto scarsa e povera, ove si consideri la infinita qnantft&
che ancora ne giace negletta; e dall'altro, il metodo scientìfico ha
ancora gran bisogno che sia aumentato il numero de' suoi proseliti,
com' egli medesimo ha ancora bisogno di perfezionarsi e progre-
dire. L' età dell' ind^ine fantastica è per vero omai superata anche
in Italia, malgi'ado gli strascidii inevitabili che ancora la ricor-
dano; ma nel periodo dell'indagine metodica, pia o meno sicura,
che a lei è succeduto, si ò non poche volte dovuto vedere, che alla
molta dottrina dei ricercatori mancassero appunto quegli ingre-
dienti che più ci volevano; e causa di nuove aberrazioni si è an-
cora fatta quella che potrebbe dirsi Vamiieione storicp., risorta
con sembianze mutate, e meglio conformi a ragione, ma tuttavolta
fallaci , la quale ora si manifesta specialmente per questo doppio
modo: causare il latino, quando si cerca l'intima ragione delle voci
0 delle forme romanze, per rappiccar queste direttamente alle ri-
mote fonti dell'Asia ariana, oppure ad una o più d'una &vella
dell'antica Italia, che sia o s'imaginì disforme, o almeno affatto
divellente, dalla lingua che ci sta dinanzi nella letteratura di
Roma. Qnanto alla prima maniera, che si risolve nell' indomania ,
è probabile che lo scrittore di queste linee , pel quale il Banscrito
è il pane quotidiano vero e proprio , possa apparirne un contrad-
dittore bastantemente imparziale. Ora egli di certo non intende
n^are, a priori, che nei nostri vernacoli si possan dare delle
voci, per la cui dichiarazione sia necessario, o ragionevole, il ri-
correre immediatamente all'antico esemplare asiatico del sistema
ariano. Sarebber voci, di cui risultasse perduto l'archetipo pro-
priamente italico, opphr greco, oppor celtico, e via dicendo, al
pi;r riuscire a scriver bene noa raezen pagina di latioo, che non a palleg-
giare, sia pur correttamente, il solito numero dì notiziuole glottologiche,
utìliftBÌnie a tutti senza dubbio, ma tali che iu un pajo di Bcmcetri ognuno
»e ne può fornire.
;vGoo»^lc
quale andrebbero altrimenti raccostate. Ma bisognerebbe imprima,
con un'arte che cesserà per arrentora di star ira, le impossibili,
ma impossibile è ancora, aver bene appurato a qnal preciso filone
etnologico le tocì in questione veramente spettino ; poiché essen-
dc^, come ognuno pad ormai conoscere, ben disformi tra dì loro i
varj rìfleesi che dell' tuiica paiola primitÌTa si riverberano nelle
diverse favelle della famiglia ìndo-europea, e pur nelle diverse fasi
di una favella medesima, manca altrimenti ogni eicuro criterio sul
modo di confrontare o di raddnrre queUe singole voci ad antiche
f<nme ariane dell' Asia. Poi , il vocabolario sanscrito è lo speglio
pericoloso di una letteratura tre volte millennare; e civnole nn'o-
pera, non punto facile, di epurazione e di ricostruzione, per otte-
nerne forme dì tal natura, che ci conaentano ragionevoli confronti
con le europee ; forme, vale a dire, che rappresentino, con evidenza
scientifica,. il perìodo od ì perìodi dell'unità delle genti ariane. La
verità pratica è finalmente, che l'ìndagator severo ha per ora, e
avrà per molto tempo, troppo dì meglio da &re e da scoprire,
perchè gli avanzi tempo o voglia dì avventurarsi, comunque vi si
possa trovare preparato, all'improbo mestiere delle soluzioni ipo-
tetiche, le quali in sé contengano, alla lor volta, dei problemi ima-
ginarj. Quanto all'altra maniera, che sì risolve net paradosso di
voler che la base italica della parola romanza sia affatto rimota
dal latino dei soliti lessici e delle solite grammatiche, basterà che
si tocchi dei meno arrischiati snoi fautori ; i quali , mentre esage-
rano e frantendono le importanti verità che si vengono 'scoprendo
circa le diversità simultanee, o successive, che la evoluzione storica
della parola latina ha seco portato, non sembrano accorgersi del
&tto cardinale , per la cui virtù riesce appunto , fra tant' altro ,
molta parte delle accennate scoperte , e consiste nei saldissimi e
diretti rapporti che la scienza ha ormai stabilito e sempre meglio
rassoda, per ogni' lato dell'organismo gloBaico, &a il latino dei
soliti lessici 0 delle solite grammatiche e ciascuna dì quelle diverse
&Telle che diciamo romanze o neo-latine. Il migliore argomento
pel quale raffermiamo e dimostriamo i fenomeni specifici del vdgar
latino, precursore immediato delle favelle romanze, sta appunto
;vGoo»^lc
PROEUIO. XXXIX
nelle divergenze, che la scienza perspicuamente avverte e comprova
nell'antico fondo, frammezzo al ragguaglio continuo e sicuro del
«latino classico co' suoi succedanei neo-latini. Chi eia affetto dì co-
desto pregiudizio della molta distanza fondamentale fra la base*
delle lìngue romanze e il latino delle lettere romane , pensi , pef
dir dì un fatto solo, a darsi raf^one, obbedendo a' suoi supposti ,
della fedeltà, gii da noi ricordata con diverso intento in questi
st«Bsì fogli (p. vi), per la quale un numero infinito dì favelle neo-
lutine dà ub riflesso diverso della vocale classica, secondo che questa
vocale fosse lunga o breve ; e se U meditare, intomo a questo unico
fatto non basta a convertirlo, egli ei dia ad'altri studj. Una ten-
denza , tutt' altro che irraziosale , ma non poco inopportuna , sì
avverte poi anche fra coloro che studiano nei nostri dialetti col
miglior metodo, e in ispecie fra i giovani; la qnaJe è di limitare
soverchiamente l'indagine, o di ostinarla intomo a sii^ole e mi-
nnte di£Scolt&, che oggi pajono insuperabili, e potranno andarsene
risolte , come da sé medesime , per virtù di pia larghe e ben più
importanti conquiste. A tale tendenza va in parte ascrìtto il man-
carci tuttora i primi contorni di una vera topografia dialettale
della pemsola e delle r^oni circostanti, e quindi ancora il non
essersi bastevolmente potuti riconoscere, pure fra i glottologi e
gli etnografi di professione , il valore e le attrattive dell' ampia
tela istorica per la quale ei trasforma e ei travolge la parola di
Roma. Scoprire, scernere e definire, s larghi ma sicuri tratti, gii
idiomi e quindi i popoli , che ben soggiacquero a quella potente
parola, ma sempre reagendo sopra di lei con ma^iore o minor
forza, per guisa che ciascuno di loro la rifrangesse in diversa ma-
niera, e rivivesse, in qualche modo, sotto spoglie romane; rifar la
storia di queste nuove persone latine, esplorarne la genesi, gì' in-
crociamenti e le propaggini; risalir così dall'una parte, ai fonda-
menti ante-romani, e scendere, dall'i^tra, in sino a ricomporre e
corr^gere la cronaca di quelle età, che possiamo ancora dir-mo-
derae; raccogliere, in questo largo e cauto lavoro, tesori infiniti
per r istoria generale del linguaggio ; ecco ciò che può sin d' ora ,
e deve volere, la dialettologia romanza in generale e l'italian in
;vGoo»^lc
ispecie. Ma se a tali concetti si ispireranno coloro , che danno a
questi studj la miglior parte delle loro forze, non è chi non Te^a
come sia interminabile la serie dei laTorì più circoscrìtti , che de- *
Tono costantemente accompagnare e seguire l'opera chi s'industria
ìbtomo a rìcostruzionì di tal natura. Quindi l'Archivio non prepara
a quelli men liete accoglienze che a queste, e ei rallegrerà di ogni
contributo, per modesto che sia, quando consti di cose nuove ed
accertate. Né i monumenti letterarj , che abbiano qualche impor-
tanza per la storia, della parola italiana, gli potranno essere meno
graditi della nuda suppellettile di voci, di forme, di locuzioni,
di motti. Ciò che V Archivio deve affatto escludere, è solo quella
specie di lavori, nei quali si sbizzarrisce intomo a sistemi o a me-
todi nuovi, non perchè le cose ormai dimostrate non abbiano potuto
convertire coloro che li compongono, ma solo perchè questi si sien
voluti sottrarre alla efficacia di quelle *. Raccomandare inoltre, ai
collaboratori àeW Archivio, quella sobrìetà nelle comparazioni dì
<^ni specie, senza la qnale una siffatta sene di lavori si rìsolve-
rebbe per buona parte in una reiterazione contìnua, appar cosa
affatto superflua, poiché è troppo naturale ed evidente, che non
* Neasano ignora, dove abbia principal mento a cercare le cose dimoatrale
chiunque etudii dì glottologEa romansa. Sono le opere imperiture di quel
grande Maestro a cui si portano in omaggio i presenti fogli, e io questi
ni citano al modo che segue: Diiz I> ecc. (= Grammatik der romanigchen
tpracken iìon Friedrich Diez, volvune primo, edizione terza; ecc.), I>i£Z
IcBB, {= Elytnologiachea viorterhuch der romanischen ìpracken von Friedrich
Dica; tre edizioni). I seguaci del Diez sono ormai ben numerosi, e in
Francia e in Germania e in Italia. Il prof. Ugo Angelo Canello ha nella
Rivitta Europea del De Gubematie un bel lavoro: Il prof. Federigo Diti
e la filologia romanta nel noètro tecolo ; e il prof. R. Fornacisri ci diede
un' utile Qrammalica alorica della lingua italiana, eitratta e compendiata
dalla grammatica romana Hi Federico Diez (Loeacher, 1872). Ma due sono
gì' insignì continnatori del Diez che nel presente volume ci accadrà pii
frequentemente consaltare; l'uno dei quali poagiam vantare italiano , il
UuBBAFiA, l'altro lo SCHDCBABD^; 6 Bono qnindi citati anche abbrevia-
tamente, nel modo che segue: 'Schuch. vok.' (= Der vokatismua dee vai-
gdrlateim von Hugo Scbuchardt, 3 voi.); 'Hussaf. rcndic.', che significa,
trattaiflì di lavoro che il Mussafia abbia inserito nei liendioonti dell' Acadc-
mia di Vienna (Classe filosofico-ietorica) , ai volumi e alle pagine dei quali
rendiconti rimandan le due cifre cbe accompngnano la citazione.
:vGoo»^lc
Ti si debba addurre al confronto ee non ciò che torni di mt'op^r-
tunità veramente specifica. Né occorre ricordare con molte parole,
quali sieno, sulle generali, le aspirazioni legittime di ogni indagine
italiana. Tenere, dall'una parte, dì quella lucidezza, di quella sa-
pienza nell' economia e nella struttura del lavoro scientifico , per
le quali sono co^ grandi maestri i fìrancera; ma piegar, dall'altra,
queste virtù, sin dove occorre, a tutti quegli spedienti, senza i
quali è troppo difficile, e molte volte impossibile, cons^^r la den-
sità e la potenza del lavoro tedesco.
Uà se V Archivio vuol principalmente dedicarsi a sviscerare la
storia dei Caletti italiani ancora superstiti, non perd egli si asterrà
dall' accogliere speciali studj anche sulle varie lingue dell'antica
Italia e pur sulle estranee che alla loro immediata illustrazione
possan giovare. Né trascurerà quegli idiomi stranieri che sono
ancora parlati da popolazioni italiane , e avrà confini ancora pift
indeterminati per le notizie bibliografiche ch'egli si propone di
ammannire. Dalla latitudine del campo , non dovrà però mai deri-
vare alcuna bizzarra mescolanza nella disposizione dei frutti che si
riesca a raccogliervi , od alcun ostacolo alla loro migliore e mag-
gior difihsione. Cod, a cagion d'esempio, si formerà prossimamente
tm volarne , dedicato per intiero a studj celtici (nel quale saranno
contenute tutte le glosse ibemicke del Codice Ambrosiano); e il
solerte editore ha già dal canto suo annunziato, che ciascun volu-
me, e anzi ciascun fitscicolo dell' JrcAmo, sarà posto in vendita
anche separatamente.
Rimane, per ora, che mi sia concesso ringraziare, dal vivo del-
l'animo, i valorosi amici che hanno voluto venir meco in questa
impresa. Che se altri io qui lascio di nominarne, per non turbar la
loro bella modestia, ed altri per non offender quella che io dovrei
avere, nessun riguardo pud trattenermi dal rendere particolari gra-
zie a Giovanni Flechia, il quale, veramente, avrebbe egli dovuto
parlare in questo luogo, siccome colui, che, a tacer di altre sue
preminenze, è il vero e l'acclamato antesignano di quanti siamo
a stadiare i dialetti dell'Italia.
D,qit,zeabvG00»^lc
TKASCRIZIONI
E ALTRI ADDITAMENTI ELEMENTARI.
Ardoo ossanto, masaime trattandosi d'indagini dialettali, questo
delle tratoriiioni, che ò del rendere i singoli suoni per sìngole let-
tere, con accorgimenti sicuri, perspicui, e consentanei iaaieme, sin
dove ai può, alle ragioni naturali e storiche della parola. Le difficoltà
teòriche ai accumutan colle pratiche, e la coerenza ha dei rigori, che
ripugnano all'opportunità e persino alla chiarezza. Non parlo delle
insuperabili indecisioni che ci causano quelle ortograHe, di cui non
ci è dato conoscere con sicnrezza a quali pronuncio rispondessero o
rispondano. Ma ae t'ò chi crede, che quando ci siamo rassegnati,
in simili casi, a dare all'avvertito lettore la mera riprodnzione dei
fonU, nel resto nessun vincolo di tradizione o nessun altro riguardo
ci abhia a trattenere dalla inesorabile applicazione delle norme teo-
riche, egli forse non si è mai provato a osservare questa legge in un
largo lavoro intorno a favelle moderne, che abbiano consuetudini or-
tografiche ferme ed antiche. E ormai si aggiunge anche l'indampo
della molta varietà dei sistemi di trascrizione, che furono proposti
ed usati; varietà ohe in qualche parte dipende dalla discordia nei
prìncipj, ma assai piti dalla diversità degli spedienti grafici che si
8on voluti o dovuti adottare. L'autore di questo pnmo volume àel-
V Archivio si è studiato di conseguire tutta quella sicurezza che le
circostanze comportavano; e se è ricorso a qualche nuovo accorgi-
mento, non l'ha fatto senza dispiacere e senza che gli fosse parso o
riuscito necessario di farlo; come, d'altronde, se non adotta o pro-
pone certe squisitezze di cui non impugna la convenienza nell'ordine
;vGoo»^lc
TBASCRIZIONI. XLIU
ttiorico, egli spera che ciò proTenga da legittimi riguardi e aon debba
già impatarai all' avere egli negato sufficiente atteozìone ai continuati
studj e alle ingegnose proposte dei dotti investigatori di questa ma-
teria, tra i quali spetta al Lepsius un posto cosi insigne, che tutti
in fondo riusciamo segnaci suoi. E osa insieme credere, che gli altri
dialettologi italiani possano acconciarsi al sistema che in questi fogli
ai segue e ora sì verrà brevemente esponendo; senza però dimenticare,
che ntteriori distinzioni occorrerà probabilmente innestarvi, a mano
a mano che la esplorazione si estenda; i quali ampliamenti, ricono-
sciuti che fossero necessatj davvero ed opportuni, si annicohierebbero
poi, colla debita perspicuità, nelle nuove tavole di trascrizione che
i venturi Tolumi potranno portar seco.
Por cid che riguarda le vocali, la nostra indagine d inietto! oglca
ba molte e sue particolari esigenze; ed ecco imprima la figura, Jn
cai si contiene, e ha insieme la piena sua ragione, il sistema qui
seguito.
u — u - fi fi i
La dichiarazione di questa figura torna così agevole, che in molta
parte pnO parere superflua. Abbiamo dunque:
1. a; Va italiano. ' 7. t4, lo schietto u italiano.
'■i. d, suono intermedio fra il pre- 8. ù, suono intermedio fra quello
cedente e 1' che precede e 1'
3. n, che 6 l'o aperto italiano. 9. ù, che è l' u milanese o fran-
4. 0, un o che sta fra il precedente cese.
e r 10. ji, tramezzafrailpreoedenteel'
5. p.cheà l'o chiuso dell'italiano. 11. t *.
6. ù, uno cosi chiuso, chepuddirsi 12. é, partecipamoltopib dell'i che
un u largo. non dell'e.
• Per la acala: ti, w
a valle, si veggano le pag. 881-3.
;vGoo»^lc
XLIV TBA3CR1Z10N1.
13. ^,an'e dÌB^ota, ma piti chiusa lar frequenza Dell'inglese*;
dell' e le succede 1'
14. e, che è l'è chiusa italiana. SI. ce, che è, prasciudendo dalli
15. e, un'e fra la precedente e 1' quantità, l'eu francese dì
Ì6. g, che à Ve aperta italiana. peur, laddove 1'
17-19. ce ad, tre stadj, che dall'e 23. 5, prescindendo ancora dalla
aperta italiana ci condacono quantità, è l'eu francese di
prossimi all' a. peu, che è piti chiuso, ovvero
Sottol'eaperta(f,]6),eìa piti inoltrato verso Vii, che
flancoaireindifferente(e,16), non siali precedente ",
si spicca r 23. u, è di base piti aperta che non
20, e, la cosi detta vocale indìttin- l'tì (8), al quale ata come
ta, specie d'e volgente all'O Vù (0) all'u (7).
(22), che si ode con partico-
Le sei vocali che portano ì numeri 21-23 8-10 {ai 0 ù ù H lì), s
formano nella nostra figura una serie continua, son quelle che piti
particolarmente soglion dirsi turbate o miste.
Vocale nasaliszala è quella che si proferisce mentre è aperto il
canale del naso. Cosi è un a nasalizzato il suono che udiamo per
prima sillaba del francese entrer {atre); e le vocali nasalizzate si
scrivono: a S ecc.
La vocale lunga si segna col sovrapporvi una lineetta orizson-
tale: à a 6 ecc.
L'unico accento qui adoperato è l'acuto {d à), ed ha la vera e
sola funzione che a questo accento spetti-, segna cioè quella sillaba
0 vocale, che la voce fa spiccare maggiormente. Ma potrebbe tornare
opportuno, anche per qualche vernacolo moderno, pur t'accento cir-
confiesso; data cioè una vocale accentata, che dopo il risalto importato
dall'acuto, continuasse a risonare senza quello spicco. L' accento im-
plica, in questo caso, la lunghezza della vocale che lo porta [à,6, ecc.).
Passando alle consonanti, a nessuno riesce nuovo oggidì, come
le ripartizioni che provengono dal diverso punto della bocca in cui
le consonanti sono formate (gutturali, dentali ecc.), s'incrocino oon
* L'abbiamo in iepecie, tonica ed àtcna, a pag. 303 e segg.
** I due esempj francesi sono del Lepsina. Nel corso di questo volume si
manifesta qualche incertezza tra l'uso dell'ce e quello dell'o; ma noe è mai
un'incoerenza da cai posaa derivare alcuna oscurità.
;vGoo»^lc
TRASCRIZIONI. XLV
altra ri^arU2Ì0QÌ, che dipendono dal modo in oui esce il fiato nel pro-
ferirle. Si possono, per ({aasto capo, diridere le oonaonanti in tre ca-
tegoria: 1. la esplosive o momentanee [p, b, t, ecc.]; 2. le fricative o
continue {f, r, s, ecc.); 3. le nasali (n ecc.); - e le consonaatt delle pri-
me dne categorie ammettono poi la suddiTÌsione in «orde (p, t, f, eoe.)
e sonore [b, d, v, ecc.). Gli esempj che frapponemmo, conren^ono
forse, in questo Inogo, piti che ogni tantatÌTO di ulteriori determi-
nazioni fisiologiche circa le tra categoria. Uà il lavoro, ohe per noi
Timane, a ottener la serie compiute e a stabilirne una ragionevole
trascrìtione, ò man facile ciie forse a prima vista non paja. Facciamo
ora di disìmpagnarcene, nel piti brave e pratico modo, che dai sani
prìncipj sia consentito.
Incominciando dalla serie o dall'ordine «ha suol dirsi delle gut-
turali, ne abbiamo la esploliva sorda nel e dell'ìtal. arca, e la
esplosiva sonora nel ff dell'ìtal. porga. La continua sorda manca alla
comune favella italiana; e sarebbe lo cA tedesco di lachen (ridere) o
lo ;( dal greco moderno. Occorre perd questo suono anche fra gl'Ita-
liani; e qui basti ricordare il a fiorentino fra vocali (la carne), che
l appunto la contìnua sorda che cerchiamo, da noi trascritta per A.
Ma la teoria domanda anche la corrispondente continua sonora, vale
a dire un suono ohe stia a %, coBl coma v at& a f. Questo suono s'ha
p. e. nella sillabe y> e 70 del greco moderno, e ricorra anche in piti
dialetti dell' Italia meridionale. Noi lo trascriviamo par j'. Della nasale
dell'ordine, finalmente, ci occorrono due diverse gradazioni; l'una
diremmo il n velare, ohe è il n qua! si ode faùlmente, in ogni lin-
gua, quando precade a suono gutturale {rango ecc.), e noi trascri-
TÌamoper m; l'altra, piti profonda, che diremmo n f ano ale, ed è per
es. il n torinese (di cadéna e simili), che ei potrebbe trascrivere per n '.
Passiamo all'ordine che suol dirsi dalla palatine. Esplosive pala-
* Questa distinzione non è atata introdotta nel preaaite volnme.- B inoltre
Ti bì trorerà &tta alla conauetndine italiana una concesiioiifl che è per ora
infttitabìle, a coosiite nello tcriTere cht chi ghé ghi, par e gntt + «, ecc. Non
li pad domandare al lettore italiano chs ce gt gli valgano che glie; ma d'al-
Iroade giova, per evitare ogni incertezza, che si segni il suono palatino in
h ij» ecc. (p (s. géner).
;vGoo»^lc
XLVI TRASCRIZIONI.
Une, vere e proprie, son quelle che occorrono frtt i Ladiai Della con-
tinuazione delle antiche formolo etimologiche' ca e oa., e da noi sodo
trascritte per !? e ^. La loro pronuncia (a tacer delle vere degene-
razioni, che Bono a ior luogo mostrate) varia pib o meno da regione
a regione; ma si puO descrivere con sofflciente sicarezza dicendo,
ohe 'e, vale a dire la torda, riesca intermedia fra la combinasione
j^' e il e ital. di selce, e 'ff, la sonora, analogamente intermedia fra'
la combinazione gj (cioè il g ital. di ghe, seguito dalla continua^') el
U g ital. di porge. Altre eiplotive palatine ci saranno poi, appuatoi
il e ital. di télae, che rendiamo per c\ a\\ g ital. dì porge, che ren-i
diamo per ^ *. Di continue sorde non ao che l'Italia ne abbia peri
quest'ordine. Continua sonora palatina è lo j italiano digerì. Asem-:
plioe nasal palatina si accosta poi grandemente quel prodotto dì ttj
che l'italiano faap. e. in cignere {° 'cinjere, p. S2 a. ,cfr. p. 86-7n.), e
noi trascrìviamo per »**. Analogamente si potrebbe desiderare, per
r unificazione di Ij, un l con sopra la 'tilde*.
Arriviamo alle linguali. Di linguale, sei senso dei suoni indiani
che si ottengono colla punta della lingua ravvolta all' indietro, non
avremmo in sino ad ora se non un solo elemento abbastanza accer- 1
tato, ed è quella specie di d [dd) a cui può ridursi nelle nostre ìsole,
e pura in parte del continente meridionale, un II di fase anteriore'
(p. e. marteddu martello) ***.- Ma linguali, o palato-linguali, chia-'
miamo ancora (altri le direbbero palato-dentali), le continue ohe on
seguono: 1. /, il suono Iniziale dell'italiano scemo o del francese che-
vai, che ò una continua sorda;- 2, s, altra continua sorda, che sta
fra la precedente e la sibilante Italiana di sono;- 3. i, il suono iai-
ziale del francese jamaia, ohe è il correlativo sonoro dì «.- Nellt
* É nota la disputa, dilla quale si deve qni prescindere, intomo all'es-
sere o non essere suoni semplici, i anoni italiani che qui si fanno passare
per t»plosÌo9 patatine,
** Il poro segno del n palatino (ti) rimana cosi pel semplioe n di angelo ecc.
*** Lo Spjlmo {Ortogr. sarda, I 17) afferma, che questo d, da lui chit>nial<i
palatino, occorra anche preceduto da m {cumandu). Dato che ciO sia, ts os-
sale gli si farà probabiimeate omorganica, e) da averne per es..- cumàndu
mùndu ecc.
;vGoo»^lc
TBiSCBlZIONI. XLVII
proDDnoia florentioB, il e e il g, ai quali preceda vocale e «usaegua
e od t, si occoataao di molto a / e 2 *.
Dneconftnue dell' ordine delle iDierdeotali ci occorreranno abon-
dantements in questo primo saggio; Tana' iarda a l'altra sonora.
Nell'inglese hanno entrambe noo stesao rappresentante [th)\ e nel
greco modenio, vai S per la sorda, S per la sonora. Noi ne addot-
tammo gli equivalenti ialandeai: p, d, siccome quelli ohe dal lato
grafico si prestavano meglio.
Quanto alle dentali vere e propria (od alveolari), t ne èVetplo-
tiva tcrda, e d la sonora. La continua sorda ne è la sibilante ita-
liana di sonOt orso, mosso. La continua sonora ne à la sibilante ita-
liana di rosa, raso, oppur Io x francese, ohe noi trascriviamo per i;'
ed anche lo z italiano di sera eco. , comunque, in ispecie nel toscano,
questo X di zero ecc. a molti voglia parere un suono composto {d*k).
Si sentono gradazioni infinite tra la contìnua clie ò in rasa (riika) e
qnella di cui si disputa se non sia piuttosto d^i\ come si sentono
gradazioni infinite fra la continua sorda che d in orso e lo 2 di giu-
stixia, che ò veramente nna sorda composta (ts). E in ordine a questo
continue è tornato opportuno di far qualche concessione, all'uso e
all'etimologìa. Così, per la sonora, quando altro non è che « lat. fra
vocali, come appunto in rosa, scrìviamo s e non i; e s ugualmente
scrìviamo per la sarda, quando è iniziale 0 attigua ad altra conso-
nante (sono, otte orso). Anche per la sorda fra vocali, quando risponde
alla sorda della comune lettura italiana, ohe d quanto dire a si (essere),
serbiamo l'ortografia letteraria, che è inoltre sanamente etimologica.
Ma quando la sorda vernacola , o la sonora vernacola , hanno altra
radice etimologica, in ispecie quando rispondono a e e ^ di fase an-
teriore, l'amor dell' evidenza , e anche l' opportunità di scemerà certa
* Coti si manifesta, in modo breve e chiaro, la stratta parentela che è, nel-
l'ordinu etimologico, fra / e ^ e le eiplwive palatine. Tutti inoltre sanno, come
1 powa corriepoDilera Utoricamenta aj, a corno j rasenti l't, ohe anche ai
dice vocal palatina. Ora noi incontreremo dei cui (cfr. p. 147 segg.), io cui
ri risentono ugnali efiètti da ciascun suono della serie che segue: S ^ i ij
(» T) i; e qnesta serie l'abbiamo allora comprata, per non saper far meglio,
Eotto la denominazione di snonl palatini » palatili.
;vGoo»^lc
XLVlll TKASCBIZIONI.
gradazioni (a tacer della necessità assolata d'uno spooial segno por la
aonora iniiiale o finale), ci portano a trascriveFe la sorda per p, e la
sonora per z. Così: piagér; pidze; me plap; iéner genero, ^éner ce-
nere *. Anche adoperiamo p e i per rappresentar» isolatamente queste
due continue.
I suoni che restano (labiali; labiodentali; r, {), non ci domandana
alcun particolare aTverdmento , e raccoglieremo senza pib il nostro
sistema di consonanti, solo ancora premettendo questa dichiarazione
tecnica: ohe una qualsiasi consonante è denominata, nel
nostro discorso, scritto o mentale, per un monosillabo
mascolino, il ijuale consta della consonante stessa, sds-
seguita da na a breve. Scrìviamo quindi: un p. Io s, un >,ecc,,
intendendo che si legga: an pa, lo «eia, un sa, ecc.
MOHEnTÀIIKB ClINTlIKra
Ontturali : e (oa).
PalmiMi ■c.à.
Unguali:
Interdentali : — --
Dentali : *.
•à.s-
d.
d.
b.
n, n-
», [SJ.
m.
S.
a, il.
. (orso), (.
j.yi.
d.
-i-(ro»a),i;i.
Labiali: j>.
LUI»
V.
Chiudiamo con alcuni additamenti elementari, che in parte sono
dichiarazioni pib o meno necessarie di particolari spedienti o termini
ohe qui si sono adottala, e in parte avvertimenti che facilmente eì
accompagnano con quelle dichiarazioni, e forse non saranno ngual-
mente superflui per tutti i lettori.
L'indagine storica intorno ai singoli elementi fonetici, ricbiede che
si distingua di continuo la particolar posizione che ciascun d'osai oc-
* Quello modo é costante, in tatta le trsscrizioni nostre pregne, per b
sorda; per la eonora, è costante nel § 5.
;vGoo»^lc
ADDITAHENTI ELEMENTARI. SLIX
cupa Della parola; polche altra può esaera la sorte di una vocale, o
di ana consonante, secondo che sia iniziale, mediana, o finale. Cosi,
a camion d'esempio, l'è latina, pur Don accentata, non si perde Del
Trancese, quando sia iniziale; e all'incontro vi si perde di continuo
Ve latina fuori dì accento, che riesca finale. Il t latino, che sempre
rimane incolume, pur nel provenzale o nel francese, quando è Ini-
ziale, è all'incontro regolarmente ridotto a d, o dileguato, nella com-
binaEione mediana che si ha p. e. in satudar prov. , e saluer frano.
Ora, queste diverse posture dei saoni, isolatamente citati, qui si
enunciano, senza spendere parole, col munir gVinittali di una lineetta
orizzontale a dirìtta.(p. e.: t-); i finali, o uscenti, di una a sinistra
(p. e.: -f); e i nìediani, di una per parte (p. e.: -t-) *.
Questa trìplice distinzione ancora però non ci porterebbe se non a
scernimenti imperfettissimi. Così è certamente vero che il t passando
in d, o dileguandosi, in saludar o saluer, subisce dei danni che non
soffrirebbe mai se fosse iniziale; ma & vero insieme che il t latino,
se pur mediano, resta intatta nei tipi francesi mortel e sauter. Gli
i che la base 'salutare' ha 11 t mediano fra vocali, laddove le
basi 'mortale-' e 'saltare' hanno il t mediano fra consonante e
vocale. É questo un esempio elementare dell'importanza, che ha,
nella storia del aingoio suono, la qualità dei suoni attigui; e
un altro, concernente la storia dell'e, ne avemmo già nel proemio
(p. zziii-iv). Ora, atfche molta parte di simiti circostanze dei suoni,
può assai facilmente essere tradotta in comodissime formolo. Cosi :
't- è uo t mediano fra vocali; 'P & un ( mediano fra con-
sonante e vocale; 't ò un f finale preceduto da conso-
Ma l'influenza d'un suono sull'altro, si esercita anche a distanza.
In un plurale com'è ffloritisi, allato al singolare glorióio (vedi per
es. pag^. 425-7), non abbiamo alcuna irregolarità od alcun artiflclo;
ma abbiamo 1'^ latJno cbe nella determinata fase dialettale sì riduce
* Funzione a&tto dìverBa ha la lineetta cbe ai aggiunge ai temi nominali
[ijono-, menu-, ecc.). Segna le basì latine, classicha o volgari, a cui rlTen-
gono le voci romanis addotte allo studio.
;vGoo»^lc
L ADDITAMENTI ELEMENTARI,
regolarmente ad u, per effetto dell'i che è all'uscita, laddove resta ó
nel singolare, perchè la vocal finale è diversa dall'i. E la regola si
può enunciare a qnesto modo:
u = ò...-i,
che significa: qui si ottiene u dall'o lungo in accento, dato l'i finale.
Si pnò così avere un'alterazione come transitoria del euono
intemo di un dato tema nominale o verbale. E un altro caso di alte-
razione transitoria può aversi per l'effetto che il suono iniziala di
una parola eserciti sul finale di quella che precede, oppure per quello
che il finale della precedente eserciti sull' iniziale di quella cbe sus-
segua. Il secondo caso, frequentissimo, come ognun sa, negli idiomi
celtici, e non estraneo pure all'Italia Superiore, si avverte, ta modo
assai notevole, nei dialetti sardi; per es. : tot hóis i buoi, tinu óe un
bove. Le affezioni cbe i suoni subiscono per entro alla singola parola,
si possono cosi, in qualche parte, comunicare al complesso fonetico,
ohe due diverse parole vengono a formare per la loro contiguità nel
discorso. Di un terzo, e ben pih frequente caso di alterazione transi-
toria, che si collega in vario modo col primo, sarA fra poco ritoccato.
'Intanto fermiamoci a. notare, che se nel frane, savter, addotto di
sopra, il t rimane intatto perchè è preceduto, nella sua base, da
altra consonante (saltare), questa conservazione è nn effetto che so-
pravvive alla sua causa, poiché saiUtr oggi ha (veramente un ( fra
vocali. E se U napoletano ha aàrd&te al plurale e órdene al singo-
lare (pag. 425-6 in n.), egli serba nella priifla forma, per fenomeoo
congenere di quello che prima avemmo in gloriùsi allato a glorióm,
l'effetto dell't finale, che nella fase odierna di quel dialetto pib non
si distingue dall'e del singolare; e quindi ha un va Aa.ti, o vogliam
dire una specie dì alterazione, che è anch'essa l'efibtto di una causa
ormai smarrita. Ancora citiamo il frane, étre, che ha un t aggiun-
tizio, voluto, qual termine conciliatore, dalla combinazione etimolo'
gìca s'a {es're; estre dell'ani, frane), cosi come il d è voluto dalla
combinazione n*r (gen're gendre). Ma l' antico estre ha poi dovute
lasciar tacere il suo s (cfr. pdtre pastre, pàstor; ecc.); e l'intrasìone
del t resta ancora l'effetto di una causa obliterata.
;vGoo»^lc
ADDITAMEKTI ElEHENTABl. LI
Èlre o etlre hanno danqae la loro ragione in es're, cioà in ana
figura fonetica, che rappresenta nna fase anteriore al fran-
cese dei piti antichi saggi letterarj; non però ancora la fase'ro-*
m&DB, ma come la fase fondamentale della lingua francese.
Questo «l're, che non ricorra in alcun monumento, o a mala pena si
pad emire da qualche forma composta, si ricostruisce per rifare
con evidenza la storia del vocabolo; e le forme ricostrutte si sogliono
distìiignere per nn asterisco i*es're). La base latina kordeo-, per dare
na altro facile esempio, non dà immediatamente il nostro orìo; ma
è prima avvenuto, come suol di continuo avvenire, che Ve, fuori
dì accento e nell'iato, si riducesse ad t, e poi quest't si facesse j:
bordeo- 'hórdio 'hordjo orio. Le figure intermedie, o ricostrutte,
noa avrebbero del resto, come ognun vede, alcnn valore scientifico, se
non riposassero sopra serie di analogie, per ogni pib minuta parte
convenienti e sicure *.
Ma 'euere non si sarebbe contratto ad *esre, ae l'è mediana fosse
sUta accontata; come l'e di hnrdeo ha dovuto esaere fuori di ac-
cento [f. d'acc), od essere atona come noi diciamo, per ridurai
all'i di "hordioj né, d'altra parte, alcun dialetto avrebbe avuto ge-
nmiti, per influsso dell' -i, se non fosse stato il caso di un u accen-
tato o tdnico. Ecco effetti dell' assenia o della presenea dell'ac-
cento, ecco un minuto saggio dell'infinita importansa dell'accento
nell'istoria naturale della parola. Tatti ormai sanno del resto, almeno
iodigroaso, come U vocale accentata ci offra, nelle evoluzioni della
parola romana (alle quali il nostro discorso ora pih particolarmente
!i applica), una atorta intieramente distinta da qnella della vocale
elle è fuori d' accento ** ', e in questo stesso proemio gi& sen ebbe qual-
che prova (pag. v), né si tarda a riparlarne. Qui intanto notiamo,
che, non di rado, e particole e pronomi ci mostran soggetta la loro
• Cosi *Mrdio sta a hordeo-, come olio a oleo-j e 'hordjo- a hàr-
àv), come fóljo (= foglio) a folio-. Finalmente, oi'io a *hi>rdjo, come nKÌio
** L» quantità della divergeota tra formola tonica e fbrmola itoaa, si può
farà grandissima. Cosi , in una etesea fase dialettale, lev- in accento dà Uit>-,
fuori d'accento d& alo (p. 2S1 n ); e, ancora in una stessa fase, reric- , col-
''accento sulla seconda, dà arcuiti-, e tutto fuori d'accento: arfs- (p, 223 D.)-
;vGoo»^lc
Ltl ADDITAHENTI ELEHENTAKI.
voca]e alle a&zioni dell' atonia, per la ragione clie vengono a dipen-
dere dall'accento della parola successiva, ossia riescono in proclisi
•{v. pi. 105 eco.); e avvertiamo ancora, come vada considerata, per la
sorte delle vocali àtone nella singola parola, la particolar postura
che esse tengano rispetto alla tonica; se, vale a dire, la precedano
oppur la seguano, nel primo dei quali casi la diciamo protóuiche,
nel secondo: postòniche; nò vada inoltre trascurata la misura della
distanza che le separa dall'accento, sia nel precederlo, sia nel se-
guirlo. Ma noi avremo frequenti occasioni di vedere, che pur la sorte
delle consonanti possa dipendere dall' accento che signoreggia la pa-
rola; e così troveremo, a cagion d'esempio, ohe, in una certa fase
dialettale (p. 513), dato le combinazioni latine CL fl ecc. in meno
alla parola e preoedute da vocale, esse perdano la loro esplosiva se
sono postòniche, e la conservino se protòuiche. La qual regola
si tradurrebbe nella formola seguente :
l " ^'cL- ^'pL- ecc.
ci ecc. = 'cL-' ecc. *,
Circa la vocale accentata, va naturalmente considerato, se nell'ar-
chetipo ella sia lunga o breve, in posizione o fuor di posi-
zione. Abbiamo così veduto di sopra, che l'it. suòno (spagn. suéno]
abbia Vito perchè ai tratta di un o breve accentato latino (ó), lad-
dove colóre ha un o scempio e chiuso (p), perchè si tratta dì un o
lungo accentato latino (é). Ma nella posizione, l'italiano non può
mai avere il dittongo per Vó latino, laddove Io spagnuolo, per dire
di lui solo, il può {fuérte ecc.). Nella posizione, del resto, può
ancora scernersi la vocale che per propria sua natura fosse
lunga (v. p. 34-6, ecc.), o sin da' tempi romani assumesse un suono
chiuso (locchè torna qualitativamente al medesimo); e non è punto
un capriccio del linguaggio se noi diciamo, con apparente incoerenza,
giusto (justo-) e forca (furca), oppure spendere e vendere. E parec-
chie distinzioni vanno ormai o andranno fatte circa la diversa qaa-
litft della posizione che v'ebbe o dura nelle varie fasi evolutive
* È comodo il rendere in mBjuscole, o niajuscolette, le cornili □axioni o gli
elementi dalla lìngua fondamentale, da cai si ripete la ragione del feaomeuo
:vGoo»^lc
ADDITAHENTI ELEHENTIBI. LUI
deUa Doatra parola. La vocale tornea che è kliaamante oella poai-
tio dfibìlls, e in ispecìe nella posizione per ^-t-r {cio£; consonante
esplosiva cui aussegoe r), si ridette assai facilmente, negli idiomi-
romanii, per modo non diverso da quella della tonica fuor di posi-
zione. Kagioni particolari avviene poi di acernere fra le diverse posi-
zioni che surgono a mano a mano nelle nostre basi (p. e. : odo oculo;
palja palea; spat'la spatnla), e fra le diverse posizioni spente o
non pib sentite (p. e. pò j)udxpost, ud^'-^'oclji; cfr. p. 453-4 ecc.).
Qaaaì superfluo, del resto, avvertire, che procedendo nell'indagine
con le norme gìA assodate, questa si miglioran di continuo, a di con-
tinuo ci portano alla scoverta di nuove norme, diversamente attive e
nello spazio e nel tempo. E la sete della ragion delle cose si fa tanto
pib intensa, quanto è maggiore e piti mirabile laquantità delle ragioni
scoverte. L'anomalia, o l'eccezione, son fantasmi del raziocinio', e
veramente ai riducono a problemi storici, che la scienza odierna vieit
rapidamente risolvendo, per poi affrontare nuftve serie di piti ardui
problenai, che scaturiscono dalle sue risoluzioni slesse. Nessun feno-
meno, pertanto, si sottrae all'avidità infinita dell'osservatore; e an-
che i fatti negativi si traducono, per la sua tenacità, in affermazioni
continue. Non si d ancora potuto trovare alcun idioma romanzo che
distingua, ne' suoi riflessi, tra Va breve e Va lungo delle basi latine; .
ma se pur si abbia a trovarlo, d ormai provalo, che, in questa vocale,
la differenza tra lunga e breve era mea perspicua, sul labbro del
popolo romano, che non nelle altre quattro. Il francese si separa da
una lunga serie di parlari alpini e cisalpini, che hanno con lui una
attenenza strettissima, per ciò ch'egli mandi sossopra i riflessi dell'd
lungo e del breve, che pur da quegli affinisaimi idiomi sempre si man-
tengono distinti. Questo pure si può considerare come un fatto nega-
tivo; ma entra in quella serie di fenomeni, pei quali si afferma, che
la quantità della reazione esercitata dagli strati aborigeni sulla so-
vrapposizione romana, sia stata piti gagliarda, pib sconvolgente,
nella region francese, che nos fosse in altre regioni, dove pur non
era diversa la qualità dell'elemento ante-romano che reagiva. Il fatto
negativo, di cui parliamo, si risolve, del resto, veduto pili d'appresso,
in un fenomeno di alterazione terziaria. Si tratta veramente,
;vGoo»^lc
LIV ADDITAHENTI ELESIENl'ABl.
che l'o lango mostri gli atessi B7iluppi dal brave, e oosìin ispecie
si-continui par eu, ohe è il legittimo dittongo di qaesto. L'antico b
ha iDaprima colA perduto il suo carattere specifico, e cadde poi a con- j
foudersì nell'analogia dell' i}. Di alterazioni terziarie così ne |
incontreremo in varj idiomi romansi, e servon sempre di misura- i
toro etnologico, perchè tanto pita abondaao, quanto à minore la j
qnantitA del succhio latino. Itla di solito soa più regolari, che non
la francese di cui si discorreva, poichd gpp^ono come alterazioni
normali d' una normale alterazione piti antica. Un u latino, p. e. , di
normalmente 6 in molti idiomi romanzi; il quale o secondario *
darebbe poi, nei casi a cui alludiamo, per questa ohe dicesi altera-
zione terziaria, lo stesso sviluppo, cioè lo stesso dittongo {ud p. e.),
che dft il primario.
Chi ha poi bisogno che ancora si ripeta, come l'indagioe rigorosa
non ai fermi alle apparenEe, e trovi di continuo che sotto la ugualità
superflciale si celino Seglì screzj o pur diversità assolute, laddove
pnò aversi medesimezza intrinseca sotto aspetti stranamente vaij t Di
coincidenze fortuite, e di piti o men gravi divergenze tra
i riflessi dell'identica base, deve il glottologo parlare ad ogni
tratto. GmÌ, se vogliamo chiudere con qualche esempio che ricorre
nelle pagine qui offerte agli studiosi , noi troveremo (p. 180} che voci,
per 'voce', di una data fase dialettale, sia una molto grave altera-
zione della parola latina che vi pare esattamente riprodotta. Il fran-
cese peitidre, e il pènder delle varietà alto-bellunesi (num. 189) , aoae
bene entrambi il riflesso normale e legittimo di 'pingere*; ma la fase
immediatamente anteriore è pénfre péin're pel francese (cfr. p. 92 n.) '
e pénier alle Alpi venete. Se inoltre alt' 'amanza' il francese dice |
mattreate e ilfriulano madresse, non percift può riconoscersi alcuna
affinità radicale fra questi due vocaboli, poichà il primo riviene a
*tnagislriita, ed il secondo ad 'amatrijia. All'iacontro è dimostrato,
con sicurezza matematica, che tlalg e chiodi o chtùvi, sien l'identica
parola (p. 357).
* Com'è EeeoudarÌD un o che "fien da u, così, se Togliamo un esempio
dall'ordina delle conaonaoti, è secondario nn d che vìane da t.
;vGoo»^lc
Dioici Pag. m
Proxhio > V
Tkabcbizioni » xLn
Altbi addit&uenti xuaaxntst > xlviu
Saggi i^dihi, di 0. (. Ascoli > l-^ST
Cenno preliminare. .' * i
Capo L § 1. QrìgionL — Esordio » 4
A. SopraaeWa ■ Q
B. SottoseWa ■ II3
C. Bogadina > IQL
1. AJU-Engadina > 1S4
li. Bassa- Ragadi □» e Val Monastero . . > 236
D. Appendice > 34t
§ Z. Ladino e Lombardo. — Esordio > 2id
A. Territoij nei quali conflaiacono la favella la-
dina e la lombarda:
1. Valle Aniaica, Intra ecc > S52
S. Cantoo Ticino: Val Maggia, Val Va»
zaica, Valla LeTèntioa, Valle di Ble-
nio, Lugano » SS7
3. Valle Mesolcioa > 269
4. Valle Bregaglia > 272
5. Val PoBchiavo > 280
6. Valle di LiTigDO » 285
B. Di qualche varietà intermedia e dai carat-
teri di apeciala afSnità fra il grappo
ladino e il lombardo;
I. Valli di Bormio » 286
II, 1^. Connaasioiii partioolari fra ladino a
lombardo . , > 393
II, 7. Dialetti delle antiche letteratura dal-
l'Alta Italia (cfr. §5, C, 1) ...» 306
IH, 1. Gindicàrie > 312
m, 2. Comnnanze anticha a comunanze mo-
derne » 315
;vGoo»^lc
SOMMARIO.
§ 3. Sezione centrate della zona ladina .... Pag
A. Varietà ladine tridentìno-occidentali :
Ewrdio .... 1 *
I. Val di Sole »
li. Val di Rumo »
IH. Val di Non . . >
B. Grappo trideulioo-orientale ed alto-beUnneee;
Esordio e caratterìaticbe >
I. Val Cembra >
11. Va] di Fiamme '. >
III. Val di Fa«a
IV. Bacino della Oadera >
V. Valle della Gai-dena »
VI. Livinallungo *
VII. Rocca d'Agordo ..,....>
Vili, Ampezzo *
IX. Oltrechiusa >
X. Comelico >
o il ladino cen-
§ 4. Ladino e Veneto. — Esordio i
A.Territorj nei quali confluiscono la fkfellB la-
dina a la Tonata;
1. Val Fioreutiua >
S. Agordiuo centrale e meridionale. . i
3. Val di Zoldo >
4. Cadore centrale i
B. La taira fanna Tonata, considerata in iepecie
ne' suoi rapporti colla sezione centrale
della zona ladina :
I. Dal Sar^ al Gismon i
5. Feltro e^ Belluno ■
3. Fra l'alto Bacchiglions e l'alta Livenza i
4. Padova è Verona, antiche e moderne i
6. Appendice : Istria teueta e Qnamero i
C. Antichi BaggidialettalideirestuarioTeoeziano:
1. Venezia antica, e ancora delle antiche
letterature dialettali dell'Italia Su-
pariora
5. Lido Maggiore (1313-13) . . .
S 5. Terrìtotj friulani. -- Esordio
Friuli, Trieste (18S8), Mnggìa . .
Nota finale
Indici, giunte e correzioni
;vGoo»^lc
SAGGI LADINI.
CENNO PRELIMINARE.
Comprendo sotto la denomionr-ioDe generica di favella ladina, o
dialetti ladini, quella serie d'idiomi romanzi, stretti fra di loro per
vincoli di affinità peculiare, la quale, seguendo la curva delle Alpi,
va dalle sorgenti del Reno^anteriore in sino al mare Adriatico; e
chiamo sana ladina il territorio da questi idiomi occupato '. La serie
si pu6 dividere opportunamente ia tre sezioni, e sono: 1.* la sezione
occidentale, che si compone di tutti i dialetti romanzi de'Grigioni,
dagl'italiani in fuori; 2.* la centrale, che abbraccia le varietà ladine
trìdeniino-occidentali e il gruppo ladino tridentino-orieniale ed alto-
bellunete; « 3.' la orientale o friulana; intorno a ciascuna delle quali
si avranno ulteriori notizie in fronte alle rispettive sezioni degli spogli
fonetici. La continuità della zona ladina pib non sussiste, avendola
rotta, io pib d'un punto, il soverchiare della favella tedesca da set-
tentrione e d' altri dialetti romanzi da mezzodì ; ma le interruzioni
sou tuttavia molto pib scarse che non si soglia crederò dagli studiosi.
Anche all'estremo lembo orientale dovremo per avventura ricono-
scere qualche frapponimento veneto e pure slavo (1, § 5); e di certo
il terreno è da secoli disputato, al dt qua delle Alpi Gamiche e delle
Giulie, tra la favella degli Slavi e quella dei Ladini. Ma la zona
ladina non ha solo perduto la piena sua continuità. Il difetto di gran-
dezza politica e di splendide lettere, il quale, dall' un canto, rende
pib importante, nell'ordine etnologico e storico, la consonanza dei
dialetti che ci accingiamo a studiare, siccome quella che non si pud
ascrivere, in quasi veruna parte, ad influssi civili che sien posteriori
■ Cfr. ir, § 2, ia f.
Archivio glottol. iul-, I. 1
;vGoo»^lc
3 Ascoli, Saggi latitai.
alla conquista romana, lasciava, dall'altro, facilmente aperto il ter-
ritorio ladino alle inrasioni delle attigua favelle, che spettavano a
genti per civiltÀ o per numero piti poderose. I confini di questo per-
ciò ei vanno, da secoli, sempre piU restringendo; e alle gravi perdita
che la favella ladina subisce per la prevalenza degli altri dialetti
romanzi o dei germanici che la ricingono, non si può contrapporre
se non r esiguo risarcimento di ciò cb'essa rapidamente guadagna
o riguadagna, nelle ultime generazioni, ad oriente, sopra la favella
degli Slavi. Qual fosse la primiera o maggiore estensione della Eona
ladina, è da noi indagato a suo luogo (TI, a); Ì bqoì limiti odierni,
e le sue attuali Bnddivìsioni, appariscono intanto a colpo d'occhio
dalla Carta che qui sì annette.
La unità romana si rifrange in mirabile guisa anche per entro a
un eingoio dialetto ladino; e le divergenze tra le singole varietà la-
dine non sono di poco momento pur nelle fasi piti genuine che a noi
sta dato esaminarne. Ma alle differenze ingenite, e ai naturali sviluppi
di esse, ormai si aggiunge, a rendere tra di loro vie piti disformi
le condizioni dei varj dialetti ladini, la diversa quantità o qualità
dì alterazione che per l'influsso di estranee favelle essi hanno pa-
tito, nella sintassi, nel lessico, nella tempra fonetica. Le varietà
pifa spiccate, nelle quali il patrimonio ladino piti integralmente sì
conserva, sono nei Origioni; ma, a tacer della larga immisaione di
vocaboli germanici, noi vediamo, appunto colà, snaturarsi, in rag-
gnardevol parte, la costruzione, la frase; si che si adoperi materia
romana con ispirito tedesco. E tuttavolta, colà ancora, circola in
qualche varietà meridionale tal vita latina, che meravìglia e inna-
mora. In altri gruppi avremo delle varietà che si possono dire nel*
l'ultimo stadio di quella metamorfosi per cui da favella ladina pas-
sano in altra favella romanza; cosi che non è facile un criterio che
separi questi esemplari evanescenti da quei dialetti, o lombardi, o
veneti, in coi restano vestigia, pih o meno sporadiche, di favella
ladina; e la presenza di queste vestigia non ò poi sempre facile di-
scemere da quella comunanza od afiSnità di fenomeni che derivi da
attiguità geneUca, anziché da riversamenti di età posteriori (I, §§ 2, 4),
Illustrare la genesi, descrivere l'istoria, le alterazioni, le esterne
attinenze dei parlari ladini, sarebbe compito per gran parte nuovo,
e nobile ed arduo; ned io presumo, coi saggi che ora offro, di ba-
starci pur mezzanamente, anche per quei capi intorno ai quali versa-
;vGoo»^lc
Conno prelimmArei 3
roQo meno scarse le mie indagini. Nondimeno, il problema fu da ma
tentato in ogni sua parte; e l'abondanza e la sicurezza dei fonti,
a l'esser prossime almne tra le mie fonti vive a inaridire per sem-
pre, si aggiunsero ad affidarmi che anche ai piti dotti potesse parere
non affatto Tane il mio lavoro. Il quale proviene veramente dalle
Esercitasioni romame, cbe io diressi, nella scuola a cui appartengo,
durante l'anno aoademico 1868-69, Varia ad ogni anno il soggetto
delle Esercitazioni, pur sempre rimanendosi nel campo romanzo;
B più volte si senti il desiderio di avere un modulo, ad nso della
scuola, che agevolasse 1 nuovi lavori e all'insegnante ed agli alunni.
I Saggi ladini dovevano essere questo breve modulo; ma essi a poco
a poco si sono allargati, e gli studj romanzi, ed altri congeneri,
vennero intanto prendendo nella nostra Acadamia uno sviloppo ohe
ognora cresce. Quindi l'idea di questo Archivio, che si potesse fare
organo comune di piti scuole, palestra pei giovani, e facile occasione
ai provetti di continuare ad essi i loro ammaestramenti ed esempj.
I Saggi ladini si dividono in sette capi: 1. Spogli fonetici. 2. Rias-
sunti fonetici. 3. Spogli morfologici. 4. Riassunti morfologici e Saggi
sintattici. 5. Appunti lessicali. 6. Appunti storici, 'crìtici, bibliogra-
fici. 7. Saggi letterarj.
;vGoo»^lc
Aacoli, Saggi ladini, I.
SPOaLI FONETICI.
§ 1. Griglonl.
Solo uua metìi, e Ecarsa per avventura, della popolazione de'GrigioDi
rimane ancora di schietta favella ladina. L'Almanacco elvetico pel 180S
suddivideva i 73,200 abitanti del cantone, nel modo che segue: di favella
tadcBca 26,500; di favella italiana 10,000; dì favella ladina 36,700 (Stal-
der). Secondo il Lessico geografi co-statisti co di Ritter (quarta ediiione),
la popolazione complessiva era nel 1838 di 84,506 abitanti, e nel 1850
di 89,840; e sarebbero, di lingua, per metà ladini, un terzo tedeschi e
un sesto italiani; di religione, per cinque ottavi protestanti e tre ottavi
cattolici. Similmente, gli attuali territori ladini occupano a un di presso
la melb dflUa superficie dal cantone, e sono tre, che si succedono, senza
che la continuità sia affatto interrotta da altre favelle, nella direzione
generale di ponente-levante; tutti e tre (se si eccettui quell'appendici;
austro- orientai e che è la valle di Uuuster) sul versante Eeltentriunale delle
Alpi, e distinti anche per cid da tutto il resto dell'attuale zona ladina,
che ne è al versante meridionale. Queste tre contrade ladine de'Qrigioni,
intorno alle quali seguono a'rispettivi luoghi informazioni più particolari,
u denomineranno, con ispecìale riguardo alla dialettologia; Sopraseloa,
Sottoselva, Engaditta. La prima, che parte dall'estremità occidentale del
cantone, e la terza che ne raggiunge l'estremità orientale, sono due gran
valli parallelle; e quella ei pud brevemente determinare per la Tatte del
Seno-anteriore, questa (sempre eccettuata l'appendice già detta, che à
nella regione dall'Adige), per la Valle dell'Inn, dalle sorgenti in sino alla
gola di Finstermunz. La contrada centrale, o trasversale, si dirà quel
sistema di valli in cui VAlbuldt gonfia del Ratio-d'-Obm'haì/isteiiit s'in-
contra col braccio settentrionale de! Reno-posCeriorB. E siccome tutte
le valli de'Grigioni per le quali scorrono acque del Reno, o sue tribu-
tarie, soglionsi comprendere sotto il nome di Obi:ì-land, cosi Sopraselva
e Sottoselva sono amendue oberlandesì, e quindi diciamo oberlandcse un
fenomeno glottologico ad esse due contrade comune, dove all'incontro
diciamo grigiore quello che sìa comune a tutte e tre. Del nome Enga-
dina à discorso al C. VI. I nomi di Sopra- e Sotto-seloa accennano ad
un bosco il quale separa tuttora i due rispettivi territorj glottologici. La
l'iva sinistra del Reno si alza considerevolmente da Tamìns (m. 634) per
Trius(m.9;^) a Flims (m. I IOS),per poi rabbassarsi, pres^ochiì d'altrettanto,
;vGoo»^lc
g 1. Grigioni: Esordio. 5
d& Ftims per Lai (m. 1023) a Ilatiz (m. 718), e la parte superiore di questo
rialzo, da Ftiina in hìho al fiume, & coperta da un bosco tuttora molto
esteso, che si dice la seha di Flirm ' ed è il confine di cui parliamo. Que-
sta notìzia, cbe pur la stupenda carta del Dufour non bastava a darmi, mi
Tiene dallo ScbiSLLIBattm, professore e bibliotecario nelU acoola cantonale
di Coirà, al quale mi à dolce tributare pubbliche grazie per la generosa
costanza con cui mi ha sempre ajutato e di libri e di dotte indicazioni, e
ancora H*é prestato a farmi Bjutare da altrui in quella lua ospitsiissiraa a
iuTidiabile contrada. Jaeieme con lui ringrazio il professore Bùhlxb, della
stessa Bcnola, cni devo tutti quei saggi grigioni che contraddistinguo per
BuHL. Allato alla quale abbreviatura ora ne dichiarerò delle altre, che
pure si riferiscono a sussidj pih o man generali per Io studio del ladino
de'Origioni: ns. (Funàamenti principali della lingua retica.o griggiona,
con le regole del declinare i nomi, e congiugare t verbi, all'uso di due
delle principalitalli della Ratia,c{oèdi Sopraseha e di Sorset [v.gl.B]...
coli' ag giunta d'un vocabolario ilaliano, e reto di due lingue romaneie.
Fatica del P. Flaminio Da Sale viceprefetto di:Ue missioni apostoliche
della lìeiia-parocode Disitis.'D\9eatìB,\72Q)\- Stalo, dial. (Die /andes-
iprachen der Schv>eii oder arhiceiierischn dialektologie mit hrilischen
iprachbemerhungen beleuchteL Ndbsl der gleichnissrede von dem verto-
renen sohne in alien schìpeitermundarten. Von Frani Joseph Stalder.
Aarau, 1819);- Car. (Taschen-wórterìntch der rhaeCoromanischen sprache
in Graubùnden, besonders der olierldnder und engadiner dialekt^ [qni
s'intende per Oberland, secondo la piit stretta accezione di questo nome,
la sola regione soprasi Ivana], nach dem obirldnd^r iitsammengestellt
und etymologisch geordmt oon Otto CAHiscn, prof, att d. cvangel. Aan-
lonsehvle; Coirà, 1S48);- Car. nachtr. (Appendice at detto libro, la quale
è comparsa con una intitolazione esterna che puà far credere a una seconda
edizione del vocabolario, non mai avutasi; Taschen^warterbuch der rhii-
toromanischen spr/iche in Graubùnden , vermehrl durch einen starken
nachlrag von Otto Cahiech; Coirà, ISóS); - Car. gr. (Grammatische for-
menlehre der deutschen und rh'itoromanisrhen sprache fiir die ramani-
scken schulen Graubùndens, nebst einer beilage ùber die rhdioromanisch^
grammatih im besondcrn und einige proben aus der dlles'en rhdlorom.
' Nel giuramento federale del 1424 comparirebbero anche TAramanno e
i Liberi di sopra la selva di Flims. La setlirna comunità della confederatio
p'ae ii'perius foedus nuncupatur è nell'elenco di Egidio Tscbudi (1538)
quella dei Liberi supra sijluam, nempe qui sunt in Laax, Siniss, et per
cireuitum istoruui loeorum-j e l'ottava é la comunità di F(ymM. Occorrono
poi Sopraselva e Sottoselva per significare politicamente le due eesioni
della Lega grigia (= superius foedus); cosi nella Sisloria Raetiea del
Vulpio (1700).- Vedine il C. VL
;vGoo»^lc
Ascoli, Saggi ladini, I.
proiauad poesie, con Otto CaBiscb; Coirà, 1852);- STXHa. (VoealUtmu
dw lateif%ùehen elementti in den wichHgtle» romanisehen ètialekten con
Grauèùftden und Tyrol, aufgeitelltundivr erlangung der doclorv)ùrde~
tinger eicht von Edmund STeMQEi.;BoDti&, 1868);- Schuch. lautw. (Huoo
ScHUCHABDT : Ueber einige falle bedingten lauticandeh im ckurwdlsclun,
habititalions-teìirift. . .; Qota, 1870);- mr. (Raccolta mie proprie, fatte
ani Inogo dal labbro degl' indigeni). — Altri lavori clie qui spettano lerrd
poi citando, a. mano a mano, per disteso.
Lo spoglio fonetico dei dialetti ladini parlati ne'Origioni sì riparte, m-
condo la principale diiieione accennata di sopra, in tra distinti orticoli:
A. Sopraselva; B. SottoseWa; C. Engadina; e si chiuda con una parUw-
lars Appendice. Ho appena biaogno di aggiungere, che qui, coma sempre,
le rubriche, per le quali lo spoglio è ordinato, rappresentano U favella a
cui 11 riflasao ladina rimonta, e quindi, di solito, la favella romana. La
«sploraiìone, anche fonologica, in quanto immediatamente conaidera il
periodo onte-letterario, è riservata al sesto capo.
A. SOPKASBLTA.
I confini di questo regione dialettologica coincidono per molta parte con
quelli del Cantone. A ctunpirli, courìenB Imprima tener conto dalla linea
di separaxioae, tra favella eoprasilvana a sottosilvana, gii, di sopra indi-
cata, per la qut^e la regione di Sopraselva si fa un pò piti corta che non
sia la Valle dal Reno-anterìore. Succede, alla riva destra del Reso, come
nna inonnaaziona tedesca, nella quale si comprendono: Veraam, Carrer»,
Valendaa, Inoghi di popolazione riformata; e da quel territorio, in sino
alla frontiera ticiueee, la regione soprasilvana à ricinta da due valli te-
desche: SoDien e Sancl-Peters-ihal. Al di Ik degli aspri monU che se-
gnano insieme i limiti suoi e quelli del cantone, abbiamo ancora favella
tedesca di continua, dal territorio ticinese in fuori. Ma il sottil filo sot-
tosilvano a settentrione e l'attiguità del territorio italiano a mezzodì,
«ppena bastano a togliere alla regione aoprasilvana il carattere d'un'isola
etnografica vera e proprio. Alla sua volta, fra llanz e Trons, esso contiene
un isolotto germanico, l'ameno distratto di Obersaxen; e sono cattolici
quei tedeschi, come à cattolica per la maggior parte la popolaiicme
ladina di Sopraselva.
Venendo poi a toccare delle varietà dialettali di questa regione ladina,
la principal distinzione ai fa solitamente qui dipendere da un criterio cu-
rioso, cba ricorda quello pel quale il caldeo vo distinto dal siriaco, ed é il
criterio confessionale, parlandosi di soprasilvano cattolico e di soprasil'
vano riformato. A sentire alcuni, e tra questi lo stesso Carìach (gr. 131), si
tratterebbe semplicamente di due diverse tcuole ortografiche; e dato questo
;vGoo»^lc
g I. Orìgioni; A. Sopraselva; Esordio. 7
limita, nulla più rimftrrebbd di «ingoiare. Ma il prospetto delle dÌTergenze
che il Carisoh modeaiiao ci offre (ib. 121-4), ne comprende alcune, cbe
certamente non possono passare tra le semplici discrepanze d'ortografla;
né potrb stare fra queste l'tu cattolico peLr[i]«u riformato che più sotto
registriamo ai nam. 21, 35 a 60 (cfr. II, 3), distintivo non considerato dal
Carisch, s di tatti par avvantora il piti fsrmo. Qualche diTersìlà reale
dunque intercede, comechè non gran fatto raggnardeTole ; « certo si dovrli
attribaire alla coiueidensa, più o meno estesa, dei limiti territoriali delle
dae confessioni coi limiti delle varietà dialettali; nà sbaglieremo stabi-
lendo che il toprasihatto riformato sia io fondo il dialetto d'ilanz (Oliout),
donde è datata la prefazione di Lncio Gabriel, traduttore riformato del
Nuoto Testamento; e il st^ratileano cattolico, all'incontro, sia in fondo
il dialetto di Disantìs (Muelér), che i quail la rocca di quel eattolicismo,
e ci d& i libri del De Sale e del Carigiet ', dai quali principalmente qui
si attinge la cognizione della varietà cattolica. Quella rabbia di divisione
che le discrepanze teologiche ispirano, deve tnttavolta avere accresciuto
per due modi, se io ben veggo, la differenza naturale dell'idioma. Dall'un
canto, se ai ondeggiava, per tutta la regione, fra due pronuocie diversa,
questa chiesa s'à messa a favorirne una, e quella a favorir 1* altra. Cosi
p. e. dell'e che si alterna con l'i ai num. 33,41,59 e 63 (cfr. mr.). Il Carisch
qoì si limita a dire, che il cattolico muti l't in e; ma la verità é, che
ì'e per > si sente, in un numero più o men grande di esemplari, anche
tra i riformati (t. hb.), i quali però, nei loro libri, danno, a buon dritto,
ferma preferenza all't ; laddove i libri cattolici par che si vengano, a mano
a mano, come esagerando nella predilezione dell'tf. Carigiet, che è del
resto un cattolico di buon acume, scrive, a mo* d'esempio, gli-emprem
(primo), détg (detto), scrett (scritto), qvetin (conto; in questo esemplare,
come tosto scorgiamo, c'è doppia squisitezza musterina), mrf((mnto); dove
il cattolico De Sale ( t7S9) ancora scriveva: t7 tmprttn, dig, scria, jwint
(v. nnm. 55), mitt. Dall'altro canto, l'uso ecclesiastico e letterario dì una
forma propria ai principali paesi di una data confessione, pud far si che
la affettino come propria, almeno nello scrivere, anche i corre) igionarj di
qne' paesi a cui naturalmente sia estranea. Porse per questa via si chia-
risce, coma avvenga, che due saggi della Vaile Lnngnezza, procacciatimi
dal Bùhler, scrìtto l'nno ià un giovane di Villa, l'altro da uno di Duvin,
' 'Cheu ei adina manigiau il luogatg della Part-snra della Cadi, a
iwar een Mnstér e Trun, scbegia bucca grad en tut, prii en general per
muater dil lungatg Ramontsch*. (Qui s'intenda sempre parlare del lin-
guaggio della Parte-superiore della Cadi (v. VI, a), e per modelli del 1ÌD-
gnaggio romancio, beochó non affatto in ogni parte, son presi in generale
Disentis e TrtHis.) Carioiet, nell'op. che si citerà di sopra, p. 12.
;vGoo»^lc
Aacolt, Saggi ladini, I.
il primo da'qoali paesi, cattolico, é alla riva eiaietra, l'altro, riformiLto,
alla dritta dal Olenner, entrambi a distanza uguale da tlanz, si distinguano
ead puro tra di loro pel criterio dell' tu (cattol.) a dell' [i\eu (rifornì.).
Ci più o di meglio iotoruo a questa relazione fra l'altare e !a lingua, ci
dieno i valorosi grammatici iodigeiii; « ci parlino d'altra varietà sopra-
■iNane che all' indagine istorica per avventura più iroportioo, coma sarebbe
qnella a cui spetta WalteUBburg (Uora la Poppa) a uà' ora e meizo a
occidente d'Ilanz (cfr. la a. ai num. 3 e 31); ma io ispecie vogliano darci
abondantì notizie dall'importante dialetto di Taoetsch (Sedrun; aU'ovoat
di Diaentìs), circa il quale non ritrovo nei libri ee non un cenno affatto
incidentale del Cariach (prof, al lesa., p. sviu). Io medesimo ancora nou
ne posseggo ae non saggi assai aearEi, che me lo farebbero giudicare
nna varietik sopraeilvana eoa innesti di tipo engadìneae, intieati che ap-
parirebbero, nelle condizioni attuali, geograficameute strani; e ne ritocco
sotto il uum. 159 in u.
Mi resta di rendere breve ragione dal saggio soprasilvaoo che ora
presento, nel quale par buona parte anche s'impemaao Ì eaggi auoce^
Bivi. Esso consta principalmente di un compiuto spoglio del vangelo di
Matteo seconda la traduzione di Gabriel, al quale ho poi aggiunto non
poco, e dagli altri libri scrittorali della versione medesima (aempro va-
iandomi della prima edizione: Ilg ntef UstamenC da ttiess senger Jtsv
Christ, Mesi giv en Rutnonsch da la Ligia Grischa: tras Ltn Gi-
BKiEL, Survient d'ilg Plaid da Deus a Lgionl; Basilea, 1648), e dai
lessici, nell'intento di non laisciar mancare a questo mio sbozzo alcuna
cosa che fosse essenziale, insieme oi'dinando la materia, a scrutandola,
nel miglior modo che la mie forze davano. Com'è di soprasìlvano riformato
il testo di Gabriel, cosi son fonti riformate anche i lessici e le grammatiche
di Cooradi e di Cariscb; fonti cattoliche ci sono all'incontro, come gii
avvertimmo. De Sale e Carigiet. Quanto proviene dai leBsici, oda altre
scritturo Busaidiarie, à ben distinto volta per volta; e gli esempj da Ga-
briel hanno sempre accanto la citazione, uel primo luogo in cui ai ad-
ducono. Questo studio dì autenticilÀ potrà forse, a prima vista, parere
un po' eccessivo, trattandosi anche di un dialetto che assai poco ha va-
riato nei due secoli che stanno tra Gabriel e Cai'isch; ma, a tacere di
altre considerazioni che si lasciano al lettore, le costanti citazioni scrit-
turali hanno non poco giovalo a me, e potranno giovare ad altri, pur come
chiave leesicala che agevoli l'indagine dialettologie a sopra altre versioni
del Nuovo Testamento; e la veraione di Matteo, in ispecte, è spesso
l'unica fonte non difficilmente accessìbile che per un dialetto ai abbia.
Cito per Mr. il vangelo dì Marco, per L. quello di Luca, per O. quello
di Giovanni; le residue abbreviature che sì riferiscono al Nuovo Testa-
;vGoo»^lc
§ 1. GrlgioDi; A. Soprasah&: Esordio. 9
mento, Bono chiare da sé; s dove son soli numeri, si tratta sempre di
Uatteo, anche se aon uameri che sueaeguano immediatAmente aiie due
cifre por cui ò citato un altro libro (p. e,; Q. 2, 12; 13, 22). — Cito per
Con», il Taschenvìórterbuch der rotnanisch'deuCschen sprache, heraui-
gegebtrt non i^Uhias Conradi, Zurigo, IS23; - per Co^^R. gr. la Praft-
tiiche cUtttsch-romaniiche gramrnatih , die ente dieser alt rhdiìschen
und ini Graubvndeix meist nock ùbtichen romctnischett sprache
kerauigegeben non Matth. Conradi; Zurigo, 1820;- e per Cabi«. la
Ortografia generala, speculatiea ramontscha cun in special, qvort com-
pendiper Aiever dil scolar. In'oera originala dedicada a da P. Ba-
uli Carìgiet; Disentis, 1368. — Per ss. (t. sopra) senz'altro, s'inten-
derà naturalmente, nella sezione di Sopraseka, la parte BOprasilvana del
Tocabolarìo di De Sale ; e sopraiass. sta per sopras4ssino (v. 1, B, eeord.).
— Nulla t mai mutato alla ortografia delle singola fonti; ma il nostro
metodo di trascrizione é rigorosamente applicato alle MR.
A lungo ed A breve, tonici.
Davanti a consonante scempia e nella 'poaitro debilis'; intatto: 1
alas 23,37; ckar cariis 10,37; parig pareat (paja) 6,16; star.,
dumandar, ecc.; aitar 5,23; irai areale (aja) 3, 12; qual quala;
tal 8,24; juvnal juvenalis (giovano, discepolo) 19, 20; prmci~
pai 2ì. 42; naf navìs 8,23; clafs claves 16, 19; pascA pax 10,13;
plaga, v. num. 182; -au, -ada, -ato-, -ata (davenlau 20,56,
davantada 11,20; ecc.); salvadi silvaticus 3,4; viadi viaticum
(Tiaggio) 10,10; lada lata 7,13, cfr. num. 205; tentàder pes-
càders tentator piscatores, ecc., num. 87; stad aestat- 24,32;
va vada 2,20; frar, pi. frars, frati--, 4,18; far facere 9,28; 2
mar 14,24; sai 5,13; mal 5,11, mal'art 10,16; vaia vai va-
let5,13; 13,48; /a»e /auan lava lavant 6.17; 15, 2; rfa( dat 13,
23; stai 8tat 20,23; spada 10,34; cau caput, cfr. num. 161;
(ra/" trabe[m] 7, 4 ; giavel dÌabolus4,l; Aohabet5,23; ladersQ,
19; c = A; due esempj di varia ragione, ma entrambi roman- 3
zo-comuni, sono gref greva {gr&ois) 13, 15; 23, 14, sa legr'el si
rallegra egli (alacer, cfr. num. 190 n.) 18,13 *; e pure qui tro-
' Va per e f. d'a. in sa lagrànm 2, 10, duì (agréit 5, 12, e simili, è un
ritorno fortuito alla sembianza primitiva (v, num. 75). Esempio illusorio sarà
enis anìsnm (òviiriv, ital. ànice) 23,23, poiché il Car. pone l'accento sulla
seconda: tn\s (pi. anisc/i).
>vGoo»^lc
10 Ascoli, Saggi IftdiDÌ, I.
TÌamo che sì continui 'melo' anziché 'malo' (melo), e quindi si
dica meila meilér (mala, melo, Conr.; cfr. e, e v. Schuoh, voh. I,
187-8);- ma di particolare viene ad aggiungerai: ge=j&m^, col-
Ya in e per effetto della precedente palatina, dì che si veftga
4 l'esordio ai sottosiWano^. mo (ma[g]Ì3, ital. ma), per efi'etto
assimilativo del suono labiale che precede; a per effetto del labiale
che precede e succede, o solo succede: qttou (qua) 8,39; 17,20,
lou (là), ecc., *qua-v[i] ecc. (ds.: caù, lau lou; v. Ili, § 5, e in-
tanto si considwi l'it. quivi, e ancora clava-int, colà dentro, e
simtglianti, nel poscbiavino, I, § 2, a) ; cfr. il num. che sussegue e
5 il 13 s. aun " AN (cfr. le formolo con n complic; ma diversa
ragion d'essere intercede nelle formole con l complic): damaun
*de-mane6,34; 20, 1; 2,1; saurt'S 8,7, sawis pi. 9,12, sauna9,
21 ; plaunas planae 3, 3; carstiaun (uomo *) ; pagauns 4, 15; quar-
tauna (atajo) 5, 15; strauni estraneo- (stranio, strano) 1 Piet. 4, 4 ;-
in voun vouns vounas, vanus vani vanae, Col. 2,8, 1 Cor. 3,20,
Tit. 3,9, abbiamo, quasi per effetto anticipato dalla doppia spinta
labiale, un esemplare della varietà oun = aun = AN, che nel Car.
occorre di continuo allato all' aun di questo numero e del susse-
6 guente [saun soun, maun moun ecc.) ^. maun 3, 12; chiauns
7 canea 7,6 (cfr. num. 15);- fauna*, it. tane, 8,20; om» AM (cfr.
' 'jam' qui ceda di ragoI& il poato al ted. 'sclion', ma tucora anguste, quasi
ritraduttore dì 'schon'. De] congiuozìonale scha gè ('ob-achon'), sebbene, io
pure: sck'el gè fa bvc hanur ee egli pure [non] fa punto onore 15,5; scha
gè quando pure 26,33.35; e furee ancora eussiste qual particella afTarma'
Uva (ScHucH. Uutw. li): je,je, bt, il, 5,37.
' Un saggio di Waltsusburg (Bum..), riformato, mi offre ripetutamente:
maglidr (chi è quanto dire; ma/j'^r), mangiare (v. num. 146), cosi palesandoci
che iu quel dialetto eia bene inoltrato il fenomeno a. cui ora si allude. Ma il
saggio 6 scarso, e solo mi permette di aggiungere che dietro la esplosiva
palatioa Va non volge ad e in spetgava aspettava (cfr. num. I7S), seatschar
(num. LOT), carslgauns (num. 5).
* Circa la diversa sentenza di Schuch. lantw. 43-4, v. II, § 3.
' Cioè ehriatianus, i* num. 124. È paridcazione logica che dik luogo a
cm-iose incongruenze. CosA 0, C. deve chiamare criitiani gli uomini di tutti
i tempi, e dire: mo eus parckireil d'ih carstiauns, guardatevi dai cristiani
(ciod: dagli uomini), 10,17 (v. in ispecie: Col. 2,8). Ancora cfr. nel teato:
partner carttiaun, aura. 9.
' Anche ds. ha di regola aun per questi due numeri; ma ba Veu, di cui
vedi UB , in pUun, buoIo, p. 268, allato a ptaun plawn, pian piano, p. 333.
;vGoo»^lc
g 1. Origioni; A. Sopraaslra: à. II
le forinole con m compite.)*: om haraus 17,S7; fom famas 12,1;
romromma^, 32; 13,32; damma clomman clamat clamant 3.
3; 11,16; curom 'cor[i]ameD 3,4, cfr. num. 52 e 144. In posi- 8
£ione latina o romanza; intatto': palgia (=palja) palea 3, 12;
falls (falli, peccati) 6, 14; salf-s, far salf, salva salvat (serba),
10,22; 18,11; 7,26; ai/" num. 217; [palpeder s palpebers {Conr.)
palpebrae, v. Stttdj critici II 5-6. 94]; larg larga 27, 15; 7,13;
art 10,16; part 13,4; mangia 11,19 (v. num. 168 n.); surpas~
san 15,2; boss (amile) 11, 20; fasch fascis (peso, fardello) 11,
30; d'angrasch d'ingrasso 22, 4; nascher 2, 4; pasc, maskel,
num. 136; ^asca 10, 10; graschla gracilis (stretta) 7, 14; 6ra-
tsch ecc. T. il n. 169 e qui e nell'engadin.; an-grazch, num. 107;
sae 11,21. Cfr. Jdopo altra cons., CS,GN,eU,§5. Un'al- 9
terazione, che si potrebbe dire etimologica, di à che è stato in
posizione romanza, è quella per cui si ottiene ér èra (*'air
'aj>a,«ario arja) da ARIO ARIA: am-parmer (primajo, pri-
miepo; cfr, tieu parmer carstiaun il tuo prossimo 19, 19) l,25j
lu7}rers *laborarii (operai)» 9, 37; pumer ('pomario, albero,
albero pomifero) 3, 10; calzèrs ("calcearii, scarpe) 10, 10; gra^
•ner, pi. graners, 13, 30; 6, 26; daners 10, 9; cxtntrér-s 14, 24;
tnass«r d'cosa 20, 1 ; stera (staja, seztaria) 13,33; era (ajuota;
Car.) *; cui si aggiunge canéra, num. 150-1. ault auld auls IO
' Quasi anello tra qnesta rubrica e la precedente, sembraQO etare ]a forme
scìutumna = eiàmiiu, Cu-., Da. p. STI, schaum = exam'n Car. (sciame). Con-
radi Ila ichumm (cfr. ib, tchcum-=toà. sehvramm, ds.: icAuatm, spoDgia),
e ichvamna, che ai risente del ted. ichwarm. Cfr. il soprasAssino.
' L'è di DS. in ntscher uatcere, p. 206,252,257 (271: nasch^ scaturire),
Itscha tasca (ted. tasche) p. 270, é solo apparente eccezione, dovendoviai trat-
iare di *tiaitcer ecc.; t, la n, si num. 172. — Esempio congenere (v. ib.),
ma che pinttoato ai avi-à a dire di favella BottoailTHiia, ó in Sur-iéit Sur-sit,
cui risponda la denominasibne tedesca Oberhalb-steirt (super-saxam) ; e all' in-
fuori del nome locale non vedo piti alena riSaiao obarlandese di aaxo~. Cfr. Il
num. 68' sottoaU».
' Cflr. ne'lesùci: harar^Umwrar (/aouran^laborsnt 6,28).
' Cioè, tanto per rifare la notiuima via con questo esempie che va involto
tutt'intiero aell' alterazione di cui si tratta: area *arja (cfr. logudor. arìàla
= a}uata) *aira (cfr. irai, num. 94) èra, 11 Conradi scrive eéra, perchd avrà
ancora sentito la pronuncia in cui 1 due elemasti dal dittongo (ai) già sou
tenuti, per assimilazione reciproca, a coincidere tra di loro, ma ancora non
tono fusi in un suono solo; cfr. oo^aw, sottosilv. num. 06'.— Di ér, campo,
T- all'incontro il nnm. 190 in n.
;vGoo»^lc
ÌS Ascoli, Saggi ladini, I.
aule (aids) aulg (aw/i) - ALT AL'D ALS ALC ALO' (cfr,
num. 57")i: ault, ault-sacerdots, auUa, L. 5,4; 2,4; 27,4fì,
s'aulza fauhe s'alza alzati 23, 12; 21, 21 (ma f. d'a.: ahùu-s
11,23, altezias 21,9); cauld-s calìdus Apoc. 3,15; bault = tei
bald (cfr. num. 185 n.) cito 5,25; fauls faulsa 5,33; 26, Sodi-
li 12 aw/=ALT: auter, pi. auters, autra, 8, 9; 27, 42; 2,12; — oìm
13 - ALM (AN'M): olma anima (alma) 10,28; aunc {mine) am^
=t ANC ANG, aung- (cfr. num. ]77eng.) -omÌ- = ANG', -ons- = ANC: |
mawjiea (ckei mi manne ei ounc? che mi manca egli ancora?)
19,20, cfp. ounc (less. : oum, aunoy. n. 4) allato all'it. anche, ib. |
e 5, 25 ' ; zaunga = zange ted. , tanaglia, less. ; saun;/ 9, 20 ; awn-
^e/, pi. aungels, 1,20; 13,39; 'plonsckcr piangere 24,30; (o»- I
scher (tangere; 'arrivar a toccare' Ds.) less.; fowscfta* lanceae 2C.
47; ronsch niim. 204; tsckonscka = it, ciancia 6,7; mmonsch I
14 (romancio) frontìsp., cfr. num. 80. o[i]ng ('anlj. nata. 172)
15 = ANCT: soing, pi. soings, sanctus, 23, 17; 27,52*; — o[i]nj I
= ANJ: cangia (cognia; *cani-a 'canja, ita!, cagna) less.; maison- I
gias 'malsànie (malattie) 4,24; calcoing 'calcanjo- (calcaneus) I
G. 13,18; muntogna (*montanea) lesa.; cumpoings (compagni:
ma f. d'a.: cumpangia 27, 27) 11,16; gudoing gudongia (il gua- I
dagno, egli guadagna; maf. d'a.: guadangìàu giidangiàu 18,15;
' Per le formolo ALC ALO' non ho eseinpj da Gabriel; il DS. mi offre
fauUch &tce da legare, caiihiaa, calze o brache (Car.: cauUcha), e lo Sten-
gel aggiunge, nel diligente euo spoglio (p. 22): aulscher algere (cbe ei narb
fatto dlgere; cfr. num. 93), addotto dal Cariseli. Ma lo Stengel non è bene
ispirato quando eeuz'altro afferma che io simili esempi si tratti di AL-^-gutt.
Si tratta veramente della palatina anziana, cioà della palatina delle formole
ce ci gè gì. L'eagadinese ed esemplari sopra^ilv. della stampa di cale (punto
d'appoggio dell'uscio), calcul calcolo, ci portano ad escludere dall'alterazione
qui dÌBCorfta Val cui segua gutturale intatta o tardi fatta palatma.
' La combinazione etimologica -alt, avuta» per -al + s grammatic, rimane,
di regola, intatta; quindi: juvnals (Apostoli), d'ih mah afftcts Oiac. 1,13'
Ma pure abbiamo un notevole esempio di -ttw/j = -o( + s gramm., nel mati/s
di DS. (spasimai'e: vegnir maul3\ tramortito: in che negnvat mmth; tramor-
tirsi: cernir nidiifs), che d come un predicativo fossllizt^ato nella BerTile
riproduzione del ted. ùhel icerdcn. Un caso analogo ci occorre al d. 57*.
■ Notevole: ounc mai {ilg ci ounc mai vieu non si è mai veduto) 9,33.
cbe ai combina logicamente coll'it. unque mai, ma trova il suo parallelo,
fonetica e logico insieme, nel prov. ano mais. Cfr. Disz lesa, a, anche.
' Del rifiesBO di 'planctus' v. la n. al num. 151.
;vGoo»^lc
§ I. Oi'igioDJ; A. Sopvaselva: à. Vi
25,26) 25,27; 16,26; ai quali esempj va aggiunto hmjn (less.)
balneum, trattandosi di un l assai anticamente dileguato (cfr. it.
lagno ecc., e anche la base grigione: 'hanjar, donde il sopra-
silv, hugnar per u » a f. d* a.) ; e insieme va ancora (Steno, 27) :
oiqn alnus (Car.) , l' alto-engadinese aign accennando alla base
'(m^o- allìneo-, dove all'incontro lo altre favelle ^romanza qui
serbano traccia del l (v. Dibz less. a. ontano); <mt ond ons 16
on = ANT AND [ANS] ANN: ont ante, a»-onrab-ante, 5, 12. 16;
toni, pi. tonls, 17,20; 15,33; quont quontas 6,23; l&,d;puC'
cortts peccantes 9, IO; uffont= infant- 2, 13; culponts (debitori,
cfr. V, § 1) 6,12; sumlgiont-s 18,23 (6, 8 pi); marcadont 13,
45; quronta sisonta settanta navonta 4,2; 13,8; 18,22; 18,12;
contig cantet (ma f. d'a, : cantàu cantato 11,17) 26,34; pianta
pianta 15,13 (ma f. d'a.: plantàu ib.); avdoma ('habitantia,
abitazione) 17,22; fidanza 9,2; maltampronza (intemperanza)
23,25; spronza 12.21 ; pussanza 6, 13; isama ('usantìa) 27, 15;
ragurdanza 14,6'; mont meando (andando) 14,26, passant 14,
35, rasalvont (eccetto, risalvando) 5,32, v, num. 205; grand
gronda 5,35; 15,28; cummonde dumanda -manda -mandat (ma
f. d'a.: cummanddr dumandéit 4,6; 7,7) 14,28; 7,8; vivanda
(frc. m(v]ande, it. vivanda) 6,25; spander espandere 23,30,
spons expansus (spanto! 23,35, cfr. num. 148; ons anni 9,20;
ponn pannus 9, 16, von vannus ^ 3, 12; ed on (onn) = ann amn :
don damnum Apost. 27, 10'; omm, omp- AMM AMB, AMP: 17
fiamma Apoc. 19, 12; commas (gambe, v. Diez gloss. s, v.) G. 19,
31,32.33, cfr. num. 157; camp (esercito, cioè 'campo', cfr. (7Tpx-
* Bsternamanta à ugnale agli ultimi esenipj: purtonna, portante, gravida
(Com-.: ess&r pttrtonta, db.: donna portoma; ma Car..* dunna purlonla,
cfr. l'engadiu.) 1,18;24,19, che a prima viata par forma euìgmalica, ad é
affatto diToraa da quelle che precedono , ma spetta tuttavoita a questo nu-
mera. Si tratta certamente di purlont-»-a, ciod della forma predicativa n
Kolina astunta alle funzioni di tema, come aTTione in vangont-s-a, ài{
(cfr. nam. 168 n,). Quanto al tipo medunt (mietitore, -ori; pi. 13,30) , fi
«udtmta, V. Ili, 4.
' Car. e Conr.: oonn. Pud rimaner dnbbìo se il nostro vocabolo ai rappicchi
direttamente al Ut. cdnniM, o non rifletta pìuttoato il ted. v>annt, É ad ogni
modo al suo poeto.
' Qni -vorrà ancora stare, con sua propria formola, con[i'\f, canape, les«.;
cfr. l'eugod. e me., e t. Sculch. vok. 1 173.
;vGoo»^lc
U Ascoli, Saggi ladini, I.
tii) 22, 7 ; cfr. cambretta (dimin. di cómbra - 'cam'ra) 6, 6, s<mda
anta. 157, e giomber db., it, gambero ecc.
E lunga tonica.
18 £m = EM<: setn semen 13,24, semnan seminant 6,26; fettina
19 19,4; seTidas semitae3,3; btastemma 9,3; ^ = ER: tumer
timere 1,20; taner tenere 5,43; vèr habere 12,21; ver TÌdere.
sSr sedere, cfr. nura. 203; sera \6,2; pilgver {'p'r-' IJ-cer per
. lo vero, veramente) 8, 10; mulgér muliere- (cfr. DiBZ gr.: ac-
20 cento, 4) 14,3; e^ *"&(}' :leg (lege[m], col significato di 'ma-
21 trimonio') 5, 32; re^21,5; -ei eil ein eis eiv eis eid=-E,
EL, EN, ES, EP EE, EC, ET: mei me 8, 9, tei te 11, 10. da-
parsei di per aò 14, 13; cfr. meil num. 3 e steila num. 32; sa-
rein 16, 2; plnscheins puUiceni * 23, 37; plein pleina 23, 25;
13, 48; seivra aeparat (ma f. d'acc: zavrar 16,3; ecc.) 25, 32,
cfr. num. 135; reiver repere (Car,, e DS, s. rampare; Steno. 31);
fleivel-s, fem. fleivla. flebilis (debole) ', II Cor. 12, 10; 26. 41 ;
deivet debitum 18,30; eiver-s èbriU3 I Cor. 11,21 (*evro *ev'r
eiver, cfr. num. 90 n. *); seiv sei/ (lesa.) sebum; treis 12,40 (cfr.
meisa eco. num. 32); barbeisch (lesa. : montone) ^ verveoe[m]
num. 128; reit 13,47; seida Apoc. 19,8,cmrnum. 203.> — Par-
rebbero eccettuarsi; vél 27,51, e secret secretas 10,26; 13,35;
' Qui Teramente Barammo tentati a riconoscere, in quasi tatti gli esem-
plari, la posizione romanza; ma è da coiuiderara anche il num. 38.
' Intorno a questo esempio, é ancora da considerare il g 1 del Capo III.
* In questo esempio si ritrae l'antico -èbilii ma pura un antico -ìbili con-
dnce ad -eivel (nnm. 40), e questa figura si sostituisce finalmente anche al-
l'antico -abiti (cfr. l'it. -enoCe, Disi. gr. IP 30fl). Si osservino: pwseivel nun-
-piuseiiiet2i,S4;\7,20; nus<:?ieivla3lPÌ6t2,\; nunporUiveU23,i; euiUit>el
Citsleicia 26,7; 13,46; fidiivel 24,45; matuivel 9,5; amig«ÌD»lm«nff 5, 25;
buntadeivel SI, 5; varàeivel-s (*TMdadeÌTel-) yeritiero 2S, 16; nun-fHeh-eivel-s^
infruttuoso 13, 22. - Figure alquanto singolari appajono i numeri ordinali In
-mei (p. e. tettavtl 22, 26 ; antum la sisaola a ntmmla hvra 20, 5 ) , sni quali
si foggia hartaoel erede (cfr. \ierta nnm. S8) SI, 38. Ne avremo la chiave
neUo spoglio- engadinese.
' L'-er dell' eieer soprasilv. viene fortuitameute a coincidere coH'-er detb
Agora DominatìTa basso-latina eber (v. Schucb. vok. I! 386). Ma questa ci porta
a un obliquo s^o[m], che sarà la vera base dei rifieBsi romanzi {ebbro
ioM, ecc.).
* V. ancora tseheina ecc. al num. 67.
;vGoo»^lc
g 1. Origicmi; A. Sopruelva: é. 15
ma nOD mostraodo il dittongo pur la risposta engadinese, diventa
assai probabile che si tratti di voci estere. Anche il cr di secret ecc.
mal converrebbe a voce indigeaa (v. il num. !74). - L' é di 'obe- 21*
dio' taon essendo mai accentata net riflesso grigione (cfr. uha-
deschan num. 75, alto-eng.: uhedescka II Tess. 3, 14), vi smar-
risca il suo carattere; e l'è di accento grigione, che le viene
a succedere in una estrazione seriore, entra nell'analogia del-
l'antica e breve (num. 23): ubiedi-s (obbediente) Fil. 2, 8, mal-
-uhiedis Tit. 1, IO; cfr. l'engadìn. e la seconda n. al num. 46.- il
riflesso di acél-um è al num. 35 *.
E breve, tonica.
ml%A\ fel 27,34; ven 13,19; /e/"levia (facile) 10,15; leve si 23
(lett.: leva su; sorgi) 2,13, cfr. 11,5; 13.21 (ma f. d'a.: lava
n ecc.); descha decet 3,15; legia legit 24,15; meàer medan
raetere metunt 13,30; 6,26; veder num. 195; perpeten per-
petuu3l8.8; [«.? 3e[d]et 23,22]; ierhier^ beri Apost. 7,28, 23
Ebr. 13,8; pierapwn^ peritpereat G. 6,27; 5,29; fierran (ìn-
' Questa rubrìca mi conduca ancora a toccare del rìBeiao grigiona di pa-
nel', e insieme degli altri riflessi romanzi di qDeeta voce, non peranco, mi
pare, a Bufficienza illustrati. Avvenuta la trasposizione dell'accento {parveU-
abau-, pariéte- abiéte-), il dittongo ié dev'essersi ridotto, nel Tolgar latino,
a uaa vocale lunga che stesse fra « ed i {parét- abét), e quindi ó continuata
coma 1'^ classica: ital. parete (o&fte), apagn. prwed, tra. parai, soprasilT.
parti prei lese., engad, parait Car., soprasass. parét db. Cfr. il num. 32.
' Stsnq. 33 avverte circa gli esempj ch'egli raccoglie sotto la rubrica che
a questa nostra corrisponde (ie BOpras. = i), trattarsi di voci , che hanno od
avevano i uetla sìllaba successiva. L'avvertenza è tutt'altro che inutile, ma
può dar luogo ad equivoci. Il dittongo, come certamente ha veduto lo stesso
Sleogel, non deve punto la eoa ragion d'essere alla presenza dell' i successivo,
poicbà esso à l'antico e comune dittongo romanico, afiàtto indipendente dalla
vocale dalla sillaba che sussegne (itai. niega, piede, spagli. ye^rtM^z equa, ecc.).
Interviene d'altronde, purtf nel^gione, in eiemplari di formola diversa; cosi
nei riSesso soprasilvano di lepore- che lo Stengel erroneamente stacca da
qnerta rubrica (la figura cattolica à qui affatto decisiva), e in quello di in~
tigro-; coi si dovranno aggiungere gli esemplari senza > successivo che oc-
corrono sotto (M (num. 67); e ancora ai vegga il nam. 177 engadinese. L'te
Boprasilvauo é poi un continuatore che 6 comune anche all'* in posizione, CO-
mnoanza che ha il suo esatto parallelo nelle continuazioni dell'o, senza che mai
\'ftbbiaDO, pel dittongo, di simili eonditionea ìitte quibus ttott. Bisogna final-
mente toner conto anche degli esemplari perdnti, o che per vario cause n
;vGoo»^lc
16 Ascoli, Saggi ladioi, I.
fin. : fierrer e frir, cfr. Ili, g 3) feriunt (gettano) 13, 48 ; lievi-s
(il fera., presso Conr., col dittongo rattratto: tivia, cfr. l'engad.)
tepidus Apoc. 3,16; diesch decem (undisch 20,6, dodisch 9,20)
Ì8,24, dieschma la decima 23,23; mied't medicus (f. d'a.:^na-
dagava madageit) 9, 12; remiedi remedium lesa.; lieur Conr. e
DS, (Car.: lettr) lep're-; antir {dus antir ons Apost. 28,30) "in-
té[g]ro-, col dittongo rattratto (cfr. n. 52);- del riflesso di 'pa-
24 riét-', V. la nota al num. 21*;- e ancora cfr. il n. 67; tew(=*i'M
t'tw, Y.I1,3)=EU; e indieu: deus (Coar.: deus dieus, ds.: die&s)
deus 22, 37, cfr. Ili, 1; mieu (ds. miù) meo- 2, 6; ecc. cfr.111,2; joh
25 ('ieu; cfr. II, 3) ego. betn bene: betn pli ben più 11,9, fìgeit
26 d'ilg hein fata del bene 5, 44 ; \eis es] ; pei < pes 4, 6. par, per,
si deve considerare voce proclitica, ed fltona perciò la sua e.
E ton., in posizione latina o romanza,
27 finno serp L. 11,11, serps serpentes 10,6; terms (il sing. in
Conr. : tierm term ; io Car. : tiarm term, cfr. La n. a questo num.
e il num, 28) termini Apost. 17,26; (erra 2,6; erva num. 95;
perda (pardieu pardidas 18,11; 10,6 perduto perdute) per-
dit5, 13; bellas perlas, 13,45, scabella ^, Zt> , cfr. num. 31;
fevra 8,14; vivent 16,16; den (os.: dent; Car.: dent denn,
cfr. num. 150-1) 5,38; venter 15,17; stenta (la fatica) 11,28.
stende extende 12,13; render 6,4; prender 1,20; temps 2,7;
semper6,\3; tempel 27, 5Ì; s^f septem 12,45; crescher 21,19;
esca 24,28; /feste 26,5; d' ampresf [praesto] d' imprestito 5, 42;
28 faneslra Apost. 20,9 2. uffiern infernus 11,23; unviern 24,
sottraggono allu OBBervazione ; ned altro certameDte si potrà concbiadere , m
UOD che l'i favoriaca la conseroaiionii dell'antica dittongo. Cfr. om ScHum.
lantw. 35,37; e v. Ili, 1.
' Questi tre eBemplaia posGooo parere anomali; ma circa il primo è da vedere
l'engadiaese, dove -ain = -én ei fa costaote (cfr. eziandio il num. 33); circa
il terzo è da ricordare che la e it. all'use, accect. à costaatameute f, loccbd
è quanto dire che l'antica è viene a. coincidervi coH'antica è, ed anche 6 da
coDsiderare il livellamento per altra via conseguito dall'eDgadineee {me, pe);
circa eis finalmente, é da vedere la d. al num. 32.
* Negli esemplari di questo numero che hanno r per primo elemento de!
nesso, DS. e Carisch sogliono dittongare, e danno il dittonga anche in altre
formole qui occorse {-eli -est -ept) ; ma è eerapre dittongo seriore, o accessorio,
che rimane anche foneticamente diverso da quell'antt'co e caraltaristico, e per-
;vGoo»^lc
g 1. Qrigioui; A. Soprasdlvs: i. 17
20 '; fiefr Apoc. 18, 12; sdhierm Conr., Car. nachtr., ds., ger-
raen; vìerm Mr. 9,44 (ma verms pi., Apost. 12,23); dasiert
desertnm3,3, en tìn lieuc dsiert 14,13 (ma dsertó 23,38); scu-
ter/ (scoperto) 10,26, aviert ad-aviert apertila 7,7; 12, 16 (ma:
averts avertas 9,30; 20,33; 27,62; e f. d'acc: avertameng);
iierz \6,2l (ma: ters'hura 20,3); ftierfo (eredità 2) 21,38; car~
dienscha 6,30, ecc. cfr. num. 107; tschient cantum 13,8; ar-
gient 26, 15 J^; terratriemhel , f\. -triembels nata. 155; bieschia
cid comune pure a Gabriel, di cai ai hanno eaempj nel numero che segue.
Quindi in DB. tiarp,jdrva, liarra, piarder, [ciarner; Car.: tschemer], tediala
(Cu.: sadialla aadilla, eitella; cfr. aum. 3S], sidl, fiasla (e il Car. ha aa-
tOTn: fenestra /ignìastra);~jaB, lutti all'incontro d'accordo (compre«o Con-
radj): unfiem, uneiern, deaiert, aciert, tschient, tiarrO'triembel , pulUdr,
miet. Cfr. TeDgadineBe. — IIds. coli' io anche tiiexta ae'ptie, dove Car.: niaxxa
e Conr.: neta ttiata, V. ancora l'nlt. a. al nnm. SS, e il num. S9.
' CoDT. Car.: liwers, db,: tamiers {en-tarvieri; aoprasoaa. ìd.), traverso. E
ancora db.: il vitrf de diev (soprosoes. verf) verbo divino.-^ Ma insieme col
tarviers del leaaicografo cattolico noi troveramo che debbano andare anche
i^ ruoieri del nostro testo, 7, 27. Siccome nel posso parallelo, che à al verso 35,
e'ha con vocabolo tedeaco: ili fiau, quando altre versioni, e fores tutte, danno
uno stesso vocabolo in entrambi i luoghi (p. e. U verslona alto-eDgadineea :
/Iu))u,flumina), coal potremmo facilmente esser tentati a cercar nella nostra
Toce un riflesso di riparia (riviera, fluraona, v, DiKz less. s. v.); e il genere
mascolino 4oUa voce Boprasilvana non farebbe certa difficoltà (III, 1). Senonchd,
rimarrebbe dall' un canto il grave ostacolo fonetico dell' te per 1'^ di Sr^air
-arj (nnm. 9), e contraaterebbero, dall'altro, i significati che danno a 'ruoier'
i lesiicografi indigeni (Conr. : 'ruvier, zeratSrter piati, wo noch mehr ler-
eldrt werdea kann; gewàsser'; Car..* 'ruvier [Uatt 7; veraltet], sturm, platz-
regen, nebsrschwenunung'). Tutto all' incontro si chiarisce sa vi riconosciamo
il parallelo dell' ital. rovtscio (dipiof^ia; o nella pili compiuta forma: ritisrfct(>)
e del frinì, nnn'^s (v.per Vu il num. 77). Si tratterebbe di un plurale natural-
mente identico al singolare (cfr. dmos al num. 126; la figura dittongata puA
danì anche al plurale); e i lessicografi avrebbero erulto, dalla forma plurale
del nostro passo, che il Cariech cita, un supposto singolare di questa voce anti-
quata. Resta d'avvertire, che, teoricamente parlando, ruvier* si pud raggua-
gliare cosi a 'revorsì' come a 'reversi' (cfr. num. 56); ma dobbiamo preferire,
tra le due varietà fondamentaLi , la prima, e perché ad essa rivengono le voci
corrispondenti dì sopra citate, e perche -vorso entra qui in altra via (num. 1S6).
' Uerfo, con antico dittongo grlgione (cfr. l'engadiu.), deve èssere tratto
da >/iertar {hartar nom. S03), cosi come ttenta (la fatica) da itentar. Cfr. Diee
gr IP S69; e b u. al num. 57-.
' mrctcnt servo del pudico, 5, 25, riviene a iervient- = it. tergente, e ba
linindi un i etimologico.
Aicblvio {lottol. ilikl,, L I
;vGoo»^lc
18 Ascoli, Saggi ladini, I.
bestiame, bieschtg bestia (Car., cfr, num. 108); tester eiterus
{OS. jester; saung iesier sanguis alienus Ebr. 9,25; iester allato
al pi. estera G. 10,5; ester-s estra L.7,6); miez 10,16 {miezgi
mezzodì 12,42; ma al fera.: mexa noig mezza notte 25, 6); an-
tschiet ptc. incepto- 18,24 {antschetta inceptum, principio, 13,
9 30 35) '. Ttìeass messis 9, 37 '; sis sei 17, 1, cfr. Schdch.
31 vok. 1, 373, ma in ispecie considera il nostro num. 174 ; -i (pi.
-W-s) = -ELLO (cioè; -eli, -elj, -eìlj, -llj, fj, -f, cfr. il num. 112
e l'alto-engadin.): vaschi vascellum 26,27, Mr. 11,16, pi. ©a-
schels G. 2,6, coli, vaschetta 9,17; vadi vitellus L. 15,23, pi.
vadels Ebr. 9, 12; ani anelLus L. 15,22; manti mantellum 27,
' Ancoi'a ù aggiuogerft: antachtess (ce, foTui a Bethleham a sin tnt BÌen
antschiess, chs arano ia Betlsmma e ia tutto il ano territorio, 2, 16, cfr- L.S,8;
Conr.: antichieis, gràaia), che dev'esaere 'incessDs' (cfr.nnm, 81), o maglio:
■ftccesana' (cfr. nam. S31), nel sanso dì patso, adito, a qaiadi confine, ter-
ritorio. — E non vorremo abbandoDare ie = é (nom. 23, 28) senza toccar di
puliedr, puledro, 21, 2, Qui lo Schuchirdt, il quale é ia generale troppo io-
chineTOle a stabilire coutinuatori comuni di lunghe e di brevi, ai crea, non
GO ben come, una e lunga nel inediev. 'pulletro', e quindi un ie anooialo, = e
(Itw. 38). Ma a vocal brave &ccemiano in eicuro modo le forme sincopate
sulla atampa del potrò (*poVdro) epaguuolo a portoghese, cui va raccoatata
la base del toscano poltracckio. Si tratta veramente di due forme fradameD-
tali romanze, l'usa adrucciola, l'altra piana (pùlidro, pnlfdro); e s'avrà, mi
pare, la chiave compiuta dei varj riflessi della vocale accentata nella piana,
quando ai riconosca un ì nella flgni'a-madre (cfr. Diez leu. sec. edii. s. pu-
ledro). L'it. pulèdro a il aicil. puddilru (•pulHdru), stanno regolarmente nel
rifleeao dell'i; e da ^ e f (num. 42) il soprasilvano sarebbe venuto, per alte-
ratiooe terziaria, al nostro dittongo, seconda l'analogia del nnm. 43 (e il
dittongo, ma certo per via diversa, della quale altrove si parla, aurge anche
nel rifleaso veneziano: puliiro; cfr., per ora, mariegola = marigola malrl-
cula). Quindi pulitdr spetterebbe realmente al num. 43. — Ancora va avver-
tito, intorno al numero che stiamo per lasciai'e, come tra le forme collate-
rali coli' e intatta, addotte in esso , pud naturalmente invalere la dittongazione
teriore, acceiioria, di cui parlammo in nota al numero che precede; quindi,
p. e., entichiata db., enlschatta Csrìg., anschatta Car., principio.
* Questa ortografia si riproduce nel versetto Bussegnenta, e tre volte in
L. 10,2; ma all'incontro abbiamo la mesi da la terra Apoc. 14, 15. Conrad!,
ligio probabilmente a Gabriel, scrive mtaia anch'egii; Carisch: miatx. Qui
abbiamo, in Gabriel, come un prodromo dell' ia di cui A discorso in noia
al num. 27; e quanto alla special figura ea, è da vedere l'engadinese e il
Gap. II, § S, a anche si pud ricordare la vece di ea ta nel ramano: taskf
iashf esca, ecc.
;vGoo»^ le
S 1. Origioni; A. SoprasaWa: é. 19
28 ». meins mensia L. 1, 26, tscheins censua (Conr. Car.; ds.: 32
sckar per-lschensch affittare, cioè 'lasciare per censo'); meisa
mensa 15, 27, peisa (lesa., paso); -r- steila, pi. steilas, 2,2; 24,
29;- eis ei est*.
' Car., ia analogia di cid che annotammo al num. S7, dà al piar.: -iala:
vidials ecc.; e cosi Carig. 77: ani anials occ, STverteodo cha nella Poppn
facciano -ells [per la Poppa 'la IbsBa' doTrammo mtendara, a rigore, quel
diEtretto a oriente d'Uanz, che sulla Carta dal Dafonr è tadicato coll'aquì-
Talenta germanico: Oruob\ cfr. Tschndi: 'Ilanz cum loco Orub', 'Qrnb, rhao-
tiee Lanoppa', e Vulpioi 'liana e la Foppa'; forsa Carigiat vi comprende,
come albi par fare, anche Ilanz, dova Oabrial acriTOTa, e un tratto di valle
a occidente di questa borgata ; ad ogni modo , con 'la Poppa' non va coofuao
VUors la F^j)}») - Waltanaburg (Vulpio; Vorti Voti), di coi à toccato nel-
l'aBord. e in o. al nnm. 3 ecc., a ancora al C. VI, g 1]. Anche nel sing.: biallt
e in insieme, 'bello', ds., Car.; dove la doppia forma ai dichiara pel fatto che
tratlisi di un aggettivo, il qnale veniva ad avare il aubatrato -ell-S pur nai
aingoiare (cioà nella flgnra predicativa; db.; sa far biali bellettarai).
' Le a[^iarenti stranezie di questa seria, al posson disaipara con breve di-
scorso. Qib il Diaz ha osaarvato che t'e di mentis, ptnsam, -ense, entrava
nell'analogia dell'e lunga; e di cid vedeva la ragiona nel dileguo del n (gr. I*
150). Veramanta, pur nel toscana, il n di regola non é perduto, pronuncian-
doli: meQe, pega, ingUgt (f quasi ts, v. Le pronuncia del S toscano nel eoe.
•ol. dell'Archivio), e meglio il Maestro ai accostava al vero, quando notava
(ib. 334) cha la e dinanzi a » compiìc. inclina, nella risposta italiana, alla
I)ronuncia atretla, vale a dire vi s'incontra col rifleaso dall'é latina. L'è lat.
di -éns volgente all'c od ei dai fondamentali rifleui romanzi (tose, mffe, so-
pruilv. meins, piemont. weis) ai fa manifesta per la scrizione volgar-latina -tru
(«»«o mÌKsis eco, Schuch. volt. I 318 sagg.); e sono istruttivi i rideasi gri-
gioni anche in qnanto roostran chiara la evoluzione dalla vocale pur dove il n
è rimaato. — Cosi, nel caso di 'atella', il toscano pronuncia stella, il piamon-
teee, come il sopraailvano, steila (cfr. mais ed étoile), e ugualmente abonderà
la scrizione volgare latina stilla (DiBi gr. 1' 153, 335, Scbucb. vok. I 339). —
Ma na'Origionì il fenomeno si mostra esteso, ed é in limiti diversi pur nel
toscano, anche ad altre formolo ; in iapecie ad ent emp est (coma pui-e ad ent est
eoa « aecondarìa^f, num. 43), e prevalentemente nall' Engadina, coma a suo
Inogo si vede. Qui intanto noteremo, allato alVsis ("eist) recato nel teato, la
seguenti oscillazioni presso db.: suoÉÌnter allato a iwenter suenter (v. num.
177); teimps allato a lemps tempua. Circa eis ea, pel quale rimandammo dal
Dtun. S5 a questo luogo, é da ricordare, oltre l'attrazione analogica della
terza persona, che il substrato potrebbe non aseeme diverso da questa, ve-
dsodosi sempre, nell'alto-aogadinesa (antico is-t, moderno tu es-t) la coiici«-
ilone et+ tu. Cfr. la n. al num. 31>; e circa l'attuale ■m«trt= -mente, v, la
a. al nnm. 150-1.
;vGoo»^lc
90 Aocoli, Saggi ladini, I.
/ lungo tonico, fuor di posizione.
33 Costantemente intatto in Gabriel <: udir 13,19; mira 'mirato,
28, mire (ecco; cioè 'mira!') 7,4; spiri spìritus 26, 41 '; fin
finis 11,1, cun/ins 8,34; finna (fina) 11,8; frinna farina 13,
33; fastchinne num. 108; galgina 23,37; spinas spinnas 13,
7; 7, 16; rvina 24, 15; dim 'de-imo (giù dim giìi in fondo) 27,
51; am-prim, pi. am-prims, 10,2; 19,30; olivas 21,1; viveri,
4, m/s pi. 22,32, vitto 6,25; dormiva 'dormibat 8,24; riva 13,
2; vivras viperae 3, 7; ragìsck 3, 10; pi dicit; fichs flcì 7, IC;
spias spìcae 12, 1 ; vig tìcus 21,2; amzfj' anamig 11,19; 5,43;
priguel {sette Tolte in li Cor. 11,26, m&prigel in Apost. 27,10
[9:i)n(?iu*o],Roro.8,35, periculum'; festig vestigio- num. 131 n.;
34 (rida 'ferita * (colpo) 5, 39 ; agnifs nidi (n. 203) 8, 20. freid-s
frìgidus Apoc. 3,15, fem. freida 10,42. L'istoria dei riflessi
romanzi di frìgido-, che fu molte volte tentata, va ormai, mi
pare, sicuramente rifatta nel modo che segue. Il dileguo della
vocale della seconda sillaba è avvenuto dopo che il g aveva
subito (come in viginti 'viginti 'vijinti, ecc.) l'evoluzione g-g-j;
e s'ebbe quindi un latino *frijdo- che è la pronuncia a cui ugual-
mente rivengono e il pompejano ^ritfam (cioè /rij'^am) e il frigdo
[ciak fri^do) bassolatino. L'antico i lungo, riuscito cosi io posi-
zione, venne a perdere, come suole in simil congiuntura, il suo
carattere quantitativo; e frijdo friido diedero poi un romanzo-
fondamentale frido (con i romanzo, non più latino), i cut conti-
nuatori entrano legittimamente nell'analogia del latino t (=t ro-
* Anche il ds. tu dì regola t; ma pure, in analogia di cid che iu ispecie
vediamo al nnm. 59 n.: gliemma [glUmmar glimadira) lima (Carisch; glim-
ffltt). E Carig-, ancora ìonanzi a m: gliemprem (= il em-prim ds.; ma ilg
amprem anche nel e&ggìo riformato da Duvin, Bùhl.). tnt-ad-ém {etMadim
Car.), il piti intemamenle, nell' 'imo', Carig. 6; cfr, Car. gr. 123, e il nnm. 38.
* La figura Boprasilvana qui ancora ti coaserva nelle ragioni della figura
latina; ma anche ai ridnsee a quella della posizione romanza, al che ne ve-
nisse: [spevi^ spiert (ds.: spiri celestial ecc.; ma: spiert spirito [anima], gran-
ària dil spUrt, sublimità d'animo), cfr. il num. 43; e spiert è pare la
figura engadinese.
' Cioè: *prigul (cfr. *migula in n. al num. 35) 'prigtfl, cfr. p. e. l'ant.
basso-engadin.: miraekuela. Di piti al CBp. II, g 3.
' 0 *fentla1 Cfr. num. 35 e SO.
;vGoo»^lc
§ 1. OrigioDÌ; A. Sopraselva: i. Sì
manzo; num. 40). Quindi multano chiari e normali il prov. freid,
il frc. froid, il sopraailv. o friul. frèid, Y ital. freddo (con dd
anorganico, sul tipo di cetto = ctto, ecc.), a gli spagn. frido frio
(sul tipo Ugo Ho) ^ Si paragoni l'istoria di digito- sotto il num.
40, al quale dunque veramente spetta anche freid. -ITO ed 35
-Oto (i cui riflessi legittimamente si confondono nel nostro dia-
letto, questo rendendo costantemente per t anche l'antico it,
num. 50), si riducono entrambi a -ieu ("-ida *f-u i'v,; cfr. II, 3),
che alla sua rotta si rattrae, nella combinazione col i predi-
cativo, ad -eu-^; e gli sta allato, nel plurale mascolino de'par-
ticipj, -t ('-idi '-« :), mentre la figura feminile, come già era
accennato dal sostantivo frida, mantien sempre la dentale.
Esempj: marieu maritus 1, 19; udieu, pi. udì, 26, 65; 6,7; dur-
mieu 28, 13 ; banadteu banadeu-s ('benedito) 26, 26 ; 21 , 9 ; an-
tardieu antardeu-s (*intra-dito, tradito) 27,3.4; 26,24; frieu
freu'S fri frida ('f[e]rito, gettato, -i, -a) 26, 12; 5,29; 8, 12; 12,
25'.- Cfr. num. 36 e 60. - Per e lat. venuta in iato romanzo, e
ridottasi quindi ad i (cfr. num. 24), passano correttamente nel-
r analogia di questo numero anche aschieu acetum 27,34.48,
e bulieu Conr., boletus (os.: bulltu-s fonghi, Gar.: buleu).
I breve tonico, fuor di posizione.
via 2, 12, gi dies (num. 106), che sono esempj d'I in iato latino. 36
Viu ài iato romanzo, avutosi, per dileguo dell'esplosiva dentale,
da -idu- 'ttu, passa naturalmente in ieu (t'u), cosi come avve-
niva dell'-t'u romanzo da -Ùu (num. 35); quindi vieua {vieuas,
23,14; Conr.: vieu vieua, DS.: viu viuva, Car.: veu vetta) yi-
dua num. 203; ieu-s, pi. m. \, fem. ida, pi. idas, ito ecc. 12,,
44; 8.32; 18,12; 25,1, in perfetta analogia di ciò che avemmo
' Cfr. ScBDCB. vok. Il 76, 415, 440, III 295. Sodo notovoli le incertsEze del
DiEZ gr. I' it&ffireddo=fregdo), 271 (freddo= M[g]idQ, inaieme con freitecc.),
291 a. (/V«W = fri[g]ido, O = frigdoper i = ir?;cfr. il num. 172 in □.).
' Per analoga contrai ione va perduto l'idimìeufa in tn«wla(meul(u 15,27);
cioA *Bifgu1a *mInlB tni'ula; e mieula é ancora la forma di Conr. (db.: miula),
Cfr. II, 3.
' Conrad!, forse eccedendo in coerenza, ha -ùu pur nel predicativo; per
ea. vignUùs pendieus, gr. 14S, 15S; all' incontro Cariach ha -«u pur nella
figuranonpredicatiTarjwrtMrflMecc. (cfr. MB.), allato a 3urj»-«tM, gr. 208-9. —
iiR. Eempre ■!&', p. e.jwrtt'A partito (divi») 64, seias beinvigniùs benTeouto.
;vGoo»^lc
?9 AecoIÌ, Saggi ladioì, I.
al num. 35, solo che l'i qui rimane, per essere iniziale, nella
figura predÌcatÌT8 ' ; e Vi anche nel fem., benché non inter-
87 venga l'iato (cfr. l'it. ito)*. sinap (Conr.: sin., Car.; sin.,
Seti.) 13,31. Cfr. num. 183, e la seconda n. al num. che pre-
38 cede. em^lM (cfr. num. 18, e 33 in n.): an-semel 'ìn-simul
39 (insieme) 1, 18; tem timeo L. 7,4, temma (timore) 14,26'; er
= IR: per (less.) pirum ; er ■ 1[G]R : nér (ner nSr nec nigrum 5,
40 36); eil ein eiv eig eid = \h IN IV (IB IP) IC ID (IT): peil
(less.), pilus; m^'na 'minat (mena; v. DiEzless., e cfr. n. 81), sur-
meinig (sopra-raeni, seduca) 7,13; 24,4; meins minus 13,57*;
nei/'DÌTe-28, 3; heiver beiva (ra& f. d'a.: buvevan 24,38} 6,25;
11,19; ratscheiver recipere (e in acc. rom.: ratschéiva recipit
7,8) 10,41, antscheiver incipera 24,49; pleiga 'plica arcolajo
(Gar. a. piagar); seid sitis 25,35; neidi nitidus, less. (ds.: po-
lito, neidi; polire, cioè lisciare: far neidi; cfr. num. 204);-
veider vitrum Apoc. 21,21 ;- fei (cfr. num. 25 in n.) fldes 23,
23. — det (Conr. Car. dett; ds. del) digitus 23, 4, pare a pri-
ma vista che accenni a posizione (num. 42), e quindi vi si tratti
dell'immediato riflesso di dìgt o digt. Ma, a tacere degli scru-
poli che insorgerebbero circa il prodotto del nesso-consonante
di questa flgura, s'aggiunge, che essa, dall' un canto, è super-
flua 0 inammissibile per gli altri riflessi ladini, i quali possono
0 devono risalire a Mito (con f romanzo, non diverso per na-
tura ed effetto da quello di frido del num. 34»), e, dall'altro,
non si trova riflessa, per quanto io posso vedere, in verun* altra
■ La DOQ predicativa, trattandosi di veibo neuti-o, dod si vede. Conr.; ievs,
DS.: I^ (pi. ij); ma Car. gr. 75: eus; cfr. del reato il n. 60.
' Quanto alle gannioe apparense dell'i di figure ladine io cui si ottiene \a
pel dileguo della consonaiite gutturale intermedia, com'è nell'oberlandese stria
= itriga (Steno. 42), Ta aempre considerala la fase palatina di essa consonaute
(cfr. num. 79,76, 182, 165).- Pure in ui[e]t4a, del riraanQDte, non ò puoto
ncQro che l't aia immsdiata continuazione dell'i latiuo; ma bene ó pìb pro-
babile la succeBaione vidtia ve[d\ua niua vi^ia.- Di vid^ vuoto, t. il num. 53.
* latexia laetitia, e simili, mandiamo cogli eaempj di « = t in poa. romanza.
' Al mocosillabo in, risponde «n 1, 18; cfr. il num. 81.
' Non diverso, perché è il prodotto fondamentale-romanzo di due t, comun-
que, oltre la diversa qoantitA del primo di questi {frigido- digito-), possa esser
diverta la provenianza del secondo, non ai poti^ndo, per ora, determinare se
trattisi di digto dijto ecc., oppure di digito dijilo ecc.
;vGoo»^lc
g I. arigioDi; A. Soprasoha: i. 23
parte della romanità '. Non potremo dunque partirci da *dito
che dovrebbe darci un soprasilv. deit, e la deviazione non si
potrà chiarire se non per chiusa dei dittongo (cfr. i num. 23,
52, 56) e la successiva geminazione, che ci è mostrata dai les-
sici {dett, pi. detta; cfr. num. 233), e conduceva all'analogia
del nam. 42 K Cfr. dés - ^dU = diess al num. 56 sottosilvano.
7 ton., in posizione latina o romanza.
(Vt/illefrartice l'accus. pronomin. proclit. 'il', e t'impera. 'ei'; cfr. 41
n. 42) n. 112; figl n. 97; milli 14,21; vingia 'vinja vinea 20, 1 ;
[tschinla num. 172]; vista (aspetto, volto, 'gesicht') 6,16; trist-s
14,9, (nVspl. 17,23; scrii 21,13 ;^iV Rictus 3,3; «tt^ num. 152; -
M num. 172 5. ferm\2,29, /érm-s Ebr. 2,2; wrdL. 23,31; 42
el ella ille illa, quell eccu'ille, tsohell ecce ille; cavelg capil-
' H frc. doigt [*doit *deìt) non presuppone, come pud parere, nna figura
diTena da quella a cui rìsale il proT. det ('dito), poichd il g non tì si trova
le DOQ per discernimento ortografico BUggerito dall'etimologia (doìt doigt),
eoa! come in vingt (viut Tingt). Nd certo conchiude per *ditt (digt) l't del
milan. did, com« tra l'altre risulta dal confronto del genoT. cRu e dell' it dito,
' Cfr. la u. al nnm. che segue, e la !.>' n. al num. 59. Dato l' i nella ge-
nuina forma soprasilvana, com'è p. e. nel nostro dito, la dichiarazione si
lempliSca; ma l'analogia eopraailvana, e gli altri dialetti, si oppongono a
una dichiarazione che sottragga il nostro esemplare al numero attuale.
' Merita coneìderaiìone il concordar che fanno i diaL ladini con altre &-
«elle romanze in ordine agli eaempj d'i intatto in posizione; cfr. Diez. gr. I' '
157-58, Steno. 46. A tacere di f^lius, avremo veramente vocale lunga, di sua
Dstara, in tnilU (mllvx miilia CoxssEN vok.* I 718) e viwa; ed anche in
ciffa, che ne'Origioni si continua, sempre con i intatto, qual nome di luogo.
Circa seripto- (eon-sereipto, ib.), jtcto-, em-sHttelo-, varrebbe la i-egola che
radica nicente per media avesse vocale lunga nel participio (Lachmànn 1. e.
in n. al nam. 63); contravverrebbero però i riflesei romanzi di strÌElo-. An-
cora é notevole la coincidenza ladino- galli ca-spagnuola dit (engad. ~ gig so-
prai.) ^diti^dicAo, docome quella che accenni a dìcto- (efr. deico), mentre'
l'itaL detto accenna a dtcto come vuole Oellìo. L' e veramente ricompare pur
tra' riflesai sopraailvaui di dìcto ,, ma é un'e che non va senz'altro confusa
con qnella dell'ital. ietto, comunque aia stretta pur l'italiana.. Si tratta deir«,
1 cui in iapecie la varietà cattolica arriva dall' t di fase grigione anteriore
(i. l'esordio); quindi détg, e non diversamente: scretl, fetg (=fù:hfig nUm. 173;'
fttg anche nel saggio dal libro scolast. riform., Bùrl.) Carigiet, 3, 7, 139, 151 ;
eb. Car. gr. 107, 123. L'« nel riflesso dì dieta- non manca pure al riformato
Conradi {leas., 72).
;vGoo»^lc
ìli Ascoli, Saggi ladini, I.
lus 5,36; cusselg coasilium 27,1; sumelgia *ainiiliat 11,16; fu~
melgs 'familii 18,23; ischendra cin'r- 11,21; trenta 13,8; ent
intus (tnetf ent intrate, cioè 'meate intus') 7, 13; fender (onde
il perf. ta fendét 27,51) less. ; venscher strenscher tenscher
less.; pese num. 138; guest eccu'iste, III, 2; resta arista less.,
cfr. num. 229 basso^engad.; leungezia latesia ecc., num, 107;
véz DS. (Car. vezz) vitium '; [battem ^] ; ansenna num. 192; vess
Tii 19,23; metter, ptc. mess messa, 1,21; 4, 12; 3,10, mess sost
(messhggiero) 11,10; sech aiccus 12, 10; strechia BtnctA7,\3', —
e cfr. i num. 118-9, 192, 212. Seguono due fenomeni terzìarj,
pei quali Ve da i, cioè l'è secondaria, entra nell'analogia deU'e
43 primaria. Imprima: ie = 'e-i (parallelo del num. 28), che si deve
verificare, oltre che in spiert 'spirt, di cai al num. 33 n., e in
saniester 6,3 (ma sanestra 25,33.41; 27,38), pure nel fier di
tscheins fier, canone, livello (bodenzins; Car,), altro non si po-
tendo avere in questa combinazione, per avventura antichissi-
ma, se non 'census firmus' =, e firmus in abito fonetico diverso
dal suo solito (v. num. 42), perchè sia come parte di un'altra
44 parola e ormai inconscio di sé medesimo. — Poi: ei = *e = i (pa-
rallelo del num. 33, cfr. la n.), quasi con vezzo engadinese, in
due esemplari cattolici, ma instabilmente: eint (assediare: sa-
rar eint; raffardellare: far eint; ma: ent, dentro) ; qiieist allato
45 a quest, p. 246-7. canasiras {= *canastras 'caniastrasì,
cfr. num. 27 n. e 29) canistri, 14,20; 15, 37; e ugualmente ca-
naster canastra i lessici. — Il riflesso di cinque è al num. 236.
0 lungo, tonico.
46 È costantemente riflesso per u soprasilv.: hura lura (ali-ora) 8,
13; 2,17; ^r ora (orlo, v. DiEZ less.) 9,20; «ras ad«ras oras ado-
ras 6, 5; 4, 9; tur illorum (loro) 1, 21 ; lavure labora (lavora) 21,
' E eoa) l'ital. vetro (non ne epiaccia alle signore) altro non é se non U
pretta e oatinuaziono di 'vitinm' (vezzo: Titìo: :giuataaza:justitia,ecc.). 'Vizio',
'abitadioe iiiTeterata', 'abitudine', é nell'italiaco vexto-tnodo (clr. menda);
'abiludlae', 'modo', 'atto, attnccio' ci condncono poi a sei^o - leiio. - Conr.:
v&it pi., intrighi, aatnzia.
' 3, 7, cfr. num. 143. Conr. Bcrive, Della parte rom,-ted., certo per errore,
bdUem; db.: batte».
' fier = fermm non vi ù poti-à dì certo yedere. ~ S'aggiunge ptiKedr dal-
l'nltinift u. al num. S8.
;vGoo»^lc
Grlgiotii; A. S<^iraaelTa: <t. S5
28; hanur 15,4; xanur *di3-hon6r- 1, 19; dalurs dolores 4,24 ; '
paramur (propter; per amore ') 5, 10. 11 ; ramur rumor- 9, 23;
«THr 27, 64 ; singiùr (allato a singer, vedine il num. 87) ; pi-
giurs pejór- 9, 16, guvemadurs sonadurs paatur paslurs im-
peradur (v. ancora il num. 87) 10,18; 9,23; 9,36; 8,33; 22,17;
giù, T. u in 11.; fin pir-sul (pirsulameng 24, 3G), 23,8.9.10, *
par-sul-s 14,23, pi. 12,4, solus, cfr. num. 76; curuna 27,29;
parsunrta 19,12; patrun 10,25; dun, pi. duns, donum, 23,18;
2,U,pardunne (perdona) 6, 12; carduns (cardoni) 7, 16; can-
luns (cantoni) 6,5; parscfiun (prigione) 5,25; perditiun 7,13;
P(smnl7,9; raacAwn less. '; tritmlatiuns persequtiuns Ì3,2\ ;
oratiuns (ura/tun 21, 13)23, 14; nun (ca-nun) non, lesa., v. 111,5;
num 18,20; mendus 15,30; marvilgìus marvilgiusas 2Ì, 42;
21,15; puccadusas 'peccatosae (compassionevoli, v. pitccau al
num. 77) 6,16; crappua -(petroso ^) 13,5; nus nos 6,12; vus vos
6,8; piMcAvoce- 3,3; tutpar-tut* 3,5; 4,24; cudisch fcodice-,
libro) 1,1; ruir Car. Conr., rodere, num. 203; dus d[u]o3 6,24,
cfr. l'engadin. e il sottosilv. (il fem. dU'Os, 10, 10, non sarà già
U forma latina, ma si una propaggine oI>erlande3è della forma
mascolina). L'ó di gloria e nohilis è trattato come se breve, 47
stante la posizione ladina, num. 56. Il riflesso ladino dell' ò di
'favonio-' si viene alla sua volta oscurando in causa della par-
tiralare complicazione fonetica; e otteniamo, se io non erro,
' L* 'amora', disceso a fluiEi<»ie preposizionale, ta incontro a singolari vi-
cende. Poiché per amore = propter, dod estraneo pure alla nostra lingua let-
teraria, e molto usato in pit dialetti italiani, offre imprima nn curioso esempio
di atìmologia che afiatto bì oscura senza clie c'entri alcun dett'imento fonetico;
e a dirittura s'arrida tX per amore -per odio, in odio, come p. e. nel seguente
passo di uo proclama biigantesco (Calabria, 1867): 'spero a Dio e alla Ma-
donna del Carmine, che io brucio tutte le masserie dagli Albanesi, per amore
delle squadriglie'. Poi in favella ladina 'per-amor-di' (per-amur-d-, amnr-d'),
finisce per rasentare fonelicaroente la 'morte'; ciod si riduce a 'murt' (cfr.
D. 233), e pasta all'analogia del num. 58 d.; peres.: muori Ventelgienteivladat,
per amore dell'intelligibilità, Carig. 17 n., mttor tei, per rispetto tuo, ds. 2'iQ.
' Circa la notevole propaggine anorganica raeehittù ruschieni less., ra-
gionamento, discorso, V. la n. al num. 57*.
* erap = clap fri., sasso, circa il qual vocabolo si pud intanto vedere la
Zeiijchrift fùr vergìeich. sprachforsch., XVI, 209.
* Nel saggio di Waltaosburg {rifoi-ra.; Bùbl.) lots, tot qttei, pertot; e cosi
in quello di Villa (cattol.; BtiiiL.) tots toUts.
;vGoo»^lc
£6 Ascoli, Sa^ Uaioi, I.
questa serie importante: -ONIO, gnj (num. 102), -ginj -tmij
-Winj -Win, che avrà il suo parallelo: -ORIO, -prj, -girj -uirj
-u'irj -u'ir (cfr. II, 3). Si osservino: favugn fagugn {nam. 129)
Cap,, fagugn ds, 317, favoing fagoing ds. 282, favoign favoin
Conr, (basso-en^, favuogn, alto-eng. fuogn Car.), ostro, scirocco;
• e vi si confronti, per ora, suadutV = sudatorio- (stufa, o ba-
gno publico, DS.), allato all' engadinese (racAttOtV - •tractorìo-
48 {num. 172) imbuto di legno'. — Il riflesso di òvumks.ò. sa-
49 cerdots 12,4, è voce letteraria. co = quo[mo(lo] 13,5; »co
= 8Ìc-quo[modo] 5, 48.
0 breve, tonico.
50 ùr, d-ad-or, d-ad-or-a, foris, 8,12; 26,75; 12,46; 22, 13; 23,25;
cor 11,29; sora {pi. sarurs soróres 13,56) aóror 12,50; moUer
molere, mola {moliri) , 24,41; 18,6; viòla less. cfr. II 1, figliola
num. 71 n.; angolen (inf.: angular 6,20) "involant 6, 19; bof
bove- L. 13,15, pi. bos 22,4; nof novem 18,12 (cfr. num. 52);
roga rogat roge roga 5, 42, Apost. 8,22, cfr. n. 53,84; pò po-
51 test 3,9 {pos possum potes 26, 61 ; 5, 36). hum humens 19,3;
12,41; dimunis 8,28; tun 1 Cor. 14,7.8; cfr. bun- nella serie
che segue, e cun (con), 4,21, che risalirà alla figura latina
cotn piuttosto che a cum {v. Schuch. vok. II 166, Corssen vok. II*
52 106)«. [ie = *UB]: miera morit(ur) 22.24 (f. d'a.: morir 26,
35); bien bonus; bien sem, bien frig (frutto), hien carstiaun^,
' Netta la faee dell' u, malgrado U posizione palatile r
In duglia, ÌQCawatnra, od occhio, in cui entra il manico deil'afcìa, ecc.,
che Steno. 46 ha aagacemonte ricondotto a 'dolium'.
' cun ti potrebbe anche raggnaglìare a coni per u = o t. d'a., coneidcrals
per dtona, o quasi proclitica, pur questa particola, come accade d'altre.—
Avendosi preseo il Car.: nuscker, noscher alto-engad., taluno potrebbe credere
che anche nel grigione, come in altre favelle romanze, 'nocere' (tiuscher Me.
16, 18) fosse passato alla terza e qui per conseguenza spettasse. Ma, a tacer
d'altro, ss. accentua nùsehér la Toce soprasilvana, e Fall. conj. 53 dà nM-
tehair per l'alto-engad. Voci soprasilv. di 'nocere' con sicuro accento sulla
prima, non posso addome.
' sch'eiiei frucca bien (lett.: cosi à egli non buono; non é bene) 19, 10;
et fus pli bien (lett.; ei fosse piti buono; meglio, più ben sarebbe) 20,24. In
questi e altri simili passi, bien ^ bono- vien quasi a confondersi logicamente
con 6em = bene (num. SS). L'engadinese continua bona per due varietà fo-
netiche, runa delle quali fa d'aggettivo, l'altra da aostaotivo (buona cosa).
;vGoo»^lc
g 1. Grigioni; A. SopraseWa: 6. 27
13,24; 7,19; 12,35, ma al pi.: huns duns, &uns /ri^s, 7, 11.17;
e al fem. : bunnas ovras 5,16; teli oleum 25,3; lanziel linteo-
lum ■ 27,59 (ma al pi. lemouh, vedine il nuro. 57^); nie/'novus
9,16 {ma: nova novas 9,17; 13,52); ief= Gvum (base comune
romanza, in Inogo del classico Svum) L. 11,12. Mando pievel e
diever al num. 54, dove forse converrebbe mandare anche chiet
(gallo; Conr.: chiet, col, cfr. Ma. e 111 I; ds.: chiet sg., cotts pi-,
e pel soprasass. : cott cots) 26, 34. Ancora : triep *tropa (truppa,
T. DiBz less.) 8, 30-32 ; e col dittongo contratto, come ben vide lo
Steno, (p. 49, 51): scheniv "dsche-niev diciannove (cfr. num, 50),
chir *chier (od anzi *cliieir v. II, 4) corium. Meno è sicuro, mal-
grado il riflesso engadinese e il soprasàssino, che bì abbia il
medesimo processo in vid Mr. 12,3 {vida 12,44) vuoto (cfr. il
trident. orient. e il fri.), Ancora v. il num. 171; e circa veglia
(voglia) ecc., il num. 56. La formola fondameatate-grigiooe 53
■UEGU (cioè: ''-ócu,*-ógu), diede imprima, per attrazione, -UEUG
(cfr. num. 236, 57'; e II, 8), onde, giusta il num. precedente:
-ieug. Quindi: Heug lieuc (ds.: liug) locus 2,9; 14,13 (ma al
pi. (7 logs 2,22, cfr. Ili, 1); fieuc (ds.: fiuc) focus 7, 19; rieug
(Conr.*; pi. rieugs preci Ebr. 5,7; ds.: riug; è un sostantivo
Vogo, tratto da rugar, cfr. roga al num. 50 e la n. al num. 57");
gieug Conr. {giug ds., giucc Car.) jocns; cfr. hb. ',
' Cioè Itnteélo, Vo det anfOsso Òlua essendo, com'è notorio, ftcceotsto nelltt
base roman» (Diki gè., Derimi*. nomin.: L); cfr. II. 7.
' ilg tieu soing rieug, la santa tua prece, in un saggio del 1749 ap. Andeeb,
Veber ursprung vnd geschichte der rhaeto-romanischen sprache, p. 134.
' Circa la coDtiQuaziooe di '-ócu ecc., io devo discordare, come in pih altri
pTiDti, dall'egregio mio amico Scbuchaudt, la coi indagini acutissime sempre
penJ mi furono di grande giovamonto, e quasi la pietra di paragone in ordine
d grado di maturiti che la mia intelligenza del vocalismo gi'igiooe avesse
raggianlo. Come pib compiutamente vediamo al Cap. II § 3, quel vaiorosis-
timo fonologo é sempre in penosa incertezza circa la genesi dell'i di l'eu; e
per restare al caso attuale, egli ci vorrebbe piti genuino i'ew che non Vì*u,
e tatto icw gif sarebbe la coatinuazione dell'^ latino, e si compiace dell'a-
nalogia ch'egli vede netl' i«u «oprasiW. dicontro ad li (uou«) ted. in fieuafiiva
flieua aratro (pflug), Itw- 41.3. Ma qui si tratta di *flùga (cfr. flùja angad.)
*(t6gva (cfr. il num. i84 , in ispecio nail' engadin.) "fiùwa 'fii'ua, cfr. num. 35
e 60; e ancora v. del resto, circa il grappo ìu cui entrano questi termini
grigioni, il C. V, g I. Spievi (pel pili corretto tpiel) spola (ted. spule) è de-
dotto dal plurale, v. Ili, I, e cfr. la n. al num. 57*. — L'oscillarsi, nelle
;vGoo»^lc
28 Ascoli, Saggi ladini, I.
0 tonico, in posizione latina o romanza.
54 sort, pi. da tutta sorts 27,35; 13,47; porta poptat (cfr. jntrtar)
3,10, la porta7,l3; misericorgia 9,13; porsche (porgi!; ma f.
d'a.: purschenan por36ro22,19)5,39; daooa *davor3 num. 126;
possa (la possa) 15,32; fossas 8,28; dovran *-it-operant (cfr.
num. 56 e 85) 20,25; oz hodie 11,23;- o[i]g = OGT (num. 172):
55 oig odo, noig nocte- (pi. noigs 12,40). — Cfr. num. 56. [uè]:
cueissa (ds., Car.; Conr.: coissa, cfr. num. 174) coxa; quint
(*cuent; conto, computo; quenn Carig. avrà le sole apparenze
di un piii genuino dittongo, cfr. num. 41 n. e l'esordio) 12,36;
56 raquinta (racconta; BQhl. '). {ie=*tte, cfr, num. 52] : gliergia
gloria 16,27 (cfr. plievgia num. 62, e un.), niebel (*nobl, fem.
niebla less.) nobilis L. 19,12,- v. num. 47; chiem corna L. 1,69
(pi. coms Apoc. 5,6, cfr. num. 166); jerfen (fem. orfna) orpba- j
nu3 OS.; dierma dormit9,24 (ma dormt'van durmieu dormivano
dormito 13,25;28, 13, dove parò si tratta dalla figura f. d'a.,
e non dell* alternazione grammaticale); an-tiert (torto) 20,13;
anchiert Car. (accorto, ptc; quasi: 'in-corto'); miert, tgierp
miert, morto, corpo morto, ds. 203, 78, allato a mort-s mortuus,
morta, la mori, 2,19; 9,24; 15,4; pìerti porticna ds. (p. 320;
p. 234: pierl)^; chierp corpus (pi. corps 27,52, cfr. num. 166)
5,29; pierch piertg less. porcus, pi. porcs 7,6; miei (il molle,
sostant., umidità, Car. nachtr.), allato a tls molls molles, I Cor.
6, 10 ; sien somnus 26, 43 ; iess = osso (pi. ossa 23, 27) G. 19, 36;
diess (dosso) Rom. 11, 10; griess (grosso, ds.; ma grossìn inai-
predicat. 13, 15) ;messj3aun nostro pane 6,11 {m&: noss puccaus
nostri peccati ib. 12, nossa nostra; cfr. Ili, 2), viess cor vostro
cuore 19,8 (ma «oss cors, possa vita, 19,8; Q,A); parpiest Car^
scrittura aopraBilv,, tra -g a -e nella uscita degli esemplari toccaU in questo
Dumero, é cosa di neasan momento atimologico (cfr. rive Carig. 44). Nd dob-
biamo ksciarci STiare dalla coincidenza di lieu frc (Dihz gr. t* 439) col «*-
prasilT. lieug.
' Cosi due leiioni cattoliche e una riformata; ma in un'altra riformata (Do-
vili) é Bcrìtto, forse per errore, raqvenia,
* Ball'asemplara, e un po'recondito é fierg [=fìertj t, num. 172 n.) forte,
acetoso, DS., allato a fora (fort-s), col s pradieatiyo concreBciuto, di Car. -
Ancora adduco da ne.: regiert, memoria (ricordo), = ragord Car. a, 'cor'.
;vGoo»^lc
§ 1. Origioiii; A. Sopnuelva: ó. 89
propos'to- (ctr. num. 124; db.: propiest),a\ì&io trasposta 3,ÌÒ;
pieìwPpop'lo (num. 90 n.) 1,21, e ^L pievels 20,25; 24,9; die-
ter usna (è un nome 'dovrò, estratto da duvrar, cfr. num. 210
e 57" n.) Rom. 1,26.27; tgietsohen, fem. cotschna, coccinua, ds.,
predicatÌYo cotschen-s 16, 2. 3; ziep (zoppo; col s predioat. : ir
zops, vegnir zops) lesa. — Qui pure il dittongo, o anzi trittongo,
rattratto (cfr. num. 28 e 52), primamente in iissi toxicum Rom.
3,13, T. num. 174 e cfr, num. 173. Nella risposta di OLJ, con-
siderati ì riflessi engadinesi, e anche l'analogia del num. 31,
vorremmo: *uelj *ueilj 'ieilj. Della prima figura (cfr. num. 55)
vedremo balenare, quasi per anticipazione del riflesso engadi-
nese, più d'un resto; nella terza facilmente si conciliano la ya-
rietà riformata e la cattolica (e il soprasàssino insieme), senza
bisogno di ammettere, tra le due chiese, una distribuzione del-
l'e e dell'i che aia all'inverso del aolito; ma forse, a rigore,
potrebbe a ciò bastare anche la seconda. Abbiamo dunque: celg,
pi. (slf/s, 5,29; 26,43 (ds, eigl, igl, ma anche ceigl; pi, igls
eilgs; p. 210, 152. 140, 233), *o[c]ljo num. 118; fóegl [foègl]
(eigl, pi. foeglia, Conr., felgia 21,19 (folium, foglia; de. figlicC^;
lasdelgias (le doglie della partoriente; ds.: dtglias) I Teas. 5,3;
velgia (voglia; ds.: id.) 6,10. E l'istoria che noi facciamo di
OLJ *uelj, può facilmente avere una curiosa riprova da un esem-
plare dove ì'uelj è di genesi diversa; cioè 'buelj ■=bo[t]ello, bu-
dello, che darà hOglia all'engadin., heglia al soprasilv. riform.,
e biglia al cattolico (ds.), budella. E in perfetta analogia col
trattamento di OLJ, avremo quello dell' ONJ (siavi l'o primario
0 secondario) di *bi-3onjo ('bi-auenjo ecc.); cioè; bsOgn engadin.,
soprasilv. riform. basegns 3,14, soprasilv. cattol. besign, bisogno,
ve de besirts (soprasass. veir iasinz), aver biaogno, ds. '. OLT 57"
OLD diedero primamente *oult (come ALT ALD danno ault auld
num, 10), che poi normalmente passa in 'ueult ieult euK ecc.
(cfr. il num. 53, dove perà il substrato ha storia diversa). Quindi ;
veult{Conr. vieull; ptcp. di volver, cfr. sa volvigian si •volga.no
"Ì.Q; arvieult Conr., arviilH ds., volta della casa ecc.) 9,22, cui
stanno allato: anseult (Car.; us.: siùld; ptcp. di an-solver far
«lezione), mieu/i (Conr.; Car.; meniti ds.; miùU; ptcp. di mol-
' Carìg. 7; bastns.
;vGoo»^lc
30 AmoU, Saggi leidiai, I.
ler macinare) ; schieulda il soldo (Conr. ; Car. e ds. : schevlda] '.
57* — Analogamente, ol■^s grammatic. diede imprima ouls (cfr il
num. 10 e la rispettiva n.), che si mantìflDe negli antichi plu-
rali: lenzouls L. 24, 12, G. 20,7, cangiouls (cagnuoli) 15,26,
Mr. 7,27, ma fini, secondo l' analogia del numero precedente, per
57' dare ieuls euls (Car.; lanseuls ecc.) a. — Men facile decidere se
oung ed ounc (cfr. il soprasilssino) che troviamo in basi ober-
landesì rimpetto ad ONG e ONC anteriori, surgano, in analogìa
colle precedenti due rubriche, e in corrispondenza col num. 13,
per isviluppo meramente fonico di u, o non piuttosto si debbano
all'attrazione di un u successivo, in corrispondenza col num. 53
e con altri casi che meglio ancora si adattano al paragooe
(num. 236). Il non aversi, pel mero sviluppo fonetico, alcuna
particolar conferma in altri dialetti ladini, dissuade dalla prima
dichiarazióne; e noi affermeremmo decisamente la seconda, in
ispecie per l'esemplare soprasilvano a cui si allude: ['longu
*loung[u] ecc.] lieungs I Cor. 11, 14. 15, leungas 23, 14, longi,
' Qui spetta Teramente anche meuUcha (la qnantiU complaaaiva del Ulti
munto, daa gesammts gemolkene, Car.), difficile forma, intorno alla quale non
parmi che abbiano iatsrajneate veduto il vero Stbhq. 60 e bcHUcB. lautw. 45.
Il aopraaiWano ebbe primamente o accentato, per Tu àtoQO dell'infiaito, ìa
quei nomi di aembianza primaria ch'egli, giusta la generale analogia ro-
maoia, viene estraendo dal verbo (cfr. p. 17, a. 2), indotto a questa vece di
vocale dal rapporto che per via organica s'era stabilito fra mori e munV,
porta e purtar, e via dicendo. Cosi da un suo r'schunar (con w doppiamenU
legittimo) egli ei estrasae 'r'schàni (ragionamento), che poi, per la normala
vicenda dell' d, si fa: *r'schueni r'schigni (risehieni rtisch., Car.). Ugual-
mente da mulseher eatraaoe *màl3cha , onde, per l' analogia dal num. 10 e di
quello in cui siamo, s'ebbe imprima *fnoulscì\a, e poi normalmente: mneul-
scha mieulscha meulscha. Cfr. dùcer, rieuff num. 56, 53.
' La figura ùul$ andò iocontro a particolari vicende. La riduzione -euls,
agevolata dal suono palatila che in qualche esemplare, d'uso frequente, pre-
cedeva all'i, d qui comune anche al Boprasilv. cattj e la riduzione -[t]wlj, che
ha fisionomia cattolica, é comune anche al riformato. In entrambe le chiede
si ha poi la figura acccsBoria -Utwls (ds. : cacciti cacoiauls, calcetto calcetti;
Conr.: raeiauU raviuoli; e qui spetta anche ipault *spÌauU spieuU , roc-
chetti, spole, Conr.). Intatto A ieuls aeM'avieuls, *apioli, api, di Conr., con
aviuls per normale sua risposta in ns. Intorno a questo non facile grappo ti
é in singoiar modo smarrito, se io ben veggo, lo Schucbardt, Itw. 43 e segg.,
sempre però spendendo con utilità il grande suo acume. Ne ritocchiamo al
C. 11, 3; e al C. Ili, 1 (singolari ricavati dal plurale).
;vGoo»^lc
§ 1. Qrigioni; A. Sopnuelta: if. 31
lODgae (cfr. lieung Conr., liung ds.), e anche fuori d'accento:
leungezia 6,27, aTTertendo ancora come nel riflesso di 'ionge',
dove non era tt all'uscita, il soprasilvano non sia più all' *<ning
(t. num. 58). spus spusa sponsns -a, O. 3,29; 1,19, e ad- 58
ascus -absconao- 1, 19, in cui l'antico o stretto di -gris ha Io
stesso continuatore dell' o lungo (cfr. Scrdcq. vok. II, 118),
fanno buon riscontro a meisa ecc. del n. 32. E gli altri esem-
plari per u soprasilT. = o lat. in pos., s'incontrano regolarmente
coU'o stretto italiano: an-canuscker 7,16 -co-gno-scere {cong-
sceré), dove a dirittura si tratta di o etimologico; Ittnsch 8,30
longe (e qui l'ital. è affatto all'u anch'esso, dove l'engadinese
riflette un o aperto, come fa il soprasilv. nella risposta di 'lon-
gns' num. 57'); frund Apoc. 14,9; 17,5 (frpnte); an-cunter
12,25 {c9ntra); curt 26,3 {cgrte, cortile), antum iumig 8,18;
10,13 (int9rno, che t9mi); {vulps 8,20 (cioò w)lpes = vulpes)
v^lpi;] -cumpra cumprian 13,44; 14,15 (c9mpera comperino,
cfr. num. 85)'. Ma con l'u anche (tutina 5,28 {dgnnc^.
U lungo tonico, fuor dì posizione.
Costantemente t in Gabriel ^ con pochi esempj o alternamenti 59
della fìiae intermedia fi: sc(tr-s obscurus 24,29; mUtmftt-s mu-
tus9,32; 12,22; fìim Apoc. 9, 2, /?mma fumat 12,20; fin Unna
' Ne'leeaici, quando il primo elemento del Peseo sia i* o 2, quast'u = o cade
il posto ad «o: euort db. Car., cvrt, cvort Conr,; anivorn db., antuom an-
tum Car-, entuom antum Coar.; [vUlp db-, t>ulp Conr., vuolp Car.]; cvolp
Car. (ìL colpo, epagn. golpe, ecc.)j ma all' incontro: frunt {front), punt
(poni), prvrtt (proni prpnto). Cfr. num. 65, e l'aDgadin. Ud eeemplare in
cui Io steiao Qabrìel lembra oscillare tre. u ed wo, ò /Wtna FiL 2,6, ecc.,
fuomta Ebr.8,5 (cosi in questo solo passo), DS.: furma, Conr.i forma forma,
Car. ; forma fuortna , fgrma.
' Esempj di e cattolica, anche per i = ù (e a dirittura abbracciamo anche
l'u in pos. e t'ù Atono}, in analogia dei num. 33 n. e 41 n.: maglitm, de-
riiazione per *-iimen da magliar (mangiare, num. 146), titg (Carig. etg = ig
num. 15£}, miserar (misiirare], db., vaUla (= ds. valila, "valuta) Carig. 5.
Uà BDcha tra' Riformati, t, ur., e sari in iapecie dinanzi a -m. Per -ù lat.
Tenuto all'uscita, il Conr. mostra e ei (cfr. il sottoailv.) in pati palei = p&-
lùd-(cfr. n. 60 n.); e ancora dà: pellilsch accanto api7fit3ch = pùUce- (db.: pi-
liich)i e lo stesso Car. gr. 112 per (= engad. pur, itat. pure; nel lesa. prfr, erat,
gerade jetzt; cfr. il nostro testo). Ben solido, e assunto anche da Qabriel,
iTTemo finalmente, al num. 66, l' e per i da it in una particolar posiuone. — Un
;vGoo»^lc
3S Ascoli, Saggi ladini, I.
nag-in nagtnna unna una "nec-unus -a, 1,20; 1,23; 6,24; 6,1,
par arma, parinna (=per-una, cioè: d'accordo) 18,19; 5,25,
adinna (* ad-una, cioè : sempre) 18, 10; ti tu 1, 21 ; mìr murus
Apost. 9,25; pir (it. pure = lat. piire; piV dormii 26,45, cfr.
niim.76); sagìr securig3, 10; sa^iVs sacuri 28,14; j^tra jurat 23.
21; dir durus {andiràr = {rc. endurer IQi, 21, dirézia 19,8)25.
24; mastra mensura7,2; scartira scriptara2,4; cummin com-
tnunis Giud. 3, fem. cumminna Tit. 1,4; ^apins jejuni 15,32;
Igino luna 24,29; serclim 'sarculumen (sarcbiume, zizzania)
13,25; fis fuaua ds.; pli plus' 5,29; Igisch luce- 10,27; schitf
sucus^ 24,32; enagid (in ajuto) 15,25; vartid, pi. vartids, vir-
tut- 7,29; 24,29; salid salut- L. 1,69; iver gliver, m. Gap-,
gliver liver, m. Conr., uber, coli" articolo concrésciuto; brit
60 (nuora) 10, ^, = ted. bHkt, v. DiEZ less. s. bru =. Già sap-
piamo dal nam. 35 come -UTO dia -ieu -eu. Esempj: standieu
('s-tenduto) 8,3; pudieu ("potuto) 17,16; pandieu {'penduto)
18,6; plaschieu ("plaéuto) 11,26; carscheu-s ('cresato-) 13,32;
esempio di w Bottosilv. al posto dì w lat. earobbe flum Conr. 676, Carig. 99
(flumm flvmfial). Il Car. (nacttr.) dà regolarmente fllim ; e flim fltm è anche
Bel noto noma di luogo (Flim-i, Flem). Qnìndi tanto piti incredibile (mal-
grado la nota a schig io questo stauo numero) elle in flunt Teramente si
tratti dì contÌDUBiion diretta dell' u lat. ; e se flum é proprio voce indigena,
bisogaerebbe piuttosto dichiararlo da flim, secondo le analogie che ci sodo
offerta dal num. 31 engadin, e trident. orient.
• ti (su; sin bu + ìd su'a; sisura su + Bopra; tisvm sm- sommo; 8,15; 5,1,
8,S0;S7,51), riviene a sùsum (cfr. ital. suso su), laddove niu (giù dtm ^ib
+ d'-iino, surangiu di sopra in giù, 27, 51; 4, 6] accenna a j'oswm (cfr. num. IS6);
e la diversità si riproduce in più dialetti romand, p. e. su io nel venei-, si
^0 nel milan.
' Mancherebbe a Conr.e Car.; Da. ha, cosi pel sopraailv., coma pai aopra-
eaae., sue, ch'egli probabilmente leggeva sue; cfr., presso lui medesimo: ffiu-
itia num. 63, e ehiul num. 166, dove l'u sta in contraddizione collo eh[i].
Taluno potrà imaginare che sucus ancora si rifletta nel soprasilv. ji\g, gich,
gitff di Car.: 'una quantità di liquido'; ma questa voce, che altro io realtU
non deve dira se non 'buon sorso, buon tratto' (cfr. engad. lùg ap. Car.
óachtr.), si confpnda veramente col ted. lug, che dice, tra l'altre, 'bevuta,
eorao'. Per altri aeempj di t oberland., u engad., pari a ti non latino, si con-
frontino intanto: stiva stùva (ted. stube, camera) Car.; xicMa lùcha Car.,
zucca; siekier Eopraaasa. ds-, tùcher eng. Car., zuecaro.
* poppa pilpilla piipa (Car., cfr. it basso-engad.; ds. pùppa) pud parare
anomalo; ma v'ebbe in realtà la geminazione (cfr. l'ortografia lai. pvppa), e
questa ci apre la via al num. 66.
;vGoo»^lc
§ 1. OrigìMii; A. S<^praMlTa: ti. 33
vandìeus (Venduto) 18,25; vangeu-s ('venato-), vagrU, vor-
n^irfa, 2,23; 8,33; 12,42; vieu ('veduto *vi[d]ato ■•via[d]u tTu
YÌ^u);ecc. ^ E nella stessa analogia entrano anche jia/ieu (Conr.
s.'3umpf' 'pftLtze', e correggi s. 'morast'; ds. : pali'ù., Gar.: •paletti
•palttdo (cfr. venez. polito) , palude ^ e nieu nu[d]o, crieu oru[d]o,
di cui V. il uum. 203; e ancora, per v vocalizzato, ieua ("il^aa)
= uua, uva, cioè y^uo presso Conr.,jlifl in d8. (pi. ivas, juvas
[con V epentetico], p. 247, 328; soprasasa. ib.: jeva jevas, di-
min, juet), eua 7,16 nel nostro testo». ii-»6tt( 17,24; 22,17 60»
è voce letteraria. Y. ancora i num. 63 e 89.
' Ancora: Mouckieu (vinto I GÌot. 2, 13. 14; vanteheu or, 'vinto-ftiori',
finito, 7,28, T. ap. Car.: vinscJiida, fine, Tittoria, e U nnm. 220); cfr. l'anL
portogb. oeneudo, ecc. Contro il aospatlo clw la base {frigiona iì questi par-
tici{j aia in -ito anxicbd in -410 (cfr. portogh. vtndióc ecc.), parlerà chia-
razcente il basso-eDgadiuafis.
' S'hB qnasi nii doppio tralignamento nel aopraailTano , poiché palitu
=4palndo, &tton realmente maacollno, non rìnuue tale (come il venez. pallio
ù rimane), ma ritoma in grembo al genere feminite, certo in canea di forme
collaterali che piti legittimamente vi spettano (cfr. ap. Conr.: pali, di cui toc-
cammo in notaelnom. che precede). PI. palliew l Maccab. 9,45; a proporìto
dalla qual citazione gioverai avvertire, che gli esempj del Vecchio Testa-
mento, e degli Apocrifi, provengono da La S. Sibla, guti ei: tut la Soiit-
cAi'a Scartira, ner tuts ils Cudiscks d'ilg Veder a Nief Testamént, eun ih
Cudiscks Apoaryphs. Messa giù ent ilg Lattguaig Rumonsch da la Ligia
Griicka tras anckins Surtìients d'ilg Plaid da Deus d'ils Yenerawis Colloq.
Sur- a Sui ilg Ovaulti Coirà, 1718.
' Mire«tam(eMrLev.lt,29,miwrDe., tMurCar., mure[m],clie ci porta a
*miur, etrana figura, la cui seconda vocale non ha alcun fondamento nella
bue latina, né si riproduce negli altri riflessi grigìooi che a suo luogo si
incontreranno. ScHUCHAScr, lantw. 45, è trascorso a imaginare un expartdi~
mento dell'u, pel quale avremmo (ti (eu t'ett) nei seguenti quattro casi (ci
imitiamo, per brevità, alla figura cattolica): -iti ■= -Sto del partic, miilr
more-, paliti palude-, tialiu *TÌllnto- (il velluto). Senonché, egli medetimo
t'A messo in dubbio circa il primo ed il quarto, e noi, nel numero in cui
ùazno, gli portammo via anche il terzo. Resta dunque il solo mitir; e dichia-
rarlo per eipartdimenlo equivarrebbe a non chiarirlo punto; poiché si sta-
bilirebbe un fenomeno affatto imaginario, e 1' ù latino é tutto nel solo t di
mi[t]w. Io vedrei all'incontro la base di questo singoiar dittongo nel vecchio
pi. ted.: mttu« mures, che ancora dev'essere di qualche dialetto svizzero. Il
genuino plurale ladino mire s'imbatteva cosi nel plurale germanico mitu; e
im ioflosBO di questo era tanto più Tacile io quanto mir mirs (mas mures)
li veniva a confondere (come in altri dialetti ladini dei Grigioni i rispettivi
riflessi ai confondono) con mtV mire murus muri. Cfi-. il num. 220.
Aiduvia glottal. Itsl., I. 3
;vGoo»^lc
34 Ascoli, Saggi ladini, I.
V breve tonico, fuor di posizione.
61 gula Rom. 3, 13; giuven juvenia lesa.; fui fugo 2, 13; juf ]\\-
gum 11,29.30; crusch cruce- 10,38; nusch nuce- lesa.; scuda
ex-cutit (trebbia) I Cor. 9,9.10; luf{feia. luva ds. Conr.; leufa
Car. , V. II, 3) lupus G. 10, 12; nu'ca dove che [t. num. 150-1] 6,
19.20.21 {nu ch'el veva dove egli aveva 13,5); dubels n. 114;
stubla I Cor. 3, 12, "stupula, Schuch. vok. II 227, stoppia; sur
sopra num. 210, cfr. surangiu num, 59 n. , surdar = "supra-
62 dare, consegnare, tibergeben, 10,17 '. piover 5,45 riflette
piuttosto un antico 'piovere' (cfr. l'arcaico per-plovere e il
ìtas3o-eng. plouver) che non pluere; e pUevgia (pioggia 7,25;
T>a.: plievia) si fonderà, come il r-ameno ploae, sopra un anteriore
*plovia, V. num. 52 e 56. Di diember, numero, ecc., v. il num. G6.
U tonico, in posizione latina o romanza.
63 La differenza tra u lungo ed u breve in posizione, è ancora
sentita, per buona parte, in favella romanza; e cosi noi dicia-
mo, a cagion d'esempio, agosto (augus-to-), come giogo (jugo-),
ma giusto (jos-to-), come duro (dilro). I dialetti grigioni man-
tengono la distinzione con particolare fedeltà, e in qualche incon-
tro è anzi una fedeltà tanto ammirabile, che si rende sospetta;
ma pur la critica più scrupolosa non potrà riuscire ad impu-
gnarla >. Avremo cosi ttnsc/ie6,17 unge, «nscAtew (unto *ungÌuto)
G. 1,42, rimpetto ad ùngo, e all'incontro ig (v, num. 152 e 172)
= u[njci0' (unguento, 26,7.9) '; il qual rapporto si ripete tra
punscher e pitg (pungere, punto = puntura d'ago, Car., cfr.
Steno. 60 e t'engadin.); e si aggiungono: sckig asciutto, ex-
* mu'^A- = mnliore- pib nOD iepetta all'ti in acceDto; v. num. 19.
* Nal grigione, la diatinzioaa ai fa anche piìi spiccata, per la parlicoiai'
natura del continnatora dell'u (li i); e lo Schuchaii»t l'ha sagacamante aT-
vertita sin dal buo Vocalismo (Il 192). Ma egli non s'è forse accorto, ch«'
non ai tratta già di un'asBolnta prerogatira della faTelU grigìona; poicbè
volgendoci p. a. all'italiano, trovìam sùbito la regolari comepCHidanze
w lat. in poE., u (i) grìg., u itaL,
u lat. ia poB., V (uo) grig., o italiano.
* Aub Qellio, Notti Att. IX 6, afferma che ungo abbia Tu breve, ed ttnctiio
l'abbia lungo, perchè sia luogo quello di iwKttw. Cfr. Lacbu&nn in T. Lw-
crttii Cari de r. n, Hbroi eomment.f ed I 805.
>vGoo»^lc
g 1. Qrigioni; A. Soprasalm: ti. 35
-suctus, sdrilg destructus (Car.; cfr. II, 4), e un riflesso dì
'juncto' nel sopras&ssino e nell'engadinese <. Ancbe fng<=fr\ic-
tas, 3,10; 7,16, potrà stare nell'analogia, e cosi /!st = fu3tis
10,10^, tanto più che sempre concorre anche la risposta ita-
liana che si conviene ad w (frutto, fusto)\ e viene poi la volta
di gist-s I,19=jiista8 (fem. gista II, 19), e ancora d'tscA ostinai
27,60 (*ustiam=03titim, it. uscio ecc., cfr. Diez less. e Sohuch.
yok. II 137) 3. Tutti ì quali eseropj appartengono bensì esclusi-
vamente alle formolo UCT UST; ma, dall'un canto, il fenomeno
con si limita a queste, né, dall' altro, ad escludere affatto il sup-
posto che l' i dipenda dalla qualità della consonanza che sus-
segue, mancano esempj anche di -ug ed -usi soprasilvani nella
continuazione di uct ed itst latini K Tra questi è in ispecie osser-
vabile: dutg duch Car., dutg dCdg Conr., dutg duitg ds. 52,81,
263,284, canaletto, acquedotto, dove Tu soprasilvano s'incontra
normalmente (num. 65) con Tuo engadinese e con l'o italiano
[dtioch doccia, 'ductia ['ductiare]), perchè si tratti d'u breve,
cioè della base dwcto- *. Per tist = UST citeremo crusta less. (cfr.
' punctus sùelvs ttrùclus junctiu, Lachiiakn ib.
' fmctus potr«bba entrarci per via piti diretta che al Lachmami L c< non
paresse, se conaideriomo la flgnra radicale che ó in frug-es, cioè figura
uueDte per media; e tale ò pur quella a cui il Corsseo riconduce ftutts
(*fond [^ fend ìa of-fend- ecc.] + ti).
* Ugualmente cadrebbe in acconcio; Sist (bustO)=buHtam Car. ds., nel quale
entra la radice ùs (ùtù ùstus; cfr. Schucb. 1. c., e Sludj critici II, a. eombt*-
Tert buslutn). La identità di busto it. ecc. colbuslttm lat., ò negata a torto dal
Diez. Si Tegga in ispecie: E. Q- Visconti Museo Pio -dementino VI S5-S7.
Ancora à consideri briichd al num. 8S n.
' Ed anche senza eiù, chi avesse Toluto sospettare che la ragione dell' i
di frig ecc. stesse nel prodotto palatino di CT, avrebbe pur dovuto ricrederai
dinanzi al riflesso engadinese, il quale continua nella distinzione (p. e fì^t
fractua, ruot raptus) pur rimanendo al prodotto dentale di CT.
' Cfr. Lachiuhh nel 1. e. S'a^unge: Itichia luehiar locta Inctari less.,
lnchià (lottò, Qen, 32,84), cfr. il sottosilv., e l'ital. iotfo. E giova vedere
riunite !e seguenti serie esemplari ;
soprasilv. ffist, engadin. ^ust, ital. giusto, ìat. jùshis,
schig sùit asciutto tiictus;
due duoc doccio dìietus (duclriare),
rut ruot rotto rwplws.
Quanto poi all'i (it) che apparirebbe, in luogo dell'u [uo) di due (duoó;
iutg ecc.), in raditg ridotto, e simili, v, il C. Il, § 4. Notevoli esempj di
■ig = -ueht tedesco, avremo at num. 172.
;vGoo»^lc
36 Ascoli, Saggi ladini, I.
l'ìtal. crosta) e frust frusto (ven ad ir a frusta desolabitur 12,25,
frusta reliquiae 15, 37) *, La formola UTJ ricorre in "cuiiit-ian
che è il substrato di gisar {lesa., cfr. ì riflessi angadin.) aguz-
zare; e la atessa formola ritorna sicuramente nel substrato di
s-tisar (extingai 12,20; s-tizta eitinguitur 3,12, s-tizen extin-
guuntur25,8; cioè -tut-ia-ré); il quale esemplare soprasilv., del
pari che il suo parallelo provenzale -tuzar, sta nell'ordine mor-
fologico all' italiano -tutore (at'tutare ecc.), o al baaso-engadi-
nese s-tùdar, soprasàssino s-tidar, cosi come per esempio sta,
neir italiano stesso, ammorzare ('ammortiare) ad ammortare, o
m^lio ancora jjro-cocciaffi (-captiare) ad ac-cattare (-captare)*.
' Qui c'è discordia tra grigionc s italiano; poiché frutto it. Terrebbe /Hit
•oprasilv.; 0, ficeTersa, /Vm»« BoprasilT. Torrebbe frollo it.
' Il Dm (Imb. b. tatare) vedrebbe nello x del prov. tutar un maro degm- !
dameuto fonetico. Di certo, la figura provenzale non basterabbe di per ed soli
a &rci credere al aubatrato *tutiare, ma questo d afiarmato in modo sicDro
dal riflesso eopraeilvano. D'altronde, l'italiano at-tut-i-re contravviene, nel' ,
l'wdine morfologico, all'ipotosi del Maestro che tubm sia il latino Uttari;
ipotesi ch'era ancora assai ardila dal lato delle significazioni, poiché (udiri
inopiam altro non dice se non 'sostentare la miseria', a nnll' ha a eha vedere
con 'attutare la fame', che é veramente 'smorzare (= es-mort -i-are) , spe-
gnere la fame', lì tutore dei Romanzi (s-tutare, tndar, tuerecc. ) dice pro-
priamente 'finire', 'spegnere'; quindi 'uccidere', quindi 'smorsare', nel senn
proprio e nel metaforico. L' enigma di questo importante gruppo Dso-latioo ti
Bci(%lier&, com'io spero, col derivar lut-ore da tòtia. A una figura latin
d^' aggettivo in cui l'o fosse non solo oscurato, ma ridotto a dirittura ad u,
a tiitiu allato a lòtut, accennano le molte figure remarne con l'u (it. tutto,
port. tudo, ladino centrale e orienL dut), e tanto piti facilmente si pob^
supporre questa figura nel verbo composto (*ez-tutare ecc.; e anzi la sem-
plice romanza pnO essere non diversa dalla composta latina; cfr. il romanzo-
comima *jeclare). Ora *tulare, a la sua normale propaggine *tutiare, diceva
naturalmente 'compire' 'finire' ; a quando siamo a 'finire', ci confondiamo fra
'terminare' a 'sterminare'. Un esatto parallelo di questo processo logico, rin-
veniamo in nna lingua ben rimota dalle nostra, nell'ebreo, dove una stessa
voce verbale {killa) significa: perfecit, peregit, finivit, absumsit, delevit. Ri-
marrebbe solamente il desiderio di qualche traccia di tatare esc-tutare nel
proprio significato di 'finire'; e augurando che si trovi, mi fard lecito intanto
di dire ancora il mio pensiero circa alcune altre voci italiane, che posaoQO
qui recare, ed hanno recato, confusione. In-tuxiare r-in-tuiiare rivengono s
base aOktto diversa da quella di tutart tutar ecc. Vi abbiamo, comunque non
■i tratti di base aggettivala (III, 4), *-tudit-ia-re : tuditare : : ad-mort-ia-ra
[ammorzare] : ad-moi-lare [ammortare] ; onde normalmente -lud'ttars -tuxiart.
;vGoo»^lc
§ 1. Qrigioni; A. SopraMlra: ti. 37
Ad ù anteriore davanti a consonanza composta, in voca non la-
tina, accennano ancora insieme il gTÌgiono e l'ItaHanonel se-
guente esemplare: soprasilv. sbittar {-buttare, cfr. Dibz less.) 6,
24, contemnera, sbittas Kom. 2,4, contemnìs; e le atesse favelle
ci farebbero finalmente credere lungo l'u di 'muscus', avendosi
mishel mischel miscel soprasilv. Gar., ds., Conr., miischiel ea-
gad. Car., mistgiel soprasasa. ds., ital. musco *. — Ma neppur
qui trova risposta da u lungo il lat. 'nuptiae' (nùptas); e noz-
zas22,2 (cfr. l'italiano nozze e il francese noces), ai foggia
come tozza fango II Piet. 2,22, che ha nella sua base un u breve,
cosi passando entrambi (e qui è, in generale, caso piuttosto inso-
lito; cfr. i num. 61 e 66) nell'ampia analogia romanza di o per u
in posizione *. Del rimanente, w = U («) in posiz. : fìtm 13, 42 ; 64
surd, pi. surds, 7,32.37; urs Apoc 13,2; cursa Apost. 13,25;
(urr21,33, [oit/jìs 8, 20] ; sttlper L. 17,29; cutpa2:7,4; pul~
cral0,14; cufm (=culmen; monte)8,]; unsche ecc. num. 63;
avunda abunde (abbastanza) 6,34; mund (mundus, il mondo) 12,
^■, malmunts immundi 10,1; funds fundus 18,6; si sum = 'B\i-
-[som] summum (v. num. 5d n.); rumper ru2 5,27.28; suffels
(venti) 7,25; sut 8ubtii8 5,13 ^\ frusta crosta num. 63; angu-
tcha 26,37; fiuss fluxus 9,20; schanuglia num. 118; bucca 4,
4; nagutta 'nec-gutta' nulla Apost. 5,36, nagultamai appena
appena 9,21. — Non mai dunque Vtto, che in DS. predomina 65
dinanzi are dinanzi a 2-t-lab. (cfr. Stbno. 59), come si può
vedere dalla serie che segue: fuom, fuorchia, surd, cuort cur-
tua, vors, cuors ptc, tuor, [vtìlp], puolpa, suolper, putvra,
cuolm, sulc, unscher, mund, funds, rumper (rùmper), sufel.
baUere, ribattere. E siccome Utndo dice 'battere', 'ammaceare', a ioslama
'pestare', '[rìtnrare', e eiccome l'u ne d breve e chiede quindi In acceato l'o
italiano, cosi a -tuitare sì rappicca tono, e in quanto dice 'corto' 'achiac-
ciato', e in quanto dice 'pezzo' 'frusto', sempre coli' g come in tortdere.
' K anche, ceH'ugo, museolo, ciie pud fare equÌTOco presso ds. e Car.
' Abbreviato sarebbe l'antico u in due esempj ài posizione romama (cfr.
il num. 47); bumq (nuriai 7, 15), pecora (madre-pecora, nM[t]r[»]c[«]-, Qa-
TBCBn), secondo l'analogia del num. 64, e *Corja - Cuna, secondo l'ana-
logia dei due esempj ora discorsi nel testo (cfr. num, 66).
' totlopott-s (Ten ad esser sottoposta 5,31. SS) à manifestamente voce ita-
;vGoo»^lc
frùtt, anguMha, fius, b&eea (biuxa), e eoa no finalmente an-
^ <:be nHot ('nanot aa^ot^j <; - cfr. ciini. 5S a. Il nuoLlìS
ci la mKntn.to la £as« o ino::as lozzn, e s'aggiange popjiu
e yuyyi dal num. Of , accanta alla fase i (^t ecc.). Date ort
le alt«razìoni terziarie del^a fa>e o (cfr. il aum. 43) , noi po-
treioo '\m rìaTere le fi^re che si ottenevano da o primario; e
quindi si fa chiaro, sulla norma del num. 5^ il nome di luogo
•ftu«>a(Queraecc-,VI, I) = 'Coira = 'Cor(a = 'Curja; e sulla nor-
ma del nuiD.5C: diember (num. 145) = *nomhr (it. natsero ecc.),
numlejrus (e ancora: ckiembel = cum[ujlu3, chierl = curr[u]liii.
eavalletto, ScnucH. Itw. 37) ^ E con alterazione terziaria della
foie i, sulla norma del num. 42 (cfr. il num. 59 in q.): juten-
tetifflia]'; gioventù, 19,20, velgiadegna, veccbiezza, Rom.T.C,
circa le quali forme si confrontino per ora i riflessi eagadinesi:
' DdI pMtariori, Codt. mOBtrft il dittongo un po'men frequentemeats Ai
DOD fftCCia un., O penda incerto, ais perché egli eì attensBsa all'ortografia ii
Oabr., bU percbd ai riaectisse dell'uso sottoaiNgino; Cariseli all'incontra n
plb In Ili cha non oa. Si osser vino queste due aarie; Cour. fum fuom, fitar-
ehia ('gabel', m* fwca da /Wnecc), Jitrd, curi court [sic], urt uorss, (uff,
[ttw/p], pulpa, tulper, pulora, cttlm, sule, suffil, fmat, angvscha, buca
pUM può» (Oabr. L. 14,5; pi**, pntaua), nagut nuo(; — C&r. fuom. fiK--
ehia, iuordf cuori, vors wrs, cuor*, tuor turr, [vuolp'\, pwtlpa, suolfi^.,
puolora, cuolm, anguoteha, bucca, puoi, naguott nuoti; — ma tutti semprt,
di rosola, 11 aolo u quando liamo a formola dove é Duale il primo elemeiU
del Doaao: mund, utucher, furtds, rumper\ rimanendo singolare prAsao il p^:
Mchuomehtr tckomchiil, giongere giooto p. 141 (Conr. e Car.: schunichtr);-
e tutti ugaalmonte intatto 1' w di ULC ULQ': dttlsch la. 5,20, dultek-i
Apoi-. 10,9, dulich DS. Car., dultsch dulsch Conr.; cfr. la n. che ssgve. -
P. lutareaaonts la figura nuursa, che si rinviene in ao documento del XIII u-
oolo (t. Il C. VI), siccome rappresentante di una fase ibnetica, la quale legii-
tinik Inaleme l'u etimologico dell'ortografia di Oabrial (nwr*a, num. 63 e.)
• pure ha in iiì il dittongo delle ortografie posteriori {nuorsa}. — Di un c»^
•cceiloaale in Qabi-iel [meifuol), t. num. 139* in n.
' Di mtulseha (*mieulBcba ''md[u]lEcha) allato a mtilscher fa già toccalo
1d n. al num. r>7*. Non si pud aronietteri), in questo eaempio, la mera e dintu
allsraiiun fuoHica di li in d; poiché bastnno a vietarcelo l'inf. mùlscher, e il
jilc. muh (Cour. Car.), a tncero di fùhcher en (= infulcire; Car.), e di dfluli
(v. la n. che procedo). Ma si deve ricorrere, come già accennammo, a qnelU
<raoe fonetica, per la ipiala si oltt.'Uue, in via analogica, un nuovo spiidienlj
grammati^alo (dtiii-ili- rfiiri-a; ■.!rtvro dittar; — riìchunàr rischùna; «rìsctiiV
aio rtnAiViii;— miilsK-her miilschfn [mutgere mnlgeot] ; *mdlseh« «ce, v«di
il 1. e). ClV. IH, I.
;vGoo»^lc
§ 1. GrìgÌDiii; A. Sopracelva: Dittonghi tonici. 39
juvent&nna vegld&na Car. gr. 138, e i soprasdssìai: gioven^
lidna vigtiadidna ds *.
Dittonghi tonici.
0£ ÀE. n dittongo dì 'posna' ha pur qui Io stesso continua- 67
tore dell'J (nam. 21): peina 25,46. E 'céna' non 'caena' è inse-
gnato, come dagli ultimi risultati degli studj latini, cosi pur dai
riflessi romanzi (it&l. cena, spagn. cena), tra' quali anche il la-
dino (focAetnoscenae 23, 6). Circa 'saepes sepes', 'faenum fenum',
i riflessi romanzi ammetterebbero la legittimità di entrambe le
figure; e cosi l'italiano accenna ad ae {siepe, fieno, cfr. lieto
laetus ecc.), mentre il ladino ad è {seifZl,33, fein L. 3, 12).
Circa 'caespet- cespet-', in cui s' ha la complicazione della con-
sonanza duplice, la risposta ladina non è ben chiara, ma pure
accenna ad ae, come forse pur fa l' italiano colla e aperta di
cespite^ (soprasilv.: tschischpad ['tscbeìsp-] Car., che deve aver
t'accento sulla prima; cfr, l'engad.), i legittimi continuatori ita-
liani di ae essendo quelli stessi dell' ^ breve {ie, e). E cosi nel
campo in cui siamo: tschiel cd^tAMm, 6,10, tschiec\Z,2Z^, [priedi
[\ia.\. predica), t. Ili, 1], cfr. n. 23, leda laeta Apost. 2,26, cfr.
Dum. 22 ^ e T. ancora il riflesso di 'quaerit' al num. 17S. ATI. 68
' meltra (de laig), v&so di latte, mccMo per moD^ere, db. S04,3SS, = mttlclra,
Bt& egli per «miltra (mùlctra), od à *mnltrft alterato par l'inBussa del tedesco
mtlktnl Parla in farore della seconda dichianuìODe il dimin. eoprasaw. ntù-
(rìn DS. ^; e anéora cfr. il num. £21.
* Pantahi, Voc. d.pron. tose, ci dà: cespile, ceipita (erba viachia), cespo
(^cespite, mucchio d'erbe o di Tirgnlti). Posto che non v'abbia orrore,
avremo a ritenere più genuina, pur circa l'è, quella forma che anche nel
reato più direttamente contìnua la voce romana.
' E nelt'is confondendosi il riflesso deli'^ con quello òdWÌ (num. S3, 52),
«TTiene che s'abbiano, per faba analogia, le forme continuale :tschoc-s tKhoci
(ifAocai caeciu -i -ae 12,22(cfr. num. 137); 15, 14, Bulla stampa di nie/'nooa ecc.
' Nei rifiatsi grìgioni di 'taeda', pn4 parare, per una parte, che abbia a
rìmuieTe incerto se Vae sia continuato per t« o per e, e pud, per l'altra,
■erger dubbio se non si tratti i'ei, cioà del riflesso di é. Ma, a ben vedere,
tutto si ridurrà normalmente ad e grigione = ae lat. (cfr. l'ital. teda). Avremo
queate due figure fondamentali (num, 203); *te[d\u, albero pino, e *U[d\ja
(tiedea), legno di pino. La prima condnceva, giueta il num. 24, a tieu (Conr),
tatls. 44,14; la seconda si continua intatta nell'engadio. tya (onde poi l<ya,
pure engadìnese, Car.; cfr. II, 3), a la risposta soprasilvana dovrebbe vera-
;vGoo»^lc
40 AtM(di, Saggi ladini, I.
OMr 10,9; VMil aura (temporale) 16,3'; claus c/aus«o 13,15;
22,13; caussa an-qual-oaussa 5,47.33; ruvaus 're-paus- (ripo-
so) 11,29, cfr. pusdr 8, 20 e il nam. 93; paucs pi. 15,34; laudian
laudent 5,16, ma f. d'a: /w^tìcan laudabant \h,Z\; auds auda,
auden audig audis audit audiunt audiam 31,16; 7,24; 11,5,
ma f. d'a.: udir udì audire anditi 10,14; 6,7; paupers pau-
perea (ds.: pauper e pover) 19,21; rauba (roba, che ò la voce
68^ ted. 'raub') 25,14. — AI romanzo, che restringesì in e, abbiamo
al nnm. 9 e in trer (*trair, 1* n. al num. 171 in t); cfr. ér
in n. al num. 190, e il num. 94. Vi si dileguerebbe all'uscita
in ma bue DS. (soprasass. ma bitg, ib.), giammai.
Vocali itone.
60 A; intatto: cavelg capillus5,36, lava lavavit 27, 24, casa 2,11;
cummandar 4, 6 (ma : cummondament 15, 3 serba la vocale delle
forme coll'o in acc), vanzada 14,20 (dove in accento è avont
70 num.l6); salta saltavit 14,6), altezias (num. 10); ecc. alte-
rato in u per effetto della consonante successiva, dove però
bisogna distinguere il caso dell'u che rìsale direttamente ad a
(dinanzi a labiale) come in fumelg (famiglio), pi. fumelgs, 24,45,
18,23 (nel qual esemplare s'ha però anche labial che precede^),
da quello dell'u che può o deve dipendere dall'o od au avutosi in
accento davanti a m semplice od a m e n complicati (n. 7, 13, 17;
cfr. il n. 94, ma pure il n. 15), — come in clumà clumau clamavit
clamatus (l'infinito domar 9, 13 serba forse la vocale delle for-
me coU'd in accento) 14,30; 2,15; fumaz (fame, carestia) 24,7;
muncar (allato o màunca num. 13) 'mancare 23, 23, strunglà
strangulavit 18,28; mungleits (mancate di, ted. mangeln) 6,32;
saimngiavan (s-cambiavano) num. 157, — e quindi andrebbe
piuttosto considerato sotto i num. 85 e 94; — [diu da a nei riflessi
di wa- ted., v. il C. V, § 1; e ancora cfr. il num. 178 e Scauca.
mente eBBar tegia, pintforto clie Uigia come ha il Cor., il quale fa quindi
coiDcidere il nostro vocabolo col rifleaao di 'tbèca', num. 165.
' Conr. nel primo esempio, e Car. in entrambi, anche la Tariante coU'o (6).
* Cobi te dna labiali in »pwtnUxr («paTentare, fugare) Conr., xp%tentaiiiel db.,
(punnior Car. Nel Baggio di Villa; tpuentar BìÌhl., in quello di Duviu: »p%t-
gentar Bùbl. (cfr. num. 23S). — Per Aw da ba f. d'a.: bugttar num. 15; per
me da ma f. d'a. (cfr. num. 4): mùginai num. 108 n.
;vGoo»^lc
§ 1. Origtoni; A. Sopraaeha: Vocali àtone. 41
Itw. 27 segg.] ; alterato in i dinaoEi a ^ è in figèt fìgeit fige- 71
va fecìt facite faciebat 1,24; 3,3; 4, S4, allato a fatsch fan facio
faciunt 20,13; 5,46 (di e al posto à' à in questo stasso verbo,
y. Ili, 3), ed in schigiau (saggiato) 27,34, schigiar Giona 3,7,
alle quali voci non mi è dato contrapporne alcun' altra con l' a
in acc. (Conr. e Car. : schagiar schigiar) ' ; - in più altri esempj,
l'i al posto deU'd f. d'acc, b veramente contrazione d'at ; vedine
il num. 94; — in enis finalmente (num. 3 n.) sarebbe e-=a t. d'a. 72
nella formola a...i; dileguato in aiUaba che succede all'ac- 73
cantata: scandel {e irrazionale) scantf^J^ 16,23; 13,41; in sil-
laba che precede all'accentata: frinna farina 13,33; smarvilgià
*ei-mirabili'avit 8,10*; qui si vorrà porre anche zerclar sar-
culare (s'rcul.) num. 135; e uno stesso verbo ci offrirà per ulti-
mo il dileguo in sìllaba che succeda ed in sillaba che preceda
all'accento: 2^t>ra = separat (num. 31) e xavràr separare 13,49.
' Ds. ci di, oltre tagliar, anche iegliar e tigliar^ p. 251, 302, 305, 313;
« accanto a éa magliem (cosa da mangiare, p. 190; cft. Dum. 146), anche
mtgliema p. 3S5. Nel testo TedcTamo t da di f. d'a. davanti a palatina; qni
abbiamo analogamente t od e davanti a suono palatile; e gli esempj addotti
dal Cariscb (gr. 106) dove dice che in alcuni distretti dell'Oberland Va delle
sillabe ea na ra paaei in t, tutti sono ancora dì a f d'a. davanti a palatina o
palatile: kisehiel = eiuekiel (fromaggio), kilgèr ^ calgir (calzolajo), kilschUl
^eaiickiel (calia), rischun^raachttn, nigin -fMgin (cfr, n. 75). E cosi sem-
pre quanti altri mi sì presentano: pigliala {Végnir «n pigliela venire in sul
parto, Conr.), allato a pagliolaimca paglialounca (partoriente, cfr. 111,4) db.
Car., paglioula [eng.] Car. [ietto di] parto, prov. paillola giaciglio, tose, im-
pagliualata impagliata, donna di parto, niilan. pq/óia; igitt Car., quasi
fonca intermedia fra giti e *agùt = acutus (nuro. 59) ; jchischew = giaciuto
Cor. (lehe. nel saggio di Villa, Bùbl.; Qahr.scha.); »bigliau-$ (sbagliato; nel
saggio di Dnvin, Bùai..); e da Carig.: tpignol (epagnuolo) p. 2; ignu (alna-
rinm, cfr. num. 15) p, 77; guàignar (Car. id.), compignar (Car. etnnpa-
gnar) p. 4Q; tigligin migliein (l. pera, plur., allato a taglia maglia, taglia
mangia) p, 130; n'schwn p. 12, ckiachim (occasione) p. 24; fischU vascella-
rius, miuhld maiillare (cfr: i riflessi di 'maxilla': moitella Giudici 15,15.
IS.17, masella I Re 22,24, maaieltas Oiob. 16,10, masellaa ib. 40,21, ma-
tthialla DS., massialla Conr. Car.; soprasass. misella db. 153; e v. i num. 174
afl4) p. 77; chitschéin (cacciamo, allato a cdtschan cacciano) p. 139; pisfgar
(pascolare. Cor.: pasckiar) p. 42. Che risti rastellus (Car. rasfi risd), chisH
cairtellmn (Car. casti), p. 139, mal si possano dire eccezioni, à in ispecie mo-
■Irato dal num. 108.
' C&rìg.: crottcka p. 69 (ds.: caroccia; Car.: carrotscha)^ carrozsEa.
;vGoo»^lc
Ascoli, Saggi ladini, I.
p. iium. 223. E; intatta: perseverar 24, IZ, generau
)Derato)l,2, regina 12,42, non saranno voci gran fatto po-
lari; condemnau 12,7 (Conr.: condemnar e condamnar);
'.ndus 15,30; daventà (diventò, cioè 'avvenne') 1,18, schentà
num. 134); cfr. lavanteit allato a laventar ecc. Ili, 3; al-
'ata in a; esempj per la lunga: dasiert desertum 3,1; da-
ntig (diventi, si compia) 6,10; daners denarii (danari) 10,9;
xplanè *im-pleni(vit) 27,48; vardad veritat- 22,16; jaf^tnau
unato- 4,2; sagirs securi 28,14; ubadienscha Rom. 15,18,
adesckan (obbediscono) 8,27; nella sillaba che succede al-
.ccentata: avunda abunde 10,25; net pronome proclitico: ma
sa, in, 2; — perla breve ed in posizione: ratscheiver 19,29;
salvont (eccetto, risalvando) 5,32; rasposta 8,8; ragurdar
:ordari5,23; sarein 1G,2; unfarenda ('offerenda, frc. offran-
) 8,4; (aner tenere {tanerchar amare 5,43, taner si sostenere
34 ; cfr. coir e in acc. : ten = tenet Apoc. 2,1); banadìt banadè,
nadeus, benedicite benedixit, benedictus, 5,44; 14,19;21,9;
lestra; lavar levare 5, 45, cfr. naia. 22; stramentà 'ex-tre-
tnt-a[vit], T. in, 3; sagir securis 3,10; savundar num. 177;
idagava medicabat4,23; scA-na^ar negare 10,33 (ma in acc.:
\-negan negant Giuda 4); smatadescha (maledice) 15,4; sa-
oa Qum. 105; masira mensura (métiri) 7,2; pasanen pensa-
pont 26,15; vangtr venire 8,11; stamevan sternebant 21,8
rsunna 19,12; marcau mercatus (città) 2,23; parrfunne 6, 12;
rtor(5,5) hartatyel, n. ai num. 21 e 28 ; jjanrfiew ecc. num. 60
tltampronza num. 16; tramila "trem[u]lavit 27,51 (all'incon-
>, pur f. d'a.: tremolava Mr.5,33); vastohìr ecc. num. 108;-
[ui spetterà di certo anche hlastemma 0,3, che ritorna cosi alla
Et vocale originaria; finalmente, quasi voce proclitica: a = et
ancora il n. 124] * ; alterata in i davanti a palatine o pala-
(cfr. n. 71, la sec. n. al 36, a nell' engad. i n. 28, 31) * : sichiur
m. 81;pigiur-s pejorO, 16; ligeu (letto; 'legùto, prov. e-legut,
. lu) 12,5; singiur senior- num. 87, 102; mtlgiarar 8,8. In
■in perimus 8, 25 {inf. pirir Deut. 8, 20) vedremo un fenomeno
Ds. suol restare all'a: desiert etnplenir, retseheiver serein, ecc.; ha perù:
sntar- arUceel blaslemar; cfr. num. 81.
L' altsraziona di e atona in i (j) dinanzi ad altra vocale, fenomeno ro-
nzO'COmiuie siccom'è (basi romanza: *pal)a *oljo ecc.], non ha d'uopo di
'ticolare discorap.
;vGoo»^lc
§ 1. Origioni; A. Sqtraaelfa; Vocali itone. 43
di assimilazione regressiva (cfr. ScHncHARDTTok.JtlHS); in of-
chira num. 172 s' avevano ambo le spinte ' ; ma nel pir dì piV-
■sul, num. 46 (cfp. num. 81 n.), avremo 'pure' num. 59, non
'per'; alterata in u, precedendo o succedendo a labiale: tum~ 77
priv {frigs tumprivs frutti primaticci Mich. 7,1; cfr. venez.
temporivo); dumandeit de-mandate (domandate) 7,7; duveits
débetia 5,34 (allato a dèi debeo debet, t. Ili, 3); ruvatts (*re-
-paua-, riposo; cfr. ruviers num. 28 n.) 11,29; rumanida mi-
mani (rimasta -asti) 11,23; 15,32;- puccau peccatum 12,31*;-
dJDanzr a re: survieu survìr survient survesch (servito servire
sergente*servisco)20,28;5,25; L. 15,293; dileguata; prece- 78
dendo alla sillaba in a.cc6ato: juvnal num. 1 (Juvnals apostoli,
' Per la qual via ritorna alle Bembianze primiere l's di a«c aiccua nel cat-
tol. sckitgira = soprasass. seigfra, 'secctira', siccità, ns. p. 275; e inoltre cfr.
cischìffia Carìg. 47 (ds. : oeschia, Car. : vaschigia), nignir Carig. 36 (Car.
sacbtr.; vegnir vagnir vignir, v. num. 226), sigir (sagir- num, 75; Car..*
sigir sagir) eecnrus Carìg. 43 e ds. (cfr. il soprasasa.). Ancora t da e f. d'a.
daTaetì a palatina: rilschein ecc. [Toraitiamo, allato a rittseha ecc., Tontita,
Carìg. 59; De.: retichiù vomito; circa il dittongo nell'accento, secondo il
num. 23, cfr. l'ital. rgcere = ré[t]cere, ed é notevole che d mantenga qua e
là anche f. d'a.: rietsckejas vomitiate Qer. 85,27, rietsehimm •re[i]ciume,
il vomitato, Car., la qaal voce ha il suo con'ettivo nel ratsehim d'Ia. 19, 14,
ueondo il nnm.75]. Car.: cuséicher consuescare, ptcp. euiischéu. L'i di mi-
serein misuriamo, ecc. Carìg. 59, va all'incontro considerato come l'aswtti-
gliameoto di un's dtona, causato dall' accresciuta distanza dell'accento (me-
lira Carig. DS-, miaerdas, cfr. num. 59 n.).
* puccau dice anche, per traslato, 'compassione' (Jtm mi prend puecau io
ho [mi prendo] compassione, 16,32; cfr. 9,27; 9,36; 14, 14; ecc.), traalato
cbe & comune ad altri vernacoli grigioni e a molti dialetti italiani (v. per
es. Roba Dial. di Berg. e Brescia 207), ed occorre anche altrove, ma conduce
Qe'Grìgioni insloo a dir 'peccatoso' (cfr. p. e. il Boprasilv. puccadusai 6,\6,
l'alto-engadin. pcAtmlùi 16,22) per 'tale che sente compassione'. La succea-
ìione ideologica sta sicuramente in cid, che una voce già traslata in quanto
ha espresso ii giudizio intorno a uo fatto, passa poi per nuovo traslato a
indicare il sentimento che da quel fatto è promosso. Peccato che voi non
istwiiate vale imprima; è nna colpa, un'eresia, che voi vi restiate dallo stn-
diare; e finisce per dire; ò on miaerevol caso, é un caso che desta compas-
sione questo che voi non abbiate a studiare. Per via analoga mi par sem-
pre che s'abbia ad intendere anche lo spagn. Idstima (propriamente: blasfe-
ma), che dice 'pietà, oggetto di pietà'. Cfr. Zigeunerisches 12.
' S'aggiunge: tschemi tsehun't Conr., tschiùrvi ds. (cfr. soprasass. num. 28),
cerrello. — Di u per e t. d'a. nel riflesso di we gernian., v. il num. 130.
;vGoo»^lc
44 Ascoli, Saggi ladini, I.
cfr. il ted. 'jUnger'); frir fHda nmn. 35; spronxa *spèrantia 12,
21; dsiert dserta dèsertua -a (cfr. il aost. dasiert nuin. 28);
rnaltampronza; dumbrai numerati num. 145; tratsch 'terra-
ceo- (terra, terreno) 13,5; succedendo alla sillaba accentata:
pulvra 10,14; ovras, vivras, num. 210; — nell'iato: mova
meabat (andava), moni ('rnant, meant-; andante), 4,18; 14,26;
— all'uscita: sunar, udir; udii audite; citdesch codice[m], £ort
79 3orte[m], ecc. [cfr. Dilegui]. I; intatto (cfr. il num. 76):
ligiau ligeit ligatus ligate 12,29 ; 13,30, vilgiar ecc. num. 122;
dopo Tace: cudisch codice- (libro) 1,1 ; salvadi (ds.: salvadi e
-ade, p. 277, 131) silvaticus 3,4, e altri simili, v. il num. 168; -
80 cfr. ancora il n. 92, e v. per Vi di à-gli, al, il C. Ili, § 2; al-
terato in e nella posiz., come se ancora accentata (num. 42):
sa ferma (si fermò) 2,9, pescaders piscatores 4,18; in e dopo
Tace: humens num. 51, deivet debitum 18,30; s'hanno poi
le alterazioni in a ed in u, come se sì trattasse di e t. d'a.,
e sono appunto alterazioni che presuppongono la deviazione foo-
81 damentale di i in e >. Esempj per l'alterazione in a: ansemel
in simul 13,30; antschav-et (doppio esempio, pr-incipiò) 11,7;
ancunter in contra 5, 23 ; antum 3, 4 ; pHanavont (più-in-avanti)
5,37; amprestau (imprestato) 18,27; amprim (primo) 6,33;
angrazch (r-ingrazio) 11,25; antaUir intelligere 13,14; anga-
nament\Z,22.; ansalar (in-salare) 5,13; anvidaus (gl'invitati)
22, 3. 4 ; anamig (doppio esempio) 5, 43 ; vartid 7, 29 ; palingia
(pelo, V. HI, 4) 3,4; salvadi sijvaticus ib. ; mandr (v. num. 40);
smanatschau (minacciato) 9,30; vrdanau 28,16; saniester, sa-
nesirada (17,17); vanschieu num. 60; sagellanen (sigillarono)
27,66;^iaiKÌplicavÌt (avviluppò) 27,59, cfr. a\ua.A<i;pardagava
madagava (predicava medicava) 9,35; «oaeni ('vedjend num. 105,
veggendo) 13,13, ma ib. in acc.; w^zan = véggiono ; maschadau
(doppio es.; inf. mascAa(2ar = 'miscitare, cfr. fri. messedà) me-
' Nel Boprasilv. cattolico troTeremo ancora prevalere l' e per l' i f. i' a. : en-
Mfflen tfitschtiver enconler ecc. (e in-imig ancora con l'i) ds., cfr. il tosto.
Io casi dì i acc. in posiz. potremo regolarmente rinvenire questa lase inter-
media nello stesso soprasilv. rifarai.; p. e. métter (mittere) e tar-mat-ét (tra-
«nise, ìnvid) S,8, tan-par-mat-ét (impromise) 14,7. Ed à, come ognun Tede,
fase analoga ì'e solita per Vi pur f. di pos. della ma^ior parte delle &Telle
e (ricévere recipere, ecc.).
;vGoo»^lc
§ 1. OrigìoDì; A. SoprctselTa: Vocali fLtone. tà
scolato 27, 34 i; in sillaba posteriore all'acc: forsa forsit 5,25;
nuaaum. 61; [■a = -it in ratscheiva = recìpit, ecc.; t. Ili, 3]; —
e quasi voci proclitiche: scka <= lat. si, e scha= sic, t. num. 134;
— e ancora cfr. il num. 124; esempj per l'alterazione in u 82
dinanzi a suono labiale: sumlgionts (v. num. 83); tumer (ds.: te-
mer) tumenan tumeigias tumalegs (temere -metterò -miate,
timidi) 1,20; 21,46; 10,26; 8,26, cfr. num. 38; uffont num. 16
\fhT.uff. aff.^^, uffiem, unviem'^; buvevan nnm. 40 *; dile- 83
guato; avanti t'accento: sco num. 49; vardad veritat- 22, 16;
stanlgionts (ds. : semegliont-) 'aimiliantes 6,8 (cfr. sumelgia
num. 42); zanur (i = d + «) disonore 1,19; avanti e dopo l' accento
in uno stesso esemplare : numnàv^s numnàda nUmna niimnaa
Dominatus -a nominat -as 1,16; 13,55; 22,43; 19,17, àvdan ha-
bitant 12,45, avdònxa 17,22; dopo Tace: sendas semitaeSiS";
fleivla Dum. 21; graschla gractlìs f. (stretta) 7,14; alma n. 145;
temnaus seminati 12,1; /èmna 19,4; dieschman.^Z; asna21,2
(cfr. ose», cioè: as'nasen, L. 13,15); spiri; aM(Ìa=audis, ecc.;-
dileguato nell'iato grigione, v. al num. 90; 0; riflesso 84
pero: solelg 'sóliculo- (sole) 5,45; morir, more (mori), 26,35;
22,25, cfr. 6; dormiva num. 56; rogar 26,53, radia 27,60, ma
rugeit rogate (orate) 24,20, ruga rogavit 8,5, e rudM28, 2,
coll'o in u, che è la figura solita, come i seguenti esempj mo- 85
strano: numnau ecc. t. nnm. 83 (nóm.); adurar 2,2; [sGuada
num. 210]; pumer num. 9; quitar cogitare 10,34; — cusselg
consilium 27, 1 , cunfins 4,13, cunfortar 2, 18, cumparet (com-
parve; ma: comparida 2,7) 1,20, cumplanìeu 'com-plen-ito-
(compìto, adempito) 2,17, custeivla nam. 21 n. (cfr. ancora, per
' Un caeo.di a da i = ù f.d'a., è io por-sul (db.: persul) tiìaXo i^ pirsut
num. 46; cfr. nnm. 76.
* DS.: a/Vn p. 66; Carig. avrebbe, ae non v'ha srrore, affon[t] e uffonlt] 96;
ma affbns (affonU) anoua indistintamanta il plurale in tutti i saggi aopraail-
laoi dei BÙHL.
* V. aam. 28. Si tratta di *lf *tD, ciod di tenuinima nasale tra la vocale
e la labiale che l'altera. L'u degli ultimi due esempj é costante, pur nelle
fnHiti cattoliche.
' Il fenomeno di w da » f. d'a. non va confuso con l'altro dall'ù u = l, che
incontriamo negli spogli engad. e trident., comechà si tratti in entrambi di
ugual causa determìnatrice.
' Allato al quale esempio, dai lesa. (cfr. nnm. 17); sonda nnm. 157, onda
amila.
;vGoo»^lc
48 Ascoli, Saggi ladini, I.
cun-, i num. 51 n. e 58); — curuna corona 27,29; curom n.7;
vuler 16,25; angular num. 50; sunar 24,31; pruvament am-
pruvar 6,13; 22,35; muvantada ('moventata, tempesta) 8, 24;
pudeva pussonza (potava possanza) 8,28; 6,13, cfr. ó; uba-
desohan (obbediscono) 8,27; — purtar 1,23, cfr, num. 54; tur-
nar 2,12, cfr. num. 58; urdanau (ordinato) 27,10; ragurdar
recordari 5,23 (a cosi ragurdà ricordò 26,75, ma ragordeits
ricordate 16,9); duvreits 'de-operatis 23,24, cfr. num. 54; un-
frir (offrire) 5,23, cfr. num. 231; fussau (fossato) 12,11. —
86 Allato a milgiurament (meliór-) abbiamo milgiareit milgiarar
meliorate roeliorare (3,8.2; 8,8), con a-o (o); e la successione
etimologica o-o, tutta fuori d'accento, ci dà u-a net prtc. an-
-cunascheu an-cunasckida 17, 12; 11,19, e in an-cunaschenan
(conobbero) 14,35; dove all'incontro la formola o-ó ci darà nello
stesso verbo a-u: an-canuscher, cfr. num. 58'. Altrr esempj
per a-ii= o-o abbiamo in dalurs dolores 4,24, sarurs sorores
(cfr. 6); kanttr honor- 15,4; calur (e culur, Car. ; soprasass.
cal&r DS.) color; dove si può aggiungere, per a-d = o-ó: mar^ns
(more, mórum; Car.: mura, cfr. sottosilv. num. 46), onde ma~
runér, moro gelso, db. (il qual ds. ba del resto: dolùr honùr
sor&rs col&r)^; cfr. soprasass.: cagliun DS. = soprasilv. cugliun.
87 — Finalmente, o àtono in dileguo; dove in ispecie va conside-
rato Ver soprasilv. = -ór latino, nei nomi in -iòr, e in altri. Si
tratta della figura nominativa, anziché dell'obliqua; quindi d'Ò
dileguante in sillaba postonica, il quale trova al suo posto un'e
irrazionale (num. 90 n.). Si osservino: tentader tentator 4,3;
malgiader huvader (mangione, bevitore; ds. magliader hùve-
der) 11,19; semruider seminatore 13,3; surmanader, pi, sur-
manaders (seduttore, cioè: sopra-menatore, Uberftthrer), 27,03,
Tit, 1. 10; tschantschaders (cianciatori) ib.; pescaders 4, 18; e
' Questo caso di dissimilazioDa s'ebbe anco fra i Toscani, t. la Crusca
e. canoseere ecc. K riconre anche in altri vernacoli nostrali.
' DÌNimìlazione congenere {a-ii = o-« in pos.) in radund Car., raduni so-
prasass. D8., rotundus (cfr. tarond fìial. num. £34), e pur qui le vocali genuine
odia forma cattol.: rodànt rodond ds. Finalmente ricorderemo, come piti non
Bi regga la vecchia pronuncia mmonsch [= romancio, num, 13, Car. gr. 1 19) ,
ma d diesimili nel piti popolare ramonsch Car. gr. IQó, Car. lese.: rumotuch
rom. ram., Carig.: ramontsch p. 59, ramontscha frontiap.; e Aamonda DS-
(c&. ntuD. 16) la domanda, aitato a domandar.
;vGoo»^lc
g 1. Orìgioni; A. Sopraselra; Vocali itone. 47
il fera, rumpadra (rompitricse; t. Ili, 4) 12,39. Consimili figure
nominative sono ancora: senger senior (Signore, Dio) 5,33;
mender minor (*minr 'menr mendr, num. 147.) II Cor, 13, 11.13.
Poggiano air incontro sopra il tipo obliquo : sechiur sichiur
(Car., D3.) aector- segatore, cfr. num. 172; singiiir = seD.ìòr6[m],
signore, 10,24, ed il pi. sunadurs 9,23; e 'pejor' sarebbe con-
tinuato in entrambi i tipi, avendosi insieme: pigiur num, 46,
e pir Cpfjer) Car. (ds- : pijr) ; cfr. l' engadin. o dileguato in 88
sillaba antetonica: hundraii-s (*hon'rato, onorato) 13,57, Car.:
honorar kundrar; - créna ds. p. 102, 250, corona, cfr. l'ital.
cruna. Vedi ancora il num. 92. V. Qui va primamente no- 89
tato, che anche f. d'a. l'u sia riflesso costantemente per i (ìì):
scùradengia (oscorità) 8, 12; girar jnrare 5,33; natiral 15, 17;
CTwparcAiVffìf (guardatevi; -curate) 7, 15; jagtnau 4,2, num. 59;
Iginadi-s lunaticus 17,15; isonza 27,15; cAtsar accusare 12, 10;
schigiar ecc. num. 164 n, ; pitavna v, l'alto-eog.; ^'daw-s adjuta-
tns 15,5; salideit salidai salutata salutati 10,12; 23,7; midau-s
mutatus 17, 2 ; spidanen sputaverunt 26, 67 '. Eccezione illusoria 90
sarebbe suar less., sudare; poiché non dovremo già riconoscervi
un u soprasilvano per « latino, ma si vedervi: siitdjar *s1i-v-ar
'siuàr suar (cfr. num. 203, 232, e l'engadinese); e un perfetto
parallelo ci sarà offerto, per questo sviluppo, da *li[q]var 'liuar
luar, sciogliersi, svanire (n. 177; 'liquare', cfr, l'ìtal. di-legimre).
Nel secondo esempio cade un i=i, nel primo un i=u; e le forme
colla vocal radicale accentata mostreranno, in entrambi i verbi, il
normale prodotto di t« (II, 3). Applicata a 'sudór-' l'evoluzione di
'sudare', veniamo a *sii[dlór 'sii[v]ur (num. 46), siuiir suùr (Car.
suur, s. suar; cfr. stiaduir num. 47); la qual forma entra poi ad
ogni modo, per ispìnta dissimilativa, nell' analogia di culur calur
(colore) ecc., num. 86; e quindi: 'saUr savUr {savur Gen. 3,19,
savurs L. 22,44; less. id.). Nella stessa analogia è entrato anche
il riflesso di 'riimór-' {ramitr 9, 23) ; ma che ciò avvenisse per
via diversa da quella che ha tenuto 'siidor-', è anche accennato
dall'ital. romore allato a sudore; a ad u abbreviato accennano
pure la forma soprasilvana del Da Sale: rumfir, e l' engadin.
rumur del Carìsch (v. all' incontro arimur nel nostro spoglio .
' Ancora ho britehà (bnieid) 13,6; il cui i = w rinflanca inaiarne l'etimo-
logia del Mdbatori (per-ùatare; pib preciiameute: per-Ùst-iere, v. p. 36)^e
ciò che di sopra not&nuno circa gli li in pos. rifieui da t (num. 63).
>vGoo»^lc
48 Alcoli, Saggi ladini, I.
engadin.) L'u di 'rumor' poteva tanto più facilmente tralignare,
in quanto gli mancava ogni voce collaterale in cui il suo ca-
rattere fosse rafCermato dall' accento. Si consideri inoltre : It-
meil DS. (con t = u secondo la regola), lucignolo, e ds. ancora
limiera aoprasass., lucerna all'uso di Rezia (Carig. ^2te»Kra
p. 45; cfr. num. 59 n.), ma nel nostro testo: lumegl (lucignolo) 11,
20, voce che non sembra più avere accanto a ad, nel aoprasil-
vano, il nome da cui deriva *, In ampaug (un poco) 26, 39, e
anqualcaussa anqual canssa 5,23; 20,20, si contiene dì certo
Vin (jìn) = unus; Va, però, qui meno che mai si dovrà consi-
derare come un diretto succedaneo dell' antico u, ma bensì come
un'appoggiatura prostetica, promossa dal dileguo della vocale
etimologica ('mpauc, empauc ampauc; ecc.'). E in modo ana-
logo si dovrà forse dichiarare Va al posto di u f . d'a. in soventi
' Collaterali, ma seoipre eoo l'w àtono, e del resto assai probatulmente
nOD indigeni, ha il Cooradi: luminar It^ninus (l'engad., coU'u normale, fflim
glvmera ecc., Car. nachtr.). — Né sarà, per aggiungere ancoca un esempio,
forma paesana lo snudar dei lesa., allato alla Ter» forma iodigeoa nieu nm
unÓMB (nnm. g03).
' Potrebbesi anche dire che rtn= uaus, allo stato procliUco, entri aal-
l'analogia dell'in- = in-, num. SI, o ricorrere, ohe in ultima analisi è il
medesimo, ma qui sarebbe mea proprio, airanalogia del num. 59 in n. (cfr.
en pawc na. 231); ma alla dichiarazione che dà il testo mi ha in {specie
persuaso l'analogia di cui ora entro a parlare. Poichd la etessa prosteà,
promossa dal dileguo di w = o posteriore alla nasale, vedo oell' nnva- di an-
saehi aliqnis, amachei aiiquid, ecc. (cfr. Ili, S). D' altro non si deve cio4
trattare che di nu-sai-ehei ecc. (cfr. nella stessa Crusca: tton so ch«, 'alcuno',
'quidam', e altri fatti analoghi ap. Diiz gr. , formaziooe pronominale, s. ali-
qttis), ondo *n'-ie<hei én-se-chei (ss,: enseigei, in setgX, p. 124,260; so-
praSBSS. m sichei p. 124) amachsi. Pel J in i, si vegga il num. 135; il *
reggasi ancora, e la vocal prostetica d ancora sottilissima, pur nella figura
basso- engadineee ima- addotta dal Carisch (Campeli scrive intxa-). E la piena
conferma della nostra dichiarazione s'ha poi dal soprasilvano cattolico: en-
aeeons, che traduce, presso il Da Sale, la locuzione 'non so quanti' (p. S08;
per eons t. il num. 179). Nella moderna versione basso-engadia. del N. T.,
del pari che nell'antica alto-engadinese, abbiamo veramente ùnia- coli' ti; ma
a im ù tanto poco organico quanto d quello dell'alto- eagad. ùngiiin "iugiiia
*n'giin oec-untis (v. num. 327 engad., e li, 4). Rovesciar la piramide, repu-
tar cioà ùnta- (ùnta-) una figura genuina, che stia foneticamente all' anni-
{ansa) Goprasilvano come un p6 (alto-eng. Mr. 1, 19) ad am-paug, e cercare
nell'iin di ùnia- un succedaneo di non (*nùn = noennm), da raccostarsi
all'un popolare toscano ecc. (urt $o, non so, eco.) od all'ori s non calabrese,
sarebbe uno stento illegìttimo.
;vGoo»^lc
S 1. Qri^cmì; A. SopraMlra: Vocali itons. 19
(sovente) 17,15; cioà: subinde suvent- sveni- (cfr. l'engadinese)
s'cent- savent *. Ancora a al posto dì ù f. d' a. , ma in esempio
di poco momento: acadella (scodella scutella) 14, 8; 23, 25. JDel
rimaDente, ru(u) intatto >: fìtgir S,7; sadulai 3&tol\a.ti 5,6; rui~ 91
no (rovina) 7,27, saccudeit excutite (scuotete) 10,14 (iiuni. 22S);
mulgér num. \y\juvnals javena.l&a; curreuon 28, 8 ; fitndar (af-
fondare) 14,30; pungiadas (colpi col pugno, quasi; pugnate, cfr.
num. 192) 26,67; — ma doblaméng allato a dùhels, num. 114,
e si oscilla tra « ed o in pariurir partorir 1,23.21. Dile- 92
guato; in sillaba anteriore all'accento: strunglà strangulavìt,
Todlà (num. 84), e nell'iato: cusescher (Car.) = conanescera (as-
suefare), cus^'(2a = consueta (conauetudine) Ebr. 5,14 (cfr. dus
num. 46) s; in sillaba posteriore all'accento: temps, meins, da-
dents, funds, v. num. 137; chiem cornu; e qui spetterà anche
il dileguo detru= o all'uscita, segua esso a consonante oppure
ad i[j]: amig, ferm, scrii, mendus, maun (num. 6), ecc. ecc.;
filg (=filj) filins, ieli 'olju oleo-, capitani 27,54, dimuni 12,^,
evangeli; cfr. i num. 47, 53, 235;- e ancora t. C. Ili, § 2, e
i num. 236 e 224. Dittonghi. - dimuni, cfr. l'ital. dimonio 93
(*daemon-io) ; al quale esempio fari bel riscontro : irom aeramen
('dièmùni *ieràm, cfr. i num. 67 e 227, e ancora l'it. istate state,
aoprasilv. stof n. 223); — latezia («in a, cfr. num. 67, 75, 107); —
orelgia (au in o, cfr. num. 68) 10,27; — utschels 6,26 (dell'alter-
narsi di u àtono con du, v. il n. 68, aggiungendo : gudér gàudig,
gaudere gaudeat, Fil. 20, Ecclea. 5, 17. 18); — ruvaséit "repaa-
aata 26, 45, allato a ruvàtisa 'repaosat I Piet. 4, 1 4, e ruvàussen
' DS. sopraailv. e BopTaaais.: laDtns, fraqaentamente. Dell' uscita di questa
Toce, T. Ili, 5.- L'b Irrazionale, che propoaiamo per *3èvents, sarebbe da
parsgonare a quell'e in «ìUaba posteriore all'accento per la quale ai sepa-
raoo due consonaiiti orìgiaBlmeiite attigue, o fattesi attìgue per dilegno di
Tocale, qnando vengono a risultare all' uscita; come si vede in ansemel (in si-
imi, num. 81), pimel num. 52, scandel unm.T3 , asen num. 83, -dder = iit[o]r
num. 87, eÌT>er num. SI, artcttnter num. 81, ecc., dove Eempfe si tratta, per
Mconda consonante, di una continua. E per l'espandimento di questa iira-
liODale, si cfr. il num, 87 alto-engadinaBS.
' L'wdi 'mustela' tì lungo o breve? L'm sopraailvano {musteilLant. 11,29^
"ttiiieila Car., miìtleila ne.) ha maggior forza a farcela inferir breve, che
non \'ù engad., i soprasass. (mùstaila Car., mitteita db.) a farcela inferir
lunga. V. n, 4. • V. ancora il num. 148.
Archiiio blottoU Ital., I. l
D,qit,zeabvG00»^lc
50 Ascoli, Saggi ladini, I.
'repausant Apoc. 14,13(v,Dum. 68); quindi anche a per au itono,
cfr. atun (less.) automDus, sullarar (*sur-[d]-aurar num. 126*;
ma DS.: solorar; cfr. Schuch. vok. II 306 segg-, dov'è pur con-
templato il soprasilv. far agur, considerare, cioè: Tacere au-
gurium'), e ancora oscar (osare, cioè 'aus-ic-are, circa ta base
del qual frequentativo va ricordato l'aggett. ital. oso, audace):
ascava, osava, Mr. 12,34, e anche in accento: asc' Un, osa udo,
94 I Cor, 6,1. — Ai grigione, che si riduce f. d'a. ad i; dove sodo
da distinguere tre categorie: I." ai ottenuto per attrazione:
(Vai = 'airale * arjale (aja; v. era al num. 9) 3,12; virola less.,
'vairola, variola bassolat. (vajuolo); e forse qui anche pivun
{pipuns II Paralip. 9,21), pavone, quando si consideri la forma
basso-engad. paviun Car, (soprasass. Da.: pavun); - 2." ai ot-
tenuto per sviluppo d'i innanzi a s (cfr. il num. 172 in n., e il
num. 174): ischègl Conr., *ischill Car., *aisil}o, axiculo-, asse
del carro (forme engadin. : aschigl ischigl Car.); ischier ''asérn
acerno- (it. àcero; dove la ricostruzione è suggerita dalla fonia
del vocabolo soprasilvano e dall' ascftèr engadiu. Car.; di i ='c
V. il num. 170);- 3." ot ottenuto per dileguo di consonante: pii-
deits ecc. num. 171. — Au grigione che f. d'a. si riduce ad u, è
. in uval less., torrente, 5cA-uar less. , sciacquare, allato ad aua,
acqua, num. 177; e ancora in ulsckév, ulschéin Car. less. gr. 150
(partic e 1. pi. pres. di àulscker num. 10 n.), e fultschada Ca-
rig. 15, falciata (ma Car. nachtr. : faulsch falschada), i quali due
esempj son curiosi, perchè vi s'incominci a veder trattato V au
anorganico (formole del n. 10) come un au etimologico, entran-
dosi cosi nell'analogia engadinese. — Cfr. u àtono allato ad i'u
in acc, num. 185.
E,
95 hartar 'hereditare 19,29; hum homo; hura; hanur, hundrau-s
num. 147; avdan habitant; erva 6,30; oz hodie num. 105; [di
train trahunt 11, 12, ecc., v. la 1.' nota al num. 171, e ITI, 3].
J.
96 gitiven n.61; gist-s jastas; giù josum (deorsum, v. num. 59 in n.)
en-agid, gidau-s, in-a[d]juto- a[d^utato-^; pigiur-s pejor (cfr.
' Cfr. DD Canqb a. 'ayrale', 'ai'aa', e 'stadium 3'.
* Qui giù en-agideec., piuttosto che al num. t05, coosiderata ia ispecie
l'età del dileguo dell' esplosi ra.
;vGoo»^lc
§ 1. Qrìgioni; A. Sopraselra: j. 51
nam. 87); giuf2ì,b, ma KDche juf lì, 29.30, jugum (num. 184),
e cosi juvantenglia} giOYentù num. 66. Sarà par ispiiita dìssìmi-
lativa che in Gabr., e nel V. T., ììj iniziale di 'jejunus' ecc. si
sottrae costantemente all'alterazione: ja^'ins jejuni, Jaginar, ti
jaginas , Jaginau (ds.: giginar; Coav.: jaginar giginar). V'ha
all'incontro assimilazione, non però coal compiuta o singolare
come la scrittura mostrerebbe, in schascfieva jacebat 8, 14, scha-
scheu-s (giaciuto) 28, 6, [cfr, schunscher num. 65, jungere] , dova
la pronuncia dee Teramenta dare: zaséva o zazeva ecc., deterroi-
uandosi cioè l'antico j in z anziché in ^, per effetto dello s (o z)
da e nella sillaba che ouasegue (v. num. 170). Di sehai jacet 8, 6;
4,13; 5,14 e scher jacère Apoc. 11,8, v. i num. 171 e 226.
J che sussegue ad altra consonante.
Questa rubrica ha dovuto intitolarsi da un elemento che non ai può
dire latiao. È il j romanzo da t àtono, o da e à.tona, cui nell'archetipo
preceda consonante e sussegua vocale, j ohe promuove e subisce, come
ènotorio, molteplici fenomeni di ussimilaziona , e bì mostra, a cagion
d'eaerapio, in medio-, medjo-, it, mezzo; diurno-, djomo-, W. giorno.
E anche è risultato opportuno di qui considerare, insieme con questo J
romanzo, certi sviluppi di j gngione. — Quanto alla pronuncia dei
TÌapettivi prodotti fonetici, andrebbe consultata, come per ogni altro
quesito di pronuncia, l'Appendice; ma pure debbo qui fermarmi ad
avvertire, che ig ng di Gabriel valgono {/' «, affine che si possano
facilmente intendere le annotazioni in cui sari avvertita qualche di-
vergenza.
U: mulgér muUere[m] num. 19; milgiarar meliorare; marvi~ 97
Igiusas 21, 15; sumlgiont-s sumelgia *strailiant- •simillat; filg
filgial,^; 9, 18; fumelg (famiglio); cusselg, cusselgiada 14,8;
felgia velgia ecc. nam. 56; milgia (miglio, lega); palgia 3, 12;
inoltre : gilgias ' 6, 28, cfr. 1" it. giglio e pel genere il ted. lilìe ;
pigiar pigliare 21,46; tallge giù, taigiau-s, taglia giù!, ta-
gliato, 5,30; 7, 19; tallgia, taglia, imposta, 17,25; travalgia~
da 14,24; pagalgia, paga, mercede, 5,46. — Si aggiunge LI' 93
' la questo eaemplu-e, Ig deve valere (g anziché Ij, poiché il CarìBoh Bcriva
jilgia, laddoTS per ^ilja acriverabba giglia, coma paglia ecc.; e ^i7^va ugual-
DMCiU DS. [allato al BOprasaaB. giiia\, laddove acriva tagliar ecc.; e Ig ricorre
balmente aitche nel riflesso engadinese. Cfr. la n. al nam. 103.
;vGoo»^lc
52 Ascoli, Saggi todioi, I.
che passa ia Iji: glin linum Gios. 2, 6^; Igisck luce-, Iginwi I
[Iginnadi-s] luna [lunaticus], neiqaali due è ^( = ^ = 15 num. 59; j
Igeut ('Ijt'ut, II) 3; riTiena a un ted. liut) gente 4, 19. V. ancora ;
ì num. 33 n., 112 e 110. Ma in salgit salita (saltate, esaltate) 5, -
12, iof. salgir less., ecc., riconosceremo l' uso dilatato della com- .
binazione etimologica Ij (salio; cfr. p. e. salgind saliendo Is. 13,
21); e quindi attribuiremo simili forme al numero che precede;
99 cfr. i n. 103, 105. RJ : gliergia gloria num, 56; e il resto t. al
100 num. 235. Y3:plievgia '^plovta num. 62; càbgia cavgia Car.
cavea (gabbia); e qui ancora, per v da & {vèr *acier habere):
gkieu avuto (cioè: viéu vjeu vgeu '^eu; cfr. mr. e v. il num. 60)
101 8,33. SJ: parsohun prension- num. 46; caschun occasion-
(cagione) 19,3; ampafmasohun -promission- Apoat. 1, 4; cfr, IH,
102 4. NJ: senger singiurnìitn.Sl; vingia^ vinea20,l; — cum-
103 poings ecc. num, 15; e cfr. num, 167 n. — Si aggiunge NI' che
passa in nji : angif nidas num. 203, Ma vangir venire 3,7 (cfr.
«andini veniendo 26,64, s-cu-vangienscha, disunione, quasi 'dis-
•con-venienza' 10,35), sarà l'analogo di salgir num. 98, e quindi
104 spetta al numero che precede. MMJ: cumngiau 'cummiatii
(commeato-) 14,22.23; scumngiavan Vcammiavan (-cambiava-
105 no) num. 157 '. CJ, v. num. 169. DJ; ne risultano^, i (=s
tra voc): misericorgia misericorgeivels (pi.) 5, 7; nun-stugiau
'non-studiato , non dotto, Carig. 132; giavel diabolas 25,41 *;
' DS. Cour.: glin, Car.: ^tn giin. 'Lino' ai traduce in 0%. 2,5.9: IiticokI
linoot, cha é il Tocabolo (adesco per 'tela'.
' Il parallelo di gilga, num. 97 n-, qui s'avrebbe Ìd lingia linea Car. de.
{Unga ricavo anche da una scrittura engadineae), e t. ancora la peoultia»
u. al num. 167.
' Per MJ avrei: cintlempta Giudici 8,2, -ernia Is. £4,13; iehimgias I Re IO,
SS, li Parai. 9,21 (scimia); db. Coar. oindemia tckimia; Car. vendemia, mi
aehimgnia colla figura cba avemmo per MMJ (cfr. l'ital. scìmmia). Lo mn
pare limitato alla cootiDuazione della figura geminata; ma vi si potrà tutta-
volta vedere come una fase intermedia pel fenomeno di » (r^') da mj, cha
occorre con particolar frequenza nel macado-valBco (v. Diez gr. a. M. vai. ;
e St. crit. 1 58, 71, 77 = 336, 349, 355, dov'è in ispecie notevole il Taldarsese
miyelìt), e deve aver parte nella costante riduzione di UJ a ni frc. (congé ecc.).
Cir. il napolet. siiìa = scimia, allato al soprasilvano simna (achimguia} che
testa adducemmo dal Carisch.
* giù =josnm, en-agid = -adjut., ecc., avemmo sotto il semplice J. — Ca-
rìgiet 44 raccosta stagia a 'stadium' a staderas a. 'stadiaria'. Circa .^biddnu.
;vGoo»^lc
§ 1. Qrigioni; A. Sopraselva:^ eomplic. 53
oihodìe 11,23; miex medio- 10,16; in veza vezian vaset (vede
vegliano TÌde) 6,4; 5,16; 8,14, e in saseva saset (sedeva se-
dette; cfr. l'engadin.) 9,9; 15,29, è lo dj di alcune figure ori-
ginali (yldjo = video, sedjat = 8edeat, ecc.; cfr, it. veggio veggente
seggiamo ecc., e in ispecie i riflessi logudoresi di 'sedere') che sì
estende pel resto della coiijugaztone (gt'inflniti sono al n. 203). —
Si aggiunge DI' che passa in dji, onde risulta g: gig dico, ecc., 106
Ili, 3*; tt^gi tota dies 20,6, da-minchia-gi (di ogni giorno,
quotidiano), gis dies pi. 4,2*, cfr. num. 137; cungir (less. condi-
re) 5. TJ. Una risposta parallela a gia=dja {mìsericorgia ecc.) 107
avremmo in sa/t^acAia = *8ilvat[i]ja, nnm. 196, scorchiar (alto-
•eng. scorcher) Car. = •8-CDrt[i]jar (ds.: scortegiar), ezcortìcare.
che deve dir 'bilancia' (Madèra ds. Conr. Car-, ttadaira ang., stadeila bo-
pnissAa.; lat. staterà), egli sarebbe in errore; ma circa stadia, che dic<e,
secondo il Cariscb, palo di coafiae (pfahl, ale grenz- maalzeichea ; basso-
engadin. staja, alto-engadin. jtedjia), avrà il Carig'. veduto bene. Abbiamo,
quanto ai Biguificati, la serie 'stadio', 'mleura', 'pertica' (cfr. su Canoe s. bU-
dinm 3); e coti riTerraimo a 'stadium' aoclie gì' ita), itaggio staggia, il ve-
Dezìauo slaia (ataggio), e il fri. siaxe (regolo del muratore).
' Sì aggioDge gig lungi (= dick alto~eng. ecc.), di cui t. al C. V.
' La stessa evoluzione fonetica ei compie nel dwas- indiano, che ei fa ghi-
tèi -gyes zingarico (v. Zigeunerischea 39, 169 a), vocabolo non diverso da
quello a cni riviene il lat. dits; cfr. la prima n. al num. 108. — D3. gii e di.
' A prima vista parrebbe spettar sicuramente a questo luogo anche ragisch
radice- 13,6 (ragìtchad'ora sradicata 15,13); ma un'altra figura soprasilvana,
« gli altri paralleli grigioni, inducono a slabìlire: ra[d]ù' rajiseh ragisch;
cfr. ia ispecie lo spoglio engadinese, e il nura. 232, ed anche il ladino cen-
trale. ^ RicouoEceremo, all'incontro, quasi senza riserva, che qui si debba
addurre il verbo larginar (ritardare, nel senso neutro e nell'attivo; targinaea
Es.3S,l, targirtar II Re 4,24, Car. id.), massime vedendolo nella serie di Con-
r&di: tarilar tardinar Uarginar. Della legittimità di quel tardinar, benohé nella
parla tedesco-romancia più non si rivegga (cfr. voi-zdgern, vei'weilan, saumen),
mal si potrà dubitare; e nell'ordine morfologico possiamo sin d'ora allegare
la fonnazione parallela iarschiiìor = terscher engadio. (Car.), pulire, curare
(tergere). Vero é però cbe c'imbattiamo in una corrente sinonima, che ha .,
base diversa; ed à il aopraailvano swr-trer, tirare in luogo, ritardare, cfi*. ted.
ter-ziehen (p. e. sw-target ritardò 25,5), la quale può farci pensare a *(ra-
$inar (t. il num. 124), forma che sostanzialmente coinciderebbe col provenz.
trdhmar, ecc. Di targlinar Carig. = targitiar, v. i] num, 230. — E resterà di
notare, circa le risposte soprasilvauo già gi = dja di , che mal si appone il
DiM gv. 1' 185 nel reputare gutturale il loro g.
;vGoo»^lc
54 Ascoli, Sa^ ladini, T.
cttchia Car., cutchia Conr. {codgia soprasass. ds.), cotica*, faf
prackias d8. Car., far pratiche, considerati come esempj di TJ
ottenutosi per decadimento seriore di e, t. num. 165, e tali qnindi
nei quali non entri l'antica e comune alterazione del t Ai tj (cfr.
il tre. porche nella n. al num. 168); e s'aggiunge, con STJ fonda-
mentale: christgiaun ds., e ancora cfr. il n. 110. Questo riscon-
tro però non toglie che altro fenomeno analogo a quello di già
= dja si abbia ancora a riconoscere in nsa (che risalirebbe quindi
a nca^, cfr. Ili, 4) = \é\ntia^; così: naschienscha ranetschien-
wAa 1, 1; 19,28; cardiensoha6,3(}; scuvangienscha num. 103;
sabgienscìM num. 109; e all'incontro la risposta parallela &
ia = dja {veza ecc.) è nello nsa {nia) di fleivlonzas (infermità,
*flebil-antiae) 4,23, e più altri consimili che si leggono sotto
ont = ANT\ ai quali si aggiungono, comuni per la maggior
parte all'italiano: vanzada (partic. di "ab-anti-ara) 14,20; can-
zuns ('cant-ìon') 11,17; faulze alzau-s (ilzati alzato, *alt-ia-
-re) 21,21; 17,8; tóerx 16,21; forzali, Ì2, ta sforza (ti sfor-
za) 5,41; loxxa e stizza sHzar, num. 63; tnaxsar ('matiare,
V. DiEZ less. 3. mazza) 15,19; tezxan (allattano, danno latte,
"tett'iare) 24,19; e finalmente, pur comune all'italiano, -zia die-
tro a Yocale, = lat. -tia (cioè tia tjia tzia Ha): latezia laetitja
28,8; leungezia 6,27; ladezia (larghezza), hassezia, Ef. 3,18;
pleinezia ib. 19; richezia 13, 22; patientia (sic; cfr, marcanlia
22,5) 18,26; tristezial9,^l\ direzia duritia 19, 8; gravezia 20,
12; malizia (cosi anche i lessici) 22,18; charezia (carità.) 24,
12; clarezia 24,27; altezias 21,9; grazias 26,30, che ha allato
il notevole angrazch (cfr. l'engadin.) "in-gratj- (ringrazio, cele-
' CoDradi adduce, oltre cuKhia, la forma cutna etttgna (ds.: eoigna, cute
della testa, dove forse doreva leggersi cotgna); Tedine al C. Ili, § 4.
' B Carigiet realmeote ci darebbe lo é: prudietitscha sabientscha ereconi-
ichientscha, p. 18 n., 24; ma BS.: prudema eneonoachienxa sabienschia\ por
egli però: nascUntsckia.
* Qui,eDe'prodottÌdiPTJMTJ[eCTJj che ai considerano in qnesto stesso
nomerò, abbiamo appai atinameato antico e quindi la continnazioDe della pa-
latina che a'ha nei riflessi di CE CI [c,x, /); all'inirontro in salvackia ecc. a
ne! prodotto di TJI da TI (num. 108) avremo appaiati nameato moderno, e
quindi la palatina che d nei riflessi di CA ('e). Cfr. il num. 166 e la seconda
n. al num, 172; e ancora, relativamente ai paralleli di media, le Tr-ascri-
tioni.
;vGoo»^lc
§ 1. Origioni; A. Sopraselva: j complic. 55
bro)n,25;— CTJ: [andrizau -dirizzatosi, 16]; PTJ: catschatt
cacciato (^captiare) 7,22; nozzas nuptiae22,S; MTJ: cuntscha-
van conciavano {'comtiare, v. DiBZ leas. a. conciare) 4,21. — E 108
arrivianio finalmente a TI', che passando per tji ci darà alla sua
Toltala figura palatinata CHI: (ci; cfr. 107 in n. e gi = dt' 106):
farckinen partiYerunt 27, 35, s-parckir parchieù s-parchida
partire, partito- partita 19,6; 27,35; 5,32; wrcAtWflCar., urticla
urtschicla Conr., urticula; manckir mentir! 5,11; chi pron. di
sec. p. 8g. al dativo: a chi {tibi; 'a ti) 2, 13, chi dadi dà 5,29',
Si ag^iungoDo, con particolare ortografia: fastchinne festina
(fastchinava Apost. 20, 16, fastchinar II Piet. 3,12) Apost. 22,
18; vastchir vastchieu (vasioftew) vestire vestitus 6,25; 9,16; 14,
36', Ed è finalmente notevole: «asca(iiVo = vestitura 26,^, ecc,,
dove la palatina sarebbe passata in gutturale (come nei nostri
salgo veggo ecc. da salgo veg^o) : 'vesci[a]diira *zieski[a]dira
(cfr. vestkir ecc., nella nota, e il n, 110) vesh[i]adira; la qual se-
rie si conforta dell'esatto parallelo che ora segue: *biestj (bestia),
bieschtg (cioè bies'c), bieso ^cioè biesh), ap. Car. (Conr. biesc,
«11. biesca [v. Ili, 1] ; e biesoa, bestiame, ricorre pur nel nostro
' mi mu$iig ehi raùunaschent (io mi mostri a te ricoDoeceote), in un inno
Bp. Andker o, c. 136; jow chi angMzeh io [a] ta ringrazio (celebro) 11,^
PereLó il fenomeno ai limiti al dativo, e come questo asempio risulti quasi
intarmedio fra questo numero e il precedente, ai vede al C. Ili, § 2. — Qui
puimeoti (v. la o. al onin, 106) s'hanno riscontri ziogarici: rahiló = *ralilà
n è fatta notte, Unguìtà, pi. iingulkid, dito, Zigeunerisches, p. 39, ISl, 135. —
E dal toprasilvano cattolico vorrà ancora ewer qui condotto: mogittas, ma-
tntino [bora canonica] ds., poiché 'matùtinae* dava normalmente: matilinai
(num. 63 o 89), onde poteva venire, secondo il presente numero e il 110, ma-
cic.naj, cfr. inam. 4e2S6.
' Dove ai pud chiedere ee il t non sia nn mero spediente per Impedire che
a legga fasinne Basir ecc., oppure bo non si tratti di uno stadio fonetico
»1 qnale questi esemplari si fermino, forse in grazia del s, laddove gli altri so-
gliono oitrepaaaarlo, dimodoché, data la serie evolutiva: Ij ti la t'é 'ó, fastchi-
nar e vastchir ne rappresentino il penultimo grado, e itianchir ecc. l'ultimo.
Ma stanuo contro la prima dichiarazione o a favor della seconda: 1." l'aversi
presso il Conradi nestkir (allato a oestchir) e vesikieu [veitkieu è cosi nella
parte romancio-alemanna come oell' alemanno-romancia, e la gutturale occorre
inche nel nostro testo, in una voce che stiamo per addurre ; nel riflesso di 'fe-
•tinare', il Conradi ha le seguenti ortografie: festinar faschchituxr, fastinar
fesrhkittar; Da Sale scrive : oestgtr festginar ((^ = 'c)]; 2." l'esempio ickia-
ffiim = timun (timone; v, oum. 110) che occorre presso il Conradi medesimo
{efr, eulehia nuro. 107); e 3." l'analogia di pck = PJ (e bg = Bl), ecci
;vGoo»^lc
66 AbcoIì. Sa^ Udiai, I.
testo, G. 4, 12). Cfr. anche peso al num. 138; e III, 4. — Di veing
100 •= vinti (vìginti), ecc., v. il num. 151 in a. BJ, e bji da Bl':
ràbchia e rahchir ('rabira, cfr. milan. inraVbi) allato a raft-
bia e ràbbiar Conr. Cfr. VJ. PJ : sapchig sapiat 0,30; sah-
110 (/letwcAo 11,19, sa6;"enscfta 12,42; 13,54. [Sviluppi spo-
radici di / dietro a conaonaDti. Ai costanti avilnppi dij
obe incontrammo nelle formole li dì ecc. , se ne aggiungono di
sporadici, nelle stesse combinaziooi fuori dell'accento. Cosi: {(Ri-
mari num. 145; pestgilensia Ds.; e tgimun Ds. (manico del car-
ro, p. 322, tgimun da la naf, p.307), che presso il Corradi, coma
già sentimmo (num. 108), suona tchiamun. La figura ultima-
mente addotta ricorda castgiadat = castitat- ds. (il nostro testo
castitadlTm. 4,Ì2;5,Z); ma noi vedremo più tardi (111,4) come
questo esempio sia piuttosto da attribuire al oum. 107. All' in-
contro conTerri qui registrare: angiavìnar Gar. 'in-divinare, so-
prasass. ingiviruir angivinar ds., eng. ingiovinéra indovinello
Car., quando non si voglia imaginare che due varietà (divinare
duvinare; cfr. l'it.) vi si fondessero insieme. — In combinazione
insolita : schilgiusia {Ijù = 16, schiglius Car.) gelosia num. 143.
— Ancora si potrebbe voler qui, per la sua seconda sillaba:
lievgia = leva (la leva Car.; cfr. num. 23 fri.), ma è probabile
che in questa forma abbia infiuitó il verbo corrispondente al-
l'ital. 'al-leviare', il quale in ds. è lefgiar, soprasass. lifgiér.]
L.
Ili Intatto: loda lata, lufs lupi, olivas, mal, pievet populus,
tschiel, ecc. ,- - ault aut eco, = ALT ecc. num. 10, 1 1 ; - oult ecc.
= OLT ecc. num. 57; - Igi = LI' num. 98 (cfr. 1 12). — In anchùn
anchin aliqu'anns, pi. anchins (alcuni), 5,39. 41 ; 9,3, non deve
già trattarsi di l che passi in n, ma si di assimilazione di voce
a voce; cfr. anqualchin ap. Car., s. 'in', che avrebbe quasi il suo
neutro neW anqualcaussa da noi addotto al num. 90, e ancora
cfr. anzachi ecc., nella nota allo stesso numero. Il termine en-
gadinese, che non era esposto a simili attrazioni, conserva il l
112 (cosi in Biveroni: alchiUn alchiiins) <. LL. Mediano inalte-
rato, in sadulai satullatt, antalleg num. 172, ella, quella; raa
' Per I in r nolla di esimi lazione, v. il num. 145.
D,qit,zeabvG00»^lc
§ 1. OrigioDi; A. SoprasalTa: l complic- 57
dinanzi ad i: galgina 23,37, cfr. huglir, buUire, dei lessici, e il
oum. 98. Riuscito finale, è inalterato in el, quel; senonchè 'ille'
dà ancora l'artic. ilg * (pi. eh), dove lo STiluppo di j può aver
sua speciale ragione (III, 2); ma il suo mero sviluppo fonetico
vedemmo nella storia di -ELLO al num. 31, e in cavelg (pi. ca^
wfs 10,30) al nam. 42; cui ora si aggiunge: 'a[ijlg= -ALLO:
cavailg Apoc. 6,2 (pi. caoc/s Giac. 3,3); e cfr. -«o?£f = -ULL[0], 113
nam. 129" io n. L'D protonico, ridotto per assimilazione pro-
grediva a l {II) scorgeremo in calira = 'caldura (cfr. aoprasass.
caltirans.) 20,12, allato a cauld num. 10, malgrado l'ital. ca-
lura; dove, oltre il Dum. 150-1, è io ispecie da vedere il n. 13&*^.
L che sussegue ad altra consonante.
PL: p/ontó plantavit 21,23; plaga plicavìt (avviluppò) 27,59; 114
Unìnen plascher {^n^iuon piacere) 12, 18; p^ascftei (piacque) 14,
6; plaid plidar num, 171 ; plonscher piangere (lamentarsi) 24,
30; cumplanir 'com-ple-n-ire (compire) 3, 15; piover pHevgia;
pli plus; — doblameng pli doppiamente più 23, 15, tschient du-
6e(s cento doppj 19,29.- BL iniziale: blastemmahlastem,mau2Q,
65; B'L interno: sablun sabulon-7,26; nehla nebula (nube ') 17, 115
5, sihla subula less.; - ma fleivla ecc. nnm. 21; cfr. II, 1. - FL: 110
fiamma; fleivel-s fieivlomas (n.21, 107); sufflau sufflato-, suf-
fels (venti, cioè: soffj) 7,25, afflau afflato- (trovato, v. Studj
critici I 32 = 310) 2,8. CL iniz.: clafs claves 16, 19; clar-s 117
clarus 6,22, declare declara 13,36; claus clausus 13, 15 (clausì);
clomma clamat.- CL interno si riduce a Ij (-c'I '-clj -Ij, v. Dibz US
gr. 3. TL CL ecc.), riduzione in cui ai confondono pur -T'L-,
-G'L-{n. 122, e forse pur -D'L- n.l46): solelg "soliculo- = sol (cfr.
frc. soleil, fri. soreli) 5, 45; orelgia 26,51 ; (Slg celgs oculus -i,
nam. 56; schanulgia {la) 'genucla (v. Fonol. indo-it.-gr. § 23, 2 ,
e cfr. le ginocchia) 17,14; e ancora considera gvila num. 235,-
Cost: twi£/-s = vet'lua (vec'lua; vecchio veglio) L. 1,18, ils velgs Ili?
15,2, velgias 1 Tira. 4,7.- Figure colla esplosiva resistente (cfr. 120
< Cioè ilj; a ancora deva essereì atuIo *elj, per ta qual figura si curiva
ad «■■ y. Ili, 2, e cfr. il num. 209.
' Riscontro poco valevole siu'ebbs ai!' incontro; pulì, che insieiiie eoa putt
e eoa pultiTUt continuerebbe il lat. 'pulte-', Carig. 09.
' Qui ai pud incrociare il ted. ttebet. Conr. e Car. aggiungono nicel; cH-.
l'engadinese.
;vGoo»^lc
58 AscoU, Saggi Udini, I.
num. Ì2Z) sono all'incontro: zerclar sarcularo nurn. 135, macia
macula Ef. 5,27,- miraclas24,2i;- spad/asspatulae (spalle) 23,
4, rodlà *rotala7Ìt num. 84'; circa le quali va però veduto il
121 C. II, g 1. GL iniziale: glatsch glacies less.; gland glond
122 gloin Conr., glonda ds., glans (cfr. num. 151 n.).- G'L interno
(cfr. n. 118, 120); vilgiar vilgeit vig'lar vig'Iata (dove si tratta
per vero di formola fondamentale nella quale assai per tempo
si potè aver j^'; ma cfr. vegghiare ital., allato a vegliare) 24,
43.42.- Colla esplosiva resistente: ungla Es. 10,26. U, n. 97.
123 Si conserva costantemente^: reg rei 2, 1; hura bora; vargar
= varicare (cfr. Diez less. s. it. varcare), passare, passare oltre,
superare 24,35; 5,20; laschar 15,32; far; render; ir ; scuoWr 11,
124 27; ecc. ecc. Alla forinola etimologica cons. + mvoc.* cons.
' -ci- [-rei-] soprasilv. da -ti- [-rtl-] = •-teli-, per dileguo relatÌTamente
moderno dell'* ho mostrato altrove (Sludj erit. II 103 n.) in marelar (Coar. e
Car.) 'martlar martellare; ed ora aggiungo: Balcramiu (*Barclamia = Bar-
t[o]Ioméo) DS. 9 (cfr. SmccH. vok. 1 160-2, III 82), e diccld ditale (cioè •diflart
*digi teli are ; t. num. 123 d.), riconosciuto da Curìg. 77, cui risponde regolar-
meote l'engadìn. danclir Car; e di questo ritocchiamo, a suo luogo, insiente
con un altro caso, in cui l'angadia. a il soprasass. contrappongono -i%et- a
*-ntl- (-ntelt-). Ma non ao se clavau, granajo, stallo (ds.: fenile; sopraBasi.
cìaoà), ci oSti realmente, coro*è parso allo Steub ed al Diez {cfr. C. VI),
uno ti inisiale passato in ci. Vero & che quanto atta metatesi del / (*tlaT£-
da tao'ld-, 'tavolato'), buona parte degli scrupoli par che sì dilegui mercè la
figara alto-angadin. talvd Car-, che sta come di mezzo fra il basso-eng. tabld
a *tlavà-. Qualche difflcoltii fonetica rimane perd ancora, e io qui piuttosto
crederei alla confluenia di due parole diverse, limitandomi a citare, per lo
ci legittimo, clavia, cella, ubi auce et alia altilia iucluduntur, Diefenbacb,
Nooum glots. lat.-gettn. s. v.
* Sempra s'intende in Gabriel, e cfr, la un. In DS. manca r più volte all'u-
scita del tema nominale in *-aria (num. 9); bargiclS, fem. -ra (EopraBass. bra-
gitlér) iagrimevole (cfr. V, 3) , gaglinS (soprasass. gaglinér) poUajo; ioU suolo
(*solario); matié massaro p. 323, vesehU vaecellaro (allato a putttér caltèr
danir cfr. num. 9); inoltre: de bià saung sanguinolente (cioè; di molto [biar\
sangue; e anche nel saggio di Waltensbarg Bùhl: bea pU grand}; né, ov-
vero (p. 215, 293), = ntr dai fonti riformati. In Carig. appariscon regolari le
uscite nominali -d -i, per *-are *-ario, pag. T7\ e Id- tur ['U-ora num. 46],
euccke = cttrche [quando che; cur:^ qua-hora], 78,89, sissii = 3isur[a] ('suso-
-sopra', dipoi, cfl-. il ted- 'darauf ) ecc. 23, 129, 150, cfr. tulla = svr la 89,
liei = -fier'l (al, verso il; v. Ili, 5) 9.
;vGoo»^lc
S 1. Qrigioni; A. Sopraselva: r. 59
(p. a tram-), qnando sia protonica, è continuamente surrogata
la figura cons. + uoc. + B + con*, (p. e. tarm-)*, nella quale avre-
mo a ancba per Tea per l't etimologico, secondo le analogie
che già vedemmo nel rassegnare le vocali itone. Quindi: tarma-
tet tarmetig (mandò mandi, proprìam.: trasmise trasmetta) 2,8;
9,38; fartont frattanto 25,10; antardir anìardieu (num. 35)' 24,
10; 10,4; targenan 'trajenan (trassero) G. 21,8, partarcheits 9,
i,partarchiavanìAr.\\,3\ (pensate, pensavano), ma nell'ac-
cento: ella partrachia (pensa) I Cor. 13,5, partrachig (egli
penai) Il Cor. 10,7*; ancarpau lapidato- 21,35; allato a crcp
(sasso) e ancràppas lapidaa 23,37; fardà (odorò Gen. 8,21),
allato a frédan (odorano Deut. 4,28), cfr. num. 129*; pardagà
prEedicavit; parschun *preaion- prigione (con Tu: pursepi 'pre-
sepi L. 2,7. 12); cardienscha carlieu ecc., allato a créin cre-
dunt, num. 203; carschenan (crebbero) 13,7, allato a crescker
21,19; tarvuorsch tarvursch Car. (Conr*: tarvutrg travurtsch)
forca da fieno, ^tri-fnrca. cfr. num. 65 '; am-parmer (primie-
ro); scartira scriptura, allato a scrii; carstiaun; sfardar (raf-
freddarsi) 24,12, allato a freìd; e ancora cfr. il num. 150-1;
- curdar (cadere) aliato a eroda (cade)*; turschà (impastò;
' Di solito d, alla fine della formola, eoiuonante seampia o uasBO auitni-
lalo; poiché, a nesso mantenuto, è sfu^re una daresza per iucootrarDa
ud' altra; e quindi in questo caso si può oscillare : ixiratiaimt trUteria. Circa
il priDCÌpio della foriuola, v. piii innanzi net teato.
* Qui abbiamo dinanzi a noi, coma pel num. 17S si fa chiaro, il riflessa
di ptr-lraeto, considaro. Da Sale adopera il nostro verbo nella traduzione di
'ponderare' e di 'premeditare', ma scrive petertgiar petergiar, a cosi ii Conr.:
paterekiar allato aparlarchiar (s. Mankan'), e Car.: patarchiar. La metatesi
ha cioè prodotto tautofooia (par-tar-), a la tautofonia ha poi spiato a dissi-
Diilara. Nel sostantivo jTur frac A l'amen ts, 9,4, d conservata la disposizione eti-
mologica, e quindi é ancora nel Car. la figura integra ( partrachiament). 11
Conradi ha il verbo semplice con e senza l'invertimento: torchiar trachiar,
pensare, stimare (meinen, deoken, achlan); Car, solo torchiar, db : Urtgìar.
' Steub, Zar rhiitisch. elhnol. {v, C. VI), p. 44.
' Cioè *c[D\-rotdre, andare. in rovina, andare a rnotolì, che ha i suoi riflessi
anche in molti vernacoli italiani. E cosi il suo frequentativo *c[o]-ro^w]filre,
crollaret d al semplica significato di 'cadere' [cfr, il frc. crouler) nel venez.
croidr {erolar i denti cascare i denti). Il frequentativo è nel sopraailv. s-cur-
lar Car-, scorlar US. (in acc: scróla Carig. 63), squassare, scrollare, scot'
lar venez. ecc.; s quindi ci porge ulteriore esempio per la rubrica in cui
;vGoo»^lc
co Ascoli, Saggi ladini, I.
II San». 13.8) allato a trùsche (impasta!; Gen. 18,6); cui sì
aggiunge eùrschin ds. (rampino), allato a eroe id. Conr. (sopra-
aass, crogh i>3.); cfr. purgina pruina al num. 232 '. - Ha il r
della combinazione str si sottrae costaotemente alla metatesi;
cosi in Car.: anstradar sdrappar ecc., a tacer di strinsckeu
('strinjjuto) e simili, dove concorre nesso-consonante, non as-
similato, anche alla fine della formola. - Diverso caso di meta-
tesi, anche perchè indipendente dall' accento, e comune a più
favelle romanze, è quello dì àrner àrve arrinen (AP'R AVR
ARV) aprire apri! aprirono 13,35; 25, 11; 3, 16, allato a.à avieri
(V. n, 28); cfr. prov. d-arÒir, milan. d-arm d-ervi (de-aperire). —
RJ, 3, /. Per r in P si potrà imprima addurre : tilar davend,
tilar navend, tirare innanzi, partirsene, 8,34; 7, 23, et pass.; cfr.
ap, Car.; tilamavend e tirar; ap. ds.: s-tilar, dirimpetto al so-
prasàssino s-trér strascinare; e nell' alto-angadinese: tiro uia
= soprasilv. tilà navend 13, 25, ecc. Forse il fenomeno si è qui
imprima compiuto, per ispinta dissimilativa, nell'inAnito; e da
quella spinta va egli sicuramente ripetuto in sularar dorare
num. 93 ('3urra[u]rar); nel qual esempio si celerà insieme anche
l' importante fenomeno assimilativo di RD in rr (II; sullarar
Carìg. 46), si che in fondo troveremo identiche le due varietà
offerteci dal Carisch: sularar surdurar, cosi come, per l'as-
similazione medesima, surge svurin, aitato a svurdin, disor-
dine*; e cfr. il n. 113. RS (SS). Toccammo in nota al num. 59
dei riflessi di snsnrn josum (cfr. it. suso giuso con -s-= z), e
in nota al n. 28 di -viers riflesso di -verso. Ora ci rimane di
veder continuata la figura latina -vorso, collo rs assimilato in
s (veramente ss, cfr, p. e, il tose, ritroso con -5- = f), assimi-
lazione che non è tacile decidere se sia la stessa che già si vede
anche in favella romana, oppure se sia qui riprodotta (cfr. il
friulano): davos 'de-avorso- (dietro) 9,20, s'ilg davos (suU'ul-
' E anche bwrniea al num. S09. — Resiste alla metatesi; drechiar num. 17S;
ma Car.: darchiar, e ne.: drechiar (litigare), derchiar (rengare in coDaiglio).
Cosi resiste lagramenl (aljegraroento; la formola postonica in sa legran, I Cor.
7, 30, & naturale che sempre resista) L. I, 14; ma Car. gr. SOS: lagarment,
* cunsalvai 9,17, comeehè risponda pib particolarmente, nel sigoilicalo, a
'conserviti*, rispoade perO in etimologia a 'consakàti'.
' Conr. svwin si>wrdin; Car. settrin; cfr, il num. 129',
;vGoo»^lc
§ 1. arigioni; A. SopraMlva: e ic. 61
limo), ils davos (gli ultimi) 26,60; 19,30 (cfr. suenter n. 177);
an-avQS 'in-avorso- (indietro) 24, 18.
V. W.
V iniziale resta intatto (apparenti accezioni quelle del num. 131 127
in D.): via, vig oum. 33; vusch nam. 46; ecc. Cosi di regola il v
ÌQteroo, che tale 3Ìa ancora nel grigione: nova num. 52; leve
num. 22; volveits volvitis (voi voltate) 18,3; ecc. — Due b, V uno 128
ÌDiziale, l'altro interno, per due v di latino classico, sono pure
nel riflesso soprasilv. di verveai; v. num. 21, e cfr, l'ital. ber~
hiee barbice e il frc. brebis *. Apparente sostituzione di ^ a 129^
V, la. quale veramente si risolve nello sviluppo di g innanzi a v
(cfr. il num. 130): angólen ('angvolen) angulàr, 'invèlant in-
volare (rubare),' sgola sgulónt *ex-v61at (s-vóla) *ex-volando
Apoc. 4,7; 8,13, cfr, i num. 50 e 85; fagugn fagoign = favugn
favoign num. 47; cui si aggiungerà, per vo da uo (=o): sgur-
dign sgurdinar DS. (sgurdin sgurdinar soprasass. ds.) disor-
dine disordinare, avendosi uorden per 'ordine' (ib. p. 213, 169,
cfr. Car., la n. al num. 58, e l'eng.); e per v d& p (num. 210):
tschagulla Num. 11,5, tschiguoUa ds. (num. 65), tschaguoUa
Car., -valla -vola -gola Conr., caepuUa ^ Di v vocalizzato, 129*
tra vocali, già avemmo esempio al num. 60 {^itua uva); e data
questa fase, e che nella forma soprasilvana sia u la vocale
elle va innanzi all'u da v, i due u finiranno per formarne uno
solo; cosi uar =uvar, deporre uova Carig. 70 (Car. s. 'lev' e
nachtr. s. t.). È il fenomeno medesimo che ci occorre anche ai
num. 210, 215; e per questa via andrà chiarito sprér (avvol-
tojo), cioè: spravér (cfr. Diaz less. s. sparaviere), spruvèr (vedi
num, 70), spruér, onde poi l'u si dilegua come in cuséscher al
num. 92 3. Quanto al W ted. iniz., il mio spoglio da Gabriel 130
' Car. 47: vergugna birgugna; cfr- il eottostiT,
* Qui si chiarisce aiicor& magull Qiob. S1,S4, magwtlg Is. ^,6, maguol
Ebr. 4, 12, medulls, dova bÌ tratta di v che rioiedia l'iato (inB[d]ull mi-v-ull
maTuU, cfr. i num. S03,23S, e l'antico alto-eng&d. miuitoigl); circa il quale
esempio ra per iucidauia notato, come Qabriel vi anticipi il dittongo dell' w
ìd posisioue (num. 64-5).
' Poi diretto dileguo di o cwà, non mi rimane alcun aicnro Mompio. Ma
lo sospetterei in fréda farddr (*lridar num. 134; odora odorare), *fra[T]ida
*fra[T]idar (cfr. num. 68* e 94), el che questo verbo eatri con l'ital. fiutare
(*tUvitare) in quella gran ^miglia di cui ho toccato negli St. crit. II 184;
cCr. num. 210, 215, e III 1 (/Wedj.
;vGoo»^lc
Ascoli, Saggi ladini, I.
'ebbe gu = w Delle voci che sono ài comune ad antico patri-
nio romanzo, e u = u> nelle residue: guardeit (guardate!; DS.:
•dar) 6,1 •; gudoing ecc. (num. 15; u = v}a[i]- àtono; DS. id,);
Isa [DS.: visa) 1,18; gttauld (bosco, v. ou Canoe s. gualdus;
p. 156: vault; cfr. la nota al num. 185) Giac. 3,5; guerra
.: viarra, ureghiàr guerreggiare; «=weàtono) L. 14,31;
idas guide 15,14]; e ancora: gunchir (secedere, recedere;
nckè si ritirò "2, 14. 23; 12,15; 14, Ì3, gunchit ora ritira-
ì 9, 24), = wenhjan antico tedesco, la qual voce non ritorna
' vero, che io mi sappia, in altre favelle romanze, ma qui
lare antica pur dall' essere comune all' engadinese, come a
> luogo si vede; — all'incontro: vellas onde 8,24; ilg qttarl
iht la quarta vigilia 14,25; vaicha {weiche, anguinaja; art*
•n sia vaicha intorno alle sue reni) 3,4. Cfr., del resto, il
V, § 1. Finalmente, si ha /"per v lat. che diventi finale:
^navis 8,23; ciaf \poG. 9,1; lef-s levis 11,30; gref\3,ì5\
vifs 22,32; net/* num. 40; 60/" (pi. bos) num. 50; nof no-
n ib.; ief orata num. 52; salf salf-s salvus 18,11; 10,22*.
■. num. 211, 216, 232. VJ, s. J.
stantemente intatto: fom fames, frar frater; ufflem infernas,
frir (offrire); ecc.- Eccezionale il dileguo in ora or (foris,
ri) 5,29; 7,4; ma è l'esemplare in cui il francese, pure per
ezione, ha /i = /'(hors), coincidenza già avvertita dal Diez
'., s. F lat.). I lessici ne danno anche la figura col f: dadora
fora ecc.; cfr. il sottosilv. - RF grigione in rv: tarvuorsch
m. 124; cfr. il valtellinese biórch biforcuto. FL, num. 116.
NoteTols: ch'el ilg guarda bvcea nangint (ch'agli punto non lo upett&
Tsnga) 34, 50, dova siamo al solito significato modenio di 'wartao'.
foitig Gar., festig ds. {festit fattit viìtaig Coor.; fastidii angad. Car.),
jgio [il Car. lo renda anche per 'tobal', che davo dire, ai tedeschi evÌi-
e titolati: bntToue, gola, ma tema non ha quaato solo ùgnifieato; cTr.
ìgtà. modo Car. s. (itiaig fistagen), fattitar Conr., -sor Car., Boguir le
le, ci darà f al poeto di t> lat. inii.; e qnasto scambio ripeterai da influsso
ted. fiuttritt orma, ftussUig (e probabilmente, io dial. BTizieri, a dirìt-
i.fius-ttig) viottolo, calle. Cfr. varnwwCap., femieit femies Conr.DS.,
lii soprasasa. db., dove à vernice- al contatto dal ridesse tod. jtrMMS; -
Dcora fandra num. 22&, e il sottosilv.
;vGoo»^lc
§ I. Origtoai; A. Sopraselfa: «
Iniziale; intatto: saÒlun; set septem; sora t. é; stai stat 23,21 ; ]33
scrii; spadlas (spalle), ecc.; alterato in s: schi sic (8, IO: 134
finna schi gronda, una si grande) e scha 'ai' e 'sic', v. num, 81
e C. IV, b; schentar 'sedentare sentare {sa schentar sedersi 15,
35, sa schentà ai chetò 14,33, schentà collocò 4,5, schenta~
rfa collocata 7,25; schenlament Lègge, copia del tedesco 'ge-
•setz') allato a sér sedere num. 203; schuidada collett. e schul-
daus pi. (soldati), 8,9; 27,27; schig sucus; — il a prefissivo
(v. nam. 229) si avvicenda con s in sckmaladir smaladeschan
schmaladeus (maledire -dicono nletti) 26,74; 5,44; 25,41; cfr.
sch-nagar negare (s + nas.); ma: s-hittar s-tizàr a. 63, ecc. [in
JcA4i<^'(ir= saggiare 'ex-agìare (cfr. DiBz less. s. saggio) 16,28,
può lo s esser diretto succedaneo di cs; cfr. num. 174j; alte- 135
rato in z davanti a vocale: zerclar (ds.: cerclar, p. 202) zer~
ctim (v. num. 59) 13, 29; zavrar zeivra v. 3. e *. Mediano ; 130
intatto: casa, dasiert; ossa num. 56; pose pascuum 8,30; ma-
skel ma8culusl9,4; e venuto all'uscita: marvilgius; ecc.; —
-ss-, venuto all'uscita, che passa in s: d'angrasch d'ingrasso
22,4. Finale; plurali, seconde persone, nominativo singolare 137
mascol. dell'aggettivo 0 participio predicativo (cfr. HI, 1,2): ils
dents, ils huns, las reits (retes), pastura, tuttas caussas; vens
venia, taneits tenetis; ca fova tschoc-s a mùt-s... da tal guisa
ch'ilg tschiec a mUt, che era cieco e muto... di tal guisa che il
cieco e muto 12,22 (cfr. num. 67), ven numnau-s (viene nomi-
nato) 10,3. Né mancano pur sostantivi in cui sì continui, a guisa
di tema, la figura nominativa col -s; cosi nel nostro stesso testo,
oltre il riSesso di 'deus' num, 24 (il soprasilv. catto), ha deus
dieus per vero nominativo, e dice nell'obliquo: dieu, D8. p. 8,
cfr. l'engadin.): funds fundus 18,6 (cfr. p. e. mund mundus),
gis = iiea sg.: cur ilg gis paretd'ilg amprim gi da l'emna,
all'apparir del giorno del primo di della settimana 28, 1 (cfr.
Conr. s. gi: e'ig far gis allo spuntare, nel far del giorno), ai
' Anche l'ital. mostra in questo esempio un » alterato: sceverar» = $epa-
r<tre (t. Dibe a. aéTrer); e il Terbo grigione {laorar laortr) dicendo pure,
ucondo i lessici, 'sTeEzar dalla poppa', e'accoota altronde in special modo al
rifleuo firanc. lévrer.
;vGoo»^lc
64 AkoU, Saggi ladini, I.
quali esempj ci limiteremo per ora ad aggiungere nefs nets less.
nep03. Antichi s tematici finali conservati : temps tempus, petis
pignus Gen. 38, 17, petz [*peta] pectus, cfr. n. 172, allato a chierp
corpua num. 56; cfr.: en dadents 'de-ad-intus, ilg dadents, 23,
138 25.26; meins minus 13, 57. SJ, v. J. SC che preceda a e
od I, si contìnua per s: an-canuscher 7, 16; crescher carschenan
Q. 124; vaschella cotlett., vascella (vasi) 9, 17; fasch, pi. foschi,
num. 8; maschadau num. 81; muschin, dlmin. di musca (it. mo-
scinó) 23,24; nascher naschienscha; paschentar pascere (111,3)
6,2. Singolare ò pese (= pesk), ^ì. pescs, piscia, 7,10; 14,17',
dove sorge il quesito, se si abbia qui a riconoscere un singolo
esempio di se che passi in sk, cosi come vedemmo aversi sk da
qualche sc = stj (num. 108), e quindi ritorni fortuitamente alla
sembianze primiere, o se piuttosto non si tratti di pes assimilato
ad altra voce, per la qual dichiarazione, che mi pare la più
probabile, anche perchè toma assai problematica, nel fonda-
mento grigione, la fase dello sé, si presenterebbero, nello stesso
soprasilvano: pescader (num. 87) ecc., e fiso ecc. dell'antico
139 alto-tedesco, ed altre voci che per ora non citerò. [SM; bat-
140 tem num. 42]. STJ interno si riduce a s (cfr. t paralleli ita-
141 liani ecc.): anguscha 26,37; isch *ustium num. 63. STR in-
terno si riduce a ss in niess viess ecc. (nostro, vostro. III, 2),
mussar monstrare ('mostrare' ed 'istruire': mussa mostrò 4,
8; ils mussava li istruiva 7,29; ok'ei mussau-s che è dotto
13,52). All'incontro: saniester sanestra num. 28, fattestra
142 num. 27. ST rimane costantemente intatto, anche interno,
come in quest num. 42, fisi num. 63, festa. Può parere strano,
stante il numero che precede, il dover- qui rinunziare ad esempj
di st in ss^, e quindi tornar facile che qualche vana apparenza
ci seduca. Cosi ^isorjjiso pestare pestone Car., potrebbero parer
voci non diverse dalle italiane; ma sarebbe ragguaglio affatto
imprudente, cfr. rum.^isd ecc. in Dìez less. s. 'pestare'. Cosi po-
' Anche nel Car.; pese (cioè pesk); Cour.: pese e pesch; ve.: petch. Nel
diminutÌTo pMce(t (pescioliai) 15,34, Mr. 3,7, Oabriel ci lascia dubbj, poiché
non ricorre alla ortografia che ha !□ maskel (Car. id.; Coor.: moictlj, oia-
BCuluE, tealà da noi citato, né a quella di faschels (fascetti) 13, 30.
' Il Disk veramente (gr. b. ST) manda senz'altro fra gU es. di st in ss
anche quelli che noi auwguamiiio al num, 140.
;vGoo»^lc
, g 1. Grìgioni; A. Soprasaln: f, 7, n. 05
tremmo ancora esser tentati di ricondurre a 'crusta' : erosa, gu-
scio, buccia (Car. nachtr.; DS. p. 149: eros, gnscia, cries del ief,
plur. erosa del ief, guscìa d'oTo; p. 215: erosa digl jef, so-
ppasass.: erosa dil of, guscio dell' ovo; cfr. Ili, 1), malgrado
erusia, corteccia, crosta, num. 63, ricorrendo per la vocale al
num. 66; ma il bormiese croeus, guscio d'uovo, dì lumaca, e il
comasco croèuss, cavo, addotti dal Monti (v. § 2), ci portano al
prov. eros, frc. cretUB. Restano però delle probabilità per un altro
esemplare, di cai discorriamo al n. 212. RS, s. R. SJ, s. X
Lo z antico trova in schilgiusia gelosia (^1ì>^) Rom. 11,11.14 143
(cfr. i num. 188-9, 110 e 237) un riSesso consentaneo a quello di
molte altre favelle romanze. Circa batteg Mttigiar lattìgiau-s 3,
11.13, baptizo ecc., t. C. HI, § 3.
Mantenuto, iniziale e mediano: naf navis, nof novem; hanur 144
honor-, tnaun manus; ven venit; ecc. * Finale (suffisso -n\erC) di
regola si perde: num, culm, sem, irom aeramen, curom num. 7
(cfr. la n. a quel num. e il num. 156). NJ, s. J.- -N'M- 145
è dissimilato per Im in alma (anima; ital. alma). La stessa
dissimilazione, a suoni non attigui (cfr. Girolamo = Hierony~
mas, ecc.; e filosomia ["fisolomia = fisonomia] che ò della Cru-
sca e di più vernacoli italiani), occorre nel curioso Igimari
Apoc 4,7 (pi. Igimaris 22, i) , animale, che veramente ripro-
duce la figura 'ammalio- (num. 92). Prima è animai- che si dis-
simila in [a]limal', forma che alla sua volta, per nuova spiata
dissimilati va, passa in limar- ^, e questo finalmente fa Ij del suo
li, secondo le analogie dei num. 98 e 110. La successione N-M,
con n iniziale, è poi dissimilata per D-M (cfr. mil. doma = noma, '
soltanto, 'non-magis, vai. nu-mais, fri. nóme) in dumbrar (dum-
hrai numerati 10,30), diember (numero G. 6, 10, cfr. num. 66).
' Circa le proDimeie ài n venuto ftll'iucita, e apUm apletnma, mrlijv, t. Il, 1.
' Cfr. l—l dÌBsimjbto per ^—l in purschetla -eli Conr. (Car. e ds.: pur-
schàUt ecc. - pursialla ecc., cfr.-num, 27 e HI, 1), vergine f. e m.; — e ia
earmalar nnm. 161 in u. Cfr. oum. 23?.
Alchimia tloICol, iUl. . I. 3
;vGoo»^lc
66 Ascoli, Saggi Udini, I.
La successione N-N finalmeate, all'ascìta di due sillabe suc-
cessive, entrambe chiuse, si dissimila per L-N nell'esemplare
cattol. buldonxa (abondanza) ds. p. 50, abuldonza Garig. p. 45
146 (allato ad avunda abunde, in entrambe le fonti). Men cbiaro
è il rapporto tra mancar e maljar, mangiare, detto il secondo
del bruto e dell'ingordo: mangiar 24,49, mangiavan 2S,2\.
26, mangianen (3.' perf. pi.) M, 20, malgian 15, 27, malgeits
(2.* pres. pi.) 23, 14, malgiavan 24,38, malgianen 13,4, ma-
igiader (mangiatore, vorace) 11, 19. Se maljar altro non è che
un'alterazione di mancar, va dichiarato per la fase intermedia
di manljar, secondo i num. 230 e 152. Ma può egli cosi facil-
mente concedersi cbè il grìgione avesse due diversi coatìnuatorì
fonetici dell'identico verbo per 'mangiare', e ne sapesse cavar
profitto, applicandoli a funzioni diverse^ A me intanto non pare
affatto ozioso ricordare, che maljar potrebbe essere 'mandlar
*ma[n]dljar *ma[n]ljar (cfr. i num. 118 e 152), cioè 'mandulare'
frequentativo di mandere, od anche *mandiculare 'mani[c]ljare
''ma[n']ljar (quasi fosse un italiano: 'manìcchìare' allato a ma-
meare = *mandicare; cfr. il num. 168 in n.), e se ne ritocca al
147 C. Ili, %3*. N'R si determina pur qui in ndr: tschendra
cin[e]re- 11,21; ei huTidrau-s (è on[o]rato) num. 88; spindrar
'S'pin'rare (-pignorare), propriamente 'dispegnare', e quindi 're-
dimere' (cfr. i ted. 'einlòsen', 'erlosen') 16,26; 27,42, nus spin-
are (liberane) 6,13, pagament da spindrament (riscatto) 30,23;
148 mender minor num. 87. NS inoontrammo in tscheins meins
num. 32 (cui si aggiunse meins con ns = NUS num. 40, 137) e
^pons num. 16; ma abbiamo con la nasale assorbita: spus ^ntsa
num. 58, ad-ascus ib., meisa num. 32; masira mensura 23,32;
frof trans (per, mediante; cfr. i valori del ted. 'durch') 2,5; 5,34-6,
nel quale esempio l'anticbiti dell'assorbimento gii è qui attestata
' Di voce guaata anzichà di mera alterazione fonetica, ci sarà esempio mar-
vtlg S0,1, Mr. 16,2, mane (la mattina per tempo). È veramente nn aggettivo,
cho neir engadineae suonerebbe, secondo il Cor.: marvaiffl, -io. Sanonclid
BìTeroni (antico alto-engadineee) ha malttalff Mr. 16, S, e Campell (antico
baaso-angadiDese ) manwiilg, SslmoS, st. 1; e manvigl è il riflesao sc^ra-
sAnino in D8. 69. Risaliamo quindi a 'mane-TÌgile' (cfr. nnin. 122). — Cuo
ioTerso: ^truotUa *tuniiaHa {urim. 124,27} tunotalla, terebellum, db., -ala
Conradi.
;vGoo»^lc
S I. QrigioDi; A. Sf^Kselfa: n. 67
dal non entrar la vocale nell'analogia del num. 16 (cfr. l'en-
gadiDese). Assimilazione recente è in cussetg consilium ; ma as-
sorbimento antico e romanzo-comune in cuser consuere Eccl. 3, 7
e cusrin consobrinos Coloss. 4, IO, cui sta allato: cusescher
aiseida num. 92 *. NF: ufftern uffbnt num. 82, assimila- 140
zione regressiva. ND.JJT: fìmds fundus, quronta ecc.; cfr. 150 151
-n( al num. 205. Assimilazione progressiva è in parmétt am-
■paméit ('prendeit, prendete apprendete, cfr. num. 124) 11,29;
9,13, pamél (*prendet = prendette) 1,24, allato a. prènda pre-
hendit5,32 (cfr. num. 113); a un altro sicuro caso di n (mi)
- )v2 si appiatta in nua (dove; cfr. num. 61,81, i less. eTengad.),
"nduua, che per *inde-abi ^ si rannoda coìV ind-cme (andóve)
dei dialetti veneti e col d-u-là ind-u-tà (dove) del friulano. Si
aggiunge nunder (donde) 13,27.54; 15,33, cioè 'inde-unde, aut.
alto-engad. induonder, mod. inuonder (cfr. il fri. dontre, donde,
de-unde, considerando per l'inserzione del r il num. 230, e io
ispecie il prov. alhondre aliunde) ; cfr. da-n-vnder less. e gr. , che
potrebbe dirsi aggregato triplicemente ablativo: *dad-inde-unde.
Allato a tender {stender ils mauns, p. 191, tender latsck p,305),
Da Sale ci offre tener nella frase tener mauns à Diu (sopra-
sass.: tener mauns à Dia), alzar le mani giunte al cielo, p. 191,
che mal se ne potrà staccare. Un bell'esempio per -n- (nn) := nt
sarà canera (canéra, v. i less.) fama, 9,26, propriamente 'stre-
pito di canti' =, = "cantaria, cfr. il num. 9 e preghiera it. ecc.
= 'pr^itnEi. All'uscita, per assimilazione recante: den num. 27
{fidenti 8, 12), cui si aggiunge punfpunn ponte- Car.; e il cat-
tolico va ben più innanzi: onn'cà (soprasass. onn'chie) innanzi
(ante) che, db. p. 161 (cfr. p. 64); qttenn frunn (= quint frunt
nnin. 55,58) ecc. Carig. 99,96,149, e mal vi sapremmo -più di-
aceruere tra assimilazione e dileguo. — Ma per -NDE -NTE ab-
biamo ng in preng (Carig. 99: prain) prebenda 2, 13, e 'meng
' Cfr. ìL (!o[n]s[u*]fum« ecc. Dui leu.
' Alli seiloae inde-ubi, pinttosto cha in-ie-u6i, «odo io ispecie portato
lUl'ewmpio che Busaegae, cbe d di un avrerbio euenziEtlmeiite ablativo, e
quindi ripugna «1 «ubBlrato coll'm-.
* DS-: cottura, far canéra, s. fracasw; mormoi'io, come d'acqua; far ru-
'^'m; chaȎra, &ma, rumore.
;vGoo»^lc
08 AkoI^ Saggi ladini, I.
= -mente nell'avverbio): verameng 14,33, malameng 21,41,
grùndameng 27,14, avertameng 6,4, cumpleinameng 13,12,
pir-sulameng (solamente, n, 40), sttlettameng ('soletta-mente) 4,
10, amigeivelmeng 5,25, sumlgiontameng 23,26, ladinameng
(latinamente, cioè:prontamente)4,22, daparseimeng (de-per-se-;
particolarmente, I Cor. 12,11); - dove air incontro avremo tnent
= MENTO : rpruvament 6, 13, migliurament 9, 13, anganament
' Questo »ff altro non dovrebbe esprimere, secondo l'ortografia òì Gtìa.,
se non n. Ma l' isteria fonetica dei due esemplari che abbiamo dinanii, e
segnatamente del secondo, non è scevra di difficoltà; e giova che qui si tenti,
in it^ecie per l'impcuiaDia di altri esemplari che saremo cosi condotti a coo-
siderai*e. Neil' alto-engadinase odierno, il riflssBo del '-mente' avverbiala ai
pronuncia, secondo il Palliopi (ort, 54} : 'tnain^; a la stessa pronuncia ho io
raccolto dalla bocca dì nn basso-sngadinese (l'ai di questa figura engadinen
é in piana regola). La odierna prononcia sopraùlTana, all'incontro, larebbe
sentire, secondo il Carisch (pref. al di£. pag. jxii[-iv), un suono pi& o meno
nasale (nàaelnd), come nel -ment francese, ma cosi fievole nella raa^^ìor parta
dei luoghi, ch'egli non esitava a decidersi per l'ortografia -nietn (a -mei»
scrive pure il Carig., p. e.: neeettariameinf dove DB-: necetsartameinff, da
leggersi: -metig o -meittg; in qualche esemplare ha -meintg; cfr. Coar. gr. 3),
insieme dichiarando, che, a voler mantenere il ff-, meglio varrebbe scrivo^
-meign {-mein, o piuttosto voleva; -mef!). Si dovrà quindi, se io non erro,
conebiudare: essersi imprima avuto, sia per mero sviluppo fonetico (vedi il
nnm. 172 in n.), o sia piuttosto per affilamento della sottil vocale etimolo-
gica, [a figura -irwnf;, donde -metU -meng (cfr. num. I7S), che b lo stadio
rappresentato dall' engadinese; e -mtng alla fine essersi ridotto, per rallenU-
mento del g, a -menj -mein, che sarebbe l'attaal fignra loprasilvana. Nd-
merose testimonianze in favor di questa diehiaraùone, raccoglieremo in Sotlo-
selva; e l'identico sviluppo avremmo nel numerah 'venti', pel quale lo stasso
Mprasilvono dà entrambe le figure: veineK (Oabr.: veing L. 14,31) e otign
(Car. diz. 186). E come da *-meft^ *iiintj a -men cen, cosi, ed ami piti facil-
mente, da glandj (glande-) a gloign (glon) Car., che sarebbe l'esatto pa-
rallelo per: prende *prendj prettg preti, se però pren non deve pinttosto il
suo n all'infiosso analogico di ten csn, cfr. Ili, 3, e l'aUo-engad. al num. 27 ^
in nota. Ancora si considerino i riflessi di 'puncto* (il punto; riflessi perA che
deriveranno dal ted. 'punkl', piuttosto che direttamente dalla voce latina; cfr.
i num. 15£ e ITS), che d qnanto dire, secondo il num. 172, le continnszioDi
di *jntnc: engadio. puoneh e puoign (Car. nachtr.; e Tess. 1 5, 1 : puomgs
ékiU tijmps), Eoprasilv. pwgn Car.; e qui fiualinente: fioi^n Car., lamento,
doglisnxa (d8.: plogtt, accusa), aia che a dirittura risalga a 'planctus', sia
che provenga per estrazione seriore da 'pianger (plonìer), locchà é a&tto
improbabile, comunque pajano accenaarn plonseh plonschida ap. Coar. (ma
■■ 'klage', presso il Conrad! medesimo, anche ploittg).
>vGoo»^lc
S 1. OrfgioDi; A, Sopra«itTa: m. G9
13.22, vemxament 15,37, schentament nnm. 134. — Espunto U 152
ndi UNCT INCT TJNC: ig (i^) =uncto-, pijj =■ puncto-.Car., cfr.
num. 63, cui sì aggiunge stig extìncto- Car. , e ancora dai les-
sici: aag = aTunc[ulna]. Cfr. ilgia (ìglìa) = 'inlja in nota al
Dom. 187, malgiar •= *manljar al num. 146, e gli altri dialetti
grigioni. Circa una doppia continuazione di 'puncto-' col n man-
teoDto, si vegga la nota al numero che precede.
M.
Intatto, iniziale e mediano: mort, mal, ramur rumor, num no- 153
man, dormivan; ecc. All'uscita, « pur qui per m in cun com, 154
num. 51; circa suni, sum, vedi il num. 156 e III, 3; del resto,
dileguato: nof novem; ecc. MJ, v. /. M'R e M'L si de- 155
terminano pur qui in mbr mbl: dumbrai numerati num. 145;
Ombretta, combrettas 34,26, cfr. num, 17; iramUà (tremò,
propriam.: 'tremolò') 27,51, terrO'triembel, pi. -triembels, ter-
remoto (cfr. il ted. "erd-beben"), 27,54; 24,7. MN M'N in- 156
terni, ora si reggono: cundemitau condemnatus 12,7, semnau
(seminato), femna, ed ora si riducono, per assimilazione regres-
sìts, a nn (n): dunnà nnm. 58, sten somnus '. Anche il saf-
fisso -men, che di solito si riduce a -m (num. 144) si ritrova,
se io non erro, per quest'assimilazione regressiva, allo stato
di -nn -n (cfr. -aim ed -ain frc, = -a-men), in un esemplare
alquanto oscurato. Sarebbe iavont 13, 33, nel quale vedrei il
riflesso soprasilvano di 'levamen (lievito; fri. letàn, prov. ie-
tam, frc. levain); vale a dire 'levon, con t epitetico (cfr. sot-
tosily. num. 232, e sunt = *sun sum, C. Ili, § 3), per la po-
tente attrazione delle infinite forme in -ont \ MB si riduce 157
all'incontro, per assimilazione progressiva, a m (mm)^: aìnadus
' Ma: *MiNt (eng. soint Car.) Bomnium leaa., eoa aaMmltaùoae progrenÌTa,
cms nel frc lomme tommeit.
' Nom. 18. L' -on = -a[m]n aarebbe regolare, t. lo aUaao ama. - Chi u
dire te il sopraailT, catt. Itsórt us. p. ISl (levato [■= milan. Teoez. leod] , o Ii«-
TÌlo) tia conforma della ixwtra rìcoatniEioiie, o non provenga, per la Bolìta
iMKknza di quel dial., da ItBùttt (cfr. nnm. 150-1, e Car. gr. 124)? - Il Dibe
(Imb. 8. lievito) vode in Uvont il partic. del pres.
' NoteTde che l'assinulaiione di mb io mm non occorra nei riflessi di
'lambncu', il cui m d maniiésta poco energico anche per la varietà latina
:vGoo»^lc
70 ABeott, Saggi Udini, I.
(ambidae) 9. 17; 13, 30; trumeta (trombetta) 24. 31 ; pham
Car. plumbo-; scumngiavan (cambiaTano monete) 31, 12, cfr. il
nnm. 104; commas nam. 17; camonnas capanne, 17, 4, che p^
suppone 'cambonna (num. 231), e cosi v' ebbe *sambida (cfr.
Tal. sumbete, fri. sàbìde) tra 'sabato' e il soprasiWaDo tonda
less., cioè: 'sàmmida [ctr. tre. samedi), 'sàm'da (che è la fljfnra
alto-engadinese), "sùmda num. 17, sonda (cfr. s^nda ■ semita,
158 num. 83. M-M è dissimilato per n-m, in nemher, coli, nem-
bra, membrum, I Cor. 12,20.14, pi. nenibers 5,29.
159 Nella sona ladina, dei pari che nel territorio franco-proventale e
principalmente nella sezione francese, sono tre, generalmente parlando,
le diverse continnazioni di e latino dinanzi a Tooalì, secondo ch'ai»
preceda le vocali palatine (t, e), le labiali (u, o), o Va. Cosi, per
es., avremo nel francese: cendre ciner-, coeui* cor, chair cam-; nel
basBO-engadinese: céndra, cottr, 'éam. Ma se nelI'Engadina, e nella
sezione centrale della zona, e nell'orientale, il e della formola latina
CA. si nduce costantemente ad esplosiva palatina od a sao natonl
succedaneo {'é é -g' -j-), nel soprasilvano, all'incontro, questa per-
mutazione ha certi suoi limiti, non gran fatto larghi, comechd non
sien poi cosi angusti come ad altri è parso. A combinazione inidale,
la metamorfosi qui non avviene quasi mai; e così avremo, p. e., il
sopmailv. cosa di contro a 'cata basso-engadin. o ladino-centr&le, ed
al ìt\\A. case. A combinazione interna, all'incontro, lo 'ca soprasiW.
per ca lat. non è raro, ma è mal fermo, come vediamo al num. 164,
e limitato a certe formole. Si aggiunge però, nella formola -ICA, la
quale si confonde, per lo scadere della tenue in media, con la formola
sàbueiis. Manca talflitta il m nelle contianaziODÌ ladine, ma non mai il i o
il Buo naturai continuatore, e ai viene a singolari sfigaramanti. Ecco tutto
lo aTilnppo, tra forme poailive e teoriche;
Ist. lamìnteua (alto-engadin. iumbwc Car.) sSòvcus.
ant. oberland. •anmTug 'aumvig •anvig
sopraaara. aumuei (= aumueij} ecpraBilv. amfxg nàg Car., tvig
= nunvig, cfr. num. 59 Conr., db.
BOttOÙiv.) DB.
La forma sambiciM, Schuch. vok. Ili SS9, non riporta, su questo campo,
alcuna conferma.
;vGoo»^lc
§ 1. GrfgioDi; A. Sc^raialva: e. 71
-IQA, il contÌDuo digradare, pur nel soprasilvano, di g inj (n. 165); e
Ira questi due auoni, ove in ispecie si consideri l'istoria di CA nelle
altre favelle della zona, mal si potrà negare la fase intermedia della
esplosiva palatina, cioè la fase dello g; né di questo, a dir vero,
avremino bisogno per dissuaderci dalla strana sentenza ctie gli esempj
sopraailvani di 'ca " CA non sieno propriamente indigeni, ma si pro-
vengano da altri dialetti ladini <.
Ma giova clie ci fermiamo ancora un istante intorno alla digrada-
zione: ca, ga, ga, ja, estendendo l'osservazione anche al provenzale
e al francese. Poiché non si 6 peranco avvertito, e molto importa,
a me sembra, di avvertire questo doppio fatto: che se prescindiamo
da casi di uscita romanza (Dikz gr. P £46, 247), circa i quali si
possono consultare 1 diversi spogli che qui si offrono ai num. 167-8,
'o J (7t i) P^f e o g interno, dinanzi a vocale che non sia palatina
( p. e, : prov. pagar prej/ar, f re poyer prier, fri. pajd pr^4 *^}à ecc. ,
' n Coriach nota (lees. zviii),'che 'appunto nella pit fttta parte delI'Ober-
laod, cioè net TaeeUch, lo 'e (tg) occorre frequentiasimo, del pari che uel-
l'Engadioa'; dalle quali parole ismbra doversi inferire, che iti quel dialettu
EoprasìlTftDo sia continuo, od almeno ben frequente, il fenomeno palatino nelh
forinola CA. B uno dai dna saggi che del dialetto tvjteiiw (Tujetteh = Ta-
Tetich) sono a ma perveuatl, darebbe realmente la palatina, io quella forinola,
con una coataoia qnaai-engadineie, e, di regola, col roato della parola in
^este prettamente EOpraailvana ; p. e.: 'caltér {tgialtir, cfr. n. 160), pu'éau
Iputgau, cfr. n. 77). Senoaelid, della BÌcui-ezza di quel saggio (controasegnato
p«r A) venni per pili di una ragione a dubitare j e in ispecia mi rese difS-
dente il veder che l'altro (contrassegnato per B), sulla cui esattezza devo
fare molto miglior fondamento, ha eantond, cantain (cautando, cantiamo),
lacIdoTe il saggio A scriTO tganlar. Ancora in B colla gutturale intatta: cara
nrtiia, tngattadati e continuatore palatino soltanto io due sui cinque eaempj:
jedat Tolte (cfr. num. S38*), che sarebbe, del rimanente, di tipo piuttosto sot-
iQsilvano che non engadinese, e setgionla setgian (la seccauteHÌ, seccansi)
che anll'ha di particolare, come il num. 161 cì mostra. Rinnoverò al gram-
matici oberlandasi la raccomandazione che già mi son permesso di rivolger
loro nell'esordio (p. 8); e intanto non parrà superfiuo che io qui ponga nn
breve spoglio del saggio B (cfr. II, l): 1. cara gvalla; 16. eantond gron-
da; utgionla; SI. plairts (e più A ancoi-a notevole Jtfwfutr per JlfiM(^f*, = mo-
sasterìnm, ciod Dùentis, atttibuito agli abitanti della valle del Reno medio,
V. C. VI, § 1); SI n. malmffrazieitila ingrata, empameivla accetta, ag-
gradevole; 2J. monitmaintexvtaimaì 33. cela; il. nulli; 66. jiu-
eenielgna.- iant = BMT f. d'a.: ie-lamianlana iamianUuchung, siantimeit;
coi quali si poLr& mandare: mialtain mettiamo, per alterazione terziaria di eli
= t[t{cfl-. n, 43); finalmente ain;=IN f. d'a., e airm = IRM f. d'a. (cfr.
D. 44): ain miu eontwrn (in-mlo contorno) ainprem cfr. n. 81; fairmttia.
;vGoo»^lc
7S Ascoli, Saggi ladini, I.
alto-engad. pajar ecc. , v. a) rispetliri luoghi), non occorra se non lei
riflesso di ca o ga, e non mai in quello di co cu, ^o ^ (tranne natu-
ralmente 11 caao che u digradi a ii t * ) ; e che gì' idiomi nei quali oc-
corre, son quelli appunto In cui insieme interviene, con ma^^ore o
minore estensione, l'alterarsi di ca in ca {''éa;Sa) Offa in^a ('^a; ìa].
Ora, la relazione che passa tra i due fenomeni ci apparire cosi stretta,
da poter facilmente dire che i due si riducono a un fenomeno solo.
Tra le duo figure provenzali pagar e payar, dovremo porre 'pag(a-
(cfr. aoprasilv. pagar, ant. basso-eng. pa'ffar, moderno basso-engadin.
pajar]; ed è ana fase, la quale, considerate le condizioni dell'orto-
grafia provenzale e quella degli odierni vernacoli di Provenza, mal si
potr& dire teorica, e s'avrà non meno positivamente, nella continua-
zione di ga da CA, di quello che s'abbia nella continuazione dell'an-
tico QA, com'è per esempio in larja [larga) larga (basso-engadin.
tar'ga], allato aly (t, ma anche ^) dì plaga ptaya (basao-engadìn. aoL
pla'ga, odierno plaja] ^. La palatina provenzale nella continuazione di
CA risulterebbe, se noi abbiamo ragionato bene, pib diffusa a com-
binazione interna che non a combinazione iniziale; ma si passa ve-
ramente per la fase di -<3A-, e l' analogia del soprasilvano soccorre ia
ogni senso. Si direbbe, che il fenomeno palatino si sviluppasse im-
prima nella combinazione interna, a pih precisamente in quella colia
media, ed anzi colla media preceduta da t'.
Premesso brevemente questo, veniamo ora senz'altro ai riflessi
soprasìlvanì di C latino.
160 CA. Iniziale. Intatto: casa2,ll; caiMsocaasa{co8a) 5,13; caw
cava (imperat), cava cavavit 5,29; 21,33; cau caput ('capo'
nel senso di 'duce') 2,6, cau d'&n leung temps, a capo di molto
' Cosi si ebbe lo sriluppo: ^w gù gì ji nei riftewi oberlandesi dal cu di
'secnms', n.5d. — II fri. sijùr (allato a sigiir), sacuros, non potrk di cerio
fare ostacolo a ciò che nel testo affermiamo. VI si tratterti di g ditognatii
(siur, cfr. il fr. itir) dal pari cha io teànd 'eecundus', e oon di g in j; e lo
Htegao dicasi pel prov, lium, fri. ligtims liums /ij'unu, nel cui riflesso eo-
prasdaslno {liema, db.) non si pud ben discemare sa eì tratti dì dileguo delU
gnttnrala (liema lifma liùma) o della palatina assorbita (lUma lifma lijlnu
li^lma ligùnia; cfr. Ìl soprasass. ii'tr bìcuto, os., a cui é alluso in sul prin-
cìpio della nota).
' Si veggano ancora te nota ai num. 168, 171,
' Sulla cronologia di questo fanomeno, in ralasione cdle ortografie dei do-
cumenti e coir on ematologi a (cfr. p. e. Steve, Eerbstlage in Tyrol, p. S54<,
sì vegga il C. VI, § I.
;vGoo»^lc
§ 1. Grìgìoaì; A. Soprasalva: ea. 73
tempo, 25, 10, cfr. cheau num. 161, s-cavazzar "ex-capit-ia-re,
decollare, 14,10, cavelg capillus; scarpian •8x-carp[i]ant (sbra-
nino; cfr. eos-carpsus " ei-carptus ap. du Cangs, il proT. es-
■carpir es-charpir, e Framcisqdb-Michbl Études sur l'argot
s.escarper) 7,6, scarp (squarcio) 9,16; cauld, calira, num. 10
e 113; cam 19.5; carduna num. 46; calzèrs num. 9; canta
caiiUTÌt26,74, canéra num. 150-1; candeila less. [candetierb,
15]; inasar cassare 5,17; catta nnm, 213; catsckatt num. 107.
Fatto palatino: char carus 3, 17; 19,19, charexia (amoreTOlez- 161
za; corrisponde all' Hai. carezza) h, Al *\ cheau, pi. cheau», ca-
put (cfp. nnm. 211 e 160; inoltre, per qnesto e per l'esempio che
Bussegue, l'esordio al sottosilv,), 5,36; 14,8; 27,39; chiauns ca-
nes (ma cengia cagna, num 15, e cangiouls cagnuoli num. 57^).
— Mediano. Intatto, dietro a consonante: la scàbella b,2&\ 162
marcodonMS, 45; secca siccavit (intrans.) 21,19, cfr. num. 164
e 167; e ì non latini tiKCà toccò 8, 3, smacar smaccare (schiac-
ciare) 21,44. Passato in ga dietro a vocale: plSgà plicavit 27,59 163
(cfr. pag. 74, D. I);pa(7ar^j7a(pacat, paga) 18,25; 17,24; par-
agona nnm. 124, madagana; vargar num. 123. Fatto palati- 164
no dietro ad t" dtono: glorifichià glorificavit 9,8, glorifichiont
L. 2,20, cruciftchiar20,\9; nei quali due esempj, appunto per-
chè non sono tocì popolari, come anche dice cruci- (= cruzi-,
cfr. crusch num. 61), lo eh potrebbe parere indizio di riduzione
costante; ma i lessici hanno; glorificar Conr. Car., cruei/icar
Conr., crùcifigar ds. a. All'incontro, oltre secchia sicca (Car.) e
pierchia porca, la conclusivìtà dei quali esempj, e d'altri con-
sìmili, è scemata dall' aversi la palatina pur ne' maschili sech
pierch ecc. secondo l'analogìa del num. 167, si aggiungono dai
lessici, in consonanza composta: ficAtar - ìt. leccare (cfr. DiBZ
' Forae é per iufluuo di cÀar ecc. che si Tede la palatina aucbe U cAor-
"alar la. 5, 26, allato a carmaltxr Car., txamalar Conr. (sic; s. loclcett').
Secoodo i dne leaiici, il significato di qnesto Terbo qarebbe 'adescare, sedoiTe*,
ma il suo Talora originario à quello cha appunto si maDifesta da quel pano
biblico: 'chiamare col fischio', ciod: col 'calamello*, proT. caram«t, ttc. cha-
lumtau. É eicnrameote dal frc. l'ital. ciaramella ceramella ecc. (cfìr. ceta-
iielto ap. MiTSSAF. reudic. xlti 218).
' Conr. gr. 18: erucificlùau.- Dopo i tonico parrebbe aversi la esplosiva
palatina, per la forinola ICA, in amictua Car., allato all'amtca di Conr.; ma
^a cooaiderata la palatina della fignra maschile, al nnm. 107.
;vGoo»^lc
74 Ascoli, Saggi ladini, L
s. V.) f, fuorchia forca, e il Conr. offre eziandio la doppia figura
165 barcha e barba (barca), e di più vediamo in nota*. Delledue
varietà che il Carisch ci offre per 'caricare' : cargar e carjar.
la seconda (se pur è soprasiWana) vorrà presupporre carigar
'carìgar carijar (v. il n. 159), e ci conduce ai seguenti esempj,
in tatti i quali si tratta ancora della formola -ica, ora coU'i
accentato ed ora coU'àtono (cfr. num. 107): spias (spicae; 'spiga
*8pi^a apija) 12,1, haselgia (basilica Mliga Mlì(^a '-Hija -ilja
^Ija) 16,18, masiiar mosfiar mastegiar masticare lesa., e altri
simili, mangia (monga, manica; 'màniga 'mànif^a 'màv[i]ja)
les3., cfr. num. 167' in n., veschia raschia vaschigia (vesìca)
less.; dove pwò non va confuso lo ^ affatto moderno, per/ della
' Qnl A potrebbe Tolere anche ficKùxr, che nell'uso va parta si combina
coU*iL ficcare ecc. (p. s. fchiaSa, conficcata, Apoat. S7,41); ma il HscoDlro
sarebbe tuttavolta mal sicuro. Poiehd, siccome i rignificati di fichiar «opra-
uIt., fickar -er engyiin., accennano io complesso piuttosto a 'fissare' che a
'ficcare', cosi in etimologia si conDette bene questo verbo grigione con ^
■= ficto- (cfr. Q. 172 Boprasilv. ed engadia.) , che è sempre in uso con ispecial
aignificaiiona avrerbisle (v. ib.) , ed ha 11 suo faminile nel soprasilv. fUhia Car.,
fitta, trafitta; di guisa che l'equiTaleute italiano di fiehiar sarebbe 'fisaan'
o '-fittare'. Forse confluirono nel grìgions due correnti diverse; come certo
si rasentano o si confondono doe basi diverse nel seguente groppo soprasll-
Yano: seccar Car. (v, sopra, n. 16S}, secchar Conr., siccare, e della stessi
basa: ìeeeantar Car., lecckìantar Conr., laddove ta schicKentar, che lo stesso
CtKiradi manda insieme col termine precedente, aadrb all'incontro col sco
tchigignlar (iehigianlada Apoc.-16, 12), asciugare (cfr. il ted. 'trockoen',
seccare e asciugare), che ha per base: *ez-sncara (cfr. schigià ti, divesi»
asciutta, si sacco, Mr. 5,29); dova vanno ineierae consullati il num. 63 so-
prasilv. e il 165 Bottosilv. ed engadin.
* DS. colla due figure : fourehia & forca (p. 1%: fuortghia forchetta; p. 220;
fitrtgia patibolo; e Conr. ha furca da fein, ma fwtrchia s 'gabel' e 'galgen');
.e solo ca ìabarea, cba ò pure l'esclusiva forma di Car., e iti fortificar; cTr. nh.'
Notatole inoltre, presso na., la palatina prevalente nella formola SCA: pestgiar
péitgiadur pescare pescatore, miistgiat p. 217, 317, allato a tnusea p. 203,
attgiar sigiar p. 61 =asear num. 93; crislgias crusca (noi qnale eeemplsre
Conradi oscilla: chriscas nella prima paiis del less., christgias nella seconda;
a oscilla nella seconda parta pnr nel riflesso di 'musca': mwsca miuchgia;
forse per inSusso sottosi Ivano). AI *cardIo (da cariit) per 'tarlo' di molti dis-
letti ital. (p. e. venez. carolo cariól), risponde ca. par tgirol p. 84, 87 (cfr. il
■ottotilv.), ma ia causa della palatina potrà qui essere nell'i (*cairoI *chi-
rol, cfr. num. 94 e 166); e il suo pligiar, ritorcere il filo (cfr. num. 163 e
num. 81 in n.), é entrato nell'anabgia del num. Ifó.
;vGoo»^lc
g 1. Grigioni; A. St^raidTa: co, n>. 75
fase anteriore i^veschija vaschi^a, 'spija spi^a), collo ^ cbe può
rappresentare una fase anteriore ad esso j; si cfr. la nota al
Dum. 182. Anche potrebbe darsi, comunque affatto raro (cfr. la
n. at num. 168), qualche caso in cui semplicemente si trattasse
diguttnral dileguata. Doppio esemplale (tcd-tica, ed ica^ica)
è nel rifesso di 'liicanica' : ligiongia Gar. ds. (Conr. : ligoingia).
Notevole è finalmente -e^a = -eco in tetpio-theca G. 18,11 (va-
gina; ecc., T. i lessici); e anche la serie dì Car,: segar sagar
$iar, secare (falciare). CO CU al principio, intatti: cor; 166
currevan 28,8. La palatina di chierp corpus, chiem cornu, an-
chiert (accorto, t. n. 56), è provocata dal dittongo ie, e rimana
quindi estranea al plurale (ctyrps corns n. 56); ugualmente di-
pende dall' i del dittongo in chir coriam, chiet = cot, nana. 52,
ehUruS,2Q (Ital. chiotto, napolet. cuoio, t. Diezs. cheto*), e dall'*
-ti in chil culas {\0as.), parchireit num. 89 [db. pertgirar), ecc.';
ma è notevole, ed è insieme legittimo, che sia sempre la pa-
latina della fonnola CA, anziché quella della formola CE CI
(t. questa). La differenza ò legittima, perchè si tratti in questi
esempi ^^ -^^^ N ^^^tto moderno e peculiare, com'è relativa-
mente moderno e peculiare lo kj nella formola CA {hja, 'e); lad-
dove è antico, e romanzo-comune, l'appalatinamento delle for-
inole CI CE (cfr. la n. ai num. 107, 179). — Mediani; -cu intatto, 167*
dinanzi a vocale e fattosi iniziale, ne' composti : gwst, quel,
qvou, eccu'iste, eccu'ille, eccu'hoc- (qua), cfr. CE e III 2; e
intatti in pose masket, addotti al num. 136, sac 11,21, tsohiec
num. 67, panca pauci, ma insieme ampaug pli (un poco più) 26,
39, e ancora con la media, oltre gli esempj addotti al num. 53:
ragurdar, guila *agù^a 'acuc'lja (acucula, ago) 19,24 (cfr.
num. 118) ^ Ma il e di CU (CO), venuto all'uscita, che vera-
' Cfr. II, 3. Che pure lu questi eiienipj si tratti Terameute di fh palatino
i='é), ai può ad eanberaoia mostrare colie legueuti ortografie: tgir igioù-s
(m.), tchiet (Goiir.}; e t. aacora un.
' Non ó però la palatina io scw-adengia num. 89, dove ancora abbiamo lo
■tadio dell'ù, e cosi non è in Coor.: scùr scùradettgia^ ma Car.: ichiradigna,
e co») nel eopraagea.: tigiradidtta schiradidna ita.
' Pai tramite della media, aTrien poi, nella formola CU, anche il dileguo 167^
^Ua esplosiva, eecondo le analogie dei num, 177 e 184. Qui spetta, insieme
coi rifluei di 'perrcalo-' e 'mlcula', che eouo considerati al C. II, § 3, anche
;vGoo»^lc
70 Aacolt, S^gi ladini, I.
mente è quando dira il e {k) di uscita romanza, passa facil-
mente nel suono palatino, in ispecie ove gli preceda un'altn
consonante, e allora diventa tenne, dì regola, il prodotto pa-
latino, o gli preceda un t, e allora avremo prodotto medio. Si o»-
servino: sech ('^se'c; os.: sec) siccua 12,10 (cfr. secca, n. 162),
rich (db.: id.) ricco* 19,24; 27,57 (nei quali non si deve già
ripetere la palatina dalla figura feminile, in cui occorre la for-
mola (cjca, ma si piuttosto potrà ia feminile andare essa de-
bitrice della palatina alia figura maschile; locchè va ancora
detto per pierch piertg porcns less. ', cfr. num. 164 e 56), con-
frontandovi, dai lessici, paschg {=pastg soprasass. ds.) allato
a pose (pascuum) Car., suilg allato a sulc (sulcus), are arch
artg Car., arcg airg ds. 61, 272 (arcus); — e per -rC[0] ':
vnegl, pniigigliODe , Apoc. 9, IO (Car.; uoeigl v€igl\ Conr.: wiiigt, vettglar,
ss.: veigt ugliar, stimolo otimolare), il quale, per *iti7j (a. 42 e 282) *gmlj,
coiDCide con le toc! eqaiTalenti: gueigl soprasass. ds., agvaigl eng. Ha cui
già siamo ad *agu{tt-, vale a dire a basa dÌTarsa da 'acncnk', cba dà gùih,
ago, al BoprasiU., agvoiglia {= *agi3Tja) all'engadin-, ecc.; e TorreDW ao-
«ora risalire ad *aguglll (cfr. n. 171, e gutelU fri. ecc.), cioè ad •acucillo -a,
che starà ad 'acncnla' c(»ne 'anricilla' ad 'aaricola'. Il frc. aigullU, alla su
folta, il cui i mal ai combinava colla base 'acucnla' (poichà da qneata ti
vorrebbe aigouilUt sai tipo genotiil, grerunIilU = grenijlje), non risalìrt
aneli' asso, insieme colla propaggioa sp. e port. {aguilkar ecc.), all'antico
'agugìlla' (acucilla), cosi largamente rappresentato fra i Ladini!
' Spetta qui pur questo esempio germanico; cfr. V, 1>
' E nella formola SCO: frescKg ds-, fem. frestga Carig. 79 B. (Car.: frete,
Conr.: fresc-i), Franceitg Franceitga 133 (os.: Francese 9), tudtatgS (Car.:
tudsschg; ma db.: todesc, Conr.: tudeie).— Cfr. SCA num. 164 in n
' Qui mi par deciaameute che vadano considerati anche dae esemplari cbe
fnrono per me assai difficili, nei quali si tratta à'-ico f. d'a., eiod tnanch
muing (= mung; engad. muonch; Car. e. 'mnnistér') monachns, e l'engaiì.
manch (manico); per guisa che risalgano a moni^ (cft. mónte soprasass. DS.).
manig. Né il solito tipo grlgione (v. il num. che segue), cha vorrebb' essers
*fnunt *rnani, viene per questo a mancarci; poiché munì eoprasilv., monaco,
ci è offerto dal ss., e tutti i lessici baniio moni sopruilv., manico, il quale
riviene a tnanj sacondo il num, 15, come tutti hanno moign (= mon monj),
mazzuolo di legno, che cara voce non diversa, dove é da considerare che tnaneh
riunisca nel basso^ngad. (Car.) entrambi i significati. Voler trarre le foi-me
del secondo gruppo da quelle del primo, ricorrendo alle anlilogie della u. al
num. 150-1, sarebbe un tentativo infelice; ma non sarebbe più felice chi tea'
tasse l'inverso, ricorrendo a quelle dei num. 97 n. e 103 n. La forma per
'monaca' (soprasiiv. mungia, engad. mmingia), come non serviva a sminuire
alctUB difficoltà, cosi per eè stessa non ne costituisce alcuna.
;vGoo»^lc
g 1. Origioni; A. Sopraselva: co, cu. 77
amig <, anamig nam. 81, vig victui, gig dico (t. Ili, 3), o indiffe-
rentemente per -UC[0]: schig sucus, suvig num. 157 n. Ancora
sia ricordato: lai Car. gr, 110 (fai soprasass. db.), lacus, allato a
/n^ Car. diz., lac Conr., ds.; e si confronti, per tntto il numero,
l'engadinese. — Di CO all'uscita, preceduto da t in voce sdruc- 1
cìola (-àtìco 'édico -òxico), auol rimaner nulla (cfr. -DO D. 204) ;
salvadi silraticus, Iginnadi lunaticus, viadi vìaticum {viaggio),
miedi medicns, tissi toxicum num. 174 (cui sì aggiungono, da
Ds.: mutU *m6nico, cfr. il num. precod-, in n.; ptert portìcus);
di contro ad amig amicus ecc. del numero che precede *. 11 o
' Chea, almeno in proauDciaBttnale, amt^ (amt^),cfr. Cor. gr-lSS, ecoal
imig ib. U& par 'ficiu', Car. ha fiee (come Oabr., al pL, fict); ds. all'incoatro:
fg (ctHue amig ecc.) figs.
* I riflessi grigioni di -dtico ecc. mi conducono (anche per l'oppor-
tODÌtà di ra^rmare r istoria di ca mediano nel territorio franco-
proTSDzale, che tentammo sotto il num. 159) a ^uel capitolo nel quale
ilDiez considera le combinaiioni LC, NC (NDC), RC, TC, DC. Crede
il Maestro che in buon numero di esemplari la tenue gutturale siasi
fitta, per le diverse lingue romanze, palatina mtdia, sotto l'influsso
dell'aDtico suono lingaale o dentale; e quindi crede, per es., che da
natico si arrivi all'ital. viaggio per dileguo dell' i e per (e in t§ g§.
Le ^parenEO son tali di certo, che suggerìseoDO inai stente mente que-
sta dicbiarasione ; ma il Diaz medesimo deve sicuramente aver sentito,
tra l'altre, la grave difficolta di ammettere una esplosiva palatina
italiana pel e dinanzi a vocale non palatina, e propriamente davanti
a un 0 ben conservato, nella qual combinazione, astrazion fatta dai
<^i in diacorso, l'alterazione palatina non si compirebbe pur in ve-
nm'altra favella romanza; per nulla dire della singolarità del pro-
dotto sonoro di due eiplostve sorde (te). E andando al foiido, risulterà
veramente, come io credo, che sia una illosione la palatina media
anormale nella continuazione dei gruppi a cui alludiamo, ed anzi rì-
lolUrà che quegli atessi gruppi altro in effetto non sieno clie una
iltasiooe. Poiché andr& imprima eliminato l'esempio ant. frc. delgié
deugé delicatus, dove altro non avremo se non [ijga = 'iga - tea se-
conde l'analogia generale, vale a dire, come a suo luogo accennammo
(nDm. 159), la flgura intermedia fra pagar (•> pacar) e poyar pager,
conservata o ravvivata in grazia della consonante che si ò fatta atti-
gna (-^i]ga—, cfr. dèlie] *. E altrettanto normali potrebbero essere per
* lusieiDe eoo. delgié parrebbe poterai mettere anche it prov. bergier, fpc.
^^^er, che il Diei conduce a ver'cariui - "vervecarius. E certo questo eeem-
;vGoo»^lc
78 .^oU, Saggi ladini. I.
di uscita latina si dil^ua nell'isolato ne (ds.: ni) nec 5,35; 6<
20, ma si continua per 0 in nag-in nag-inna niuao -a, nec-
conseguenza ì prov. penjar 'peadicare, venjar (fro. venger) TÌndicars,
farjar {tra. forger) fabricari, jutjar {frc. juger) Judicars, allato alla
varianti pur provenzali: vengar fargar jutgar, oppure i frc clergt
clericatua, charger (carricare), ant. frc. escomenger excommunicare,
enferger 'inferri e are , — che tutti spettano alla forinola -tea, ma io
parte (assai piccola parte però ad ogni modo) potrebbero, appunto per
questo, andare ascritti alla rubrica di cai ora entriamo a parlare. I
residui esempj provenzali e francesi, e tutti quelli che appartengono
ad altre favelle, si riducono cioè, chi ben guardi, alla formola -ico
(-ica) con l'accento sulla sillaba che la precede; e si tratterà vera-
mente di questo fenomeno: che dato l'accento sulla terzultima,
il e dell'ultima, preceduto da t, tenda (certo passando per
g) a dileguarsi, che è fenomeno grandemente affine al dileguo del
d di -ido, pel quale si ottengono gl'italiani ranci[d]o, marci[d]o ecc.,
e si tocca, o quasi si confonde, con quello del dileguo di e nei verbi
derivati per -icare (cfr. Cibz, Berivaz. verb.). Quindi : [*canónigo] 'ca-
tìArtio canonicus, ^oiàlio viaticum, 'nlvdtio silvaticus, "herétio bere-
tioua, *pàrtio porticus, "wmftrdd'o umbraticus, 'mèdio medicus, "m&nia
monacha (cioè: "monica, forma a cui risalgono anche molti vernacoli
italiani), "teria serica, *pédia pedica; e finalmente, per dire dell'e-
semplar verbale affatto caratteristico : 'mdndio (e "mannin) 'mdndiia
'mdndiat -^ 'm&ndico (manduco, cfr. logudor. mdndigo màndigas tntm-
digat, e l'it. manicare] ecc., — onde poi, con normali prodotti di-w'o
(-tyo), -dio [ohe anche succede a -(j'o] -ndio [-djo -ndjo): ap.monja,
canonge *, hertge (prov, eretge) eretico, miege medico, prov. porge por-
ticus ••, iU viaggio (circa la media, cfr. ragione = rayone-ecc.), ut-
pio non ci turba; ma crederei che piii correttamente vi si tratti di ^ =o; (cfr.
p. ea. prov. raoiar rmijar raljar = *rabiar, frc. rage rabies), ciod : bervicaria
(cfr. breoicariut ap. no Canob) benig-air bervej-iér b«rvjiér bergiir. U frc,
del resto, ciofiHrebbenn isolato rg (r/) alialo al ntH-male rcft^RC[A], nel-
Tant. fwgier da furea (Diez, L e); cfr. g (») = eA in CA inia.
* Hotevola in questi tipi, a Certo favorevole a noi, V-a sp. e prov., ma
in ispecie lo spagn.; vale a dire l'-o dello sdrucciolo in dileguo, sotto l'hi-
fluno dello j. Cfr. Diez. gr. Derivai, nomin. e. -aticua.
** Pel frc. porche non d d' uopo ammettere un' alterazione di r j^ in r/, poi-
chA eh sarebbe il naturai prodotto di tj, cioè il prodotto parallelo aj {=i,9)
da dj-j e naturalmente mai qui non osta il aolìto trattamento del lat. -TIO>
;vGoo»^lc
§ I. QrìgEoiii; A. SopraoelTa; ce, et. 19
'Unos, aum. 59. CE CI iniziali, sempre col e riflesso per 1
lìch (=c): tscheinas tschiel tschiec num. 67; tschient 13,8;
[ischinta cincia (cintura) 3,4, cfr. n. 172]; tschendra num. 147.
Uguale riflesso ha il e dì CI CE mediaoi in ratscheiver an~
tsekeiver, v. ì; tschell ecce ille, tschou ecce hoc- (qua) 8,29,
T. n. 167 e lU, 2; cotschen-s n. 56; utschels n. 93; circa ì quali
quattro esempj va però osserrato, che in ra- anrlscheiver si
tratta veramente di e iniziale e che negli altri tre la figura la-
tina, 0 l'italiana, ci offre ce (cfr, n. 107 in f.); locchò ci conduce
a tseh mediano, o all'uscita ladina, quando si tratti di CJ {fii
iiaao + Yoc.), e perciò, tra vocali, di ce italiano: fatsch facio
[faccio) 20, 13, fétschian faciant 7,2 (v. n. 71) ; bratsch brachium
(braccio) 6,27; glatsch num. 121; fatscha facies (faccia) 11,10;
w^po,mimffÌo; ecc- Quindi, non to' da (co simifilianU, ned ì espunto,
ma sì una tenne gutturale fatta media, e scavata, lontano l'accento,
dall'i che preceda. — Ma ritornando al grigione, i soprasilvani talvadi
viadi ecc. rifletteranno alla lor volta lo stadio con la media gutturale
CMlTàdlgecc; e tra il p all'uscita, e il suo dileguo, porremmo la
fase dello ^, cfr. il num. 167], poiché le veochia figure 'sahddio *t)irf-
di'oecc. avrebbero piuttosto dovuto darci salvog o salvas ecc. (v. DJ,
ti num. 105; e cfr. l'eng., le risposte friulane, la e. al num. 185, e i
termini addotti in n. al numero che p'recede). All'incontro si riflette
anche in tutta la sona ladina: 'mnndiat ecc. (soprasilv. maogiar ecc.).
E ancora avremo, insieme col prov. vettja e col frc. vpnge vindicat {che
l>cr sé stessi non deciderebbero, potendosi ragguagliare cosi a 'vindiga
cotae &'vÌMdi[ff]a), dall'un lato l'it. vengiare, se pure è roce indigena,
e dall'altro il soprasilv. vingìar {vitigar; 'vendicare', e nella Bibbia
anche 'meritarB*, secondo il Carisch diz. 311), che acce nn (trebberò a
'mdiaf 'omdiare. Ma come l' italiano serba pur la figura con 1& gut-
turale [vmdica vendicarz), cosi abbiamo la gutturale, qual par sia
la sua esatta ragione, pnr nell'aggettivo soprasilr. vangonU (Conr.:
vangans, Car.: vangotu, alto-engad. vengiaunt I Tim. 5,18), degno,
cioè: meritevole, 8, 8, nel qaals ìl t del nominativo è come fossilii-
tato e perciò passa nelle derivazioni (v. Ili, 4).
Km trattandosi già della combinazione originale, esposta agli antichi a comuni
ilUramenti, ma al di ^o ottenuto per dileguo di consonante; cfr. it num. 107.
Qualche difficoltà pare piuttosto, a primo tratto, che ci derivi dal tr<i. man-
<^e, manico; ma cfr. Diez lesa. s. t.
;vGoo»^lc
à
80 Aaeoli, Saggi ladini, I.
s-manatschau nnm.Bl; tratsch nam.78; [martecAv. 0.209]; ma
collo t: calzérs num. 9, cfr. il num. 10 in n. e l' ital. ceUxo calia
ITO allato a calao. Del rimanente, la solita risposta del e di CE CI
mediano (tolto il caso che %ì considera nel numero che segue),
o all'uscita ladina, è uno tsch (e) semplificato, cioè sch ($'):
descha decet3,15; aschieu num. 35 in f.; rnacher^; schasche-
va ecc. cfr. n. 171; pluscheins n. 21; lonschas lanceae (comechè
si tratti di CJ); vanschida (vittoria, 12,20) cfr. n. 60; graschla
n. 83; diesch dodisch; dulsch-s dulcia 11,30; j^oscA pace- 10,13,
ragisch num. 106 n., crusch n. 61, vusch n. 46, Igisch num. 59.
Il caso parallelo allo z di calzèr accanto a tsch, qui si avrebbe
171 nel s di nursa (v. p. 37, n. 2) allato a sch. — Lo e di queste
basi, quando sia àtona la loro vocale, e vocale lo preceda, può
digradare in j, passando per la fase intermedia di ^, e resta
allora assorbito dalla vocale itona, che risulterà i anche per la
formola CE (cfr. n. 190). Si osservino imprima (v. Ili, 3): plais
places, ^lai placet, ma coir accento sulla seconda (cfr. n. 170):
plascheits placetis, p^a^c/itTfaecc.; e ugualmente: schais schai
jacesjacet, ma scAascA^i^ jacetis ecc. Inoltre: c^ir coir, bol-
lire (sieden). del Conradi, qìtér del- Carisch; cioè: coq[u}ere
coéerf colere (prov. cozer) cuéjer {^cuèjr cuir) cuéer, cfr. il
num. 55 e V. il friul. ' E un caso assai antico, e quindi comune
a molte favelle romanze, è quello di 'placito-' {'pianto *plajito),
ne' cui riflessi vanno insieme, fra gli altri, l'ital. J7iato ('piaitó)
e i soprasilv. :j>iaui (f&roli) 4,4, plaidas (tu parli) 13,10, jpii-
' V. Fon. indo-it-gr., g 38, p, S03. Dalle m.. poi si Tede, come la aria-
grafia indigena coaftHida in questo ich anche la fiicativa sODora / (t. Tra-
tcrixioni) che sta a /, in questi riSessi di -CE-, cosi coma -g- sta a -e- jn
quelli di -CA- -CO- -CO-. Ch. il basstvengadin. e QE Gì.
* V. p. 26. n. 3, e cfr. lU 3 (j'w nutch.jau noth).
> Qui ancora potrebbe apettars: tir (aocer, Q. 18, 13; onde il Cam. «ira L. 4
38), colla dìgradazioDe: togero- sojer soir, onde, sulla norma del uam. 52:
lueir sieir tir (cfr. tissi n. 174). Ma sorge dubbio se piuttosto non si traiti
di tocro- toro- ecc., sulla norma del n. 173, o sacro toher ecc. sulla norma
dell'ultima n. al num. 190 (in questo caso la difllirenz!! dal numero attualo
sarebbe cronologica soltanto); poiché in più favelle romanze si continua la
forma sacro-, circa la quale si pud chiedere so risalga all' anticbias imo sn-
erva naacolino, di cui parla Prisciano, o se non fosse piuttosto promosso dai
famin, soena socra.
;vGoo»^lc
g I. OrigloDl} A. St^naeln; ce, et 81
deitsplidar (toì parlate, parlare; nam. 94) 10,20; 5,37 •. An-
che il diléguo di CE ne' riflessi di 'dicere' entra nell' analogia
degli eseonpi che precedono {el gi = dt n. 106; ma scheva = zét>a
dséva ecc., t. Ili, 3); ma in quello del CE di 'facere' (inSn. so-
prasilr. fìir, ecc. v. ib.), coaverrà all'incontro riconoscere, come
a suo luogo meglio si vedrà, l'efietto della spinta analogica (stas
^, star dar*). Un caso di ci ^i ji in accento, proponemmo
' n DiEZ (lesa. s. piato) vorrebbo ricondorre Anche plaid (,plid) optato a '
*pla:U>= placito. Ma un it. -ato (tanche .allo) - -acto, cioè U esplotita «cern-
pii Del prodotto dell' atslmiluioue it&liaaa, devo pur par^, anche al Ma«- '
>tro,aiELtto anonnala, dorè all'incontro lo smairirri, p«r spinta diuiiiiilBtiTB,
di ano dai due i fuori d'accento (piàlto piato) e feoomano pel qnaie grando-
nenta abondano le sDalogio. Ugiualmeate rìpugnerabbe un grlgione -tct=-ct; e .
il napolatano ehÌ4^eto (piato) i alla «na Tolta la pih irrefragabile conferma di
piaito (= pla{c]ito), v. Stu({j' criL I 31 = 309. Il genOTeoe cfstw, all' incontro,
potrebbe, per bò stesso, laaciarcì indecisi fra pia]c\ito a *plaela, coma ve-
dnmo DO'Sagffi ligttri; senonché io debbo ancora confessare, di non credere
aSàtto ad un *placto che presupponga plafure, su di che si regga per ora la
Bota che pr«cede. II pib antico monumento che ci offra 'placito' in Teste ro-
muia, é per aTrentnra il 'Placitam Veronn habilum a Rataldo Veronense
BpiK., Hiaso Lndov. Pii Augusti, «te-, anno 820 (copia parò del % secolo)'
ap. Htn&TORi Antìq, ilal. I 461-3: ...vanirei ad Plaido... ttad Plaidoplf-
wn nicionem exinde donared... Potilo placito... Seca modo' Plaido *ést.
* L'attrazione analogica è pìb che mai manifesta nell'ital. fo allato
a ifo e do. All'incontro, se il venetiano dice itaga etaga^ dogo daga,
vago vaga (ato stia, do dia, vt> vada; nell'ant. Tenez. pura il genmdio
ttagando; cfr. Musbaf. reodio. xlti 137], esso fa subire a «fare eoo.
l'attrazione analogica di 'dicere' {digo diga, e ant. digoMdo); cfr. Ili, 8.
Ma l'assensa del GB di facere nelle forme it. e lad. di sopra aoeennate,
ci conduce al doppio riflesso prov. : fof e fìùre, la prima delle quali'
figure, parallela ad eitar, dovrà dichiararsi al modo stesso clw indi-
caTamo per l'ìt e grig. far, laddove fairg riprodurrebbe facere (ofr.
port. fiuBr, sp. hacer). Di faire a consimili forme, in ispeoie francesi,
tratta it Dies con molta incertezza nel paragrafo ch'egli dedica al dile-
guo di e nelle formolo CE CI (gr. 1*237, I> 2^-6); ma se, come io
credo fermamente che si debba, noi risaliamo a ce {gè), ansichè a te
(de), qual fondamentale contmaazione romansa di CE latino *, ogni
complicazione potrà cassare, nd avremo piti a discorrere di un dileguo
* V. p. 86 e II 1. Circa l'esalta ragione Ai 6 ^ debbo però permettermi di
■ùauidare alla Fonol. Ìndo-it.~gr., g 38.
^hìTio glottol. lui., t. i,
;vGoo»^lc
82 Ak<^, Saggi hdioi, I.
l*^ al nnm. 167* ; cfr. il num. 59 sottosiW. CT i : dreg (cioè dr^)
o dì una diretta solnsione di e. Poicha, siccome p«r la palatina cbe
surge nella formola CA (num. 160) noi avemmo a stabilire la suc-
cesBione: [precar pregar] pregar pr^ar ecc., cosi per la piti antica
palatina che surge nella formola GB (o CI) ora vorremo : \faéere] fa-
lere fajere, [piacere] plagere plajere, [noéere] nogire nojere (naire), eoe.,'
vicenda che mi par messa nella pit ohìara luce dd fenomeni grìgìooi
del presante numero e del 190. La figura ce = CE 6 quella che si coi^
tìnuft costantemente nell'italiano (nuocere eco.); e per la figura con U
consonante sonora stanno dall'uà canto, nella Oallia stessa, il fre-
quente il (o -«- tra vocali; cosi: ptaier prov., e il sost. fro. pla[i}nr,
cfr. ancora la p. 86), e la media nella formola -CA- por quando si
avvicenda con CE (prov. diga duga, dicat ducat), e dall'altro io ìè ì
ladino in plaìiir piate » "piacére plaóere a aimiglianti , come ai rispet-
tivi luoghi si vede. 11 proveniate ad il francese cosi in fondo ci inastr»>
ranno alternarsi, nella continuazione di CE CI mediani, non dSverss-
mente da quello ohe testé avvertimmo nel soprasilvano, gè gi eoo jeji
(p. e. prov. plaier e piai, 'player "pltgit, piacere placet; cfr. ancora
nie e nje nella continuaticne provengale di NOE, p. e.; eemker e ce-
tther, it. cingere e cignere » cirtjere]. Ciò naturalmente non esclude che
s'incontrino, pur nella Gallia, continuazioni sorde di CE CI mediani;
né il nostro ragionamento potrà essere scosso dal non trovarsi in tutto
identiche le vicende di gè gi originarj e quelle di gè gi che proven-
gono da ce ci. Ma la coincidenza delie due serie, e quindi la dimo'
Btrazione sommaria di quanto esponemmo, ci potrà essere fatùlmeste
rappresentata dalle voci frc Iìmotu {Ugere Uìere ecc.) e plaivmt {plii-
éert piacere plaìere eeo.}. L'isolato esempio ital. -durre (con-dar-
reece.) n<ni fa prova di certo, alla sua volta, per c'roAr, cioè per
contrazione che risalga ad epoca in cui GB ancora era KE, e quindi
per faire fra. e prov. « /hAre con i per K Ma si tratterà di 'duc'rt
(altrove: 'dugre "dì^re, prov. -dtttVe, grìgione *duir, -àiir -dir, ra-
<f>r ecc., V. II, 4) durre, per la qnal dichiarazione intanto citeremo:
traggere (tr^ere- tra[h]ere) 'trag're (prov. traire, soprasilv. trer\
trarre, ed anche flreddo (pag. 84).
* Mi si vorrà qui permettere qualche annotuione intorno ai riSeisi
di CT GS (X) e QN| con ìspeciale riguardo al soprasilvano. B inco-
minciando dai continuatori di CT, debbo imprima notare, potersi fs-
citmente frantendere l'avvertimento del Disz (gr. P 413) che altro sia
il prodotto fonetico onde sì chiude la voce che i Qrigiooi scrivopo
ttrech etretg ttreig ttreg (strictus) ed altro quello che si rappresenta
;vGoo»^lc
I 1. QrigfoDi; A. Sopnmln: et. 83
a'rocto-, diritto (destro, eoe) 5.29; 12,26; 20,4.7., fem. dire-
ct le ortografie prorencali ettrteh ettreg (itrlcias). Si tratta, e qua
e li., del Dormale prodotto palatino di et, il qnale, prescindeDdo da
diversitli dialettali o da lievi diversità di proauncia che noa vanno
qaì considerate, coincide collo ce che ritroviamo nell'equivalente mi-
laaese: streéó. Ora, questo prodotto palatino, che potremo brevemente
indicare per é, e che ai trova continuatore di CT anche nella regione
iberica (apagn. e portogh.), si snol dichiarare pel fatto che il e si
riduca imprima a contìnua o a vocal patatina {fajto fatto; che sa-
rebbe, per rimanere a dialetti italiani, il tipo dell'antico genovese),
e poi passi, per invertimento, dietro al ( {fa^o, onda foco fa^o ecc.,
cioè, per restare ancora & dialetti nostrali, il foffio delle antiche
scritture milanesi). Nulla ho a ridire contro il fondamento di questa
dichiarazioiie [jt da et)*; ma vorr^ notare, che lo sviluppo delle
alteraiioni alteriori va inteso, a parer mio, in modo piti semplice e piti
organico di quello che si è fatto in sino ad ora. Dato cioè il tipo fajto,
potò avvenire, per quel processo di assimilaiione, o meglio di propoff-
giìiaxione, il quale in un idioma celtico (Terso) asseriscono affatto
normale, che la dentale preceduta dalj venisse assumendo color pala-
tino, per guisa che s'avesse imprima una figura fonetica, la quale nel
nostro tipo sarebbe approssimativamente rappresentata per fiytjo **,
Qaesto tipo ci i& poi, dall' un canto, le figure prov. fach fhich {faà
fraé f acto- f raoto-) o il lomb. faéé, in quanto il triplice suono che suo-
cade all'a Ta tutto assorbito nella definitiva risultanza palatina; e,
dall'altro, ci d&la figura epagn. ftecAo (heccfico) o la spago, e por-
togh. trecho {treco, traete-), in quanto Va resta intinto della vocale o
Kmivocale che prima della fusione gli sussegue. Piti innanzi conside-
riamo a quale delle due foggie di continuatori del tipo fajtjo piti pre-
usamente si abbiano a raccostare i ridessi soprasilvani (II, 5); e qui
* Oli Mempj mìlaneti noéó notte, laéé latte, che ù trovano addotti par la
illeruione di coi diworriaiao, sono esMDpj validi auu'alcitn dnbbio (cfr. par
fa., ìd ordine a 'bete-', il gencveaa tate, che i^preaenta la &m latte It^U),
ma non ì più opportuni, porocchd aieno temi che eacono in voeol sottile,
circa i quali può quindi «erger dubbio che la eaploaiva palatina provenga da
mw lj il cai j abbia la eoa ragion d' esaere nell' antica Tocal finale; cfr. per
es- miL denc dente, (wóc tutti, e da^ sopnuiW.: fierg = forte, p. 28, n. 2, e
anche -mene -mante, m n. al nnm. ISl, e il n. 199. Di f^tóé mil, freddo, v. piti
iuanci.
** Per consimili propagginasiDai in diverge figure ladine, v, il num.S37 dei
pre»enti aaggi.
;vGoo»^lc
84 AmoU, Stggl ladini, L
ohia (eioò dreoa), destra, 6, 39, dreckiar (v. la a. a spechiar)
intanto, dopo aver teotato di meglio BTTalorare, circa lo CT, la di-
chiarazione oha anch.' cesa provieoa dal DiBZ *, veniamo a toccare
dà continuatori di CS. Qui il Maestro dQt«rmìoa la solita risposta
franco-provenzale {laissar laitser, laxare; ecc.) per solutione di cs
in ìsb; e circa lo «che occorre ne' ridessi italiani e portoghesi [at*ì],
e insieme l'analogo K (x) che si ha negli spagnuoli, pensa dubitati-
vamente alla evoluzione cs js BJ a (A); p. e. 'coxa', 'cqjta, 'co^a,
cotàa ital., co^o [coJio] spagn. Secondo quello che mostrammo nel
discorrere di CT, noi dovremmo preferire: 'oojsa'cojija, a cosi di-
chiarare agevolmente anche il tipo portoghese teioìo (•= saisjo 'seiso) o
lo spagnuolo texo {i taisjo 'teto teho), e insieme pure il tipo franco-
provenzale [laUiar •* ^'laisar iaùjar). Ma le difflcolUi che s'incontrano
nel chiarire i continuatori di CS per la via che il Diez ci ha in parte
mostrato, non sono punto lievi. Avremo imprima, per incominciar
dalla men grave, ohe il tipo portoghese seixo {seilo) differiace dal
tipo trecho che la stessa lingua portoghese ci mostrava sotto CT, in
quanto nel primo l' aj [ai) del substrato da ei {~aisjo -etto) e non dà
nel secondo se non la sola e (-aitjo -eòo -eso]\ e pure il provenzale,
se lo accomuniamo in questa dichiarazione, ci porgerebbe diversa la
alatwrazione di CS da quella di CT, in quanto la prima sempre mo-
* II qnale l'ha in mirabii modo inffragata col mostrarci eh (ò) Rpagn. da
un j( (ti) di altra prOTeaicnaa, nella Berle cui spetta mucho = mojto = molto
(gr. 1* 194, 1' 207). E la palatina lombarda, ed anche proveniala, di base per
piti ragioni di?ersa da quella che é nel tipo ftijio fai^o, occorre in /Vece milan.,
frtg {freg) provenz., freddo, i quali riflessi di 'frigido' mi danno opportuos
occasione di ritoccare ÒA che è detto, Bulle generali, al num. 34, circa i
conlinuatorì romanzi di questa voce latina. Uno gd [g gutt + d) nella basa
romanza, ripugna alle ragioni storiche^ lo epaga. frio mal si concilia col nesso
assimilato; i ridessi ladini mai si conciliano con un antico frtjd, e insieme
riflutaoo nna base latina eoiri} quindi la indagine laboriosa per conseguire
un fondamento in cui si risolvessero le difficolta. E mi pare d'essermi posto
eolia bnona tìb (cfr. ot^tnti trì^tnta, c^'[i]nli trìj[i]n(a, sp. ti4itiU ireinta),
ma aolo di avere omesso di discemere che frijdo e frido {friido) si continuino
entrambi nel lessico romanio. Il provens. freid non sarebbe ad ogni modo en-
trato senza stento (malgrado il parallelo dell'ei per è) nell' analogia dell'i; e
la variante /)*«^ risale manifestamente, insieme col frecé mil., stfrejd (*frejdj,
T. sopra); colla quale figura si pud ancora conciliare la geminata italiana (cfr.
trarr* in u. al num. 171), considerandosi eziandio la tenacità della dentala nei
veneto fredo, allato a nudo nuo, crudo cruo, deo (dito). — Intorno ai con-
tinuatori di et e pt si puA ancora vedere il § 2.
;vGoo»^lc
, § I. Qrigioni; A. Sopruelva: et. 85
"dìrectare, litigare, 5,40 (ctr.drech nel senso di 'giudizio', iK2S,
strerebbe l'i oltre la fusione di ciò cbo gli sussegue nel substrato
{-m--i», -^sj), dove l'altra non lo mostra mai {-eh, -«', -itj). V'ha
ÌD Recondo laogo, che procedendo col Dìez dovremmo ammettere, per
CS, la soluzione italiaoa di e in j, la quale rimane affatto esclusa
per CT. Ma c'à di piti, ohe non solo l'i» franco-provenzale, ma ben-
&aco ri/(i>) portoghese torna nella continuazione dei lat. SGE SCI
(portogh. feiaa fascio, faiaia allato a faxa, fascia) e pura in quella
del lat. SS (portogh. jiaùcòo passione; prov. bainar). Noi quindi non
vorremo già asserire che affatto manchi tra i continnatort di GS uno
sviluppo analogo a quello che per CT concedemmo; ma pur dovremo
riconoscere che per la massima parte degli esempj tutto ci spinge a
dichiarazione diversa. Le proporzioni numeriche oi saranno in quaU
che modo additate dal valaco, il quale come per GT ha quasi senta
eccezione la figura non assimilata {pi), così ha all'incontro la assimi-
lata per normal continuazione dì GS *. L' assimilazione sarà il caso
solito nella fondamentale figura romanza (lassare = laxare), donde
pervlenesi a a per quella stessa via ohe vi conduce da SS latino, e
k fase intermedia altra non pu6 essere che quella di gsj **, pel quale
«viluppo si coindde legittimamente collo / continuatore del nesso te
ài SGE SCI, che è fenomeno parallelo a quello di n {cignere ecc.)
nella continuazione dello nff di NQK NGI. Avremmo dunque unj'
parassito, pita o men decisamente sviluppato, che ci porta, con mag-
giore o minor fermezza, a a. Ma anche una quarta base latina, che
è lo d di CE CI, può darci a (v. il n. 170); e per limitarci al sopr»>
silvano, gli / dell^qoattro provenienze ci saranno rappresentati da
fatchar(«xx,n. 174), attffrasch [/-ss, n. 13e)./'atc&(«-8o[i], n.lSg),
cntteh {a''é\é\, n. 61). Ora >^' e s, qual pur sia la loro orìgine, ri^
* La non asBìmilata sta qasal eccezione in coaps* coxa.
** n DiEZ, nel diecorrere di st in / eco. (gr. S lat., 1), ci ammonisce a
noD vedarri rinterrento di uno j', per la ra^oue, che, dato va j etimolo-
gico, la riaultaaca aia quasi sempre diveru da Ì ecc. Veramente, quando
li tratta di dichiarare eoia (coscia) ecc. da 'cosja, egli medesimo ricorre
all'analogia dello /ecc. ohe si ottiene da ij etimologico in baso (bascio ba-
aiam, ecc.). Ha c'è di piti; che la differenza tra il normale prodotto di -«j-
etimolc^co (cioè t i; ì é cosi lo j portogh. di fajSo, phaaiacua, come Io g
toccano di fagiano ecc.), e quello dello asj (a sj-) a, cui ora, siamo ajrivatE
(ìli), è a&tto natorale; ivi trattandosi di -s- scempio, e quindi dt fusione
«mora, per la facile pi-evaleaxa della sonora rafforzata, e qui alfiacontro di
doppio M (o a-), che dà legittimamente una fusione sorda.
;vGoo»^lc
68 Alcoli, Saggi ladini, t.
e 'rechi* 'recht^ nd tedesco); teg tectum 8,8; lég lectus 8,14;
scono, in qualche porte, a propagginara la sottil vocale palatina t dia- |
tro alla vocale che ad essi precede. Pel quale feoomeiio e! laranno
esempj BoprasUTsni : tscftill 'alscMlI (x; n. 94); ntacher (*nai3cher;
se, pag. 11, n. 2); tétch taoio, Conr. gf. 65; aisck acìdns, paUeh pace-,
ss. 62, 64, 216 [paitch iì patch) , Carig. 41, 43. L' i delle forme fran-
cesi sulla stampa di pcSai (p&is) va tra i pib sicuri indi^ che le situ-
lanti franoo-proTenzali (■ ecc.), le quali ora continuano il e di CE CI,
aien passate per la fase palatina e palatile (S ^ ecc. ; cfr. il nam. pren-
dente in nota]. Analogamente, non piti, nel f ranco-provenz. , ù^' od u
nella oontinuaxione di io o té, ma u>, non sema per6 ohe rimaoguo
traceie proTeniali della fase precedente (cfr. le ortografie ìmxAor
laicJtar eco. raccolte dal Diez b. S provenz.}; e l' tw abonda anche
nelle contìnnaEioni oberlandesi di a> (n. 174; ofr. t e s s. CE CI).
Onde conohiudiamo che, a parlare ancora per via d' esempj, il por-
toghese teixo (<■ 10IJÓ, cfr. soprasilr. Sursaina C. Yl, § 1) è taàtjo
da toMtljJo, per sviluppo di j dietro a s* e naturai sua propagìu,
cosi come, nel caso di j etimologico, il portoghese fieO'o (~ beiìo] è
bavfjo da ba^o. E venendo finalmente ai continuatori di ON, qui il
Diei vede g in j (p. e. reyno *Bpagn.) e poi l'invertimento (p. e. renjo,
cioè regno itaL). Non oserò, pure in questa parte, negar del tatto
la riduzione palatina della gutturale, e qui il propaggin&rat del j (per
es. i^no r^f^o) sarebbe pib legittimo che mai, come tra l'altre ci
InseguerA il num. 237 del sottosilvano. Ma alla costante assimilaiione
che ci è additata dal valaoo *, e alla difficoltà di ammettere j (i) ita-
liano da g gutt, qui ai aggiunge, per ispingercf alla stessa dichìa-
raiione che per la maggior parte de' casi di CS volemmo addottala,
tà aggiunge, diciamo, dall' un canto la facilità grandissima dello stì-
lapparsi di j dietro a n, facilità che ancora si accresce dove si tratti
di n geminato o complicato (cfr. LL e L complicato, e giyw tnjair
n. llOeng.), e, dall'altro, il fatto delle risposte logudoresi, nelle quali
esclusivamente si vede, o la netta assimilazione, o la netta e spic-
cata continuazione di n; (connodu cognato-, manttu magno-; ptmìu
pugno-, anione 'agn-one agnello, cfr. catcanzu "calcaiijo- ecc.). Vor-
remo quindi veramente; pugno- pimno- punnjo- , e a volte, col j' pro-
pagginato od attratto: puàwjo- ptyno- (cfr. Schuch. vok. 1 115-10]'
Lo spagnuolo pimo (opupjo), pugno, starà a un anteriore jiwino, od
* Qnett' idioma ci dà conUnnamente, con mezs'aoimilaiioiie: i
et. lemn Umnes, lignnm lignosna.
;vGoo»^lc
S 1. Qrìgionii A. Sopruelva; et ~ 87
anialleg intellecta-'^partic. e sost.) 13,51; 15,16, lechias lectae
(scelte, slflzioDl, Fil. 1,22, Ebr. 11,25); par/Ì!i7;« perfectas5,48;
19, 21, piar, perfegs 5, 48; speohiar (aspettare, '-spectare * ) 11,
3; pechien pectin- lesa.; aeckiur nnm. 87'; strechia stricta 7,
13; gig dìcto- 3, 3; fìch (Conr. e Car.; fig) fleto- (da 'flgere', cfr.
l'ital. fitto ecc., nota al d. 164; e dice avverbialmente: molto) 17,
6; sehig exsactus Ebr. 11, 29; frig fractns 3, 10; nun-frieh-
■ììkI'I (infruttuoso) 13, 22; - faig facto- 17, 12, fem. fackia
{fachias alvas fatte bìBDche 23, 27); traig tracto- 27, 28, per-
tarchiavan pertractabant nato. 134; laig laete- Ebr. 5, 12 >; -
cockia (terra cockia terra cotta) 27,7; noig nocte- 2, 14; oig
octo L 2,21; luchtar lactarì n. 63; soing soingchia, sancto- 1,
18, saacta I Cor. 7,34, Giud. 20, cfr. n. 14, e v. per INCT UNCT
il a. 152. Voci non indigene ci risultano factur 20, 8, respetZX^
37, docfnnos 15,0; e tale sari anche tschinta num. 169. Indi-
geno all'incontro h sicuramente petx ns. 153, pèx Car. nacbtr.,
'pex Conr. s. 'brust', pectus, malgrado che non tì si vegga la
palatina. Lo sviluppo della qnale fu impedito in questo esem-
plare dall'aderenza del s\ e si rivede, a vocal suasegaente, in
a] rsl. pumn, come lo spago, dano (■ danjo), daaoo, atl'ìtal. donno,
lat. damno-, a come lo spagn. ano ^a^jo), anno, ad anno ita), e Ist
Si reggano i riflessi sopraaltToni al num. 194, e si confrontino i
Dum. 235 e 237.
' Mil«Q. tpeéóA, c&. la nota chs precad». Potreltba tslnno chiodare M piut-
tosto non Et tr&tU d«I mibitrato '-spect-ia-re' '-ipec^^are' (cfr. il num. 63) ; a
ccalptr àracKiar (t. sopra) del Bnbstrato 'drect-ia-re*. Ma, dall' un canto, la
qualità dalla palatina afferma in sicaro modo U perfetta analogìa tra Mpt-
chiar 0 dreehiar e slrechta ecc. (v. la n. al nnm. 107 e il nnm. 166); e dal-
l'altro abbiamo realmente, aenza ria derivativo, l'ang. ipettdr tpetUr, e il
lUMO-eog. drenar litigare. Vero i che Ì*alto-engad. ha colla palatina: dra-
cUùra lite, (h1)-«cMii litiga, I Cor. 6, 6. 7, mentre dice «Irvi drettii; ma ai regge
por quivi la palatina da et e la ragione delia qualità eoa (v. il n. 17:9 «ng-)-
* Qui «petts aocha vttgira = vectnro ds. (coodotta di merci; Conr. Cu-.:
nchira), eomnnqaa paja, a prima vista, poterai disputare sa vada sotto quaato
nomerò o non piuttosto sotto il 108.
' targvir, imboto, tra[je]atorio- , Conr. s. 'trachter', dovrfc anch'esso, mal-
pado l'inesatta scrittora, esser qui addotto, a raggoagliarai all'angadin.
fraeÌMoir che avemino al n. 47 (cfr. n. 2S0 e S35).
' Noa ammetteremo pard l' asnmi Iasione (petit), ma vorremo, a dar la
figura compiuta: *j>9ti'i, cfr.il prov. peid. B sia comunque, l'effetto di qua-
;vGoo»^lc
88 AmoIì, Saggi ladiai, I.
pichiuriiia 'pectòrina (carne pettorina, punta dal petto, brnat-
kern Gar.; cfr. il frc^^'ne). Assai notevoU sono inoltre alcool
esemplari in cai acopriamo -oc -io {-ag -i^) soprasilyani per -acht
-icht tedeschi, ed è legittimo di qui considerarli, comunque non
.ai debba punto credere che la coincidenza del prodotto fonetico
di -cht alemanno con quella di et lat implichi il medesimo pro-
cesso alterativo per ambo i casi *. Abbiamo dunque adaig {ad
els venan ruigin adaig, ed essi non ebbero alcun' attenzione, 24,
39), che deve primamente essere stato modo avverbiale (cfr. Car.:
dar, far adaig), e contenere il ted. acht, attenzione (us.: adag,
cun adatg, p. 64, 172; e Gar. rimanda al verbo dachiar [-da'car,
.d-acht-iar] , che presso di lui non si ritrova , ma si presso il Conr. ,
col significato di 'stimare', cfr. il ted. aoht-en). Secondo esempio
porremo: ditgiar si 'inventione finta' ds. (alla terza pars.: quel
che datgia si 'inventore'; cfr. Conr- diohiau s. 'erdicbtet'), cioè
'dacht-iar, dal ted. er-dacht, inventato; per \'i dall'a f. d'acc.,
vedi p. 41. Terzo esempio ci esce dal soprasilv. deg = dich eng.,
che il Carisch (gr. 157) adduce, allato a fich, tra gli 'avverbj
di grado' {deg avunda bene abbastanza; ds. traduce 'satietd;
fastìdio' ^er deig avonda) , ed altro non dev'essere se non il ted.
dicht, spesso, fitto, e quindi l'esatto parallelo ideologico àifich
(v. sopra, in questo stesso numero) >. Qui finalmente si ricor-
dino ancora, per la loro ragion lessicale, i riflessi di 'puncto-'
in quanto partano dall'intermedio tedesco (-nkt -nk -oc, cfr,
173 n, 164); vedine il n. 160-1 in nota. GR: aa lagranen ecc.,
num. 3, con gr comune (ma di una particolare alterazione di
'alegro, v. l'ultima n. al num. 190, dove anche si considerana
i riflessi di 'macro-'); all'incontro: sarament saramenis 14,7;
5,33; larmas lacrymae Apoc. 21, 4, e v. del riflesso di 'soc[e]-
174 ro-' in nota al n. 171. Circa secret, v. il n. 21. GS (X): Iff
ato •< contribuisce esso pure a mostrarci eh* à tratti, in questo e in esenidj
couiimili (n. 137), della continnEiiione del f tematico latino, e non dell' SP'
plieazione anorganica del -* nominativo (cfr. perfeg^s, sg. predicativo di pf-
feg, 5,48); v. Ili, 1. B poiché ritocco di questo, avrei'to sin d'ora cb« il
principio del n. 137 doveva stamparsi: s di nomin. sing. sa. nell'aggettivo Kc.
' Vedi C. V, g 1; e cfr. il aottosilv., donde ai aggiunge -ic -ig = -iicht ted.
' Circa la vocale aopnuil*. di questo dég, cfr. le Q. ai nnm 41 e 33- U
diftrenza di significato fra dtg e fcK (fig fetg) etarabba unicamanta in cid,
che il secondo indichi un grado piti alto che non Caccia il prima.
;vGoo»^lc
§ I. QrigiODi; A. SopraMlvA: qv. 89
tckar {*lacsjar«, T«di la prima oota al n. 172) laxare, lascia-
re, 15,32 <; cueissa (▼. ib., e n. 55) coxa, tissi (*tiaissji; efr. i
D. 56 e 168) toxicuin; [fiuss flaxna], sia sex, vess tÌx; — pre-
leict 23,14 èia voce latina, ripresa al tedesco. CL, n, 117-8.
QV.
Intatto: guai III 2; guatter 15,38, quatordisch 1, 17, quartaund 175
mot.b;persequitarì0,23, persequiteschan (perseguitano) 5,
44; — colla tenae in media: guai acquale- (ugualmente) 26, 44 , 176
gnlifmeng *egualÌTamente Cant. 4,2»; — smarrito l' elemento 177
otturale: ava, pi. auas, aqaa, 10,42; 8,32, cfr. l'engadinese;
suenter ("seuentre seguent. "), secondo [prep.], dopo, dietro, 2,
16; 3, II; 4, 20, usato pure in funzione nominala (cfr, davos
DUB. 126*): ilg suenter haller l'ultimo quattrino 5,26, a'ilg
tuenter buU' ultimo 21,37 (cfr. ancora il tipo Terbale savundar
seguire 8, 19, e in ispecie il cattol. suendar ds.); luar (lique-
farsi. Il Piet. 3, 12), che dev' essere 'liquare' * ; cfr. i num. 167*
e 184; — smarrita la vocale f. d'a. che gU sussegue: quronta 178
nnm. 16; anqurir anqurivan in + quaerere -quaerebant L. 19,
10; 21,46, maio acc: angu^ra -quaerit, 7,8; 18,12"; cusckes-
' Per s = «, T. ancora i num. 134, 7 n., 04, 71 n. E altri esemplari «bra-
siliani per CS, V. al num. 174 sottosilT.
' Gang. 13-13: ulioamtxn, cfr. il unm. che segue.
* nwntcr 4 eenz' alcun dubbio U voce participiale Mqventt- con r epent»*
lieo, e Tft, come il Dnz ha inaeguato (gr. II', prepoa., 'gecundum', cfr. I' 401),
col proT. Kgvtntre, ant. fn. itmetttre soentra (ai quali ai potrà aggiungere,
attratto alla ena volta da ttgónd seónd, secondo, il hi. seàntri secondoché);
ma é ootoTole il concordar che fanno pib favelle nello -ntre = *-n(« di questo
eunplare; a il tequenter, eiinde, ap. oti Cxnsi, aar^ appunto un *sequentre
Istineggiato. V. il unm. 230 e cfr. auUr avT., Ticino, nella Valle di Munater
(g I, C), Car., accanto all'ital. accosto. Nell'epenteei del r in avverbj ecc.
Ila fÒTBB qoalclia parta anche l'influsao analo^co di ent- «d entre ('intua' ed
■inter" ecc.); cfr. sopruitT.: <«( ili; fieueaeì fiaoco, t-enter ilg pievetntì po-
polo, fra il popolo; prov. tns ed entre, Ari. -etu [ent-a] ed entri.
' V. l' engad. al n. 176, Un altro eaemplare abbiamo iu nota al nnm. che
preceda; cfr. ual = ugval, Csr., adval in nota al num. 232. E qui potrebbeai
Ulcera volere, per *qv iniz.: ttett (Car.; Conr. a. 'quitt'), aciòlto, pareg^ato,
pag«to (apagn. qui^, ecc., t. Dtii a. cMto), ma Tiene qualche incertezza dal-
l'avani, pur twl ted-, mmM allato a qyitt.
' L'i non risponde all'f del latino iitqulrit, ma bensì all'o* del semplicef
a -qvém potrà riTenire i, -guiera (cfr. nnm. 67 e l'esempio che ora Mgue
>vGoo»^lc
90 AkoÌÌ, Saggi ladini, 1.
san cutcheva (tacessero taceva; qaìescere)20,3l;26,62, ma in
179 ECC.: quesch (*quieach*) Mr.4,39; cusHun Carig. 46; — smar-
rito l'elemento labiale, nella base pronominale qu-: chi ehei,
ca, V. Ili 2, con{t] gig Ca.r. !=quont gig (quanto a lango, qnam-
diu) di Gabriel, Ur. 9,19, cfr. ehzecons oa. num. 90 a., allato
ad anxat/uontas Apoc. 3,4 '; e ancora in tschunc ecc. (quinque,
nam. 236), latsch laqueus L. 21,35, stórscher Gonr. Car. (ds.:
storscher storiar p. 309, 260; cfr. n. 170), -torquere, nei quali
tre esempj ò assai antico il dil^uo e quindi il suono palatino
(cfr. cinque laccio tòrcere) *. E sieno finalmente ricordati i ri-
flessi di 'coquere' (cocere), al Dum. 171.
180 Qui va richiamato tatto quanto ci accadde notare nell' introdurre il
discorso di C. Troveremo, percorrendo le varie seiioni della sona !>•
dina, come sa questo campo si determini, meglio otie non awenfa
nel fraaco-proveuiale, il triplica riflesso del g romano, secondo che
esso preceda le vocali palatine, le labiali, o Va. La base origioaria
sì fa alquanto rara per la formola QA.; ma già vedemmo, che, pel
digradamento di tenue in media, si ottenga in lai^a misara^a da ea,
del pari che gè da ce, onde poi si hanno le ulteriori elaborazioni ro-
manze (num. 159, 165, 171}; ed ora veniamo senz'altro alla messe
sopraailvana pel g genuino.
181 GA intatto; iniziale: gaudig gaudeam -eat n. 93; galgina n. 112;
gaulta (prov. gauta, it. gota, v. Diez tess. a. v.) 5,39; mediano:
larga 7,13; pagauns; plaga (piaga) Apoc. 13, 3.12. 14; roga
nel teato), come di fatto «'he anquiera Ei. 34, 12 e Conr. gr. 50. Si tratti
di coraposto moderno, com'd l'itaL ri-chiedere, che ritime a re 4- quaerirt «
non a reqtnrtr».
' CO., pai dileguo dell'i, la nota chs precede. Nei nflean di 'qnietiu':
qutu, cheu, Car. die. 123, nacbtr. II, non ri pud diaceniere ee realmentsii
abbia lo eteeso dilegno (*qnii"a ecc. nom. 35 in f.). Ma la forma qviet dei
Ismìcì sopraHiNani sarà difflcìtmeote indìgena. Se tale fbue, biaognarebbe dira
che avesBa perduto, per dissimilazione, l'i dell' fise lat. (*quieìt). Cfr.il
num. 221 engadinese.
* Cfr. cheu nella nota preced., e anche il correlatlTO di 'chiotto' al n. lOS,
* Pure in ehi ehei é panata la gutturale in palatina (cfr. p. e ns. 92: igij
chi, tffiei che cosa), per l'attigoitA dell't o dell'e; ma la palatina é "S, secDodo
le analogie di cui i toccato al n. 166; laddove é e nel ri&ewo di 'cinque' ecc.,
Btsnte la piii antica attiguitit della vocale palatina.
;vGoo»^lc
1. Gridoni; A. Sopruelra: ga, eee. SI
rogat; anganammt ingannamento 13,22. — Ma la formola -IOA 182
ci darà 'igia {'ia)i circa il qaala riscontro va ricordato quanto
avvertimmo nel trattare di -ICA (num. 165). Quindi : ligiar liga-
re, j-Ii^r, /tt^'an ligant, 16,19;23,4, {i(^*a (la lega) Apoc. Il,
19; fadiar 'igar lesa., fa^a (la fatica) Ecclea. 2, 10; castigia
castìgiaders castigiai, castigat castigatores castigati, Ebr. 12,
6. 9, II Cor. 6, 9 (cfr. num. 183) <. Un esemplare par la palatina
nella formola -UQA par di vedere in fitgia fuga Qer. 49, 24 e
lesa. '\ ma à sicuramente illusorio, e vi dovremo riconoscere la
palatina del verbo, cfr. nnm. 190 e IT, 4. Piuttosto va qui ricor-
dato, comechò si tratti di -ca originario, roscillarsì tra ga e
ga iniziale nel riflesso di 'catus gatto' : giatt ds. , gat gatta giatt
gialla Conr., gatt Car., giat giata Carig. 140, 149 >; ed è final-
mente notevole la palatina nella formola RGA (cfr. RCA n. 164)
in gargiatta che ds. cl oflVe allato a gargatta, p. 153. GO 183
CU; intatti: gula, anguscha num. 140; fog rogo L. 14,19; ma
in ciaUg (io castigo), Apoc. 3, 19, il g sarà palatino *, cfr. -IC[0]
al nam. 167 e III 3; dileguato ò il j/ di GV in j'u/' jugom 184
Cjngvo *javu; cfr. il gonov. iuvu, il vener. zoo, ecc.), e urar
angario ds. (cfr. Mran augurano II Macc. 11, 34), circa la sto-
ria dei quali esemplari va in ispecie considerato il num. 184 en-
gadinese; e intanto aggiungiamo, pel dileguo di g in GU ini-
ziale internato: nuot = naguot num. 65. Cfr. il num. 167^, e la
nota al 185. -GUA-: letmgua (*li«ungua II 3; lingua) Mr.7, 185
33.35; L.16,24, languaigs (linguaggi) Mr. 16,17; Apost. 2,
4; I Cor. 12, 10. 28. 30. L'u qaindì rimane costantemente in Ga-
briel, ed è anche riverberato dietro la vocale in accento della
sillaba che precede (num. 236); e nel Y. T. si vede l'u river-
berato anche-nella forma coli' accento sulla seconda: lungwàg
l'Uungiuxg, num. 94) lunguaigs, Gen. 10, 5. 20. 31 (ma: lan-
guaigs Zacc. 8,23); cfr. soprasass. lunguagg ds. Alle forme so-
prasilTane attuali più non rimane se non l'u riverberato; li&nga
' Conr. ha 'eaitigar atrafni', e poi 'atrafan etufigiar', ma eaclaaivuneote
mttgad^ri Cu-.: coflior easHgiar, ma cMligader. Cfr. le diacrapui» circa
jiorifiehiar «ce. al num. 164.
' Conr. fitigia fugia, Car. fugia, Carìg. fuigia 41 ; ma DS.; fuga.
' Cfr. giombtr eammanu gambero n. 17.
* fadigiel ligUi (= fìtdig-tt lig-el, t. Ul, 3) fiitigo, Ugo, Carig. 17 n.
>vGoo»^lc
dS AscoH, Saggi ladinh I.
186 lungaitg ds. 163, IS3, leunga lungatg Car. •. OUE GUI:
187 saung*; anguilla Conr. Car.; in stenseher stenschantar
sofibcare (lesa.; stenschantanen soffocarono 13,7), abbiamo la
continuazione di 'extingere' (num. 189) anzicbò di 'estinguere',
e l'antichità del dileguo dell'» è in ispecie afformata dal ri-
188 flesso franco-proTenzale: estenjer '. OE Gì; col g riflesso
* Conr. adduca ancora la serie: lieunga liwngwt leunpwa; Ungvaig fuN-
^i'^, — Sotto il praMote numero, e in relaziona con quello ohe precede,
-vorremmo etìaDdìo considerare uno QWA- tedesco, aTutoai per dileguo di
vocale, e rifieuo per gva- ed uà- aopracilT, (cfr. noia. 17&--7).- guauU Con-,
vatUt giiault=i'tfa\t (gevalt, fòrza) Car., a cai va unito: vaiti guaiti (Car.;
Conr.; guaiti "• sierolich), ciod; g'xoaltig (cfr. la nota al num. 168, Terso 1»
fine), ridotto a dire, net eopraailvano, ' b aste to! mente', antiche 'troppo, di u-
Terchjo*, per quella indeciaioae tra il sufficiente e V ttuberante (cfì*. p. e. 'a<
bo abbastanza'), che il linguaio ritrae anche in àbunde, la qunl TOce nelU
lettere romane e ne' riflessi ladini ci conduce dal 'eoverchio' al 'bastante', e
in *ad-Matii [ite. asiet, it. a$iai), che Ticereraa ci porta, in favella italiani,
dal 'bastante' all' 'abondaote'. Pib d'un grammatico indigeno ha voluto rac-
costare vaiti guaiti al lat. taide; ma se, come testé vedemmo, dal lato ideo-
logico nulla vi sarebbe da opporre, la fonologia, all'incontro, deve per qua-
druplice ragione rifiutar questo ragguaglio, poichA calde lat. doveva dan
vautda o vauld soprasilvano. — Ma allato a uault guault, forza, giova fiaal-
meute avvertire che le stesse due figure fonetiche valgono presso il Carìech
anche per 'selva', cioè per wald tedesco (cfr. nnm. 130); poichd vien da do-
mandare, se forse la figura senza gutturale non eiasi resa comune anche il
«iguiflcato di 'forza' pel fatto che 'selva' e 'forza' erano lagittimameote tb-
nuti a coincider tra di toro in quella colla gutturale (g'walt; [g]wald)j i^
pure, se la figura senza gutturale non sia, a nel rìfieaso di vald, e iu altri
consimili, un ritorno alla figura originaria per dilegno di g, piuttosto che udì
forma genuina la quale coesista all'alterata. Per consimili doppie figure ag-
giungiamo da Car.: vita guisa, e Gabr. stesso ci dar&, allato a guida n. LIO:
antruoidar (alto-engad. infraguidér) Tit.-l, 9, istradare, cioè 'Intra-guidare'
(ctr.il tad. 'unter-weisen'). Ancorasi noti, in quest'occasione, wnf^ db. 27?,'
allato a gunchir b. 130, la qual voce ritorna del reato anche in altra favella
romanze , v. Dikz lesa. s. 'ganchir'.
' Nota il Carigiet, p. 138, che in saung, del pari che in liung (lungo,
DUm. 57'), il g si scrive per 1' etimologia, ma 6 per la pronuncia come s«
DW foBie. j3inMt[9] fi'unf^] parrebbero accennare a pronunzia guttarale (e non
palatina) del g nella fase anteriore; e del resto, nesaun* ortografia soprani'
vana di questi vocaboli accenna a palatina. V. all' incontro l'engadineee. G
ancora cfr. il. n. 236.
' Prov. ettenher = eateojer, onde si viene, per *esteÌM'r, al frc. éteindre;
cfr. pmher, ptindre. E appunto questo rifleaso é trascurato dallo Schtcsibdt,
;vGoo»^lc
§ 1. QrigioDÌ; A. SopraflelT&: gè, gi. 93
peri/i: generau\,Z (ds.: schendrau, aecoado il aum. 1^, cfr.
num.147); argient; regina 12,42; /Ugrir 3, 7, /wytóa Apoc. 12,
6; cfr. aam. 190 >; riflesso por sch, che dare qui essere z (cfr. '.
la nota al aum. 170) : iniziale: achamtlgia num. 118; achumels
gemelli (cfr. num. 77) Gen. 25, 24, Cant. 4, 2; schendrau ds.
sum. 188, schiender genero- Giud. 15, 6; interao, dietro a con-
sonante; lunsoh da-lunsch longe; plonscher piangere; schun-
vA. II 481; o te il Dibz alla mia volta l'aTeaM couBÌderato, afrabba fono
esitato ad affermare che il g di OV rimaaga ■empre gutturale nel francese
(gr. I'27l). Ma pure il frc. aine {*BÌna; iru Tallone, l-engue neo-prOTen-
zala, «p. LiTTRÉ B. T.) ^ ingvett non ai combina senza gravi stenti con questa
sfdnnszioDe; e sa all'incoatro lo riconduciamo ad *enje *inga, esso coincide
col HiprasilT. iglia (angaÌQaja Car.), etoà: ilja *m[f\ja, secondo le analogia
chs sono ai nnm. 230 a 152. Il romeno ttunge, addotto dallo Schuchardt, non
firebbe prova per rBi]ticliit& di tscsHngere, essendo g« solita risposta rnmena
di gue; e del resto, pur la concordanza ladino-franuHprovensale non so se
butj a fu-ci ravvisare, nello exstingere che ne risulta, la continuazione di
usa figura etimologica pib genuina che non aia il lat. exitittgutre. Il CoBS-
EEM Tok. 1' 26S bene adduce senz'altro la forma eastingtre, ma, com'egli
ccDosce meglio di cbiccbeBaia, questa non é che una mera induzione etimo-
logica; cfr. ib. 86, e Fottol. indo-il.-gr. 129.
' Coar. a ds. ci lascerebbero malsicuri circa la pronuncia di gè e di gi
nel sopraailvauo; ma il Cariseli (gr. IL3, 123. C&-. leas. xxii) ci toglie ogni ìn-
carlazza circa lo gi di voci latine, che insegna pronunciarsi gi, ripetendo
fra, io ordine a gè, che suoni ora giù ed ora gt, poiché lo g di S|ueata oom-
biasiione sia aneha molle {g), coma netl'engadinese, in alcuni dialetti eti-
^-da'-montt (= oberlandesi). Nell'ortografia dal Carig. abbiamo deoisa-
«»itA»(^\^-l):gi = gi\%„ge = gì\sH.; e quindi egli scrive gien*raJas ($.\2)
accia ti legga generalas e non gheneralaa. Del rimanente, mal potrà darai.
vss gutturale nella diretta continuazione di OE Gì latioi; e per gentrau
iTtammo contro la gutturale, sempre perà nella varietà cattolica, anche la
riproTS della forma del Da Sale. Letmgetia (n. 107) ci potrebbe lasciare mal-
csrti anche dalla sua ragione etimologica, poiché vien da chiedere se diretta-
muite rifletta la figura lat. 'longitia', oppur non sia nna derivazione romanza,
«ns'A l'it. 'lunghezza'; e qui ds. a Gang, ci soccorrono, il primo avvertando
upressamente (p. 2) che si debba leggere làngheiia, a il secondo collo acri-
vera senza l'i: Iwngena 20,21. Vaungtl di ds-, allato si suo angh»l sopra-
'^f., potd farmi credere ad aung- cattol. nel riflesso di 'angelus' {n. 13);
US Carig. 15 scriva auttgel {- aunghel). In questo esemplare s'incrocia il
t«d. ngel colla voce romaaza; cfr. 1' eng. al nam. 237.
' i allato a g, vale a dire il parallelo di J allato a e {num. 169), avremmo
osi fottìi ecc. di CoDr-, che si addusse al num. 131 in n. Cfr. in ispecìe il
(otlosilvano.
;vGoo»^lc
W Aacoli, Saggi Udini, I.
scher o. 86, porscher a. 54; ta corschas, sa curschetUM (t'ac-
corgi, si accorsero) 7,3; 21,45; derscher derschader (giudicare,
190 giudice) < ; co\g digradato in j, nelle condizioni e cogli effetti
che si ricavano dal n. 171 >: antallir ('intellfjere *intellijir; cfr.
l'eng. e il sottosilv. '), 13, 14, antalli aniallis antallin, intelligit
intelligis intelligunt, 13,19; 16,23; 13,13* (ma all'incontro ia
sillaba normalmente tonica: antalgit antalginen, intelligite,
ìntellezerant, 15,10; 17,13, colla consonante conservata^); /iti
fugìt G. 10,12, fuge2,13 (ma nella sillaba tonica: /ì^f^tr □. 1S8,
* iertcìier [partie. dirtdùrt, Car.] = (I)ri^«r«, entra, circa la fonna, come
il proT. derger, nell'analogia dì sporgere \poricher piert Car,] = porrigtft,
« '-cargert ]anconchtr anchitrt, Car.] = etirrigtre; a circa il aignificato
A nna copia del Xàà. riahUn [cfr. dreehtar al nam. 17S]; — disrtchader A poi
una dariTaiiona tralignante, sulla stampa di rwmpo^ra rompitrica, nnm. 87.
■ Cfr. eziandio il num. 203.
' E inoltre la baie sarda collire = colligei-e {Studj arìL I 27 = 305), il proT.
cuthir, ecc. L' infinito ital. eóglUr» dipende da voci sulla stampa di cóglà
= *eóllijt (cdUigit), cogliét» = *eQllijété *eolligétt (cfr. Uggii» ecc.); e, in
generale, riconoscinto il digradamento ancora latina del g tra Tocali inj,
si & pfb Rcura la dichiarazione dei riflaasi italiani di celligere ecc. che non
paresse al mia egregio amico UusSifu. nel ano bel laToro sulla fonnuioH
del prelente nell'italiano (rendic. xxxix 5S5-39; t. 536). Poche bui Utioe
hanno dato occasione a riflessi cosi divergenti come son quelli del gruppo di
cui tocchiamo; e dorè oiralteraùone fonetica si aggiunga la deviazione mor-
fologica, aiatDO a tali distanza, la coi eliminazione pud facilmente rappre-
santare tutta quanta l'etScacia della grammatica comparata. Si osservi, per
esempio, il logndoreaa boddldu (colto; cioè: boddire goddire collire, ecc.,
Fattoi, indi^t^gr, §27, 4), allato al napoletano euoooto (colto; ciod: cnolto
cnonto ecc.).
' L'a delle forme «opraailv. già ci direbbe che l'accento Ai attrattodall'i
in cui son fuse dna silUbe (*int^Uijts ecc.), e il Conr. gr. 50 scriva effetti-
vamente; antaltis antald, ma senz'accento la tersa pi.: antallin. Cfr. 111,3. -
Anche è notevole che questo lU, che ha sua genesi particolare, ai sottra^
all'analogia dai num. US e 93.
* Che veramente si tratti, in queste forme, di l^i a non di Iji, gib era
accennato dalle ortografie del C(»ir.: antallgin antallgits (I. e 2. pres. pl.)i
antallgiva, gr. SO, a pienamente «i conferma da qnelle del Car.: antalgi*
(Ig non è mai Ij nel Car.) gr. 151, ptc. atUitgieu lesa. 7 a. L'esser poi fog-
giati antalgit antalgtnan ecc. mi tipo ud&tudlnan ecc., dipenderà dall'-ir i
cui si ridusse l'infinito antallir. — Per la vece di ^ ej che ora si avverte,
i importante notare come essa riapp^a, nelle medesime circostanze, do^*
si tratta di j anteriore ohe passi in ^. Si oeservioo: trai tregge, allato a
targeits traete (n. 124), e pir (pljer) allato a pigiur (pijdr-) nnm. 87.
;vGoo»^lc
§ 1. Origùmi; A. Soprasalva: gè, gi. 95
fugit [fuggita] I Cor. 10,14, fìtginen [fuggirono] 8,33 <); quitau
cogitatum (cura, pensiero), qiàtar cogitare, 6,25; 10,34, quitten
ct^itaot 6,7 (dove U ^ mai non compare, perchè gi in accento
mai non ebbe, nò la figura latina, nò la romanza, in verbo di
simil tipo^); nana (Car.: ruinna) robigin- 6,19 3; mai magis,
cioè 'mai' (dove si tratta di assai antico assorbimento), 3,12
f solamente': 4. 4 ; 13, 21) \ GR : gref num. Z; — nér nigro- 191
' Tutto il pres-, in piena regola, preuo il Car. (gr. 151): fuig {fug), fuis
fui, fugin fttgia fuin. Ma ds. (p. 43): fuig fitgiét (mc), futi, fugien fugiss
fugieit; cfr. l'eDgadìo.
' Se qaindi gvitUn e Bitnili otteunero l' i accentato, come indica l' ortografia
di Qabr., cid avvaline per analogia ■erìoro (ctrften da eùitcìt, aul tipo cuinten
tantalio, ecc.; v. Ili, 3).
' Cioè: rwigina rvvtjitui rv[u]lna, cfr. nnm. 215, e I* engadÌDeae. Pur
limitati al sopradlvauo, l'w a l'acceuto, additato dall' ortogr. del Car., ci
fumo riconoscere, per fondamento latino, robigin- anEÌchè aerùgin-. Circa
il rifleeeo aopraB&aaiuo, v. il num. S30 di quella seiione.
' Qui ancora addurrei, comechè eaempio di particolare ragione: ir, pi ira^
campo, 27,7; 13,1, dove 1*^ di Qabr., ia (étr) di Coor., ci Anno risalire ad
air (cfr. nnm. 0, ed *tr = *<li>, campo , eng. Car.). Io qniudi stabilirei > agtr
ajtr ajir air ; e non ci vedrei però una continuaiione della figura nominativa ,
ma benal riconoscerai, pare in questo esemplare, la necessaria epentesi dell' e
che giii vedemmo in altri (nam. 90 in o.; cfr. aghar, che dicono del proprio
territorio in alcnni luoghi del bei^masco, Tirab.); e la guttnrale passerebbe
in patatina, '<i"«"" all'è intrusa, come fa in diversa età dinanzi alla etimolo-
gica (agro- agr ag\e\r ager ecc.). Qaesta evoltudona d contìnua nell'engadi--
Dese, e per la tenue e per la media; c&. il n. 167 in quella sezione, ed anche
il nnm. 118 nel trident. occident-, e In ispecie: le^tr baseo-eng. (Car. a. <ta-
grar*] - *legr allegro (num. 3) ; majer basso-eng. ma§w alto-eng. (Car. s. 'ma-
ger") ^ *macr[o] , magro, e ancora il num. £33 dell' engad. Circa il secondo
degli esempi ^^'^ addotti, si potrebbe sospettare nu incrociamento del ted.
•fuiffr; ma sempre aarammo al fenomeno di g» da gè (gntt.) in faia moderna.
On il sopr&silvano, che nella continuazioni di *legT e *magr, non sembra
accompagnarsi all'eogadinese, come fa io quella è!i'*agr (poìehd i soprasilv.
'<;«r magar si dovranno leggera; hghtr magher, cfr. Carig. 137), ci mostra
lU' incontro anch'esso: gt je pel gè (gh«) ted. Si osservino: tegiett allato a
ttgett, Car. (ns.: tegten, s. 'scimitarra'), ted. degen, spada; r^tl Conr., ted.
ritgel, catenaccio; agien, fwa.aigna {agita, Carig. 2 : atjna), Car., ted.si;eM,
proprio. — Cosi ér (= ag\<>\r) ci risulta ben rimoto da Am (= area, num. 9);
DA l'air, che ha preceduto ir, riverrà ad agr, come lo Stemqel (p. 21) vo-
leta, per t = ^. — - La contboaiione soprasilvana dì 'integro-' (nnm. 33) po-
trebbe ancora parere anal<^ a quella di 'agro-'; ma varamente, com'è pure
accennalo dal rifiasso engadinase, essa andrà con quella di <nigro-', secondo
la ragiona che al distingue nel numero seguente.
;vGoo»^lc
96 AmoU, Saggi Udiiù. I.
Dum. 39, anUr 'integro- num. 23; nei quali due esemplari, ab-
btam più favelle romanze che si conciliano in un vecchio tipo col
g dileguato {'mrg-, 'intérg-; laddove per gli esemplari ne' quali
trattasi di gr venuto all' uscita grigione, è all'incontro da vedere
192 la nota al numero che precede. GN; an-senna (segno, mira-
colo; 'in-segna') 12,38.39; 16,1, ^imlignum L.23,31 (less.: lenti
leTi^t ci danno la figura meramente assimilata, dove altri esem-
plari ci offrono la figura jotata o la sua risoluzione; cosi come
vedemmo ricorrere, nel logudorese, nn e nz (n. 172, in n.). Si
osservino: jJUf^n Car. DS. {puingY. T., puign Conr.) pugnus, cfr.
pungiadas n. 91; stain {*stain[j]o; 'fermamente', 9,30; 12,16;
cfr. staign Car., staign stain Conr.) cioè la figura jotata di 'sta'
gno- 'stagnante', quindi 'fermo', 'solido', stari milan., fri., eco.
Ancora noteremo: quinau quinada less., cognatus -a, l'unico
esempio per gn interno dinanzi ad antica vocale; e d& -vina-
= '-ogna- i. d'a., costante in tutti e tre i territorj grigioni. Fi-
nalmente pens ag. num. 137, plr. ils pens, pignus, II Cor. 1,^,
tdlato al sg. pegn peign dei lessici. GL, num. 121 e 122.
193 Iniziale è intatto: tal, teg tectnm, Hert n. 56, trets n. 21, — fatta
194 solo riserva pel fenomeno palatino dei num. 108 e 110. Mediaoo,
incolume dietro a consonante: star, porta, aulta, qwonta, ecc.;
195 ma v. del resto i num. 141, 212, 172, 107-8, 151, 199; — tra vocali
è incolume di r&ào: perseguitar, quitar cogitare, reit rete, Ugeit
196 itdit ligate audite ecc.; passa di solito in media: tentaderpe-
scaders sunadurs ecc. num. 87, ladinameng num. 151, teidulai,
loda, stradas 22, 9, spada 10, 34, marcadont , puccadttsas n. 46,
veder vedrà veter- 9, 16. 17, meder metere, sendas semitae, sM
sitis, plaid plidar nnm.Vìl , avdan habitant, sa maridar\9,
10, anvidaws (gl'invitati), pudeva (suenter sieupuder, secondo
suo potere, 25,15), saccudeit (scuotete), salideit salutate, sca-
della acatella; -adi = -Atico n. 168, dov'è notevole il fem. saltm-
chiat silvaticae Apost. 11,6, Giud, 13, che accennerelibe a tenae
intatta ('silvatcijja, num. 107); il secondo t de'suff. lat. -tàtle]
■tùt[e] si riduce costantemente a d, ma circa il primo di -tàt
(conservato necessariamente in stad aestat- 24, 32) si oscilla ':
' Carig. 150 prescrive o -lad o -dat.
;vGoo»^lc
g 1. Qrìgioni; A. Sopraaelra: d. 97
qìtalitad 22, 16, commoditad 26, 16, buntadeivels v, è in n., var-
Ud, nauschadad (malvagità, r. V, 3) 7,23, novadad Rom. 7, 6;
mezadad medietat- L. 19,8; vardad; — t dileguato, passando 197
per d, in -ÀTO ecc. n. 1, 35, 60: beau beat, numnau, marcau
n. 75, vastchieu vestitus, cumplanieu (compito, n. 114), an-cu-
nascheu = -conosciuto, ecc. *, — laddove t feminili o le deriva-
zioni maoteogooo la dentale, allo stato di media: beada, mari-
dar (allato a marieu n. 35), ecc. — All'antica uscita si regge 198
ancora nei monosillabici dat stat vult, allato a roga rumpa,
n^&t rnalpit ecc. , ad a cau cheau caput. Il riflesso di 'et' è ad
dinanzi a voc., a dinansi a cons. (cfr. n. 75 e 206). Per l'uscita
romanza, v. gl'imperat. già allegati: ligeit ecc. (ma cfr. Ili, 3), 199
e reit ecc. -TTE: meg mitte (metti) 9, 18, cfr. p. 83 in n., e
■men^ = -mente num. 151. TR: frar frars; laders; ancun- 200
ter. T'S: ureits saveits udits oratis sapitis ('sapétis) audt- 201
tia ecc.; denta dentea ecc. TL, n. 119 e 120. NT, n. 151.
B.
V. inum. 105 e 106. Iniziale è del rimanente intatto: dar, dei 202
aam. 40, dulsch, dalur, dui (due), drag n. 172, ecc., fatta solo
riserva per l'apparente dileguo del d di 'dicere' nelle forme in cui
la radice era àtona, p. e. schevan dicebant 9,3, che veramente
dev'essere iévan = d-sévah (rfr. l' engadinese). Interno è man-
tenuto dietro a consonante, come in ammda abunde, arda ardet
.\poc. 21,8, ecc., ed anche può reggersi tra vocali, come in udir
lodar; ma tra vocali nella sillaba postonica facilmente si dile- 203
glia, come imprima ci mostrano: cita coda Apoc. 12, 4; teu ecc.
(taeda) n. 67; grau ds. s. 'grado, dignità' >; vieua vìdua ecc.
oam. 35; nieu-s nudus 25,36; crieu Conr., criù ds., creu Car.,
' MaritaDo particobre meniioDa: chum, cbe mandarernnio coli* it cAiotto ooo-
(d. 16S, cfr. Il, 3); grau = gratnm (soat.), dove lo stesso parallelo ital. grado
i gii alla media, ad anche il basso^ogadinsK HmarrÌBca cootro il solito la
deDtals; e (ut en ina ga {= g<tda maa. SS6 a; improTTisaroente , cioA: 'tatto
ÌB una volta') come il Bùhlbb mi traicriTa dal libro di lettura per la acnole
cattoliche. Notavole ^rau ^^ gratnm , ancbe pel modo di dire che é oomnoa
all'italiano, al franceae e al grigioue: saper grado., saeoir gre, saoer gran
falere riconoacenza), yàaiv aìS». Cfr. la oota che segue.
* CùA coincide auche ael sopraailTano il riflesso di 'gradua* eoa quello di
'gratnm', v. iinm. 197. e cfr. V, 3.
AKhiiHo nloItDl. limi.. I. ^
;vGoo»^lc
OS Ascoli, Saggi ladini, I.
crudus, T. num. 60; suar (Gonr. e Oar.; ds.: suvar), saour su-
dor, num. 00; angifnidus (cioè: 'niu "dìvu nif, cte. i num. 103
e 227) 13, 32, cui si aggiunge nuf [Conr.] nùff [db.] = nodas.
E Tenendo a'yerbi che vanno qui considerati, citiamo impri-
ma il riflesso di 'videre', nel quale non si smarrisce il d se non
nell'infinito e nel partic: ver 11, 7, vieu n. 60, cfr. n. 105; pm
gli esemplari clie perdono il d Dell'infinito e in quelle stesse voci
del preseote in cui vedemmo che sì perdesse il e, o il ^, di c«
ci, gè gì {a. 171, 190, cfr. 210): crer credere 27, 42 ' , creis cre-
dis, ma cartéits {credete; cfr. n. 205), sér 19,23, sé sedet, ma
saseils (*sed-j-ete n. 105); e quelli finalmente, il cui infinito si
venne a determinare, dopo il dileguo, in -tV, e restano privi iA
d per tutta la conjugazione: rìr (ridere) L. 6,21, rievan ride-
bant tì, 24 ; ruir Conr. gr. 55, roir ds, 43 ródere, cfr. nyer so-
prasass. DS. 261, rujer alto-engad. Gar. Sarebbe ipotesi afiatto
gratuita l'imaginare che il d si dileguasse nell'infinito di alcuno
di questi verbi dopo il dileguo della vocale che separavalo dal r
{cre[d]re, ecc.); ma vorremo: "créier 'seer (cfr. logudor. créere
séere^) ecc. All'incontro propenderemo a vedere un caso di D'R
ridotto a r (cfr. i n. 173, 200), piuttosto che il dileguo di d tra
vocali, in schirau-s = sideritu-s (paralìtico, 8, 6), dove svanisce
il -d- di sìllaba protonica =>. E per harlar, n. 75; porremo *he-
re[d]itar o *her[e]d'tar% L'i del riSesso francese [hériter) e la
media dello spagnuoto [heredar) stanno per 'kere[d]itar. Manca
il d tra vocali ancora in schentar n. 134; ma è un esemplare alla
204 cui sincope partecipano più altra favelle romanze. ' Ma in /%>
< Le figure prire del d, che son queUe in coi ù riflette U tocaI radicale
ftocentata (cr^-), dovrebbero tutte moatrarci il dittongo ei (anm. SI, dote i
da leggere creit e dod crtir; cfr. crei iei credit debet, allato a tS eèdet),e
l'ioflnito enonar quiodi: creier o creir (cfr. il aottoflilv. a crajer crair eugsd.}.
Od ha deviato *creir, per l'apparente analogìa del num. 19, o s'ebbe: ereier
eraer crér,cfr. quér = *cìié^er al num. 171, e la nota che ora segue.
* DB. scrif e realmente si»r p. Z76 (a pag. 33-4 : seder [sic] , seer) , crMr
{ereer, da crter, p. 105). Cosi ha neer vodore p. 313 (vèr, ver, p. 35), e certo
non Bono ortografia da traacnrarei; ma pure non vi oserei fare gran fondamento.
Va perd ad ogni modo qui avvertito, che ler, sedere, diventa un esempio pro-
blematico in ordine alla contianazìone dell'é lat., del che già si ebbe cenna
sotto il num. 19, e di più si vede sotto Io stesso num. nell'angad., ed altrove.
■ Cfr. tidrao ecc. di antiche scritture lombarde, Musbaf. reodic. un £16.
;vGoo»^lc
fidas num. 40, pei pede- a. 26, riconosceremo il dileguo di un d
eb'era riuscito finale; e per questa Tia finirà di perderai l'antico
DO all'uscita, preceduto da » in voce sdrucciola (cfr. -CO, n. 168):
tievi tapidus n. 23; neidi nitidus nam. 40; asch acìdas, ronsch
rancidus (less. e hr.), perduta facilmente in questi due anche la
vocale della seconda sillaba, stante la qualità specifica della con-
sonante che la precedeva <. Notevoli sono pel loro rt al posto
di rrf: oartieu carteits nun-carlenta ecc. (*cretieu 'creteits ecc.
11.124; creduto, voi credete, la non-credente) 8,13; 9,28; 17,17,
cai sta allato cardienscha ('credienscha) ; tanto più che anche
il sardo (logudorese) ci mostra, con una coincidenza singolare,
accanto alle sue forme sincopate: creet créere ecc. (soprasilv,
crei crer ecc.), singolari forme col t: creta cretamus cretidu
creda crediamo creduto ^. Dobbiamo qui rassegnarci ad ammet-
tere una strana anomalia, con la quale mal si potrebbe parago-
nare il caso del frc. vert verte allato a verdeur verdoyer ecc.1
Io certamente noi credo, nò vorrei pensare al t {tt) ibernico di
cretim credo ecc.; ma stimo che il t provenisse, almeno nelle
forme soprasiWane, dalla figura participiale *cred'to 'cretto, che
ha sempre i suoi normali continuatori, in ispecie nell' engadinese
{cret creduto, eretta creduta, credenza, fede) ', e tanto piii fa-
cilmente si estendesse per la conjugazione, quanto era minora la
resistenza del d pel fatto che in buon numero di forme esso era
dileguato (manca cioè al soprasilvano, come fu accennato di so-
pra, in tutte quelle che hanno l'accento sulla prima). Cosi si
saranno insieme avute, in un dato periodo, due forme partici-
piali : 'crett 'credieu (cfr. p. e. ig e unsohteu ecc. al num. 63
soprasilv. ed engadin.), le quali si potrebbero dire come fuse nel
superstite cartieu {cretieu). Quindi le voci di 'credere' in cui ap-
pare il t, spetterebbero veramente al num. 208. — Faci! caso di
' Cfr. prOTanz. rans allato a Ubi ecc., coosiddraudo, per s proveDi. = *c, le
pag. 81-2 n. e 86 0. - Qui forse anche martsch marcidus 7, 17; 25, 26, benché
|a cottanza dello tsch faccia pensare a *n:iBrci[dìii, t: num. 169.
' Spano, orlogr. 1 143; e abbiamo nel logadorese ancha séllidu (nel Tocabol. :
tétidu) ib. 149; certamente su 11' analogìa di crétidu, analogia determinata dalla
coiocidenia delle forme créere aiere (credere Bedera) creo seo (credo siedo) ecc-
' eretta, fede, credenza, é pure sopraeiWano; a l'aggettivo soprasilv. eret
(p. e. eaoailg crei, cavallo piacevole ds-, cioè 'fido') altro non tì di certo che
il participio di coi trattiamo. Cfr. venez. creto "'cred'to credito.
;vGoo»^lc
100 Aaooli, Saggi ladini, I.
t per d, poiché si tratta di dentale uscente e preceduta da altra
consonante, è airincontro quello della figura verbale che il Gon-
radi chìAmsL partic. pres. e fa uscire per t {-ant, -ont) nella pri-
ma conjugazione e per d (-end, -ind) nelle altre, laddove il Ca-
riseli la dice gerundio e la fa uscire in tutte per d (cfr. lesa,
p. xxxii), e il nostro testo alla sua volta ha per tutte la tenue
{passoni, /ìgent, dorvnint). In realtà si tratta di gerandj, che
per questa ortografia vengono a coincidere coi continuatori ag-
gettivali dei partìcipj presenti. Cosi 'and[o] p. e. ai viene a con-
fondere con -ant[e] (cfr. nel frc. : chantant » cantando e can~
tante-), secondo la norma del num. 16; laddove l' engadinese,
secondo ta norma dello stesso numero, terrà distinti i continua-
tori delle due diverse figure latine (cfr. Ili, 3). — Sotto il n. 64
avemmo -unts='Und*s in malmunts (allato a mund); ma al
num. 137: fìmds fundus, cfr. lads {lad [= *lat] + s) lati 23, 5,
come si hanno altre inedie soprasilvane nella stessa congiun-
206 tura: logs luoghi, tegs (legs) tetti. Per d all'antica uscita
non accade di addurre se non il riflesso di 'ad', che è ad dinanzi
207 & vocali, a dinanzi a consonanti (cfr. n. 198) *. D'S: zanur
208 num. 46. D'T; cfr. n. 203, e 205. — D'R, n. 203. — D-N,
nnnn. 66.— D'L, n. 146. — L'D, n. 113. — ND, n. 151.
) Iniziale, rimane intatto: paun 4,4 (num. 5), petz n. 137, ^i-
giur n. 87, porsche n. 54, pulvra n. 64, piover, pli, prenda
n. 151; ecc. Ma abbiamo due curiose eccezioni, comuni entrambe
ancfae agli altri dialetti grigionì. L'una è vart (parte, nel senso
dì 'lato') accanto a jiarf (parte, porzione, 13,4; 12,25); la quale
però, a ben vedere, rientra nella regola. Imperocché vart-=part
dev'essere dapprima surto in tali congiunture, nelle quali il ;>
iniziale diventava veramente un p mediano, e quindi normale,
secondo il n. 210, il suo digradamento in v; dove in ispecie va
considerato davart (da parte), che è combinazione di non poca
antichità, ridotta come si vede all' ufficio di preposizione con
' Sarebbe eaempio non divereo, atondo al Disz (gr. e. Sostant. ilaliaao),
dad da (da) = da + ad, del pari che l'ital. da; e il Bcgoe Zeitsehr. f. vergi.
tpraehf. [II 419) roppoae la mederima ebuttora Dell'oeco dat, de. Cfr. Ili, 5.
>vGoo»^lc
S !■ Qrigiani; A. SoprkMlTa: p. 101
l'accusativo [davart tei de te 4,6, davart Johannes de Joaa-
nell,7, davart Chrisius 22, 4:1 ; cfr. l' engadÌDdse). E il vart
di un composto qual ai era fatto davart, potè poi facilmente
passare, quasi per processo decomposittvo, in locuzioni quali
sono: da vart drechia a dritta, da mia vart drechia alla mia
dritta, 27, 38; 22, 44 (cfr. 25, 33. 34. 41), d'Una vart 20, 16, da
tscketla vart al di là. 4. 15; 14, 34; né, per quanto io posso ve-
dere, l'uso di vart si è mai esteso al di là di siffatti modi. —
L'altro caso eccezionale mef^lìo si merita questo nome, ed insie-
me l'attenzione dell'indagatore. È la voce che significa 'molto',
e suona: bler nel soprasasa., bleaT" nell'ant. basso-engad. (od.:
blèr), b^er nell'alto-engad., bear (Mr. 12,37; pi. bears 20,16)
0 biar nel soprasiWano. I dittonghi (ne' quali va compreso Vie
dì 'bier che precedette bjer b^er) accennano ad e in posizione;
si che la somma dei termini grigioni ci di: bler -i-cons. Sup-
porre in aimil vocabolo un l epentetico, ripugna adatto; all'in-
coDtro, bene è anormale, ne' nostri dialetti^ il dileguo del l dietro
aa' esplosiva, massime iniziale, ma pur si potrà tanto più diffi-
cilmente negarlo in questo monosillabo asitatisaimo e davanti a
simil dittongo (ie ia *), in quanto il sottosiW. e l'alto-engad. ci
ofroQO oggi lo stesso dileguo nella continuazione di 'plus' >, che è
qaanto dire in uo vocabolo, la cui base non sarà diversa da quella
di bler-. Poiché, riconosciuta questa figura fondamentale del
grigione, mal si vorrà staccarla dai lat. plerus plerique ecc.,
né, cred'io,^i dovrà; ma rimane tuttavolta da vincere pììi di
un ostacolo, e non sarà forse affatto superfluo che qui se ne
tocchi. Ammessa cioè la deviazione alla quale'già si alluse col-
' I cbB ai dilegna inoanci a j, ci occoi'm anche al nani. 31 e ia u. al US.
T. ancora ny da mlj al num. 97 sagad.; a cfr. la nota che ngne. Più d'ogni
altro riacontro calierebbs l'alto-engad. 6t&fia = biblia, Car.; ma Bar&poi toco
indìgena? Tale non d sicuramente lo tgieric, chierico, nel Kpraaih. dì us.
* pù Car. a Pali.; ma Biverooi ancora ha più. E veramente pad trattarsi
pnr nm di l che perdesi davanti a j (cfr. la n. che precede), poiché pl^
avrebbe dato pljù seconda l'analogia del num. 97 (eng.). — Anche il prov.
perdette ìl I di 'plus' ( ptw). Non sarebbe questo on indizio che •» prov. = ù
Ut. «noDaue u7 Negli esempj che Io Schi:ch. vok. Ili 305 adduce da moderni
dialetti pi-ovenKali pel dìlagno di l dietro a consonante ìniiale, 4 sempre un
« che ora a questa aderisce (cugar, cutar, puresi, purar). — Il fri. ci di:
più' pài pi.
;vGoo»^lc
102 Ascoli, Saggi ladini, I.
r addurre sotto qu^ta rubrica U non facile Tor^boLo (bl = 'pi) ',
come si potrà esattamente ragguagliarlo colla base latina che
fu testé da noi indicata? Gi& dicemmo che i dittonghi grigioni
accennano a posizione in una fase anteriore, e la forma inte-
gra, cioè la forma in cut il dittongo si sviluppa, sarà, quasi
sicuramente 'blers; ma potremo noi per ciò pensare a una di-
retta continuazione di 'plérus', sull'analogia di fors, che avem-
mo in D. a p. 281 A tacer della difficoltà che l'è smarrisse il sa?
carattere, ò egli lecito ammettere che questo aggettivo ancOTi
corresse nel volgare romano^ 0 ricorreremo piuttosto a 'plérì-
que'1 Questa forma potrebbe darci ragione dell' « abbreviata,
poiché vi si tratti dell' accento passato in sillaba successiva
(plérus, plérique); ma da 'plerique', non si arriva, per mero
detrimento fonetico, a bler- {blers); e bisognerebbe supporre
l'abbandono del 'que', come di un elemento che fosse sembrata
superfluo (plerl-, plér[i], bler-s bliar-s ecc.; e la forma singol.
dedotta dalla plur.; v. Ili, 1) ^. "Comunque, se il ravvicinamento
del grigione bler- co' latini plérus plerique ecc. sì regge, come
pare pur certo, noi avremmo, dall'un canto, la sola continua-
zione romanza di quel gruppo latino che in sino ad ora nelU
scienza si conosca, e riusciremmo dall'altro a vedere, nella stessa
favella, due riflessi stranamente tra di loro diversi della iden-
tica formola fonetica nell'identica radice, e attigui spesso l'un
dell'altro, come avviene nelle locuzioni seguenti: bear pli buns
(pler-, plus, boni.) molto più buoni 6.26, las pH bearas (illae.
plus, pler-.) te più numerose 11,20.- E ancora notwemo: bear
ont (pler-. ante.), piuttosto, 25, 9; e l'agg. ^Vplirs (= plures),
210 molti, fem. pliras Car. nacbtr. , Carig. 78, 97. 11 p interno,
raro à che rimanga intatto, come in pauper num. 68; ed anclie
si vede raramente la fase della tenue in media, come in sabii
(savj) 23,34, sabjenscha n. 109. Ma siam di solito ridotti a r:
' Saremmo al caso dell'ita], bru^nola allato a prufftta. Un altro esemplo
per b- da p- ci darebbero i dial. grigioni in buls ecc. num. Ili soprasass.,
ma esso é comune a piti altri dialetti romanzi. Uu caso più conforme a quello
che nel testo si considera, sarebbe finalmente barnieu G. 18, 18; SI, 9, bvr-
nieu li Sara. 14,7 (barn- e bum- pure Conr. e Car,; BOprasase. OS.: bamiùj.
brage, ricondotto a •irinftt (num. 124), e quindi a 'priina', del pari che il vc^
nez. broitia = "prua-ja; ma la desinenza mi è dura ('prualto), e raseutiamo
i germanici brintten ardore, brinnet ardena; cfr. brinila^ scintilla, V, 3.
' Vedremmo analogamente abbandonarsi qui 'aùz., al num. 296*.
;vGoo»^lc
g 1. Qi'igioni; A. SoproMlva; p. 103
srtwr jaceite (sapere sapete) I0,26;7,ll * ; avertameng, aviert,
scttvrir ecc. ii. 28, arver ecc. n. 124; cavelg, scavazar n. 160;
mvaus n. 68; zavrar n. 135; riva; etoros n. 33; ratscheiva
antsokavet d. 40,81; ovra 26,10, dovran n. 54; luvrers n. 9;
pi'nw/ n. 56. Il V da }] è assorbito, ne'seguenti eserapj, dall'»
cbe gli precede (cfr. ì num. 129* e 215): scuada ('scurada, sco-
pata) 12,44; cuveida Conr., queida Car., cGeida ds., voglia,
ital. aat. covidigia * ; sur ('snvr) supra 2, 9; curclau curclada
('coperclato 'cuvercl.; coperto -a) 10,26; 8,24. — Per g{v\ da
c=p, y. il n. 129°. — Il v da un;p riuscito finale, si riduce a /* 211
(cfr. num. 131 e 216): luf, pi. lufs 7,15, n. 61, seifn. 67; ma fa
dittongo coD Va che precede, in cau cheau num. 161. PS: 212
les: iU'-ipsu-, esso, 26,48. In sex, stesso (p. e.: Salomon sex
Salomone stesso 6,29, Hg schentament sez la legge stessa II,
13), vorrebbe il Diaz vedere si {=8e) +«« ipse (gr., Formaz.
pronomin., cfr. Steno. 44). Ha oltre la difficoltà, certo gravis-
sima, di amoaettore che il pronome se venga a funzione dimo-
strativa (e anche oominativa insieme), si aggiunge che quella
dichiarazione lascia affatto enigmatica la forma engadin.: svess.
Sa all'incontro ricorriamo, per la dichiarazione della prima parte
di questo composto, ad isht- o ad ipsu- (ipsu-tpsu ìstu-ipsu).
In evoluzione fonetica, prescindendo per ora dall'assimilazione
del nesso, diventa affatto lucida (cfr. napolet. issosso= isto-),
e la condizione del primo membro del composto risulta essere,
per la varietà engadinese, quella del cu nell'ital. qu-esto (eccu-
-iste), laddove, per l'oberlandese, quella del e nel sicil. ch-istu ^.
' b iobis avevamo la media, e in lapchig num. 109, nel quota ti riOetto
utieo pj, a dirittura la tenne. Cfr. nelprov.: soiessaì, allato a.tapia sapcha;
Mi frc: aaoent Banuo, allato a sache = *sapja; nello spagn. sabes sai, allato
a itpa sappia,- e l'tingadinese. Nella postonica del presenta il u si elimina
(clr. D. 190 ecc. e 315 a.); quindi sai so, allato a saoein sappiamo.
' Steno. 31 raccosta il vocabolo grigiona al lacreziano eupédo, e manda
cosi le forme eopi-asi Itane, inslame colle engadinesi (cuoaida ecc.), sotto e.
Ma cupedin- é manifeatamenta una formazione, la quale non si concilia eoa
cvetida occ. All'incontro, come giatia giustizia 21, 32 (mal-r/istia2Z,2Si per
l'accento t. Car. gr. 133, e il sottosilr.) d un dannato grigioae per (a (sul tipo
'ùìiW ecc.), cosi si «ara avuto un derivato grlgione per ta (sull'antico ti[>o
'iatidìa'): *cu|iidia *cupedia, onde, per attrazione (n. 235), eupeida ecc.
' Cosi guest soprasilv. e ehest friul., ecc. — Lo 3 del secondo membro del
MprasUvano, in confronto al 1 (ss) del primo, non si opporrebbe ali* ipotesi
'ipau-ipsu'; cfr. in os.: sess'.
;^Goo»^lc
IH AmoU, Saggi ladini, 1.
Ma la scelta fra 'ipsu-' ed 'istu-', noa mi par facOe. 'Istu-' con-
viene meglio, nell'ordine ideologico, e ci darebbe, pel grigione,
la stessa combinazione che abbiamo netl' italiano ; ma noi ce-
demmo, al num. 142, come non si possa affermare sicuramente ss
aopraailv. = *c^ 'Ipsu-', all'incontro, converrebbe pienamente
nell'ordine fonetico, ma non cosi nell'ideologico, non offereo-
dosi analogie aufflcienti nei nostri esso stesso, 'ipso-ist'-ìpso', o
medesimo, 'met-ipsissimo-'. Circa tatez (tu stesso) ecc., cfr. l'en-
213 gadinese. PT: co(M = captavit (trovò) 1,18; òatUgiar bat-
tem 3,11.7'; set septem 12,45; scrit scartira; rut. PJ,
num. 109. PL. num. 114.
B.
214 Iniziale, non s'altera: bein, heiver, hof, hratsch, blastemma.
Interno, già lo vedemmo intatto nella continuazione di B'L
215 num. 115; e r&= RB avremmo in barba Lev. 13,26. Ma, pure
accanto a liquida, troviamo, di solito, v = B int, e v costante-
mente per B int fra voc: erva; a/t»a28,3; fevra fi,l4; eiver-s
n. 21; -eivel -eivla ib. in n.; ver habere (il riflesso di '[h]ab<tto,
at num. 100); lavuran p. II n.; giavel diabolus, avunda aban-
de, avont ab-ante; smarvilgià num. 73; avdan avdonxa n. 83;
duver n. 77^; am-pruvanen (provarono, tentarono) 19,3; n-tia
ubi Q. 151, rmna rubigin- n. 190, ne'quati due esempj ìl t> = B
è assorbito dall'u che precede (cfr. a. 210). Altro caso di to-
calizzazioue è in schular (schiìitar os. 92, schivlar sehiflar
216 schular Conr. ; cfr. prov. siular) sibilare Ger. 19, 8. - Riuscito
finale, pure il o da B si riduce a f (cfr. n. 211): alff>,3^, tra{
217 n. 2. BT: sut subtus. BJ, n. 109. BL, n. 115. MB, n. 157.
Accidenti generali.
218 Effetti dell'accento. — Non solo gli avvicendamenti e le
alterazioni delle vocali dipendono in questa come nelle altre fa-
' malatia 10, 1 aecemisrebbe, lualgrodo il suo t Bcempio fra tocsU, pìat-
lotlo a *mat-apt-ia clia non a malatia (v. Dibz lesi. a. 'malato'); poiché il '
di malatia ai sarebbe dovuto fare d ladino (aura. 196-7).
' Nella postonica del predate ìId «i elimina (cfr. num. 210 in n.); quindi dt'
deTo deve , allato a dutein dobbiamo, come hai has ecc. allato ad [a}Min ere.
;vGoo»^lc
S 1. Orìgioui; A. Sopi'uelva: Accidenti generali. 105
Telle romanze dall'accento dalla parola, ma da questo vedemmo
dipendere, spesse volte, pur la sorte delle consonanti. Per le quali
atlado in particolare agli avvicendamenti che si sono conside-
rati ai n. 171, 190, 203, 210, 215 (cfr. 226» e III, 3). Altra vece
di consonante sì ebbe al num. 150-1, in relazione col n. 124;
fi aleno ancora ricordati i num. 168 e 204. Qui pure si è ma-
' ntfestata, ed anzi con particolare evidenza, Yatonia per pro-
clisi nelle particole, che diede a et 75, par per 26, scha ai
sic 81, » aut (cfr. 93 e III 5). Per 'in' avemmo ain in uno special
dialetto (159 n.), ed en nel solito soprasilvano (40); la qual forma
ci potrà condurre a qualche ulteriore considerazione intorno ai
riflessi soprasilvani della vocale fuori di accento. Poiché v' ha
nelle favelle romanze la tendenza generale di risolvere in a Ve
0 Vi di prima sillaba àtona (Dibz, Vocali àione, 1, 1); e questa
resoluzione vediamo estendersi anche all'o e all'u, in ispecle
ad 0 e u iniziali nel napoletano (addore odore, Attaveio Otta-
vio, aroiulo orciuolo, ecc.). Ora si domanderebbe, quanto e per
qual modo ci risulti invalsa nel soprasilvano la tendenza di cai
parliamo. A prima vista pud parere, che questa favella vada,
in qualche parte, ancora più in là che non faccia il napoletano ,
in ispecie per gli esempj che raccogliemmo al num. 86 (cfr. 00);
ma quando, tra l'altre, si consideri la tenace differenza tra e i
ed 0 u pur nella vicenda descritta al num. 124, sì dovrà pur
conchiudere che quegli esemplari vanno piuttosto attribuiti alla
TUssimilaxione. Anche il n. 94 ci ammonisce a non riconoscere
grande efficacia alla tendenza dì cui si discorre; né sappiaoio
pentirci di aver pensato a dichiarazione diversa anche per Va di
sarsents (pag. 48-9), quando ancora consideriamo la serie dei
riflessi di 'subtilis' al n. 33 del soprasàssino, e pure savuTidar
allato a suendar sotto il n. 177. Rimane Va per « ed t àtoni ai
n. 75 e SI; dove però va dall' un canto notato, non limitarsi il
fenomeno alla prima àtona, ma piuttosto trattarsi, in generale,
di e ed i protonici; e va dall'altro ricordato come Vi qui passi
manifestamente per la fase dell' «, alla quale la varietà cattolica
suole fermarsi; e appunto vi si ferma la particola 'in' anche nella
riformata. Vanno finalmente richiamate, in relazione a quanto
si è ragionato intorno ad ampaug ecc. al lium. 90, le analogie
che abbiamo al n. 231 io n., a specialmente il termine engadi-
;vGoo»^lc
106 Ascoli, Saggi ladini, I.
219 nese che ivi è addotto. Assimilajiioni. — RegressWa to-
tale: Tedi i prodotti di cs 174, gn 192, pt 213, ps 212, bt 217.
na 148 e rs 126' ', n/" 149, mn 156 (dove però si può far qnal-
cbe riaerva in ordine al parallelo francese che si è addotto per
■on[n]=-amn), e si aggiunga, tipo d'altra serie, elg=Mi+'ìg (nel;
elg dasiert 11,7);- transultoria: tecAifac/tar = *suctiare Giob.
20, 16 ^ e cfr. i-i da e-i 76, ed ents 71 (insieme col 3 sopra-
sass. in nota). Regressiva parziale: nd = ''md n. 157. Progres-
siva totale: Tedi i prodotti àìldìlS, rd 126°, ndnt 150-1 (circa
tener cfr. ancora il soprasass.), str 141, [st 212]. Effetto assi-
milativo di consonanti sopra vocali: v. ì num. 70 (aggiungendo
mostiar dal n. 165, must. Carìg. 17; cfr. n. 129*, e p. 11 a. 3,
dove è però da considerare, secondo il num. che ora segue, l'at-
220 trazione di duvrar n. 56), 71, 76, 77, S2. Assimilazione di voce a
voce: T. i n. Ili, 120 n., 161 u., 231 a., 'buvoder' allato a 'm»a-
giader' 87, mieur 60 ni , mellra 66 n. Dal Conradi si Tede, essere
in uso, nel tedesco de'Grigioai, 'trachter' allato a 'trichter', per
'imbuto [di legno]', e trachter sarebbe rifluito anche nel sopra-
silvano. Ora, qual pur sia l'esatta storia di queste voci tedesche,
il loro contatto agevolaTa, ne'Grigioni, la riduzione di 'trajecto-
rio' a 'tractorio' (num. 47 e 172). Anche pel traslato vinschida
fine (60 n.) , ho pensato alla prossimità fonetica di fmésch fitàda,
221 finisco finita. Dissimilazioni. — Di vocali: num. 86;- di
consonanti: num. 145 (cfr. carmalar ecc., num. 161 in nota),
222 158 (cfr. lo spagn. nerribro), 125. Ragione dissimìlativa avrà
pure il n di curiti ('cultelj num. 31) cultello- (cfr. ital. cortello),
Apoc. 14, 19, pi. cuntells Gios. 5, 2. Curioso che aA riflesso so-
prasilv. e engadin. di 'lilium', l'effetto dissìmilativo, che anche
r ital. ha ottenuto per g (giglio) , vada poi in gran parte pwdato
223 col passare di -Ij in -Ig (n. 97). Dilegui. — Di vocale [itonaj
' Circa rs d da vedere l'iudecisioDa del rìapetUro niimero. Ma l'afferma-
zione del Diaz (gr. I' 300, SS2) ette tu e rs più noa subiscano assimiluioD«
in favella romanza, non ai potrb ad ogni modo accettare senza riserve. Al
Bopraailv. cusselg ecc., già a suo luogo addotto, %i pud a^angere cussifif
Car. {cofuindr DB.) consegnare; a nei portogh. aveao troùeiso, avrerEO Ir»-
rerao, non si potrà certo vedere la eincope o una diretta couUuuazione ià
fenomeno latino.
' Cfr. venei. tuiiar allato a sui»ar, che é lo etosso osemplai'e; e n^'
napolet.: iusare = *tware = anfflare, iS(. crit. I 32 = 310.
;vGoo»^lc
§ t. Qrìgioiu; A. SoproMlva: Accidenti generali. 107
iniziale: guila n. 167, gizar a. 63, legra lagreit ecc. n. 3 e 190
io nota, vanxament 15, 37, cfr. n. 107, gidar chisar n. 89, ver
ii.2lò,gualiiA7QBstada. 1 (a«((HÌ8oprasa8S.DS.');«-[5-]=ex- a
{sienscher aam. 187; ecc.); cui et limiteremo ad aggiungere, pel
dileguo di o-oft-: sa stinar stinonxa, ostinarsi "ostìnanza' Conr.,
se-s/inor Ds '. - Dì vocale [àtona] mediana e finale; v. Vocali 224
àùme, pel dileguo delle quali si producevano i seguenti nessi
di consonanti: ds-, s-,fr-, tr-, «pr-; -mn-, -m-, -vl-.-vr-, -re-,
■sn-, -si-, -sm-, -mlj-, -m[b]r-, -ntd]r-, -Im-, -Ivr-, -Ig- (n. 190),
■di-, -ri-, -rd-, -nd- (= '-mCbìt- ecc. n. 157), -vd-, -mpr-, ■gl[a},
<l- {=-(ell- ecc. p, 58 n.). Si può aggiungere pr-, che è in priel
■foriel Car., priel ds. p. 107, caldaja (cfr. venez. paiolo, ecc.).
E ancora si veggano i num. 10 {al'd), 156, 115 e segg. — Di 225
fricativa iniziale: ora or n. 133, ma ò tale esempio che si con-
fonde col. D. 95; - di esplosiva iniziale, innanzi a l: lantagien e
flantagen, piantaggine, ds. — Di fricativa iniziale colla susse- 226"
guente vocale dtona, dinanzi ad altra fricativa, si che dileguasi
intiera la sillaba iniziale: leva = vuleva *vleva, ecc. v. HI, 3;
^tV less. = vignir v'gntr (v. pag. 43 in n.). Dai quali esempj non
sarà dissimile, comechè v'entri la ragion particolare delle fri-
cative omofone, l'infinito scher ('it'sA-, v. p. 41 n.; z'sér, cfr.
n. 96); e questo alla sua volta ci conduca a stera sextaria, che
è però un caso non limitato alla zona ladina. Notevole è anche
vuwch, 'nodo del tronco, donde si partono due rami' (Car. 182,
cfr. 22), vale a dire 'bifurcus', com'è chiaramente mostrato dalle
altre figure che adduciamo al num. 226^; nel quale esemplare
si dil^ua l'i e poi il h dinanzi a o (u), e con ciò tutta la sil-
laba a cui deve questa parola la propria esistenza. Abbandono
dell'intero qui-, perchè sari apparso quasi un pronome superfluo
(ehi-), abbiamo probabilmente in scadin, ciascuno, 'quisque-ad-
' Per questi due esemplari va oonfflderato il num. 03, e l'engad. al n. 231.
' Di «. grig. = Ai*-, T. HI, 4; e cfr. num. 289.
' Da Sale traduce 'sapore' per amùr; e Car. ha mitr sapara, Conr.; mu>*
»u«i. Foneticameute si potrebbero prestare ed 'amor-' ed 'umDr' (cfr. i
nam. 89, 46), ma circa il senso non appaga uà l'uno né l'altro. Aferesi detl'a
di 'amor' occorre del restante in tutte e tre le sezioni ladine de'Ortgioni;
coel: murar muronti lass. soprasilv., *amorare *amorante, amoreggiare ecc-,
th. pag. S5, n. 1 (a Mussaf. rendic. xlvi 128-9); mieoai soprasaaa. db. 70, be-
Kigao (smicheTole); ecc.
;vGoo»^lc
108 Alcoli, Saggi Uaiui, I.
-unum '. Abbandono di la-, per l'illusione che fosse l'articolo,
occorre in fandra db., Car. (Conr.: lavendel lafandra) lavanda,
lavendula, il cui f potremmo ripetere dalla pronuncia del ted. la-
vendel (cfr. num. 131 in n.; e circa il r, si vegga il num. 230).
Curiosa è la sorte del- verbo latchar; il quale, mentre pati-
sce, per ragione analogica, il dileguo di sch, quando ha l'ac-
cento sulla radice {lai egli lascia 18, 12, lais tu lasci Giob. 9.28,
ma lascheits voi lasciate 23,13; sul tipo schai sckascheits ecc..
cfr. num. 171 e C. Ili, § 3), perde poi la prima sua sillaba in
tchar allato a laachar (Car.; Da. schar 177,249.252-6-7). Si
tratterà, come testé ponevamo per scher = 'schascker, dì *iì-
schar [l]schar, o semplicemente di un altro effetto analogico
dì scher, a non piuttosto dell'abbandono di un'apparente ri-
dondanza, avutosi primamente in locuzioni come laschar-la[uj
(lasciar ÌA)Ì Mero dileguo fonetico non sarà per avventura pur
quello del vi- di 'vicata (spagn. oca vegada, Dibz less. s. 'Te-
ca'), volta, fiata, dileguo comune a tutti i dialetti grigioni: so-
1* prasilv. goda 18,21.22, basso-engadin. giada Car., ecc. — Di-
leguo o assorbimento di consonanti mediane: del e di ci atono, ecc.
V. 9. 'Effetti dell' accento', n. 218; del g ài gv gu [qu cu) n. 167',
177. 184, di d (t) fra voc. 203, 197, di n complic. 152, di l com-
plic. 11, cfr. 209, del v di uo {ub up) 129\ Dileguo di m non u
può affermare in suvig (sambuco) ecc. p. 69-70 n., comunque la
diretta continuazione della figura latina 'sabucus' qui alla sua
volta non si affermi cosi decisamente come nel prov. saùc o nel
vai. «oc. Il fdi 'furca' {fuor'ca num. 164), che vedemmo ridotto
a V (n. 132), ai rimane poi assorbito dall'u susseguente, in ba-
vorch buorch {Òuorlg), = 'bifurcus' K Sillaba mediana è espunta,
per ragione di tautofonia, in vardeivel-s 'vardadeivels 21 n. ; cfr.
moginas 108 n., nel quale esempio, considerato il partìcolar suo
' Mentre [chi\Kadin riverrebbe a 'quisqu'-ad-unum , l'ital. [chi]oaduiK,
ani. frc, cadhun ecc. riaalirebbei-o a *quiqu'-Eu]-UDDm. Cfr, D[ez leu. a. 'ca-
dauno' e 'ciascuno', e i succeuivi spogli. Circa l'abbandono di qui-, tajrabb«
da confrontare quello di -que, che eì proponeva al num. 309.
* Circa il preciao valoTB del tenniae grigìone, v. il n. SS6'. Per le figure
che ora adducemmo, aempra dal Caritcb, manca l' iadic azione che qMttìt.o
al BOpracilvano, ma li sujipliice con aufficiente eicurezia aU'omÌMÌone; cfr.
C. V, § 3, s. 'buorchia'.
;vGoo»^lc
S 1- Qrigioni; A. SopruelTs: Accìdwiti geoantU. 109
USO, non si potrà riconoscere quella riduzione per semplice dile-
gao di vocale {martino) che ci sta dinanzi nell'ìt. mattino ecc. —
Dileguo 0 assorbimento di consonante all'uscita latina o grigio-
ne: Il 31, s 137, n 144, m 154, e {-co) 166, t 198, d -do 204. —
Di 'quomodo' rimane pur qui la sola prima sillaba, n. 49, cfr.
Zeitschr. f&r vergi, sprachf. XVI 123, 124. Aggiungi-
menti. — Di vocale meramente prostetica, non veggo alena 227
sicaro esempio. Se allato ad agnifmào 203, consideriamo la or-
tografie de'lessici (ds.: agnif ignif; Conr.: ignif ignieu; Car.:
igniv gnieu) , saremo portati a conchiudere che si tratti di ar-
ticolo concresciuto [ilj-njif, cfr. n. 229) , con a per », come suole
nella protonica (n. 81). Dai less. si aggiunge aveina vena, dove
\'a dee provenire dall'articolo. E ancora v. il num. 90. — Né 228
Tocale veramente epentica sarà facile rinvenire in favella che
espnnge cosi gran numero di vocali; e i soli tre esempj che io
sappia addurre, prescindendo da i'u = iu (li, 3) e dalla separa-
zione della duplice consonanza alla uscita (n. ai num. 90 e 190 *),
sarebbero: farein, plur. fareins, frenum, Giac. 3,2.3, Apoc. 14,
20'; saccuder (sa saccuder commuoversi 24, 29, saceudeit scuo-
tete 10, 14; Car.: saccuder, Conr.: sacuder; cfr. savente ala. 90,
e il soprasaas.), ex-cutere s-cuotere =* ; 6 lagutter Gìoh. 7, IQ, ta-
guoter Da., lagitotier Car. (n. 64-5), inghiottire, cioè: *glùtere
(cfr. fri. glàtti) 'ghelótere ecc., num. 234. — Consonante prò- 229
stetica può dirsi a mala pena il « o s dinanzi a consonante,
quasi rafforzativo, che pur qui si confonde colla spoglia di ea;
e dis, e gii ci occorse, in più esemplari, sotto S-. Da sch-ma-
ladir e sch-nagar 134, s-manatschan 81 e sa s-marmlgid 73,
tassiamo cosi a s-cumngiavan 104, dove si pui trattare di s
etimologico (s-cambiavano), e arriviamo finalmente a s-cum~
' Cmiaao è il caso di diember numero- (66; cfi?. dumbrar 145, 155), dora
H cucia una nuora « al posto dell'antica.
' oa.: frein (ctr. l'eng. aln. 21); Car.: farein frein; t. Schuch. »ot II 396.
' A raffermare questo ragguaglio concorrono eziandio il participio che dà
il Car.: cuom (-cuoiai) e il aost taeussa scossa, addotto dal Conr., e ab-
biamo per compimento la normal fase intermedia dall' e nella varietà catto-
lici: ijuoss, sequossa Car. 94. Ma va tuttavolta ricordato, che insieme si ha
'' piti genuino icuder teuoxs (Car.; Conr.: icuder tcuss, Ds.r acvder), treb-
binre, B ancora, all'italiana, seoder scoss Car., scader Conr., riscuotere.
;vGoo»^lc
HO Aacoti, Saggi l&dini, I,
manda 12, 16; 16, 20, che dice: comandò interdicendo, proibì
{cfp. il ted. 'ver-bieten' allato a '[ge]bieteD'). In Ig-iver 59 rico-
noscemmo concrezione dell'articolo; e pure il n di n-ttvil ovile
G. 10, 16 (soprasass. ovil ds.), già notato dal Diez, avrà la sua
230 ragione preposizionale. — Epentesi di consonante tra consonanti:
n{d]r n. 147, m[b]r m[b]l n. 155 '. Qui può parere che spetti an-
che il riflesso di 'peàìcalaa' iploilgs pi. Es. 8, 17 (os. : sg. plùogl.
■pi. plMgls), primamente: piulj pjulj (pi[d]alj, num. 203e24;e
cfr. MB.), sicché veramente vi si abbia plj (pijulj piulj) da pi,
fenomeno da raccostarsi a quello di tnn; da mm) al num. 104,
e avutosi anche altrove ^; ma pur sono maggiori le probabiliU
pel mero sviluppo di l tra la consonante labiale e la vocale (cTr.
il num. 230 soprasass.). Qui all'incontro sicuramente: targli-
Hor = targinar tardinar num, 106 in nota {rlj = rg\ Carig.: &e-
-targlini = dimoreschi , sì ritardi, fermi, pag. 13) ® a cui si ag-
giunge i[n]glia {nlj = ng) pag. 93 in nota. Sviluppi di j dietro
consonante semplice e composta, mostrammo in n. al num. 172
ed altrove. Sviluppo di r dietro a nt nd: suenter ''sequentre
n. 177, minder n. 151, cui si aggiungerà fandra n. 2S6, mai-
grado la forma in '-dula';- dietro a sp: viaspra Car.* (vesp-a
soprasass. ns. e alto-engad. Car., veispra basso-engad. Car.),
231 vespa. Casi di epentesi di nasate ìnanzì a consonante, oltre quelli
che si trovano ai num. 157 e 104, e render reddere 16, 27, che
è un esempio romanzo-comune, e cumbel cumbet Conr. Car.
\cuornbei os.) cubitus, gomito, che è uno del quale partecipa
anche l'Italia, sono ancora: lingiér less. spedito, svelto (cioè:
'leggiero', v. n. 76 e soprasass.); unfrir unfresche unfarenda
(offrire offri! offerta) 5,23. 24; 8,4; ampameit n. 151, ambU-
' Potrebbe a prima vista parere che per str (*/tr) da n- qui dovesM sten
fb-wbaviteCoDr. Car., ted. «cAi'nu^; ma te figure engBdiiieai(3erau/'seru^ ecc. :
Car.) persuadoDO str - tkr,
' Noi valaco d'Istria: plierd = pierd perdo, cljtptu (pljeptn) =pMftw petto;
rStud;' crii. I 61 -23&\ e quello stesBo dialetto ci oflHva pure mnj=mj, t. co-
pra, p. 52, n. 3.
* Megli eugodia. ip-ailjga invilga ittoUja iuTidia, cbe s'incontrano ai rispet-
tivi luoghi, avremmo la stessa epentesi, in caso grandeoiento analogo (ij il
Iff Ij), ma dietro a vocale; cfr. Schuch. vok. II 490.
' US.: vespa viaspra, gaÌB,\roaeT>iespra gronda; Conr.: vespiavioipa, cespi;
s. 'vespa'.
;vGoo»^lc
§ 1. Qrigiooi; A. S^^raselra: Aeddenti generali. HI
dar (ptc. amblidau 16, 5) 'oblitare (provenz. oblidar) obliare «.
Epentesi di v, onde rimediare all'iato che si predace per dile- 23&
guo di consonante: n. ^>3, cfr. D. 107^ ^ In umbriva umbra 17,
5, allato al fri. umbrte, ital. ombria, il e non è epentetico,
ma fa parte dell' elemento derivativo che si rivede in umbriv
ombroso Car. ». Circa piover {jj^ooèua pluèva Conr. gr. 59) vedi
Jt num. 63. Di iato grigione rimediato per j: ruir ecc. a. 203,
econ^' in g: ragisch allato a risch (*r[a]lsch) Car,, radice-,
iium. 106 n., spugentar num. 70 n. Anche all' iato latino di
jìrttina dev'essersi rimediato per j: *prujina, Aoaà^ pntgina
e finalmente purgtna {db. ; Car, : purginna) , secondo la norma
del num. 124 *. Per ( epitelico, vedi il num. 156. Gemina- 233
zione: móller 50; firma frinna fastchinne ^nna 33, ma cfr,
il num. 237 sottosilv.; Igimma 33 n.; fmna eumminna Iginna
' L'Izuerziona della nasala dcTe euersi occompagDats in questi dne yerbi
*à na astremo Afflevoliraento della vocale iniiiale ('mprander 'mblidar), dalla
qnal condirione paMarono a eonfooderei defluitiTameute tra quelli che portano
il preSaso tn (ani- Boprasilv. = *ttn- Atono, 81; cfr. eug. imprtndtr appren-
dere Car., basso-eng. ijtelidar Car., tmAIitlar Camp. ealm. 13, obliare). An-
cora in questa analogia: anflar (= afflar num. 116), cha ricorre nel Carig. e
uche tra i riformati, enfiar ve. 313. Mei rifleaao di 'aequali-' vedremo ata-
bilir^ il medesimo rapporto, ma per nu movente particolare (num. 231 eng,).
* L'epentesi di e ci risultava dietro ad w, ed anche dietro ad t da w, ed
■=ì laL, ma snsaeguente un w antico o moderno. Altrove si vede anche tra
a ed a ecc.. Dui gr. Jato III; e dovrà por esaere tra et (da ì) ed e, nel
tn. toif (*f ^D-« se[d]e sitis ; cfr. venax se = te[d\e), che sarebbe un collate-
rale e non nn derivato dell' ant. frc, toi ecc; ma il Maestro qui ancora parìa
di ^da t (gr. I' 2S8-9). — In adual, uguale, conforme: ti ili hot faig adual
4 nw tn li hai fatti uguali (ugnale) a noi 20, IS, non possiamo vedere l'epen-
sUsi di d (cfr. DikeI. c), malgrado il fri. aua^. Mabansl: ad-val, cfi'. n. 177,
e nel soprasass.: ener adangval, allato a dval tner, db, b. 'uguaglianza' e
■parità'.
' Cfr. nello spago.: sombra sombrla aombrto; e notevole che ÌI * initiale
ràppaja nell'engadin. nanbrioa = umèrii>a sopraailv.
' Cosi la metatesi ha il suo perchè, e insieme é normale lo </ daj. Lo
SrsurH. all'incontro, vok. II 519, parla di semplice trasponimenlo dell' u, man-
iiiiio piirgina col venez. borina, che io del resto non trovo nel vocab. del
l'^TRMRCEii né in quello del Bobbio {sec. ediz.), e ad ogni modo entrerebbe
m una corrente diversa, come si puA vedere presso il Diei, less. s, 'brina*.
Il quale perd, alla sua volta, dovrà ormai riconoscere che il mil. prinna,
<l«l pari che il frc. brvine, l'ital. brina e il soprasilv. pttrgina, rivengono
s 'imùna', che ancora è iotatlo nell' engadinese {pruina Car.).
;vGoo»^lc
112 Ascoli, Sa^ Udini, I. I
Iginnadi 59, ma ancora cfr. il 237 sottosilvano; parsunna jur- j
dunne tuttaiQ; burina (dtmunm's 7,22) 52; domina clotnman';
234 blastemmal8;temma^;tntta^. Metatesi. Vedi iln. 134
(ScHUCH. Tok. Ili, 187-8); e nella stessa direzione: pùlmin ns.
=pZumm 30pra3as3.ib., piombino; all'incontro: p/usc^ins d.21.
Caso comune a molte favelle romanze è quello di singlut san-
glutt less,, 'singult-; e un caso soprasilvano, in cui si complica
l'epentesi, avemmo al num. 228: laguótter {ghSltiótter), dove
però va considerata l'attrazione analogica di gutter guolterlesi.
(D8.: 'gozzo della gola'), la quale ci condurrebbe al num. 220.—
235<* Attrazione. — Il solito fenomeno di attrazione è sul campo ro-
manzo quello per cui s'ha dietro alla vocale tonica l'i o ì'u
che nella figura etimologica precede ad altra vocale nella sil-
laba che sussegue (per es. : frc. contraire = contrario). Ma non
mancano, dall'un canto, casi romanzi in cui sia attratto l't o
l'u ai quali non sussegua altra vocale, come pel soprasilvaDo
noi ne ponemmo ai numeri che si richiamano sotto il 236; «
va, dall'altro, considerato, che spesse 'volte, cosi sul campo
romanzo come altrove, l'attrazione veramente si confonde con
quel fenomeno che già avemmo a chiamare ài propagginazioM
(p. 83 seg.). La propagginazione è alla sua volta mediata o imme-
diata, e questa e quella di due specie: 1.° la regressiva, quando
l't (j) 0 l'u si propaggina dietro alla vocale tonica della sillaba '
precedente (lingua liungua), o quando l'i o l'u tonico si pro-
paggina dietro la consonante che immediatamente gli precede j
(ft tji) ; e nel primo caso essa può facilmente ridursi alle sem- ;
bianze dì una mera attrazione (liungua liunga);- 2." lapnh ,
gressiva, quando l't (j) o I'm si propaggina dalla sillaba accen-
tata a quella che sussegue (divino, divinjo), o quando l't o In
tonico si propaggina inanzi alla consonante che immediatamente
gli succede (dir dìjr ecc., v. il soprasass.); ed a questa noi limi-
teremo per ora la denominazione speciale di propagginaziom-
235* assegnandole nei nostri spogli il num. 237.- Attrazione di j (O-
V. i n. 9. 47, 172 n.; e il C. II, § 5. Si aggiunge: sa martuira,
si martoria (cfr. 'marturiare' ap. du Canoe) Is. 58, 5; e ancora:
guila less. ago da cucire 167, sa ha l'accento suU'u, come tutto
236 fa credere (cfr. gulia soprasass. Ds.). - Di m (v. Il, 3): lieunga
lingua ('liuhgfuja) n. 185, che è veramente un caso di propaggi-
;vGoo»^lc
g 1> Origioni; A. Sopraseha; Accidenti geDsrali. 113
nazione regressiva; pttfMn(7 il grasso (= pingue •piang[u]-), Conr.;
Isckunc cinque {"ciunqlu}-) 14,17'; — •loung[a] 'lueitng^7';
'lueug[u] ecc. 53. Propagginazione (progressiva). Poco o 237
quasi nulla è da notare, nel soprasilvano , per questo fenomeno.
Sarà nnj da nn (v. p. 86), e non inj (enj) da in, negli esempj
che avemmo in fine del num. 66, come anche persuade la forma
addotta in n. al num. 159 dal dialetto di Tavetsch, la quale per
certo va letta guventelna {e non -tecna). E in schilgiusia {silju-
sia) ecc., n. 143,110, andrà piuttosto ripetuto l'i dal Ij (n. 76),
che non questo da quello (cfr. il sottosilv.), tanto piii che si
tratterebbe di un t àtono; ma giova tuttavolta considerare la
varietà provenz. gilos gilosia. E ancora cfr. il n. 184. Al- 238
terazioni ascendentali. Le alterazioni fonetiche formano
dovunque, per la lor massima parte, un complesso omogeneo
che potrebbe dirai digradativo: gutturali che si fanno palatine,
tenni che si fanno medie, medie che sì dileguano, ecc. Ha 6 noto
come non manchino fenomeni che danno un movimento inverso,
e si potrebbero dire ascendentali. In questi entrerebbero, per
sorda da sonora, anche i casi di f- per v- che sì dovessero rico-
noscere di mera alterazion fonetica (v. 131 n., in ispecie del so-
prasass.); e non ci mancherà ne* successivi capitoli qualche altro
caso analogo. Intanto ricordiamo qui ancora la seconda parte
de] Dum. 108. Per 'pese pesce, ih. e 138, non darebbe analogia
conclusiva il valaco merid.|)esc«; cfr. l'albaa. pisftpeift.
B, Sottoselva.
A Tolere iodicare con qualche accoi'atezza 1 confini di questa regione
intermedia, e le BuddÌTisioni ene, bisogna spendere piti parole che aaa
oeeorrano per le altre, lo mi ci prOTerO, valendomi degli additamenti topo-
grafici che mi fnrono favoriti dai professori Cauihadà, Bùhler e Scbxl-
UBinu, della scuola cantonale di Coirà, e sempre eoosultando la carta
del Dulbiir.
Faremo partire il confine lottosihano dalle vicinanze del SingalipiU,
cioà dalla estremità settentrionale di questo territorio dìalettologico, la
quale tocca la frontiera del Cantone, formandovi come ona pnnta; ed in
' Anche tmmg potrebbe qui spettare, confuso cioè l'w attratto, o propag-
gioato, con Tu del uum. 13.
ArehiTio glotlol. lud. , 1. S
;vGoo»^lc
1 Ascoli, Sag^ ladÌDÌ, I.
linss qiiMÌ perpendicolare omo toglierà il Reno anteriore al couAosnb
della Rabbiusa ', Di là ai conduca ia siao al Oraukom, per la linea che
divide il bacino della Rabbiusa da quello del Reno poiteriorti e voltou
poi a eod-est, passa al nord di Sufers, taglia il Reno potteriore alli
Ro/fla, e raggiunge la frontiera e! ve ti co-italiana nelle vicinanze del Su-
rettaham. Seguita qneata per tutto il contomo della valle di Eout, il
confine aottosihaao s'interna di nuovo nel territorio svizzero, all'aagalo
che forma il Mddriser-thal colta Val StarUra; tocca il WeUtberg, >
ài ìk, per le cime che etanno fra il bacino dai Reno di Avers ' e qatllo
del Reno di Oberhalbitein, arriva al Se]iCÌ7ner~Pass; non lungi dal quale,
coincide col confloe dell* J^la Engadina, per piti non aepararsene in eiais
al Sertìg-Pass. Indi si spicca verso occidente, seguendo la linea cbg
■parte le acque tributarie ielV Albula da quelle del Landwasser, ao
■ confluente; e varcato questo fiume, poco lontano dallo sbocco, al nord
di Filisur, ai mette, fra Aloeneu e Schmitten, in diresioDe nord-oiBit,
traversa la postale fra Lai e Pùrpan, tocca lo Siati, e indi si combacia
colla linea che imprima divide la valla della Rabiosa da quella dal Rena
poaleriore e poi dall'altra del Reno unito. E sceao alla riva destra di
questo Renot rimpatto a Felsberg^ÌA segue in sino al di ìk dello sbocco
del Reno posteriore, per poi rispingersi al nord, fra Trina e Tamint,
a raggiungere il Ringelspilz, che è il punto onde partimmo.
Cosi questa regione ladina, dopo il breve contatto che alla Bua estre-
mittk di nord-ovest tuttora mantiene con la favella di Sopraselva, eì vede
ricinta dal tedesco ìu sino al confina d'Italia {Saoienthal e Rhein-aali-
thal)i e senz'aver potuto qui risentirsi dalia sua attiguità con la iavdli
italiana, ritrova il tedesco, nell'Aceri, che ancora la stringe in sino al
Septiroer. lULsentato poi per poco il distretto semi-italiano di Val Brt-
gaglia, essa rimane attìgua alla taiia regione ladina in sino al punto
che di sopra indicammo; ma à un'attiguità alla quale contrasta un'alti
parete di monti, che non concede se non t 'due passi del Gnidio e del-
YAlbula. E dal punto in cui il confine sottosilvano si stacca al nord dal-
rengadiueie, Ja favella tedesca lo ridnge ancora per tutta la Inngbeiia
cbo gli resta.
Le suddivitioni dialettali di Sottoselva generalmente na secradano,
coni' d naturale, la ripartizione corografica; e il loro numero é proponio-
nato al grande frastaglio di questo terreno. Setta diversi distretti diiM-
tologici ne converrà distinguervi: I. Il PUun {Boden), alla estremiti
settentrionale della regione, limitato, a mezzodì, da una linea che con-
preode Rhàzuns ed escluda Feldis. La parta piti considerevole di quatto
' Da non confondersi colla Rahiosa, che sbocca nel Plesaur al aud-
Sit di Coirà, e sarà poi nominata anch'essa nella descrizione del noitro
confine. ' '
* Averter-Rhtin dice il B.eDEKXB, La Suisse et Ite partiet ZimiiropAtJ
de C Italie ecc., 355, 392. Nella GarU dal Dlfoub si leg^e Ar>ers«r-B{ach).
;vGoo»^lc
g 1. Qrigioni; B. SottOMha: Esordio. 115
dùtrelto, dalla quale gli viena anche il nome, è quel tratto di piaDUra,
farteall'eit e parta all'ovMt dell' altims meìods del Rana poìteriora, nel
quia giacciono Emi, Boiadui e Rhdtuns '. II. La Montogna (^«im-
jettb€rg), al Tenante occidentale del bacino del Reno poitariore (termi-
luita, a meniodl, dall'orlo msrìdionala dsl territorio del Nolla '), III. La
Tamliasea {Domltiehg), rimpetto alla Muntogna, at Tsrsaivte orientale.
IV. Scboms (Schams), aentrambi i versanti, coli' appendice di F«rr«ra
e Canienl (e Val Emet). V. Sut-Séas *, a oriente dei dae dictretti che
precedono. 11 limite merìdionala na è detarminato dalla linea ohe Bapara
la Tallo del Beno iCOberhalbitein da quelfa dell' A.tbiila; e la proeecn-
lioua di qaatto Umile, Balla riva sinistra del detto Reno ', inchiude Moni
nel Snt-Sdes. Ma al Tinxenhom, il confine di Sut-Sées si spicca verw
il nord, e raggiunge quello della regione tra Alveneu a Pìlisur. £!ntro i
limiti di questo distretto, rendeai poi opportuna ancora una diatiutione,
della quale tocchiamo più tardi (pag. 118). VI. Snc-Séea.VOberhalbslHrt
dei Tedeachi, ed é la valle del Reno'dello stesso nome {OberhalbsUitur-
BAtin*), VII. Lo scomparlimento che ancora ci resta, alla estremità
Mìentala dalla regione, che diremo il distretto di Pilisur a Bravugu
(Beririin), ed lia sue particolari coedizioni, come tosto ai vedrà.
Thutig a Tichappina, nella Mantogna, a Uutta (Jlfutt«n), all'estre-
mità occidentale di Sut-Séfs, eoa paesi di fkvella tedesca, e poco meno
' La altezza rispetliTo di questi tm paesi, s(»io di m. 573, 654 e 648.
FeldU, air incontro, che si ritrova edbito dopo, nel terzo distratto (Tum-
lia«pa), à a m. 1483, e Prdi, nel secondo {Uuntogna), a m. 1186.- Alla
sinistra del Reno anteriore, è Trirns il solo luogo di qualche c<mlo che
(petti >1 Plaun Ma Flrms, che s'inchiuda nel territorio soprasilvano,
avrebba, secondo il Bubleb, un dialetto che oscilla tra le favelle di
lopra e di tolto Selva.
' Goal ù legge sulla corta del Dl'four; quella del Memoold ha Hotta.
' Cioè Sotto-Sasso; v. la nota al nnm. che segue.
' 'Fiume' ai traduce per rei'n nel dS-, cosi pel sopraaUvano come pai
sopras&Bsino; ol. (t. pag. 118): mgn 43.
> Il qnal fiume però, dal Saeso {am Stein) io gib, corre nel distretto
a cni demmo il nnm. 5; onde a quello viana il nome di 'Sotto-Sasso',
laddove d 'Sopri-Sasso' (= sur-sées, óbgrhalb-stein) il distretto di cui
ora si parla.- Da Sale, coma già sentimmo (p. 5), scrive Sorstt col t
iSursitt); ed à una varietà onomastica, la quale, secondo lo Scb^lli-
BAUX, é propria dei Qrigioui di favella italiana. Sarebbe pei'ò, ascondo
il Pi.Li.iopi , anche degli Alto-Engadinesi. V. ancora il C. VI.- Nella de-
nominazione di Sur-tneir (sopra- Mu ro) , che ci occorrerà tra breve, si
comprendono Sut-Sdes e Sur-Sées. Las munis. 'le Mura', era anticamente
il nome del passo che taglia il confine tra la Tumlìasca e Sut-Sées, alla
riva destra dell'Albula, ed oggi é detto Schyn o Schyn-Pais ; e Sopra-
Muro divenne quindi il noma generico per la regione ad orienta di quel
passo, dalla quale l'Albula irrompe nella Tumliaaca (Schallibaum).
>vGoo»^lc
!6 AkoIì, Saggi Udini, I.
che affatto tedaaco è ormai aocha Sili, che ai comprsnda nella TamUt-
■ca. Stalla o Stnio, ia Snr-Sdes. ba acuoia e chiesa italiana '. b otém
alla religime, preTaigono nel Phna i cattolici^ nella Hantogna e nelU
Tumliaaca i riformati; quasi esclnaÌTanieDta oattoliai sono i ladini di Snt-
Séae a Sur-Séas; e rifaraiati quelli del diitretto dì Filiaur e BniTugn.
Ma par vMiire all'ordinamento intrineeco delle Tariate dialettologiclic,
i Bette dittretti dì sopra enamentti ai potranno opportnnajneite diatri-
bnira in tre lezioni longitudinali. La prima *di eete, a partire da occi-
dente, si comporrà dal Plaun, della Mtinlogna, dalla TufiUiaaea t di
SahoMS ; la aacooda , di Swt-Séei e di Sur-SSai ; la tana eoneterfc di Fiit-
(wr e Bramigiti e, in generala, quanto pib ci avanzeremo, di aaiiaiie
io aeziooe, e anche per entro una aazione madeùma, verso oriente, i ■
quanto piti aoenderemo, eatro i confini dì tua aetidoe ateaaa, v«rao ma- i
zodl, tanto piti ci BCoat«:emo dalla favella di Sapraaelva, « tanto pt (ì ;
avvicineremo a quella dell'Engadina, ed in iepecia dell'Alta. Cod, ace-
gion d'ewmplo, V -Att = *-ato,'atl participio della prima cooingaaaie, 4
ancora nel Plaun come in Sopraselva; nella Uantogoa si oscillarebbe tri
~ó ad -du; nella Tumliaaca aiamo fermi all'-d (o*); in Schoma già Rag-
giunge là piena conformità coll'alto-engadineae miche nel participio delle
altre conjugazioni (durmiaecc, v.n. 35 e 60); a man mano che BCendiuno
ver«o mezzodì, tonto piti ei fa frequente, in qneita sezione medesima, l'al-
terazione palatina nelle antiche formolo e+a a 3+a. Alla caratterìitici
generala di Sottoselva, che é l' alteraiioae gutturale del n Ed detennin^
combinazioni (II, 1), ed al fenomeno, comune con varia frequenza aiicb«
«Ila prima Beziono, della vocal palatina dall'a in accento, dietro aanooi
palatini o palatili ', ai aggiunge, nella seconda, un aepandimento dell'I
di fase grigione anteriore (dwrtnetr = dunnir, tn«ir=mir miìr, n. 33,591,
il quale dk luogo, nel distretto meridionale della lezione ateaaa, ad nn'il-
teraiioDd successiva (durm^Ar ecc.), che è a&tto connaturale aU'aUo-
engadiness. Nella terza seziona, cioè in Fitimr e Bravugn, di taotd
ancora ù abbrevia U distanza dialettale che ci separa dall' Alta-Engi-
dina, che puA «nidore legittima controverala se a questa regione, pivt-
torto che a Sottoaelva, non si abbiano od ascrivere i dialetti a coi
allùdiamo. E dovremmo risolverci per rBogadina, se ì erit«rj mescolo-
gid qui avessero a prevalere ; rispetto ai qaali mi limiterà per vra a ci-
tare i perfetti sulla stampa di s-etmtrett (ìdSu. : s-cvntrer, ìnconlrani
* 'La gente di Bìvio (Stalla) , che origina probabilmente dalla Bi«>
gaglia [v. § I, C, esord.], iatende gli altri eoprasàs«ini , e ne A ialett;
ma non mi é dato di procacciarmi alcun saggio di quel dialetto. Ugnili
tono, rispetto all'idiòma, le condizioni dal paesello di Marmorera (]Ev-
mels)'. Sca.iSLLin*UM.
' É fenomeno pel quale ood mancano prodromi aopraaihaai, coma gU
fta avvertito ai num. 3 e 161 di quella provincia. Ma A in ispecie da
vedere, tutoroo ad esso, il nnm. 219 di questa.
;vGoo»^lc
g 1. Orì^ODt; D. SottoMl»: Perdio. 117
tcewàen; Brarugn), atmpret nutnnetttn (compera, nominarono; Pilùnr),
B il tipo d'imparfatto cho ci f«rà mostrato dal ama. 21, dove però u&mo
■Ile eoodixioni dell' alto-MigadiiiMe odierno per la lÌTallazìons delle iòrme,
ma a igaatla del bmo-engt din—a per la t«mpr» del dittongo. Seoonché,
Dsir ordine fonoio^co, ben pOMono parere argomenti deeiaivi Ve oostaota
per Va in accento fuor di poeixioDe, e la palatina a&tto nonuala nelle
forinole e+a e g-t-a, che ci occorrono, alla fo^ìa engadineae, nei dta-
Utli di Fiiitvr e Branuffn, né manca qnalelte altra particolare con-
coTdanxa fonetica che non ra dì eerto trascurata; ma smo tottaTolta
mnneroea e grari la diTergenu per le qaali queati dialetti ai staccano
dall'Engadina in generale, e dall'Alta in iqwcie, e lono diTargenza la
qaali tatto ai risolvono in altrettknte concordaoie col aottosilTano ; sicché
mi parrebbe afiiitto improprio il diaginngarli, nella trattaalone fbndogica,
dalla provincia alla qnale por ge^rafieamente essi appartengoBO. AUndo
in iqweia ai riflessi dalle importtnttaaima basi latina: t, ^, 0 in poaìi.,
u, cf; e riohìanu), rispetto alla eontinnazitme di ci, e pardi ff, una con-
nessione afflitto speciale, e del reato natnraliadma, tn Filitue-Braevt/H
dall'una part«, e le Tarietà orientali di Sut-SJti dall'altra (num. 172,
188-9, 06)> Lo qtog^io di FUintcSraougn ataouerebba in aingolar modo
nella provincia engadinese; ma gli va aseegnata, in Sottoselva, %aa cir-
eoBcriiione distinta, la qnale iminediatamenta precederb all'EogadÌBa *.
Le ambigne coodisioni di quel distretto dipaodon &r«a da mìgrattoai af-
fitto moderne '.
L'e^ilyroiione dei dialetti aottoailvani d proprio aul nascere, e non
pud vantar floora, per quanto io aappia, sa non la acute osservazioni
dallo SoHUCBaKDT, dalle quali é tenuto conto al num. SI9. Tanto piti
■tratto a me correva l'tAbllgo di proflttar con qualche larghezza dalle
fonti cui m'era dato accoatanui; tra le quali apatta il primo poeto al
libro del Dà Sau, gik oitato per disteao a pag. 6. Da questo Diurne,
cod ingi natamente obliato (poiché ben ai cita da qualche autore, ma non
Teda ^cuao che l'abbia messo a profitto), io trassi tutto ciò clia mi i
pano utile ad illustrare la tavella aottoaalvana, con iapacial riguardo alle
BDa attenenze con le altre Svelle ladine de' Orìgioni. Lo spo^io dell' opera
del Da Sale sta naturalmente sotto la rubrica di Sui^des, ma va ve-
' Mandare Filiaur col aottosilvano, e BraTugu coli' alto-engadineae,
coma fa F. R&usch, GtachiehU der liUratM' des rhdto~romaniick. vol-
^ ecc., p. 27, é arbitrario. Lo Scbuchahdt, Itw. 3, <& di Filiaur-Bra-
vagn una diramazione iàV alto-tngadìneM , parallela alla diramazicne
che g'ha del basto nella Valle di Munsteri ma è un parallelo che mal
Ù regge. Anche il Paluopi mi dava Filiaur-Bravugn per una dipendenza
dialettale dell' Bogadino. Ma il Buhlib «odo che annovera il dialetto di
Bravugn tra i eotlosilTanì.
' Oli atatuti di Sraougtt dei quali si hanno aaggi nel libro del Mohr
che tosto citiamo, eono di favella allo-eogadineae.
;vGoo»^lc
) AlCoU, Saggi IbcIìdì, I.
doto, intoma ft qnssU limitaiione. il n. 337-8. Per 'soprasilTsno', t^t'al-
tra, li deia intendere , nel cono di queito ipoglio, la varsieDe Bc^roiilitos
che è usilo steaao libro; e di regok A man tenuta, per quanto bartmn,
la traduzione italiana del Da Sale. Dova manchi nel odo vocabolarìo il
termiae di Sor-Sdai, dovrebbe ritenersi, giusta la aua dichiaraiione ge-
nerale (p. 49), che «BM> non sia diverso da quello di Sopruelva; ma di
queata, affermaziona per Tia di ailenlìo, mi 6 dovuto parer cauto con.
profittare. Qualche riearoiineDto per la parta del leasìco alla quale cmI
rìnnnziavo, si avrà dagli spogli delle altre fonti, tra le quali sono sBeora
di schietta favella di Sur-Sées: ìa cvoetà doctbeona, o htbuiuiht dt !
quella» tgiosas, tge mintgia Fidevel Chriitgiang i obliea da taeeir, -
Ko la Sowtgia Cattolica, Romana Battigia tnutta. Mesta giù en fio- I
matucfi de Sursees per comond...; Booaduz, 1755 (la cito par OTa.); li ,
Copeia digl eardevtl Originai digli StaluU e Schantamains digl OM-
recel Gumegn grand t Criminal da SurstM mett an Ruttuuuek ia
SurseM Anno 1S07, favoritami dallo ScB^LLlurw, coU'indicaùone elie
provenga da Tinten (la cito per Timb.) ; e due saggi di BiiaLKR (Contert
e Savognin). — Un tentativo, pib o meno ardito, d'idioma letterario, onia
di un linguaggio eclettico da renderti comune h Sut-Séea ed a Snr-Sdet,
potr^be da taluno aoapettanì net Codaich da liger per la sagonda clmtt
della» scolai eUmentaras rumansehas an dialeci de Surmeir ' ; tranitttii
antra» ena toeietad seolaatica (cl.); Coir», 1857. Uà il varo sì d, cbe uw
importante aeziooe del distretto di Sut-Séea. alla quale spettarlo: Xtxu
al sud dell' Albula, Tiefenkatten (Casti, Chaeté) alla sua riva siniitn,
ed Aloasehein alia diritta, ha una favella che ai rimaoe eatrauea sgli
speciali distintivi delle altre varieUt di Sat-Sdes che a sno luogo regi-
striamo, ed in fondo iton diShrÌEce da quella di Sur-Sésa se non per in
carattere che si potrebbe diro negattnoy per l'aasenza, cioè, del ttmo-
meno che da noi si considera al nnm. 237-8 ' ; ed a questa Tarietb me-
ridioDBle sottosdtiina spetterebbe in realta il Cadasch da liger, cent
ancora le si potranno attribuire gli Statuti di 0berhaib»ttin e Tttff
Jtaitsn in parte riprodotti da Ulr. Mohb nella Oeordnete gesetiei-tanm-
lung und grundeàltliche uebersiehten dtr 18 erbrechle ecc. (MB')'
Coirà, 1831, p. 145-55, e, per quanto si pud vedere, pure il ritpeKi")
saggio dello Stalueh (v, sopra, p. 5). Lo spoglio di queste scritture potri
quindi rappresentarci una varieta sotto^sàssina-^ ma lo terremo sceverilo
dagli altri spogli di Sut-Séas ', e lo faremo precedere ImmediatanenU
' Sappiamo che in Surmeir si comprendono Sut-Séas e Sur-S^; v> h
n. a p. 1 15.
' Mi fondo'ia iepecie sopra un saggio di Mone, favoritomi con bnK»
annotationi dal prof. Josr, della scuola cantonale di Coirà; il quale tr-
ferma, e mostra, che le varieta di Tiefenkaeten e di Ahaeehein sue
affatto simili e quella di Mone.
' Spinto dal bisogno, mi permetto di foggiare gli aggettivi lotle-ni'-
Jino a eopra-tàtiìno, sulla stampa di Val-Srissina. — Nello spogl*"
;vGoo»^lc
§ 1. Qrigioni; B. SottoMhs: E»>rdio. 110
al sopra-aditino. Per 1& Muntognft e la TumlIkBCA do éMmpJ che
io stewo ho «eutito, e rodo quindi tnucritti secondo le boat» tKHma; e
in Dota aggiungo uampj e Tarìanti da altre fonti'. Per Schora* e
par BraTUga ho raccolte mie proprie, che metto nell'AppeDdiee; e qui
mi Tslgo, anche per questi distrettì, dei saggi del Bùblzr, che son poi
l'unica mia foDte pel Plana '. Per Filisur, finalmente, ho potuto
(«sfittare di tasti manns'critti, che si doTono alla penna del signor Lo-
utn, landammano e presidente circolare, di coU.
La tradniione si omette quando pare superflua od b pronta net luogo
corrispoDdante dello spoglio soprasilTano. E ancora ri tolleri l'aTTertenia,
euere il -a di plnrate quella che accorre disgiunto dal resto del noma
nello spoglio sottosilTano; laddove nel soprasìlvano accadeva disgiungere
il -f predicativo.
A tonico.
1. Plaiu- 1. 2. animal-t, q%ial, qualitads, o&fcrcor, consumar; stati, tiardaw,
dacentau, moMau; twnaiivala, 3. m<tgliir, -àr (-maglia; tpitgeaoa aspet-
Uia); cfr. maglièu, tartgeu n. 172. 4. mo. 5. 6. ifamon, ptùh, ea^sigor'i-s,
pon; iruni. 10. 1 1. OMfer. 13. on, lonieher. 16. vaschinonxa, mal-gidonia
(la male- aitaste), tar-lisckonl-t ('tra- lue cuti', brillanti), acon, a/fons (u/f.),
del CL. ecc. ho del resto badato a non ripatare ciò che s'incontra nel ao-
pruissino db., che é come il fondamenta di questo nostro studio sottocil-
Taso. — Le altre Tarletfc sottos&ssioe che si trovano qui roppreitintate nella
rÌBpet(ÌTB rubrica, son quelle di Vat tura (Obenoati), Lonseh (Lsnx), Srin-
saalt (Briem), Alragni (Alvantu); e sì contrHddistingUOno per la corrispon-
dente iniziale, aU'infuorì della prima, che va senz'alcnu distintivo. Ebbi per
ciaseona un saggio del Bublsb, e per Lonich se ne aggiunse pur uno dello
Jl^ST (L. II).
' Io raccolsi gli esempi della Muntogna da Anna Cddii ài Prftì, e quelli
ddls Ttunliasca da Mar. Orsula Decdspar di Paapels (Pasqval), che sono
itabilite amendue in Milano. Il Bùhlbs mi diede per la Muntogna un eag-
^D di Som, alquanto incerto, e due per la Tumliaaca; Sehed e Seharawta.
Spogliai quello di Sehed. aggiungendo le varianti di Soharauns fra paren-
t^i rotonde. Uà per la Tumliasca mi fu ancora generoso di aboadanti saggi
uno studente di Viulden (^Fe(dit), e il loro spoglio è segnato per Bah.- Circa
alcune scritture a stampa che rappresenterebbero questo distretto, d da va-
dwB il C. VI.
' Per Schoms ebbi tra uggì dal Bììhl.; Ciraun (Zillis), Lon {Lohn) e
'(n<l««r; a distinguo i due ultimi per le rispettive ìniiiali. Di altri due mi
faioo quel valentuomo per il Piaun : Domat [Ems) e Trins. Do lo spoglio
di quello di Emst e tra parentesi rotonde le varianti di Trit%s'. Nello spoglio
dei saggi BÙRL. di Sehotns a Sut-Sies, accolgo precipuamente cid che diverge
li»! Plaun.
;vGoo»^lc
120 AmoIì, Sftggi Udini, i.
gron gronda. 17. eombra. II. Kiuitogna *. 1. S. Hit, stala, 'cor; dal flai\
infloiti: tafjd, eumpanà, gttdend, btmd, ifjd aacingara, lyiì, gugàipijAìtr-
gare, itrcà, tpild;farlic.: clamò *-iii&u, maljó; cfr. So 'Sau capo,eiIn.^-
(sW *»iia ftcqna. 3.jéda v. Schoma; te casa. 4. ^ua, la; fa, va. 5.6. dt-
mce'xM, sce'un sce'tma, l(e'una, pceun; mie'urt, Eteun 'èoeuna. _ T. fvm,
Strom. 8. Eam, eorr. 9. pumeV, cafarf. 10, \\.Ȉlta,oU, told, foli,cH-
iet. 13. intt'unca, jte'wn SADgUfl, ciunghél, st(SMnkél\taEnìer,rceni;\iiàii-
ga\, 14. sonS iònia. 16, ODfe'unt, gurte'wnta, ufce'un; cani; grie'un gra n-
da. n. fiamma, eómba. IIL TamllascK '. l.Iafioiti: cairìa\r\, rggitr,ttc.
Partic: clama', àaoantd', cfr. nam. 68.- cler. 3. ìofiaiti : ta(jér, {maìjir),
piljér, eumpanér, gudtnér, banér, sigér asciagare, batiir^ l^ir, catU^I',
fadigir, pliér, pijér pk^ara, ìertir, Ixètr laccare, spictr a. 172; ma K&'i
intatto: laiàr iar (v. n. 226" aoprslT.), ingrasdr, cunìdr, abraécàr. Imperfetij:
maljstia, bangoa, gudins'ea, li?st"', paljéoa pigliava, ùbligioa, serfétt,
pijéea pagava *. Partic. fata.: obligéda, pyéda.- péda, tésa, tétt *csQ, sU!ix,
viédi, pijida pedata. 4. qua, la. 5.6. dumdn; sdun, caritàun, laulu.
pdun; tnàvn, tdvn. 7. fom, Uòm, rom ramo, slrom. 8. lar, tam. 9,p»-
me, ealiiì (de), danirs. 10. 11. lilta, [mólta], olt, 'éold, falda, vóli, foli.
fols, f^ólias; óter. 13. miittncii, tàung, àunghel; iònser. U. sofTi; pi. jcni,
fem. làn^a. 15. coita, mantóna, gttdòn. 16. d-ava'nl, ufa'n, cwra*iUii,
ci"n[t]-; gratta grà'nda; ina damònda. 17. Hmma. IV. Schomik l. «*
tsehar, doDentava, (L.sguibchor, premere);- sfi>=*stau ecc. t. 11.68. 3.n»- 1
glidr (A. magUar), manager [ptcp. manate}ita] = manvxr manegiar Eopr^.< |
opinare, ted. 'meiDen'; acida *jeada *gada a. S26' wo^nlt. (L.: cun tn-ta[—]
' Msntogaa. Bùbl.: 1-3. spilgema; angannau, don, iiau (3to),i^i>
(d-itatt), obstn>d;- maglidr, geda. 5. petm; daman; carstgwn-s. 13. ouv.
16. aetttnt, tnal-gideunta, ttnfeunt-s\ larglisehonl-s , grand,
' TnmliaBca. Bùrl.: 1-3. ttusehar toccare ecc., sopraGÌlv. id., voce ^
baM ted-, t. V, I, {ittuchar; teattchar); d-ùù, davantà, caKò, ecc.; magtìt
e maglill (magliir), tiehartgatian (tfchartgeoan), spitgèaoa (ipetgtDa-l}; }fi
(= ^tda MDDt.]. 5. 6. dammtn (ditmaun); paun, (tanna). 13. aang {au*')
16. anOMn, targlisekaunl-s, graunda. Bab.: 1-3. aec. para, imperai- pi-
tadlad aacoltate (v. V, 3), sched laaciate;- [tseJiantichana] , aquitselut'o*
(iqttittcttar sopraailv., comprimere), parto, tquiltcho^- giaeuchear (jitn-
lehar lopraailv., deaiderare), sa pa-larchtar v. pag. 59, chear ehéora; diti
casa; già (= geda Mnot.), ntn in'iia, amprm'iéa; ckièu capo;- git d;-
Isg-s laghi; leich lascio, neachar uaacere, pléjaa piaghe, adeg (=adalgt»-
pnuilv. pBg. 88), trechia (= trackia aoprasilv., tracia). 13. \plaunKhM
allato al aost&at. plogns] \ balaunlscìm. 16. pusaunta possanza, fidaunsii.
bundatàiua, tpraunta, tatmt, matmt, amacauh gis (cfr. pag. 48 e 53], vf-
fauni, afdauhs abitanti, gravnd grauni;- camunda damìtnda, egli conisiiil'
domanda;- \on-s amiì, on* (soprai*, id.) enti].
' Circa il partic. paaa. nuuc,, v. il num. 219. CoU'd in é davanti a pa-
latina 0 a palatile: leg lago, fréja-s num. IBS (= fraja Coor. e aoprasa».);
ctr. la n. che precede.
;vGoo»^lc
S )• Grìgioiù; B. SottoMlva: 6. 131
ad no tratto; A.: cim effna ea)\ an-tsehartgetan A., cercavuio; apilseheoa
upetUTO, tartscheva. tartfffva a. 172 (ma tariffò = *tarìdv ptcp. A.]. 4. mo
(A. dm). 5.6.earstgians, da/nan, tana, pan. lì.oter A. 13. arte. 16, avant
an-acaftt, tar-lischant-s, mal-sehidanla; ma: vttfaunU (L. unfantt, A. u^-
fants); grand. 17. tffamSrn (L. eombra. A, tyo.). V. Snt-Sées. I. 2. oni-
Tnaf-t, ;ua2, ecc.; muontd ecc.;- ma. 'ò.jtda (B. fSda, L. AtdcE); ma^Jiiir
{aagitar B. L.); d-t^fistui guardavo *d e -oc 'la barn , t. n. 66, tcJiart^i<r A.)
izhiTtgtar B., icAiirt^fcan, cercare cercaraDo; spit3ehieva\ patertsckieva
n. 172.- [cleramainKk a. 151]. 4. o-I ha-egli. 5. 6. carstgam, aamn (aie)
sano, àamam, mam-i (mani, parti), pam; ma; tannai. (A.: earatgaiun-a , du~
mavn, taunas; B.; carstgaii-a, san, dvman, pan; L.; àuman, man-t, pah,
tatui.) 6. antgàma n. 161. 13. tin^ e an 16. (ant itt-taitt, acant an-omint,
ttr-gUtèhant-a, mal-tehidanta, ma: wnfatmtj (B. e L.; -fantt.- A.: townt,
mouttf ocanf, ^/iKAant-ii); - ^i-nttd (^ond A. B. L.).
V.4. (X. 3. etjlMTT, «eh«r(s«r90;ecc.- («c/wdatìOj ecc.- pa«&w calci 129;
eiM eda 4S. 103. iJtu gtdas 105; fp«a (cfr. le forme di db. b. □. 160-3). L gio
gìàI15. 118. ISl, allato a schi-^ca 119 (t.i].3i>tb.). 6. 6. pMttj7a (pialla) 19.
/anja34, funtanga'^. 1. clama chiama 86. 8. vatga, alva^ ecc.;- tger
carro 24. 34. tgergia 81. 98, gaglerd 83. 10. 11. io doiaa 61. 1». «Itti»-
caiSS, 60, ati^<il artjr<i:t 144. 1«. pianta 94, uhfants 148. hb. 1-S. ;ij-
gliar, nitigiar utilizzare (base ted.), gimar gìocai'e, ttitgiar, laschear (-«c/iér),
!ir<iDajear,jMi«ar (pagare; ptcp. paea),(a^iea tagliato; tgeasa, eada. i.fota..
VI. Ssr^ées (ds.).
1. 2. imparar, domandar, sa maridar, saippar zappare, ecc., cfp.
num. 3; pasch ecc.; 'ada = -&ta. (cfr. num..3; sgordinada-s Aisor-
dinate 60, v. n. 129" soprasilv.; masc.: sgurdinó a. 68'); - far,
speda, ecc.;- cfr. n. 4. 3. e = A; t. l'esordio, e cfr. i n. 219,
87,164,8. Infiniti: sviér dissuadere (sviare), contririér \30, as-
■gloHér gloriarsi, spiér, recopiér, rengratiér, spreziér,. pre-
mier, se swnniér; - sa smervegliir, magliér num. 146, pi-
gliér 123, enguagliér quagliare, toglier 269. intagliSr. surta-
gliér circoncidere, zermogliér, sconsigliar, tratagliér;- suer-
gognér, compagnér scompagnar, spargniér riaparmiare, gua-
dagnér, ìntgniér bagnare; - laschiér, fasc'hiér cingere (fasciare);
mr;rascAt^ ingrassare;- lifgiér alleggerire ('leviare'); sa tor-
pegiér cfr. num. 124 engad. ; assegiér odiare (ted. 'hassen'); ^a-
giér assaggiare; managgiér armas; gravegièr aggravare; bat-
iegiér;- sch-dbbrcu:ciér abbracciarsi, rinfacciér 140; contscher
racconciare;- j)Mr^ii?r, /or^i^ num. 183, albergiér; navigiér;
Iter, obliér. sligiér, legare ecc., snejér negare, striér stregare,
eastiér, sa fadiér. fidiér, roiér rqjer 118. 236 (lat. rogare); -
;vGoo»^lc
122 AwoU, S^gi ladtDi, I.
siér asciugare, giojér giocare, slqjér 273 (slogare), plegtér
ptaiér gomitolare (plicare) 144. 164, arpiér erpicare, pajér pa-
gare, sejér segare; risigiér risicare; scorlgiér scorticare; tne-
dgiér medicare, predgiér predicare, asgiéir num. 03, [paregiér
apparecchiare], cargiér, tsoherchiér, sbartgiér sbarcare, f€S-
tgiér peacAre, publitgiér,pronostitgiér,cefli^chier ecc., sechiér
seccare, smachiSr ammaccare; drechiér cfr, num. 172 soprasiW.,
spetgiér aspettare, dalachiér dilettare, fitgièr il igl vagb^-
giara (cioè 'fissare l'occhio', t. pag. 74 n.) ^. — Altre voci; sur-
tagliSda circoncisione, paiéda calcio ('piedata'] , buachiéda boc-
cata, ambaschiéda, gliéda occhiata, bargiéda num. 124, gieda
jeda (" goda soprasiiv.) volta, fiata; - chiescka (e chia v. n. 219)
casa, chiér caro, stgiela scala, sc/ìie/" (= scd/" soprasiiv.) aspa
da voltar il filo. — Si aggiunge clér chiaro {cleradàt chiarewa;
ma claressa evidenza) *. 4. }.o tó dò sto fò so >, ha va dà
dà! sta fa fa! sa;- chiarito cantate (2* imp. pi., cfr. n. 198 e
l'alto-engadin.); - 16 là, tgiÓ qua, ecc., v. Ili, 5. 5. 6. do-
mati (ma: piistmaun dopodomani), uman 119, nan, gran, [fn-
vant 138, n. 232], pitlàna; chian, pan (ma: pe'zsa paun 130,
toccpaunSlQ);- doctrina christgiavna, pajaun, saun 163.266
(ma 3. 'salubre': song) malsaun maison 166, mauns 161. 191
{mansG&. 140); plaun pian (260: plang, ritto, dritto, veia pia-
gna, ritta strada*), cfr. plauna plana pialla >;- stroni colle-
rico (e 297-8: strana chiosa strana cosa, strana [sic] stranio,
' Mari ibagli ai devono reputare: pigliar 229, tagliar 30S, laschiar 2£5,
che Eoa corretti dalle forme addotte di iopra. Cosi cacciar mattn ('assaltare')
A corretto da eaeeiér brumbtU 'buttare o produr fruudi', eaeeUr or* cac-
ciar fuori, icacciir 'diacacciara'. E reatauo, corto colL'd illegiltìmo: bcAun-
chiar 50 (parlare, cfr. lopralv. n 13), ptrtratgiar 337 (cfr. sopralv. n. 124). —
Sotto questo numero giova ancora ricordare las tnai CL. 19, cbe deve din
'gli anici'. L'accinto sarà Bicuramento sulla prima (cL. 1.» ci.: igU enit);
ma Don i esemplare sul qual si possa fare fondamento (v. il sopralT.). — CiKi
tuia aquila rL. 29, vedi it n. 177 eng.
* Cfr. il basso-engadinese. — Limerà, animala, spettark al num. 9, accM'
nando il aopraailv. e l'engadin. ad *anÌmalio; v. il num. 145 di quelle sexiotii.
' sa 165 aark uao sbaglio. ,
* V. il num. 837 in n.
' P. 62, 230; e nella colonna dell' ital. si ha la prima volta 'piola', la e»-
conda: 'piona'. Piena A del vecchio milanese (oggi piatta); e sono notavoli
questi 0 lombardi aelU conlinaations di plSn- (*plana *planula). Clr. il § ^-
;vGoo»^lc
g 1. Oi-igiODi; B. SoitoMlT»: d. )S3
fastidioso), chiapitóne capitano. 7. hom bamus, fom, ctont
[clomada] clilamata, chiróm num. 52, lióm Ugame, rom rame,
roma ramo, schiam d'aviols 2^1 (sciame d'api), bróma bra-
ma. 8. targ, barba zio, ecc. Intatto Va in posizione anche
dietro a patatina (cfr. num. 3 e 161-4) in chiar carro, tgiargia
carico, peso; ma in chiern, carne, antschema angolo, cantone
('in-card'n- ; cfr. soprslr. encarden ds. Conr., e Car. aggiunge
ancama) ha ceduto, e abbiamo insieme chiertas 143 e tgiar-
tas 85, carte da giuoco. 9. pomér, ferér ferrajo, marescal-
co. 10. 11. salta (= saltai 66; soprasilv. saulta), mólta 78
(383: moulta cfr. n. 57) malta (soprsW. mattUa) ; - ot (ottezia 50;
ma: d-ulzar alzare); oter atra oters {otró altrove, aoprsW. au-
Irò Car., basso-eag. utruo Camp. 16, 1; cfr. Ili, 5), chiót caldo
(allato a caltira ecc., cfr. num. 160-3 e il 113 soprslv.), foda
(■ faulda soprsW. ) piega, 'falda', gót bosco (v. soprslv. num. 1S5
n.), boti bald ted. 226, fos fóss {fosameing fozadat 282), fotsck
fòsck falce 276. 3^, tgiochias = caulschias soprslv. (allato a
colxér scarpa 270). 12. orma. 13. anch (207: aunc),
bcmeh, branca d'fein {= braunca de fein soprslv.), fianca; sang
{218: parerti da saung), anghel cfr. pag. 93 n.; planxer, fan-
scker, lancia, ransch;~ siaunhel staunchel stanchel stanco 178.
295, V. Ili, 4; [liongia lucanica]. 14. aua sontgia;- piangi
139. 16. chiógna, malsogna, montagna, gadogn, chiavó-
gna cavagne. 16. avant avaunt {pardavans pardavattns
predecessori, pfl)-dat-tin(), pesant, pucchiant '^ecca.atB', unfants
{enfantadat) unfans unfaunt anfon, tant tana dantant {da-n
taunt, taunt da liunsch, per toni per tanto prezzo), quantas
qwtunt, pianta, confidanza {/idaunza, poca fidanza), embli~
danza imblìdaunza v. num, 231 soprasilv. in nota, tardanza,
dubitanza duhitaunza, hundanza, importanza, possanza pos-
saunza, restanza reslaunza, isanza isonza, regordanza re-
oordaunza, sigtranza sigiranza siironza, perdananza solen-
nità, speranza, tempranza, vigilanza; ansa {^onza soprslv.
Maglietta);- domanda;- portaunta v. il soprslv. in n., surdi-
taunxa sordità; somegliont versamigliant samigliontamaing,
onn'chie v. n. 150-1 soprslv., temperónt, vigilónt, coronta, sti-
i\anza 'obstinantla, ^^-o/un^fonf prolungando;- grand gronda,
vivanda, comónd, sponder;- pan, on anno, chiamóna n. 157,
;vGoo»^lc
1S4 Aaeoli, 8a^ Udini, L
engUm angón nam. 182; dòn *. 17. tgiomma, cùnterchiom-
ma naia. 157, ehiomra chiombra 90. 14^.
Yl.b. DTK. 1.2. ra4rl02, mooidS. t. engr(utgearìtS,iiiaffUar30,f{gbar{h,
37, eon»ilffetcr6S\ eompajfntar tó; latehtar 41. 114, gmiKhtar ff. TunUatca
ÌI1IIOUJ32; UchanUchutr 3b.27, tagearli, easttear 93. 131. 137 (39: -tiar);
ffiuear •giiijear 84. 109 (97: giuier; 127: ffiuoear), potar *p8jear 117. 126.
137; comunitffear 71, giudilgear, tantifilgtar 32, tutgtar 74, spilgtar IDS,
partartgear 35. 37 ; rqjer v. d. 219; - giustirieatUu 111, pigltada 108, «comu-
ni t^MiIiu 71 , «()nli/l(y«(Hlii I3S, |t^McIa86; jMMd«r pagktorel37;- wh«9M
(t, p. 10 n.) 36.89. HO, gtadat 12.26 (mimAgia eaàa ogni volUlOS); tgwrl,
(f «ani 85;- tgn capo 13; [^a^^fordamoin; 44]. 4. ptpJio pigliata 109, eow
M le^rd 73, liuehio 100. 5. ft. chn'it^ia»^, damane, pang 18, tgiatig 83,
moanyi 95. 8. faarji 68; - tgearn 9. 39. 9. mai fe«r 1 13. 10- 11. oot 49,
goot 109, &Md, /bo* Mao 34. 16. Gfr. n. S38 o 44. oooHgH^ puitangld.
IO (9: ptufon^), vivangt 15, putgianga S5.S2, culpanga 34, tMhitmfoaN^'
to 78. VMfangt 66, unfangs 83; - juans 42; jwrftifuaj 87.
VII. miBU- « Jtoav Bgb
F. 1. 2. 3. ava» acqua cfr. il n. 177 engad. ; ma;- calitaet-^, obtenaer,
citaert faer, daer, paevel pabulo, brceva, fiUaela, itaed, Naàatl, duo-
vaedat, talvegiat, continuaeda;- giaeda, ckaesa~t case, ^utwcAa giace,
ttumgiaer magliaer, pigiiaer, manùaer 'maaigar cfr. Schoms. 4. fo
«gli fa; Ao ha; no tien t. Ili &. 6. 6. cratchtaun, datnaun, lama,
taun, chiatchlauns castellani, jiaun; maun. 8. vat,part, chùtttdia
caccia. 6. danaer, pumaera. 10.11. oter, chiod, god. 13. aun-
■chCegnia; matmgiel mancanEa (ted. mangel); Uchawttschen; roma-
umch. 15. fltdnfojrntax, boing. 16.ifaunsa, lontanaunxa-s , avaunt,
in-atidaunta, utifaunt, tauntai; gardont, tscherchiond, tratond tra^-
gendo, resereond, grand gronda;- onn, angon (sopraty. uonn; tote
unguaimo ugwmno) quest'anno; chionf. B. 1.2.3. caliteds, urna-
nited, obterver, iter, vela vale, mei;- gieda, antyema, maglitr, cmsi-
pagneda», mtmiser t. Filia., tàter aaaaggiare. 4, fo, 6.6. croack-
tah-i, daman, pah, tana».
I. PlaaB.19.Ai-i)rfrat. ^.Ug*r;{erataraera.i). Zì.dia»eh(dietéh). S4.n,
«ww. 25. bth a»T. {ben). 27. esu{r). II. Mnntorna '. 19. iemf, tene, ve' t^
de»'; if'ra- 2Ì. candela, téla; itr éitt, plein; cadéna; tfda,tif, trÌ4. 2S.I'f
' ehiÓMH = *ckióit[s]v.
■ MnntogDa. BaaL.: 22. liger. S4.>«h, me» 25. fetg bagn, v.i
* Uà *;' Mdare, cioè; *i(i[d]«r.
;vGoo»^lc
§ 1. OrigiOTil; B. SottoteWa: é. 1S5
l{ca,ntédtr 23. i'r, onff'r, tieoi tifoUt, ÌUi\- ina ISra (d = *ea). 24. ^cT,
mò, tà. gS, biin, 27. verm. 28. ««MiCrf», fi'r, aoiTt, éi^Mt, miix («wl
■q1I'«). Z\.xiamt>aàéU,anél,v6élnàéU\évrai. SZ. mSia; itela. 32a.j6
tèmi io tento. III. Tninliasoa '. 19. an^', tale, fame, vf' vedere. SI. can-
dela, seda; iariiitt,plàtn, varia Tcna, cadano, [a mei, a Ut]. 22. Iff. 23. lie-
vi;- tf'wr. 2i.eu, meu, deus. 25. sansa bein psj'ì&rhea», far digl boirt;-
[pt]. 27. Mifn;- mU, tèrra, pirdtr, prend-[el]' prwido, 2S. wmtrn, prr,
MÙ-f; Antt, (tetto, «Me» (m^id noS). 31.t>adit>addls,ttniat%éh. 3Z.mains;
tMM, pfs peso; stf'ia. 32a. cuntaint agg. IV. Sehonu. 22. greo ; liseher
(k.legiar). 23, diesch, S4.jaw. 2o. bagn L. 27. litsch ilìetto;- jasser
[L,ej»er). 28. fiers (soprslv. id., particip. di fierer, «opraW. n. 33). 28*. (i-
gnan L. 32a. twaiftUr, mutrtaints (L. A.: -ments). V. Bnt-séM. IS. [vai-
ramainsdì nnm. 151]. Sto. da mattaiv§l A. =man«ioel Mpralt., Ticino ecc.;
«àataladoA 'amijaivlsdad amoraTolecca. - B. e L.: da mantoal. 23. ffrw
(Lprtae); gli*eh«r laggere. 23. dUsch (L. diaseh); iiva, t. num. 177 so-
pratass. 24. gim (A. Bu\ B. e L. t). 25. b(ùn, 27. dsser easser, drr earr
(«rrore), L.: paratami num. 124. S8^ tignan. 32i). sainta tento, davainta
L, II, e ctr. Dnm. 151; mttment; taimp.
V.6.ci_19. tiM»ch«ir56;eeirI46,pri»taDeira57; Sl.errida 18;i>wfjcAa;n23,
taragna 82, aoagnas vene 68; cfr. d. 67. Sin. [flt»la 38] , nu«eA«e«f , pla-
>ch«m/, fflaM«T>eI,ace.,8I, \eapaK»l82\. SS. dM*cA33,<m(f«r 40 (entùi- 141).
anMniSg. SS.jMr fiaj;n 113. 25*. ^ rìuMÌto fluftle: vta TÌe[ni}I 105. 127. 128,
ka tìe[Di]! 108, s*a sie[de] 153; cosi di -é da ai grigione: schea (= scheDS.
T. u. 171) giace 69. 102. Cfr. gta al a. 4. 27. fera, tgapela 18; ecc. S8. an-
vUm6&. 28*. (ij-jM tiene 114, tignart 102 (Mons id ; Stai-d.: tignam tieo-
mi). 80. HM (ei-*i, cfr. niim. 33 e 59). 81. costi 19, tgapi US, ehegl è
il 114. S£. metta 18, patis 63. 82d. armainta 48, /Undivnatnt 85; ecc.;
Minton sentono 48, ja ma cuntaint 57, muainia *moTenta muove 83 ; daints 25*
lainti leati agg. 40, paraints 103, anctmofcAoittf 1S8; taimpras (engadiu. id-,
aopnlr. temprai) tempie 24. Stalo. 21. beali, at%eall, vadeall. mb. 19.
!1. galdair, tacair; pteif-t. 2S. tiaoa, ofr. nam. 177 db. 27. ieara, tearxa,
ticSeanter, eassor, eonnaschMntcAo. 88. Hasehtgia.
VI. 8nr-9éeg (ds.).
Lunga. - 19. parer soat. (96) e infin., splashér sost., sa ndolér
dolersi, pudér 179 {podeir 235 pare sost.), voler lér volere, ta-
schSr*; ver vero (ma: per veira, da àaveiras 278; — seira.
' Tamliaaca. Butn..: 22. eàra ei-at. 24, (ìo). 25. fetg baign.
maigns. Bar.: 19. plaicher eoat. 2Ì. plagnia; te. 2la. fteola,
nreoia. 22. [leaoa-l s'alta-egli; sta sedet]. 25. bain star, meu bagrt; pe-s.
^-S9. feasta-a, meas messe, bugneass *-gneBS bagnasse; tneii, allato a meax
famiasmetzo serrati; fier, cuniert, 31. utsehé, caste, 32a.suainta;pai'aint,
ariaint, splandurainta, nun-cunaschaintas; taimp, exaìmpel.
' Del riflesso di 'tenére', v. al num. 33.
;vGoo»^lc
126 AmoIì, Saggi Udini, I.
haveir veir vecr aTsre, galdeir godere, maneir, savér saveir
savecr, prevaleir, sehemér tschemeir 'gemere III 3, tameir,
veir vecr vWere; davecr dovere. 30, leg Hgg. 21- da
perse 160, candela candeila, avenas vene [veina polso 155),
avena (avena fatua 64; avagjia 'avaina, avena sativa 71), /le-
vai 9, evar ever eitìer, tela de seda 120 (ma seida setola; e
teila filonza tela ria ragni 249) ; — stadeila stadera, pliiscìieins
pluscheìngs plusohagna, frein frain, pfei/" (aoppsiv. id., pieve),
moneida 126; — cadagna 'cadaina (ma: cadena d'or 94), cJiifl-
gna cena, ansaraing 'sereno tempo'. Breve.- 22. lef,
tener tenero, reger 164, veder vetro. 23. tievi, miedi.
24. Dia Djis, mia, ja. ed entra nell'analogìa di questo nu-
mero anche gìdia jndaeus, cfr. II 3. 26. ben bein baing
(ci'r. num. 21) = ;^, pi. peis (ctr. pajéda anm. 3). In posi-
zione.- 2'!' (cfr. il 28 soprslv.). xerm, vérm, metter térm,
nerfnerva, stersas (= stiarzas soprslv., jeri l'altro, norfiu)
tertius), perder (ma: piers), erva, pel pelle, seta (= gialla so-
prasilv., sella), sedila (= sedialla soprasilv. , lat. sitella, 322),
chiapela capello, mantela 83 (318: mantiéla, 302: matiela],
cervela, pender via impiccare, prenrfer imprender (apprendere;
cfr. n. 32), tempesta, ester, fenestras 139, nesza *. 28. wn-
■ Qui natnnilméiite ai alternano -et>el ed -eivel ne'riflesri di -fbili ecc. Si
ouerrino, tra i molti asemplsri: mal obedtoel lOI, obtdeieal SIO; eordad
(erodala) 67, cordeioal 274; - valtoet, mal diichevel 1G3 (mal decente, icod-
venisnte); Tual feittal;- ootteisel, maloentirÉhal , maneùitl (facile). In -O"!!:
irtsatiavel , che veramente andrà con mutaM ecc., di cui t. Il nnm.SHjMl
altri piti importanti esemplari, cbe sono considerati nella Miìone engadiieM.
* ben cala ben trovato; btin ttuàió dotto, plidar btin parlar bene ISS,
otti bein benché, da bein da bene, render bein per mal ^2, *ìtìm i'I^
beins; bain nasehia ban nato, far digl bain; tunt baìng beniasima, cordar
baing enstmel ('consonanza', ciod: cader bene ìnaiema). Cfr. la n. h1 niim.SS'-
* Qui poaaiamo avara ie anche pel dittotiffù seriore, come ai i cedalo d«I1°
varianti di mantela. Cosi (terra 123 non si vorrà aserivare al num. 28, lai
starà in questo, come pur dicono le sua vurianti: d'arra 141. 14S, terra: 'f'-
Lo iteiao ai avrà k dire circa p«3ta {fietlas grondai), tsehitmtr or (= bekim.
sopralv.) eleggere 'cernere'; e forse pur di p in-/' acerbo, giest gesto (*o|>n'''
Conr. plur. gesla), nei quali ai può del reato avere dubbio che l'i da nero
spediente grafico per mostrar palatino iì g. — Col dittongo f. d'a.; Isehir'i
num. 31. E altri ea. per ùi: a biata potta a bella posta; utschalt (= ti^^}
nnm. 31.
;vGoo»^lc
§ 1. Qr^ioii; B. SottoMha: è. 1S7
fiem, (ter, covìerfa coperta da cavallo 89, piers n.27, en pre~
sientia 56, fimient (turibolo ; ma dev' essere - fimient soprslv.
Car., 'fumento', profumameli to) cfr, n. 32, metter entel miez
(intramezzare; ma: mei a met mediocre), bietchia bestiame, da
biestg beatialmente. bistg bestia, irtar^ierta hierta soprslv. (i>-
Idtclsortór*/ soprslv.)*. 28' (cfr. l'eng. e il n. 219). i da e
in posii. palatile: jti mgn, els vigneti, 45*. 31. vaschel 66.
tasi 206, vadel, anel ani, cùntet culti coltello, tschiervi chìervi
cervello, uci 262 (pi. utshals 315), beli' bi. U. meis 1 10. 106,
tds (soprslv. id., erto, ripido, 202, = tenso-, quasi 'dritto in su'
Stbro.), paleis;- mesa, paes. — 82 n. Qui va raccostato, co-
mechè diverso anche per età, Vei nella formola E+7ias.*espl.
(cfr. la n. al soprslv.), e in ispecie nella continuazione di ENT,
dove bensì abbiamo: pendent pendents orecchino -ini, possenti
jxment, oceident; comandament, nutrim^ni. ma insieme: lo-
qveint facondo, mal carteint (anche nel soprslv. : mal carteint-s)
incredulo, lavoreint (l^\: luurent) quasi 'lavorente' (cfr. per
es. venez. laorente, lavoratore della terra), leint lento, mal cun-
teinl (ma: conient); far and-a-meint (e and-a-menl) ridurre a
memoria; ardimeint, congimeint (condimento) , falameint (e fa-
ìament, mancamento, delitto) ecc. cfr. num. 151; e si passa alla
ligura engadinese del dittongo: sujficiaint, targlischaint (ri*
splendente, 'tra-lucente', da targlischiér num. 3 = tarlischar so-
prslv.), suainter sovainter (e siienter) dietro (num. 177); em~
prmamaint, spindramaint (v. n, 147 soprslv.), sacagiamaint
saccheggiamento , sentimaint, ^avaint, suenimaint, tempra-
maini tempera del ferro, ientamaint. Esempio di dittongo nella
formola EMP: teimp taimp 305. 240 (ma: a mees temps a mìei
giorni, 57; temps freidì35 dev'essere erronea riproduzione della
forma soprasilvana); e pur nella formola END (se non ò un er-
rore): rapreinder correggere (riprendere, cfr, num. 27).
VI.fi. DTm. 19. Kit>««-;Mtr vero 34. SI. [(*eir 4.31, v.n.203 BOprBtv.J.pImtiSI.
phiiffna 18, fiwinff 59. 82. eara erat 18, grtaoaòi, gremx» 84 (grtff^b,
grer>97; grtaft 110), laaea 04 (^««f 100). SS. nijng baing niuu bene 16,
^ain grtaoa 64. 25*. ^ riuscito filiale: sm M<l«t9. 12. 27. malavgrta mala
' Di tsehieroi «ce, t. la n. cha precede.
' In 'tenere' db. forma: [ja ttiffn], «l teigna, eh Uigntn, 35. Cfr il cl. <
;vGoo»^lc
1S8 Atcoli, Saggi ladini, I.
verbaOTj- tassar 7. 4S. 122.136(50: ««r), «oiteM 61. «7, /«Mla73. «mi
de (mcModl, aUato ad en mU» ailgs in meiio ai) 26, seat sette 12. 59, an-
tfchiMt prÌDcipiatolSI, anbcheatta il principio £7. 34, iearraS. 18 (10: terra),
tear» 8. IO, tearja 19, rattcfieart (ma 133: plr. reJjcfiiert-s, = ratschiert »-
prslv., rioeTUfo, IH, 3) 11.46, gtarra gnaiTa21.36, ceart27, yuesortio 30,
«or errfore] 57, ptarden 83, peartgia pertica (verga) 99, tgiapaaia 35, fantgea-
las 110, DiuehAifSl, itali 12, beaU beala bealas, purschealla 120 {-schiallai;
T, pag. 65 n.). S8. an/ùm 65. anfiers 8, [tprù^chi , spregi, sfi-egi, 24, cfr.
nnm. 238]. 88. offeùai 24. 8Sn. mvssamaint (cfr. n. 141 aopralv.) 1, guàa-
maint \5,perdunamaindi\>., legarmain Bliege&moDto 16;- daeainta 15, itoiTila
lo stento 36 (ma data la media: prenda);- mal-fatschains3ò, luoraings 90.
67;- jur8<)inbeA«r24, ttraing=ied.ttreng leTeroSS;- (aimp49, gtMfer toim-
jn-iu quattuor tempora 39.
VII. FlUgnr • Bnnga.
F. 19. teir volere, xaveir, [veir Tedere]. 21. chiadagnìa; dtmperte
(ma; v. il n. 150-1 eng.}; [vazeiva, tteica, santeic-i, cureicn-i, gia-
tcheiva, tpiseiva, fatineiven, saveiva, palpeiva; t. Ili, 3]. 21d. da
maneivtl (v. Snt-fléeB). 22. gref; lixer, ^.diasch; sima. 24. ef.
25. bain veta, nu tteiva èamg. 27. venti, cfr. 32a.; geara gaerra,
earva, meat meatxa roezso -a, beai beala bello -a cfr. u. 31;- caur
'aasser essere. SS. fler,arsient, (fre-ttchient , prietscht prezzi, bietta
D. 107-8. 31. chiasti, cfr. nuin. 27a. 32. tuspeisa. 32n. tequainta,
nwmains, glischaint-s lucenti. B. 21. dimparse. [vzeva vzegva,
tschartgevan; chattegva, gardegvan, crategvan, curregvn-i, tpitégta
T. Filia. 172, vegv-i avevo, gnegvn-i [velnìvano, mnegvan menava-
DO, savegva, palpegva, pudegva, purtegvn-i, fadschegvan; t. Ili, 3j.
22-3. lizer ecc., come Filia. 24. ev. 25. ben. 27. [bestgat]; let
edreM, V. Filis. num. 172; seguenta, seni-i, gli$chent-i;- aasar v. Pi-
liaar; urialla (*urelU, oretta, cfr. vrealetta Filisur}. 3Sa. V. 27.
I tonico.
I. PImib. 33. vagnir; am-prent. 35. diverteu, fvgti cfr. n. 36 e 60 (fitgit]-
35fl. meuUu {smeulas). 36. cttmpagtuia, tota reta (tuttavia); [vii (ci) a«v.
= Pi HoprdT., T. IH 5, e cfr. num. 35 e 59], 42. tmss, fameglia famigli»-
II. Hnntogaa '. 33. Infiniti: udì, durmi; ami6; d^. 35. durmo; iio aceto,
vedi il BOpralv.;- wm' *-D[i]en nido. 36. oou vetta;j6 tunt 5, ida, «m
andato, -a. 40. mena *raeina; b^'ver, p^vtr, séd.- d4t 41. filj. 42. hnéit.
ALtlvaéin III. TomUasca'. 33. ampfen^.eueWr, tiM(Ì{r}, murir, udiva.
' Huntogoa. BQhl : ^. fugi-s. 36. eumpagneia.
* Tamliasoa. Budl.: 35. fugida. 36. cumpa^noia {-gntia}; ooi (mì),
cfr. PlaoD. 41-&. ftlg y'. a. 172. Bar : 33. vela, rmegrta, feng par-fMg;
:,Goo»^lc
§ 1. Origionì; B. SottoMha: l. 1S9
dufmiva; rir; vicer opta, amCé, Slbel sibilo; frena f»i-iua. 34. frfd fr?'-
da. 35. ud^'ttfdwmeti, benedcu;- un^'u, f.Ce.Mxmt. 35a.mfuUis. 36. gi;-
rr'ua, c'i» ida. 40. beoer, pe'ver,ncr,sed;- del. il.filjige^- 42. KoD^/Va-
rrU,fumélj. 41 elvaan. IV. Sohoms. 33. ir, nutrir; [ciecerteoa (A.-tica),
Tagtiesa (A. id.)]; aiw-prem. 35. io ito A.; fuschi-s (fugii-s A.). 35ii. miei
mùliu (L. e A.: mialas). 36. cumpagnea {-eia A.). 42. mi» vii, diffloil-
luente. A, 44. aititene entett topralv. (ìd, antro). V. Snt-séM. 33. gnirB.;
Qm-prem; [(A- e L.: dtc^rttnxi; L.: gneoa gneoan-i, ma: surco^ntnai L. 11:
AiTibicn]]; air ira (B. a L. id.), tuttroir^ nignoir (h. II: gnoir) A,, cwrroiV
(B. id.; L. eórrar -er) 'enrrir A.; toira tira L.; an-foin in fiao L. II. 35. fu-
schi-t (A.: /ium-j). 35ii. miulai (viiaubu B. L.). 36. i ito;- campapnia
(-9<MtaA.B.L.), (otaoina; [eot, cfr. Piami}. il.guigl(B.:g^tegl). U.ainiet%:
y.b.cL. 8S.uijif OTila66, TtaiehtgnM, caUehigna 04, euschignal27;- eirl40,
pertir 141^ curretr 90 (152), darvéir aprirà 85, mureir tOO, nupeìraSS,
feil-s 39, mal-anguUiv *mai-egnaUTo :i6, jcretcn- 49, tchumcìuiva gangi-
^ì19,arK0iu>tcheidaHQ. ma ftid mi fiJÒllS. 88a. p lama 19, [sterna «stN
ina 108], mulegn 19, vegn SO. tregnia vigna 98, t^am«^n camino 25, fegn
lino agg.30, fegn la Bneff? (Mone: Qn-/*pn), spegna33.36, fregnaM, doc~
fregna 146, aoregl aprile 65, apoteC appetito 69, mala-oetta 104. c«ta 149.
SS. curlOscbui ecc. [o iusìanie r«ia riga 63, (jmìim apicheSS, ecc.; t, l'ultima
notasi nam. 33 ds.]. 40- iglpeir 2i, neirM, wtt58; magna egli mena 94.
Itn. fegl fegtia 20, peglia 102, gtlgia2S, ariehtglia3&, badtgl (db.: te-
dil)2i; mella-t 99, IrMtSS, vesta 67. 44. [ea sunanscher] 143.
VI. SwSées (DS).
Lungo.- 33 (cff. n. 237). mira ecco, s2i^ stilg setil salii sottile *,
orni ovigl (aopralv.: nùvil nuvigl), vin, glima lima, rima cre-
patura, gl'amprim, schivel sibilo; rito {vetta vela*);- bollir,
ckiapir capir {captre, intelligere), amplanir empire, ferir fe-
rire, soffrir, courir coprire, vegnir vignir gnir {gntcr) conve-
gnir, dir; eir à mont salire un monte, cumpleneir, obedeir,
iuaneir svanire, reuscheir, stordeir, tusseir tossire, reir cfr.
nam. 203 soprslv. e engadin., bargeir e bragir piangere, lun-
ganeir e s-longanir allungare'; freida (rida (cfr. num. 33 so-
/iideta-* ecc. 36. cei'a ecc. 40. magnan menano. 41-2. felg feglias; fa-
vieglias; peglia; vesta, melli. 43. saneaster. 44. aint; [dumaingitai].
' Cfr., circa U prima sillaba, laotru al num. 90 BopraW.
' fastex, vestigio, potrebbe essOTe di posizione romama.
' Allato a Ignir 236, tegnir eri durare, tegnir chiesa maneggio di casa,
nianlt>»iV09, abbiamo ancora: lagnuir liguieir 2{i3.306 (dtb.t tigjietr tB),
ia rateneirGS, e foò restare incerto ho le figure dittougste appartengano a
'luento numero, oppure al 21 (di tener, 120. 163. 3(S, v. il num. 220 in n.).
Cfr. Ili , 3.
Archivio eloUol. iuiL.. 1. 0
jvGooi^lc
130 Ascoli, Saggi ladiai, I.
prasilv.), feifia (fibula), tJCi/"allato a viver vita ecc., reiva dela
inar29\ (311; riva), aniei amico, fadeia fatica (allato a- dar
fadia 109 '); ir od icr andare (ire; cfr. eir); gnicr mein
venir meno 189, gnicr la noig venir notte, gnicr nò venire
[in qua]; antardicr tradire, dormicr, moricr, floricr, s-tnaìa-
dicr, favoricr (146: favorir [sic] gratificare). 34. freid,
T. pag. 84 in n. 35. Cfr. II 3. ardta ardito» favoria favo-
rito ecc., cfp. num, 219;- nia num. 203. Breve.- 36 *. de
giorno, de de en de (ma: di determinò, tota di); pi. deis 2i^
(cfr. pe peis num. 25). -eia^-Vk (cfr. n. 33): via veja (vek
piagna ritta strada ; or d'uja fuor di strada 290) ; vHaneja,
malinconeia 313. 38. ansemel. 39, 40. pera la pera;-
bever (ma: sur-beiver 268); retschever (e retscheiver), en-
tsckever 161. 230; pever (= peiver soprslv.) ; - quel che meim
condottiero, seiti, gnicr mein num. 33 (e col ditt. engadin.: tw-
votta tant mains 'nec-gutta-tanto-minus' nullamuio 313; cfr.
num. 137);- necr ('neir) nero;- de bona fé 144. In posi-
zione.- 41. 42. 44. ilg il il , figl fil figlio, irist; miscelta
{misella 153; masdalla 148, cfr, num. 43 soprslv. col 27 in n.)
mascella; chiavels. Per gli esempj che ancora seguono, va con-
siderato punto per punto l'engadinese, e, circa Y-eigl, pur l'or-
tografia delle altre fonti e II 5-: eigl egli, queigl quaigl queih
[qtielchiel quelas\ III 2, conseigl, fameigl, meigl (soprslv. id.|
miglio, badeigl (batillum) 314 ; - endavent (cfr. num. 232) inte-
riormente, en da vents 'interiore, cioè pi(i dentro', il davenU
{il daveins 324, ilg davaìns 301) interiori (il di dentro), da-
vainz, eint davens, ài dentro, ir eint , ir aint, entrare, far aìnt
'piegare come una veste';- seinza 290;- stransoher, tanscher;-
qttesta queisla.
yi-b. DTB-SS. ohedeir, ;ntitr,ecc.; nioteilf Si,. preioa 65. S6. vieuasGl;' cin
*U, ito, 106, giiteia 36. 58. 10. magna maD& (imperatifo) 18. magnen IM,
* Allato a questo eaempio vanno coDsiderati Mia ecc. uum. 36. E Uni»
oeirto di iato grìgione, bì& l'i laL luogo o breve, qnanto DiW'ia che li hi
o si otUeae d'antico iato, occorre il dittongo aocba io SoprOBBlva, coom »
ricava dal biasimare che fa il Carig. (17 a., 16) le pronunzia fadeia speù
Uia per fadia fadigia, spia ecc. (spica, lega; soprasass. db.: spiga [eìc],''*
già), o meia pei- mia («opraaaaa. oa.: mia) mìa, ecc.
' TiHS.: vioDa-s, vedove.
;vGoo»^lc
S i. OrigioDi; B. SottOMln: à. 131
Ri{ymatMalmeDol31.13S. ila. [reeha ricchi 1XS]. 40. fearmSO. 5i. U-Cir.
ii.l6.(nn^07.87. ain^t-«n5, doeawisSS;- amaiijna^, cfr. l'eagadÌDeM.
Vn. FUlsnr e Brarngn.
F. 33. vich vicns; - gneir, ampleir, descreiver; seir direv dereiro, wiu-
làf, tampreiva (ofr. n. 77flopP8lT.);- am'prem; ftain fesa beaevisa; rue-
gnis mina, faregnias, gegìiegniax galline, an-feng, peng pino; 34. fregd
'Ireid, venti fregg. 35. futegdas 'fuzaìdas fuggito^, v. n. 33 e 34.-
36. «il [=gis sopralv. &. 106); cumpagneia; [ve, cfr. Plaan]. 40. net/,
peira; il mainx il-meno (alm.). 41. guist quUta. 42. mess. 43. sa-
lùater. 44. ami; taùig num. 192; uvaiach epiacopus;- titdeitchs ta-
disci. B. 33. ti prem (in Bulle prime); gnear, nudregr; a-fen\ mel-
•Kia. 35. fvxegdaa. 35d. miogloi. 36. [ve, ol'r. PlauD}. 41. ckMas.
U.mt.
0 tonico.
I-PlnM.46. Iw loro, wa, <Iim, ratuh ratto(ne);- ccmton;- tot. 51. om;
hùnat {buiuu), 53. /tee (bue). 55. raifu^^ta (-qtùnta). 56. anchiert; ^^fs.
57'. chieiuch (chéiinjch, I«MtucA). 58. antom (ontwm), an-joJt)«r (t. «opra-
tili. 57'), IL Muntogni '. 46, calùr daliir anùr flur tinùr ; parsona par-
dSna crana raion (cfr. Tumliasca). 50. 51. sy'ra, bof, ngf\ pm Q'mens;- el
mj'ro;- in bón pm, ina bónadff'na, elsona, iltSna; cfr. Turni. 52. 6fén,
«/■«/■- 53. ii5^, fiòg, èiSff. 51. o», o5, no'S;- com, dorma. 56. fi-rp,
pM. latuiSl;- itj, filj (pi. filja; foglia). 57'. artiiB'if. 57'. lae'n^ Ice-n-
30. f&.xi^blp. in. TomlUsea'. 46. iootir, dwIUrdaitiM, Mnùr, ontii*,/(Hr,
dw, rnu, EU* ; ops', et/'dis, [ttom] ; - créuna , parj^una , pai'iMwTM , patréwtta ,
piiirA(n,jMri'A(M, ra/^un, cap^wr),cant^wn, oravi^un; cfr. Muat. e Q.51e58;-
gin-ijv (giù) sopralv. p. 32 a. I. 50. o* {= or BOpralv,), «d'ra, el md'ra.
piiji'ta, bo'f, tio'f (aoyota, noTus};- o^f novo; eo*t gallo;- mglla {mutar,
iutiere), angela, rgga. 61. gm gment;- héun pom, béun gm, béuna dgna;
li léma; t^n toDUs; cfr. Hnnt. SS. iéli, pVStel, lamUl, pariti;- [viÌ\.
ù3. Uìk; fiec, gito. 54. fotta, ot; órfen, dorma, mort, ott, nos» paxtn,
(MI paun. 55. cuf'ìsa (eu^'ua)- 56. 'ci'rp, pi'r'é, jirt {i'rC), siSn, diesa,
'iWlonga;- pi el3, felj fe'lja, de'tjas, be'lja. E7', erDeùlt. 57*. [avf'uls^
' Terzo eaempio p&r gd=id (nnm. 237 S) v' ha sicuraments in gigliegdaa ,
cbe ricorre ]□ una aerie di Domi di fìMitta.
' UUDtogna. BiiuL.: 46. ttra; rateun, canUuMi' tot. 53. JÌ«C. 50, égh,
57'. igisnsch.
' Tumliasca. Buul.: 46. (rateun scc). 51. béutta-i (béttnas). 53. liec,
50. nnlgierl; (igli). Bar. i6.flurs, laew; pompusa, virtuui; ouicli; tw(-
ta-i;raschiun, occasictth, aeliéuni, reuniéun , patreuns , pardeuna, mi ban-
•ieuhì egli mi abbaodoni. 51. biun. 56, egli. 58. léuitga leung-s, frèvnt;
raspund rÌ8p9ade; duna.
;vGoo»^lc
À
1^ Ascoli, Saggi ladini. I.
canuU;- parUU.] 57'. liu»g. BSispw»;- fréùnt péùnUeST. a. K tiì);-
incy'nUr,anip'rn. IV. Sflhoms. 46. cantim,ratttn;per-swl'S A. 5l.(L.ht-
naa; A. bunas). 53. Ita A. ^. raquittta. 56. j7s. b7: tpiensch. ài-an-
turn (A.: -om). V. 8at-S6cS- 46. rateutt, cutaiicun (L. cuCaitgaun), mh
noi, (i«w« dne, cura. A.: errettr. (B. e L.: timw, Aura, B.: arraur, B. t
L. II; (Iitoj [eie] msBC., L.: dtM; L. II: fadigiatis bticoeo). 51. Aiuniiiu
(titnans)L. lI;AHna«(L.II: dunose baunas). A.: 6eun. 53. Ita B. L. 54. m
oan;. A.: istoargia aam. 99. 55. raguinta (raguotnfa A.,B. L.). fJG. ti)ti
57'. tgUtuch (alti'A leiione: f^eunsch; B. e L. tgauméh). 58. contom;DS-
luorn (L. id. e -taarn) -torn (B. antuam).
\.b. CL. 16. t>ur orlo 90.92, all-owaìVìt odoufA% ramour 38, (I«iioit(iw8£,
ffuslous 37, romtTHMua ramo») 44, nous , coujcA 38. - persunga-s Sa, pttlm-
n^a £0, pivung (n. 94 sopralv.) SS, canvngt 34, atteniiun^r 106, nucAun^ii
ragioaaSfi, [bandunganOO, -unan96). 61. 6un^ 100, i (un^a tuona Gii, i»-
njon suonano 84, tungs 84. 58. tgir 37; jtftr seira (= sir ecc. soprslv. n. ITI
in noU) 20, cfr. n. 59. 68. li 60. 117. fi 26. 61. 64. 66. portg 21;- Usm '■
odorato 93 (cfr. mil. usfnd fiutare, napolat. oiemar« id., useow uvoiemo, fiuta). |
dés dosso 25, cfr. il Boprasaas. e il num. 40 soprslv. 57'. Ivttg lunga 39- UC i
68. canoseha 127;- j>urt(39. «H. 64. moarf, foaria, cfcifctardoscft (:= (ni-
(ordiseh soprslv.- 68. fuorma, ttardan.
VI. Sui-'Sées (DS).
Lungo. - 46. adùra (adorat 156). orur aurora, mùras le more
n. 86 soprslv. , lavur, fervur, savur, odore, odorato (v. sotto), ca-
ìùr colora, sterlisohùr n. 124, inferiùr, udilur, ladfun, passim,
natiun, amurùs, ardimentùs, bramùs ecc. * ; [sudour v. sotto] ; !
touts dous (doppio esempio) ambidue, touta 101 ^; al&cr [di
poi, dopo ciò, poi; propriam.: 'allora'), dolùcr (ma: daltirs^l).
favocr, fiogr fiore (pi. flugrs 141), honùcr hanùcr (tnandanm
àiaoaore, schanur dishùnùr 156.166, id.),savocr (v. sopra; guf-
las fiocrs han ina òurta savucr, quei fiori spirano soave odore). ,
savùcr sudore (e ancbe sudour, che forse non è voce indigena,
cfr. soprslv. num. 90), valucr tarditùcr, oratucr; ~ trautiUr
nucs infra di noi 167. 310 {traunter n&s 208). Breve.- M. 1
52. or da fora e fuora num. 132, boff, pò (potest pass., ma:
' CoQ rìflesBO oacilUnte tra ^ ed J: bun nom 150, iwnom cognome 9<. |
bun num 127^ ma prevale e forse doveva stare esclusi vamea te il rìfieso i
da 6 (o). Cfr. l'eDgadìo.
' Ma é aflatto dubbio che 1' ou di tout toula sia realmente ìa, risposti ili
o; V. le altre varietà. Colla geminasione e il riflesso da Ó (piuttosto che di H'
num. 64): dil loti del tutto, lott atra visa divareameate, a anche il feiu.: W
di tutto giorno. Cfr. t'ongad.
;vGoo»^lc
§ ]. Qrìgioni; B. Soltoselva: à. 133
124: può), ùvoda (ital. 'uvota', cioè: vuota, 185, allato a va-
Igia Vida vacca sterile, e al verbo s-uiàar, ctv. n. 52 sopraW.);
ofofs;- iroup, pi. troups, gregge d'animali piccioli;- nof
niioro, cioè fresco' 209. 200. 256 (anche: testament nof= test.
«ie^soprslv., 179), nief'naoyo, cioè non più udito', da mu/" (cfr.
Qum. 51) di nuovo; lemtel253, faziel fazzoletto, parte/ {=priel
soprslv. n.324) 107, cfr. pel tipo pi. il num. Ili in n.;- jeli jela
olio. 51. ùmum xentil'um hum hom (324: d'oih); bù.n, bun
pliflad^r buon parlatore 122, htn num 127, bAna venteira ; ma
insieme, snll' analogia della rubrica precedente: bon ora buon
tempo (aura), buon er aria buona, da buon cor da vero, da
buon senno, buon mann buona mano, mancia; e ancora, sul-
l'analogia di niuf (v. num. 50. 52 e cfr. l'engad. e II 3): bi&n
buono, cioè gustoso', zHint biùn buonissimo. 53. lìa Ha 186
a liug 141. 186, luogo; fia fii* e fiegh, fuoco; già gì 328. 143,
giuoco;- V.1I3. In posizione.- 54. 56. laporta, orforho,
foss, OS, poss posso (v. num. 50 soprslv.);- nobel (ma: da nie-
bel gnir nò di stirpe nobile* 297);- corn corna, orfan, tori''
obliquo (ma: tori o s-tiert 310; Tiks,: na vigna fatg tiart,
non venga fatto torto), corp mort 78. 203 (doppio esempio;
cftorpl02), morss morso di cavallo (3oprslv.: miers de cavai),
oss ossa, gross, cochien {coschen cotshen; cotshna 202, co-
cftiVHa52); aua fierta acqua forte, concert soprslv. id.);
p-opriest [242, Vxs; = propiest cl. 125 e soprslv.]; pievel 78,
pierig,pirtgia eporca ^\jrl '^iert orto; a diess addosso (cfr. cl,);
(im'203, cfr. tiezientar tissientar tossicare310.316; OLJ:
iglV igt,'\\.iglsils eii/ia 89. 140. 273; /?(// /f^/za 85. 137; di-
glias; viglia. 65. cuoissa, v. Il 3 ";- quint. 57." OLT:
arviiit; miùt (= miùlt soprslv., 'monito 'molto ptc. di, 'molare')
' chia da fi cucina 'csaa del fuoco'; la tre figare che il testo arreca, ai
tiOTuo di séguito t. V,
' Cioà 'di nobile veni re-io -qua', cfr. il tcd. 'hei'-kunft'.
' tttorla la tgrta, ei fonda eopra una forma con l'w. (cfr. 1';? della voce ital.,
t Diaz AUrttmaniseht glois. 8, 28), che si vede util BOprasiivaDo: iurta Uwta
W. 215. 310,6 Car.
' piertel, portico (cfr.pteri soprslT.) avrà sicuramente l'accenta Gulla pii-
n»; a coal sar& anche di pirchiel 320 (•piertjel num. 107 soprslv.); cfr. Ili 4.
, a p. 154; cotscia [sicj.
;vGoo»^lc
134 Ascoli, Saggi ImIìdì, I.
macinato'. 5?.^ Cfp. n. 111. &7/ ONG ONC; liungh,
liurtff temp^; tgiitnlg ' (cioè: concio, acconcio, gradito; quindi
chiavai tgi&ntg cavallo piacevole). 5S (cfr. i num. 64, 65).
cattoscher; cùnter, enconter 235; - enUntm entouren, 93. 118.
VI. 6. DTH. 46. cours (= curasopreW., quando, •qua-hora) 77-80, low loro 23,
honoitr 97, tignovr 34, tacours 84, predicaiovrs £3; ecc - denogiotu 'divo-
zioni 93 (ma: -iiaus&). lU big, cfr. n. 58), persounaalì.ST. 112. 119 (m:
per satma 33];- num 18. ttums95, coorwtal^f dungs doni 35, oraiiungi ecc.
6©.n<io/"noTe 13,«oo/'nuoTo32,coor t7.38,/ìj/oo(«43. 68. /ia p8M.(113: liia].
pi. Ita* 125. lUi 109, fU 109, ffieat 98. 54. tnoart 6.7, «Kirp 48.47. Ift).
ooarps 15, foortaTH, oarfeniGI. 66. purgatieri (à ài moderna importaz.);-
vigla (40: osiijfta) 18, j«/^t 95. 128. 135; da boMÌngì 26. 58. daaehous 122.
128 (-*cftaiM37. 109, cfr. num. 46);- fuorma, vorden^ (112: vvorden], u
tmm io tomo 48;- la Cuart de TschUl 132.
VII. Flllgsr e Brar^gn.
P. 46. houra, tour loro, chialour», signours, predschadoura; nOìa,ffnm-
diotat pi.;- dwiB fem.;- nom; tot tottas. 47. favoing. 50. jm puA,
51. Aom; ^ounns. 53. Ha. 54, orra; hittoargia, la p/taata, wai
num. 172. 55. qenta. 56. anacftier^, [piiep^ia]; ilgs, figlia foglie.
57°. cAiMnscft. 58. adascous (t. num. 46);- antnam. B. 46. o^;
duas fem.; tot. 50. pò. 51. bunat. 53. Ii'a. 54. oama; xHorgia.
55. cAenfa. 56. i^i». 57*. tgtmsch. 58. arttuom.
f tonico. 1
I. Plaan. 69. tii ina (in ina), pi pitoat (pli plitost), tagirs, {i-isav); sei
(si) w,pUÌ (pli)- 60. mal-vett, pvdett, tameu, carteu n. 205, vagnei (cut-
rii, cfr. n. 59 e 35). 61. giueart; noua ('nuua diasirnilato. Trina: ntu; cf'-
num. 150-1 soproailT.). 64. correr, corran corrono, bargogna. ' II. Vn-
teglia '. 59. mir muro, mir sorcio, in itia, /im, mil. 60. earsce', ea«d<e.
' Cfr.Qiim. Ili (ole') a 113. Par lo sviluppo dell't* nella forinola OLT.giota
pur considerare Tea. di oult da oli grigione, clie avemmo al nam. 10. II.
* In Sottoaelia, l'i'u (*ieu) finìaco par penetrare anche nel rilleaso di ''db- {
gè'. Si osaervioo, pei soprasass. (ds): lonischg lontano, da lontano, da lio^
da lontano, taunt da livuseh distanza, da glivntch 257.
' Cioè: 'kouné (v. num. 57' eopraW., aia che ai tratti di honc hounCtOs^
di konéu hottnéu per u propa^nato), onde poi si ottiene normalmeota la m-
ria kueuné kieuné t-i[e]unc. Pure per questa parte, se io non erro, si * l''
ScHUCHARDT (Itw. 46) dovuto aniarrire.
* Mnntogna. Bùhl.: 59. in (ign) im», totigna; lei. 60, malviv, <"•'
eurichtu, lamcu. 61. giiKon, netia.
:vGoo»^lc
§ !.. QriKlODi; B. SottoseWa: ù. 135
va; erteti, ce'wu. 61. giìzen. 63> ti. 01-5. pu/ifvi, ciiojm. III. Tbdi--
llisea '. 59. tSir,<a^{r sicuro, tnir maro, gira, dir, vantira, mit, pli; (et tu,
ta Ili va bd; fotm; «n eni) meit (ma: ftagin nagina) ad-éna, gigin, lena
\l(na). 60. jnule'w, plaie'u, càrse'u, vatidett, ve'u;- cr'fu crudo. 61. gu-
c(B, erua; gvf. 62. [il pM-na]. 63. «ti/er un/e'u;- iS. 61-5. /tir?a,
/■m™, fiird, avifnda. f^nàs, romper;- SawSlJ lanóila;- tid't. 66. guuanté-
■la, teljadé'ita'. IV. SchoDis. 59. [d-iao], siirs; egn «n egna tot^gna
tna, pie pleicst (pli A.). 60. tamia (L, id., ma: earteu; A.: tamia carlù),
tagnia A. 64. cintfCos, hi>7i (vergogna), V. Snt-Sées. 59. [d-isò] , pi ph ,
stV-f sicuri (sioir-s A. B. L.);- oin in tat-aina oina ina; aoi. 60. «e-ourfcAi
[acc]orto (*-orgiuto), tatui, vi B., conumi L., gni-i pi. B.- (A.: ciu, i>egnitt-s
pt., (amiu). 61. sch«uiian *g[o]nTati (A. aùan; B. faxen; L. juimm); nma
(«.iiM L,), c£r. Plaun. 64. cro$tas.
Vi. CL. 68-crui n.S03 saprslv., glignaSQ, brign Ariana 31, ^t'd acato (agni-
&))36;- deir 37, ca;eira48, nate>ral45, n«>eef26, ett>*r 33, taleida ÌIO, sa
miidanm, breid 'Diior& 20, palei- s paludi 63 (aiag.: pali 133);- en, f c^n
Colir 1 17, mtnl^-t^n cìmcudo 100, ena encaltg enas ■□n quale-une 35, ad-
■itjna83; cwmegn 55;- pb pi; femQ\, pUmma 18, meta 49. 60. ieva 30
[ma: ita 25. 40. 98). «1. low> 23, gioven 42 (Mons: .^lown); scvSan treb-
biano 52. aS. Cfr. 59 a 66. 6ejt 19, ae bettan 81, ei^/tailetna 87, giuvan-
i'tna 149, stgiradetnas ib., [creiljo, v. pag. 74 n.]. «4. 65. fona (iis.: fum)
ruminasi, p^m 94, danondre 63 (cfr. a. 151'»>prsW.), doti??!. 136 (cfr. D.6:t
K^mli.);- colmi 130. HH. 05. cuart.
VI. Snr-Séea (ds.).
Lunga.- 59.60. chira cura. IQ7, Dia parchirilMo [ti] gaarii 52
(cfr. sopraailv. num. 89), siir sicuro; fiira 'fijUra figura, dtr
(v. sotto), mir sorca, ingiria, witiiVa 64. 287 (76: venleirà),
inlagliadira , muladira macinatura, stretgira 'strettura' 78,
eallìra num. 10. 11, filgira (e fitgeira) v. num. 131, fredira,
'imadiVa 250, noschadira nocumento, drichira giudicatura cfr.
num. 173sopr3W. '; in, an qualchin, anckin, ina,- gmr per
' Tumliaaca. Bùhl.: 59. »i»i {*ei)- GQ- r>agnida-a. Bar. -.59. ade gnu;
M/(«n; jpt bain]. 60. ttaseheu, aaoeu, paivurreu, ligeu or, earteu, leu vo-
luto, slandeu; sus-laneu. 6t. neva. 03. fesl, gesl.
' In queste dne parola si sentiva, dopo l'accento, una brusca internizione
Jelli voce.
' Non credibile eccezione è sgur scure. Nel cl. è tra gli 'strumenti': la air,
che tara il veit» vocabolo di Sui'-Meir per 'scure': •sijir *sigir-aegir so-
pwlv; V. BO[tfa, i rillAgsi di 'secume'eec, e cfr. la note al num. 59 eoprasil-
'ano. Allato a tgtir a) pud anche licordare schiuma echlTima (v. Diei Iohìi
'■V.), che arreUie eaeo pure il suo correttivo neirL.: cellas stgimantns, ondu
spumanti, 135. Né potrà meritare certa considerazione; anni (eoprsl. tnsi;
;vGoo»^lc
130 AtcoU, Saggi ladini, I.
igna (allato a metter perina; cfr. il aoprslv., e il ted. 'fiberein-
kommen') convenire. Ugna luna, fortigna,- cfp, nam. 237; 6m
bruno (ant. alto-ted. brùn); lish liisch 50. IS5, festi festuca;
niula cfr. l'engad.; starnit, agid 142, Dia t'gidi Dio ti ajuti;-
vegnia venuto, podia potuto, ecc., v. Ili 3;- pali palude;-
nt/nudo; meir muro 351, madeira matura 232 (matto'm-
meing 277), vestgiadeira 319, vansadeiras 'avanzature' 25T.
aradeira 'aratura' agricultura ; tgeisa ac-cusa, v. num. 166
soprslv.; sumuei, v, num. 157 soprslv. in n.; seiula {= sibh
soprslv., subula) 233; eittal ittel itel 69. 241. 239, rabateida
( = raiatida soprslv.) 'ribattuta' ripulsa ; creif crudo ; - e solo t
all'uscita: te tu, pie più (pl.^^-8 ol. 119), se su 249.257 [ter].
299 (ma si 60.99, ed altrove; e v, la n. a questo numero); fegs
(/fs soprslv.) il fuso; dicr fegato, cioè 'duro' {soprslv. dir duro,
dir fegato; all'incontro /ee/" soprasass. DS, , polmone, cioè 'lieTB',
cfr.ME.); 6r(c( nuora (v.n.593opr3lv.);- cfr. num. 237-8. In
poaiz.- 63. giggia '|?ionta' (ju[n]cta), cfr. il soprslv.; fist de
figlia fusto di foglia, gist; bittar buttare;- lochia (lucta), lazza
(*lut-ea) 166. 64. cArt, da curt (breve, da poco in qua), «n-
das 192, funs (fundus), schunza axungia 146, otun, plùmb;-
orss, corer, torr, forchia (fìtortijia 322) f polver, maoigl mi-
dollo (cfr. QOm. 120" soprslv. in n.), artoigls de la deta articoli
delle dita 154 (^arto^ta soprslv., Car.: artuigl; in fondo ai quali
riflessi grigioni sta 'artuclo-, cfr. 'genuclo- num. 118 soprslT.I,
scheongier a. 188, avonda, toss (= ttiss soprslv., tussis), soffet,
sott sot, rott (= roti rutt soprslv. 174, 263), gottcr (- guotler
soprslv., guttur)145. Cfr. n. 58; e v. ancora i riflessi di 'gutta
al ti, 184. 66. fUorn 134, anguord {engord 168), tìwrp parie
vergognosa 195, cttolm; cfr. n. 58. 66. fergia {firia 158|
fergius (furìus furiò 167). Cfr. n. 63 cl. ecc.
VI. b. STB. 59. nateira, createira, fieira 'fiira 7. 47, deir 84, sgeir oacuro ISI. ^'-
da i^uta41;'- eng&.enna e tuttegnai. nijgnati (lo: nijna), comitugnaU;-
verUj *TÌrtit-s5è;- tufié 89. 60- ilffs nìefs 61; dotitida 121. Cl. cnmd,
e 171: en si per amendue la faTelle), eorrelatÌTO à'angiii 55, cfr. la o. 1 >
p. 32, o trer tu ih figli («opralr. trer si) ftllevare i figli; cfr. nel testo! le-
gittimi continaatori di '8u[Bnmj'. Finalntente, a qui raccogliere anche un fuv
di ti C d'a.. Iter attnfar allato a siér, aacingare, ai doTHi leggere jn'MUr
T ichigientar eopralt.
q,t,.-edbvG00»^lc
§ 1. Grigioni; B, SotloseNa: Dittonghi tonici. 137
noua83. 113, giùvenslU. Al. mwnd 10 (9S: mwn^), da /una dal fondo 130.
B5.™orta 1.29, tuorpói, cwo/pa 23. 48. 126, cuoim 79, tumuol IO. m. an-
gears *in-gir-a ingiurìe 62, cfr. a. 43.
vn. VOiam « BrarngH.
t-B9. pi piloti; sgeiras sicuro, elavadeira-s, pascheira-s pasture, pa-
scoli; enc/ tut-egnia egnia, cmging niuQo; se. 60. tomi, comooi, man-
Igni, (buri. 61. xouvna, anova;- tur. 63. sez t. nam, 172, z6st v.
DODI. 96. 64-5. correr, danonder cfr. n. 151 soppslv., soi, wion autun-
no; cruostas, euolm, cuort, uoi-s. B. 59. \d~is{)\, pi pie; sgigr sgi-
grai, sicuro ecc.; eh eha tol-ena; se. 60. imi. 61. xogvna, anotta.
tJ3. zest. 64-5. cuorrer.
Dittonghi tonici.
L Plani. 68, am-pau, aud, (catisxa);-- poera. 68*. trer (iràr). II. Munto- .
pia '. 67. [cenaféìn.]. 68. óra, 'céisa;- pvccó *-ccdu, v. n. 1-2. IH. Tom-
llaiea'. 67. [/dina, fan; sef];- siel, [en pm ìoc]. 68. o'r, à'ra, có'ssa, el
fc'da,efo'da,enpd"per;-pr£>*,pl,pro"j, prato, cfr. n. ). IV. Schoms. 68. poc
ani-po, od-ijait;-' sto *Btau stato, obiervò, angannò, toTnmuBtntò y |il. in-
itmitmos. V. Smt-8éM.68.pae, t^osa;- nutantà; àiaxrenlò, observò L., eco.
V. b. CL. 67. [Uchagna 127, fagn 36]. OS. goda gode 100, etodtr {= elauder
tiopni\.) 103. 68'. tgora *ciitira (soprasaas. ds. : tgiow^, Bopralv, caura) 21;
lo lato- (largo) 39; purto portato ecc. Staij). : tì8'. -oo (-Ó) : nomnoo, do-
mandoo, consuma; e cosi Mh. : groo *gra[d]u, Stitnoo ordinoo, resalvoo,
irtno irto er[edi]tato.
VI. SKT-Sées (OS.).
67. [pena; fein]; tschielGÌ; lei. 68. or, ora, ter, chiosa,
poss rapós, poc poca (poc91), lod ìóda (laus laudai), frod,
Oàd e godéir,3\, cfr. nuni. 93, anche per oMz'r ecc. 08''. au
grrgione: amò *ama[tl]u amato, cosd'wzó accostumato; ecc. ,(Tin3.:
jntrlSò); ai romanzo o grigione: iéla bela {= baila soprslv.,
haila), tr/? (= trai soprslv., trae) 152; pled pleds (50: dar bun
pleits) li. 171 soprslv.; tés esa, n. 174; a qui porremo anche ■:>•
aria, buon er aria buona, cioè 'ajir, cfr. friul. àjer.
VI. 6. DTR. «7. \paignaSÌ. paignai 16.65; itchaina 103]. 68. poocs 101, jo
te ìood 139, pool 129. 133. «8». lodo honoro 130, dùos dati 117, salvooi ib.,
ioldoos 36, proos 90. pkel-s 20.
' MoDiogna. Bùhl,: 68. avda iew, ampau; tgosa.
' Turaliaeca. BÙHi.,: 68. od at, pocs. Bar.: 07. {attguiella - an-
'<uiar"-la, allato ad anguira, cfr. mim. 178 «oprslt.j OS. lod soat. 08*. mt
■nki solo (mai) merao;- léd *laid, torto (ted.).
;vGoo»^lc
138 Ascoli, Saggi lailiDi, I.
Vri. Fllbnr e Brangn.
F. 07. lef (v. p. 39, n. 1). 68. poich pncs ant-po, or;- fallò, jk(-
tarrò,li^ù; pro-s prati. B. 68. polsi"];- am-puet.~ d-itò, sto, do,
angiatid;- da-r~tgo vedi num, 161 engad.
Vocali àtone (cfr. accid. ganer.).
hVltMn.^Xi.virdanar e (-i), controre, proMrbe(i). iV. SchOMB.87. nun-
dra, A. V, b. CL. 78. ies andati %. Stalo.: 71. piuir patire.
t (d8.).
77. sumiva n. 189. • 80 (cfr. 92). silenziw^z.; ma: chiapUme
capitanio, oratore oratorio, temerare temerario 338, in-scom-
me in scambio, ckiaprice, adultere adulterio, uffice Ì24, ecc.
87 (cfr, 3). bevader, magliader 'devoratore' cfr. ti. 146, pestgii-
der, blaslemadcr, cacciMer (315: cacciader), creader, pleda-
der dicitore n, 171 soprslr., giojeder giocatore, mirader mura-
tore, manchieder de parolla2%2, derschèder senatore*;- j>fy
'pej'r peggiore. 89. chirar curare, girar, misirar, isò usato,
logoro, 184, cosiinió a. 68*, liongia n. 165 sopralv., tnigia ptcp.
muggito (soprslv.: miggir migiG.), gidar 142, midar, stidar
n. 63 soprslv. 93. V. i riflessi di 'aequali-' al n, 231.- otwi,
orur aurora; oWiV (audire 62; udiruìdiond, udire, udendo, 3151.
cfr. n. 237; ù (soprslv, id.) aut;- galdeir (gaudere 143, cfr. n. CS
e 237), asgiéir (229: d-aschiér); 94. d-ulzar n. 10-11.
VI. b. DTB. 70. «uoirof •sBT., odorare, 74. 72- ureplieas 102; en>t gtties bentiùt
(lett: 'son veouti benedetti'; -ie-s per -ia-s, cfr.p.e.: insti-uia-s istruiti 13),
schmaladiei \S0, prooedks Ì2i. 98. ufdeir.48.74.
VII. Fllls. 71. pilescka patisce. 81. prumaveira. 93. « aut, w(w.
Continue.
I. Flann. 1(6. eu vei, et voterà. 119. veffl. l2Sa. Mi num. 909 (Mi).
pi. litérs (bears); lu «lur allora; (magica n. 3; nutrì), esse (esier). 128. {or-
gogna (oarg.). 1S9*. eommwentatt (mvaniau Trias; muentau pur nel sopra'
ailT.]. 130. citrti cardati (vurdacen). 135. {anioioer,c(r.u.58). 15ì.«J^a>''
tamegn, evidenbiTnegn, finaltnegn, veraniegn. II. MBBt«giia '. 1S9\ sgola.
' Cfr. n. 189 aoprelv. Lo Schuchahdt ba dì corto ormai rinuntialo alla soa
ricoEtruiione: *directator (Uw. 12).
' Muntogna. Buhl r 151. veranuntg, extielamentg.
:vGoo»^lc
§ 1. Grigioui; B. SotloMlva: Continue. 139
130. tùld. III. TRBiUasca '. 96. /<mVi» Sor. 98. Ijin. 103. uneu num. 35.
IW. icumgér. 108. sparHr, urcicUSt vasHr. 111. sa deus xmt se Dio
rDole. 118-19. tulélj, uréljas; mlj. 123. Il r all'uBcits è spesso malfermo,
indistinlo, o dilepiato, p. e i ire; cfr.n. 1,9. 19,50, 145, 155, 160-3, 188.-
134. palercér. 145. dumbrd[r]. 151. finalmàni, Ughermént: 155. tram-
Uii[r]. Ì57. lómda. IV. Sebmg. 96. «cAuran, -«rhidonfa n. 16. 99 hialùr-
gk Ì19,(L. pigi). 151. vtramentg, toidenlamentg, (inalméntg. V. Sit-
aéei. 96. tc&euDaM n, 61, -»ckidanta a. 16. (A.: ittan, -aidounln; seAi«c?utK(
[B. id.; L. schasch.] giaceTa; B. e L. sauen -an, -ìidanla.) 08. glischei-
n. S2. 99. Ìsto[a]rgÌa A. B. L. 107. cwlatlgaun L. 1 19. tj.>/. 124. jxir-
vtami proverbio L. 130. gurdavan (pardoBan A. B. , eurdao. L.). 144. -n
in m, onm. 5. 6. 151. vairamainseh -maintsch, clgramaimeh, finalmainsck
(mairtt A. B ; -maint L.).
V.*. a.». misergiaCQ. 104. lehemgia 21,33, G«>itlempta 67.89. 97. 110.
giittrna (cfi*. Imtettta alto-eng, Car.) lanterna 18. 34, glimaia lumaca 40,
glmmehSl (t. n.ST'ian.i lOi : gliungsch). liS.pt^agiagUSS. IBOn. [an-
fc/&irl03], diciai-94. Ili, bnmclar 107 »brunt[u]lar, cfr. l'eng. ISl. ordi-
nariamatitg 91, ansemblamantg 110. 1S7. plom 25. uh. 111. volt tuU,
ra'ten (vogliono).
Vr. 8«r.Sée8 (db.).
J. 96. giqjér giocare, giggia a. 63 allato a scheongier n. 188;
agid ajit 143. 284, (jscAer scher giacere. 97. aigl (sopra-
sìIt. id.; alium). 98. glima; ma: lUsch, Ugna. 102n. lin-
gier (= lingiar aopralv.) rigare. 104. dar cungia, prender
cumgta (219: comgìea). 106. misericorgieival 228; raig rai
raggio 248- 285 * ; - diavel. Wl. christgiauna , pirchiel por-
tico 320 (cfr. Ili 4);- obediensehia, retamenscha2G0;~ cano-
sckienza, gravezza, grassezza;- ottezia n. 10 e 11, direzia;-
paniienzia {'tenza), santenzia \ 108. partir ora compartire,
spaW(>219, ma: spartgir 170; mentir; fsstgina fa presto; ve-
stgir 193, vestgia vestito veste, vestgiadira; bisig ecc., n. 28,
beurar la bist^ia 128 {vetta da bestia vita d. b. 325). 110. [Sì
aggiungono in Sottoselva te costanti propagginazioni , che incon-
triamo ai n. 237-8]. — Per lo sviluppo sporadico dij non avrei
* TnmIiaBca. B^hl.: l5ì.oer<Hnagti,eoiderttamagn,finalmagn. Bar.:
ISO' davo. Ì5l.vaiiinamaing,0tramaittg.- 151 n.nainj venti 152. o^f, o^-».
' Qui spetterà ancbe tpiegk spiedo; poicbd sari) spieg (v. il unni. 183)
-spiedj, crr.gli ital. itpiede schiilrone.
' TiNS.: settlienrgin, amaeexgia dit-macejpia.
;vGoo»^lc
140 Ascoli, Saggi ladini, I. I
se non ent/iovin enigma ecc. vedi il soprslr., e sugiiegl sole'.—
l. 111. Nella combinazione u^ + co«s. tramonta il l; y. il n-ST',
(Confrontando i num, 10-11, ed aggiungi: Òùcs {'bu*s n, 23?.
= soprslv, bùls bolso S8); doutsch dolce ^; Òoùsha (= soprsU.
bùlscìia; 'bisaccia o bolgia'); mùtrin, vedi soprslv. num. 66 in I
nota; voi (= vùlt soprslv.) vult 35. L complic. 116. feifa
(6bula; soprslv. /?ma?o = *fibella),- 118. igW ecc. n, 54-6; gti-
lia {g{iglia2\Q) ago da cucire; curniglia (engad. id, Car., a.
1.' ci. xik: cumeglia; ma soprslv. comaglia DS., cumaigl Car
= it. cornacchia) cornicuta.- 119. vigt, plur. veigls23G (vegnir
vii 173), vecchio.- 120n. anclir « antelir, ancligenl 6 inteìi-
gent. B. 134. Colla metatesi descritta nel soprasilv.: far-
senzia, stersuonar starSunar 'a-tra-suonare (rimbombare, ri-
sonare), parschùn (soprasilv. preschùn); carschént allato a
crt'scher; sierìischiir eco. Vtra-lucìore (splendore); bargìMa
(= bergada soprslv., brigata, compagnia); ferdaglia (soprslv. id.)
raffreddamento, sferdentó raffreddato (senza metat. : fredirdw
sgartó grattato 87;- cordél cordeval crudele, 106. 07. — Senza i
la metatesi: gravagi&r far aggravio, ingraschiér (= engar-
schar soprslv., iugrassare); pertratgiér, pertratgiamenl per-
trag (pensiero); scricchiras scritture 126; drechiér num. 1*2;
[ifaunV]. Metatesi opposta: trouló trouladat trùule^t, ma-
Ijncoiìco malincolia (cfr. frc. troublé *turbnlato), ma 273: ior-
bló.~ 136*. inavós. T (v,'w). 139'. gulp volpe; goija [avj-
vocato, ecc. v. num. 219.- 130. visa, en guisa; gòt n. 10-11.-
131 n. Oltre fastes ^ fesiig soprslv,, qui occorre con f^'v--
fitgira fitgeira = vetgira soprslv., condotta di merci , 97. 320.-
F. 133. Qui pare si vede anche la figura col f, nella locuzione
or (la fora, fuora. di fuori, dir or dafìtora dir a mente; cui si
' Cfr. n. 118 sopralr. Ma; tramontar del sole', soprasilv. il soleigl ir i"
rendiUf roprasass. il aoìeigl ir da nndia.
' far douisck 247. Nolovole esempio, che ci darebbe *oulc da ole «m "
ge<?om<ai'io n. 64. La dtb.: dullìch 27, {dullsehesza 135), dulscha 135, pi. du-
/gschs 'J5; ma insieme dvgsch ag. 12^- 130, la qual forma ci direbbe che an-
che n*Ua procedente si tratti in realtà di •duci-, cfr. d. 233. [H (,i_: rfo/jr*,
|)). dclscht, f. dolscha, p. 37.02.) All'incouty, ol-t-s grammatic. non sTilvpihi
l'i* in DS. (cfr. n. 157' Bopr>iv.): calxiols d. IGO, aoiols api [e nul ci,, col / io-
titlo malgrado l'oii: WoioWs cahchauh (sg.: cahchout) ^. 33. 18J.
>vGoo»^lc
§ 1. GrigìoDi; B. SottweUa: Continue. 141
aggiunge: orenfer, eccetto che, 12]. 266, che dev'essere 'fuor-
■in-fuori' (or-én-fr). S. 134. schivel (soprslv. id. Conr. Car.;
sMas);- deschert il deserto*.- 187. mein mains n. 39-40. —
K.- Di n soprasàssino, e sottosìlvano in genere, si vegga il C. II,
§1.- 145. N'M: orma. Resta la figura etimologica in numrar
contare, nùmmer numeràbel 209, number 169; ma insieme:
dùmlrar s. numerare, e grond d^ìmber s. moltitudine. E qui si
aggiunge: d&r/ibli omballico (soprslv. umbligg), che va col frc.
wmbì'il (cioè, per la fase immediatamente anteriore: •n-om-
b'Iic'Io). Finalmente: l-r-m da n-r-m in liróm fegato, = nirom
basso-eagad. Car. (mr.: Ijiròm), che veramente mi par che dica
'rename', si che la prima sua parte {nir-) sia la stessa che si
riveda nel soprslv. nir-ùnckel-s rognoni DS. {sg. nirunkel Conr-,
narunkel Car. , gnirunchel alto-eogad, Car.) , il qual vocabolo
altro alla sua volta non è se non l'antfco 'renucolo- "renuncolo-
{ranuoigl basso-engadia. Car. , renunchiu rumeno) , alteratosi
sotto l'infliisso del ted. niere (rene).- 146. magliér mangiare,
sur-magliér crapulare.- 147. honrar hondró.- 161 ' (cfr. num.
32n.), legrameintg 138, avertameintg 92, eternameintg per~
pednameintg ; bundanzameing , stateivtameing costantemen-
te, chierameing, ecc.;- aleramaintg; pouramaing, perderta-
tnaing sagacemente, vesevalmaing visibilmente, vardeivlamaing
(- 'Ter[ta]tevolm.) 317, /ìnalmaing; ecc. *. Voci non bene assi-
milate reputeremo gli avverbj che ancora ci mostrano netto il t
di -meni, come: sijrament sicuramente, pegiurmeint. E avre-
mo airiocontro -meintg -meing che si alterna, per falsa ana-
logia, col legittimo -meint - -MENTO (num. 32n,): pardona-
meintg\\%manchiameintg 125, ardimeingZQ, fomemeing 134,
spindrameing riscatto {a. 147 soprslv.). - 163. giggia cfr. n. 63,
173 e l'eng., giunta, accreacimento. H. 156. tremlar 216;
n&mmer e number ecc. n. 145; chiombra ecc. e. 17; cumbel
('pieno, colmo', cfr, soprslv, n. 66 e frc. comble); grembla grem-
bUxr (gramola del pane, gramolare, 134. 145);- Xb'ì. plùmb,
plumina 'plumbìsa (palla di piombo), plunUn n. 234 soprslv.;
' la eùsher (e ceMer Mpralv.) pud la palutiio &*er la buh ragiona Utorica :
fo[u]8Uo *c(MÌo (tose, cucio = cu?o), MfsSiP. readic. xxxix 534.
' Circa toner- tender di p. 67, y. il num. 220 in n.
' Sav, e Cont.: veiramatttff, (inalmantg (nxaintg).
;vGoo»^lc
14:^ Ascoli, Sag^ ladini, I.
c&nterchiomma coatracambio (ma scombiér cambiare, e in-
schiombe 173);- somhda; chiamòna.- 158. memher, plr. mem-
bra, 155.104, ma: snembrar scftnem&rór 268. 283.
VI.fi. DTE. 105. awoilgia^, cfr. l'ang. Vn-%. rieordvmaéKn 45%' pet*ttUni~
tgia3Q,o3, UtextgÌaa7G, grtutgias 46;- bieschtgia il, 14S. buldatualf}.
l&l. de-cor-maing di cuore 96. 129 l&lD. puings 81. 94 (133: puittdt).
VII. FUlnir. 96. zouma, ^eif, -asidatmta; [ffÌasch«iDa]. 09. Aistoor-
£/ia, matirgia, mitiergia. 105. oes. 106. teirrtgir aopralv., dire,
zeia diea p].- Cfr. manixtwr al nam. 1. 107-8. [saJp^itu]; craxh-
sa\m\ biesza-,' priettchs num. 28;- citlazcAion, jta(ie»wcA«i;- &»n-
ru^jienfcha;- paacheiras num. 59;- (/fstinetven]. 119. vigl viglia.
126' anacos, Ja davoia chiatscha l'ultima caccia. 130. gard, god.
141. nassa. 151. generabnainz, easactamamt, evidenlamamx, glUla-
samainx.
Esplosive.
I. Flain. 160. eattasian {cattar), canhm, (anoima), eotabra. 162. bwxa-
da. 1C3. ;a n. 197. 167. am-pau (am-pau paucs), cfr on u. 13, otioM grò»
n. 16. 172. ^<?(7 il latto, tartgett «tractato pensalo, [fitg fetg). ITI. tue»-
tar. 178. [anjwiranj, Trina: d-un-crivatt ed anquirioan. 181. anjan-
naw. 182. fadiga. 184. (n«(). 197. ^a (goda), n. 226* soprslTr. 2te. m
corMtwI, eortew. 200. 6U(dd(!). II. Mut^na. 160-1-4. candela, calòiSa,
canaater ', cabf, caiUd; iéld s-ealdd; to a. 3, 'coe^fs, .fasdlj, ^SAra 'canrt;
ancàrna''; baca, vAca. 172. Ite, stret, faù, la' '. IH. Tnmltuca*. 160-
161. candèias, canàster, eaniénn, castigir, cadano, catà\r\, còca caccia, <d-
mi/a, canfci[r], lai cartai da gtiga[r],capéun, cóoert (»■ pag. Ì3 a. 3), cambra,
i-caldà[r];- fold, 'éà-ra, Hsia, Uu ecc. n. 3, TaviU, lapéU, Varr, far»,
^aoitj, "èdia cazza. 162-3. baca, eàeca, ttuxdr, ma'Mca, marcadAua; git^■
gàr, la carga, carga[r] ti. 164-5. furia, marcéu, eriì^a, mut'ca; péria;
liànga. 167. frest. 170. ixe'u aceto, pUJieu; duls. 171. ei »ei, ti plfi-
172. lac, fa'c., co"!:, no'c,Stre'c, spCcér,antali'g. 174, issa, tester. 181.^-
Ijina; anganó', rggàr, suga corda. 182-3. fadigér; fràjas fraghe (fraTol*);
■ iorJJ làT'{ia. 185. l?vmga. 186. sàxmg. \^^.'fug{[r\. 203-4. Ui erés cre-
' QÌo*a aggiongore eia d'ora, intorno questa voce, che la costanza dal
ano à deve diuoaderci dal mandarlo col latino oanistro-, ìtal, catustro (Tedi
num. 45 aopralv.; solo pel sopiasaaa. ho canester db.), ma piuttosto sa^:erì»:e
che si mandi, aliato allo spagn. canaslo, colla figura greca: xàtxv'ipt-r, U
quale può avere avuto corso neli' antica Italia insieina con canistrum.
' sercd a. 1-2; Bùbl. : lachertschiavan. ' fetg Buoi..
' Tumliasca. Buhl.: 164. la l-antgarna. 172. létg. Bah.: 169. -"S-
schpal, ctr. a, 67 soprstv. 190. anculir, afe. il uoprasass.
;vGoo»^lc
g 1. Origioui; B. Sotto^Iva; Esplosive. 143
ili, carUin elidiamo; suiir, s?ugs indi. IV, SckOMS. 160. earmò. 161.
mi. Igambra-, an-tscharlgenan A., a. 2;- edda v. ib. 172. lilsch {L. ^'I^,
.\. létg), felg (L. fi^tg), ipitschita u. 3, tarUchtna pensavo ib. 189. liieher,
fnsehi-s foggiti. S09. bUr bUr» {bhars A.). V. Snt-Séw- 160. caratò (L. tga-
rati), eattoBa (B. e L. tgatlawC^. 161. 164. antg&itta antgeanta, tckartgt-
tan n.3, Igoaa. 162. tocea-l L. 160. lehartgtoan (L. tachartg.), num. 3;
antsehetta L. II, v. p. 18;- an fataeha in tuceiA L. II. 172. fitsch, letaek,
spiiichima, paUrtiehieva v, p. 59 n. (Ut, spiteva, A. B. L.; cun àdSit B.
1^ U, T. p. 88). 183. angiantto L. 189. glischer num. S2, M-curscAt' n. 60 ,
/«sdii-j i-/Wch-enlar •-/uj-ent «re fìigaro, (/ifer A. B., Uiar L.; fwtitt-s A.,
fuiii B. L., *-/iM-aHtar A. B. L.). 209. bten (blitrt A.; bleart B.; ȓng.
iJotr L., plur. bUra L. II). 215. jKirvtani L., n. IS4.
V.i. tt. laiM. castagna 35, iii» M»tor48; oca £3;- (iraiw egli [Bjcava 71,
cfr.eS, tpn-ouf*(v. soprasus.) S4 ; - ttga]fa (= jeajfa soprslv., ìt. Kd/fiffe) 18,
duf^d-f (= tiMoa M)preW.>60', sat-tatgali, ttrìgier 134. 166. niaiiifai = ne-
jaitCa aopnlT., MiiMga, 87. 167. J«(^40, satg-t sacchi 54, artg-a7t'lsehklS&
{allato ad are-s 71). U(7ii- [cfr. l'eagad.] : artetgel 4, cfr. cetptr (sichier m-
lirasan. db.) zuccaro 19, Uchertgel (Ueercìiitl BOprastBB. ds.) cerchio 36.
ISB. (icA«n>21. 171. coir cuocere 75. 174. /VMan (= /"mwMn aoprd».) fraa-
im^. 177. «otoaquilaSS, T. l'eog. 170. coterSl, eiufer etuiraSe, em(73,
ni( cal-t <Mla. Cfr. anm. 59. 181- gallina. 182. papagiagh 35;- petmga
•fuia-B 147-8. UO. antef^' (= anfailjf sopralv.) 83.
VI. SwSées <D8.).
C. 160-163. ^mr canta venir canuto 71, candela, canester, can-
iìin, carvoti, castiàr castig {il castigo), castrò che è castrato,
cadagna ancndanó, calchiera fornace ('calcaria), incastrar,
cattar caiar trovare 131.260.313, scanàr, scarpar far in pez-
zi 297; - branca d'fein brancata di fieno. cariti affabile, ha-
ver careza haver amore, carestrna, allato a ckiér caro; cal-
^iolz calcetti, allato a tgiochias num. 10-11; s-caldar ecc. 258.
3C9, allato a chiót, v. ib.; cargiér s-oargiér, allato a chiar
carro, (^icr^io carico; s-cof «zar decapitare, cAianaza testa da
morto, chiapàra, chiavels tgiavaléra (capigliatura 328), ckia-
pela cappello, chiapitónc, chiapitel, giabùs ghiab&sch capuc-
ci 75.82, chiapitg capoccio da religioso, chia tgia ('a Vaz: chió')
capo; s-capitar allato a s-cha(dàr 114; capir (133) e chiapir,
n. 33; s-caiApar risanarsi, allato a s-chiampar s-chiampó266;
cùnterchiomma tn-scomme ecc. ouni. 157; caz 195, ehiaz 91.
cazza, ramajuolo; Ghiaccia allato a cacciéder n. 87; cani can-
ladùr, allato &chiantar;- sbocader{a. 87) e mata bocha, sboc-
cato, chian chiógna, chiamisa, chiamosch, chiescha chià
;vGoo»^lc
144 AbcoIì, Saggi ladini, I.
(casa), chiosa, chiosi, tgiarol chiaroló cfr. aopralv. n. 164 io n..
tgiomma n. 17, chiaglia = caglia soprslv. cespuglio, chiamóna
n. 157, chiavai, chiàpa cappa, ckiapun, chtmtra tgioura capra,
chiaprice capriccio; tgiamàla chiamala camola (tarlo), chUiven
n. 16 n.; e rivedi, anche pel num. seg., i n. 3 ed 8. 161. ì)ea-
ti/tchiér, forti/ìchiér , as-gittsti/ìchiér , glorifichiér , mollipU-
chiSr, crucifìgiér; replitgiér, supplitgiiìr, scomunichièr;- bu-
chiàl hochial boccale ; marchia (città 'mercato') marohiadar
(contrattare), barchia 144, tscherchiér num. 3, manchianieintg
nuva. 151, franchameing francamente, runtgiér (=runcar so-
prslv., roncheggiare), muschia, cruschia, schialpen scalpello;
pucchia (peccato) ecc., secchiér n. 3, tuctgiér (sic, 304.308, io-
chiér 233), vactgia vatgia. 166. Cfr. n. 3, e sopralv. n. 107,
predgia predica, pratgias pratiche 75, pertgia bacchetta (perti-
ca); chij(?r (= ckigdr soprslv., cacare); liongia, teja; hottea bot-
tejèr bottega ecc. ; stér 'sijér, v. le varietà sottosilvane al n. 3
e la pag. 74 in n.; slojér n. 3; paja la paga, v. ib.; limaja lu-
maca. 166. tgiùntg num. 67°. Cfr. num. 183. 167. tnanch 1
{mane 195. 231) manco, meno; pastg, frestg freischg; lai;- ni, \
nigin, in nijna visa in niuna guisa. 169. 170. retschever;
aschia, gierf dicerbo. 171. el sche giace (ma: schescheits ^-
céte) 30, cfr. n. Qi&' , el piai {ms.: nus plasheignZQ. 172. drelg I
drechiér; enteleìg, deletg dalachiSr (dilettare); leetg il letto; i
streitg [mB.: strelt f.ò 'serramento di fiato'); spetgiér; fitgira i
nura. 13In.;- fìg {fig gref grava molto);- frichieifladat (fri- \
giéjuladat soprslv., 'fruttevolitate, fecondità); giggia n. 152:
lochia,- cotg 255, chiern cotgia; noig 209;- fatg, fattg da
nof 136, faitg gensrùs; spada tratgia; latg;- soing sontgia;-
vassersitg = ted. toassersucht, idropisia 150 '. dafett, infet-
tar, trutta226, frittar bein fruttare 252, rotta del'armada.
vetuaglia, 171. laschiér num. 3;- miscella ezz. num. 41-4;-
< Ho ancora nelle mie nota, ma d'incerta provenienza, e forse mal Bjcuro:
inaUitg (:^na-zuclit ted.), ecostnmatezza. Per la storia dai riflassi grigiooi
di cht ted., agginngerd dal Da Sale i aeguenti esempj, tra i quali sodo nella
colonna del soprasilvano quelli che pongo tra pareatssi, e gli altri oA sopra'
sflssino: mal sict {tnaltichli) IGO, nial-liictthe mai-sictadat 1T7, mat-ciladàl
inat-iili {makicadal)ì\5; tnKter228, c(t. aìxm.SSO eopnìv.; ruicUchier21i.
, nachts. 275; lieclpfier 200, lichtp. 283; e con -tg (K) - -eh: tìadarlitff- iie-
derlich {liedcrlichiament, riedirtichiadat) 207.
;vGoo»^lc
§ 1. Qrigiom; B. Sottaelva: Baplcwive. 145
(sa {elsa s. asse 6cc.) = aissa soprasilv., axU (non 'assis', cfr.
DiBZ gr. s. CS), tavola; iéii = tais soprasilv., 'taso-, tasso; cfr.
nani. 68^. Q. 177. aua; dar sieva (cedere, cioè 'dar dietro' ;
252: dar-schiva 'relassare qualche cosa', cfp. ted. 'nach-géberC),
laschar [sic] sieva rallentare, schiva dopo, ir schiva andar die-
tro, suainter ecc. n. 32n. 179. tgìe che, tgie chiosa che cosa %
pertge?, a tge propriestì ; - cintg *. G. 181. gargiàta 81,
galinér gag liner poUajo, galdeir num, 93; giasla gazza^;
glassa {gassa soprslv. ; ted. gasse) contrada. 183. liér ecc. ,
V. nuni.3, schniér^l (= sneièr num. Z),fad.ia ecc. v. \\>.; pa~
jaun,plaja piaga, dqja daga 121. 289, fraja fraga fragola; *-
gargiàta, hargièda num. 124; etigion inganno 126 (ma: angón
angons 311. 186, enganeivel 126, angannar ecc. 135. 167). —
183. larg largh 177.182. La palatina è manifesta in largiér
(liberare, cioè 'largare', 182. 256, cfr. num. 3) che presuppone
larg (larg; CL. 43: largid), e posson coesistere, di RG uscente,
la continuazione colla gutturale e quella con la palatina, cfr. il
n, ]67soprsW.; ma largh probabilmente significa larg, cfr. n. 105
in nota *. Per la palatina voluta da i = ù: fìira *flg(ira figura;
cui si può aggiungere, per g da e: sigirezia siirezza siir 91.
109.281 ». 184. nauut naùt na&tta naol navot navuCa na-
' [cL. ttehintg 33]. Con dileguo afiktlo recente dell'u, e quiadi, come pare
a&tto certo, ancora intatta la gutturale malgrado l'è o l'i che euuegue:
chilar ffiv placare, chetò 248, allato a sa qiteCar 247, e in caso di u grigio-
ae: quinlar O ehinlar, pregiare, ciod 'contare' (v. n, 55 soprslv.), quint o chint,
pregio, stima. Cfr. chilo (cioè sicnramenta : /titó) CL. 141, - quitta DS.n. 190,
e raehintar CL. 140.
' È la voco romanza, di origine germanica (v. DiGZ less. s. t.), venuta qui
a fondersi con una special propaggine tedesca, ciod con atiel, elle é diretta-
mente riprodotto nel soprslv. hatla di tutti i lessici.
■ Cfr. sua al num. 184.
' E oecr adaigh^vér adaigh BOprslv., 'haver cieguurdo', cioè ad-oJJ, v. eo-
pra, p. 88. Circa la qual voce giova del resto aggiungere, a canferma di ciò
che ivi eì disse della sua ragion lessicale, che ns. ci offre ancora un modo
loprasAsaino, in cui rìcurre lo schietto sostantivo; cioè: metter agg, appli-
carsi a qualche cosa (porre attenzione), 60.
' draiùn dragone, ha un i (j) che a prima vista pare strano; ma deve
liatlarsi di un accrescitivo grigione da •rfroJ/ *draj; cfr. àragùn dragh
"Opi-slv. DS.
-VrcLivio GloKoi' 'U>l'. 1. IO
;vGoo»^lc
Ì4I\ Ascoli, Stggi ladtDi, I.
vola niente *. Circa sua (= suga sopralv., coi'da, saga, cfr. Si.
crit I 22 = 300) si può chiedere, se lo sviluppo è da porre: svga
suja sua, cfr num. 165, o non piuttosto: sugva suva sua, cfr.
]'engadinese. Qui ancora proporremmo: boua boa {= boga so-
prasilr. ; bova alto-engadinese Gar.) foglio dì carta '. 188.
189. genever; scheongier 'giongere: accoppiare', ieger leggere;-
schendrò, schelàda brina, schemér ecc. n. 19, schenvigl schi-
nuglia zanuglia 77. 141. 154;- sentii, xerm zermogliér, sun-
ziva gengiva; s-fenzer fingere, schunza (axungia 146), fastei
num. 131. 190. anolir ecc. num. 120 n.; e si aggiunge: cu-
lir, cogliere (eulir ceresas 247');- quitto;- sajetta (sagitta)
allato a saetta del tun, fulmine, 264.- 190n. majer (fem. maini
CL. 57) maigradat (che stimeremo sia da leggere: m(^radat;
magrezza; cfr. megra Turni. Bar., che vorremmo da 'mà[i]gra,
cfr. pag. 120 in n. e la seconda n. at num. 219). T. 197. 16
{lato-, largo), cfr. num. 68*. Circa bija bijas beato -ti (cioè:
bijia), V. il n. 219. 198. Sec. pers. plur, imper.: chiarito a. 4,
allato a slet 25. SOO. andrà anitra, ladrar latrare, mal
de la pedra. D. 208. nif nudo, creif crudo, nia nido *; nùf
de la rosa 'bottone di rosa', cioè: nodo, e il verbo: nuvar nuar
s-nùar, 179.168.114 (soprslv. id.; annodare ecc.); creerl32.—
P. 309. bler (mengia biér soverchio 289, cfr. V 3), blers, hle-
ras. 310. aviols n. Ili n.; schiafdàr n. 160-1;- si swsr di
sopra ", allato a sur ir, eccedere (sopra-andare). 313. scrie-
' sor. 117. 146. 155. 225. 173. 232. Cfr. gottar gottella, goccEwe gocci», t
i num. 64-5 del sopnlv.
' Cioè: bogmted., *boga (cfr. Pota=Pohlen, Poloaia, 231, oW O.'Sojwt
' Cfr. l'eng. e il fri. Nel sopnW. noa vedo alcun riflesso di 'colligere'; <
taluno qui potrebbe muover dubbj circa il riflesso che ali aosegniamo n«l sotto-
sìItoqo, st&nt«ché alla citata locuzione rispooda Del aial. di SopraaeWa, seni-
pra in dg: engurir cereaas {cfr. «Ttcìirir spigiat spigolare S91 ), dove sarebbe
'iQ + qnaerare', cercare, num. 178 eopralv., nelle funzioni di 'raccogliere'. M»
la serie: culei culeian euliva euUir cuUtg, coglie, colgono, coglieva, coglis-
re, colto, che abbiamo ael cl. 52.95. 121, tronca ogni dubbiezza (cfr. oncu-
/i> Taml.).- Nel pres. di 'fugir', db. ci offi's voci analoghe a quelle checidun
pel BopraBÌlv.; il cu, all'iDcontro, colla vece regolare, fui fagign Me.,BÌ.
' Nei primi due eaempj si scorge l'apenteBi dal o (*uilvu*criìvu), enei teno
no ('niu ni"u ecc. II 3); l'inverso di ciù che appare nel EOpraaìtvano.
* Ciod: BU-sopra, v. pag. 32, n. I. Pel BOprasilvauo, DB. ci dà si suora,
ai suù (*si suor, cfr. pag. 58, n. 3); e in suora si ti'att«rà di litt (snvr»
suora) dissimilato. Dà anche nel soprasass.: star si suora, far riflesiione.
;vGoo»^lc
§ I. QrigioDi; B> Sottoselva: Accideoti gaaeralt. 147
ehiras scritture 128; cfr. § 2. B. 814. cribel crtbldr {sopra-
silv. Car. : crivlar, ds.: eriblàr), palpebrai. Si aggiunge, in
molti esemplari: ■bel = '-\À\^ (infalibel, incurabel, impossibel
allato a possevel; ecc.), ma la vera forma paesana è al n. 21 in
nota. 315. beurar befrentar ("beverentarej abbeverare 128.
49, paftar {pavlar eng. Car. nachtr.), trouló num. 124, niula
num. 59, 216. gierf acerbo, orf orbo.
VI.S. DTE. IM. Jcfiywndei 83. 172. sointgia 11.132, faitgias tì).S8, aitgs
atti 52. 182. <rùi»83. 185. pltaMjra 38. 85. 190. /^ùn 114. ISOn. ««-j 90.
VHi-bUar, Slears 47. 87. 8B (14: bears), bleara, blearas.
VII. Ftilsnr. 161. 164. chìo, chiorat, sur-chiargio, chiatteasm, chiada-
gitia, chiod, chiavaedaa, schierxezza scarsezza, chiaUcha n. 8, chia-
tti n. 31-, - tscherchiond. IQT. poich , rick , vich n. 33. 169. ttcher-
chiond. 173. lez, spiseiva, drex drizza, fez, sez (= /ij/ Boprslv. , fas-
za.noaz. m.zieva, cfr. il soprasass. 182. leia; lungia. 189. lixer,
fusegdas num. 35, arzient;- tanscket prese (tangere). 192. iaing
legno. 209. bgler pi, bglers. 210. gliowa lepri. 212. ses.
Aooìdenti generali.
219.
In questo numero, e nei num. 237-8, gioverà considerare uni-
tamente le varietà di Sur-Sées e di Sut-Sées, e insieme richia-
mare anche la altre varietà sottoaiWane, sempre però mante-
nendo tutte te distinzioni in sino ad ora osservate.
Vedemmo, nel soprasilvano, ridursi ad t, cioè a vocai pala-
tina. Va f. d'acc. davanti ai suoni palatini e palatili (p. 41);
a per doppio fatto analogo, ridurvisi, dall'un canto, ad i la e
àtona dinanzi a quegli stessi suoni (p. 42-3), e, dall'altro,
resistere l'i àtoDO, davanti ad essi, alla solita alterazione in
a (p. 44). Di Sottoselva si potrebbero per questa parte addurre:
spicér, aspettare, Turni, (cfr. i riflessi sottosàsslni che avremo
in appresso), litgàgn lecchiamo, allato a iétga egli lecca, CL. 40,
liceva Tuml. (dell' t dei quali esemplari partecipan del resto au-
che la forme soprasiW. del Car.), gudinéva pijéva Tuml. n. 3,
miscetta ecc. pag. 41, 128'; e in direzione progressiva: chi-
' L'osservazione dal Carisch, che allegainnio a p. 41 in n,, coacei-ne pro-
babilmeaU anche la regione sottosilvaoa.
;vGoo»^lc
148 Ascoli, Saggi ladini, I.
mutsch-s {=aamuotsch soprslv. Car.) camosci. Turni. Bar.; ma
qui non porremmo tgiminada e simili, di cui più tardi. Di più
vedemmo, io questa regione, aversi i pur dair« tooica, daTanti
a palatile e palatina (num. 20, 22, 28*, U9, 172; cl.: Uger, mi-
gler mélior 113; cfr. i'engadin.), a tacer dei casi tnmliasci di
e da a tonico nella congiuntura stessa ^ Ma affatto caratteri-
stico trovammo farvìsi, in direzione progressiva, l'influsso as-
similatore di quo' suoni ^ sopra Va in accento fuor di posii. e
dinanzi a r complicato (v. l'esordio, i num. 3 ed 8, e III 3);
al quale fenomeno ora converrà che cì fermiamo per qualche
istante.
Dai suoni palatili e palatini deve primamente propagginarsi,
dinanzi all'a, una nuova e sottil vocale palatina, che oscilla
tra Ye a l'i, e siamo cosi alla fase che pur nel soprasìlvano
ci era rappresentata da cheàu (> *oau capo) e chiàn, n. 161 ^
e poi ci era offerta, con molta abondanza, da ortografìe sotto-
silvane. Questo 'à, od 'à, si riduce poi, per processo di vera
assimilazione, ad e', e arriviamo alla fase che ci può essere rap-
presentata, per rimanere all'opportuno esempio del riflesso di
'caput', dallo céu della Tumliasca. Né a questo ci fermiamo. L'è
risultante da *à od 'à, che si fece un'e 'sui generis', tale cioè
che ebbe a seguire sue proprie vie, ben potè anche determinarsi
in un'e aperta {§), e di ciò avemmo espresse testimonianze, in
ispecie dalla Tumliasca. Ma sotto il costante influsso della pa-
latina o della palatile che le precedeva , e in ispecie quando le
susseguiva vocale (che è il caso di 'cau e dei participj delta
prima conjugazione), quell'e dovette in più di un dialetto assot-
tigliarsi, cioè accostarsi ad i, per modo che si ottenessero con-
dizioni analoghe a quelle dei num. 24, 35 e 60 (lu i«u ecc.) ed
effetti ideatici; quindi, teoreticamente, coli' esempio di prima:
fc'e'w ce'ù céa, come è analogamente in iu t'4i ia, io, od in un
participio di quarta: durmìu durmi'u durmi'ù durmxa. Ora
■ Cfr. p. 11 n. S, p. 85-6 io n., e p. 146 (num. 190 n.). Sempre trattasi di
BTilappo di un 1 davanti a palatile o a palatina.
* Tra' quali parrebbe doversi comprendere pur l'i; ma gli & che in eSdtia
spunta un j tra questa vocale e \'d susseguente; p. e., ciàdi, vijddi, onde:
*i>ijédi viédi Turai., viaggio.
' Notevole, in ordineaquesto sviluppo, la ortografia ic/wfonywrQungersJus.
;vGoo»^lc
§ 1. Grigioni; B. Sottoselva: Accidenti generali. MU
avremo, nella realtà, due diverse pponuncìe, le quali si conci-
liano nell'e' teoretica; e sono: céa di Schoms o igea del cl., e
tgìa di D3. Ugualmente dove s'ebbe, dopo V-é = à, lo sviluppo
di un a secondo l'analogia del num. 25^: gea cl. 38, particola
affermativa \ già ds.; e cosi nella forma sincopata per 'casa'
('ca'): 'céa in Schoms ur., chià (1. ohia) us.
Il dialetto di DS. arriva dunque, in tali circostanze, ad t=à,
per effetto esclusivo della consonante che precede. Locchfe mag-
giormente si dimostra per la seguente serie dt sue forme in -ta
('-['«u) = .^M soprasilv. da -àtu anteriore: marchia 'mercato 51,
pertrachta 'partrattato 163, maglia mangiato 190, largia = so-
prasilv. largau 'gomma d'alberi' *, cargia carcato, tocchta toc-
cato 171, imbroglia imbrogliato 157, pnc[c]kia peccato 221 bis.
1C3. 122, bugnia bagnato 65; ai quali si aggiungono, con ì nella
precedente sillaba: publichia 243, fortìfichia 134, sconununi-
chiù 273, squitgia^ sckutchiau (squitschau) soprslv., oppres-
so 213, 311(^10= piH^iait soprslv., percosso, ligia legato 179, pri-
vilegia 23y, piglia23è, studija (^studijàr) 121. 181. 267, oblija
oblila (TiNS.: obbHja-s pi.; *oblijàr) obbligato 306.210'. L'in-
decisione tra e ed i ci è tuttavoltà rappresentata, dallo stesso
dialetto di ds., per la seguente serie: taglieas tagliati 181 (ma:
sur-tef/iia circonciso) , scaccÌea2Q8, pajea pagato 215, slojea
' Che pnò ugualmente euere il tat. jam od il ted. ja.
* largau soprslv., largiò alto-eng., 'làrclienhflrz', Car.
' Cml questi participj di prima coincidono coi riflessi dei particì|j in -ito
e -uto (p. 35, 60). — La Tumliasca (Paapels) ci darà -et» al participio di que-
sta categoria dell^ prima, come cel dava in ehiu capo = cAfa m.; quindi; ma-
ìjéu, gudiiiév, banév, pijéu pagato, obtiyéu, sert-éu cercato, frut-^t UrZ-étt
nani. 124 (Bar.: bigigeu fabbricata, schiiiffSu stimato, basi ted.; palarcheu,
pi-onuntiéu, cfìr. n. 60); e il participio della prima conjugaziooe cosi vi si
lecca alla sua vdta, ma in diverM) modo, con quelli delle altre (p. e. dur-
mfu, *durml'u, v. il soprslv.), non distinguendosi da questi se non per la
diversità dell* e. Al famioile, la distanza vi é naturalmente maggiore: pijéda
obligida, allato ad ida n. 36. Ma è poi notevole, che l'-eti tumliasco (sia
della particolare categorìa della prima, sia delle altre coniagaeioni) mostri
ancb'osso, in qualche varietà, lo sviluppo piti o meno costante; *-é^ (?'")
■éa. Cosi nel saggio di Sched: tartge/i (*terì:é'v) allato a lameu; e in quello
di ^ebarauDs: taméiì allato a sa-cuncheu.- h'-a del plurale fùgeià (fuggiti),
dello stesso saggio di Scharauns, sarà meramente epitetico; cfr. Bar.: schi-
nai-a si esauriti, castiai-a castigati.
;vGoo»^lc
9
150 Ascoli, Saggi ladini, I.
slogato 273, ingraschea 168, plejea piagato 159, nettagiea for-
bito (quasi 'netteggiato' ; cfr,, di base ted., malegieia dipinto,
strofegia castigato 160) 133, stroptgiéa storpiato 298, comgiea
allato a cimala ecc. n. 104, scumhigliea intricato 173, fitgiea
= fitggiau soprslv., pertinace (fisso) 226, allato a /ìtgial59 ';
circa la qual serie va notato che non vi occorrono se non due
esemplari con i nella sillaba precedente , l' uno de'quali vedemnio
avere accanto a sé il suo correttivo.
Ora passando alla dtb., la sua costante risposta all'-tiu so-
prasilv. sarà, ne' casi di cui si discorre, -ea (-iea), ed è quanto
dire, che, nell' indecisione tra e ed i, questo dialetto tanto pie-
gava al primo suono, quanto quello di DS. al secondo. Errerebbe
per certo chi in simili casi se ne sgabellasse coli' accagionar la
vecchio scritture d'inesattezza, d'incoerenza, o d'altro. Le vec-
chie ortografie hanno, in generale, la loro sicura ragion d'essere,
e quanto più vi studiamo intorno, tanto più si aumenta, colla
luce che ne deriva, la nostra fede in esse. Qui del resto abbiam
pronto lo schietto -ia della stessa dte. nei participj di terza e di
quarta (vivia 49, fi^ma51,ecc.), i quali ci fanno chiaro che nàia.
serie che ora segue si dovesse trattare di pronunzia diversa:
scatschea 64, laschea 55, engraztgea ringraziato 132, pradj/ea
predicato 23, tschartgea-s cercati 90, tutgiea toccato 26 3, pu-
tgea putgea-s peccato -i 20. 9. 15, battegea-s 44; santi/ttgiea 18,
glórifitgea 21, cruci/igea 8. 49, scomunitgea-s 71, piglea li;
biea-s (*bi[j]au) beati 72. 120, obUea obliea-s 1.8.36 ecc., ca-
stiea-s (*casti[j]au) 114. In un solo ca.so vediamo determinarsi
pur questo dialetto per l'i; ed è: roiia roia ('rojau 'rogau)
pregato 110.21, nel quale riconosceremo la particolare efficacia
dello _;■ sempre bene spiccato ^
' Altro esemplare in cui si oscilla, notsTolo eziandìo per la straordinari*
sua divergenza dalla figura fondamentale, é gmea sindico 282, goija a^TO-
cato 64, goia procuratore «e. S29. 240. 313, cioè "vojia (n. 12&') •vùg\a
■=vogau ugaa BOprsIv., aTvocato (quindi: gojadSa = ugadia *aTTOcatia, fa-
tela, defenaioDe, 313).
* Ciod 'toccare' nei seceo di 'suonar la campana'; = (uf^iii CL. 132. Sin-
golare che s'abbia poi colla gutturale intatta: toucea dtr. 28.
' A differenza di cid che avviene in casiiea ecc. Si confronti ancora, per l'ef-
ficacia del j: roiei-, solita figura dell'infinito (19.71. 94.08.1 17. 124; roiMr,(a
117), allato al costante -ear degli altri infiniti di questa categoria (ouni. 3;
;vGoo»^lc
S !■ Grigioni; B. Sottoial*»: Accidenti geoerali. IE>t
ArrLTÌamo finalmente al dialetto del cl. Qui l' -ea = -àu ben
diede 'io come in ds.; ma questa evoluzion Snaie è impedita
dalla presenza di un a, o di un' e, nella sillaba precedente *;
ed è un freno che dipende da quella tendenza ad armonizzare
tra loro le vocali di una stessa parola, della quale avremo tra
breve a registrare altri effetti, e alcuno già. ne vedemmo nello
stesso dialetto di ds ^. Quindi , nel cl. : tutgia (v. la pag. prec., in
nota), bugnia9b, giuia giocato ib., struptgia 81, ruta 108, ^i-
^ia leccato 4EI, risigia risicato 12S, piglia 61. 104, ecc. ^ ma al-
l'incontro: manigea mancato 135, cargea carcato HI. 143, sa~
geo saggiato 49, laschea 103. 122, ecc., seiea 60 [saiea 52. 126)
segato, erptgea erpicato 80. Cosi in mh.: piglia 149 *, obliia 149
(fem. obliida 148), allato a martgea = 'mercàu 155, tsckanschea
= *cancàa (discorso) 149; e in Stald.: bitschia baciato, accanta
ad angraschea ingraasato.
donde t& cousidarata anche U variante //iuier, parallela a roier).— In tamtt-
Ur eniehanuglieu 48 (cfr. 95.96; 28: enichanufflis) dod si dee gitt *«dere
uà participio (-gliat), ma al ert-schantigliai in ginocchi, come ei prova dal-
l'«lucAcnuftiu BOpraailT. ne. 168. 14L. Ma la figura participijile potrà esserci
offerta da en-schanuglsa 97. — L' éa {*?■», -du) del partic. maae. é iiataral-
mente un prodotto diverso dall' eai::d dagl' iofla. ecc. (n. 3).
' Lo stesso effetto avrft probabilments anche l'o, ma gli esempj ci man-
cano. Lo ScHiiCHABOT (Itw. 7, T. la n. che segue) allega veramente gudogtur,
ms non vedo di qnesto verbo le non l'infinito (gudagner 120, gvdogner ISl),
e G) tratta di un □ da a secondo il num. 15, malcerto fuori di accento {•iw-
iagnfr db., gudenér ecc. Turni.).
' Lo ScEiiicHtBiiT ha mirabilmente illustrato questo gruppo di fenomeni,
in iispacia per quanto si attiene al ci.. Ma egli non ha potuto riconoscere la
giunta relsEions tra l'i della sillaba precedente e l'i di -ia; ha in quello ve-
duto una causa efficianta, anziché una circostanza che lascia libero e meglio
uaicura il compimento dell'evoluzione; a quindi ha dovuto trovare enigma*
tico ì'-ia degli esemplari in cui la sillaba precedente ha » (Itw. 9). Le due
cacali che aono, in due difierenti direzioni, alla massima distanza dall'a (l'i
e l'u), consentono anche nel dial. del cL. quell'ultimo aaaottigliamento dell'e
di -ea che nel dial. di ne. ai compia anche all'infuori di questi limiti; Va
' la vocale intermedia (cioà Ve oppur l'o, cfr. la a. che precede) noi con-
Motooo nel cl., ciod vi fermano la vocale oscillante al livello inea discosto
dui loro. All'è vaderamo di sopra cha il cL. rimanga pur na' monosillabi.
* In piena coincidenza, qui pure, col tipo della altra conjngazionì (per
^: media mietuto 89, fugia fuggilo 6£).
* Per l'infin. di questo verbo, occoi're in mh. anche piglier 147, oltre pi-
jfùir US. 150, che adducemmo di sopra (p. 131).
;vGoo»^lc
J
152 Ascoli, Saggi ladini, I.
Nella continuazione dei tipi in '-àta' e dell' '-àba-' d'imper-
fetto, il CL. osserva, in ordine all'd dei verbi della categoria
fonetica di cui stiamo parlando, la stessa norma a cui obbediva
nella continuazione del tipo in '-àto'. Quindi: struptgida ì^,
mortifitgida 134, spitgida aspettata 134, e analogamente: iglida
occhiata 99; aitato a pratgeda predicata 148, tatgeda attac-
cata 134, ecc.; poi; tschumtgiva tagliava (inf. soprslv. tschun-
car Car., fri. goncà, ecc.) 66, s'anschigniva s'ingegnava 121, i
cui infiniti si addurranno tantosto, pigliva 123, allato a nutn-
tgevaliZ, laschevaì^, magltevaiS; ecc. Pel tipo '-àtor' noo
trovo se non casi delle formole e—à, a—à; e sono normalmente;
pestgeder-s 53 , catscheder 63 <. — Dal ds. non ci è dato rica-
vare alcun esempio per gl'imperfetti di questa categoria; ma
dai riflessi di -àta ed -àtor, che a suo luogo registrammo {n. 3
e 87 3), si può inferire che dinanzi a consonante, o almeno dinanzi
al d, il dialetto di ds. non venisse cosi facilmente all' i da à
come lo vedemmo venire dinanzi a vocale, ed anzi, per que-
sta parte, appare che rimanesse più addietro di quello del ci..
Ne' saggi sopras^sini del BUhler abbiamo; spitgiva, allato a
tschartgevan, in perfetta analogia col cl.; e lo stesso ci dà il
saggio di Mons, che è in quella regione sottosdssina cui vedem-
mo che il CL, spetti. Fra le altre varietà sottosdasine, Oberwatz
ci offriva (n. 3) : diglieva spitschieva (ma pure putertschKva] l
allato a schartgevan, la prima delle quali figure {-ieva) è forse I
la stessa fase fonetica che ora ci sarà mostrata, in circostanze
analoghe, dal dialetto del vL.
Avviene cioè in questo dialetto, come già ebbe ad avvertire
Io ScHucHARDT (Itw. 8, 9), cho I' '-are' dell'infinito vi sia riflesso
per -ter, quando alla consonante patatina o palatile precede un '
* od un u; quindi vi abbiamo: inditgier indicare 71, giitdi-
tgier 158 (e analogamente, com'è naturale, nel saggio di Mons:
signifitgier) , s' anschignier 124 (v. s.), pronunstgier 102, (»-
tgier 124; tschumtgier (v. s.), allato a catscherS^, tgaval-
' stgaffeider, creatore, 97 ecc., ri^Kinde al sopraailv. scafider (da scafir),
qnìndi riflette "•itor, e spetta al auin. 33.
" Per la dtr. t. il n. 3; Tins.: darscheader cfr. n, 87, come negl'iaf.; k-
sckear, hittiear.
;vGoo»^lc
§ 1. OrigioDi; B. Sottoselva: Accidenti generali. 153
ger 141, pratger predicare 149, ecc. Deve trattarsi di -t'r \ e
perciò di ana fase di vocale che si approssima- a quella che ve-
ilemino ne' rispettivi riflessi di '-ita' '-àba'. Ed anche per questa
parte l'effetto dell^ consonanti assimilatrici si mostrerebbe più
profondo in questo dialetto che non in ss. o nella dtr.
Abbiamo cosi toccato di ó ridotto ad e {e i) dietro a suono
palatile o palatino nei riflessi di -àio -àia -àtor -àba- 'are % e
nei monosillabi; ed in queste figure, quando si eccettui la Mun-
tila, il fenomeno è continuo por nella sezione occidentale di
Sottoselva, ed affatto costante nella centrale. Né mi accorgo,
per quanto sa ne possa presentare occasione, che ne'tipi schiet-
tamente nominali l'attenenza sia diversa (num. 3); solo che nella
Sgara che abbiamo specialmente considerato sotto il nura. 8
cioè -(ir+cons.-, l'alterazione parrebbe estranea alla prima sfi'
zione e mal ferma nella seconda. Ma Va di accento occasionale
che è quanto dire Va de'diversi modi del presente, ne va forse,
di regola, immune dappertutto (III 3; Schuch., Itw. 10-11).
n OL. ci offre ancora notevoli esempj di vocale àtona che sì
determini secondo l'àtona che la precede; ma veramente sono
casi di vocale che oscilla in modo particolare (cfr. Ili 3), e
quindi è più esposta all'alterazione livellatrice. Si osservino: so-
jiageva zoppicava (inf, soprslv. zoppiar zoppetfiar Car. gr. 151)
131, hassagea odiato (base ted.; in6n. soprslv. hassiar -egiar
Car.) 146, gartageva capitava, riusciva (inf. soprslv. gartìar
■egiar Car.; ted. 'g'rathen'), stgampantar scampare (salva-
' Lo inferirei dal tipo obliit {"obiijiér); dalle oacilllazioni come in ruier
('rujièr) ISO e rtitr 102; dal caso analogo dello schartcìier dì Alveneu, che il
Bbhlbe misura w--; e da altro ancora. Agl'indigeni, del rimanente, l'illn-
ffiinarci meglio e io qaesto e in altro.
' gargidla, D8. n. 182, nona un'eccezione, cornea prima vista puA parere;
poichà li ai tratta di consonante composta (gargatta), come già ci direbbe la
tenue dentale ladina.- Notavola à schiria (schirau soprai», num. 203) cl. 83,
ibie Io ScmiCH. Itw. 9-10 vorrebbe a dirittura ripetere l'intera metamorfosi
fluita semplice presenia dall' i nella prima sillaba. Ora la normale risposta
'ottosihana dello schirau di Sopraselva Garebbe schiró, coma veramente suona
il vocabolo presao il DH. (144; cfr. ih.firó, Filia. id., - /ìrau sopralv., fesla, 128.
130); e per dichiarare la non facile forma del cl. dovremo per avventura ri-
correre all'analogia di liljui geloso (cfr. n. 237), porre cioè "sirjàu, onde
poi normalmente l'intiero sviluppo.
;vGoo»^lc
154 AkoIÌ, Saggi ladini, I.
re) 114; allato a nizigier, mettere a. proQtto (base tad.) 133 e
tiitginto attossicato 125. 126 \ Da Sale indifferanteiDeRte coU'e:
hassegiér (ma: sopagér) e nizzegier 142. — Ma al fasomsDo
delle due protoniche livellate per assimilazione progressiva, che
il CL. testé ci mostrava, si aggiunge piìi frequente, nello stesso
dialetto, il fenomeno medesimo in. direzione regressiva <: soin-
tirevla \00, tschirischér ciliegio 31, allato a /scftaWcwAo* ci-
liege 24, tgiminada 123 {= caminada soprslv., dispensa, peniu),
allato a tgamegn camino; cui si pUiì fra gli altri aggiungere:
tgimirolaH, che dev'essere il correlativo etimologico del mi-
lan. gambirdla, venez. gambaròla, sgambetto, e dir quello che
ai Francesi gambade ^ Dal ds. avemmo al num. 3: fidiér e con-
tririer; un diverso esempio di livellazione ci occorre da quelli
fonte al num. 232; e sì aggiunge, in Tins., kistiear castigare,
allato a casteij castigo. Assai notevole finalmente il contempe-
rarsi della vocale iniziale con quella dell' uscita in un trisillabo;
cioè nel OL.: ensatgi qualcbeduno 97, allato ad ansatge ijual-
checosa 125, e con perfetta armonia in mh.: insatgi qualcbe-
duno 146. 148. 154.155, allato ad ensatge qualcosa 151.154*.
Resterebbe di avvertire, che nel dialetto rappresentato dal
CL., le consonanti palatine e palatiti esercitano ancora il loro
effetto sulla vocale tonica che loro succede, in quanto favori-
scono la conservazione dell'i (à ; ù lat., ecc.), cioè reodonu
infrequenti le alterazioni alle quali egli suole, ove non abbia
questo freno, andare incontro (cfr. il num. 79 soprslv.). QuiniU:
' Perà; (}jwinlar (jn'faHto DUtrire occ. (base tad.) 58; e ia lUtgittto ùÒOfA
per avventura tener conto dell'i finale della baae, cfr. i) num. 174 sopnl*. «
tissientar aopr&Baw. ds. num. 54-6.— Diatro l'u abbiamo a in slrufagtr, tt-
btigare 122, ed « in fa turpegeoa si vergognava 121.
■ Cfr. ScHtTH. Itw. 8.32.
' ilg far tqimirolas giù ptr slgela costa sacens... il fare scambietti giù
per le ecale, costa di sovente...
' Concorre però in questo esempio anche il soprasilv. di db.: m letj'i quil-
CUDO, enietgei qualcosa, v. sopra, pag. 48. Il soprasass. in sichiei qualcotSi
pi-esKO lo stesso Dg. I2i, dovrà probabilmeate l'i dalla prima all't diiUs £r-
condu , promosco questo dalla consonante palatina. — E ancora ti conceda i^i'<^
qui per incidente annotiamo, come pel soprslv. emecort» ecc. (pag. 4^.90) il
CL, ci dia frequentemente vtf-saaiHts , che ha i nuoi analoghi pur nelle al'r'
Provincie ladine de'Origioni (t. HI, 5).
;vGoo»^lc
3 1- Origioni; B. SottoMlva: Accidenti genarali. 155
vaschign allato a tgamegn, agid (ajuto) allato a taleid (sa-
lute), ecc.; Tedine i n. 33, 33*, 59, 237, e in ispecie Schuchardt
Itv. 31-2. Ma ai oscilla in questa parte fra gli stessi Codaschs
da Hger di Surmeir, poiché allato a stgir pastgira tgir (scuro
pastura cuojo) del Codcach della seconda classe, quello della
prima ha stgeir pastgeira tgetr. E net saggio di Mons: sieirs
('sìjir-s) sicuri,
230-236 (Sur-Sées ds.).
220. roidna rntidna (= mina sopralv, e basao-eng., n. 190) rug-
gine, parrebbe 'ruigna attratto dalle molte formazioni in -idna,
[•ad-ìdna), v. Ili 4, Ancora ai considerino lirom ecc. n, 145, e
giaslan.lSl *. 221. «arda( 'sijirdat sicurtà 241, cfr. n.l83.—
Ì'Ì3. virchiel = ouvierchel soprslv. coperchio ecc., peftY appetito,
glieda "iglieda occhiata.- 224. da contiti di continuo 100 5. -
226". voler e lér, vignir e gnir n. 33; sterna {cisterna sopra-
3ilv.).- 226*. {biatat=beadadat soprslT., cfr. cl. 100, può essere
esempio illusorio, v. il n. 197] =. 228, sacouder (cfr, il so-
prslv.; esi dovrà porre om = *o, cfr. DiEZ s. «, 3).- 229. dùmbli
n. 145.- 230. flodra {soprslv. id., Conr. e Car.) fodro, sptidir spe-
dira 289-90;- j9roprìe5f*propies( soprslv. num. 56 *.- 281. lin-
' A p. 106 riioandEunmo a questo luogo per ritoccare di Untr mattiti ecc.
Mpnsaw. a sopnlv. , che proponenimo (p. 87) fra gli es6m[^ il nn à* ni- Ls
DIB. lui tigntir ils maangt a Dia ^ (cfr. ib.: con mangt a Dia aVant)^ e il
TL.: Hgna te igU mangi a Dia 114.90. 102, e nuno quindi a. tenére aiizi-
clid a («rubre. Uà 'tener te in&DÌ & Dio' par modo strano , o propeuderenimo
ni ammeltero che Uner = te7uler eì veniase » coofondere con Uner tenóre,
dato peid che s'abbia o sì aTe»e queato infinito con l'accento Bolla prima,
il per 'tenére' e si nella frase ttntr niauns ecc., come pud fai' credei's la co-
lute assenia dell'accento in ds. (sempre tener, allato a voler plaicMr ecc.).
Pnr qui aspetteremo la sentenza definitÌTa dagli indigeni, O dai riscontri di
altri dialetti.
' Ms nalla di particolare ha festi *feslij, festuca, che rÌTtane, insieme
iM^Ii altri riflessi grigioni (fattig soprslv. Cai., fattii eogad. ib.), a un tipo
mucolino, che A pur dell'italiano (festuca, .nco).
* SS6*. Dileguato, o meglio assorbito aell'f , vedemmo nella ora. (u. 3) ilj
V^l quale si contiuuaTa un'antica gutturale. Cfr. de. d. 184. 227. Fili».:
"Igurdieiueha ricordanza, aloaer legare (alzarsi), cfr. l'eogadìu.
' In rareetria, carestia, a cui dal db. si aggiunge un soprsW. ealeitrta, e
ài Cnr. nachtr.: rhalaitrla engadin., non si può, con piena sicurezza, affer-
:,Goo»^lc
InC AbcoIì, Ssggi ladini, 1.
gi^r leggiero; engal angal angualif, mal angùal (mal agua-
Uf), V. l'engadinese'.- 332. In davainz ecc. n. 41-4, di contro
a dadents soprslv., dadains dadaint eng. (di dentro), avremmo
il dileguo di -d- e tolto Tinto per v, cosi che nei sopr&sàssino
coincidano il riflesso di 'de-ad-intus e quello di Me-ab-inde (so-
prasilv. davend; soprasass. prender davent, prender Tia, leva-
re 181).- 382*. Epitesi di t: tavant (tahanus 138) pievani p/e-
vónt ('plebanus' 231. 218, cfr. n. 16 e 5), cordoani cardarmi
(= cordovano; s. 'vestito di pelle' ecc. 318. 80) 3. 3*4. chi'j-
veti num. 16 n.,mesdina medicina 194. 230. 236. salamuira
(= salmira soprslv.) 8alamo[r]ja; chartadoira {*grattatoria, cfr,
n. 124eV 1) grattugia.- 336. lUntguag lunguagg lungag 1^
183. 310.
237, 238.
La propagginazione mediata dell't nella forinola tV(-i4
occorre nella sezione occidentale e centrale di Sottoselva, cre-
scendo di frequenza in ragion diretta della frequenza del feoo-
meno della palatina nelle formole c + a, g^-a- H vanno distinte
due diverse serie: I. iii (inj) = in dei num. 33 e 59, ai quali ri-
mandiamo per gli esempj della sezione occidentale , qui aggiun-
gendo, per la centrale, da ds.: frigna farina, a la fign, cigx
(- zinn ted., stagno) '; e dal cl.; gagligna 22, ^scAit/na-s 79,
nigns pi. di 'niuno' 33, cusregn consobrinus 130, lavegna-s U-
mare, cha trattisi di r epeatetico, paiohd à voce di formaziooa ONnn.-
V. anfora l'ultima nata di questa sezioaa.
' Sotto 'solo: aolameote' abbiamo uoal allato ad angttal; cfr. nel aoptùi'-
vai Gar. allato ad angual (jpKtl) Coar. Il Eopraeasa. wcal spetterebbe, per sn-
Inppo di o, al numero susseguente.
' 23S*. Epitesi di a dietro ad é avemmo nella otr. e nel cl. al n. '£i\ « !
pure ns. vedemmo prender parte a simile aggianzioue (p. 149); per la quale il ,
riflesso di 'casa' {rèa-=*"e ^"ca) veniva a coincidere in Sottoselva ccai quell'i •
di 'caput' (<'crt~"W*u •c'iitt). In vn. iacontriamo cramaea venditore, t\<y' ■
rramé (num. fi) -i- a, cfr. earmér sopnuasB. d8, 316 (= hermSr e cremeria-
prslv-, voce di base ted., di cui v. V, 1) e il n. 9 Turni. — Caso piti eii^
tare di epitesi vocale avemmo inoltre nella Tumliuca, pag. 149 in Dota. T.
V. ancora III 3.
' Il confronto delle altre varietà ci rende sicuri che ,7H valga n in tutti pi' <
ef^emplari di i>r. che ora hÌ adducono o si licliiamano, e non vulga h, rurne i
deve suonare in Vigna lana (v. mr.), taqna tana; cfr. planq piagna u. j-
;vGoo»^lc
§ i. QHgioni; B> Sottoselv&i Accidenti geoei'ali. )&7
vine 136, Martegn 128 ' ;- li. an (anj 'ainj) = ain dei n. 21 (67)
e^-.cadagna, fagn ecc. Cfr. l' engadinese. - Si aggiungerà, al-
meno per la sezione centrale, anche ilj da 11; v. in ds. (n. 33):
stil stilg, ovil ovigl {nùvil nuvigl anche nel soprsW. ds. ^15.
395), e nel ci. (ib.)} : uigl, badegl, avregl;- serie da non coo-
fundersi con quelle di cui è toccato al n. 112 soprslv., dalle
quali pure si stacca l'esempio di arziglia ds. {arschilla so-
prslv.). Si confronti l' engadinese; e circa ziUus ziliusia zi-
gliùs OS., si rivegga il soprasilvano.
Ai num. 10-12 e 57 dei nostri spogli noi veniamo mostrando
io sviluppo di u dinanzi a l complicato (càuld 'cold cod; ecc.).
Ma in Sottoselva cominciammo a vedere, che au davanti a con-
sonante generi alla sua volta un l anorganico {oldir = auldir
^ audire). Cosi, dato p. e. un ALD (Aid) veniamo ad AuLD, e
dato un AUD veniamo ad AU/D. le quali vicende s'incontrano
entrambi anche all'infuori della zona ladina; v. p. e. Schuch.
vok. II 492 segg. , III 306-7. Lo sviluppo dell' u nelle formolo
ALD ALS ecc. è più esteso e più antico che non sia quello che
il grigione ci offre nelle formale ANT ecc., ed ha la^sua par-
ticolare ragione in una certa attiguità dei due suoni (u e t)
che si manifesta molteplicemente nell' istoria delle lingue. Ora
questo fenomeno che rappresentiamo per AuLD da ALD potreb-
be considerarsi come una propagginazione immediata in
senso regressivo; e più specialmente quello che rappresentiamo
per AU/D da AUD si potrebbe considerare come una propaggi-
nazione immediata in senso progressivo. Noi ci riserbiamo a ri-
parlarne altrove, e intanto continueremo a raccogliere sotto i
' Qui, come nella dtb. ecc., suolsi ay^n en = *in (cfr, il onm. 219, vei-eo
il fine); ad emenda fr«quaDte, nella sezione ceatride di Sottoselva, ei = *i, si
potrebbe facilmente imaginare cbe qui si tratti di en da *«tn, giusta l'ana-
l<^a della seconda serie, alla quale nel testo ora si arriva. Ma questo etn
non si vede in alcnna parte ; ed all' incontro abbiamo affatto chiara la scala :
l's inj enj enj, cfr. ds. e la Tamliasca. — La gaminaiiona cosi frequenta nel
upnsiivano oalla forinola in- (soprslv. n. 233), si dovrEi essa considerare come
una propagginazione incipiente] — Al dì 1& della lona ladina dovremo forse
riconoscere ia propagginazione nell'- inho -inka (= -ino ecc.) che occorre di
frequente nel portoghese per *-tno •-ina (oiiinko, farinha, gallittha, ecc.),
pintlosto che dire col Dnz (gr. I* 218) che il n vi sia raffi>rzato <per ovviare
all' elisimi e'.
;vGoo»^lc
158 Ascoli, Saggi ladini, I.
num. 68 e 03 gli esemplari ladini di AU/D (old; uld ald) àt
AUD, e gli altri analoghi. Ne' quali ai tratta di uno sviluppo
che non dipende dall'accento cosi come ne dipende quello dell'u
di AuLD ecc. ; e gli esemplari che potemmo addurne per Sot-
toselva, sono appunto di formola àtoaa..
Rimarrà da considerare, per Sur-Sées e Bravugn, un feno-
meno di propagginazione immediata allato ad no feno-
meno di alterazione ascendentale, col quale il primo TÌen
sempre a congiungersi e quasi si confonde. £ gioverà comiociatf
dai casi in cui v'abbia più schietto e manifesto il secondo; da
quelli, cioè, in cui il secondo elemento dei dittonghi ladini éiòt
passa, davanti a consonante, in g (k), dove naturalmente sta-
biliremo: ei 'ej 'e^ eg; ou "ov '<fiv og. Il fenomeno ai compi!
dinanzi ad ogni consonante per la quale se ne presenti occa-
sione, dal n infuori; e più solitamente dinanzi a r e « '. Coaia
cagion d'esempio, ■ nostri spogli ci danno, nell'et da d Ut. od
i lat: davecr ('davair, dovere) in Sur-Sées, nehf (*neÌT nors)
a Bravugn; nell' ou da o lat. ed u lat. (ossia, più proprìamuiu.
nell'ou da ù ladino anteriore): fiogr in Sur-Sées, croks a Bra-
vugn, dirimpetto a fiour crous (flore croce) di Sut-Sées; e uel-
Vei da t ladino anteriore {t ed u tat., ecc.): fekl *feil 6lo, i
Bravugn, feg$ 'feis fuso in Sur-Sées. Ora, ai dittonghi che ii
sviluppano da à ed t' di fase ladina anteriore, come a'rispettic,
numeri si vede (46, 61; 33, 59), starà allato la propagginaùoK,
immediata di quelle stesse vocali dinanzi alle consonaati nu-'
desime (p. e.: onUr 'onuvr; sur supra, "suvr; dir duros, 'dijfi
vus V03, *vuv3), con l'analogo induramento della propaggiM
{pnucr, sucr, dicr, vmcs); e, a ben vedere, i due fenomeni hanno
in fondo una ragione identica, poiché sempre vi si abbia la ^o*
cale distratta, la quale dall' un canto si determina, per dissi-
milazione, in dittongo (« iiu 6u; i l'i éi), dall'altro vien sóbito
alle condizioni di vocale con appendice consonante (li iat tic;
l ti ij); e troviamo veramente che l'un fenomeno s'inteneciii
di continuo con l'altro (favùr *favuvr fav&kr; faoàr fawur
favókr;- durmtr 'durmtjr durmikr; durmtr durméir rfw-
' Le combinazioni «odo apeciflcata nella aeiioae engadineae, si par q"^
fenomeno e si par l'altro cODgeoore a cui tosto atiÌTiaino.
;vGoo»^lc
§ I. Grigioui; B. SoUoaelvit: Accidenti gsuerati. lòSI
mikr^]. La propaggine dell'u o dell't più non ci riesca di ve-
dere allo stato di semivocale in veruno dei saggi di cui l'in-
dagine può sin qui profittare, quando si eccettui un prezioso
esempio nello Statuto dì Tinsen*; ma i dotti del paese, messi
ora sull'avviso, riusciranno forse ad avvertire, in qualche parte,
intiere serie anche per questa fase K
L'alterazione ascendentale di cui si parla, occorre in De Sale
ben più spesso nella propagginazione che non nel dittongo, come
si può agevolmente riconoscere ai nam. 33, (40), e 46 del ri-
spettivo spoglio. La OTR. ne è affatto immune ai nam. 19,21,
i^, 46, 59 ; e all' incontro vi 8Ì leggono i frequenti saligt e agigt
[salute, ajuto *), e dugsch ^ e sprigschs 34 [spriegts 63) allato
allo sprieschs del num. 28*. Assai notevole vi è seigt sitis 61,
che ci darebbe il dittongo integro, e la propagginazione insie-
me; e ancora vogs 'vonts voti 34 (d8.: vót soprasass., v&t so-
prsW.). Ma circa la frequenza del fenomeno in questi e in altri
saggi soprasàasiui, e la relazione tra la scrittura e la pronun-
cia, diciamo in nota; equi intanto avvertiamo continuando, che
Bravagu ci mostra dì continuo la gutturale, e nel dittongo e
nella propagginazione, e quindi schiettamente apparisce, anche
per questa parte, nelle stesse condizioni dell'Alta Engadina. Sut-
Sées ne è all'incontro affatto esente, per quello che io posso ve-
dere; e vocts voti, che è due volte nel cl. a p. 148, è affatto
sporadico, e forse importato''. Singolare che Filisur si stacchi
' In qualche aaempio ai potrebbe anche avere okr ekr ecc. da ukr tftr eoe.
utsrìori, e COBI la ritultanza della propaggioazione (nvr Ijr) confODdersi affiitto
eoa qnella del dittongo {olir ovr ecc.). E coiDcìdeoEa inverea si può aoche
inaginare che talvolta avvenioBe pel volgere dell'o e dell'* del dittoago ad u
e ad i; coal, a Bravu^, ia iuA/* jugo-, confrontato con croki croce-.
' È ^ijr ^ gir (*^ùr giuro), allato a tgnigr ecc., v. la nota a p. 160; e
Inttasi di an docnmento di bella ortografia, dal quale giova citare ancora
io questo luogo ; eastiiij = *east[e]ig, castigo, cfr. num. 183 sopralv. ecc.
' A me é parso in qualche caso avvertirla sul labbro del mio aaeroplare
della Tumliaeca.
' lafitfH, agiteO, sono ortografie eccezionali.
' V. la n. al num. Ili dello spoglio ds.
' US.: priei prezzo 145, diipriesch dispregio.
' PensEmdo alla cura che ni dauno in ispecie gli Alto-Engadinesi di eliminare
dalle loro scritture la gutturale di cui ora ai parla, talano potrebbe imaginare
cbe il CI., si fosse lasciato sfuggire in vocis l'elemento da cui mondava onour.
>vGoo»^lc
160 Ascoli , Saggi ladini, I.
per questa parte da Bravugn. Veramente, il fenomeno non manca
pur colà, e l'abbiamo sorpreso ai num. 34 e 35; ma si mostra
assai raro, e mi fu espressamente confermato che L'ortografia
de' nostri saggi corrisponda anche in questo alla realtà della
pronuncia.
Come esempj singolari dell'importante fenomeno, merita che
qui ancora si trascelgano da'nostrl spogli: voks voce (dì sopra
murtir ecc. Ma l'autore dal uggio di Moiu m-rrerts espi-MBamonto come li
favella di colà si dìitingoa p«r quMto fanomeno dalla aopras&uina. NaU.
ciod, chs per nous (aos), gliout [*ll*ut, t. il nnm. 93 Boprslv.), fadagùts
(faticoso), (tir (venire), eir (ire), nutreir, tUtri (sicuri), che si dlcnn ■
Mona, direbbeai all'incootro a Savognin (Schweitiingen; Sor-Sées); tua,
gìii)oct, fadagiucs, nicr, ter, fiwCrecr, tiers. Stando alla qual hatìs, a di>-
Trebbe, del resto, inferire, che ia questa varietà eopratàasìna oceotn più
abondaute l'alterazione ascendentale nel dittongo, che non avvenga ia slbe:
e il non avsrssue all' iacontro se non un caso solo dal dittongo (e nessimo ftr
pi'opagginazìODe) nel saggio che il Bùbler offre per b stesso dial. di Si'o-
gnin (ruir nutreir aieirt), non contraddice già alla testimonifuiHi testi lile-
gata, ma solo mostra quella specie di pador letterario al quale alindum)
■u) principio di questa nota. La guttui-ata 6 sfoggila all'autore dì qnel uggio
nel solo caso dì ttrogsch (= strousch ^ strtuch soprslv., appena; cfr. miL
ttruxi, venez. stru»sia, fatica, pena), Biceoma quello nel quale non glia*
era manifesta l'origine. Il saggio che il Bùhler offra per Conterà si astieni
anch'esso dalla gutturale in airt nvtreir ecc., ma la porge, oltre che it
itroe»eh, anche in icr {igr) e fadivca (fadiugs). L'abbiamo all'incoiitra ro-
stsmle nel dittongo, e anche per la propaggioatione dinaosi a >*, nello St*ni<j
di Tinsen: signogr», tmogr; oogs voi; sogr sopra; bagnUgr *bain-[To|]^r,
malUgr *mal-[vu]leir, vegr avere, degr dire ; tignigr, minUgnigr. Qui àun
dunque, per questa parte, poco distanti dalle condizioni dì Bravugn (cb-ii
n. a pa^. 158), nel cui territorio il fenomeno si afferma anche nella oMm-
clatnra geografica: Pii Rugnux Cima rognosa, ecc. Ma anche £btiM, Doex
di un viUag^o che poco dista dalla estremità settentrionale dì Sar-Sv«^' '
conterrà sicuramente la nosti-a caratteristica ( *selvùs silvosos f ). ~ Io ■'s- '
nella otk- puA aospettarBi, in generale, qualche parsimonia nell'uso dellt j
forme colla gutturale, circa le quali pud anche oscillara, o avere oscillili).
la pronuncia. Di qui la ragione di una parte degli screg o delle doppie tgan
di ns. Nel cui vocabolario sono anche forse riuniti i contìngenti di più nlUg^
di Sur-Sées; ed anche si potrebbe dare che vi fosse, in qualche parla, sn-
scolata quella jarietà sottosAssìna a cui appartiene il cl. (v. p. 1 18); m i<
altre certamente no. Vedemmo una singola voce del dialetto di Vati.iltl'
espressamente per tale (n. 160-3). Caratteristico 6 in db. Tu (ii) eostaatti)
nnm. 46. Le piìi notevoli oscillaiioni del suo vocaboli
16 e 32.
;vGoo»^lc
9 1. Grigiooi; B. Sottooelva: Accidenti generali. Ifll
già aTemmo croks croce), secs (*sei3 = sis soprasilT.) sei [sopra-
sass. Car. 186], fì-ekt freddo, sekr suocero, zukf giogo, nekr
nero, che ottengono par esso una fallace apparenza dì ma{f-
giora integrità latina, e Mcs = bolso, soprasass. num. Ili, lo
cs del quale esempio mal si potrebbe confrontare collo ai = ls
[us] nell'ant. francese <. E rimandando pel restante alle rispet-
tive rubriche, finiremo coti' addurre il soprasass. dar ics (- dar
is soprsW. DS. e turni. Bar. ; dar ts dial. dalla Mantogna , pian-
gere, Car.; der ós alto-engadin., man'dar grida di dolore, ib.),
strillare, DS. ^.
G. Enoadina.
I confini dell'Bngadioa non hanno d'nopo di particolare deacmioDe.
Si divide questa gran valle in due MEÌoai, l'alta e U batta-, e il punto
di dÌTinone altro non è «e non il ponto eh» a^ara tra di loro i due cir-
condarj dialettologie i nei qaall qne«ta proTincia Udina ù riparte. L'Àlta-
Engiadina, OBua il dialetto che diciamo attotttgadintst, va dal U&loggia
alla Puntauta o Pvniùta (Pont«-alto), ohe ò un ponte aull'Inn, fra Ci-
niuehel e Broli; e di li in giù, lino alla frontiera orienlale del Cantone,
u itende- la Baaaa-Engndina, e qoindi il dialetto che ne porta il nome.
Il breve distretto di Samnaun, che fitma V eatrenitli settentrionale del
' P. e. ciW!- cieta, fox = {tAa, Bubout, Gromm. d.t. langue d'oli, P 92-3.
E, in generale, dovunque si tratti di a tee. per ut o per s allato ad u (aut.
fr. d(x = deiu; mod. animaus = *animan[l]8; ecc.), taluno potrebbe imagi-
nara nn affilarti dell'u (-aot afa ecc.) sulla maniera grigiona di cui partiamo.
SsDoncbd, pur prescindendo dalla posnbilitii che lo -x fra. li adoperasse per
«iprimere -vz (sulla nota analogia di eurelhnt = exceìleat) , io non mi sono
iovarun modo potuto capacitare che v'abbia una qualche reale concordama
fra l'ortografla francese e le pronnncie grigioni.
' Di on'altra gutturale anorganica volemmo, per ragioni-di analogia, toc-
care in questo luogo piuttoato che al num. 230. Vedremo nel dial. di Bravugn
il ngntt. anche nella formola NT (Stinta UH.; cfr. piangi ns. , gemito, pianto),
ma vi arremo a dirittura la esplosiva gutturale fra n e I in ptmct, ponte. Ora,
lo ttg della dtb. al num. 16 certamente altro non esprime m non n (cfr. i
nuDi. 5. B); ma, Ln alcuni esemplari, ng si avvicenda con ne: pusianct 129,
oi'nct 128 (cfir. num. 44); e questa collo et ò la scrizione quasi escludva nei
^neotisaimi aeanct a euneter {eneoneter), e la esclusiva in trancter (= (ron-
ler, fra, di Schoms ecc.). Si aggiungono: taitet (100. 123, tank 86), tanto,
phmchtar (= soprslv. pluniar) battere, 102, allato a, pluncten battono 122; e
nna tendenia a fare nkt da nt appare dall'insieme abbaetania maniferta.
Archivio gioiiol. itti., I. II
;vGoo»^lc
16^ .\scoli, Saggi ladini, I.
leiritorio engidinese, e per la etessa coofiguraziODe geografica tie ii<r
distacca, ormai eì pud dira perduto per l'idioma ladino, il quale ha do-
vuto cederTi il c'ampo alla favella tedesca. All'incontro, euII' estremili
meridioaale, fra il Pii Daiat e il Piz Cotschen a Hettentrìone , e lo SteU
tIo a me^izodl, vua varietà ladina, che va congianta col basao-eugadi-
nese ', occupa la Valle di Uùnster, cioè l'estremo territorio occideotalo
del bacino dall'Adige.
Le attenenza dialettali fra TBagadina dall'una parte, e la Val Bre-
gaglia a quella di Poschùmo dall'altra, saranno considerata ael aegueDlc
paragrafo, e ci porgeranno quasi un simbolo dei molteplici contatti ìeIo-
rìci fra l'Engadiua e l'Italia. Uè Bono Ecaree le prove d'iofinBSO einl:
dell'Italia moderna che dal vocabolario engadinesa ci temo ofiérte. Venti
0 trent'anni or sono, avrebbe potato rinseire abbaatanza facilmente alb
civiltà italiana, o per dir meglio agli studj italiani, di avvincere per seni'
pre all'Italia quella nobile provincia transalpina, laddove oggidì la to-
vrappoaizione intallettuale della Garmania deve ormai dirsi, pnrs io qnecti
pai-te, poco meno che compiuta '. La divarHÌt& di feda contribuì anch'essi
a rallentare i vincoli morali fra l'Italia e l'Eogadina, queatA essendo di
popolazione quasi escluaivamente riformata. Ma Riforma e Civiltà ita-
liana si sono tuttavia conciliata nel Poschiavino e in Val Bregaglia '.
Oltre 1 due principali dialetti engadinesi. Vallo e il basso, che tw-
tauo ameodue la propria letteratura, vivwo delle varietà accessorie, più
o meno spiccate, entro ai propcj confini st dell'alta e si della baaaa Eo-
, gadina, e io registro a suo luogo tutto quel poco di caratteristico cbe
di tali varietà mi fu dato raccogliere. Ma dei due dialetti prìacìpali ivrei
all'incontro potuto offrire, se più ragioni non mi avessero qui suggerila
una particolare sobrietà, messe ben piti larga di quella cha io presenti,
e della quale ora passerà a dar conto. — La parte principale 6 assegnali
a.ì.1' alto-engadino; e il basso è precipuamente considerato in quanto dil-
Vaito diverga o lo illustri. Ma entrambi saranno principalmente studiiti
ne' loro più antichi monumenti; e ricorreremo alla favella odierna colo
per compire le serie, oper avvertire delle differenze tra queeta e quelli.—
Nella sezione àeìVAlta-Engadina, dove non si aggiunga alcun partico-
' L'aggettivo 'engadinase' (engadindis) riesce pesante ne'eompoati, e
noi ci permetteremo di scriverà anche 'alto-engadino' e ' basso- angadino',
sull'analogia di Sabina, sabino.
' Cfr. Veoezzi-Ruscalla, / Romanci, nella 'Rivista Contemporuiei'i
aprile 1858.
' La sola borgata cattolica dell'Engadina è Taraap, a il R^vsca(o.t.,
p. 26) la & di lingua tedesca. Anche la Valle di Mijnater é rìformiU.
ad eccezione del paesello onde prende il suo nome. Riformata uguahnsnte
tutta la Bregaglia; e misto di riformati e di cattolici ii PoschiaviDO. Gli
Statuti dei due distretti ultimamente nominati, sono naturulmoite il*'
liani (cfr. § 2); ma aono italiani pur quelli del Comune di Bivio « i^
morera in Sur-StSes (Mohr, «37-0), v. sopra, p. 116 n.
;vGoo»^lc
§ 1. Grigionij C. Eogadioa: Esordio. 163
lara Hwartimento , si tratterà sempre di alto-eDgadioese antico,
ricavato dalla versione del Nuovo Testamento di Qiacomo Bivsrohi (Bi-
TTon, Bifrun), della qu&le ho potuto adoperare la prima stampa, che è
del 1560 (cfr. il C. VI), Attsai principalmente a dare i riscontri deUe voci
addotte natio spoglio Bopraailvano, e quindi ho in ispecie considerato il
vuigelo di Matteo; ma spero di avere aggiunto, da altri libri dalla nie-
dtaima versione, quanto bastasse a non lasciare troppo incompiuto il
( 'Dostro quadro. Circa il modo dì citare i libri BCrittorali, non avrei cho
a ripetere quanto già dissi nell'esordio al sopraailvano ; di nuovo non
occorrendo sa non l'avvertimento, che per l'alto-eogadino antico, e cosi
pel basso-engadino moderno, la citazione di Matteo qni in gran parte
diventava superSua. Mi valgo eziandio, per l'antico alto-engadino, di
qaest'altro testo; la eaboienscba da iesv filo da biracb,... musa e
schantada in Rumaunsch trae» Luci Papa (Poschiavo, 1613), citandolo
perSABO-, e ancora, ma pili parcamente, dei due poemetti istorici editi da
Alfonso Dt Fluoi [Zmei hiatorùche gedickte iti ladinischer sprache aus
dem IG. vnd n.jahrhundert; Coirà, 1365), citando il più antico per Tu.,
e l'altro per WiB. (cfr. il C. VI). — Per l'alto-engadino odierno,
rìeora frequentemente alle due importanti scritture grammaticali di Zao-
CiBiA Pallioppi: Ortografia et ortoepia del idiom romauntsch d'Engia-
din'ola. Coirà, 1357 (Fall, ort.); La conjugatiun del verb nel idiom
romatmttch d'Engiadin'ota, Samedan, 1863 (Fall, conj.); e ancora ad-
duco, sotto la sigla co., il CudescK da lectura per Un classas medias e
twperiuras da nossoi icouìas ladirws. Coirà, 1867. — Il basao-enga-
dinese antico ci sarà principalmente rappresentato da uno spoglio
dei primi 50 salmi della parafrasi poetica di Udalbico Caupeu. (Darich
Chiampell), fatto da me sulla prima edizione, che è del 156S (v. C. VI);
e le citazioni constaranno semplicemente di due numeri, il primo de'quali
accennerà al ealmo, il secondo alla stanza. Qoalche saggio di basso-en-
gadino antico avremo ancora da l'ihfobuativm in la chrtstiauna reli-
giuit di CoBKADiNO TocTBCH '. — Le fonti a cui principalmente qui ri-
corro pel basso-engadinese odierno, sono poi: Il nouf teatamaint
da not segner Jesw Christo, traditi in rvmansch d'Engadina bassa,
Parigi, 1836 (citato per nf.); e una lunga serie di vocaboli che ho rac-
colto dalla viva voce del signor Olovanni Stoppani Bonifazj di Lavin, e
cito per BS- Ancora adduco talvolta il vocabolarietto basao-engadinase:
DEB DIE DAS oder MOMiNCLATUBA Qwila conUgna itn orden Alfabetic ecc..
Scuoi, 1744, segnandolo per nom. — Finalmente, pel dialetto della Valle
di Miiaster, mando nell'Appendice la raccolta mia propria, e qui mi
valgo di un saggio procacciatomi dal Bììhlbr, e di altri che devo alla
gentilezza dell'onorando Pallioppi.
' Poschiavo, 1613. Mi limito a riportare il titolo che preceda imme-
diatamente al testo (p. I), mancando al mio esemplare il fronUspizio.
Cito questo libro per Inf.
>vGoo»^lc
164 Ascoli, Saggi ladini, I.
1. Alta-Bn^adina,
Vocali toniche.
A. 1. 2. élas (elas alae; chier; s'impera (pare; quasi: s'im-
-pare; 18,12; 26,66; impéra 22,17; f. d'acc.: poroir parere 24,
30); èra arér arat arare, stér, dér, dumander, parduner, eM-
mér, ecc.; hutcer hutér altare; irei; gucal *; celestiel; nadél
Batalel4,6; tiéf; cléfs; pcesth; gìescha num. 96; -éda = -aU
{claméda2l,lS; ecc.), cfr. Dum. 6S^; suluédi; uiedi; lèda; sa-
htéder Tit. 3, 4, cfr. n. 87; stéd, cittéd, ecc., cfr. n. 196.- fér;
mer; sèi; mèi; ue^la; lètta Itmian (f. d'acc: ^uuo layaTit 27, 21);
tréftT3.'be[m] ; speda *. - V. ancora i n. 4, 8, e 68*. 3. gréf, s'al-
legra {allegrós allegrati 2, 10, s'allegrò allegratavi). 4. mu\-
' Ma l'a di <talis' ancora sì mantiene in Biveroiii: tal 1S,5, Oiac. 4, IG,
Ebr. 8, 1; 12, 3, taU En)r. 13, 16, tatla £4, 21. Spunterebbe però 1*« (a) in per
tal, quindi, perciò ('per tale*; cfr. basso-engatl. : par tal Camp. 25, 7, e pro'-
per tal), Rom. 7, 3; Ebr. 12, I. Le altra pur vecchie tonti hanno Y <b (e) nop-
niale: in mted tisi Siea. 163, tfcl5 toltu 53^ e«; Tk.345.645 (bui por (ida 575\
e nella avella odierna: quel tèi quel tale, cD. 5, cfi:. Car.
> fats(h{:^facc) facio, e altra tocì cotuimili, che bì considerano al n. 16^10,
nOD serbano già per eccezione il loro a, ma al entrano regolarmeuta nell' ut-
logia del num. 8, stante la positiooe (cc^CJ; cfr. pag. 79). Dalla stessa non
deie ripetersi, comunque la consonante appaja aemplice, l'a di fascila U- '
ceat I Cor. 14,30, tascken tacent L. 19,40, fasiha tace! 4,39; tascha ticd
Sina. 66.67, cfr. PalL conj. 24. Si tratta dell'effetto dello CJ (cfr. l'it Uc-
cio ecc.) esteso a tutte le voci che hanno la radice accentata (cfr. nam. S5
in nota). Piuttosto potrebbe far meraTiglia cbe Vd non ai conservi ancha nei
continuatori di 'jacere' e di 'piacere' (gittehai plcetcha Sabo. 65; cfr. PaU-
coqj. 43. 51); ma già il aoprasilvano ebbe a mostrarci più robusto il CMti-
nuatore di 'taceo' (te/ = ta[t]f ) che non aien quelli di 'jaceo' a 'placeo' (/«',
piai), cfr. pag. 86 e 80. ~ diavtl, 13,39; 25,41, appare voce estranea, m»
bene assimilata; cfr. n. 105.
* mu anche nella Sabo.; e l' alterazione labiale, che nella corrìapondenu |
■oprasilTatia era una singolarità (cfr. il basao-eng.) , qui pai ai cJialingne, pd i
tuo grado, da quella degli esemplari in cui v'ha la semplice ragitme dtU'd
all'oacita. — Tb. ha lo schietto ma, e Wie. solo un pajo di volte mw. Z>'«m'<<~
(iva forma del co. è ma. latìeme però occorre, nella pronuncia odierna, im,
e il Pallioppi (ort. 9) ha tentato di assoggettar l'uso delle dna varietk a cerìt
me norma ortoepiebe. ^— B^ scrìve con l'a anche il rìflesao di 'jam' {5^,
ori. 103); ma cfr. pn-giò (gi&, 'lìu-gitt') co. 65.77.
;vGoo»^lc
§ I.Qrigioni; e. EiigMliiia(Alta}: (t. 1«J5
Si aggiunga, per assimilazione regressiva: ouua (odierno: otM)
aqua, t. Qum. 177; e per ó = à venuto al^ascìta^^io jam 17, 12,
[eo=ca soprslv., quam, v. num. 179 *], vo vada vadit, sto sta
stat, ecc., cfr. num. 168, colla qual serie dovranno andare ancbe
asehò ecce-hac (che dice 'illuc' 'illiC: 24,23; 26,36), aitò iUac2,
13 ecc., inno in-hac, in qua, I Oiov. 2, 14, siccome forme che
mal si possano staccare dalle corrispondenti in -a del basso-
engsdino. 5. 6. damaun; saun L. 7, 10, sauns, sauna; hu-
mawia Rom. 6, 19 ■; sakialmauna (ardore, 'scalmana'. Giac. 1,
U);paiaun8; publichiauns; uaun; strauni, cfì>.n. 102;- moun;
chiauns^. 7. ham; fam; aram arammo; damma clamati;
anma amat L.7, 47; chiùram ^ 8. Intatto \'à dì posiz. latina
(cfr. n. IO s^g.): salf; alfalua; fals (falli); largia; art Apost.
18,3; jMtrf; mangia; surpassen; nascher; matckiel; bratsth;
ingraxch; saick; [iaschia]; ecc. Nella posizione palatile roman-
za: jja^Ita, chanaglia Wib. 948; cfr, n. 15. Il plr. frars, fratrea,
quasi un plurale costante, dovrà la buona conservazione della
sua vocale alla posizione prodotta dal s; ma il sg. frér sta nella
regola dei num. 1-2, trattandosi della 'positio debìlis', come an-
cora ò in ledar ('ledr latro) ledars, 24, 43; 6, 19. Con questi
esempj parrebbe doversi mandare anche èura (apri) n. 124, tix-
fias tabulae II Cor. 3,3, paréfla L. 24, 11, cfr. n. 115, e simi-
glianti, ma qui trattasi propriamente di à che resti nell'analo-
gia dell'a fuor di posizione malgrado il dileguo di vocale onde
si produce posizione romanza; come si vede meglio da spedla
(spatula) spalla 23, 4, ed eziandio da ésna asina 21, 5 {esen
L- 13,15), afda habitat 23,21, blésma n. 115 «. 9. uasthctér
' EMmplare afiatto incerto, in quanto piuttosto tì ai tratti iì co, quo[modo]
11.49, che usurpa le funiioai del continuatore di 'quam'. Cfr. il basao-eng.
' Mei «aggi alto-eng. del Bùhl. occorre umaung (^ umani) per 'uomini',
tir. CD. 88 (51: Mmouns pietus)', loccbé rende incarto l'accento e quindi
l'etenipio di wmant, da me proposto al num. 51 di Sut-Sées (p. I3S).
' -AUN -AUNA leggonsi dagli Alto-Eugadiuesi : -«ni -etna. Cfr. II 3, e la
nota che segue, e la prima al num. 13.
' ttm = examen, •ciame (d'api), Car., é forma importante, che riproduce
la pronuncia attuais, ma coioeide, sull'analogia della nota che precede, collo
ichaum BOpraailvano di cui 6 parlato a suo luogo. Dovrebbe per0 questo set»
«Bsere estraneo al baaso-cngadioo, cui il Carisch lo fa comune.
' Aggiungiamo da fonti odierne, per la 'poaitio debìlis': cheora = cawa ao-
pruilv., Car., guedra quadrai Pali. conj. 50; e per b posizione, prodottasi
;vGoo»^lc
166 Aecolì, Saggi ladini, I.
Tascellarios, cfr. n. 138, 229; humicidiérs 22,7; danérsTi,^
granér; stér stajo 5, 15. Cfr. n. 94 e 99.' 10. 11 '. h6t ìiotta,
per dilegno di vocale, le segnenti terze persone accanto al loro infinita: pt-
vla (cfr. peo*^ pabulum Pali. art. 54) paoUr pabniari, schevla (f^évla) Kha-
vltr scapigliare, scheoda {s?évda) sehaoder danneggiare (cfr. l'it. teapiian],
blesma blagmer; Pali. conj. 50-51. Effetto dell'i ecomparso (asina ecc.], non
Baprammo qui vedere; cfr. pur larma a. 173.- Ajiclie nella poaìtiona palatile
di antica baaa, é parso a taluno di vedere e^d, cioè in aeifi salto Car., allato
al aoprasilv. taigl. Ma fu mera illusione. Poiché ben ai continuorà ne'Gri'
gioni anche il aemplice 'aalio'; ma piii fermamente vi si continua 'ezulio',
che nel fondamento grigiono si riduce a 'ailio', come 'eiatinguere' vi ai riduce
a 'stingere'. Il Cariach nel darci aaglir e siglir, sopraailvani entrambi, dm
ci offire già una mera varietà fonetica coU'i àtono, da coUocarù tra qnelb
che venimmo registrando a pag. 4!; poiché nelle forme che lianno l'acceslo
anlU prima ritroviamo an^i quasi esclusivamente l' i: silgian saliant II Sam. 1,
20, tilgig aaliat Salm.96, 1 1; 97, 1 (salgig I Parai. 16,31), tUge aali Zacc.g,9.
Va quindi posto il atlg alto-engadino allato a queste forme soprssilvane eotl't, i
secondo la norma del n. 4S, e allato asilg, salto, del basao-eogadino (non. 79),
al quale dialetto rimane estranea ogni alterazione dell' antico il in e od i. A i
'bUìo' possono del resto rivenire, secondo ì num. 44* e 81, anche le forme en- i
gadine coU'a, sia in accento, sia fuori, come gli alto-eng. sagUr tàglia PilL i
conj. S5, CD. 1 17. 120, assalg aasalimento Sabq. 88. — L'è di bela balìa, spetta
alla sua volta al n. 68'. — Un esemplare fui generis, eiccome quello in cui à
tratta di ferma posizione originale, sarebbe finalmente espra Ta. 617, a^, I
allato al masc. asper ib. 151 (Apost. S7,29: lous aspera aspri luoghi), citalo j
dallo Stbnoel (p. SI), che si accontenta di mandarlo tra gli esempj di i=à |
dinanzi a r cui preceda consonante. Ma questa condizione non ai ritrova in
guéslan guastano Tr. 556; e considerando che il Thavebs era nativo di ZuO! '
(Zutz), che e a brevÌBBÌma distanza da SSanf {Scanh), dovremo ben pìatto-
■to pensare, per entrambe le voci, all'è per d che il Pallioppi (ort. 19-30)
afiérma pronunziarai a SSanf e a Beeer in ^est, esp, méscei, pésta, pétjva,
péster, ptst, guest, ister, per 'gast (gast ted.), asp aspo, mds'cel num. 167-Sii>,
pdsta, pàsqva, pdster num. 87, post, guàst, dster lastrico. In tutti i qoali
eaemj^ abbiamo s per primo elemento del nesso- consonante ; e il s in tale
congiuntura assumendo di solito nell' alto-engadineae (per non dir ora che di
questo solo dialetto) il suono di s [Pill. ort. 46}, ne viene che l'è di essi
esemplari ai possa confrontare con quella dei soprasilvani neschtr ecc- (vfdi
p. 11 e 86). — E ancora v. la prima u. al num. 105 (stegia).
' Qui pure il fenomeno si estende alla formola ALC', come si vede, con
normale riduzione, in chiutamainla al n. 91, e meglio dalle mr. - AD'ÌDCOa-
tro: ehiatchia[g]tt n. 15, chiatchiassen calcassero Mr. 3, 9, con l'ai intatto,
non già perché sìa fuori d'accento (cfr. num. 94, e chidlchia Mr. 5, 31, cha!-
eher, eauchalek. Pali. conj. 15], ma perché si tratta di palatina seriore, cioè
della palatina della formola CA. Si pud aggiungere; alchun arquia
entra nella serie di cui si tocca al num. 166.
a unus, e
:vGoo»^lc
§ 1. GHgiom; C. Engadicis (AIU): d. 1S7
ad-ùza (-alza, II Cor. 11, 20). cfp. n. 94; chiod 20, 12; bod; fÒs *;-
oter olers atra. Cfr. il n, IH. 12. horma; eie. num. 56 in n. -
13 ». fiauncs fianchi 3, 4 (cfp. a. 167-8); fraunch franco I Cor. 7.
23; &auncft5 banchi G. 2, 15; niaunoAta; ouncAta; [rounbcA
Car.,Q.204]; scfiaunsckia (discorre, 'ciancia'; f. d'a.: schan-
sehér cianciare 6, 7) L. 6, 45, schaunsih parlo G. 4, 26; saung
n. 186-7; aungel aungels; piattnschér (sic, II, 17, plaunscher
Apoc. 1, 7) '. 14. pfounf planctus Àpost. S, 2, allato a sainc
stmc seme sainckia sanctus ^i -a, di cui t. il n. 172. 15. ckial-
chiah, guadagli I Piet. 5, 2, haigns bagni Wie. 868. 16. auns
ante III 5, oU'Ounf; launttaunta (ma all'incontro: guani quants
qxumtas, quantus ecc., cha sono corretti a peana in ^uaunf ecc. *;
cfr. il num. 94, a qui più sotto: quaunt per 'quando'); infauns
plr.; sumgiaunt 13, 52, Ebr. 7, 3, sumgiauns; merchiadaunt;
Kriuaunt; purtauntas 24, 19; quaraunta sasaunia sataunta
mnaunta; chiaunta cantai cantet Mr. 14,72 (maf d'a,: cAtan-
iér aat&tB <^); plaunia (f. d'a.: im-plantó piantato)^; sprauTiza;
' Il feminila, con alteraiione terzi&ria (crr. nucn, 54], fuotsa, 2G, 59, ecc.
' AVa + cons. et pronuncia neirAlta-Engadina KN + cons. (Pall. urt. 29-3(lJ.
VbIb quindi l'avvertimento anche pei num, 14 e 16. Cfr, la n. ul num. 5-G.
' tdtirtdscher, tiìuTidsch, (andschdins, tangere tango tajigimus. Pali. caDJ.69.
ih il Car. ha tensehsr, della qual forma bì ritocca nal baseo-engadino.
' quaunt zzqmatuB à del resto «1 delle vecchie scritture e si delle odierne;
p-c. SiBG.: 60; Tr. 6.572; Pall. ort. 31. Negli scrìtti moderni ricorrono b1-
l'ÌDContro malte forme pai'ticipiali coU'-iinf intatto, e poasono a prima vitto
parerà anomale. Ma in realtà sì tratta di neologieini letterarj; e gli esemplari
meramente indigeni fanno sempre -aunt. Si osservino p. e. in Pali.: consonant,
tiilumniant (art. 122), ma tn/aunt (ib. ^), tuol-possaunt (ib. 01; =pusaanl
l>usa-eng.), e analt^ainante ; circostanza, ma ttsatmia. Così nel cu.: cai-
mant l{fi,pic«irtt ib., ma sumgiaunt ib. (cfr. n. 97), aboadattnt 101. Cfr. Ili 3.
' Balenerebbe il dittongo anche fuori d' acn. in chiauntuns cantoni G, 5,
>llato al sg. ehiantun 21,42. Cosi pel nuni. 13, nella Sabg,: tschaumchar ii ,
allato a (jc/iaiucAicr 67, ma è caso diverso; e ancora diverso, pel num. 5-6:
wunin-s manine ca. 117.
' Insieme coi verbi che stanno Della corretta analogia di (jnesto esemplare
biveroniano (p. e. s'vaunta, s'vanler), te ne Ìncouti-a iu Pallioppi (coiy. 49-50)
un'iutiera serie che non poggia sovra un -Kint etimologico, ma deve questa
Inniiola air alteraiiono dellV àtoca. Cosi: ijianter, l&t. jealo-re, t'almanler
lamentarsi, slandsch/inter (*extinguenULre , soprasilv. 3 pi. pre^.: stensckén^
'on 13,52, f. d'a.r stenschanl(\nen 13,7) soffocare, ecc. Ora qui potrebbe cre-
derai, a primo tratto, che it ling^iaggio foggiasse per falsa analogìa le forme
tonif^be con l'nuni (giaunt aìnutunt ecc.), stante la coincidenza delle blone
;vGoo»^lc
168 Aacoli, Saggi ladini, I.
pusaunxa; mtmnaunsa 4,2i; spauns «xpansns. Ma all'incon-
tro: spander Apoat. 2, 17. 18, e sempre cosi intatto Va AfA ri-
flesso di AND (cfr. Dum. 27^ *): grand granda, eumanda du-
manda, chiaminand semnand, glanda n. 131; ned altro che
erronea eccezione può essere il quaunt di infina a quauni ìq
sino a quando 17, 17 (cfr. qui aopra, il riflesso di 'quantus']-.
Intatto pure Vd di ANN: ans, pan, tuoi; don. 17. fiamma;
chiammas; chiamerà.
E lunga. 18. CuDie nel soprasilvano. 19-31. tmair Ebr. 13.
6; kauair; uuìair n. 85; uair TÌdere; saira; par l'g wàra;-
aìaig I Cor. 6, 10 '; araig;- staila n. ^;-frain (soprslv. n.228);
sarain;pulaehains;plainplainsplait%a;flaiuelfiaifla*;aiuer;
taiv Car.; frou "; etrait; atchaid acetom (soprslv. n. 35); quaid
con quella dell'ani originario. Uà lenunanto di altro non si trattarli che di mu
confiiàoDe nella scrittura. Nell'odierna pronuncia alto-engadinase coinddmia
abondantemente VaiuU e l'oinf (entrambo = «nt, cfr. Pali. ort. 28-31), e no
tìò la eontìnaaiionì toaicha della formole originaria ANT BNT, la Metodi
delle quali può d'altronde auonare ont, fuori di accento, cosi come n taout U i
{Mima. Quindi l'ilhiaiaiia*; mala vera ortografia vorrebbe (aacoodo ìln.S7ì:;
^iotnt Jento, aimainl lamentor (cfr. lamentir lantaint conj. 52, 87). L'infifliU
itoitdiehanter, alla sua volta, ha la atessa costitauone di tatehenttr far t>-
core (ib. 5S), e quiadì la legittima figura in accento é nell'iutanscAainU (13,
22) di Biveroui (fuori d'acc: attarueìumtSs 13.7). Cfr. il nani. 44 in n. l
' Para nel partic. di spander (cfr. num. 148) si ha poi Va achietto: jpMi !
Sabo. 2, ipans tpansa, PalL conj. 63.
* Cfr. exiandìo ekianf Car. :^ chionf basso-ang. Car., noh. 37, cànape.
' La 'Legga' è Uicìut nella versione biveroniaDa, voca comnne anche al m>-
praailv. (Car.), ma che appare, maasìme nell'engadlnese, meramente Itttenri*.
' E analogamente a cid che vedemmo nel sopraailvano, qui incontrerenio:
platehaiuelt I Tasi. 2, 7; nuschaiflas ; evitaifla; algurdaiuel ricordevole H
Tira. 1,4; mUtrieorgiauelt mùfricttrgiauel 5,7, Giac. 5, Il (v. num. 2£1}. Si
aggiungono le forma letteraria, preaaocbà intatta (cfr. aopraaosa. n. 214), quali
crtdibtt Car., pottìbel impo*ibla 24, 24; 17, 20. Orelaiml credente, la cui
tdgniflcaiioDa pare strana a chi ci vede ti riflesso ài 'credibilis', nulla in efetto
ha di aingolare , poichd rivenga a eretta , credenza , fede , n. 205. - In nomule
CMTispondenia col sopraailvano, abbiamo finalmente: seOatiel (Pali. orUT-
millieBtt e mitlaisem) liscefla nw(v/la27,45, hertewet. Cfr. il baaao-eng.
* Cwaidarato in ispecie 11 riscontro soprasilvano, qui ancora accogUeraDO,
I^utlosto che altrove, malgrado la posiziona romania (cfr. num. 32n e U, «
SCHDCH. Tok. I 293-4, III 121): quaraitma Pali, ort 34 =quareiima sopr»-
* Della quale potA parere antico esempio: ctcoiml Wie. B63, tradotto dai
Fingi per 'vivente'. Ma si tratta di et-o-ownl (cfr. aopralv. vi-d-ia-^nt), per
lo iousnii.
;vGoo»^lc
§ I. Grìgioni; C. Bngadina (Alta): é. 169
quaida quietus -a, I Piet. 3, 4, I Tim. 2, 2 (cfr. n. 221); crair
(Pali. coDJ. 64: crajer)*. Ma nell'uscita si rimaDe alla figura
arigmaria, perchè l'alto-engadino rifugge in quella situazione
dal dittongo (cfr. n. 40, 25 e 50); quindi me, tt, [se] ^. li'é di
sèr non è già Ve della Sorrispondente voce latina {sedére); ma
è, malgrado la strana ortografia seèr (sér seér 19, 28), la ri-
saltante delle vocali di 'sédh'e (cfr. pag. 98, e nell'uso ital.: ri-
sièdere presièdere) ^. Si dirà legittimo che sia trattata come
bpBTe Ve di *muliére- {mugliér; Sabo.: mugleir 85. 126, cfr.
n.S2, e le correz.); ma e per é lat., in terzultima e in penul-
tima di verbo, abbiamo in zeura separat, rever repere Car.
(noi ritrovo in Pali.), s'despera Pali. ib. Raatano. coU>, nella
relnm e segreta, come nel aopraailvaDo. E in analogia col so-
prasilrano (v. il n. 87 e anche il 70 di quella sez.) abbiamo poi
tiD particolare sviluppo delta particolar combinazione latina El:
py> * *pé}'s pejus num. 137, 6pijr (onde il fero, pijra 9, 16; 12,
45) 'péj'r pejor, 37, 64 , cfr. num. 87 '^. L' t x ^ di wmn venenum
■Ut. Ctr., ìt. quarfiàna, *qiia[d]r«jMÌi]i« (*. d. 190); $chingvai*ma= ttcAwN-
jvt<nna-t loprslv.. Pentecoste, I Cor. 16, S. Cfr. mitlaiatm num. 18 in n.
' Stando al Pallioppi (ort S&^), per l'ai ortografico e della prosnncia vtil-
gita, qnal por eia la tua ragione etimologica (n. 19-21, 40, ecc.), avremmo
in bnona parto dell' Alta-Engadina (cioè: in Silvaplana, e di Ih ein Bever) a:
mgr=aoair avare, nter = tiair aero, eco. Potrà quest'ut eoonderarsi coma
rìdnHone di ai; ma all' incontro Ve aonora', che aecondo lo crteuo autore ri
ii<lrd>be a S^on/' per l'ai diaanii a n (n/; ma anche dìoanii a n'é e h^) potrk
toDdurci alla figura aopraailvaiia ex. Sono ewmpj, aecoDdo la tntaerisioiie dd
Pali.: itriffn plSgn (*Bereiiij *pleinj, cfr. n. 237); e Biveroni atasso ci mo-
■trerebbe questa fase in twrettg Umgnti (= terrei» Urreinas soprasiW.) tw-
reno Urrene I Cor. 15. 48, 0. 3, 12. ~ V. ancora hb.
' Ugualmente nella favella odierna: mi ti té, PalL ort 13. — Ha il basao-
eogadloo ci darà il dittongo.
' Ugualmente o^dl: »er allato a eatr videro, aoair balMre, ecc. (Pali,
uà). 61,89, ecc.). All'inconfro uell'ant. fra., con pori teittamento, aeoir esoir.
' Per ij, cioè pel carattere che «onsta di t e di^, carattwe diverao dall' y^
noia da Biverooi rappreseotare un i certamente allungato (cfr. Saba.: Mun
dit'r non dire 53), nel quale avremo pili volte a riconoscere la eontraiione
a an dittongo. Vedine in ìapede i num. S3, 28 e 32n; e intanto si osservino,
pel diverso nso di «>' ed y: ùteHjr a. 120 intelligov, diji a. 36 giorni, allato
s tynagoga Apost. 13, 14. 16, Cynne ib. 1.
' Car. dà a entrambi i dial. engad.: p^jer pis {pas PalL ort. 119; Sua.
P*Ta fam. 75, pia pejna 47). Circa la relazione fra queste forme e le bivero-
;vGoo»^lc
179 AbcoU, Saggi ladini, I.
Giac. 3, 8 {plain d'murkel d'tànin, sic) ha finalmente una ra-
gione anteriore ai dittonghi ladini, come si vede dal proy. veri,
ant. apagn. venino, ecc.'. 21* ubedi. E breve. 22. era
era.t;fnét;fSl; léfQ.ìò. leef Cor. 114.17, i^ua 11,30; léuatu;
veder ttSders; mèdi medicus^. 23. MVie aoprasìlv. risponde
Biveroni con y, t, in hijr; pijr pereo L, 15, 17, wu pijra non
pereat G. 3, 16; disth dijsthmas Ebr. 7, 4. 5. Solo nell'esempio
che si aggiunge dal n. 177 {dsieua), la particolare cornhinaziosa
fonetica mantenne, o piuttosto promosse. Vie ^. Ma da'precadenti
esemplari andranno staccati: ligia 24, 15 {lijgia Apoc. 1, 3; so-
prasìlv. legia) legit, cfr. n. 190, arischer regere Giac. 3, 2 *; nei
quali nuli' altro vedr^no che t da e per effetto della palatina; cfr.
pag. 148 e il num. 28*. 24 ". dieu nel caso obliquo, deus nel
uiaue, si confronli, per 1& prima, eriyer=crair, in quaato ste&M numero,»
par entnunbei niun.33, 28 e32n, in n.- Il neutro 'pejus' è riflesso anche dal
BottotiuiDo jwi* CL. IS6,eÌI Conr. ha. pia in luogo àgi pir BopraùlT. di Car.-
Cfr. proT. p^er petti.
' Ctc. DiEz gr., a. è, 2; Schcch. vok. I 293 (dove sta |ier ìstìeU i>#nO IH 121;
DI CiHAC Dietionnaire d'étt/mologie daco-romane (Francfort a. M., 1870) a. tt-
nin. — Circa bvttia = sopra!?, frulla, bottega, Car., va considerato il n. %
•Opnlr. in n.; e tchil, eelum, spetta natura) menta al n. 67. — Riflessi ^r-
ranisnts indigeni di 'fldelis' e 'crndelis' non seinbraao aTersi; a il aopraeilTuio
ricorse alla deiÌTaxiane per '-ebili' (fldelvel, crudeivel). L'engsdino ammetti
iacilmeute l'ai dinanzi a l (cfr. staila n. 31, bosao-^ngad. mail NOif. 3 =miil
•opraiiW, DB- e Car., nam. 3, e cfr. il n. 40); ma ben lungi dall' offinrcelo il
'fldelii' a 'erndalis', tì oscilla, anche Dalla stessa scrittura, fra l'a schielti
e qnal frangimanto dell'e brexe di cui tocca la nota che segue. Si osserrìiior
Sabg. fidela lU, erudeila 99, fideil 96, crudela 123; tr. fidtiltet 644; n.
fidai 116.
* Per ì'é {e) = \a,t.i di Biveroni, occorre nelle scrittura posteriori: ei. Cwl
TH.: «ini; Sabo.: meil mele 169, peidra 112 (Biver.: pAIra7, 24), Ui>ta ti
alza 110 (cfr. greivat pi. fem., grevi, 91), meidi meidii (medis) 130-i; Gas-:
laie lieve, met^f mele, cfr. n. 237; Pali- coiij.:ibcACT'no gelo (inf. dschUryfH,
ort.:/'rt7(T. n.237), vtider, neif aépoa, peidra lOl , Peider 122, leiv-s labto»
(= lef-$ Ì5,8, o Sàxa.: le/f-s lìO. Ui) 36.
' Che sempre vi si conserva: dzieua Sabo. 113, Siena Pàll. ort. 114; allatn
al qnal esemplare è notevole, ae corretto, l'ie della voce non latina triigi^
Ta. 663 (allato a tregua 600.649; Car. nachtr.i treffo), che ebbe il dittongo
por nella forma italiana (triegua). Uà per l'ij (i) di Biveroni, ossia per )'ù<r)
«opraailvano, nelle fonti posteriori e. Si'Ba.:.deichmaslS2, intér lOB; Vi'a-:
intéro!, detch226; Pah..: ft«rort.56, tee i 54.
' Pall. conj.: legia io legga 81, redicker^^.
' I trittonghi ieu eoa si riducono nella pronuncia allo-eng. ad ia <a; cfr. Il ^
;vGoo»^lc
§ 1. Orìgioni; C. Engadioa <A1U) : i. 171
retto'; mieit ecc. v. Ili 2; tìieI reale Sabq. 101. 161;- eau ego
y. II 3. 25. hain avv. 12, 18, sost. 19, 16; uain (soprslv. iwn)
yenit, &»« (aopPsW. ten) tenet Apoc. 2, 1 *;- J5^ (pi. pés 22, 13.
44) ^ [26. per]. E in posiz. 27a. zer^s; terra; hema;
herias {erta) L. 3,5; ft« scftert un certo, Apost. 22, 12; per-
der \Q,S9; bellas perlas *; set; cresaher 13,30; ^jters; festa;
fenestra"; — p. Intatta è sempre l'è della formola END (ofr.
' Di qaMto scATco resto di verk fleuione nomiiule , bì Tede ancora b«ll' af-
f«tto nella costruzione. Diev ma nun ho un^iwn uis, neasimo ha mal vieto
Dio, G. 1, 18.
* Pare nella faTella odierna: el oai'n, allato ad eau vtgn, Cu vaiasi, cfr.
Olili]. 38' e III 3; ma io 'teneo* le forme livellata: tegn Ugnaat Ugna; Pall.
conj. M. 55. Cfr. vtn venit. Un tenet, nel wprsl». delle ICB., e p. 127 in n.
' pè:nu {a. 19-21) ::Bopnir. pei -.mei', cfr. d. 39-40 e il basao-engad. — Le
finiti posteriori hanno peis al pi-, sulla norma del nnm. SS in n. e coil la fa-
Tclla attuale.
' Al Bopralv. fevra risponde fettra in Biveroni; ina è un esemplare che ha
il vero suo posto fra quelli di « fuor di poaiz., come anche dice la pronuncia
Klto-engadina (etera, Pall. ort. 31.
' I. Parallelo all' ia sopralv. di cai a *no Inogo li & discorso in nota, odaat
ta, nella pronuncia alto-engadioa, pei' i dinanzi ai nasBi-coosonanti il coi
primo elemento àA l r l s, secondo à riferito dal Pallioppi, il qnale ag-
giange che a Zvot e a S^atif ti fa la, alla soprasilvaua, dellV della formola
ERR (ori SS-3. L'ea ai avrebbe , secondo lo stesso autore, anche per i cui
■Deceda, all'uEcita, r o o; p. e. teao = tee = tepido, ma é regola di cui an-
cora ci abbisogna una determinazione più compiata). — Biveroni non iscriva
mai questo dittongo, nà l'ho mai incontrato nella Saba. Lo acrìve all'incoO'
tro WiB. dinanzi a nesso che incominci per r, io jworx persoSSS. UarxTlQ,
tichearnat cerne 365, e in altri; ha però: terra e gu*rrai61-Z, la serra e
Merla (che rimano inaieme) 475-6; e varia tra ea e la figura del dittongo or-
g^co (te) in Ischeart (certo, certamente) ì@6, datg Isehiert (del certo, di
certo) 451; ma, del resto, distingue nettamente l'i'e organico, cioè quello del
Bimi.g8, e quindi: oo/ert-s 207, ftwiem 5, come fecfcienf 342. 344. 439- n suo
i*ari (Bivr. ters), che sarebbe talquale pure in odierna pronuncia, non va
coDgiderato come il correlativo del soprslv. tierji, ma si come continuazione
della forma priva del dittongo organico. — Con la schietta e nella uà.: 'erp,
tori. — Cfr, la prima n. al n. 54.
n. Ma qui va ancora toccato delle alterazioni alto-engadine deUa formola
BST (èst éstr). In fondo si tratterà di stadj diversi di un'alterazione sola; »
qualche sua pili antica o peculiare oianifeatazione, della quale Biveroni par-
tecipa, ai considera sotto il num. 3Sn. Intanto va contrapposto, nel presente
namero, allo schietto est {èst) della serie biveroniana, Veist della Sabo. e
dei poemetti iatorici; p. e.: eìster Sabo. 53, adeistra 105, ehiampeUtas 140
(ma ckiampesta bis, 98) cfr. nnm. 1 IO, reiat il reato Tr. 662, reiitait restano
;vGoo»^lc
172 Ascoli, Saggi U^i, I.
n. 16): stenda, prender, a-renda reiàit *, laddove la formoh
ENT costantemeate si altera in aint, eccetto i casi che a quesu
alterazio&e si sottraggono per essere affetti da una più antica,
cornane al sopraailvano, che si considera nel segnente numero.
Quindi atteànta tentat 4, 3, ecc., come vediamo al num. 32n.—
88. infiern; inuiem; auiert {auerts); hierta; misiergias ml-
aariae Giac. 6, 1, chiatiuiergia (cattiveria) 24, 12; tUerm [uerm
uerms); uierf{^lr. uerua Apost. 6,11.13) Terbura4,4; schietti;
argientlO,Q, Qiac. 5, 3; cui aggiungo dalla Sabo.: viers (ter-
so, melodia, = vi^s soprasilv. ululato Car.); dschierm (germe,
mschierm soprasilv. Car. nachtr., dove si attribuisca all'Eoga-
dina ta forma dscherm) 141, tierm {terms pi. Bìvr.) 154; e da
Fall.: fier {infier io inferro, inf. inferrer), gnierf, tschien-.
Notevole è l't}' (t) dì Biveroni per Vie soprasilvano in mxjs m\%
(m«2a) 18,20. 2; terra(s]trimblas; sabbijnscha, cunschinscha
Ebr. 9,14, pentijnxia lì,2\; ed B.QCbe chiatiuijrgia ~as Apoith
18, Ebr. 8, 12 (allato alla forma coU'te); cfr. il n. 23 *. 28». Al-
terata in 1 nella posizione palatile o palatina (cfr. num. 33 e 31):
uing venio 8,7, uignett veniunt 10,36 (cfr. ut}' *inn veni! 8,9),
signer n. 87; milg melius Ebr. 11, 41, miglier n. 87, uijgl n. 119;
Wn. S9. Il Pallioppi ÌudireftMn«iit« o' infonuft che aemp» duri, con inag-
gitare o minor uldeiza, quMta proonncU (anche dinanzi a s^), poiché li
condanna ne'Begnenti termini: 'Innanii a tg, tir, it, restituiuno V ti nell'i
w^inario, p. a. retgia [cha deva dira 'egli aoga'] e non reisgia; fèsta e deh
/Wtta; r«*f a non réUt; tsier a non eutsr; fruttra a non fneùtra, come dintt
Dall' Engadfna baiaa [cfr. il n. S7a di quaUa «ex.]'. Ort. 31-2.
' Cfr. tfender, pretender, ecc.. Pali. conj. 64. Hi v'ha cantore, per qiiMl>
parte, di alcuna diacrepania dialettale o di alcuno «eresio tra «crittnra e prò-
nimcia L'ai di pnttn prehendit prebenda, IO, 38; 2, 13, noa contraitieM
alla regola, poiché è forma sella quale il d piti non riauona; e tì t.YTt<Bit
'prtn che entra nell'analogìa di *Bsn e *ten (num. 25), oppure *prcfS
*pratn; «all'analogia dal n. 150-1 (cfr. n. 43) e degli eaempj diacorti iiell>
sei. «opraailT. in nota a quel numero. Non vedo l'odierno rìflesao alto-eap-
dino del aemplice 'prehendit', e paro che manchi.
' ori 33, conj. 52, Condanna l'autore T'iUaima hodierna' che & p. e. Uarm
vtarm Uekeart in luogo di viarm tùrm taehUrt; cfr, il num. 27» in noU-
* La SuBO. e la favella odierna ci daranno all'incontro, come in qnelDi''
mera, «; Sabo.: in met 82, metdi 119, labgiénseha, eugntischinicìui, baii'
imglénieha9S; cn.; DM» 64, cognuschenttehai II. L'« anche in Biveroui, J>
contro Vie Mpraailvano, ci moatrano dettrd, un dasert la; tert; bes'l f^o'*
{ba»ti8,cfr.a. 107) CD. 134.
;vGoo»^lc
§ 1. OrìgioDi; e. Eogadina (Alta): é. 173
■priUth n. 107 <. 29. mès.- 80. sU sijs '. 81. uidilg tùdels
uedels;uaschels; asnigl asiaBÌlo 21,2; anilg;chiastÌlg\iorg&ta.
(castello) 21,2. Cfr. mini. 28» e il 42 in n. Ma 'bello' perde par
qui il sno l Dell' avverbiale da IHnoef (cfr. n. 52-3) di bel nuovo
6. l,35,Ebr. 6, 6". 33. mais; maisa;prais 'prenso pr^enao-
(tose, pre'fo); inschais incensam 2, 11; uffaises 24, 10 *; appai-
lais 'palense- (tose, palese) 13, 16; Milanais Wie. 846; ecc.; cfr.
11.221 e 94; — staila stailas; — 82 n. Qui imprima otntsENT
(n. Z7p): maintas che tu menta Àpost. 5, 3; uiuaint, serpinnf
serpentes 3, 7, daini , uainter ' ; cui si aggiangono aimp = EUP,
ai'«t = EST ^ST (cfr. ntim. 67): saimper, taimpel, eaaimpels
Sabs. 54; ais est «, praist prestamente 28, 8, impraist L. 6, 34.
35; che sono le flgure espanse di eint eimp eist, incontrati nelle
altre regioni, e avrebbero allato, in Biveroni, le figure ijmp ijst,
io Ujmp tempus, uijsta vestii 6, 30, L. 12, 28, nelle quali appa-
rirebbe all' incontro un et rattratto (cfr. u. 28) ''. E si consideri
ÌDsieme it num. 44.
' Par qni l'è Delle altre fonti « nella favella odiemai; Sabo.: tefftun 65,
S(ffner50.Si, melffBl, me ff Ur nulgdra 100, viltfvélffvélgs 4S. 87; Wne. o«-
9tta»58; Pall. conj.: ce.' 95, ort.: Ugnan 14, vtgl 20; ecc. M& l't (it) di
BJTeroni, cni Tenimmo e verremo contrapponendo l'è di nio generale, aopra-
[JTe, ahueno in parte, a Pootreaiiaa, Hcondo cha riferisca il Pallioppi, ort. 20.
' laoA., Cw. 186.
' La denoenia -ilj {-ilg) = -BIXO va tra le caratterùticlie piti spiccate del
dialetto di BÌTeroni (cfr. il baeso-engad.). La Sabq. ci darà all'incontro agnt^
agnello 161 (cfr. tagie 58. 77 = sagi sopralr, che riflette '«igeilo' pinttoato cha
'ùgiDo*, cfr.rtt.*u^^fl^, eSoHUCB.Tok.II SS), allato al tipo pL t>t*chel*; e eoa!
la favella odierna: vii vdelt, uttehà utschelt, atti eault ecc.. Pali. ort. 87;-
àel ib. SS, Sabq. beli agg. 173, qwaunt belg ait qaanto A bello (bella M«a;
= juoiU bi eis della Teraione sopnlv.) 67.
* contate conteio, pretaìt preteso, sotpaU Bospeao, Pali. conj. 64.
' Si osaerrino, pel movimento dell'accento nella conjogaiione: augmtnUr
mgmAinta, gvtuntér (gocciolare) guUdinta, deantér (dÌT«iitare) doàinta, «»•
vàinia, otidinta, ecc., e anticipando il testo: contempiér eonldimpla, tem-
prar tàitnpra; Pali. conj. 50-S, 86-7. Si aggiungono gli esempj di (ttint erro*
nMmente scrìtto per aint; vedine in nota al nom. 16.
' V. la nota che legne.
' ais, est, é la forma della Saba, e dei poemetti istor., come dell'olona
biella (e pnr del baaao-engad. ant. e mod.). Biveroni, all' incontro, rintana
per qneeto Bsemplare all'analogia del nom. 27«: ts (ee aint in tcMl è nel
cielo 6,1, ee duantS è diventato 13,53), che farebbe prenimere, nella altre
:vGoo»^lc
174 AbcoU, Saggi ladini, I.
I laago. SS. ttdir; mira* G. 1,47; fin, cufins; farina; stina
n. 226; giaglina; spinas; mtina; giù ad im; ulittas; vastkiua
uaschijva vaclva (deserta) L. 13,35; 23, 38 ; uiuer, uifs, tata;
durmitia; rtua; (ajristh; disth dicit; figs; \spias]; uijchs pi. 14,
15; canich inimich; gnteus nidi, cfr. n. 35. L'antico i assume
colorito labiale (ù), tra labiale e liquida preceduta da labiale, in
pr&m prùtna; preceduto da due suoni labiali, in aru&gen -ftgian
robigin- [n. 188] ' 6, 19. 20; e, apparsntemente, pur tra labiale e
sibilante, in schùvel sibilus (Steno. 40), dove però va considerato
\'u del venez. subiti, il fischio, io fischio, e del tose, suolare ecc.'.
Del riflesso dì 'periculum', tocca il num. 167*. 34. fraid frai-
da *. * S5. udieu, tradieu, cfr. num. 36 e 59-60; ma rimane U
dentale nel sost. marid. Un*« lat. che ha dovuto entrare nel-
l'analogia di questo numero e de' suoi analoghi, è in tievla te-
gula, di cui T, il n. 184. I breve. 36. uia, di dijs; — iea,
fonti, eis. La dÌBcrepanza è noteTola; e vi ha screcio, io qualche parte, pur ,
nella seconda persona. Nella quale rifleltendoai aio dall* epoca di BiTeroni U .
combinazione ormai insolubile 'es-tu' (cfr. n. 137], la Sabo. ci àk iù titi Vtì.
111. 112, che appunto parrebbe stare buH' analogìa del n. 27ct;^laddove Bi-
Teroni, qni pare con pronunzia pili ristretta: ist (p. e. tu ut 27, 40, chi ùl
tùt 0.8,^, a che fir ist aguiì a che fare sei qui? 26,50), come ha coH'i:
ntu isehen, ischti, siamo, siete, 2,2; 6,26, ma all'inf.: esser 10,22 {sap*- '
sìIt. eis tu sei, essert essea, essir). Neil* antico basso-engadino. Camp, ci dii ,
per la seconda singolare: iseh, e la Inforu. Ésch; ci ofirono, toIb a dire,
quell'e che sogliono contrapporre all't (ij) di Biveroni da G lat. Nell'dto- :
engad. odierno: est (est pur nel bosso-eng- mod.) tu eei, essans esias (te.:
eschas 453). Cfr. Ili 3. — Quanto a tijmp, avremo l'è (é) normale nella Sabu.:
témp, e cosi nell'odierna faTelle. Il parallelo odierno per uijsta ci mene», il '
tipo semplice STendo ceduto il luogo a vestescha (Pali. conj. 38), e non ricor-
rendo ne'Qrigioni il riflesso del sost. 'vestis'.
' n fenomeno di e~t fa capolino più tardi anche nell' alto-engadinese; cmI
occorre mera = »mtni (ecco), Pall. ort. 121; cui ei può aggiungere, per '
romanzo, asiem stimo, stemma stima tn, Sabo. 87. 9S (Bivr.: cestim astim,
L. 7, 43, Apost. 26, 2).
' Cosi sempre ìn Biveroni, le quattro volte che il vocabolo occorre. Mi li
Sabo. ha l'i normale; aruigenil (due volte}.
* Avremmo ancora, fuori di accento, mùnategliùsas mvrafffliiisa 21,15.4^^
allato al quale esempio addurremo eziandio, per ù da t secondario: a-pri-
ttckó-s pregiati (apprezzati) I Cor. 6, 4, slh^ruseh6-s spregiati I Piet. ^ l^<
spt^seher vituperare 5, 1 1, cfr. u. 28*.
* V, pag. 84 n. — fraid eng. : freid sopraeilT. : : ai eog. : ei BOpraal'- '"'
num. 21, 40, ecc. ,
;vGoo»^lc
S 1- QrigÌDui; C. Engadina (Alta): i. 17S
plp. ieus, ida idas; pievla picula (pece) v. n. 167*. 37. [«-
neucet]. 38. in semmel; tem temma. 39-40. paìr Car.;-
nair;~ pail L. 21, 18 (p\.pails co. 118. 121, cfr. n. Ili); niMna
surmaina; main; sain s'inas * G. 1,18; naif; baiuer {Òauaiuen) ;
arschaiuer arschaiua; uaidguas viduae 23, 14, cfr. n. 129; sait;
Haider'. Ma Vt riuscito finale si continua per e (cfr, n, 19-21) :
/? lìdes. I in posiz. 41. milli; uigna; scAtnc cinque; [semin-
io]; scrit; dit. Cfr. n. 42, 43. 42. ferm, uerd^; el ille (egli)
pi. els, aquel aquels; chiauels* 10,30; cuselg cussetlg {12,14) ,
famelg 18,26, cfr. n. 44; schendra; trenta; pesth; durezza ecc.;
metter, ma al partic, coll'i intatto, mts 28,6 (e miss oggi an-
cora, Fall. ort. 113), missa 3,10, allato a fessa 27,51; seck;
stretta. 43. spiert; ierpi (= erpì soprslv., irpice-) Car. *. —
tì. ai Cei) nelle formolo INT «, INC, ING',.IMP, IST (cfr. n. 27p
e 32n): aint intus, e dadains 'dad-aint's num. 137, aintra in-
tra 6, 6 ', cumainza (comincia; cum-in[i]tiàre 24,49, cfr. sain-
za = ital. senza);- uainscha vincit I Giov. 5, 4; m'strainsth mi
' in in, Bta natoralmente nella ragione di sillaba Atoaa; cfr. il noni. 218
sopnlf . ed eog.
' 'dito non A piì) *dait netl'engadmo, come dovrebb' ssMre, masi è fatto
f^utnl; Tedine il num. 331. Prexioso aBemiiio qui ei aggiunge noi rìdeui di
'Fides' <videt' Wide'; (ù vais Mr. 5,31, «aio 6, 18, vaia! Apoe. 6, 1; laddove
D«lla SuKi. già tiamo a ^ua 43.80, inll' analogia di cex^ *vid-jo n. 105.^ —
L'at di t«iu=;Tides ecc. non Ta confuso coli' ai di catV^'vér vì[d]érB n. 19
fA ha d'altronde ragion diversa dall'ai i^i cba avremo nello ateeso verbo al
num. 44. — Un esemplare per ai=:i di accento roman»), avremo finalmente in
urdaìna drdina Wie. 743, cfr. Pali. conj. 52 e il basM>-eng., ed il fri. orditia.
' Che ri pronunciano fearm veard, valendo intieramente anche per \'e ae-
ciiodaria ciò che per la primaria annotammo al n. 37 tt. E WiK., sempre in
IMll" analogia, scrive: fearma 924, fiarms 508.
' Il Bg. chiamlg (a. 112) non potrà addurri tra gli esemplari dell'i intatta;
n» vi si tratterà di *'caMlj [Poo«y] FttDÌ(j, che é quanto dire di -eli (-elj)
«Mondario che entra nell'analogia del primario (n. 31; Pali. ort. 87: cluzoé
cimeli).
' Ma l'è schietta nel verbo (arpckér érpcha) secondo Pali. conj. 50.
' Aoche dato l'asribilamento del t, mancando qui l'ostacolo di cui toccam-
»ia LeWe primaria. La combinazione colla media rimane estranea, qui pure,
^ dittongo; danend de-ab~inde.
' Fra l'i d''ÌDtrara' e Yai di aintra, età l'è delle forme colla prima Atena
(iiiIrA- Pali. con]. 51; in Biveroni, coll'Atona in a, secondo il n. 81 ; antrér 5,
^1 «ce.). Analogamento, per l'esempio che segue, eomenxer Pali. ib.
Diqitized-byGoOt^lc
17S AbooIì, Saggi Udini, I.
stringo, in' angustio (coarctor) L. 12, 50, Fil. 1, 23, strain$cher
Apoc. 3, 9 <;- saimpel 10, 16;- aquaist aquaists aquaistas,
questo ecc. Cosi nella Sabg.: quaist qtiaists qaaistes; ma l'o-
dteraa favella qui ài insieme t ed ai (Pali, ort.: quist $un38.
quaist i 17, quaista norma 37, guista regia 59 ^). E U due
figure stanno riparite nell' importante esempio : uis veduto 27,
64 (ufs L. 1, 22, Apost. 16, 10), che non riviene gi& a 'vìsqm',
ma bensi a 'visto' (ital. visto, prov. visf) per -s = -ST (cfr. mt
= est n. 32n, e il u. 212), com'è provato dalVai che abbiamo in
ttaù vedati, uaises vedute, 6, 1.5; 23, 5, uaisa (■ soprslv. vitta)
faccia, volto, viso, 38, 3. Non mai si vede airincoutro questo
dittongo nel riflesso di 'sinister' {sinistr; sinistra Apost. 21,3,
IlCor. 6, 7; Car.: schnester^), ma esso ritorna in ^^ais' bale-
stro Apoc. f^2 (balista; cfr. balastrér, el halàistra, scompiglia-
re, Pali. conj. 50). Nella stessa analogia: maistdas {;màiid-at\
mescoliatelCor. 5,9. 11, cfr. n. 138; traischeha danza (tresca;
cfr. DiEZ tesa.) Wib. 859, huaistg (cioè ttais'^ •=■ soprslv. uvesc,
vescovo) I Tim. 3, 1. Ttt. 1, 7, le altre volte con l'i come assor-
bito dal nesso &'g: huasthg, pi. huasthgs, I Tim. 3, %, Apost 20,
28, Fil. 1, 1; cfr. il n. 167 e Steno. 45;- e qui ancora, seconio
ogni probabilità, l>atais[e\m. 41^. Ma l' ain engad. rìmpetto i
ad IGN lat., com'è in insatTia 12, 39 (waiwa 12,38; 16,1) 'in-
signia, vorremo staccare dal num. che pryiede, e veder nell' et.
che pur nella sua base deve normalmente stare (II, 3), il pro-
' Per la itsiu ragione di cui abbiamo toccato io nota al unm. 16, i gran-
ulatici c«ntamponui«i ci oStodo; straundniker Car. Pali, ttawndae^tr C»-
(■tringare estiogaera), in Inogo dei piti corretti ttraind$e1%«r «tutiidfc^; < ^
Pallioppi, codJ. 68, traacorra anche a vattt%d*cKer, laddove prima lave'»,
con miglior consiglio, ooindieAcr (ort. ISl). Egli ai lascia «edurra, puf <!■■'<
dtll'o delle forme itone (cfr. itratuchunt Apost 16,24), pel quale iltipo'plu-
gsre', nel quale l'ou delle toniche ò legittima. Tiene a coincidere col tip)
'atringere', nelle cui tonicbe d legittimo l'ai; e coil si riduce a non uw-
gnare l'ai, tra i Terbi d'INQ' INC' radicale, se non a tàindicher tinguv,
percbd nell'itoua gli mostra r« (terubcUnd). Lo Stxnoxl aveva gik tedDU
bene, per questa parte (p. 45); ma aolo errava nel mandar tra questi ewnRI
anche Imtngia lij^gw>i kSt. n. 185.
' In uno dei saggi BtiuL.: qvaiaU; nell'altro: quiaU qwitbu. Ancbe "^^
1041 : (fdiita Dowbi queata volta.
' WiK. 549: JMtJcUra; che ó !'< seooodiu-ia ttell' analogia del nmn.^'
in n. (U).
;vGoo»^lc
§ I. Origioni; C. EDgadina (Alta): à. tTT
dotto di e (=i) *-i attratto {'-senja "-seina) *; al quale esemplare
sene aggiungerebbero due altri dal n. 192 {lain pain), i quali
però, considerata l'assimilazione soprasilvana (len,pen-), po-
trebbero per avrentura condursi, ma non senza stento, al n. 25.
Analogamente stabiliremo, per Vailj (^i]lj (*ej?_;)Tengad. = ILJ
della base latina o romanza, la combinazione dell' e = i lat. con
l'i che si propaggina dinanzi a Ij (II, 5); e tutto lo sviluppo si
ritroTerebbe anche nelle ortografie dello stesso Biveroni, come
nella seguente serie si vede: famailgs allato a famelgs, fami-
gli, 13,28. 27 (t. sopra: cusseilg allato a cttselg, e la Sabg.:
cussalg 17 6Gc.^), fatnagHa1S,23; fuma^^ia 'similiat; sullailg
suialg 'soIi[c]ijo, n. 118, uraglia ■auri[c]\ja ib. '^.
0 lungo. 46. hura alhura; hur; ilras; lur\ lauikra; hu-
nur 13, 57 ; dulur I Tess. 5, 3 ; parmur ; arimur ; errar ; JM-
s/ur; sul, pi. suXs *; ^ersuwo 22, 16; cwnma', patrun^ pi, j)0-
fruru; duri, pi. dv,ns\ parÓMna; chiardMns', èhiav,ntuns\ pra-
schurt; penUxun 7, 13, li Piet. 2, 1. 3; uisiun; persecutiun;
wadun; num»; mandus; miirafglitisa; gramezchius che ha
' La schietta e, reatanda lo J (nj) nellBi «econda EÌllaba, Tediamo in legna
eglÌEegoa [inf. signer) Pali. coQj. 53; ma, all'iuoontro taina (inf. siner) ib.52,
egli dà la benedizione (einaegiien) , che non «arii diverso dal BoprasiiT. stnor
iijnar, Cor. nachtr., farai il segno della croce. Anche il vocabol itol. ha
segnare = dar la benedizione.
' PalL coDj. 55, 58: el cotaaglia, el as amvraoaglia; inf. coisglier, s'smù-
ratglitr; sost: eossagl ort. 43, famagl ib. 118, mùraoaglia = mai-veiglia so-
prasilT,, Car.- Cfr. il sopraaass.
' Con questi esemgj non va fsciainao pmaigl 13,S0, lacignolo, che d dovrà
altribnire al n. 40, essendovi trattato l'u non diverGamente dall'i! latino, coBl
iiom'a nel riflesso veneziano paoiro. Abbiamo cioè dinanzi a noi, in queste e
<^Ue altre carrìapondeQtì voci romanze, l'antico jtopyrua nel senso di lucignolo,
come bene ha veduta il Pobcxllini. Ma il Dos (less. i.pabilo), e lo Scsuchardt
dietro a lui (vok. Ili SS8), si smarrirono a cercarvi il lat 'pabulum', quasi
nutrimento della fiamma, alla qual base, per tacer d'altro, contraddiceva as-
lalniamente l'accento romanzo (logud. paollìt, spagn. pabilo e pdbilo, port.
pocCa; ecc.). Il basso-lat. padiVum, citato dallo Scbuchardt, altro non pud es-
«ora ebe la voca romanza latineggiata. Comasco: par Kn •pa[v]rlln 'papirolino'.
Qui starà anche via (wla) Saba. 4S, pentola, ragguagliato ad *ola = aula,
■luicbi ad olla, col qnale non si combina per la consonante e mal ai eon-
cilierabbe per la vocale; cfr. Foroeluni s, 'aula' e Corssen vok. II' 350. 658.
' Ma nella Saba, e nella favella odierna: nom (co.: nom 144, noms 66),
i^le i) -m, come nell'esempio analogo del n. 51. Cfr. Stbhq. 48.
Archivio gloltol. iul. , I. 1!
;vGoo»^lc
178 Ascoli, Saggi tadiuì, I.
gramezza 6, 16; sassus; nus, uus; uusth; -cudesth. Ma al plu-
rale dei nomi in ór lat., abbiamo -uor-s, ed è quanto dire che
Vq (u) tì entri, per la posizione, aell' analogìa dei n. 58 e ^:
pastuors L. 2, 8, duluors Sabo. 24, signuors 10, 18 <, suria-
duors, soruors 19, 29, Mr. 6, 3, Mr. 10, 29. 30, G. II, 3{jo-
rours 13, 56 dev' essere uno sbaglio) , pesckiaduors. Cosi nel-
l'odierna favella: erruors, autuors, onuors, allato al singolare
in ur (errur, amur, flur', ecc.) Pali. ort. 88.119; 15. 40. 1S5.
Nella desinenza -^ua = -òso, singolare e plurale si stanno di re-
gola indifferenti (al mascolino), come nel aoprasilvano; cosi sono
dì plorale, secondo il discorso da cui son tolti, i tre esempì che
di sopra adducemmo, e avremmo all'incontro in significatoci
singolare: irùs iroso, trupagius (n. 124), Tit. 1, 7. 11. Ma nella
Sabg. , allato ai plur. in -us; l's bandtts 32 (n. 326'), l's ma-
Utius 37 (ctr.isg.: irus 28, mUraffglius 9; ecc.), abbiamo ri-
petutamente manglìioss (bisognosi; mangl-us, base ted.), dorè
il doppio s indica la posizione, che è quanto dire sentita la noU
plorale, e quindi legìttimo il dittongo. E il dittongo ricompare
nella Sabg. anche ai sg., ma ancora col doppio s, in chùinvott
>=canosus, canuto 20, forma preziosa anche nell'ordine lessi-
cale^ e in tmuoss (sg. 76. 128; pi. 6) timido, quasi 'temoso',
che dev'essere pur della favella odierna, stando al Carisch, ed
occorre anche in Biveroni (imuosS, 26; Mr. 4, 40), comechèin
funzione plurale, la sola, se io vidi bene, per la quale nel N, T.
si presentasse occasione. Non dovremo noi riconoscere, in questi
'U08S di singolare, resti dell'antica forma nominativa, o pre-
dicativa, ormai inconsci della loro ragion grammaticale (cfr.
num. 137 e III 1)1 Nell'analogìa dell'^ (u) in posizione, stanoo
ancora: tttot tuots tuotta (Sabg. iuofts tuottes 54; Pali, ort 77:
dappertuot), dove si può forse confrontare la geminazione del
* leniows, Aaziuii ('senioreB*), A Toce mal« aasiinilAtft.
' pastitor Car. gr. 119, comunque stia per esempio-tipo, dei'eBwro v»
abftglio. Il grammatico oberlandese avrà inferito questo elngoUre dal plurale,
che é nonnalmenU dittongato; e lo steaao avrà a (tirai di genituor e àsA
che statuisce ib. 138. Finalmente, che à pih «trano, introduce hutnterid
saggio bauo-eDgadiao (Campell) ib. 200, cfr. Stem». 4B; ma U stami* eri'
ginale (pag. 506) ha hunur.
' Nel soprasass. incontrammo canta (p. 143) = caoutus. Cfr. il FobOLLOO'
;vGoo»^lc
§ I. Origiooi; C. Eagadina (AIU): 6. 179
termine italiano *; puoner Car., cfr. Pali. conj. 71-3 {dispuo-
ner ecc.), quasi si trattasse di 'pauer (=pÓDera) 'punnar, cfr.
cwnrer currere; e nuomma ^nofnj-magis, solamente, Wib. 854
[noma Car. nachtr.) \ Ed avremo finalmente duos, due, per ambo
ì generi, cosi in Biveroni coma nella favella odierna (anche Tr. :
duos ans 696); ma ijai si tratta dì un o affatto anorganico, come
SI Teda anche dalla forma della Sabg., che è sempre dues, per
ambo i generi 3. 47. All'esemplare già addotto nella sezione
soprasilvana, si aggiungeranno: ^avoduoir Pali. ort. 107, ascra-
suotr, trebbia, che il Car. (nachtr.) adduce, senza indicare che
sia Toce eogadinese *. 49. gì-u, cfr..pag. 32 n. (CD.: giò 66,
Car. id.); co, SCO 13, 6 (Pall. prevalentemente cu scu'). Cfr.
num, 144. 0 breve. 60. Allo schietto o soprasilvano, suole
L'alto-engadino rispondere par cu, che è L'analogo dell'ut per e
che incontravamo al num. 22; e qui dittonga pur Biveroni, che
là noi faceva: cour; sour; hoitf, pi. houfs G. 2, 15; arou Fil. 4,
2. 3, arouua, num. 184, rogo roga; arouda rota Sabo. 114; pa~
glioula Car. Ha Biveroni costantemente la figura inversa del dit-
tongo ne' riflessi di 'involare'; inuuolen 0,Ì9.20; 27,64, iuuolas
Itom. 2,21 (cfr. sthuola *ex-vólat Apoc. 4, 7), ma lo correggono
la Sabg.: schuoulan Ì50 e l'uso odierno: invulér invóula, svu-
lérstóula^. Cosi ha Biveroni l'td} costante, ancora dinanzi a l.
' La figura normale aarabba ia tuta2i,22 (corretto a peDua: (iwUa); esem-
pio isolato, sul quale noa puO farsi faadamanto.
' Più genniuameDta: ttUTtue baMO-engadia. Camp. caoz. frontiap., nitmma
1.V?. 258.
' P. e. 160 (46, 14), 79 (23, S3). B a Zuot dicono duis, che il PaUioppi
T«nuiiente tàdnce uell'aTrertire, in via generale, che là mutino I'im in ut
(od 34); ma è il solo esempio ch'egli dia.
' RitMua Della non. (basso-engadiii.) 17. II ùnoDimo soprasilTuio sarebbe in
Coor.: (ctuswJr, che Tiene da $cuder scuss pag. 109 a. (*. la nota che segae).
La base della TOCe eogadinese Terrebbe all'incontro a porsi allato al frc. écra-
Kr (*scrasare), che iu sino ad ora si ò reputato privo di collaterali romanzi
(cfr. DiEX, leaa. a. v.). Voce sinonima afflitto diversa: schlasvoir eogadin. Cor.
oaelitr.
' V. ori, 9, dove egli cerca discipUnare l'uso delle due varietà: cu co, ecc.
* Pali. coDj. 53 (47), donde ancora prenderemo, pel caso nostro: furir fivra
(tiM^re), insolir insóvla (suolare), critdér cràuda (cadere; v. sopra, p. 59 n.) ,
icoier sc&ula (dare scuola), nodér nàuda (aegnar le pecore), doldir ddula
(dolersi ecc.), nwchair nàutcha (nuocere); ai quali aggiungiamo: cómcher
;vGoo»^lc
180 Ascoli, Saggi ladini, I.
in muoia muollan, muollenh. 17,35; e qui si potrebbe immagi-
naro un effetto della geminazione, che ci era anche mostrata dal
soprasilvano. Ma qui pure avremmo il correttivo dalla faTella
odieroa in moula, la mola, che il Carisch attribuisce all' Engadina
in generale (cfr. ii basso-eng.) '. Terzo esempio per l'wo costante
in Biveroni, porremo qui uitol vult (vol[t], cfr. l'it. owofe'ecc},
malgrado gli apparenti diritti dei num. 58 e 65 (cfr. nnm. Ili so-
prasass.). Siamo alle stesse condizioni fonetiche del primo esem-
plare (vólat; cfr, num. 57"}; e il correttivo ci viene ancora dalla
Sabo. (BO«/50bi3, 135) e dalla pronuncia attuale {voul Pali.
CODJ. 91). Oscilla nella seconda persona lo stesso Biveroni, tra
l'analogia della sua terza {tU uuos 17,4; 19, 17) e la retta aoa-
logia di iù pms puoi Mr. 9,22.23, pmstS.Z (iù uousK,^:
19,21, Mr. 6,22). Ancora Vuo in nuofnoiem ', amendue le volte
che occorre questo numerale nel N. T. (ma la Sabo. : 7iou/f 87, e
cosi r od. nouv Car. 186) ; e oscillazione tra le due figure in ùur,
oura, our da doura, or da duora, da duora (foris ecc.). Si ri- ;
vegga eziandio il n. 52-3, e si noti finalmente \'o schietto in]»
potest, perchè venuto all' uscita (cfr. n. 19-21). 61. hum hmn-
tnens *; dimunis; Jntn bonus, cfr. n. 52, hunas; cun; ««naso-
nati Cor. 14,7.8. Ma nel riflesso di 'tono-', Biveroni ci porge due
varietà, l'una delle quali adopera per 'tonìtrus' e spetta a que-
sto numero {thun^ tun soparsilv., Mr. 3,17, Apoc. 6, 1), l'altra
per 'sonus' e si foggia sul numero che segue [thcen Rom. 10, 18,
Ebr, 12, 19; = tun soprasilv, del passo di I Cor.); cfr. il num. 56.
Ugualmente nella Sabq.: cun l'g grand thcen dalg thun 161-
Esempio affatto singolare qui si aggiunge: dmura la dimora
WiE. 561, dmurér dmùra Pali. conj. 16. 62-3. Il normale ri-
(cuocere) ib, 68, e per (f secondario: scóvder (ri-scuotere) ib. 67, cfr. il l«- ;
mine italiano e il sopraaass. al a. 228, ma diTenament^ il BoprslT, al numno
stasso [saccuder ecc. é del resto pari a succutere latino) ed al 61. Nel rìflo» 1
di 'movere', Carisch: móuoer per l'Engadìna in generale; Pali. eai^. 75 <
ori. 114: màfier. Cfr. ancora il nnm. 54 in d. e la prouua Sabg. 95.
' II verbo sarebbe sema il dittongo in Pali. conj. 24 [Tnàler) ■ cfr. nella nob
precedente il contrasto delle due fonti circa 'movere'.
' Il confronto non vaia sa non in quanto mostri pur uell' italiano la bsw
coU*o, e un o che é trattata come fuor di posizione.
* Cfr. il riflesso di 'dovus' al n. 52-3.
* Sabo. hom 26-7. 90.93, pi. hommens 152; e cosi nell' odierna (avells:
Pali ort. 87, vi (honuns), co. 5. 77. Cfr. il soprosass., e 'nomen' al n. 46.
;vGoo»^lc
§ 1. Grigìoni; C. Bogadina (Alta): à. 181
scontro engadino per Vie ("ùe) soppasiWano, suona ó (te) •; e ci-
teremo per ora dalla nostra principal fonte alto-engadioa: bcen
boDom, bone (cfr. n. 51 e piii innanzi i riflessi di 'novo-') 7, II;
17,4 ecc. {Un qualcMosa d'boenG, 1,47), per boenWiB. 78.372,
tuot bón Pali. ort. Ili ; celi; dceli duolo (cioè 'dòlio, proT. dot-,
ftcd^uil; cordoli = cordoglio ital.. Pali, ib.) G.16,20; linzoel
(cfr. n. 57*) *; oef; trcep;- chor corium Car. cfr. 114; titsd u<sda;
■ stersfBracfp. soprslv. n, 171 inn.;- to(pl. lous; S&bq. louffs29);
fm; gce Giac.4,9; aroefi Piet. 3, 12, cfr. n. 184;- in che mced
in cbe modo 12,4; sceli solido n. 204;- Sabo. : las arcesas, las
rcesas, rosae, 83. 173; Odi odium Pali., ort. 107 ^. Il riflesso di
'aoTvs' entra nell'analogia del q. 50 quando stia nella schietta
funzione aggettiva (nouf9, 16, nuoft 9, 17, n«o^26,28. 29; 27,
60;nuouas; Sabq.: now/f bis 29, nouuas 85; Pali, ort: nou»20,
nauva 33); ma spetta all'incontro al presente numero quando
sia in funzione sostantiva o in perifrasi avverbiale: iinqualcMo-
sa da ruef {= anqualcaussa da nief soprslv.) AposL 17, 21; mu
da mefscrifeau à uus un cumandamaint nuofl Q'iov. 2, 8 (cfr.
nam. 31);- cosi adattandosi le varietà fonetiche a quella stessa
distinzione ideologica a cui le vedemmo adattate nel riflesso dì
'bonus' (n. 51 e 52). E pure il soprslv. miera, morìtur, trova un
riscontro alto-engadino che riviene al n. 50 (muor a 22,24; Mr. 9,
44.46.48; Sisa.: moura 48 , mourast 47 ; Pali. conj. 69 ìd.).—
0 in posizione. 54*. orpA orbo (cieco) 12,23; ass6rua n. 215;
' Basterebbe il fenomeoo di ? da e ìddoozì a qnest'ce (t, nam. 166), per
prorare che la fase ond'easo immediatamente prOTiene sia ùe e non uè. Cfr.
le ultime due note al num. 56.
' magiòl Car. nachtr. (= magòl Pali. ort. 40), = frìal. musiil, modiolue,
bicchiere.
' Cfr. ancora eròehin ib. 103, che deve dire 'uncinetto' (il segno della bre-
liti) e bene avrà l'ó f. d'acc., ma deve andare colle voci che si sono con-
siderato a pag. 60.
' Parallelo all'en di cui toccammo in nota al num. S7a, occorre oa nell'o
in po8ÌzLOne; e come Tea restava ben distinto dal dittongo organico dell'e iu
poeiiiona [ie, comune al soprelv.), cosi rimane l'oa ben distinto dal dittongo
orgaaico daD'o in posii. (*ue grigione, ie Boprsl»., He 6 eng., n. 56). Monca,
per quanto io posso vedere, ogni parallelo sopraW. per Yoa dell' Engadina. Il
<jaa]a dittongo si udrebbe, n eli' alto-engadino, secondo il Pallioppi (ort S3),
duuDii a nes50~coDsonante il cui primo elemento sia r o s (p. e. coarp, coa-
'f^), B in altri <asi che in parte si lui pajono di singola consonante, ma io
;vGoo»^lc
182 Ascoli, Sa^ ladini, I.
mori morta *, la mort 16,28 ecc. (muort mors, t. la prima nota
a questo sum., 15, 4; 26, 66; 27, 1; mortaus Àpoc 1, 18) ; sort\
porta 0.15, 2 {puorta ib. , forse congiuntivo, ma I Tess. 5,3
puorta sicuramente indicativo); la porla\^ alguordas nain.125;
misericorgia; spdrsth'el sporge egli 7, 10 (f. d'a.: spursckétten
sporsero 22, 19); dorma (duortnen dormono I Tess. 5, 7); jmw
paun, uos cour, cfr. soprslv. num. 56; uuoJua - Tolvit L. 23,14,
Mr, 16, 3, uuoìuer = volvere II Tim. 4, 4 (aopralv. volver) ; most '
mosso Car. e Pali. ; gross Apost. 28, 27 ; possa pòssim 9, 28 ; ari-
sposta Rom. 11,4; fuossa (= foassa Car.) 12, 11 '; huox {=oas
Car.)liodie; cuotschen {=coatschenCAr. ^alla figura dod ditton-
gata del soprasilv. e alla soprasàssina) ^; oick (o^), not, n. 172;-
cossa Sabg. 64. 55. quint 18,24; quintér raccontare TB.6d5,
requinta od. 63 e BtkHL. 56. La esclusiva figura biveroniaDa
per la quale pur qui si continui il dittongo organico {'uè, te
soprasilvano) à Vce: chicem (pi. comas) num. 166; toert; tna-
chioerd L. 1, 22; ìuerdi hordeum Àpoc. 6, 6, pterti porticus 36,
realtà not sodo {ncal cotta, hotu oggi, foal follia, iwila la colla;- oaeh odo
n. 172, ecc.). E fuomesoo nell'ortografia dei due poemetti storici; e lo adopen
pur la Sabo., ma auai piti parcatamente, a ijnaai ai direbbe eolo in casi ee-
ceiionali: doatt doetua SI {doat ancbe il Bùhl.), ittcoalla una terra coatta
incolla una terra cotta 74, aarma (Car. id.) anima 47. LI 1, che à un caso di
alterazione teniaria (n. IS); ma all'incontro: mort 143, sort 18, raspùsla 17.
Ricondotto qoeat'oa alla sua naturai pronnncia di ffd (cfr. l'ìtal. uó ^S UL
fuor di poa.), si comprende come la Sabo. ci offra tèrra euatta 94, allato a
terra coatea obe prima ai addusse, e si riconosce nell' uo di Biveroni, che à
alterna, nel namero a cui ora arrìTiamo, con l'o, un tentativo di rappre-
aentare quella pronnncia dittongata che pili tardi d manifesta per oa.
' Ha in funzione di sostantivo , al singolare mascolino, il riflesso di 'mor-
tnus' sarà nell'analogìa del num. 56: aquel duantò sco un mari da sort chi
bgierì dtchaiven el e> mort, Mr. 9, S6. All'incontro Vt mari» 8, 22, mwn
(= moarta) Ebr. 9, 17.
' Un diverao fuossa, con wo da o aecondario, ò a p. 167 n.; elr. Ili, I.
' Circa i riflessi di '-Torso' già mostrammo qualche indecisione (p. 60. tOS);
ma l'olto-engadino accenna aicnramente a .'-loso' semplificato, avendoci ia
Biveroni, e cosi in tutte le altre fonti, l' ou normale del n. 50 {dauows; ek.
Tr. 6^ 689; ecc.). E Dell'analogia di quel numero sta ancora legittimamente,
malgrado la poaizione romanza, cuora» opera Te. 636 (Pali. id. ort. Ili), in-
sieme colle Toci verbali biveroniane adrottuan (*adouvran adrouvan) adroMia
(imp«rat]. Pallioppi non dittonga pili nel verbo {adrovér adróca conj. H); a
all'incontro in Biver. e nella Sabo. non apparirebbe il di^ngo nel nome:
houra (che parrebbe da leggere: oora} 26, 10, Iwitres 83, 3.5, S*bq. 48.51.
DiqitizeabvG00»^lc
§ 1. GrigioDi; C. BagadioB (Alta): e. 183
71, G. 10, 23, ecc.; chicerp {pi. corps), p<xrch II Piet. 2, 22 (pi.
porcs); mertKsrgia 26, 13 ' ; - glcergia,. noebel, v. num. 47 so-
prasilv.;- s(«n 1,20; (es (pi. os^a); £B«a»» (cfr. p. 132) odorato
Cor. 12, 17; thcexi;- pceuel e adoeuers (gli usi, Tit. 3, 14), per
continuare ancora a registrarli tra gli es. di posiz.;- uceglia,
faglia (cfr. dosli al num. 52-3); ceilg, pi. ceilgs;- da Imnstk da
lungi, ed anche fcenc; = longo- nella funzione avverbiale {che tu
uiuas Iceng Ef. 6, 3; cfr. Tr. 500, Wia. 303); cfr. il num. 58 e
il 51;- e qui floalmente pure chOntsch (Pali, ort, 26, cfr. Car.
niichtr.) » concio ecc. y. pag. 134, Biv.: chiitnsth *. 67". OLT
' STKNa. 5S attribnisce a Biverooi: pùtrti, memùtrgia; ma bisogna dire
ch'sgli ricavaste questi esempj da qaalche rìprodnziODa che hod mantenava
fedelmente la ortografia orìginals. Ben perd compare nella Sabo. questa fog-
gia di dittongo nella forinola OR + coni.: tu«r(3I, chwerp 106, cuffuert con-
iòrto 107, tnemxkrgia 33 {glùergia 31), la qnale continua in sino al giorno
d'oggi, sempre linutata a quella foraiola: ùert hortus Pali. ort. 34, spùert
spikrta sporto -a, mùerg mùersa morso -a, conj. 66, ecc., allato ad 5as,
Ioni ecc. Ora l'ùcr + cons. (=ter + coua. soprslv.) é manifestamente plb an-
tica figura che non sia r<^ + conB. (cfr. la prima nota al nnm. 5S); a il non
&re oso Biveroni dell'uà non pnò significare che a' suoi tempi quella pro>
niuicia non si avesse (eft-. il baSBO-aogadino). Ma deve conchindersi, che egli
non stimasse necessaria, o non discemessa bene, o trovasse non bene spiccata
!q qnslche varietii dialettale, la differenza tra ùe ed ce. Notevole é in Tb. SSO:
achSrI accordo, allato ad aehùrdt 5SÌ. Ne trasparirebbe una primitiva orto-
grafia, alla quale potè parer conveniente a Biveroni di adattarsi.
* 11, 30. Tra Vve, che é la figura fondamentale del dittongo ladino dell'o,
e Va sngadino, sta la fase dell'ue, della qnale é toccato anche nella nota che
precede. Si alterna quindi l'Ó (= •««) in accento con !'« («[e]) fuor d'ac-
cento, come in ispecie si vede dalla seguente eerie basso-engadina (cfr. p. 29):
btatng bisogno Camp. 9, 5; 2?, 2, pi. bsanga 46,1, bscengaach tu bisogni 40, 6,
Kengtach tu curi (frc. soignes) ib., bsóngia guardar Inf. 241, allato a *wrt-
gii curato Camp. 44, 5, sunpor 50, 7, hiùngixua Inf. 261. Cosi nell' antico
slto-engadiDo della Sabo.: bsteng 101. allato a bsùgnitàa proem.; e allato a
bsoeng Tb. 698, Wie. 972, abbiamo svgnér Tb. 181 (ma Wie. 421: bsoe-
irnùi), che dirà: badare, stare a bada (Ftugì traduce: obbedire). Ma Bire-
roui hi l'ù, in questo etesso gruppo, anche Dell'accento: bsvng 3, 14, L. 14,
IS, 1 Piet 1,6, allato ad assùgnó, curato, tenuto conto, 22,5; laddove oggi
i l'è anche fuori di accento: bsdgnér [assógnér] Pali. conj. 15. Ora al bsung
di Biveroni porremo accanto il suo chiÙTUth (cfr. chiùmchéiian n. 107), ch«
ualogamente s'incontra collo chcenschamaing, facilmente, della Sago. 19,
dioiftck Wie. 420, ch^nsck agg., chòntsehér ecc. della favella odierna (Pal'>
cODj. 16 e Car.), e collo chccndsch basso-eog. Camp. — Altro esempio, ma un
pò meo sicuro (II, 4) per l'antico avvicendarei di H fuori di accento con 6
;vGoo»^lc
184 Ascoli, Saggi ladini, I.
*oult out, cfr. n. 111. Si tratta di propagginazioni di 'volvere'',
e Biveroni ci darà il dittongo arrovesciato, cosi appunto come
cel dava tra v e 2 al n, 50. Quindi: uuotes volte, fiate, 26,75,
Hr. 14, 72, uuota volta, volata, Mr. 16, 4; e qai pare avremo il
correttivo nella Sabq.: vouta fiata, pi. vout^s, 43. 112. 166, cfr.
Tb. 650, e nella favella odierna: wmt -a, revout, svoutVM.
coDJ. 66^. — 57'. OLS. In corretta analogia del uam. che pre*
cede: uous = vol-se, cioè; volle, 1,19;27,64; 0. 1,44, Apost.16,
3>; e cosi nella forinola -oU« di pi., con dittongo oscillante,
che è naturale in Biveroni: limous ne' due luoghi cit. a p. 30,
linzìtos G. 19, 40. Ma in questa combinazione occasionale paà
anche reggersi il l (cfr. num. Ili): chiagniouls {chiagnuolels
Mr. 7,28), chiagnuols; vzouls caprettini Sabq. 162(v. V, 3)*.—
68. Qui pure premettiamo sptts L. 5, 34. 35, e ad ascùs, che
hanno la loro ragiona affatto distinta (cfr. eziandio la p. 134).— i
Indi, pur qui in strattisaima analogia col num. 65: lungs pi. m.,
iwM^ia, cfr. il num. 56.; incunter; «tuni (it mpnte) 4,8, /ruiw
frontes Apoc. 7,3; cttmpran;- cuori; intuorn, hwrna 24,18 ';-
duonna, pi. dunauns. Avrebbe il dittongo rovescio: cugniou-
scha 11, 27, cugniouscker G. 7, 17; 8, 28. 32, allato a cugnio-
scher7,ì6; ma correggono, pur qui, la Sabo.: cugniuoscha it
51, e l'od. cogmtoscher co. 51, Pali. conj. 69. |
(= w«) in accento, aarebbe ach-uudÓ vaotala 0.2,8, allato a wced occ. ii.52; '
od.: m5dér, el moda. Pali. conj. 23. Ancora cfr. chùrlS tortm-ato Tu. Ili,
allato a chùerl; nel qoale eaempio sempre ancora avendoBi regolarmente l'tìt
nalla tonica , d Tede l'arvicendamento ancbe nella &vella odierna: el chitrìa,
ehùrler. Pali. ib. 54.
' n participio di moler qui si sottrae all'analogia del num. a cui siaiiio,
perchè escluBÌTamente assume, almeno nella favella odierna, un tipo niorfi>-
logico che è diverso da quello su cui si fonda il soprasilvano (moler moliev
Pali. conj. 25, cfr. n. 60). Voci letterate, o non bene assioulate, si appatesu
poi : iolt salta solutum -a (cfr, it. sciolto -a), absolt ecc.. Pali. ib. 65 (cfr- if
volut ib. 75), folt CD. 113; cfr. il bas«o-eng.
' Almasc. del ptcp. Bivr. ha uuJuieu27,60;28,2i cfr. d«)oteie»PalLib.75.
' Trav. 62: t><^;nia nella favella odierna: oolet Pali. conj. 91.- Cfr. IH 3.
* E nell'odierna favella, colla schietta figura del eingoiare, accreeciuU
del -s: spagnoli Pali, oi-t 128, magóls bicchieri (v. num. 52 n.), HkinwMi
Fiiormas grammaticalas dal Hnguach tudaiich ecc.. Coirà (18^), p. 14.
' Ancora: uorden (soprasilv. id., cfr. l'it prdtne), confitorm, rtspMtider
(rispondere), tuotider (tendere). Fall, ort 72, conj, 68,69; musser muti jm [in-
segnare, cfr. n. 141 Boprslv.), eusUr cuótta costare, fìtrmir fuàrma, conJ-S-
B qui, o al n.66, con o (u) di posizione ladina: ondrér uindra, onorare, ib. &!■
;vGoo»^lc
§ 1. Grìgìoni; C. Bngadioa (Alta): w. 165
U laago. 59-60. mtit; fìim, fuma; Un Una, ùngi^n {&n~
tjiiim uffaisa in chiosa alchiùna, UCor. 6, B), par Una;- tu;
fflftr ' ; pfir puro 6, 22 {pfirj»}ra pur peggiore 9, 16); chiura
cura I Cor. 7, 34; sgiùr securis; sgiUras sdcarae I Tess. 5,3;
giara; dUr; ims&ra; fiiiira n. 183; sepaltfira Rom. 3, 13; tfomfln
commina*; giUns; litma; flitm Apoc. 9, \A;pl&;sù, s'àn; liùsth ";
agiud kf03t.26,22; uirtfid 22, 29, salùd; nùfla nuvola 17,5;
fttllasch Car. (^pilisch aoprslv. ds.) palice-;- nùd, cr& crudus
Car.; hfiia (*fi-o ava, y. n. 232). — Nel riflesso di -OTO -Ota
siamo alle condizioni, oberlandesi ( i' = u lat. ) : gnieu gnida ts-
noto -a; wilieu 18, 23; 23, 37, mél-uuglieu-s mal-voluti 10, 22;
nasckieus Dati 19, 12; ounschida conosciuta Sabo. 2; ecc. Non
manca pure in qualche diverso caso questa concordanza enga-
dlDo-cberlandase (v. i num. 63 e 89), e della scarsa distanza che
passa fra Va engadinese e Ti, ci è prova il ridursi la guttu-
rale a palatina anche dinanzi al primo (num. 166) *. Tùttavolta,
nel caso del participio, non si potrà escludere l'influsso ana-
logico del tipo che si è considerato sotto il num. 35. Gfr. del -
resto la prima nota a pag. 33. U breve. 61. gula; giuuen
Apost. 20, 9; giuf; crusth; luf; innua inua"; uders utres 9, 17;
ditbel 23, 15; sur s. — 63. piover'', plcefgia. V in posi-
■ rnnma; ma del resto mùr (ciod m&kr, y. a. 33T-8 e mb.) è Dell' engadtno si
per 'more- (mns)' s al per 'murus'; femioile perd nel primo caso, e mascolino
nel secoDdo. Di tmiers mnrsB t. il oum. 60.
' Singolare deviazìMie apparisce io altri fonti, anche basso-eagadine: ewn6n\
roA nella funzione di aggettivo: Tk. 3S (cfr. eotnSna Poli. ort. 1), come nel ai-
gnifleato aostantiTO di 'Comime', ib. 70, efr. Steno. 57. Nulla persuaderebbe ad
dimettere ima diretta alterazione di u in ó; a io ricorrerei a quella specie di
plorale costante clie di questa voce naturalmente occorre ('i Comuni'), per Te-
mervi: "comu'ns, aefondo le analogie di cui ai tocca ai □. 66; e eomùena dava
regolanneute comótu (v. num. 52 e 56). Analogamente si dicliiarerebbe nòglia
^to a nùglia, nulla, basso-engadini amendne, in Car. e. 'naguott'.
' 11 parallelo engadìneaa dello achig di Qabr., é tùj co. 102 ecc., dfóch bas-
W'^ng. Camp. 32,4.
' GcHisidera pure il num. 98.
' L'u di 'fagio' é riflesso per w, e nell'accento e fuori: fiìgia faggi! 2, 13,
fusi*» fuggiate 3, 7, /ìijitten fuggironoS, 33. /VÌji (/uj() fnggite 10,23, /«-
giT 24, Ifl (cfr. fvgia = {a^ n. 181-2). Se ne regga il C. II, § 4.
' Aggiungeremo: eveir etica, covare, PaU. conj. 16, cut) covata (cfr. CMt>>
«opralv. Car.) ort 53; ma traligna la faTella od. in doM ib. 18 e Car. a. 'dna'.
' N(m ne ho antichi esempj; ma certo non sarebbero diversi.
;vGoo»^lc
. 186 Ascoli, Saggi ladbi, 1.
zioae*. 63. hunschahunschieu,hiit;punschieu Apoc 9,5, pUtt
Apoc. 1,7; s&tta; sthdritt 12, 2Ò; ^tiif-* juncti Col. 2,2, giiitUi-s
legature ib. 19, cfr. il soprasass., guttura [sic] =jutictura, tiro,
Car.; frùtfrìtts;- ginst; bUstCstr.;- giuuentùna, uilgdanatA,
36, cfr. num. 66 soprslv.;- hùsth;- fruost e cruosta Car., luoiUi
Pali. ort. 82, V. nam. 64-5;- agfiz co. 65; astUsér astùxxer,
astùsen; p&z'el puzza egli G. 11,39, dr.spùzzir spùxza Pali,
conj. 25; bitter 15, 26, sth-Uttas-t *;- nuotzes =. 64-5. httn-
scka n. 63, spelunchias Apoc, 6, 15; sum summo- 27,51, arum-
per Apoat. 20, 7, Apoc. 5, 2, TntmjMt Rom, 7, 3 (yedi -rttot più
innanzi), innumber numero- (posiiione ladina, cfr. nam. 66 so-
praaiW.); dutsch nam. Ili;- hutuón num. 93; fuom Apoc, 9,2;
«nord sitords; vors Sabg. 88 sg,, 162 pi.; cuor*; tuòr; tuorp cosa
turpe I Cor. 11,14; uuolps; suolper; cuolpa Col. 1,22; pitotura;
■ sthnuoglia, agvoglia, num. 118; huondas undae8, 24, auuon-
da L. 22,38; mttond; fuons; aruot -uots ruptus -i L. 8, 29; 14,
19; suoi Apoc. 5,3; tnguoacha; buocchia; &nguotta *. 66. Qui
' Qoi più che mai va badato pnato p«r punto all' ordinamento della parte
soprasilTaDa.
* Cfr. nnm. 60. H Car. darebbe Tu pur a questo esemplare per entrambi i
dialetti dell'Eagadina (cfr. il basso-eug.); e anche il Pali, ha buttar butta,
sbùtttr ecc., conj. 15.21. E pur la Sino.: frutte /tur buttate flora ! 136, ichbùi-
ttar 76. — Per l'incertezza fra u ed t pud anche addnrai a-chima schinnu
Pali. ort. L8, allato a s-chiùma Car. nachtr. (t. sopra, p. 135 n.), comunque
per questo esemplare non debba dimenticarsi l' lu = ù del riflesso ilalUno.
Ancora si consideri qualche esempio baaso-eugadino eoa l*tì, primo elemento
di dittongo, degenerato in ■' (j): chiari hom. 28, t. il num. 66; jert (veri)
orto MB.
* Qnest'tM) non va confuso con quello di fruosta ecc., che é quanto dire con
quello dei num. 64-5 e 58; ma si va nnito airuo^pd d^l nnm. 54; cfr., oltre
il BOprslv. e il baBso-engad., l' alto-engad. od. noaita Car. Spetterebbe all'in-
contro al n: 64-5, e affatto legittimamente (benchà divergendo dal soprslv.):
ItiOtta Pali. ort. 33, se à, come pare, l'equivalecte del soprslv. Iona. — Fi-
nalmente, pur qui nell'analogia del □. 64-.5: nuona^s (Sabo. I6S id.).
' paing$ pugni 26, 67 starà per ptioinga, cfr. puoign Car. Un caso aaa-
Ic^, comune anche alla favella odierna, parrebbe plom piombo, Sabs. 75- 164,
e Car. (cfr. il basso-eog.), ma in questo c'entra la ragion particolare del -m,
per la quale pib tardi abbiamo anche som (p. e. WiE.: da som 235, owni
som 732), cosi come a suo luogo vedemmo aversi nom e hom per gli ante-
riori num e hwm. Ridurre Vuo ad o sarebbe veiio dialettale di Segl.: rot,
Ungotta, Pali ort. 34, cfr. il Bottosilvano. — B ora si aggiungano alla serio
;vGoo»^lc
§ I. arìgioni; C. Eagadiaa (Alta): U. 1S7
viene in discussione una non facile serie d' esempj. Accanto a
fàrgia furia Sabg. 139. 124 ecc. , qualche altra fonte ci offrirà
(uergia fìiOrgia (t. Car. nacbtr.; Wjb.: fìiorgia 978 *); e allato
a ingiUrgias Mr. 13, 4, II Cor. 12, 10, injuriae, ingiùrieS't tu
iDgiurii L. 11,45, la Sabq. ci darà alla sua Tolta: ing&ergia 97
(cfr. il basso>engadino). Abbiamo poi Urlér (Uerler ort. 34) U'erla
alulare, ùrland Giac. 5, 1 , ecc. , e chUrler chùerla 'carrulare,
torturare, Pali. conj. 48. 54, colle rispettive forme nominali Uerl
(soprslv. norl, cioè uri n. 04-5) chUerl Car. Ora io confesso di
DOD saper di leggieri ammettere che in tutti questi esemplari
dittongati s'abbia l'alterazione terziaria u, o, fie (num. 56 n.),
cioè il parallelo deft fenomeno soprasiWano che a suo luogo av-
vertimmo (p. 38). La riconoscerei senza difficoltà nel solo caso
Xich^ierl ohùrler, il cai parallelo soprasilvano ci mostra an-
ch'esso, non solo il dittongo nel nome, ma si ancora la spoglia
del dittongo nell'àtona del verbo {ckierl chirlar), che da quello
deriva (a tUerma dorme, all'incontro, vedemmo come risponda
l'inf. durmir, p. 28). Ma per *uerla 'ùerlér Urlér (soprslv. ur-
lar, soprasass. irlar vs.) mi surge qualche dubbio se piuttosto
dello sviluppo *urta 'orla 'uerla non vi si abbia a riconoscere
inserta, fra l'fi tonico (» m, II, 4) e il r" complicato, quell'a con-
ciliatrice che vediamo insinuarsi nel plurale alto^engadino di
m«r sorcio (mwr + «, miters co. 118. 119) s. E questa inserzione
mi pare poi quasi sicura negli esemplari dittongati della for-
inola -URJ, che, almeno in parte, mal potendosi dire popolari
(cfr, il basso-engadino), male ammetterebbero una tanto pro-
fonda elaborazione, ed erano d' altronde esposti alla attrazione
analogica dei tipi memùer^ia e gl&ergia (num. 56 in n.). — La
tnnnftle: eolvonna Pali. )b. 63, tuosi 33, rnvosia 34; bullir bvóUa, fvUér
fuàtla, (under fuónda, grugnér grvógna, ineagnir incuneare incuógna, sa-
iulltr saduólla, sfitlschér (infnlcire; iutroduni) sfuólscha; sgunAér (eecon-
àara; seguire) sgìiSftda; i'tplugliér spidocchi arai (cfr. num. 230 soprasilv.)
''ipMglia, attlcMr «olcare sttàkha, i'ctrgvgrttr i'oerguógtta {pergvogna
■OfL SiBG. 145), Pali. conj. 53-1.
' CD. furia 1L9.- Voce letteraria, male auimilata: luccttorgia Sabci. 78-
' Altri caei analoghi: basso-eng. nwcers mura Camp. caos. p. 465; ra-tniir,
pi. ramùcera, àm. 14,5; 18, 13, mura, baluardo, quaai 'rimaro'; Tùcerch Tur-
w.ìb. 45,3, canz. Le, Tùerchhs Iw. 259; prìgu'l da ■prigTl ecc., t. p. 20
in n.; e dietro a dittongo in una voce sottosissìna che sì adduce al n. 235.
;vGoo»^ls:
188 AjicoU, Saggi ladini, L
gradazione terziaria u o 6 (vale a dire Vó comune a tutte le
fonti quando sussegua altra consonante che non sia r), potrem-
mo avere, oltre che nell'esempio già considerato a p. 29 e 183 n..
in bcesihc, pi. buosthgs, coli, hostchia Intostohia, albero, 3, 10:
12,33; L. 6, 43. 44, Giuda 12; 21,8; Apoc. 7,3, rimpetto ai me-
diev. buscus e boscus (v. Diez. less. s. t.); ma non sarebbe esem-
pio specificamente grigione*.
OE. AE. 67. paina; [sckaina 1 Cor. 11, 20. 21; saif, fìàn];-
schil*;- leed L. 15,32, leeda, leedamaing lietamente Apost. 5.
41 '. AU. 68 (cfr. n. 93). or; ora; chiosa causa; pds; poick
{=po'c) 25, 23; 26, 73 (v. appresso); lodati, lod laude- *;- aroha
roba;- odas-t oda audis audit, gioda gaadeam Filem. 20, nei
quali due esempj si potrebbe però anche trattare di od = 'aìiU
^*ald (cfr. num. 10-11 e 94], com'è mostrato da altre favelle
della zona, si che in realtà spettassero alla successiva seiioDe
di questo numero. L'o =AU di *paucua' è anche trattato, nel
pi. masc. e in ambo i numeri del fem. , come se fosse un an-
tico 6: poucks Ebr. 12,10, pougs 15,34, L. 10,2, allato a pogs
Mr. 6, 5; e pouckias Apoc. 3, 4, puochia 25, 21, allato a. jxh
chia 13,68, pochias Apost. 17,4, I Piet. 3,20; e cosi 'pauperes'
si riflette per pouuers"; cfr, anche il soprslv., e in ispecieilgr.
trid. orient. ^ — 6S*. Ali grigione ridotto ad o: semnS 'semi-
' Quanto al signiBcato, si coofrooti il riflesso pror.-franc. che dic« 'legno'
oltre ch« 'bosco'. Il Car. ha nernachtr.: 'bóschg eng.. Blanda, gaatrinch, kl<i-
nar banm. la bosco'. Ma v. il lass. a. bdsch; e ia Biveroui la Qoatra Toce ri-
sponde costaotemante al BoprslT. pumér, albero fruttifero, albero; ned altro è
il suo aigoificato nel basso-eugadiiio.
* Nell'esatta analogia del uam. 33; a quindi la Sabg.; Uckél tschSU 53.51.
od.: tsehel Pali. ort. 20. Ma Del riflesso di 'eaeapet-', in cai avevamo l'i »>■
praailv., ci darà l'i pare l'alto-eug. od.: tschisp Pali. ib. 37.
' Nell'esatta analogia del n. 22; e quiodi la favella od.; Uid Car. (a 'lateiii')
* Fil. 1, Ih luod, V, appresso;- causét causA WiB. 217 è tocb letleram,
come anche dice il e.
* Sabo.; patch poehs poehiaa 1 18. 166. 151 ; ma pottfer 24.
* Il MuBSAPU (xeitacbr. f. d. flsterr. g^mu. IS70, p. 887) si compiace d«l
parallelo che viene dall'AU trattato come ó, all' AB che ha gli stessi conti-
nuatori dell' ^. Avr& ragione, tanto pih che ne'dialettl, di eoi e^i parla, l'da
si continua pel dittongo organico dell' d. Ma non aara inutile, per noi, di fu-
marci a distinguere tra Tuo caso e l'altro. Poiché nell'AE riflosK) pel iil-
tongo 0 per altro che risponda all'è, si tratta di una diretta (e quindi gì"*-
;vGoo»^lc
, § 1. Oi'igioni; C. Bngadina (Alta): Dittonghi tonici. 189
na[t]u-, fardwnS '*per(lona[t]u-, -pckiò pecca[t]uDi, ecc., cfr. ao-
ppslv. nain. 1; chio^cau soprslv.^copfwJ!; '. AI che analogamente
3i riduce ad e: béla= baila aopralv., baj[u]la, balia, 1 Tesa. 2,8;
nwF {G. 1, 18) me mie meé meè, « mai aoprslv. n. 190, 21, 42;
26,37;ZI,Ì6; 9,33\7, 23; pléd^plaid soprsÌY. nam. 171; mér
'mij'r major oum. 87 (11,11: mér co Johanne Baplista, es mSr
mei; 23, 17. 19^); hce sce^hai sai soprsW., habeo sapio, 1113.
Si potranno aggiungere, di provenienza germanica: crtxs = crais
in pronuncia soprsly. (Conr.), ted. hreìs, cìrcolo, Rom. 10, 18,
onde s'ebbe il verbo alto-engadìno incrasér incrésa circondare
Pali. coDJ. 51, Tr. 522. 545; e lid {vestimainta da léd cd. 8)
= laid soprsW., ted. leid, lutto ecc., fadia e laed Wie. 10 3.
Vocali àtone (cfr. n. 218).
A. 69. marid n. 35;- farina; sthmitrafiglio (soprslv, n. 73);-
pflti*r pagare, allato ajj^iopaga (aost. eimperat.)18,25. 28; ecc.,
cfp.D. 94;- cumandamaint. — famelg; bagner (basso-eng. bu-
gniar Car.); spaventer *;- olamér, clamo chiamò, clamò chia-
mato;- amanckio mancato L. 22,35; strangler, mangler. Pali.,
conj. 49.50, s'éamger ib. 20;- aguadagnò 18,15; — fasohè fa-
cita3,3; 13,33, assagiò. 71. Cfr. aristh al n. 106.- In mi-
nirgias maniere Ebr. 1, 1, e mèla pirijnscha mala apparenza
I Tesa. 5,22 (allato ad apparijnschaU Tim. 4, 1), abbiamo aa-
nie) continuazione di ■an'e apwts di proonnzia romana, 6 all'incontro nell'AU
nA«BM per suoni composti che rispondano all'^, di un'alterazione tarziaria (a
qnindì aporadica) di nn o dì prononcia romanza, che suoi bensì essere , nel
toscano, nn o aperto. L'AU é ancora dittongo nel soprasltT. ecc.
' Uà ito, habet, non si dovrà disgiungere dall' ha soprasilvano, e ii dichia-
rerà dal n. 4.
* Notevole al fem.: la mér pari la maggior parte 9, 14, iZmo mSr tejttmw-
viauma Q. 5, 36.
' Ma non perd il riflsKO del ted. 'eìgen', proprio, comunijtie possa fare
iUiuitnie Vai dell' ortogr. soprelv. nella voce feminile (p. e. eegncu alto-eng.
= <ùg'na* sopnlv., Q. 10, 12, C&. p. 95 a.). Qui dobbiamo risalirà alla pronon--
eia grigioae-tedesca: d^e^nj, Stau). 23, onde normalmente: Agtn sopralv.,
djen basso-eug., a l'alto-eug. égen. - Cfr. V, 1.
' PalLconj. 53, e ancora ib.34: s'spaeerer angnatiarRi (quasi: 'spaTorìrsi'),
■Uato al Mpnh. tpwreg (*Bpuiir-), panroso, Car.
;vGoo»^lc
190 Ascoli, Saggi ladini, 1.
similazione regressiva. Circa inguoscha (n. 140 soprasilv.), 7. il
n. 23). 72. -es per -as è frequente nei plur. fera. : uosseis bunas
Jiouresle vostre buone opere 5, 16; grandas chioses k^ost.2,U,
aquaisles chioses 23, 23 {aquaistas chiosai 24, 3) ; ecc. Ugual-
mente nella Sabs.: pia grande» chioses co quaistes 52; ecc.
Cfr. Ili 3. Per assimilazione regressiva di doppio suono palatino:
seijta saetta L. 10, 18. 73. sckiandel 26, 31, sckiandels; xau-
rér. E. 74. genvxeu. 'genufto generato (cfr. n. 147); regina:
amuenteda, mossa, commossa, 27, 51, v. Ili 3; — desert agg. e
sost., ubedijnscha 8, 27; benedieu, fenestra, sth^neier negare 10,
33 (ma sth-naier 26,30, Pali.: snajér snéja conj.51), sezsaiva,
jpersuna, stemetien straverunt, herteuel (cfr. n. 75), tiestieu,
et; — seruieu seruiaint. 75. cundamnO 12,37; mandus; duan-
tìJ; — danérs;tiardcBt; chiandalijr cstndslìere; auuonda; — sa-
rain*; parduna; hartérl9,Zd (cfr.n.74); standieu; blastem-
ma; praschun n, 101; sataunta n. 16 (cfr. n. 81) '. 76. ligiettm
lessero G. 19,20 (Pali.: legettan conj. 80; cfr. nam. ^3). In ap-
pirantér (causativo di 'perire', III 3) 21, 41, abbiamo l'assimi-
lazione già avvertita nel rifiesso soprasilv. del semplice 'perire',
che anch'era agevolata dal dittongo della tonica (v. il num. 28
delle due sez.) ; ma le voci àtone del semplice qui vanno sotto il
num. 78. E bio bieda (num. 197) entra finalmente nell'analogia
generale dell'^ tonica ed àtona che passa in i quando le amsse-
gua altra vocale. 77. arumagnès tu rimanessi I Tim. 1,3; Ig
poevel cumainz'a s'ruversei' Ta. 635 ». 78. ^trauma; i»-
umbrósi puolura; houra; — d'uainten diventino 4,3, dmandò
domandate!, d/tnieu definito, .finito, 7,28; ur(Bst verace, vadi
num. 138 n.; sgiùr scure, sicuro, tgnair tenere lass. {igne te-
nete! 26, 48), mts prin perimua, prir perire 26, 52 *; pchiér
G. 5, 14, pch6 peccare peccato {pechia pècca 18, 15);- fafiir
(cfr. II, 1) favellare. Circa aluér levare 24,7, ascundo secondò,
s^uitò,3,16, e simiglianti, veggasi il num. 227. I. 79. lio
('lijau). Ho {'lija[t9]); suluédi; — insemmel, incunter, in-
' I riflessi di 're-' cadono sotto il num. SZT.
* Si aggiunge da pag. 87; drachiùra (Pali. ort. 93 id., b IS: favrer fabbn^D^
' L'« di iepulijr aeppellire, ^eppvlleschen aeppelliBcano, 8, 21. 28 (sapu^
WiE. 1089), proviene da sepuliùra 23,29; 27,61.
* Pali, dà all'in f. perir, e quindi alla Ifi pl.perins; cwij. 27 (cfr. n. 137).
;vGoo»^lc
g 1. Origioni; C. Engadina (Alta): Vocali &toue. 191
gr.axck, isaler (num. 148 n.), inimich ecc.; - infauns; infiern;
intaem;- uirtod; schÌ = Bì lat., schi = 3ic,- Ma l'accidente di
laaggtor conto che qui accada rilevare, è il maoteDersi dell'i de-
. clÌDativo nelle voci proDominali: od firn 13>31;25,45, a scoduni
a cadasDo Ebr. 11,21, ad Un otri 8,9, ad aquaisti I Cor. 12,8,
ad aquegli G. 3,34, e cosi nella contianazione d"ille', sia nella
fuQzione d'articolo, sta in quella di varo pronome: agli mattel
al fanciullo 2,20, agli sainc spiert allo spirito santo Àpost. 5, 3 ;
agli a lui 12,2 (cfr. a mi, a ti, a si, 3,14; 2,13; 20,28, <ì si
suess a ah stesso Sabg. 47, allato agli accasativi che sono al
num. 19-21). E v. IH 2. 80. pesckiaduors ; hummens; — ue-
liand (soprasilv. num. 81); cudesch. 81. uagliò vigilato, ve-
gliato; illatrò ^vgìaz. , letterato; s'affarmò; antrós entrati 2, 11;
slranschant, stranscfiaiua 18, 28 (cfr. num. 44 in n.) ; sasaunta
(cfr. anm. 16 e 75); — hiattè mettete G. 21, 6; urdano (Ef. 1, 5:
kurdeno); isaglér isaglo * Apoc. 5,1; fidato; mastdó;- forza Sot-
sit6,25; inntia; [arschaiua]; — battaiuen. 82. sumgiauns ; —
mluédi silvaticus (cfr. -urv- = -erv-, soprslv. n. 77). 83. mnér
nnand 6, 13; 15, 30; stUater; tmair tmetten, tmuos fi. 46; sth'
■mùrafgUo 8, 10 (s'asth-mUraitegliéuan 8,27); pentijnza n. 28;
sckio n. 162-64; — sco; uardcet, sumgiauns; anumt^, num-
nas-t\ cefda n. 8, afdant habitando 17,22; semdas; fiaifia; hor-
ma; semnan Q,2&; femna; dijsthmas; esna ifisen); cusno cu~
sjiaeda consegnato -ata Wib. 722, 726; spierts; ecc. E ancora
T. il n. 327. 0. 84. innoxains innocenti, 12,7, non dev'essere
TOL-e indigena, v. il n. 170 n.; comitn; soruors n. 46. 86. sul'
lailg; muriss io morissi; durmiua; amér n. 184; — anumnó;
adurér; sctteda;- cuaelg; oufins; cunfurtér; cumplieu; custai-
fia; [cùmpra]; curvna^; uulair Rom. 7, 18; inuulér; appruua-
«uiint, amuenteda; pudair; u&«df ohedite Ef. 6,1;~ purtér 28,8;
' intaglér intégla sigillare Pali. coQJ. 51, secondo il nnin. 42; e all'incontro
vaglìér pàglia vegliare ib. 21, secondo il uutn. 44*. Il verbo clic dice 'aigil-
lue' proveiTtt dal ted. inaiegel. Bene è addotto dal Car. un infinito Uagli&r,
colla citaz. 'E£ A'; ma l'eaempio è àncora isaglo-s Ef. 4,30. Nell'antico bauo-
«Bg. all'incontro, bo notato imeitgia (=intéya) Inf. 164, allato a imagla-
àai ib. iutrod. La forma col Ij dicbiaroroi da insiget ins\jC, v. pag. 95 n. e
il nam. 237-8.
* Circa la voce engadineM che risponde al soprslv. cvrom, v. II 4.
;vGoo»^lc
192 AmÒU, Saggi Udini, I.
tumér; hurdanó; algvrdò; adruo (*adrÙTiÌ 'aJuvró = dw»irau
soppslv.) adoperato L. 1, 51 ; — atgniuoscher ; dulur ; hunur, Jiii-
nura, hunurò onorate I Piet. 2, 17, hwmro onorato Rom. 1,21,
cfr. n, 88. 86. Qui siamo limitati allo speciale esempio handus
•bon[ta]du8, di cui v. il n. 226*; e cfr. il n, 90. 87. maglieder
baneder; surmnéder surmneders; schanscheders *;~ signer,
miglier Ebr. 7, 22 ^, v. n. 28*; mender 11, 11 ; cfr. i riHessi di
'péjor' e 'major' ai n. 21 e 68*. 88. hundrò eco. n. 147, cfr. n. 85;
cunschieu conosciuto, cunschetten conobbero. 89. scki&rezxas
giùrer, ingiùrgiós iogiuriati 22, 6; natùrél; s'paroht&rò (otr,
L. 12, 1); giùnò; gliUnedi; aduso (ad-usato, solito, L. 22,39)
acchiUser; asùiantò n: 165; agiùdassen ajutassero L. 5, 7; sa-
liido salutate!; mudo; abrUscho abbruciato 23,7;- pùrgiédas
purgatae Ebr. 9,23; mUreuan muravano 21,42; — sùiur sudore,
In pittauna I Cor. 6, 15. 16, ecc. (Ebr. fi, 31: pijtiaunq) siamo
alle condizioni del Boprasilvano; cfr. nam. 60. 63 >. 9Ò. Cfr. il
basso-eng., e aggiungi inguan ("nguann) unguanno (soprasih,
MonC8r.,fltJonDS. 59, cfr. n. 152 e 184) Wib. 1071.- V. del resto
il B. 227 anche pel riflesso di 'rumor' ; e rimangono: baccun Car.,
Pali. ort. 82, boccone (soprslv. id. Car. , boccun Conr. s. 'biss"), e
«acuorrosaccurre 15,25, Mr. 9, 22s cfr. n. 86 *. 91. sitenz (Car.
diz. id. «, CD.: suwna: 61.123) 17,15, Mr. 5, 4, Ebr. 6, 7;-a5a-
' E coir* in a por alterodona terziaria: taluédar Tit 1, 3. 4; occ Coiui-
mile espandimeiito dell'c iiuertiva, già ootamroo al n. 2S8 aoprslv. (cfr. peri
la n. ai aum. 90 engad.).
• Occorre du« volte con l'è accentata (ntigliér L. 5, 39, miglèr Ebr. 8, 6).
Ifa che l'accento altro non sia che na errore di stampa, si fa manifesto, a
tacere di tant'altro, dal fem. milgra Ebr. 11, 16. 35, e dall'odisnio mtgider
<»méyrn.ll3'), Car., Pali. ort. 87. - Il pi. maac.r migliri Ebr. 9,23.
' w perw lat. f. d'a., sarebbe in giumaint L, 10,34, cfr. Pali. art. 58; esan-
pio pur questo a cui mancavano manifesti collaterali coll'u in accento.
* Pare in questi dne eBemplari é manifesta la tendenza dissimilatila (u— ù;
Agli esempj BOprasilvani ai ò anche aggiunto taocuder, t, pag. 180 in n.); e il
riflesso engadino di 'sabinda' vedreDio pasaare al num. che segue, in tal figura
«he faTorìECB la nostra dichiaraiione dell' a della prima sillaba del soprasil-
vano (pag. 4&-9 e 105). Tattavotta, ì diritti dell'o nella prima Atooa (pag. 105)
merìtaiano migliore ricordo, in ispecie pel soprslv, tcad«lla {icaSiatìa Car.;
basao-eng. aeudeila) , sempre però trattandosi di voce che manchi di mani-
fesU collaterali coU'u in accanto.
' suoent gr. 156 ò basso-engadino (jMioenf Camp. 19,5).
;vGoo»^lc
§ 1. GrìgioDì; C. Bogadina (Alta): Vocali àtons. 103
dulSs, ruina, muglier, curraiiten, parturir *. 92. dadains;~
fiions*; ckicem; ferm ecc.; celi, dceli num. 52, ecc. M. AH.
93. dimuni; e v. ancora il n. 231; — uraglia; utschilg L. 13,34,
ulschelina (collett.); hutuón Giuda 12; u {= u aoprslv. ecc.) aut.
Per l'alteraarsi dì u fuori d'acc. con o = AU nell'acc., citere-
mo: pussò pausate, allato a jT^sa .pausat I Piet. 4, 14; udir'ì2,
42, ludeuan, giudair^ gaudere Bbr. 11,25, allato alle forme
dal dittongo tonico, vedutesi sotto il num. 68 *; e cfr. il n. 94.
Ma nel riflesso di 'aus[ijcare, in cai l'AU riusciva davanti a
nesso-consonante, abbiamo qui pure la continuazione del solo a:
asckieva; a qui pure il fenomeno si sarà avuto pur nelle forme
dì radice accentata; cfr. basso-eng. (nf.) : ascàss Rom. 5, 7, àsca
I Cor. 6, 1 (ma t. il n. 68 di quella sez.). AI ed ATI grigionì.
M. irei; viroula Pali. ort. 33; e cfr. n. 171;- -iss- fuori di ac-
cento, per V-aiss- in accento, nel riflesso di ENS (n. 32): paissa
pensa I Cor. 13,5, pissand pensando, pisijr (Saeg. : pisér 53,
pissers pi. Pali. ort. 116) pensiero, 6, 27 ecc.; — e analogamente
H fuori d' acc. per Vo~ *au = *aul = AL che si vede o si do-
vrebbe vedere, se ne fosse il caso, nell'accento, secondo la nor-
ma del n. 10-11, cosi come nel numero antecedente avevamo u f.
d'acc. per l'o in acc. dall'antico AU; quindi: htttisckems altis-
simi 21, 9, ad-uzér -alzare 23, 12, huxand alzando L. 11, 27;
hutér altare; sutt^ saltare 11, 17 »; chiuderà caldaja Sabq. 43,
ekiudirél calderajo li Tim. 4, 14; fusdmd falsità 23,28; chiu-
' Circa fùgir ecc., v. Il 4. — B ancora cfr. la n. al num. 93.
' Nel riflesso di 'fundne' non si vnol già affemare senz'altro che il gri-
gkne contiuni dtretlamente la figura nomiuativa romana col dileguo dell' u
trade s. Pad anche trattarsi di applicazione romanza dal s nominativo (III, 1):
'fuod + s. Ma rimau sempra che l'esempio importante sia qui al eoo posto.
' Per va ia luogo dell'w (conaerTato nel baaso-eug.: giudair Camp. 17, 6;
il,2, ^iududt 18, 9). T. 114.
' Il PollioppI à& l' o costante , e qnindi pur nelle forme di radice Atena , a
poter loder giodair, conj-19. 18. 5 e segg,; ma gli é varamente ch'egli, per
disciplinare l'incertezza della pronuncia attuale tra u ed o (nel riflesso Atono),
» crea una regola che ripugna alle ragioni istoricha (ort 10), prescrivendo
che si prenda norma dalla prima persona del presente indicativo {lod e quindi
loder, ecc.). E od udir, dove ancora è ferma la distinzione organica pur nella
pranuncia attuale, è quindi per lui un' eccezione (ort. ib.).
'' Pur (]DÌ, per lo stesso fallace principio di cui toccammo nella nota pre-'
cedente, il Pallioppi livella le forme, e d6 oiér àia, aotér sàta, coiy. 19.22
Archivio glottol. ilal, I. 13
;vGoo»^lc
194 Ascoli, Saggi ladini, I.
zamainla calzamenta IO, 10; laddove il soprasilvano ci dava lii
regola schietto Val fuori d'acc. par Vaul nell'acc. (n. 10,9,1).
Si aggiunga il notevolissimo utru = altrui ital. {r6ba d'utrù
I Piet. 4, 15). — E ancora vorremo riconoscere un àtono per
óun nell'acc., in cun dich (cun-di'c; cùdichn,ì7)=quont gig
soprsW. n. 179; cioè cun = 'cu{in = quaun(t], cfr. basso-eng. {Hun
lamgk Camp. 6, 1, quun aut 8, 1; e con ciò una contrazione an-
teriore all' invaler di quella pronuncia alto-engadina di cai è
toccato in nota al num. 13 *,
Continua.
H. 95. hartér,ecc., herua, huos*; afdaa.8\- circa traiatta
trahebat (18,28; v. n.22I) ecc., cfr. t'ult. nota al n. 171 soprslv.
e ni 3. J. 96. giìisl, giù, agiud, giuf, giutien giuttentlina, j
giUns gitinir gtimes, giaschaiua giescha jacet; gutia num. 63
(inf. giundscher Pali. ort. 58, donde ancora prendiamo: gùcel
jabilum), giumainia;~ dei riflessi di 'pejor' e 'major' v. i n. 21
e 68*;- magiested 19, 2S , Meg n. 8. J complicato. 97. U:
muglier; mùrafgliusa; filg ecc.; cuselg ecc.; fceglia ecc.;- pi-
glio pigliò 9, 25, tagliò ;- con Ij in Ig (cfr, il soprsW.) : las gìl-
gias (e cosi gilgia Pali. ort. 118); a fognato il l che veoiTa a
susseguire ad altra consonante: imgiuramaint 'meljorameoto
Rom. 15,2, sumgiaunt 'simitjante'; coi quali esempj concorda,
almeno esteriormente, bibgia 'Biblja Car. (v. p. 101 n.). E cfr.
il n. 102. All'uscita abbiamo ej'*-elj (-^ilj) in mei = melj meilj
soprslv., milium, Car. (cfr. sulai'''3ulailj basso-eng. n. 118).—
98. LI' LiJ': gliura gliuras (soprslv. Hvra Gabr.) libra -ae G. 13,
3; G. 19,39; glijfrÒ {glivrér glivra Pali. conj. 17) finito * 19,1;
' Del paralleli eng. di ueal e tchuar «opnlr., t. il num. 177 in d.
' Lo A, atta punto leatito nella {froDUncia, é premoMO a epropodUi io hit-
ter a.l, horma a. 12, hur n. 46, hunicha «ce. d. 63, husth ib., houra a.'S.
hurdanS a, 85; ecc. ecc.
' Coal Twngitu'ca — Tnmliaaca, co. 18; e ancora va qui addotto, comonqDe
mostri Io Kliietto i: od-aumptantatnt ampliamento. Col. 2, 19 (cfr. a. 17 bua>-
engadino).
' Cioè 'liberato'. 'Liberare' per 'fluire' é anche ndl'ant it liberare e nel
lomb. liOrd; e mal te ne potrebbe ricafare un pamllelo ideologico per «•-
;vGoo»^lc
§ 1. Origioni; C. Engadina (Alta): CoutÌDUo. 195
^hfliaPall. ort. 41;- liùsth, liima gliìmedi. 99. RJ{cfr.n.9):
uitquèrgia n. 129";- glcergia, memcergia, misiergias, chia-
tiìàergiaìì.28, ingiùrgids n. 89. IWi.VJ : plcefgia, salvgia
salvia Car.;- gréfgia ' gravi[d] + a 1, 18, cfr. n. 204;- hagieu
(cfr. il soprslv.) hagida, avuto -a;- chiabgia cavea Sabo. 38. —
101. SJ: praschun, chiasckun, faschól faseolus Pali. ort. 45;
impromischun. 102. NJ: signer, uìgna;- cumpagniuns cum-
pagnia. Ma parallelo a l^ da Ij (num. 97) avremo ng da nj in
straungia (tratto forse moderoameote dal masc. strauni n. 5),
strania, mala, II Tess. 3,2; cui deve agg^iuDgersi splecha {sple'éa
'spfenÌ7a= splen-ja, venez. spienxa) milza Car., cfr, il n. 152. —
103. NI': gnieu nido. 194. MJ MMJ: uerìdemgien vindemiant
L. fl,44, vendemgia -mìat Sabo. 116;- premgia premio 6, 1; -
cumiò Car., commio comgio Pali. ori. 68; chammier S'Ckam-
ger Pali. conj. 28.21. 105. DJ^: miser[i]corgia -corgiauels,
dislcordgia 12, 25, cuntredgia n. 125, guardgias guardie 27,
66, WiB. 777; ubSdgias obbedienti fera, {ubédi-^a-^s cfr. n. 21*)
Tit. 2, 5;- rimedger rimediare Pali. ort. 80; [stedgia = stadgia
soprslv. palo ecc.; onde il verbo: stagér stégia piantar pali di
confine^ Pali. conj. 51; T, la prima nota a questo numero]*; —
scker finire, cfr. p. 33 e 106, che del resto noa bo inoontroto neirengadinese. —
Io questo esempio é Iji anche per LI àtono.
' Questa la vera voce indigena; laddove é nuuifeetamente di tarda Impor-
taiione: gracida Car. uachtr.
' Cfr. n. Iffi. - Tra le ragioni per le quali c'inducemmo a mandare giù ecc.
tatto il o. 96 anziché sotto il numero a cui ora siamo (v. p. 50 in e), stava
pur la eoasideraiiooe che g grigions = DJ trovi di regola di intatto nell' ita-
lisnoecc. Ma ci astenemmo, nel soprasilvano, dall'avvertire eiplicitamente la
differenza cronologica tra g grig. =D1 (p. e. misericorga, ital. -cardia) e t
grìg. = DJ (p. e. 01, it. oggi), fatti troppo canti dall' es. soprslv. stagia a dal
«opraaass. rag raggio p. 139. Ora però l'engadineae ci spinge per doppia ra-
gione a stabilir nettamente questa differenza; poiché dall' un canto riuscimmo
ad averne, da testi sicuri, il riflesso di 'rodios', che é normalmente, in en-
trambi i dialetti, collo z; e, dall'altro, Ve alto-engad. di tUdgia Car., e
Io j del basso-eng. aU^a Car., ^ stagia soprslv., accennerebbero amendne alla
coatinnazione del solo j (Eta[dlio).
' abstechen dice il Pali., einstechen il Car.
* Il riflasBO d' 'invidia' è tnuilgia 27, 18, Fil. 1, 15, cfr. il basso-eng. Della
rsgione del l é toccato a p. HO n.; ma la pronuncia invilja, ivi addotta sulla
fede del Carisch {ingiglia), non sembra sussistere. Pallioppi pronuncia invila.
;vGoo»^lc
196 Ascoli, Saggi ladini, I.
huoz; mijs; uezan, uezet; tesa siede 23,22, sezzaiua {se-
saiu'-el); razs del solagl raggi del sole co. 64 {raz de &olai
basso-engad. nom. 80). — 106. DI': dich; di dijs; condir Pali.
conj. 36. Non mai quindi gi nel riflesso engadino di questa for-
inola; né potremo ammettere un'eccezione per risth a-risf A ra-
dice (sch-i-riscìièda sradicata) , comunque il baaao-eng. raguch
paja persuaderla. Ma deve trattarsi dì 'ra[djis (cfr. raisck so-
prasass. DS.), 'raji's, onde dall' un canto 'rijis {risoh variante
soprslv. Car., e risch sottosass. cl. 26), e dall'altro ragis (so-
prasilvano e basso-engadino). Per d cbe si dilegui nella proto-
nica V. la pag. 61 in D.; e cfr. pel restante il para. 232 soprslv.
ed engad. Il dileguo di un ^ secondario mancherebbe all'incoD-
tro d'ogni analogia. 107. TJ: bestchia, pi. hestchias, bestia
(animai selvaggio), Apost. 28, 4, Tit. 1, 13 (soprslv. bestia; ma
un'elaborazione indigena di questa voce è pur nel soprasilvano,
n. 108); allato al quale esemplare porremo per tj da TIC àtona
(cfr. il soprasilv. e il num. 165): sth-mancfitaunza 's^maatjanu
'-tijanza, dimenticanza, 16,5, smancher dimenticare Pali. conj.
40; dumeschian dimesticano Sabq. 116 ', dùmes'cer Pali. ìb. 30
{•mestcher od. 121); percha pertica (verga) Ebr. 11, 21. Seguo-
no, per s, e, s, da tj antico nelle formoìe cont.*TJ e voc. + Tì'
saibijnscha, cunschinscha (cfr. cogntisckentscha ecc. Pali. orL
47) ;• pritsth {cioè prióà, v. n. 169-70) pretium 27,6. 9, 1 Cor.7,
23;- numnaunza, auanzéua avanzava 15,37, chianxuns, ters,
forza, amaxer; e finalmente con -z'c-TJ ant. dietro vocale';
ingrazch, malitzchia, algrezohia2S,8, I Piet. 1,8, gramei-
chitts (quasi 'gramezioso') 6,16; ma all'italiana: largiezza lun-
giezza basezza hutezza Ef. 3, 18, plainesza, arichezza, dùrei-
za. Restano, secondo l'ordinamento del soprasilvano: [a(2rij;(}];
ath-chiatsihó {stk-chiasth sth-chiatst scaccio 12, 28. 27; cìùa-
tsthos cacciati S, 12); nuotzes; chiùnscheuan. — 108. Ti' resta
qui di regola intatto (cfr. num. 106): partiten, partieu; mentieu
inoil^a (come Biver.). — É il 4)' intatto io diauel, ma gih ci ueeoegemma
al Dtim. 1 che sì tratti di voce mala auimilata.
' ehi m'vovl ditmaiehkorr per meìs fatiti, ib. 16.
' Qai la esploBiva palatina che ai Tede nei riflessi di CA, cioè la Bsrìcm,
trattandosi di alterazione afflitto moderna dello j di -xja.- In questa analogia
pur ssc da taj grìgìone; tóasehÉnter [toxch. Car.) Pali. coty. 59.
;vGoo»^lc
S 1- OrigioDi; C. Engadina (Alta): Continue. 107
mentito Apost. 5, 4 {mintiand mentendo); stina v. num. 226;
vestieu. Un principio di alterazione mal si può vedere nell't;' di
s-partyV 19,6, Fil. 1,23 (sparitr 1,19; oi.: partir spartir PaW.
conj.25); ma'pur siamo alla palatina in uesckimainiaS,4; 6,
35; 14,33, che ben può qui addarsi comunque voce in cui la for-
inola è itona. 109. BJ (cfr. num. 100): ràbgia od. 115, a'rah-
gianter Car. - PJ : sappia * ; sab[b]ij'nscha ; sàbgias savie {oìoa :
saU*a-, cfr. sabbis savj 23,34)25,4. 110. fCfr. num. 237-8].-
II ti rimane intatto in timun (Giac. 3, 4) e chiastitcpd. Ma qui al-
l'iocontro dovrebbe rivenire chiampésta, combattimento {chiam-
péstas da disputaciuns lotte di disputazioni I Tim. 6, 4 ; cun
bgierra chiampésta con lotta grande I Tess. 2, 2) , ragguagliato
a 'tempesta' (cfr. l'uso dell'it. tempesta per 'veemenza', 'furia');
e l'aversi la sana forma tempesta per 'grandine' Apoc. 8, 7 (cfr.
Sabq. chiampésta colluttazione 95, tempèsta grandine 160) ben
toglie di aicurezza al nostro ragguaglio, ma pure noi vieta*. -
Il riflesso dell'esempio soprasilvano per la media, ritorna in m-
giuttina 26, 68. Ma un esempio illusorio sarebbe citntredgia con-
trada L. 2,8, poiché vi dobbiamo riconoscere una confusione fra
'contradi-a' (contraria n. 125) e 'contrada', promossa certamente
dalla prossimità dei tedeschi gegen (ent-gegen, contro, lad. cun^
iredi ecc.) e gegen-d (regione) ; ed anche la voce mascolina com-
tradi{-edi) viene perciò, come il Carìsch c'insegna (nachtr. 15),
a significare insieme 'contrario' a 'contrada'. L. 111. Come il
i si dilegua dietro all'u anorganico che sì sviluppa nei riflessi
di ALT ecc. {'autt *aut, 6t ut, ecc.; num. 10-11, 94), OLT ecc.
(n. 57), cosi pur tra l'u etimologico, o l'u da o, e le consonanti
medesime^; quindi: cutiira campo, cioè 'cultura', 6,30, sudós
' WiB. 14: lapchia; ogaalmente PalL conj. 91: «opcAu, e questa basa dare
influire in sapehenter notificare (ib. 52; far che si sappia), allato a taoair
tapere. — Ancora bì abbia un esempio di fc = *fj: atùfchenter ib., rendere
itofo (stu/t-enter).
' Sono amendae le voci anche nell'ant-'b^Kao-eng.: tampeisla Camp. 18,6,
grandine, chiampeista combattimento 144, 1. Avrebbe potuto infloire Dell'al-
terazione: chiamp, campo militare.
* Abbi&mo tu caso singolare anche per lo sviluppo anorganico dell'u, e il
conseguente assorbimento del l, nella formola IL + s pi., ed d peaus dels ckia-
r.tels, peana d'ehtamel, 3,4, Mr. 1,6, poti (di camello), il filale presuppone
;vGoo»^lc
198 Ascoli, S^:gi ladini,!,
soldati 8,9, dutsch, fem. duscha, dulcis, Apoc. 10,9, Ciac 3,
11 *. 113. LL.: asadulós, ella aquella',- giaglina; huglir?i\\.
ort, 4];- el aquèl;~ l'g l's (il, i; eigl, e, 'egli', 'ei', nell'uso im-
personale, e ancora y. Ili 2);- chiauilg -uels; chiaualg -Mah.
113*. LJ'R: melgdr num. 87, cfr. num. 230. L complicato.
114. pi: impiantò ^\Aaia.\x>-,plaio-, plaschet,cianplaschieuvm-
piaciuto; pléd; plaunscher; nus cumplesckan compiamo (con-
giunt.); ploefgia; piti;- dubel; — p'I: s'acufiér se ad-cop[uj-
lare 19, 5, cfr, n. 210. — 11&. bl: blaslemma, cui si aggiunge
hlésam (la base d'entrambi è hlasphem-) biasimo 1, 19, c&.
ch'ella nu uigna et {m") blésma L. 18, 5; imblanchidas int-
biaQcIiite23, STT;- sablun;- ma: flaifla; n&fla num. 59; slafiir
stabilire li Tess. 3, 3; parcefias parabolae (fiabe) I Tim. 4,7;
fafiér fabulari 12, 46; cfr. II 1. — 116. fi: fiamma; flaiuei,
flauncs num. 13;- sufia sufflat G. 3,8. 117. ci: cléfs; dèr,
damma; — 118-19. -c'I- -t'U: sullailg {sulalg), uraglia; eeilg\
sthnuoglia L. 5,8, aguoglia;~ uijlg, pi. uijlgs, plr. fem. mj-
glias^. — ' 130. spedlas; \miraculs\;- cerclés n. 135; macia.—
130n.: inclijr 'intligere intelligere Rom. 15,21, incligia 'intll-
git 13, 19, inclijt 'intelect- 13,51, ecc., cfr. i num. 190 e 172;
dancler 'ditiare ditale cd. 112 (cfr, daini dito, in n. al n. 40) ^—
lo BToIgimsiilo che Mgua: pel-a pful-a pft*-s pf'us (nam. 24), e trova la a»
normale «(ariapondeiiM nel buso-eng. pew che il vr. ci moatra nei medencì i
luoghi. 11 caso é atrano in ìipecie per dà che a' ha d'altronde, e noli' un dit-
letto e aell' altro, quel plurale che ti addice alla nonnal flgara del siogolsre,
che é pail (cfr. num. 4p, e paiU Camp. 40, 12). Se fossimo limitati al ìtaiso-
engadino, vorremmo qoasi pensare a nua eoufusione ire, pelli e jMli(malgn6o
ptllt che avremo in quella sezione al num. 31); ma l'alto^^ngadiDO noi cod-
cede. Cor. uachtr. 34: rossa da peus abito di pelo (basao-eng.).
' Si eccettuerebbe il riflesso aJto-engadino di 'iu-fulcire'; t. il basso-eng-,
il num. 65 in n., e 111,3.
' Cfr. num. 28* in n.
* Occorre claeó anche nell'Alta Engadina, e Pallioppi (ort. 101) vi Tede
anch' egli un'alterazione di talvó, che d la forma da lui raccomandata. Ma
la esiatensa (Wntamporanea delle due forme accresceH gli scrupoli da né
accampati contro questa identificazione (p. 58 n.), anzìchd diminuirti Cnrìoso
e aicuro esempio per l'alterazione di cui si tratta in questo numero, ma sem-
pre a combinazione intema, abbiamo all'incontro nella riduzione engadine»
del nome pr. 'Valtellina'. Secondo le norme del num. 04, verremmo intanto a
Tullina, e questa è la forma che prevale in Vfit.; ma pure sfuggo all'aatore,
;vGoo»^lc
S 1. GrigiODi; C. Engadina (AIU): Continue. 199
121. gì: glatsvh Sabq. 9; glaruia ' ; — 122. -g'I-: uagliò Te-
gliate. 124. La metatesi che si è descritta nel soprasilvano, qui
non ha luogo * : tramet (1 . pres.) , trametter, tramtetten (3. perf.
pi.) 10, 16; 13, 41; 14, 35; tradir, tradieu; [traiand traendo];
aecri^ìpÒ; predgiSr predicare; praschun, creschidas cresciute;
icriliUras; arstkfradér;- cruder, crudós caduti 13,5 (e nep-
pur T'hi^metatesi nei riflessi di 'ap'rire': auHr, eura n. S);~ ma
anzi ha luogo la metatesi opposta: crauuns carbones Sabq. 27;
In^plpagitts " turpegius furptus soparsilr. (turpe, quaai 'tur-
pioso') Rom. 1, 26, Tit. 1, 11, nu f trupagier (= ta turpiar pia
imo soprslv.) non vergognarti II Tim. 1, 8, cfr. tuorp num. 65;
drumanio-s sonnolenti (venez. 'indormenzd-ì') Wie. 998, cfr.
durmenzà, rumenzà (*drum.), Car., che hanno l'uscita basso-
engadina. Di 'ad<ópra' ecc. che si fa 'adrópa* 'adropàr', t. i n. 54
e 85'. 125. algurdSr ricordare Ebr. 8, 12, tó falguordas 5,
23; ^UasHjr 25,35; e in ambo le voci potremo riconoscere dis-
similato per / il r della sillaba protonica (arcór-, -rastli"), com'è
manifestamente dissimilato il r finale in chiudirél num. 94 *. E
all'incontro dissimilato per d, all'italiana, il r della sillaba che
saccede alla tonica, in cuntredi contrario (cfr. I* ital. con^rotjio
contradiaré) Col. 2, 14, fem. cuntredgia 14, 24 (num. 105). —
0 all'editore, YMelina (73), che d la Isgittima pronuncia attuale co. 17.66.
E ancora t. il num. S30.
' Pali. ort. 42; Car. ha yianda, ma par forma erronea, comunque aotk si
tratti di una svista tipografica, ma si di forma ch'egli distingue dal baaso-
tag. ff landa.
' Parrebbe eccettuarsi: parlichtr, aver pratiche, brigare. Tu. 168; la quale
eeceiicMia sarebbe tanto piti strana, in quanto il riflesso di 'pratica' noa so-
bitce la metatesi pur nel sopnuilTaso (t. b., p. 64), e la figura normale del
Terbo é rappresentata dall' od. alta-eag.'pratcìur Pali. conj. 19. Ma dato che
qnel particher sia corretto, deve trattarsi di voce semi- letteraria, cioA di
uuDva ridnxione dì 'praticare', in cni s'inimiachii 'parte'. Quanto poi apoi'-
iùtta (^pardichia soprslv.), testimonianza, testimonio, che potrebbe parere
un secondo esempio, vero é bensì che il* significato suggerisce di .vedervi:
'prodncta', ina vero 6 ancora che la vocale della prima sillaba si oppone pur
nella voce soprasilvana a questo raggnaglio (cfr. eng. prodvr), a che la ri-
traduzione di parddtta altro quindi non possa dare che 'per-dncta'.
' Qui 6 ancora da confrontare il num. 234 in n.
' .\ltro esempio di r In l, ras non peculiare, avemmo nell'ultima nota al
ouin. 44'.
;vGoo»^lc
£00 Alcoli, Saggi ladini, I.
126^ (cfr. n. 54). dauous, l'splu datious 20,Ì2, in auous Mr. 13,
3.4, innauous Sabq. 6 *. T. W. 127. uuotuen voWunt -ant
(voltino) 7,6; ecc. 129. Si mantiene schietto il v anche in in-
uuolen, inuulér 19,18, sth'Uola, slh-uuland ^; ma all'incontro
è ugv da dv {du) in daidgua ridua n. 40, vaidgua cun quels chi
vaidguen fa latto con quelli che sono in lutto Sabq. 25 =, e nella
combinazione colla tenue in uilquérgia (= uitdgnargia basso-
eng. Camp. 144,7) 'vitvaria victaaria 14,5, L. 3,11. 129*. pWj
piovesse, pluet piovve (allato a piòver n. 62) Giac 5, 17; od.: plo-
vet ecc. PaU. conj. 96. 180. guardò; guisa 23, 31; god 'gfujaiilil
n. 10; guerra Ebr. 11,34; guinchteu evitato Tb, 622, cfr. Pali.
conj. 36, ort. Ili *;- guarir I Cor. 12, 9; cun 3pédas et gua-
fens 26, 47 *; sainxa fer lo dmura guaera 'senza fare colà di-
mora guari' WiE. 561 (ìièra 'goairi , sopralv. Car.). ISl. nff,
clèf, léf, gréf, «t/Apoc. 1, 18; ecc. Cfr. per /"da v primario o se-
condario in nessi interni, i num. 100, 210, 215; un caso iniziale
di V in ^ pel semplice fatto dell'aderenza alla sorda che susse-
gue, è poi al num. 224, e un altro ne apparirebbe in flùra fìù-
rer vettura 'vetturare Pali. ort. 100 (ma vtùrer conj. 24), circa
il quale va però considerato il soprasàssino (nuni. 131 n.). —
F. 133. our oura num. 50. S. 131. 136. s (ss) in s dinanzi o
' davo laschenn ÌDdietro laBCiarano Wik. 820, alla maniera basao-engtiìiiis-
* All'antico miìàuoigl {f. a., p. 61 n.; mmolg «ottosaaa. CL. 7B, tnaoigl v-
pi'UBM. ss.) risponderebbe nella &Tslla odierna; tniguoigl Cor.
' Cor) vaidgua nel basKV-eng.aiit. di Camp., 146, 4 (hf. id>). E sarebbe eoi-
ratta forma niBacolina il vaidg eng. del Gai'isch, laddove il Pallioppi ha tiin^
(ort 101, ma cfr. wxdgvér, tau viidg conj. 60), forma ch'egli contrappOM
a gvaivd, in cui crede avvenuta una metatesi. Ora non si tratterai punto di
un invertimento di consonante (la fede ael quale ha forse fiiktto che l'egKgio
grammatico engadìno iuTolontarìamente aìterasae oaidg in eaigd); ma guaiti
ffvaieda (y. Car. b. ceti e nachtr. SS ; guaiuda Inf. 79) risaliranno al tipo 'TÌndo',
ciod al tipo coll'u attratto (d. 235) che é comune anche allo apognuolo (rnixb
ciwda); quindi: eaidua t>aivda; e rimarrebbe da decidere se il p- s'introdo-
ceue in questa forma per effetto dello -gua dell'altra, o «e ncHi si tratti di
nn caso di gi>--D- latino, com'è in gvertcha soprslv. = eert'c, vertice, Ctf-
* Circa i riflessi di 'wen^an' in altre favelle romanze, v. p. 9S io o.
* 'wsffan'. La qual voce parrebbe avere qui assunto un significato sp««itbi
quando nel sopraailvauo viene all'incontro a qnella aitaniiona che oltron '
propria di 'arnese', v. il Car. È però collo schietta aignìfioato di 'annt' pv
netl'aot. al»o-eng.: Tu. 2SS. 435.
;vGoo»^lc
S 1. Origìoni; C. Eogadìaa (Alta): Coattane. SOI
tra focali: scht num. 80, s'aschantas sì sentaisse % apraschentó
presentato 2, 11,- atschidro cuschijdrò considerate Ebr. 3, 1;
12,3, ingraschéda (cfr. angarschar ecc.. soprasilv. Car.), huti-
schema nam. 94, sainchisthma num. 172,- allato a sudós sol-
dati e assagiér; dove à da badare, massime pei casi di s sem-
plice, alla qualità della vocale etimologica a cui precede. Per s
in s dinansi a consonante: sih-maladieu Mr. '11, 21, sth-naier,
sth-mUrafgtio L. 7, 9, sth-biitas-t a. 63; cfr. la n. al num. 138,
Pali. ort. 46 e II, 1. 136. cerclés (ce = ze) sarculatis 13, 29.
xavrér, serps n. 27;- forxa n. 81; iinza- {ùnzacura aliquando
Ef. 2, 2, propriamente: non+so+che-ora, cfr. p. 48 o. e p. 154 n.,
e ver-ze-quants dijs alquanti giorni Àpost. 10,48, allato a ver-
quaunt die Tk. 562); imziira 23, 32, che si avvicenda con im-
s&ra, n. 227.- Cfr. num. 207. 137. dains, l's morta, araits,
pashwrs num. 46; tuoltes aquaistes chioses, guaistes chioses
tuottas, aquaistas chiosas uighen tuottes... 6,32.33;- faitel-
la» tu 13, 10, alguordas nom. 125, tu hce» G. 6, 68, uains,
hauais habetis';- fix fico (frutto) Car., Pali. ort. 50; fuont •
' *initér iAittìa. La ragione etimologica che Doi diamo a quatto verbo, e
quindi al derivato sopnlv. ichentament p. 63, par massa in foroe dallo e (tsch)
ioiiiale che prevale modernamente in tutti i dialetti grlgioni (tsehantar sehati-
tor soprslv. Car-, cfr. schentaw e T3ehentatnen[t] negli Stat. mh. 28.44-5;
lichontar sottoaaBe. cl. 60. 131; tachanter tscMunta [1. tachdinta, v. ama. 16
in D.] PaU. conj. 50). Tattavolta non ce ne rimoviamo; si perché le piti auti-
cha fonti ci danno / (anche ss. S96 ha schentament Bopralv.), e sl^perché
Doa ci manca qualche altro caso, comsché diverso, di e da /: cwilsehieu co-
nowinto (= dtnsch. Bìv., a. 88), contsekaint 'conoscente' nel mguificato dì
'cognito', PalL ort. 9S. 126. 122; cantsakùd baaso-eug. Camp. 37, 14. Cfr. l'ul-
tioM nota della presente seciose.
' Nell'odierno alto-engadino accorre eoErtante 11 -s anche nella pnnia del
plurale. Ma Biveroni noi mostra se ood quando manchi il pronome: hawiàu fat
abbiamo fatto 7,22, ma Mun hauain nu» profetiióì ib.; schi nus dichain...
uhi tmains se noi diciamo... cosi temiamo 21,26; nus frin num. 78, schi
wtlaim erair cosi vogliamo credere 27,42; tiers chi daini irì nus craian
tt aoìschairt, dietro a chi dobbiamo andare? noi crediamo e conosciamo,
6- 61,68. 69. Siamo alle staase condizioni pur nell'antico baaao-engadino: ha-
vxàm Cajip. 10,13; \Z,Z; pudains canz. pag. 502, n^^nj veniamo 29, 5 ; ma:
«uo wlain 12,3; ru^uain nuo canz. pag. 360; cosi anche dato l'accusativo
del pronome: n'« hawain ci abbiamo 14,3; e anche si vede il -s di nn esem-
plare scusar la nota dì un altro che gli sussegua: ehiattains è wsain troviamo
e Tediamo 48, 5. Ma nel basao-eugadino odierno mai non abbiamo questo -f
;vGoo»^lc
SOS Ascoli, Sa^ ladioi, I.
num. 92; més meas ecc. Ili 2; - dadains, pìjs pejas II Tini. 3,
13. 138. cugniouscher, crescker, mastdó* 27,34, Apoc. 8,7,
nascher, pesth pesths. 140-1. Come il soprslT. 142 (cfr.212).
Sotto cruschinna colezione {cruschiner far colez. , Pali. couj.
il Cariseli ricorda opportunamente 'crustulum', comanque noD si
debba già pensare a una diretta continuazione della voce ro<
mana (cfr. l' it. crostino). Ma è un esempio che in fondo va piut-
tosto assegnato al nam. 140. 142^. S'R: cusdrin *cus(T]rJtt
cagino, cfr. num. 230 e V, 3. N. Qui è imprima da ricordare
che 'dietro ad u suona m ogni n che sia finale oppur preceda
a X 0 ad a terminativo', secondo la regola del Pallioppi (ort. 59),
la quale noi più tardi vedremo in quale attenenza ai stia col-
l'ìstoria complessiva dei riflessi engadini di N (II, 1). Intanto qni
notiamo i seguenti casi in cui la scrittura si è conformata, quui
inavvertitamente, alla pronuncia alto-engadina: sum gnieus sodo
venuti "WiE. 350, buma pésch buona pace tr. 309, fina buma
salda pésch ib. 358 (buna 424. 514) ; in egna parsuma in pro-
■ pria persona ib. 379, parsumas ib. 324 {parsuna 68. 333); Ifis-
della prima plurale; e parrebbe dorerai cODisbiadere che I'ubcìIa romui,
ridotta a limitata ftinzioDe nelle antiche &d aogadine, del tutto si dilegnuN
nella parte bassa della Valle, e all'incontro tomaaae a continna applicaiitM
nell'alta. Senonché, aggiungendoti che il soprasilv. e il Bopraaass. mancaiM
essi pare del -t nella prima pi., pnO surgere il legittimo dubbio, che non >\
tratti già dalla continuazione del -* latino, ma al piuttosto dì un espcneolt
moderno; e il dubbio ai aggrava, e insieme si farebbe chiara la natura di que-
sto esponente, quando si consideri che l'antico basao-engadino non d& mai, par
quanto io posso vedere. Io schietto -i della seconda plurale, che il moderno
basso-engadino parrebbe all'incontro mostrar di continuo, ma t\ ci offre, quaodo
il pronome non preceda, di tali forme: toiaiws favis {- wtait-wt fal-us, lo-
leta, fate, 58, 1, fuori dell'interrogazione tì l'uno cbe l'altro esempio, e per
l'aBsiinìIazioDB si confi-aotino intanto: dyie louo dite voi, 11, 1, pitdaiie um
potete voi , 58, 1 , canz. p. 503). Ora il basso-engadino moderno dicendo p. e. 'f
lati, volete, ci darà ben piuttosto il prodotto dell' antico baaso-eng. idIomi,
che non quello di un anteriore forma in -t'i; e d'altra parte, rìtomando ilb
1." persona, vilains :vilain+ns::v)laiias:vlait+v!S. Ma di più al C. IlI■§3-
' Lo s' A di solito espresso, dal nostro autore, per seh davanti a vMSl*.
e per sth (massime iniziale) dinanii a consonante, ed all'uscita. U& davanti*^
esplosiva intema, occorre in questo ufficio, quasi per sempliflcaiìone, ^Dche
lo st dell'attuale esemplare. Cfr. uistdó {S5, 36. uùchdS 25, 43) vìs[i]ta[t]ii-.
dittcordgia n. 105, vastclSr n. 230. Notevole é la frequenza di -jt = -t = C
(n. 169-70) in wraiit (= tres n. 78). 22, 16. Mr. 12, 14, G. 3, 33, ìb. 7, 18. Rem- S-
4; ma westh 0.7,23, e uretth-i li Cor. 6,8.
;vGoo»^lc
§ 1. Grigioui; Engadioa (Alta): Continue. 303
sh-Scipium Attelaum Scipione Atteltaao ib. 358, Barums ih. 269
(ma: bun, Aforun, 405-6; ecc.) '. — 144. nun {nues non è 10,26,
nù Ime non temete ib., tu nun sés tu non sai G. 3,8, ù nun?
oi]o?22, 17), ma: tu nu daias tu non devi Rom. 13,9 (quat-
tro volte), uus nu daxas voi non dovete G. 5, 45, nu tiain non
vieue 4, 4, nu fij.s uaira non fosse (sarebbe) vera G. 5, 31, wus
ìtu s'kauais voi non si (vi) avete G. ib. 35, cfr. nuls=nun + l's:
mils gnis dit non loro venisse detto Ebr. 13, 19, nuls ì>andu~
neva non li abbandonava tr. 420. — num ecc. 145. karma;
alimeri alimerts Apoc. 4, 7. 6, mulijnaint - monimentum (se-
polcro), 27, 64; 23, 29 (cfr. bergam. mulimet, rumen. mor-
tnvnt, Stadj crit. I 62=340); — [innumber numerus, inum~
brS$\. 146. Qui pura ben distinti fra di loro pel significato
iliverso i due verbi di questo numero (cfr. Pali. conj. 18), mal-
grado l'es. l's chiagnuols mangiari 15,27; ctr.magliaun 13,4,
magliés 23,14, maglieder 11,19, allato a mangiaun 14, 20, ecc.
— 147. n'r: schendra; hundrò Rom. 1,25, hundrér L. 1,46, v.
n. 85; tpendra nus, spendrischun; tnender; inschendró gene-
rato .\p08t. 7,29. 148. ns: spauns che anche ricorre Apost. 10,
45; ma cfr. del resto i n. 32, 58 e 94, sempre col n assorbito,
cai ora si aggiunge tres {" tras soprsW.), che presuppone 'trSs.
Poi: cusdrin;- cuselg K 149. infiem, infauns pi. 160-1. nd
' Ancora bì notino: lumgiatnaing lungamente ib. SOO, e mamvailg WlB.SSO
(manànalg Tb. 49) v. a. p. 66 u. , che é del resto una forma più gemiioa che
non sia qnella di Biveroni. Ma un esecaplare in cui, per la etimologia oscu-
rità, la scrittura sì fa pedissequa della pronuncia anche sotto la penna Ai chi
bada alle ragioni istoriche, sarà dalum, immediatamente (conscmant vnieit
i ialum segvaint. Pali, ort 64), cioè da-lunlgl, cfr. dalvngia immadiata-
menta Wn. 835. 1024, dahmgit Conr. (s. 'gleich'), da lunga sopraaass. DB.
s. 'immediatamente', de longh siibito a Bormio e in Val Vwiaaca (Monti),
e pel dileguo dal -g la n. S a p. flS.
' Ricorrono insieme in Biver.: insaina ed isaina insegna num. 192, e piti
icite amendue ; cui ti aggiungano: isalér in-salare, 5, 13, isagléreac. a. 81,
nucUdro n. 134-6, e ancora nelle combinazioni n-t> n-f: iwilér Q. 10,10,
alialo ad inmtlir 19,18; c«/itw2,16; Ccu/IAi fi confida 9,^, nus ns'evffi-
icdn II Tesa. 3, 4 (v. all'incontro il n. 149); e finalmente dalla Sabq. Mwper-
ffgUu insuperbito 58, iwido = incidó occsKi ib. Oi-a, alcuna di qaeste figure
direttiTe ben potrà semplicemente dipendere dall' erronea omiasione della tilde;
Du il loro complesso dà pure a divedere assai fievole la prounncia del n nelle
combinazioni riapettive. Manifesta assimilazione è in issemel I PJet. 4, 4, allato
a in temmel a. 38.
;vGoo»^lc
£04 Ascoli, Saggi ladiai, 1.
si regge anche in prandè, in-prandè , prandet 2, 14; main-
tervieue l'assimilazione in intma inua, e ancora t. a pag. 67,
mprain preheadit -ende, v. in n. ai num.27^;- di tiainc, venti,
T. in B. al num. 172. Il riflesso del '-mente' arverbiale è scrìtto
in Biveroni più spesso -mang che non -maing i : uairanuàng,
mélamang, alnindav(n]tamaing, sumgiauntamang, dimperse-
maing (= dimperse *d'-in-per-sè, ma; cfr. il ted. 'sondern' cioi
un 'ma' di separazione, di esclusione) 6, 13, particulermang
ICor. 12,11. bunamang a an bel circa 14, 21, sulamang ìii.5.
36, sub[b]ittamang -maing L. 2,13, Apost. 16,26'. Esempj no-
minali con l'integro -aint=-ESTE, avemmo al num. 32n; ed ora
per -maint= -Ì/IEUTO: wp^rviaamtànt, imgiuramaint migliora-
mento Rom. 15, 2, arditnaint I Cor. 6, 1, amanchiamaint ib. 7,
sarramaint num. 173, chiastìamaint Ebr. 12, 7, sentimainl 22,
37, cumandamaint. 152. hiit, pùtt (cfr. num. 172] , gUtta ecc.
num. 63; stitt Car., tit tincto- Pali. '; e ancora t. la prima nota
al nnm. 172. 16&-58. Si ripetono i fenomeni incontrati nel so*
prasilvano, e negli esempj stessi, esclusa la voce per 'lievito',
che ha qui altro tipo (alvo Car., cfr, leva mil. ecc. pag. 69 n.;
basso-eng. alvamaint Non. 74, cfr. sottosass. levamaint cl. 71),
La voce per 'ambo', n. 157, è amanduos, in notevole accordo
coll'it. 'amendue', e deve trattarsi di 'amb-ed-due', cfr. 'tutti t
tre' ecc. , e per la parte fonetica : 'rendere = reddere' (num. 231).
Si aggiunge: d'amba» varts (num. 209), Wje. 132. Nel riflesso
dì 'cambio' qui abbiamo; chiami6 ■a&m^xaXo Rom. 1,25, chiami
cambio 16,26, cunter~chiammi Ebr. 10,35. E a quel numerosi
possono aggiungere : tumma tumman tumér cade -ono -ere {tm-
bar proT, ecc.; tómbola it.) 10,29; 17,15; 15,14.27; e cundm
gomito Car. ('cum'dun "cumbfijt-ón-, cfr, il rifl. soprslv. n. 231,
il friulano ecc.).
* Uai é del reato afiktto legittimo, e le odierne varietà alto-engidioa, cha
ai odono allato al clasaico -mam^, e sono -omm^ -mang, corrìapradono aJI<
varianti parallele di altri ai (Pali, oi-t S9; v. sopra, p. 169 n., bìIu.237-8}.
' da-coìtr-maing Wik. 1037, cfr. pag. 142.
* cODj.67; ma non ritrovo in quella Bcrittnra: staundicJur (cioè stmndaclitf.
T, aam. 44 n.), stitt\ forse perche it derivato tbindtchanter sia venuto ki^
piantando il semplice. Superfluo avvertire che e»tinguer exHnt ib. 83-5 tia
voce letterata.
;vGoo»^lc
Esplosive.
C. 160-1. chiesa; chiosa; chiaud cavatus; chiodiì.\0;chiarn;
chiarduns; chiuzamainta n. 94; chiarito; chiandalijr; acchiat-
tSr, ackiaiéda n. 213; sth-chiatsthd;- chier; chio, pi. chios,
0. 68*, darchio (= darchau soprslv. Car. nachtr.) Mr. 2, 13, di ri-
capo, derechef, chiauilg; chiauns, chiagniouls, ch[i]agna Car.;-
cAio«nocannal2, 20; chialla (= ca/io sopralv., cessa, cfr. Diez
less. 8. calare); charg il carico t, n. 165; chiastilg n. 31; chia-
jfì'an. 181-2; cAian^un cantone; chiamin camino 13,42; chiam~
minò camminato 10,23; chiammi n. 157. 163-4. 'ca: sckiar-
•pa-s L. 15,22; merchiadaunt, marchiò mercato G. 2, 16, archia
Ebr. 9, 4, harchia G. 6, 17, fuorch[i]a Car,; apelunchias spe-
luncae (spelunca CD. 122); sckio siccàtus Mr. 11, 21; tuchio;
lichiijer Car.; — "ca; glorifìcMo gloriflcatus G. 11,4, crucifi-
cUer, giiidichier I Cor. 4, 3 '. 166. *ca' {^-ga -ja; cfr. n. 105,
W): predgiér predicare 4, 17; medgier medicare 8, 7; charger
caricare, s-varger guadare (-Taricare, cfr. soprasilv. num. 123);
ehiavalgiand WiK. 2Sl , -algetdS;- mangia la manica, Car.;
iaselgia; — spias; vschia Car.; asfiiantò, asciugato, seccato,
Mr. 5,29 (v. p. 74 n.); t)Ì7*ii;o - verruca Pali. ort. 101; tóia(cioè
tàija = thèca) *; plaio plicavit;- jjai^r n. 69 >. 166. co-, cu-;
come nel soprasilvano; cfr. Ì num. 52, 56, 59 e 89. 167-8. -co-,
-CH'I (a]quaist ecc.; pasculeuan *;- algurdér; aguoglia; l'g
' Onnsti eaeinplari in cui é féa da ICA (ooiri atcuo), e quindi si sUccano
ilftl DQmero che suEBogue (cfr. il topnlT.), deroua consideram qnssi voci let-
lente, d'importazione non gran fatto antica, da porù accanto a colloiér
tàiuìir rgoo'cér (Pali. ort. 68. 79. 80) e «imili. Ancora tb avrortito, che, d«1
liflwsa di 'judicara', Bìvarooi oscilla &a il tipo dì cni ora ai parla e quello
del numero che Mgua; quindi ci àk, allato a giùdicher o giùdichia (Q. 5, SS):
gi&dgiér giùdgi$ acc. 7, 1. 2, giùdg (giudico G- 5, 30), aull' analogìa dì pr*-
igiér n, 165 (= ^tdger Pali, conj. 19). Ma la favella à poi rimasta al tipo jiu-
ikher [giùdicha ecc. Sisa. 123. 53. 146; gvdxcher Pdl. conj. 17, insieme con
glorijicher indicher ecc.).
' Il Talore fonetico della figura addotta dal Car.: taùchùi, riesca incerto.
Uà deve trattarti dì tdila=:tdija della fiue bÌTeroniana = tei^a BopralT.
' Cfr. nel rifiesso di 'aecare': ti seja, elt 3ej<m, ttus igiains, inf. «;ar;
Pali. conj. 60.
' Ma il e di 'maeculus' riducasi a S, pei* effetto dell*a cbe subentra all'u
in dileguo (cfr. le note a pp. 49 e 95, e alUger Car. s. 'lagrar'): mascMel (cfr.
>vGoo»^lc
206 Ascoli, Saggi ladini, I.
segwmd il secondo 22,26, asgundatm secondarono Apost. 5,40 ■.
Ha il e riuscito finale pel dileguo dell'u (o), se è preceduto da
consonante, o da ATI, si fa 'c^: fraunch, baunck-s, num. 13^;
pcerck (od,: ptierch pùerchia Car., cfp. n. 162-4) *; pasch pa-
scuum Car. (cioè pas'é, v. Pali. ort. 49); huaistg 'Ye3c[uv] n. 44,
e cosi frais'é tudaisc Pali. ort. 48 " ; seck siccus cfp. n. 162-4;
saick saccus; [anch ricco] ; jjoicft n. 68 (fm.pocWacfr. n. 162-4);
roch = roc raucus co. 115; — se all'incontro è preceduto da i
tonico, si riduce ad un suono che nella più antica ortografia è
nuachiel soprasass. ds.); e analogamenta aremmo mùseliial muscolo p. 27, cui
ai aggiungerà anche tschierehel (che certo è da leggere: éiér'celi cfr. eerckiil
aopraaaas. ds.) Pali. art. 37. -
' 187'. Per le forinole tCUL ÉCUL (tngnl dogul ecc., v. Il 3) raccogUama |
qui intanto gli eHempj: mieuffla-s mlculae 15,27 allato a mieula-s Mt.7,ii,
L. 16, 21 (od. mietila Fall. ort. 101 ) ; priuel, pi. priuel-s , pericnlnm , m* li
S\sa.: prieutl prieuel-s 10.150 {od. prienel 1. e. 33; Wie. id.); spicuel specu-
lumlCor. 13, 12,Giac. 1.23 (spiew\uel; od. apieott ìb.); pieula (Sabq. i2; oi.
pieola ib.) pieala, noteToIs anche pel trattamento dell'I (in mio adrnecialo).
Cfr. n. 184. E sempre in relazione col nomerò ora citato, qui sì considerino an-
cora, per la formola OC: alueér allogare Ta. 354, l'iuret si collocd Wi^SSS
(PalL lovér lava, e aneloganiente giovér giova giocare, conj. 16. 17; v. B.,p. 193,
n. 4); ifao •infu[gjuà[d]u, infocato, Saso. 79, afw> (= fuau Bopnlr. , fiiò lo-
pratase., ds. s. 'fiirro infuocato*) Apoc. 3, 18, cfr. n. 237.
' Riesca a&tto certo e manifesto chs lo -^h delle antiche scrittore a- '
gattine abbia il valore di 'e; e ci limiteremo a produrne una prova indiretti,
che riaulta dall'oso improprio di -chpea- la palatina media in alaick (=ali<s,
cfr. n. 19-21) Rom. 7, 3bis.
' Qualche oscillazione, almeno nella scrittura: fiaunes 3,4, Mr. 1,6, flauncki
L. 12,35 (Sabo. id. 123), flaungs Ef.6, 14, I Piet. 1, 13. Diversa cosa « l'avera
costantemente nel dialetto di Segl: /launk (jhnk) ecc., e cosi pur mMuih
(men/ia) por maunZa (a. 13) ecc.. Pali, ort, 39.
* Cosi arch {are) eog, Car.; e nel riflesso di 'snlcus': suolch basso-eng.
Car. e noh. 27, ma nell'alto-eng., coli' alterazione progredita: suoigl (i^iw;
•j«d(? *suól'ff suólj, off. p. 68 n.) , che è la stessa fase del sugi suigl sopfs-
tàU. Car.
' Parrebbe intatta la gutturale nel riflesso bÌToroniano di 'bosco* (n. 66 in Ij
al aing., avendovisì coatintemente : bcesthc (bcesckk in un solo Inogo, 24.3^;
e bceschk ugualmente Sabcì. 48, cfr. ib.: la ptukUra dati arichs il pascal»
dei ricchi'44, tchkialmauna ^scalmana' 48), ma della gutturale noa si >tiì
yeramente che l'appaienia; cfr. vaine ecc. in nota al oum. 172 e Pali. ori- 45
(od. bds'c). Antico basso-eng. Camp.: bceschk, tudaischk, fraiscMt (allato»
fraischh iamaintf k) .
;vGoo»^lc
g 1. Origioui; C. Engadina (Atta): Esplosila. £07
costantemente rappresentato per -eh, e nella moderna per h;
quìodi in Biver.: dich (Sabg. id. 119), amich inimich (Sabq.
id. 18), uijch-s, e all'incontro Car. e Pali.: amih vih »; — se
preceduto da 6 lat. , si dilegua affatto (cfr. il basso-eng.) ; los lo-
cus ecc. n. 52-3, e ugualmente, comechò per yia forse alquanto
diversa, se gli precede i in voce sdrucciola (soprasiW. n. 168):
suluédi, gli&nedi, uiedi, mèdi, tcecci. Restano ì seguenti riflessi:
di 'lacas', ctie ancora è leich in tk. 504 >, ma oggi lej, col verbo
allajer, el alleja; e di 'sucus' '-duco': zuj n. 59 n., conduj ecc.
Pali. conj. 82-3. — Di uscita latina: ne;- fmgiùn num. 227. —
169-70. ce ci: sc/ia7^Ìe«-s cerniti, scelti, 20, 16; schaina, schil;
ùnschert AMm25,)4; schient; schinta; schendra;- arschaiuer;
aschaid; plaschet; taschaiva2Q, 62; giescha giace, giaschaiua;
nun nusthè non nocete! Apoc. 7,3; pulsohains; uainscka n. 44;
insohais num. 32; dislh dudesth; pcesth; [ajristh radice; diath
dica; dfisth duce 2,6; crusth; uusth; liUsth; — quindi, in sino
ad ora, unicamente lo s di Biveroni (cfr. num. 138 n.) di contro
alla semplice esplosiva italiana (<^), laddove troveremo lo é di
Biveroni quando si abbia o si avrebbe la doppia italiana (éé):
cuotschen; utschelina; fatsth {= faccio; allato a faschaiua fa-
cava); bratsth (ma; àbrasthòs abbracciati Rom. 1,27); fatscha
(" fatstha Q.'Ì.S); imnatschas minacele; — e ancora, ma insta-
bilmente, nelle formolo [U]LO' RC: dutsth Apoc. 10,9. 10, allato
al fem. duscha Qiac. 3, 11. 12; mertsche (mercé soprasass. ds.)
' É no A che nella pronnncia si sente, secondo tt Pallìoppi, ort. 66; e il no
nìor fonetico ci é indicato per contrapposto dal medesinto grammatico, quando
taKgna che faspirozioDe' delj è beo piti dolce di quella dello h (ib. 57).
Singolare che compaja questo h Anale anche in rih io rìdo, conj. 8S {cfr.
Bum. 203). In di dico, conj. 94, nulla piA rimarrebbe dell'antica esplosiva.
l poemelti istorici san già alte condizioni attuali, ed anzi trascnrano por lo
-h di mimih (WtE. -mih 94. 100. 126; -mi 175, e in rima con di giorno; 115.
432, con di dico 501 ; Tn.: gnimis 05, inimù 93. 100). Ma in Ta. à notevole
tich io rima con Oettérrich 162, il quale r^presenterà l'ortografia originale
^Vu. eih-9 408); e avremo tra poco, nel testo, altro analogo ssomplara da
quella fonte. — Il rifleaao di 'flcns' rasia alla schietta guttorale, in grazia
del -( ch'esso cooierva (nam. 137). Ma ancora rìTieoe a questo luogo: wm-
blik Car. (wmbCi basso-eng. kom. 59) = wtnfilt^ soprasilv., umbilica*; cfr. il
' La forma di Biveroni mi manca, in caoaa delle deficienze del mio esem-
plare.
;vGoo»^lc
208 Ascoli, Sa^i Udini, I.
mereede-IO, 41 bis {mertschè L. 6, 35, Rom. 4, 4) , allato a mer-
sche II GioT. 8 {merschè I Titn. 5, 18); martstb 7,^18, marsthl,
17, sth-marschidas Giac. 5, 2 '. 171. pléd, plider Pali. conj.
33. 17S. Prevale la schietta assimilazione: dretQ,3, dretla
G. 18, 10; tèt\ letta sc«)\i&; per fet; aspettains ì.^^\.;péttanCaT.:
stretta; dit[maledet-s 25, 41]^; sùtta\ frùt; fat; trai; lttt;noi.
coaita nuni.54n., stra-cot Pali. ort. 80; luotta num. 63; pittimi
Q. 14. Ma siamo all'incontro alle condizioni soprasilvane in dra'
chiara, adrechia, già toccati a pag. 87 n.; fich (cfr. infìchiaun,
quasi 'fecero in-fitta' Apost. ZfAi.lcischén infichiSs, lasciarono
'infitti', cioè: nelle peste, Tb.613, t. s., p. 74 n.); oicft ceto; jjoi'c*
(*paig soprslv, Car.), pi. pacfts, pactum, Sabo. 353-4, tr.581,
277; e in sainc s(Bnc, sainchia cittced 4, 5; 27, 53, G. 1, 33, por
ch'ella saia s^TicMa 1 Cor. 7, 34 , sainchisthma fé Giud. 20 =
' Nella <re fonti, a nella faxella odierna, già ci occoraa lo é (tsch) ini-
ziale per lo / di BiTeroni. Cfr. Pali. opt. 37; e ib. 47 per lo e interno. - P«
'tseh^ = -ò6- ital-, valga ancora: glats^ha Wm. 284 (in rima con plw»),
glaUch co. 64-5; a che in questo, coma negli eaempj analoghi dì sopra in-
dotti, ai tratti Teramente di doppia consonante angadina {ce — Ci), i nei"
mostrato dalla conaervazione dell'a (num. 1-2 in n). Lo Uth par la dopiiii
di diversa base, é al num. 107. — Esempio di /= TC': vtracha (cfr. versciL
Pali. oi-t. 45) = virscha gueracKa soprslv., vertice, Cor. — Agli esempj di pretU
assibilazione che l' engadino ha comuni col soprasihano (-x- -«-, n. 63 n., 91),
s'aggiunge nell'Engadina nn caso iniziale: cittced eittéd Biv. {eitdd Car., ct^
Mit-, cfr. D. 135 e Pali. ort. 37; basao-eng. cjnii[dl). Hanno x tutti i diaU grì-
gioni Del riflesso d''innocens'j ma V o intatto, e l'esserci i nel rifleno à'\
verbo, mostrano trattarsi di voce estranea, malo asaimilata. — Notevob u-
rebbe finalmente il fatto avvertito dal Pallioppi, ort. 14, che «noni diient
la vocale che precede i, secondo che questo risponda a e o a / ital. Nsl pi'!"'
caso sarebbe piti lunga, vibrata; p. e., secando la sua ortografia: tàscìta tec«,
ma Idscka lascia. Intorno a questo ci vorrebbero perA ultariorì indagùu* '
Cfr. ancora il num. 177, e la n. al num. 138.
' uit vinto I Oiov. 2,14; 4,4, Apoc.3,21, ni» Sabo. 167 (ant. e mod.bssao-
ong. id., IsF. 112 e nf), dovrà egli mandarsi coli* it. 'vinto' •vincto-, aquilini
piuttosto al nmu. 152, oppure col lat. 'vieto'! li Pall. ci d& oint conj. 68-
' Il semplice -e della forma mascbila non pufr rappresentare la vera {(^
suncia engadina, comunque ritorni nel pi. laincs tfnes sena (cfr. laung^'^
n. 185). Potrb imaginarsi che v' entri come un ricordo letterario od ecelesii-
«tieo della forma latina (nella mod. versione basso-engad.: tanct sancts, tafuin
aanctai, allato a aainchia, cfr. Rom. 11,16 coni Cor. 7,34); ma abbistDO-M
per -ne anche in uainc vanti [v. il num. 151 eopralv. in n.] Apoc. 4,4'*^'^'
(allato a uairKhiatraia, oiod vain'c-a-trai-, ventitré, I Cor. 10,8), e ancora*
lJ,qit,zeabvG00»^lc
§ 1. Origionì; C. Bogadiiw (AIU): Bsplmive. £09
Notevole è ancora Vij (t) di Biverooi negli esempj che seguono:
lijt lectus, lijt partic. di Megere' 12,5, inclijt intelletto, par-
tic, e Boatant. (cfr. num. 120n), fem. Utta inclitta II Cor. 3,3,
ditta colta, collecta, 13,40. È impossibile che la differenza tra
queste forma e letta tèt ecc. che prima si addussero, non abbia
la sua ragione istorica; e se nelle fonti posteriori ai dilegua
(Sabs.: lett il letto 80, inclettZ; Pall.: partic. let letta ecc.
coDJ. 80), ciò dipende dal non continuarsi mai in queste Vij dì
Biveroni, come in più altri luoghi vedemmo (num. 23, 28, ecc.).
Dovremo credere che lijt eco. ci rappresentino il tipo *Iejt (onde
'lejtj le'c soprslv., cfr. ìl § 2, a, n. 172), cioò quel tipo che ad
evoluzione compiuta sarebbe entrato in serie con a-drechia ecc. * %
k questa dichiarazione contrasterebbero in ìspecie le figure fe-
minilL Oppure dovremo vedervi un principio od un resto del dit-
tongo dell'e in posiz. (cte.jett friul. n. 28)1 0 finalmente, nul-
l'altro che l'infiusso del tipo dell'infinito (num. 190)1 Questa
dichiarazione meriterebbe senz'altro la preferenza, ove si potesse
senza molto stento adattare anche a lijt in quanto dice 'il letto'.
Cfr. il basao-eng. 173. cr: sarramaint; [s<Br n.52]; ecc. come
nel soprasilv., e cfr. la prima n. al num. 167. 174. cs: ta-
scher;- dis dixit4,3, G.2,15; [toecci]; sijs; masella L. 6,29;
S(Mf»J, ias[s]. Pali. ort. 84. QV. 175. persequitd ecc., v. so-
confroDU baathe {Savo.: bcetchk 83) al d. 66 in f., ed in iepecie il n. 180. La
Sina, okìIU in modo noteTOle: tteneh-s 155; -neh-s 109. 136, sxnch 5S. 155.
157; SiroATS, t<enehk 83. UQ. Wii:.: tainokUOS, aainh 35. 36. Cui. e Pul.
(ort 53): lench, cioè s«nS, e coti wiiiteh Tenti Cor. (Ta.: vainff 56, eain-
(hoduoi 45, Wii.: oainch 689). Quanto 4 poi all'ai oà a {a pur nel fem.
iienchia Rom. 7, 12) nel riflesw di 'aaticto', k sua presenza in tutte le fonti
^ buterebbe a dissuaderci che vi si tratti dell' aw« (cfr. platmt) confalo
cidl'oi» secondo le analogie di cui toccammo in nota ai nnm. 16; e poi ù
aggiungono le forme bawo engadina, che eacludono afiatto qneata snpposi-
lìoae. Ha deve trattarsi di *san}lo ^idinfto *tairtco [^lainEo], cfr. II, 5.
' Coti si Bupporrabbe la doppia figura *l*tto (cfr. Ittta prima addotto) *l^lù,
come Bvenuno *ireUo e lo sviluppo di *drtjto. Similmente: traetmoir (a, 47
*)pnlf,) accanto a (rat. Ancora avremmo jwotKh punto, articolo (fem.jpuOH-
cUo, 'pnnta' nel particolar aigniflcato della malattia, Cu-.), allato a putì n. 15S
[ftm. putta =pitgia soprilv. o soprasass., 'punta' nel aigniflcato di colonna).
Circa le qnali forme col n, già mostrammo dubitare che non Tengtmo diret-
luients dalle latine; ma vanno tattavolta considerati i paralleli provenxali:
pimi- pofiéK ponclut.
.Uchivio BhXIal. iul. , T. U *
;vGoo»^lc
310 Ascoli, Saggi ladini, 1.
prslv.; quaid u. 21; s'asth-quasseuan si squassavano Apost. Id,
26. 176. inguel ingualSr (uguale, simile; assimiglìare , cfr.
n. 231) 13,44.45.47; 11,16; alguér = luar soprsW. n. 177, cfr.
it. di-leguare e il n. 227. 177. ouua *8ugua cfr. a. 184, «d è
prodotto che risalA, insieme cogli altri esemplari del num. 4, ad
un'età in cui non era peranco inralso il fenomeno del oom. 1
(cfr. più avanti il riflesso di 'aquila') *; suainter secondo (prep.),
dsieua, dopo, dietro, quasi: 'di-sieguo-a', azxiever, quasi: "as-
siéguere', assequi. Pali. conj. 24, cfr. il basso-eng. e il sostant
ital. non registrato dai lessici*, 'prosieguo'. Importanti compli-
cazioni ci occorrono ne' riflessi di 'aquila':
AQUILA
*auguila *auuila (d. 184)
*Atì1« «aiTlft (n. 235) «àuila «àuiOa (n. 237)
tuia Bottosaas. cl. SS (n. 68') dulja aut. baBSo-eiig.
ett/a alto-eng. (cfr. «oh d. 24) àlja mod. ba<ao-«ng. (n. 94)
eaula, Apoc. 4, 7, pi. eaulas 24, 28 K 179. Si odono kent per
quaunt (cioè guént, v. la prima n. al num. 13), catter per quat-
ter, ecc. Pali. ori. 31.52, ed è dileguo affatto recente; antico è ìq
co quam5, 12. 13 cfr. num. 4, chi chelllZ, latsth, schinc, stor-
dscher Pali. conj. 66, ort. 47. G. 181-2. gial 26, 34, giagli-
na; giada "gau[l]da gaudet ecc. n. 68; giat co. 117 cfr. soprsW.;
e iniziale in voci non latine: giagliardamang gagliardamente
Apost. 14,3, giasl [gasi soprasiW.; il ted. 'gast'] ospite, coB-
mensale, 22, 10; — piirgiédas num. 89; targia, lungia CD. 114,
cfr. num. 1 83 ; cui si aggiungono ingian Col. 2, 8 , [lusingia Fall,
ort 43, lusaingia Car. nachtr., cfr. n. 44]; — paiauns paijav,ns;
* Al Boprasilv. sck-uar adacquare (quasi 'sci-acquare') coatrappone Car. il
b&BM>-eag. a-agtior e l' alto-eng. ast-aoer, lata. e. 'aua' ; ed tusavér attiva tu
il Pali., adattaodoai coti il verbo all'analogia del num. 1. Singolare i all'iD-
eontro l'fuuteua di BiTeroni, I Cor. 3,7 ed 8, quiksi riafinito foaae *atim'
vèr, quando BiTeroni eUsso ha il ptc atauó ìb. 6 (e cosi la Sabq.: atauter S5).
L'influito assoDdr che il Car. adduce nel nacbtrii (cfr. lesa. a. '■chvar'), coma
tratto da qualche antica ECrittura, mostrerebbe Vo invalso nell'àttMia, eoa''
aeìì'oi>el = ual BOpraN., rivo, Car.
' 11 Car., nei nachtr. (c&. il leu. a. adler) attribuisce ali'Eogadìna le figun
•eguentì; aglia aivla àvla, aguagliat E ancora cfr. le mr.
;vGoo»^lc
§ 1. QrìgioDÌ; C. Engadiut (A)U): Esplosive. 211
dita daga Apost. 16, 27; pleias piaghe Apoc. 9, 18. 20; schneia
'sDega oegat I Giov. 2, 22. 23, ini sthneier 10,33;- Iter, Jt'o le-
gato, dsch-lias tu sleghi, lian legano, lia Lega Gar.; chiaatia,
chiastiédars; afadier Car.; già 'gbiga, ted. 'geige' tìoUdo {^ie-
gia soprsW. Car.) Pali. ort. 103.- Cfr. n. 184 e 185 •. 183. gu
go: gvla, ingttoscha; ma fiiùra stante Vii, 17,2. Il g dietro a
liquida, venuto all'uscita, deve farai palatino, e lung p. e. suo-
nare lun'ff '. Cfr. num. 186. 184. Con questo numero si ven-
gono a confondere, per la fase intermedia di sorda in sonora,
cioè di h in g, il 167' e il 177; e necessariamente vi tocchiamo
insieme di ug (uc, ecc.) e di gu. Ora, non si vuol giA negare
cbe il dil^uo di ff possa avvenire tra vocali di qualsiasi colore
e basti in ispecie a promuoverlo 11 semplice fatto che v' abbia
Hn u tra le due vocali che lo circondano. Ma sul terreno in cui
siamo, è incontestabile cbe il g soglia andare espunto per effetto
dei due U ira i quali la propagginazione, o progressiva o
regressiva (oum. 235" del soprslv.), ebbe a ridurlo. Dato per
es. UGA si viene ad UGuA (ugna uua): lugàr, ant. basso-eng.
luguàr, onde luvar, alto-eng. luvér, ecc., v. num. 167'; e dato
AGU (igv) si viene ad AuGU (augu auu): agua, ant. basso-eng.
augua, onde auva, alto-eng. ouva num. 4. Cosi EGU (égv) ci
darà EuGU: siegua, ant. basso-eng. sieugua, alto-eng. sieua
iiem nam. 177. E continuando con un esempio ohe più propria-
mente spetti alla media, avremo la serie che segue: lat. rogai
rogare; figure fondamentali engadinesi: 'róuga num. 50, 'ru-
gar; ant. basso-eng. rougua ruguar; ant, alto-eng. a-rouua,
a-ruér 26,53 (Pali, rovér róvo conj. 20). Cfr. n. 237-8 =. Il G tra
' Il parallelo di !; nei neologismi (amn. 162-4 d.) abbiam qui nello 'g di atl^
gir allegara, s'arrogtr arrogani, affoger aOogire, Pali, coiù- 27-8, intarro-
ger ib. 31, ort 114, e umili. ~ Di fugia 2i,2a, v. II 4.
' V. Pali. ort. 42. 43. Noe ho esempio pel rifleuo del maio, 'largo' (cfr, D. 182;
ioglioDO adoperare Ced Utus; lartg Car. sarà naa variante sopraaiiTana) , ma
ea« lar§ io libero, cioè 'allargo' à in Pali., L e. Se qualche dobbio potesee
nmaners circa lo -g, malgrado l' esplicita affermazione del Pallioppi, sarabba
«ao tolto dalle antiche ortografie baaso-engadiDe. — Del rimanente, il ri-
flasH) di -igo, come quello di -ico (num. 167): choitih il castigo CD. 5, slth
io Blsgo; ecc.. Pali. conj. 58-60,
' (t-roef a, 52-3 é il parallelo morfologico del sopraoilv. ri4ug, cfr. Ili 1. —
Auoluto dileguo di ; à pur nell'ant. fcc. rouver Diee I' 190.
;vGoo»^lc
212 AmmU, Skggi ladìDi, I.
due u sin dalle origini, e gi& in dileguo pur nella figura basso-
«Dgadina, abbiamo in 'augurjat *attguirat, ant. basso-engadio.
awuira, ant. alto-eng. avvoira Sabo. pref. (avuoirer ant.' PalL
conj. 28; cioè: 'auuórja 'auuóìra, cfr. n. 65, 47 b 235) *. Si ag-
giunge r alto-eng. iievla (*te[u]gula) Pali. ort. 101, che entra
odia serie di cui più innanzi si ritocca (li 3); e chiudiamo cogli
esempi coi»Qiù & tanti altri dialetti : giuf b fo {= fan soprslT.,
fo aottosass. ol. 22) fagus Car., senza dimenticare sua cords
Tr. 47.443, OD. 64, cfr. pag. 146. 186. leaungia ''UaDg[a]a,
launguam {= Ue]aungtia^ + a, cfr. lenai num. 172 n.) I Cor. 12,
11 K 186-7. Moung (cioè saun'g, cfr, num. 183 e saungk basso
engad. Cahf. 5, 2) ; — astanschantó-s ^. 188. genuieu num. 74
e gli altri del soprasilvano, cai pajono aggiungersi lungiezia
Ef. 3,18, e aruUgian num. 33, dubbj esemplari però amendae,
potendo il primo dipendere dall'aggettivo lun'g num. 183, e l'ai-
tro appartenere in realtà, come il suo parallelo sopraailrano, al
nam. 190, ed essersene allontanato per ff da j *. 189. tthnvo-
glia 1; arischer n. 23;- l<ensth;^launscher; nun infanschidi
non infinta (*indngìuta) II Tim. 1,5; terschar tergere ApocT,
27; spòrstk'el n. M, finacorsehag. 190. lijr (= legier so-
prasilT.) tegere L. 4, 16, clijr coUigere 7, 16 [cligiè cligietin
G. 6, 12. 13), inclijr intelligere n. 120n e 172 (ma: ìncUgias in-
cligian, cosi come incligié incligiétten; cfr. fìi'gia fugit, e/ìi-
gitten)^;- ma n. 68»;- or;- pa[j]ais n. 232. 191. V. iri-
■ SopruilT. [a}uiirar vràr, angnraro; dove auguri riduco ad h, ccmm n-
rebbe io *io$t (= lut) «goato, fomu grigione addotta dallo Schuch. vok. 11313,
ftllato ad aeu»t sopraailv. Cam-., atnutt Car. par tutti 1 dialetti (Wie.639ì
itampato oDoiuf). È dunque no aoeoDdo eieinpio di comniie dileguo dal ^ <£
UQU questo del rifleaio di 'Angusto-', a ai «stende largamanta anche «ll'i»-
fnorì della zona ladina (Aoita ecc.); ofr. Schdch. ib.
' Pali. ìauMg^a lingua coma parta dalla bocca (cn. 1 15 id.) <xt. 36; Inafix
favelU (CD. 9 id.) 90, lingvaehs IS7, CD. 9.
> Cfr. la n. al num. 16S.
* Cfr. mifia bawo-eng. ttoM. 20; ad ansi il Car. attribuìac* rwM, «UctD
a ntègmt, anche all'alto-aug»din.
' La Sua. ai diede dccMenn n. 28. Cfr. PalL ort 47: dtehtndtr gtt«i><
«mcbeher, eco., conj. 06: «poreticAar, ecc.
* Ma qui pure: » (i) par l'i) di Biver., ed a^ pai suo i^; inelir SabaS'i
tncta^n 133, ein-, ef cbjta le^et iNC%«l eec< Pali coif}. 80-1. Cfr. n. S3 «ce.
e III 3.
;vGoo»^lc
§ 1. Orìgioni; Ci Engadìna (Alta): BaploiiTO. 313
scontri degli es. soprslv. e il n. 237. 193. gn (cfr. n. 44^): in-
saina; lain, laina (legna) Sabg. 26; pam pegno Car.; poings
n. 65; stenti *stain? Car., cfr. il basso-eng.; quinò Car.;~ degn
dengs degna dignus ecc. 10,11; 22,8; 10,13. T. 19S. Avemmo
th =• t- in thun e fhcen a. 51, e thoexi n. 56. Si aggiang;e thSrs
tauri Ebr. 9, 13, ibid. 10, 4 (ma tórs Àpost. 14, 13), thór thors
Sabo. 18. 132 ^ 196. nadél n. I, ttders uéders atres vete-
res 9, 17; ecc. ecc.; - chiasHtced, increduUtced 17, 20, chia-
riieed I Cor. 13, nusthdeed ibid., uardwt ibid. e 22, 16, sandcad
Sabo. Ili, uamteets cuntrartetaids 1 Tim.6,20, tuWfitj 22,29.—
197. bio bid-s allato a bieda (n. 76); ecc., num. 68> ed 1, cfr.
n. 35, 60; ma come la dentale si cooserva in esemplari delle for-
inole -Èro -ITO assunti a funzione nominale (d. 21,35), cosi per
la formola -ATO in flisd (^/Zod soprslv.) flato Sabo. 116. Qai
pure all'incontro: fiaun sauieu grò seppero grado Rom. 1, 21.—
198. do dat G. 3,34, cfr. n. 4;- uvol;~ amma arun^aa',~ chio
n. 68*;- et. Il dilegno del -t di uscita romanza nella see. im-
perai, pi. si manifesta antico, cioè anteriore all'alterazione di à
in e, dal genuino tipo di Biveroni, che obbedisce alla norma del
nnm. 4: Ito legate, saluò serbate (salvate), ecc.^. La dentale sì
mostra ancora nei monosillabici déd 10, 8 (in fine del versetto),
nun déd er Ice non date pur luogo, Ef. 4,27, dSd agli date-
gli L. 15, 22(dé noìm arma» date- qua le armi Ts. 439), stéd
state Fìl. 4, 1 (davanti a cons.), mTt^d menate (che sempre però
mi occorre davanti a vocale); circa la esatta ragione delle quali
forme, V. Ili 3. Del resto: mette, guari guarite! , ecc. — Ma nel
' Vi m«ro arbitrio noa debbono essere por questo scrùioiii, come già di-
rebbe il eoDCordar che tì Cbduo Blver. e la Sabg. Un es. topràj- sar«bbe il
Ant dal Car. per 'albero pino' ; ma è moderno coma si vede dall' ortogr, della
Ten. bibl. (pag. 39 a.); cfr. tej/am ad faeitndum iuman in im documento del
^11 aecolo (copia del XIV) ap. T. Mohr, Cod. diplomai. 11 27.
* La generale auìmilacioiie che poi t'ha della sMouda ìmptrat pi. di prima
^Dg. a quella dalle dna ncceniTe (amé vtndi eeic.), auimilariona * cui
tpingera, come nel perfetto, la tendenza n distingnere le forme (pdchA oAird,
>■ cigton d'esempia, dica legittimamente nel dial. di Birroni: adoravit, ado-
'^i adoratila), non pare ancora del tutto compiuta nella Sabo., ma poco vi
poA in ogni modo mancare. Allato a taAlo ascoltata US, tì leggiamo auchi-
drecotuidarateib., adute alzate 151, ohm amate 6, jrworde guardate ib. , cut-
U'w saltate 144.
;vGoo»^lc
£14 Ascoli, Saggi ladini, I.
noma: aroit, sait, n. 21, 40. 199: metta.- 200. tr: come il so-
prasilT.- 301. fs:[àiur<Bseca.,-v.Q. ÌS7 n.] dains, infauns;ma.:
mterts auerds aperti 9,30; 3,11, tuots tatti. D. 303. dschai-
uen. 808. cua co. 121. 133; tev ib. 102; sUiur n. 232; gnigu
nido ' ;- uair, el uaia num. 40 n,; crair, cfr. n. 208; sér, el sàia
nom. 105; arir arialijuen;- sckìjrd schir&9,2;- hariér dt,
num. 208;- s'asohantas. 20é. fé, pè, [crii n. 59-60];- tijm;
steli solìdus li Tim. 2, 19, pi. scbUs Apost. 3, 7; grSfgia *gr6-
Tt+a n. 100; esch* Car.; rauntsoh Car. 30& (cfr. num. 208).
ehiasninand, fasohiand facendo (t. IH 3), ecc. (stransohani
nam. 44 n., appntant et dschant provando [tentando] e dicea-
do 22,35, rappresentano la ffrafla insolita), cfr. n. 16; — fiions.—
306. ad, à;- dad (da del, cioè dad el da lui 20, 20, da àels
da loro 9, 15; 17, 12), da. 207. Avverte il Pallioppi, ort 44,
che r anoni i in sur, suV'Vart {num. 209), suoi, sttot-vart,
svravì, ma torni regolarmente alla pronuncia di p in sur-tia-
glier, suotta-metter, ecc. Gli è, che nella prima serie veramente
si tratta di d-s (j^sur di-sopra, ecc.); cfr. xura ingiù di sopra
in giù {dsuringiuo basso-eng. Camp. 48, 4) 4, 6, Q. 19, 1 1, allato
a sur n. 61. 208. d't: crei 21, 25. 32, eretta fede Rom. 3.3,
cretaiuel crataifla (p. 168), v. n. 205 eopralv. (alle voci soprah.
di verbo finito: carteits ecc., risponde l'eng. con normali figure
sincopate; quindi crajWO^-credete, al pari di cràien credono,
num. 203, e cosi al gerundio: craiand); — artezza arditezia
Fil. 1, 14. P. 209. da uard la puri/lcatiun G. 3, 25, do che
itard da qual parte Mr. 12, 37, allato a la mér pari la mag-
gior parte ih., la pari de la roba L. 15, 12; — bgier tijmp
L.23,8, bgiers2(i,lG, bgiera21,8, bgierras chioses (ugual-
mente: bgerras cd. 51. 96. 97) 13, 3, più bgiers 21, 36, plv
bgier 20, 10 '. 210. Come nel soprasilvano, e quindi rispar-
' Non ho il riflesco alto-engftdiuo di 'nodas' ; nel basM-eng. è nuff Non. 47.
* Dal qvala «*ch non pud ««sere diverto VfiOi che occorra in Biierani
(Oìae. 3, 14) per 'a^ro* 'amaro' in mobo traalato. Il Carisch lo riporta iii«-
satUmsnte: aslh (oaotitr. 5); o ingannato dallo «fi, non vi MMpatta l'aic^
[éteh) della propria ortografia.
* bgiar bgiart Buhl. (bgws cd. 51 eco.)- Tra il più di Bivero&i e U pu
odierno, osaiUano i poemetti istor.: più itsdeiffnia piti sdegna (muove a sde-
gno) Tr. 639 , pù barchitu pib bsrcbe 43 1 ; più ardaint pili Ticino (pib ruute)
;vGoo»^lc
§ I. Grigioui; C. KngAdios (Alta): Accidenti generali. 315
mierenu) gli esempj. Allato a cuuiert coperto 10, 26, scuurir ib.
e tmr(r, noteremo s'cufriua si copriva S, 24, grafia che ci porta
zìs'aeuftSr del n. 114. Per l' assorbimento, al aggiunga a scue-
da e sur: adruo n. 85 (od.: adrovér adrovó Pali. conj. 14). —
211. Come nel soprasilv. {chio num. 68'). 312. ps. Apparendo
aasnnto anche dal solo ves l'ufficio di 'stesso', ne sembra minac-
ciata la nostra dichiarazione di suetsa suess (n. 142 sopralv.).
Ma non torna difficile il rendersi conto del come il linguaggio
riascisse alla estrazione, per cosi dire, di questo anorganico ues.
Allato al inaino se sttes, se suessa (aè stesso, sé stessi, 27,
43; 21, 25; 9, 4. 21, cfr. Ig dUchia svessa quel ans dia il duca
stesso [quello] ci disse Wib. 602), e alle altre combinazioni che
ancora potrebbero esser genuine: uus suessa voi stessi (obi.) 3,
9; 23, 31, n's suessa nosmetipsos II Cor, 3, 1, dev'essersi im-
prima avuto anche 'tiìsues 'tesuesGcc. ^ Ma per la facile illu-
sione che in se-sues si contenesse la ripetizione del pronome
personale (se-se-), sursero poi i paralleli anorganici: te-t'-uess
{da te fttess Sabq. 100), te d'uess, te d'uessa, te stesso, 27,
40; 22,30; me m'ttes (sch'eau tn'lód m'ves se io mt lodo me
stesso G. 8, 54), eau-m'-uess {eou m'ues m'ucelg giitdichier
1 Cor. 4, 3) *; cfr. Ili, 2^ Circa poi al quesito se trattisi di 'istur
Wn. 130, plv» «un roatenn pìb (di tonti) non reatarooo 1006, e cfr. 930;
jm fona 102, jhì soort 486; pù bun 114. lOSJ, ptt Idv £68, pù bramva 337,
più 437; p& àa fui mfrir da non più aoffrire 695, pi eo Ug reUt più che
il retto 1014; nun crai vinet dis pà non crado tìhsb [vivesse se aoa pochi]
giomi più 1091. — Forma aggettivale aeriore: pùssas toutas più volte Pali.
ort 82, allato a pass oteri piti altri 6 (cfr. sottosasa. ples glas pib bicchieri
CL. 119).
' La mi^or conferma dì qneata ricoatrnzione parrebbe averai nelle odierne
fame boaao-a^adine: tot tvess, mai sttti (r. il Nf. nei luoghi che si citano
qui qipreMO). Ma non é da Adoraece; poiché ^dall'un cauto v'ha la tendenza
del pron. 'ae' ad usurpar la funzione riflessiva anche nelle altre dae per-
MSe (r. in S), e dall'altro abbiamo nell'ant. basao-eng.; jwn mai amtoess
ni'n ma ataaao Camp. 34, 1.
* Cfr. nell'ant. baaao-eng. imwMi nominat., ed anzi riferito ad nn eug (io)
che De reeta lontano. Camp. 26,6, e tnaina twess mena tu stesso! id. canz.
p. 435 [ma Igtss (^ lex BOpralv.) Camp. praf. al catech., nella qnal forma d
l'unauione del semplice 'ipsa']. — In Biveroni, L 7,7, avremmo m'ucj che
direbbe da aolo 'me Htesso' {nvn kce eav mitmo nér m'itès deng non ho io
itimato neppure me etetso degno); ma vi i premesso, a penna: me.
;vGoo»^lc
216 Attdi, Saffii ladini, I.
-ìpBQ o d"ip9u-ip3Q, non vedo cha l'eogadinese valga ad sge-
Tolara la decisione. L'usarsi nell' Engadìna ancbe stett (della
qaal voce le mìe note non mi danno antichi esempj), sar^be
assai debole argomento in favore di 'ipsa-'. Kà dall'altro canto
potrebbero addursi in tevore di 'istn-', cioè dell' equazione -s-
= -ST- i riflessi di "vist-' che adducemmo al nam.44, poiché le
forme feminili (cfr. il basao-engad.) devono essere dedotte d&lU
masoolina, come dice il loro scempio s; e nesaan valido ajnto d
viene pur dall'esempio che accogliemmo al num. 142. *. 213
e 218. Gli stessi esempj che avemmo nel soprslv., compreso ma-
laHa. B. 315. assòrua assorbe Gbr. 6, 7; supenti-t superbi
(veram.: *superbio + s pi.) L. 1,51, uerua n. 28 e 216; ecc. come
nel soprslv. Esempj di fimvlsB'L, al nom. 115 e 19-21 n. —
316. uier/'n. 28; ecc. 1
Accidenti g^enerali K
218. Effetti dell' accento. Dalle 'Vocali itone' rimandun-
mo a questo luogo per qualche ulteriore osservazione drca il
rapporto fra il riflesso tonico e l'àtouo della vocale del verbo.
Quando vediamo èra péja, ara paga, <fiìVé normale (n. 1-2),
allato ad arér pajér e simili, à ovvio conchiudere che la to-
cale fuori d'accento resta illesa. Bene è vero che dall' e dtona
si ottiene a (n. 75), e che possa perciò surgere il dubbio che
Ve delle forme toniche (èra) ' si facesse prima comune alle àtooe
e poi fortuitamente ritornasse all' antica sembianza (arare erér
arér). Ma l'aversi Va nelle dtone senza eccezione alcuna, lA
a costantemente per Va f. d'acc. all'infuori del verbo, cioè in
voci di accento fermo, e i continui paralleli sulla stampa di con-
férma confirmér, fuónda fundér, ecc. , escludono affatto questo
dubbio. Tolto il quale, non resta però men vero che in altri
' Altri eaemplari per PS &nt, di continuazione pib o meno indiretta: c^-
iCha cassa, Car., e Pali, ort 45; gin Car., chi» Pali. ib. 63, gesso (ted. gipi^
basso-eng. gip Car. , nou. 29).
' * Qui ti considerano simultaneamente anche i fenoEaeni baaao-engadinij lu
sempre si tratta di alto-eagadioese quando non è altrimenti aTTertìto.
* Posaiam dire, per brarità, forma tonieht le voci dal verbo in cui l'u-
cento sta sul nacleo radicale (Amo; s<Ìrgo), e dlone quelle in cui l'accMitii
si porta sovra nn elemento acceaiorìo (amAte, aorgiimo).
;vGoo»^lc
% 1. OrìgioDi; BngadiBa (Alta): Accidenti gananli, S17
casi la vocale delle itone dipende da quella delle toniche, od à
almeno il risultato dì un'alterazione che si è fatta comune, ndla
base en^adìna, e alla sillaba tonica ed all' itona. Onesto si av-
verte in Ì8pe(»e, come fa a suo luogo notato, fra sóta (■ *Batilta
salta) e sutér {sotér) e simili, o paissa (pensa) e pissér a. 94. E
comnnqae abondino i casi in cui le forme itone, pur trattandosi
di ff od t che nell'accanto dittonga, si manifestino indipendenti
dalle toniche, moatrin cioè di risalir direttamente al tipo origi-
nale, come sarebbe di jMer Cpessare pensare), nel sanso di 'pe-
sare', allato a paisà egli pesa, o di mnér, menare, allato a maina,
egli mena (cfr. tmàir tgnàir allato a tèma tigna), si può tut-
tavia ragionevolmente sospettare che Va di prima itona abbila
pia volte a ripetersi dall' dt della tonica piuttosto che dalla pro-
pensione generale di cui si ò toccato a pag. 1<^. Questo sospetto
è poco men che certezza dove si tratti di un ài che si genera
secondo il num. 44', e si riduce veramente ad a pur nelle to-
niche {vagliér vàglia vegliare veglia); e vige per le serie cui
spettano: M'arfrader arfràida raffreddarsi n. 34, bavrér Mi-
vra abbeverare num. 40, navér nàiva nevicare ib., impavrer
impàivra impepare ib., vadguer vàidgua essere in lutto ('ve-
dovare') ib. *, [dvaniér dvàinta diventare num. 32n], imprastér
impràista n. 44. — Del restante, vedemmo che la vocale priva
d' accento men facilmente traligni neU' alto-engadino di quello
che avveniva nel aoprasilvano. Alludiamo specialmuite al passar
di a, e, i, in u, per attiguità di labiale; e di a, e, in t, per atU-
gaità di palatina. Alla propensione romanza di fare a da £ t
itoni di prima sillaba, trovammo pure meno inchinevole l'alto-
eagadino, che dall'un canto serba intatto Vin' originario (n. 79)
ed anzi estende i confini dell' in &tono iniziale per alterazioni
imitative {ingtuìscha n. 71, cfr. n. 227, 231, e il baaso-engadino) ,
dall'altro viene a sopprimere Ve (t) di prima itona, n. 224. —
219. Si confrontino i numeri che son citati, per l'assimilazione,
nel Boprasilvano (aggiuntovi il 4); e valga questa avvertenza
anche per parecchi altri accidenti. Le combinazioni d* 'in' col-
l'articolo, suonano: ilg illa ecc.'. 320. Forma enigmatica h
' St oonfrontiuo: irad^Wr L. 0, 25, tiaidgvttan (sic) Hr. 16, 10.
' NotOTotftfsnomeBodiaacimiluioneregreBÙVADeU'Euit. baMO-eng-aTemiiw
■Mila D. al tmta. 137. Nel bauo-eng. di Campell tà nota esiandìo una qualche
;vGoo»^lc
21B Ascoli, Saggi ladini, I.
per me: sgioert (aulain fér uus sgioerts, vogliamo farri sicuri2S,
14; la versione soprasilyana ha sagirs), cui dovrebbe ràpon-
dere uno s'ffùert delle fonti posteriori. Sarebbe mai come un par-
ticipio ^i sgitrer assicarare {nmn. 59), foggiatosi sopra stùerl
spttert (storto sporto) ecc., e agevolata la deviazione dal sino-
nimo schert certo (nam. 169) *% 830. Una dissimilazione assai ,
notevole, e pecnliare, per quanto io posso vedere, al dialetto di i
Biveroni, è quella per cui il dittongo ai perde il suo t quando un
t immediatamente gli preceda: paias *paiais paese (num. 33) 2,
20. 21 ecc., oriant 'oriaint num. 32n, oriente, 2, 1. 2. 9; 24,27
{oriant... ocddaint e cosi L. 13,29; ma 8,11: oriaint... oceì-
daint^); misericorgiauel *misencordlaÌvel num. 21 n.; e negli
imperfetti: tgniauen tenevano 14,5, a-riauen ridevano n. 203, ,
iraiaita traeva n. 95, crcUaua' craiaiten, credeva -evano Apost.
27,11, ib. 28,24 (num. 203), allato a ^aiu-ef temev'egli 14,5.
sulatua soleva 27, 16, uulaiuen ib., hattatuen 13,5, curraiuen i
28, 8. In quaid quieto n. 21 potrebbe ancora vedersi perduto per
dissimilazione Vi del trittongo taì; ma il primo anziché il se- 1
condo, e questo è esemplare comune alle altre fonti (Sabg. SS, i
V. Pati, ort 35), circa il quale va del resto considerato l'itaL ,
queto, e il n. 178 sopralv. in n.- E ancora si vegga it n. 44^— i
333. L'aferesi qui apparisce men frequente, ed è consentaneo i
all'abondare del fenomeno opposto, che è della vocale preste- i
tica (n. 227). Ha potrebbe anche talvolta essere accaduto cbe
questa sanasse quella; e in ispecie che un a prostetico venisse ,
a prendere il posto dell'a etimologico che si era smarrito. Cosi, |
t«Ddaiica di armonia in U tonica e l*&tona auMsgfOeDte, nella terta del plir.
pTM. indie: temm»nZi,lQ;33,ìl, uéngenìi,ì2, imprmdMib., sltndenSi.
ll;aIUtoadamman«),15, ^Manl(»i33,ll,iMrt4<in34,lS, tschearthian^^ì-
' EMmpIo basBo-engKdino di due tocì confluite in una, avrenio al n, 43 dì
quella sezione. Nel baaao-eng. graisla lisca (lat. arisla, cfr. d. 44; sopnlv. • '
ìtal. rtsta) Car., don'emo probabilmente riconoecere l'influsso della combi-
nazione inìriale dei ted.^'granne', 'grftta'. E il basso-eng. hargìatali, pni^-
torio. Camp. cani. pag. 466, che manifestaei voce di importazione recente A
pel t e si per V (e (t. s., pag. 134, e Car. i. 'purgar'), é quasi una rìdatiooe
gergale in coi si fa sentire bragir, piangere.
' E anche itruiaint 8, 9. Oriant ha sua particolare ùnportania, in quinto
concorre a mostrarci una fase alto-engadina nella quale 1' -aint non anrora
e -eM( (num. IG in. n.).
>vGoo»^lc
§ I. Orìgioni; G. Eugadiaa (Alta): Aocideati generati. 219
t camion d'esempio, l'antico a, dileguatosi nel termine sopra-
silTino, ben sarà realmente conservato ìieìV acchiùser di Bive-
roni, cui risponde l'identica forma nell'odierna Alta-Engadina
a acch&sar nella Bassa <; ma all'incontro si potrà forse muo-
iBte qualche dubbio circa Va di alimeri animai n. 145 [ali-
meeriSiBQ. 56), considerando che l'aferesi soprasilvana è co-
mune in questo esemplare pure al basso-engadin. antico '. Dal
resto, in confronto degli esempj soprasilvani, avremo: aguaigl
Car. ecc. (v. s., p. 76 n.; Àpoc. 9, IO: aguelgs); agùx n. 83 {g&z
basso-engadin. Car.) , allato a gùzxer Car. Pali. ; agguder Pali.
MDJ. 14, cfr. num. 89 '; allegrer; auanzer Bivr., vanzer Pali.
ib. 51; vstino ostinato Sabq. 10 (ant. basso-eng. stinad Camp.) ;-
na; sUd, s- {standieu steso), che soa però due esempj d'afe>
-esi non punto limitati alla zona ladina *. Un caso sui generis
I àerchel {=uvierhel soprslv.) Car. coperchio, virchiel sopra-
4SS. Ds., cfr. uercla I Tim. 5, 14, che deve dira 'pretesto', cioè
uperchiella' ; nel quale abbiamo come assorbito l'un suono la-
liale nell'altro, cfr. num, 210, 215. £ v. ancora IH, 1, 2 (art. e
ron.). 334. Qui venimmo anche a pc- tm- tn- dm- df- dv-
m- VI- s'g- ecc. num. 78 e 83. Nel riflesso di 'vestire', Bive-
oni mantiene \e: vestieu il vestito 9, 16; ma la Sabq. ci dà
twAV 50, allato a fstieu-s 56, fstiua 173; donde arriviamo al
loderno stieu il vestito Car. gr. 117, ìl quale apparterrebbe .al
' Ha perd il Car. anche forma eugadine prive dell'a-.
' II dubbio s'attenuerebbe per due modi; e dall' sversi alimeri, per qnsnto
■pare dal Car., anche nell'od. alto-eng. (non redo perA che il CD. Io ado-
ni, e dall'estere feminile la forma baaai^eugadiiia (t. il a. 99 di quella Be-
one), e quindi eondorre dsI ringoiare (ài coi nim ho eMmig) alla combina-
mi la-alim. Cna-alim.
' B«uo~eng. Camp.: agivdar 42,5, ifiùdar 41,3.
' L'aferesi dell'a di 'amor' s'avrebbe in marus amante (amoroso) ecc. ap.
a. e nnl caratteristico murdiew mendicante ib., cioè quello che chiede per
uno^di-dio (cfr. rojér mar dia pittoccare sojw^aasa. DS.). Ma nell' ant par-
■•' n. 46, piattoBto aTreramo ettliaei che non afereai. - Il Pali, preacrive che
JKa DUI aoains e non nu» vains, noi abbiamo, ecc., ort. 90, e eoo ciò ne
latra pnr qui a*Tennta l'aferaei che ineontravamo nei tennina Boprasilvano.
r. bauo-engad. ad hatoair Camp. 37,5, allato a nun wair piisir non aver
uiero ib. 3. — L'afaraai dell'a di 'acerbo', che s'incontra in pid dialetti
i|Ì0DÌ (cfr. soprasaw. n. 169-70, basso-eng. d. 100), dev'essere posteriore al
■omano di sorda in aoaora che nel riflessa di questa voce occorre.
;vGoo»^lc
SSO Ascoli, Sag^ tadbi, I.
numero che qui segue. Garìoso esempio, in coi si com^icaUdii
simitazione, acciò affatto non si smarrisca l'entiti del Toctbok
è dtd M tettau soprslv. , tettato, L. 11, 27. Aggiungo vschè tu
Taseeltnm, tsuns tessitore, c«cAia vescica, da Car. ib., edaPal
coDJ.55 aegg.: pser pesare, dschler [iter) gelare; costljercoi
sigliare, tschner {óner) cenare.- Sabo. 78: da cunHn, cfr. il»
prasass. — [Basso-eng. chaa {= 'cà; ca soprsW., v. Car. nachtr.l
casa, Camp. 5,2; 39,10.] 336'. ^rS, 11, allato aw^n^Ti
niunt 10,36; giùner, e cosi ta Sabg.: gi&ncBr 120, ma Pall.^
gUner (cfr. Car. e il basso-engadin. al num. 96) ; stina sUna
stìnand *f[e]stina ecc. cfr. soprslr. num. 108 e $Heu nel Duma
che qui precede *, insieme con gtelgia "Wm. 1 17 e yjogielgia bas»
eng. Camp. canz. p. 446, TÌgitìa;- st^, scodXin, giaedaWvi.^;
àster lastrico num. 8 n. 326*. Qui vanno riveduti anche i n-i
e 111; e allato a vardaivel Car., porremo ì/andus n. 86, n
quale lo Schuchardt (Itw. 29 n.) ha creduto riconoscerà un %
nitosus. 227. Qui estesissimo, in tspecie dinanzi a r, ras»
l'abuso della vocai prostetica, la quale sempre si determintii
a, da alcuni casi in fuori, dì cui si vede la ragione in que»
stesso numero. Esempj : aram n. 7; araig, alaig, arait, n. 19^1
arenda arender 6,4.18; arisposta n. 54, arirn. 203; «n«Mi
rogabant 14, 36; arumper aruot n. 65; aróba d. 68; arisi
n. 106*; — amitssd, amusseua els, cfr. n. 141 soprslv., amuei<
teda n. 74; anumnd allato a numnast n. 83; asadulós n. 112;
astùxér num. 63; — acvnchiiìsto conquistato I Cor. 4,S,aqu
aguaist (ma da quél 13, 44; ecc.); appallais a. 32. Va pt*
stetico assume talvolta le sembianze di vero prefisso: amanàk
{=muncau soprslv.; cfr. alto-eng. mod.: manchér) n. 6&; i^
glia pigliai 17,27; appruuamaint prova, tentazione, o. 85.'
Speciale categoria di esempj surge poi a quel modo, che già H
da noi accennato in nota al n. 90 soprslv. Si tratta cioè di un
' Mft Pallioppi hft l'integro ftstifìtr cotj. 10, com'd Dell' antieo buai>-N|
e nel moderno: fastuia Camp. 36, 11, ftititM ecc. v9. All' Incontro abbiiM
come gih hx avvertito al n. £S3, stinad-s Camp. 4, i, ottinati.
* Parrebbe quasi iuterrosdio fra questa categorìa di ««ampi e l'sltrsin
si tratta ia questo medesimo sumero: arimur 9,S3;26, 5 (S7,34: brtMMJ
rumore; cfr. rtnwre in MuaaAr. monnm. ast. di aiti. it. (rMdie. un^
piem. armour ecc., e il num. 90 soprslv.
I
«Gooi^lc
§ 1. Origioni; C. Bng&dìna (Alta): Accideati generati. 221
continua iniziale, che fattasi aderente, per dileguo di vocale, ad
altra consonante, chiama innanzi a sé l'appoggiatura, che pur
leU'eagadinese si suol determinare io a; ed è fenomeoo oomuna
a più altri idiomi romanti. Si osservino per ora: arschaiuer n. 40»
argaardés voi riguardate 23, 24; arsthfradér n. 124, arfra-
(tAcAt^ ri[n]fre3care 11,28;- algvrdér n. 125, alguérn. 176;
aluér <, asoundo, n. 78. Ma se la continna è m, la vocal preste-
tica potrA facilmente determinarsi in i, quasi si trattasse del-
l'elemento prefissivo che risuona io im-plir ecc.; quindi: imna-
tscha-t 9,30, e cosi nella favella odierna: imnatscha Pali. ort. 68,
imnatscher conj. 17 (ma la Sabq. : amnatscha-s 43, amtiatscìuffr
$S);- imtiìra misura n. 59;- s'inigitiro miglioratevi 4, 17; nei
quali esempj errerebbe per certo chi vedaaae una metatesi (mi-,
ìeq-), poiché a.vremo, tra l'altre, per la stessa illusione del lin-
guaggio, in un caso di mera prostesi: inumber (innumber) nu-
Dero, D. 145, Dato n iniziale e la vocale espunta, dovremmo
agnalmente avM* la prostetica nella figura di t; e l't già vedem-
mo che veramente occorra nel basao-eogadino (p. 48 n.) '. Ma si
^tta di esempj quasi pronominali , circa i quali più sì rendeva
ifficece l'attrazione analogica di fin, unus, che non quella d'in-, e
inindi venimmo all'fi prostetico di dngi&n nessuno, ùnzO' n. 135,
tnguotta n. 65 '. 229. Singolare è il s- dell' eng. spUr (fem. sp&-
' In qoaai tstU gli eaempj cbe qui qMttano, resta natiiralmeiite Miiqve ilona
iprima sillaba (ricdTO rieenimo ecc.)i e quindi aempre mntila a colla protteai
id riSetw engadiuo; ma nella continuazione di 'levare' avreDio la prima ac-
wlUa (levo ecc.), e allora nA dilegno uà proeten: ti Uioa, allato a mu
ANfnu, PaU. coi^j. 50.
■ Né manca a&tto all'alto: inraevra Wii. 341; cfr. n. 00.
' Cfr. in iq»eci« l'attigniti logica tra ùnsaehi Gar., qualcosa, e vn-qttal-
eUMa5,23 Circa i limiti della proatasi ndl'alto-ei^adino odierno, quella
■ib Mconda categoria d'eMag) [ar/iiiii«r ecc.) non poteva eliminarù pur
>Us Krittnra sansa far TÌoIenza al linguaggi; a qnindi il Pallioppi ben re-
utrt ncìtmanàar refAdvr regorder Uuatnter eco. coqj. p. 20. 5S, ma non
ti ibsndire le vere forme engadinesi areumander arfùder algorder ammar
maglier (rìmaaticAre) s'artabitr (riaerrarsi) f'aAwmtor ib. 14. 15. 49 (cfr.
k96: 'tvognirsaroffHir metatesi antiqnada') ; e ss per 'migliorare' ci dà
ittulo la figura etimologica ntegliorer ib. 3S, già vedemmo cbe serbi tmna-
cW, od anclie ha t'nnwmfrrsr (contare, namerare) ib. 18, cbo spetterebbe
l'altra eategoria e dev'asaergli parso nn verbo munito di predalo (il nome
■Munto- di Biver. e della Sabg. cede nella avella odierna a nwnwr). Cornimi
>vGoo»^lc
SS2 Ascoli, Saggi l&dini, I.
ra) = pur puro-, comune del resto anche al Boprasilvano (Car.]
cfp.IIIS. 280. Ai casi de'numerì 147 e 155, qui s'agginnser
Idr sdr da Ij'r s'r ai n. 113*, 142*; e ancora avremo: tutsthcli
itastclér* *vas'lario 27, 7. IO, Rom. 9,21 (n. 9), notevole caso i
coi al fenomeno della consonante epeotetica, determinatasi in
anziché in d, per effetto dalla sihilanta sorda (s), si complic
quello' di ti in ci, di cui v. il n. 120n^ 331. Singolare esen
pio di epentesi di n è in daini dito {danolar ditale n. 120r
cfr. n. 218), che per tal modo diventa omofono di deiint deote'
e ci vedremmo quasi un effetto di attrazione delle infinita forn
in -aint (vivaint; eau saint, dvaint ecc.; nam. 32n). Nel ri
flesso di 'aequalis', l'epentesi fu promossa dall' ì>=j£ (cfr. s[
igual), che portò questo vocabolo a confondersi coi composti p6
in- {cfp. proT. engal); ed è tal quale il caso di 'aestat-', tosi
ista^, ant. venez. inside. Quindi: inguel (WiB. 120 id.) d. I7S
colla normale risposta soprasitvana: an^ual *. Abbiamo del r»
sto gli esempj d^ n. 157 e arender '^. 2S3. Qui si rimedia pa
nuche alle scrittura attuali già Bsppìamo vnffùn ecc. ; a ancora v. ia o. l Mi
p»g, precadente, e Pali. ort. lOS: ardtuMd rotondo, alonu labbroso {abiruù
lebbra labbrositfc Mr. 1,4S], t'nuura, ecc. Ma l'n- della prima catagorìi ii'<-
lempj {a-rtnder ecc.) A rìgorosaiiieata eritato dall' ortografia modems; loccU
naturalmeote non toglie che la proBtasi si contioai eul labbro del popola, >l
qaale il Pallioppi raccomanda (ort. 99) di smettere Va- di arabgia oraiinii)
aram araunlsch arouàa (rabbia rane ramo rancido mota) ecc. — I limiti ddli
proeteei nelle acrittare baBao-eogadiae, pare autiebe, non variano à% H"»^
delle alto-engadine modarae; quindi in C&hp.: areummdnd 10, 17, arU*ga \i>
9, orduR22,5, artratt2à,t; nii^uriUnfieha 9,4, algwid22,A.b, alvw'--
luar 27,6; 12,4;- ma: raig, renda, watt, palaìs. Nel np. apià jam.
* he quali due acrizioni vaiano ameadue oasklir, y. il num. 133 in »-
' Cioè; vaìtér tiasilér vatklér. La Sibo. ai ferma alla prima figura: m-
achteer 115, — Esempio baaao-eng. di più da pu avremmo in iplùmgì* {^'
g. 'giest') spuma (allato a schiamada, quasi 'scumata', ib. a. 'jtest'; hf.m*
mada L. 9, 39).
* NS la scrittura aoleva diatiogoerli. Uà il co., profittando dalla circoitui'*
che aint e avnt ai leggano ugualmente cent (ent; t. p. 167-8 n.), scriTS i'''"
{ler 'denti' e dawfxU per 'dita', 114. 133.
* V. p. HI e 156, La forma aoprasilv. gval starà all' incontra sii '?**'
come 3tad sopralv. e stid alto-engadin. a *iatad. Cfr. il prov. guai alitto *^
engal.
* Cfr. l'art, 'render' al C. V, § 3. — Sta forse per orrore di atampa ilp""
i persuaso, affidato, Ebr. 6, 9. Non ho altri enoà *"''
:vGoo»^lc
§ 1. Oi-igioni; C. Eagadiua (Alta): Accidenti ganerali. 2£]
j all'iato prodottosi dietro ad & nei continuatori di 'fla[d]or' ed
'q[u]&': sùiur htiia '. E il o di luvér giuvér ruvér, num. 167'
e 184, non avrà che le apparenze di un v che rimedii all'iato. —
£32*. Epitesi di consonante: od. amp l'amo Car. e mb., ma Bi-
veroni: kam, n. 7. Di apparenti epitesi di vocale, v. IV, b ^. -"^
333. muotonSO; hufferra offri! 5,24; 8,4 (allato a hufferieu
oSbrto, ìb.); stimma Ebr. 2,3, cfr. num. 33 n.; blastemmai lem-
ma, in semmel (n. 38; issemel ecc. n. 148); amma, arammat
chmma, n. 7; tuotta. 234. Notevole è la metatesi di sf {h\
ottenutosi per dileguo di vocale) in fs: arschàif ricevo, 'ars[i}-
fàii arftchàis ricevete, G. 5,41. 43.44, arfschieu (=- arfsch&d
basso-eng. Inp. 187 >) ricevuto 25, 17, Wia. 1070. 1103, arfschet
ricerette Tb. 146'*. All'ÌDcontro di, quasi per evitare che le
due consonanti etimologiche sì fondano in una (Ì o g), si fa sd:
maschdina medicina Sabg. 119 e Car. {madichinna Inf. 159).
Facil metatesi di vocali nelle protooìche, per guisa che meglio
si accomodino alle .«on^'nue ausseguenti, è in sùjertéd ('sejQr-
téd sicurtà) Pali. ort. 117, siijaried Car.- Si vegga del resto il
num. 124 e il 120 soprasilv. in n. ". 236. Parallello ad *au-
ecgadjoi per questo verbo, ma da Caup.: cratfanCdr 26, 4, cra<lan(iln<136, 1,
irraiàintan T, 3 ; 49, 4.
' Cir. pajùra paura Tb. 219; bMao-ong. ùja-i tir. 7, 16, nok-: tìoa. Tra le
prgauneie odiei-oe del rifleaao alto-engadiuo di 'ego' (v. n. 24) ricorre auche
«a Pali, ort 31.
' Qui aacora un cenoo dell' epiUsi basao-^ugadiDa (e anchs sopraeiWaiut)
di ua't ulla fine dal Terso, ridotta a mero artificio poetico, par cousegair che
s'atiicendino la uscite piane con le tronche. P. e.: pagiad-t (pagato) dopo
chiar e dar (caro, dare), e all'incontro cumprad (comperato) accaoto a j)ryr-«
|[i«rire), Cajip. cani. p. 417; tai-e )nai-<! (te ma) allato a mai (ma), id. alm. 40,
14.— Epitesi di cunEonaote aarebbe in erbst erpice, che i! Car. dft par forma
Iww-eugad. (som. trpsch).
' Ma; ardieiifùd Camp. 37,8, ardsfxi. vt. Apost.SS,21. Nell'lNir. vediamo
MCliB variare il riflesso del ti secondo che ai tratU di RC'V 0 di RVC : ar-
itchiiva ariaeMiiDg 182. 175, arfichain nù riceviamo noi 175, arfKhwd.
* Inveraamente, a combinazione iniiiale: schoinauncha odierno, allato a
'"Khinavneha villaggio ('vicinanza') Pali. art. 101.
' Eb. odierni riprovati dal Pallioppì 1. e; crumpér comperare, braoir ab-
bs'ware, prendo =pA"(iro (cfr. n. 238); nei quali il R riesce gec ondo elemento
di auao-conaooante iniziale, anziché di nesso-coueODante che nella figura eti-
moli^ca «usMgue alla prima vocale. Al num. 124 vedevamo lo stesso efiétto.
;vGoo»^lc
224 AscoU, Saggi Udini, I.
guoira cha avatnmo al num. 184, sì aggiunge: sauuoiVa {'sa.-
TBorja), odora, fiata, Saro. 106, quasi da 'sapor<ia-re*; ed è Upo
cha si riproduce pur nel sottosàssino: savoileyr io fìnto, samt-
rct» ecc., OL. sottosass. p. 45 e 49 *. B ancora vedi i a. 177, 184, 1
e la citazioni del soprasilTano. — 236. 'viuda num. 129 in n., I
e ctt. il num. che segue. 237<8. La propagginazione mediata '
dell' i, nelle tre formolo che ce la mostravano in Sottosdva
(p. 156-7), ha pur luogo nell'Engadìna; ma, per le prime due,
non si manifesta che assai parcamente nella scrittura. Il P&l-
Hoppi cita le pronuncio: cttschtgna (cucina), farigna, masdi-
gna (medicina), cusdrtgn n. 142*, fign, divign, vsckign, mu-
tign, xign (cfr. p. 156), AgosHgn, Cristigna, povrign >; fagn;
ort. 17.29, cfr. hr.; ed è anche scritto crign, crine, in C&r.
nachtr. 14. Antico esempio scritto avemmo al num. 21 in n. (ed
è comune pure alla Sabq.: terregnas 56) >. All'incontro -ilj='-il i
è fermo nella scrittura, perchè sarà più costante nella pronuD- j
eia: batschilg Sabq. 173, stigl sottile, ovigl. Pali. ori. 12.98; '
e si aggiunge, per -elj = *-éil: megl *méil mei Car., cfr. Fall.
ìb. 12, allato a feil tei, t. num. 22 *. — Circa la propaggioa-
la in cui il R en primo eldmeiito. In artir, afrìro (ogut-
mente riprOTato dal PaUioppi), la metktMi à limita all'inrertimento ^ inni
attigni, trattaadoal che la prima vocale non ha conaonanta ■<'"»■"«■ a ad. Ancon
riprova il Pallioppi eharpelta per crapetla. Non aono alcnro circ» il *igu£-
cato di questa Toca (cfr. carpialla Bopnlv. Car. 'ftuseiaen', clappa aopruis-
DB. 'farro par il piede del bue'); ma ewa in ogni modo risulta un eaemplm
doppiamente notevole, liccome quello in cui la metateai aarebbe di tipo »■
pruilTano, e all'incontro ci darebbe, con aqnisitezM engadineae, ?a per CA
wiorgamco e non antico.
' Le forme coli' accento anlla terza contrappongono nel sottos&saino il mIo
a all' dì della aoconda accentata: taoordoa ecc.; e analogamente: taimrif
Sabq. 173. E l'alto-eng. oggi farebbe, stando al Pallioppi, saewér wtcura,
«onj. 29.
* Le cita, ebe s'intende, per disanadere dal riprodurie nella scrittura; t
la sua ragione d, che sì abbia p. o. a dir jfn e non )<n, stantechà u dici
/tnù- e non /tnir. Uà net secondo caso non abblam piti la formola accentati.
* Nel baaso-sngadin. mi pare men frequenta la propagginazione nella dne
formolo teatd ritoccate. Cfr. l'Appendice, e la seguente serie da ss.: ^adattili,
Min n. 25, nuiin n. 40, piina édtiia n. 67, pMin ttrdtn ocditui;- tarrànfaS.
* Nel baiM-engad. è scrìtto meil sf. 3,4, son. 43 e Car. Uà all'incoatro:
battchilg NON. 14, mrilg ecc. Non sarii perA inutile notare, cha sempre li
tratti di antico -Ile. Del riflesao di 'filo', t. l'Appeod. al o. 33. — E ancor*
si abbia il riscontro alto-ongadino: dschigltu geloso Sabo. 28.
;vGoo»^lc
§ 1. Grigioui; C. Engadina (Alta): Accidenti geaeralL ÌS6
zìone mediata dell' u, è da vedere il oam. 184; e si potranno
aggiungere i seguenti esemplari basso-eogadini : pattckua Ihf. 3 ;
bùckua ib. 198; tuqud framm. basso-eogadin. ap. Flugi p. 106;
Ischunqua (cloaca, spezza) tschunquada Camp. 58, 4. 5; lun-
gua lunga Camp. 28, 1, Inp. 90 *, lunguamaingk ib. pr.; maun-.
guai -guel -guetl "màungàl nata. 13 (ted. mangel), bisogno,
LiF. 2. 258, Camp. 48, 9; 37, 14 S; aunguel-s Inf. 49 ecc., an-
gitel Camp. 9, 7; 35, 3, angelo, cfr. pag. 93 n. '. — Un caso di
» che si propaggini da g primo elemento di nesso-consonante,
piattosto che attrazione dell'u finale, riconoscerei nell'engadino
pàiuer pigro-, 25, 26 *, cioè 'pmfgjr, coll'i io ai secondo il n. 40
(e cfr. pag. 49 n.); che è l'esatto parallelo del sicil. niur-u Xìi~
i^ro ='. — E venendo alle propagginazioni immediate, registria-
mo imprima, per {ij da -ù, il mod. erùj (cfr. num. 59-60) crudo.
Pali. ort. 26 e mr. ; accanto al quale porrei, per -uv (e quindi
u>v) da -u Àtono: eug ant. basso-eng. (od. eu), io, net quale non
vorremo per certo vedere il g del lat. *6go' ^. Finalmente avre-
mo, per l'Alta-Engadina, la propagginazione immediata in-
sieme coU' alterazione ascendentale, oltre la mera alterazione
ascendentale del secondo elemento del dittongo; cosi come acca-
deva in qualche distretto di Sotto-Selva. E rimandando colà par
le dichiarazioni opportune (p. 158 e segg.), qui ora ci basterà
rassegnare 1 tipi alto-engadini per ambo le serie: legv = leiv
n. 22, fegvra = feivra; fegl = feti n. 22, pregr "preir ' prete'
T. MR., pegs =peis n. 25, vegder = veider a. 22; sogla = soula
' La propaggioatione rieulta anteriore al fraomeno di gntt in palat-, ch'eaBS
liena ad impedire; coal aucbe iarugvar ^ac.ii. 184. Cfr. lunga tfr.M., le citai,
del a. 162 basso-eng., e fone pur dsca (Camp. atchAia 29,5) p. 193, *aasciia.
* d'mattngl'a pryr 37, IO; nw» uain mangl'ad hawair ib. 5.
' Esempio afiàtto straordinario avremmo in brmiqutl V. di Uiiiut., bron-
tolamento, Car. nachtr. S, dove si tratterebbe di *bniDt1o (num. ISOn baaso'
ong.) brunc'l brimket branknel. Cfr. p 229 num. 13 e l'App. al n. 68.
' Dal Car. (nachtr. 33) parrebbe trattarsi di forma bas«o-engadine«e, e io
:redo veramente di averla incontrata anche in qualche testo della Basaa-En-
^'na; ma Camp. canz. 450: paiger, e cosi paijer-s nf. Rom. 12, 11.
* Lo srilnppo di qnest'w s'ha p. e. sei continuatori di 'sagma'; ciod eom-
liotamente: ^aangma, sauma (prov.), onde gl'it. soma e fa[*](n)a (cfr. p. 1G7),
:o»\ come da 'gandere' : godere e galdere. Cfr. Dnz 1* SS7, a ia iapecie Schuch.
rok. II 499-501.
' Cfr. Sludj crii. II 150. Il nf. scrive ancora eug.
Archivio e'oHol. ita!., I. 15
jvGooi^lc
336 Ascoli, Saggi ladini, I.
suola, vogl = voul, fogra = foura foro (buco), cogr = cour n.50,
cogscha = couscha cuoce, logs (con apparenza di maggiore in-
iBgritk) " lous luoghi, rogda^rouda, vogta = 'vouta.n.57*.; —
gugla " gula; /iugr, spugsa=spusa, mtgsch = vusch; madàgr,
dùgr, niigvla, fìigs fuso, glùgsch = glUsch luce, nùgda, ster-
niigd; igr = ir, gnigr = gnir veuire, crigvel = crivel , crigda
' crida creta. Questi esempj sono ricavati dall' ort. del Pallioppi ',
che naturalmente condanna simili pronuncio (cfr. pag. 159 n.);
ed è ben difficile il sorprenderle nella scrittura alto-engadina.
L'unico esempio ch'io abbia presente è ptict Car. lesa. s. 'pai'
e nachtr. 37, poltiglia (cioè: pult, put n. IH, onde pugt puct],
che si dare al non avere il raccoglitore saputo restituirlo nella
sua fase anteriore*.
II. Ba»aa-Engaàina
' Valle dt JUAneter (Uooutero ').
Vocali toniche.
A. 1. 2. L'd qxà si mantiene intatto; e l'antica ortografia suc4e
raddoppiarlo all'uscita, in ispecie dei monoaìUabì verbali, ed anche
iatemo, ne' monosillabi , dinanzi a r, I, /, s: uoa 37, 7, sfoa 37, 19, kaa
lNF.72,4aad&36,l; chiaa ca[sal 5,2; 39,10; qua ecc. v.III,5,^a
* P. 2. 16-17.S7. 31.34. 40. Nella KB. incontreremo anc(a«:otVfioA/'<MV
mo^vr. — Pel dial. di Bravagli, e pel «opraa&saino, sono in impecia da vedate
i eee:nenU numeri dell'Appendice: 21. 3S. 33. 40.46. 50-52.59. 61.67.
* Traccia scritta dell'asiani dell'u nel dittongo ou, pud Tederai in limlft
n. 53. — Il basso-engadino ritnane, per quanto io sappia, a&tto estraneo «1
doppio fenomeno che ora si conùderaTa nel testo. Ma all'incontro bÌ aTTsrle
nell'antico basso-engadino, confìrontato al moderno e ad altri dialetti grìgintì,
una tale costanza di g dicontro a j, o rispattivamecte a / e /, nelle contimu-
xioni delie ibrmola DA [CA] QE [CG], che non può non Tenìme il sospetto di
qualche alteraxione ascendentale. Cfr. del resto la n. al num. 134 alto-eng- *
il num. 135 basso-ang.
' Le voci che spettano alla Valle di Muuatsr Tengono ultime sotto i li*
spettivi numeri, precedate dall'indicazione: VM.; e dall'esordio (p. 163 1) si b
chiaro il significato delle altre sigle da cui sono accompagnate. U saggio B. i*
per autore un natÌTo di Cierv (Cierfs); i sag(i p. mi rinacivaDO per più riq^tti
malcerti, e ne ho usato con grandissima parsimonia, ma ancora temo àa
la cautela non eia stata aufflciente. Uoa migliore conoacensa della Tariab di
;vGoo»^lc
S !■ Qrigioiu; C. Bngadioa (BaauL): Vocali (onìctis. SS7
jam 31,19; jria volta {e fr. p. 108 e 120-21; YÌIt.; jada)2Q,5,fflaa56,
5 (pi.); ttad estate 1, 2 ; chiar 14, 6, fì-ar 35,8; daar, staar 1,3, faar
Ikf. 150, loichar dtocmlar ib. 73, ciammar 3,3; maal 50,7, Inf. 70,
naais ntaliìb. 71, maar ib. 48, paasch pace; AoascA hai, staaach 37,
; frooj Dom. 148, Ma anche: murtaat 7,6 (in funzione plur.), at-
himl &,2 tì mastraat "magistrale maastro 50, 7, entratobo io rima
OD maal, e fnor'di rima: chiataal 115, 3, allato ad etemala 36,6; a
'.aalmsDte raasa distende (canz. p. 436), graad» con l'oa del singo-
lare, nam. 196-7, naad nato Inf. 102. È però notaToUssimo, ohe
una varietà basso-engadina partecipi non solo del fenomeno alto-enga-
diaese di e (ce) da d, ma anzi estenda maggiormente l'ambito di questa
alteratione (v. ancora i a. 68 e 24). É il dialetto di Suich (SQs), che
pel numero attuale ci offre, nel saggio del BQhlbs, gli esempj che ora
BegQono. Farticipj in *~Ato (cfr. n. 197-8): ad-Uià, observà, sbaglia;
midKhddaa scappata, ititmxiun&das',- infiniti in "-are: observ&r, si-
gnijich&r, mangi&r, nudriOr, sehiatschàr scacciara;- alla nacita: fa
fucit(Camp. faa facit fac);- e i residui eaamplarl: teneritàd, guali-
l&is; la quàtaj brava; vali Tale. Un altro breve saggio della stessa
Tarieli mi offre: 'cer, ^éesa.
3. Nel riflesao di 'clams' par di vedere estesa, per eccezione, a
tutta la Bassa Engadìna, Ve per di closr 19,5, daclcera 19, 1 (nf.:
ctar L. 11,36, declora 13,36); ma per questa voce va in ispecie consi-
derato il tipo cldir che incontriamo nella Bregaglia ed altrove, g 2, A.
Altra eccezione parrebbe l'odierno chea * capo; senonchò la antiche
ortografie: cAeaM37,4, d-cAieau da capo40,3, da-r-cAieau Inf. 7, e
forse lo stesso da-r-chà di Susch (cfr. num. 160-1 alto-eng.), a pib
decisamente che mal il da-r-chioM di Val Monastero {cki'''òi), ci
riportano alla condizioni del soprasilvano (pag. 73,148). Finalmente
parrebbe dover qui stare: Ugier accampamento (ted. 'lager') 27, 3;
ma l'e [ee) di questo esempio h comune pure al soprasìivano {lager
Apost. 21, 34. 37, lèger Car.), e dipenderà probabilmente dalla parti-
Val Monastero d ormai tra le principali detiderata dalla dialettologia ladina.
Ma potremo sin d* ora vedere, com' essa in parte connerri pifa gennìni caratteri
cbs oggidì non &ccìano le altre varietà baaao-engadinesi ; cosi l' ott dei n. 5-6
B 16, a in iapecìe la propaggine dell'w ai n. 13 e 68 (poc* -cwo). All'incontro
^ i più eateeo il fenomeno di decadenza pel qnale l'ou etimologico ai riduce
ad B (n. 68) , e Te ne invale va altro, piti grave e aingoiare, che à del ridursi
il tipo 'otTuirfl' al tipo 'légSre'. Goal in n.; obsérvtr, ehamintr, màgUr •ma-
liii-(p. 66), s-chdtlsehtr acacciare; p.r cKorUseÙr, sladiner (*e-ladiip4r) la-
sciar libero; cfr. IH 3.
' Pronunciasi i^e, bs.
;vGoo»^lc
S:38 Ascoli, Saggi ladiui, 1.
colar pronuncia di qualche vei-uacolo todeaco di Svizzera ^ V. ancori
il num. 68*.
4. itioa *mo (cfr. a. 50), ma. Camp, e Inf.; nf. : mo; ss.: ma na
ma no, mo ce ma che?
5. 6. uaurui 26,3; ckiavna 44,5; patm Inp. 196; ecc. Ma l'u, che
suol mantenersi, quasi arcaismo, nel mf.: aaun-a pajattn-s, ecc., si
dilegua nella pronuncia moderna (cfr. Steno. 26); quindi ss.: san, da-
man, cristidn, man, funidna, 'can. Cfr. la prima parte del num. IB.
VM. B.: dv.mav,n, craschtiaun-s , ecc.
7. Qui il dotto Campell c'incomincia a mostrare un suo spediente
ortografico, trascurato o non inteso dai ladinisU moderni. Per indi-
care che 'l'a volgesse ad o, egli apponeva sotto all'a quel segno vo-
cale dalla scrittura ebrea {qamis) che nella pronuncia giudeo-ale-
. manna suona costantemente o. Noi vi sostituiremo il carattere à, ed
avremo pel numero attuale: fàmm, clàmm, 4, 1 {ctàm 17, 1), àmm io
amo 18, 1, brdtnma ?7, 9, raginàm regno 37, 1. All' incontro 1' Isf.:
damma 67, bramma {brama) 62, raginam 153. \%A ; e cosi pib soU'
tamente l'ortografia attuale (i<f.: ham, ram-s, clamati, chitram,
amma; fomm, reginom); ma d'altro non deve trattarsi che di una
restituzione letteraria, poiché l'odierna pronuncia, sin dove io posso
vedere, continua costantemente per o Va dì Campell (bs.: fom, cUnnm,
rom rame, tióm); cfr. Ma. e il n, 16 in fine *,
8. L'a intatto senza accezione.
9. rwI(Bra *rota[i]rja rotaja 23,2; chieera (*caira caries) tignuola
NOH. 57.
10. 11. duter (Isf.: autar 70, oter ofar,'10&. 154), atU {aut, odi,
Inf. 47)8,1, autzalO,4; chiauda 17,1, schkiattda scalda 10,4; band
(mf.: bod; e sull'analogia del n. 64: boadt Inf. 255) 22,6; fauda bs-I
fau» 17,1 ». Caai di allV-t-s pL: cAtatcaMS 20, 3 (sg. chiavaU
B8.: 'éavdlj iavdljx). Ha quaus pref.7, eoe (sg.: ilg qual 14,2); perù;
moli 17, 5, num. 1-S, come I'Inf. fa anche dalgs quaU 47, e così il
' Cfr. Stus. p. 13. Anche potrebbe imaginaru che questa voce qoasi tec-
nica, Burta primamente nell'^to-engadinese, con l'è normale pw d, bì fosse
poi comunicata «gli altri dialetti latUni de'Grigioiii. Ma appunto nell'allo-
engadino non vedo che il Tocabolo occorra. — Dev' essere erroneo: stanai iti-
bUs Inf. 9, cfr. mùdawal ib, 1], e Camp.: tiatoel-t2,6, stavl'in Ì)eu43,3.
' E Stbnq. £4. Le riproduzioni a cui egli attinse gli esempi di Campell,
trascurano il pnnto diacritico.
' Ma ehidlchia 42, 7, ehiat!hidd'^ 35, 6, cfr. gli altri spogli. E lalscK-s u-
liei 137, 1, palesa eh' é recente l' attignila del l alla consonante successin;
efr. saliich eopralv. Car. e ds. VM. b. e p.: aikh alìqnid, cfr. a. 167'.
;vGoo»^lc
§ I. Grigioni; C. Engflaina (Basi«): Vocali toniche. 3^9
NF.r ih quals.' Cfp. il n. IH. VM, p.: cìiatxch la calce, chatschas
,(calzJoni], p. 123 ecc.); cfr. n. 68;- U cliavai, iis r.havos.
13. aitnA 35,11, /auncA fango 26,8, tsehauntscha^,\, lawitscha ih.,
sck-balatmtse.'kaWi.; savmgìiZQ,^.- Il nf. ha saung^ oltre an^uel (BS.id.),
mangua, t>ei quali è da vedere il d. 237-3 alto-eng.; ma ss. pronuncia
»in^, e così acrire la noh., che inoltre ci dà banck 10. balanca 99;
cfp. i num. 5 e 16 '.- Quanto al riflesso di 'tangere', l'alto-eng. tm~
Kher, olTertoci dal Carisch, potrebbe esser tawtsch&r, letto secondo
l'attuale pronuncia di quella regione; ma l'identico tendscher basso-
eagadino {tendscha 48,8, Ikp. U) accenna chiaramente ad 'attingere'
(cfr. n. 44) anzicfaa a 'tangere'. VM. b.: gnaunqua (cioè nduncua,
De-BQcbe, allato a. natica di Lavin e di Susch), cfr. n. 237-8 alto-eng.
14. 15. Kitorna nell' accurati sai mo Campell Va qamegato (num. 7):
tèvtgk 43, 2, sàingchias pref. 7; - tammàirtg tara-magno- (cfr, spagn.
(amano) ; cvr in iammding ettg priguet slun lorquando in così gran
pericolo io sto 56, 1; chiaìckiàrig 18,16; rumàingen *reniane[u]nt 6, 2;
guadàing 46,4, gttaààngan 26,8; bàing io bagno 6,1; cwmpàings 38,5
(maf.d'acc: cumpangwii 4.0,8); chiampànga 34,5; mimtàingas 42,b.
L'Inp. : ìoingk soingkia soinchia4.5, rumoingia 184 (139: rumainpia).
Mail KF.: ahalcaitig ecc., certo per la smania di. correggere la pro-
nuncia (na.: son'c; cóna cagna; >om. : ehialchiong, bogn,eca.; cfr. mr,).
16. La formola ANT qui si stacca da tutte le altre che in questo
numero sono comprese. Quella dà aunt nelle antiche scritture, ma
l'u suol dileguarsi nella moderna ortografia, conforme alla pronuncia
(r. n. 5); per le rimanenti ha Campell Va qamegato (t. il prec. num.).
Quindi: ayM, meaunt 1, 3, taxcnt, quaunt 3, 1; pvrtavnt 7, 6, Ikf. 97,
mtdiaimt mediatore ib. 98, p\uxavntsa; chìaunt io cnnto 27, 6 (Car.:
ioni, marchadant ecc.; bs. : avant, tant, uffant, spranza, setdnta,^);-
e all'incontro: grand, grónda 34, 10; stand, chiantànd, itndscJiànd
(v.lIIS) 26,10; cummdnda 10,15; glànda 34,8; chià»naÒ,5, ànn-i,
pàmt-j 6, 1, ingiànn-s 31, 18; danti. Passa il Campell stesso all'o
' song BS. differiva dalla voce di Camp, anche par uscire in guttarale e non
in g; cfr. la citai, del n, 162,- Il riflerao di 'piangere' avrebbe l'o, Etando
al Cariech (plónàseher, plondschddtr), e l'o mi danno ancora, nel riflesflo di
*<tttg [*anc) seriore: mijint^a mdin'r; BS., manica manico, cir. pag. 76n. Ma
CtHp.: platmdtcha 10, 1, plavndtcJun pr, 8. Cfr. n. IO.
' 0«cìlla il NF., e par preferire il dittongo nel participio e sue derivazioni :
i/fmmt, m«rehiadaunt,puiiaìtma, itnn^ùinf (allato a svmgiaujttt); chiarita,
pianta, novanta. Accora ha aoaunt e iaunt; ma: quant, che del resto ve-
demno comune anche a Biveroni, e che anche il Cariach parrebbe far comune
■ tutta l'Engadiua.
;vGoo»^lc
330 Ascoli, Saggi ladini, I.
deciso, e «luinclì ad oa (n. 54), io spoans expansua (cans. p. 36^; e
nell'iMP. leggiamo, oltre tpoans 100.194, anche oan aono (letL ded.),
pi. OOMU 11, e doan (danno) 9S. Ma allato a tpoant, I'Inf. Bcrìve an-
che tpans {achpattx) 181. 194. 195; e analogamente oscilla nel geraih
dio: dond IS, Ituchond ib., hatoiond o toiond *ahbiaiido56. 6, timd
"siando essendo 6, nj>tond *[TQ]DÌando 5, allatoa*ùindd6, t'ffundand&ì,
imaftdt ib,, làviand 67, ieliand "voliando volando ih. Cosi ha gehku-
manda 90, allato a gronda 209. Nel hf. è schietto di regola Va di and
(ofu) ann, ai che jxmn vi apparisce un'eccezione. Ma pura in qoesto
caso Va sì deve ritenere quasi una correzione arrecata alla pronun-
cia (ofr. n. 7), e ss. ci porge veramente: grand, onn *, e la nou.: com-
mond, domi. VM. b.: avaunt, uffawtt~s; grand.
17. flàmma-t 29, 4, chiàn^a 19, 3; 43, 2. Notevole ò aiwipf«;l
ampio- {quwt aumpF i gràndt nm teis tàingkt duni qaanto ampi[o'
e grandi sono i (noi santi doni 31, 19), con au anziché à, in un caso
che si pnA dire di consonante tripla *. Qui pure il hp. ha .costante-
mente Va schietto (v. il precad. num.), ma bs.; flómma, h&ma gamba,
'comp.
£■ 19-21. Uuchair 36, 4 , ecc. ; ùtfraùtetch ta infreni 10, 13 ; /loiwla
pr. 8 {(nmtadaiu>eHQt2; ecc.');- mai 3,3, tai2,5, tai4l,6.- pir
' Ha: antbt zia (amita), che tradirebbe per tal modo, del pori che Vamia
alto-eng. Car., il recente dileguo dall'i, laddove il parallelo BOpraaìlT. ondo
Car. DB. va ormai ccnfoso tra i continuatori dell'antico AND.
' ampel vag., Car. nachtr-, ma l'oti sorprandammo anche in no damato
alto-angadino, num. 97 (cfr. lo steaso numero nella presente aezioue). — Qdk
Bcbietto a: eliiamp-t accampamenti 18, 13, che forae ò voce oon bane aari-
* Quanto alle apparenti derivazioni aariori par '-abita: stttttoel od. bavo-
oig. ecc. {cfr. gli antecedenti apogli), cha parrebbero atronamente contraltare
all'aasoloto predominio di -eivel -aioel, vorremo qui brevemente notare che
il FucBS {Onregelm. ttitto. 357) td era meuo sulla buona via, aospattsu^
negli ordinali grìgioni in -aotl Vepplicazione analogica dell'-avo di 'octiTo'
che a'incCHitra pur nel beameae (per ea. quoxmtau quinto) e nello apagnnola
{pec ec. dotavo nn duodecimo). Ma all' acuto alemanno opponeva non liers
difficoltà la dnaìnenta -el, né gli era dato confortorai delle più genoine tocme
che si ritrovano nelle antiche scritture basao-engadine. Le quali sono priT«
. dall' -al: tschyttchiaw quinto, tiiaie, tettavi, ottav), dtsehmo, Gàvpbx, la-
traguidam. dad ìnfurm. ecc.; tschituhiùvt (allato a quint202), noioaw ecc.,
Iiip. 168. Circa l'aggiuniione della desinenza -at, di cui a suo Int^ si ri-
parta (lU, 4), qui ci hmìteremo a citare il aopraailv. atduneh-«l Q. 4, 3, allo-
eng. ttaunij-tl, sottoaaaa. e bregagL sfaunc-al (cfr. pag. 120, Munt), Btaa<»-
L* aggiunzione risulta antica nel numerale, e datt'aversì la medesima in Bife-
;vGoo»^lc
§ I. Qrìginiì; C. Engadina (Bassa): Vocali tooiclia. 231
pél" 26, 8; 34,7, np.: peér (allato a peggiilr].- Qui parrebbe apettare
anche sdideS sédecim sa. (Fdohs 1. e. p. 335 id-, ma Car.: teideach per
ambo i dial. eng., leas. 183, cfr. gr. 44) ^
21*. dtck~\Aeidi-t pref. H (nf. : dìfobeidi*), ufituli-s 2, 7, fem.
vìbàdgia 40,3; cfr. il seguente numero.
22. feil 19,4, peidra 40,2, fthra np.; ecc.;- reidicher praf. 13,
l'aJIetgrra 4, 3 (e seoond., nani. 3 soprasilv. ecc.);- ^30,2, pi. ^eu
peM<36, 6; 7,2. ^
23 (cfr. Dum. 28). dèteh 3,2 (bs.: déS), intèr 35,5, intéir Inf. 9;
hir NP.- Resto dabbio se qui, o non piuttosto al n. 28, si debba ac-
cogliere: miert merito 23, 4; 32,2, Inf. 155 {allato a meni 8, mo-
ritt 167).- E ancora à da considerare Ve di txètxa ecc., n. 135.
24. Caupbll e 1' Inf. hanno indifferentemente Dei» e al ratto e
all'oblìfiao; ma l'obliquo dieu, che à l' esclusi va forma dell'odierna fa-
Tèlla^, s'ìntrodace, quasi furtivamente, anche in quelle antiche scrìt-
tnre: nuom da Dieu Gauf. Intraguid. Mm 4; eummandamaint da Dieu
Ikf. 235. 241. 255, himdramaint da Dieu 243, temma da Dieu 271,
allato a nuom da Dei» Caup. ih., cummandamaints da Dei» Ihf. 155,
lemma da Dei» 239. Gli è che fra il popolo Tivsvauo in corretto uso
ambo le forme, e che gli scrittori, con iapirasione non felice, inten-
devano che meglio si addicesse al linguaggio letterario, e massima
ecclesiastico, l' unico tipo del nome divino. Quanto al ragguaglio fo-
netico dei» ■> deus, che dichiararamo per de[v]t secondo il num. 22, si
confrontino i possessivi attributivi: mei» cow 4, 1, meispisvet (=»n3s
jKEvel ant. alto-engad.) vv., teis Dei» Inf. 4; e all'incontro per dieu
°deo-8Ì vorranno confrontare i possessivi predicativi o assoluti (HI 2):
ai» mèu 50, 5, ilg »èu 49, 6, i^ »ieu Inf. 91. La fase dell'eu è comune
a Campali e all' odierna favella nel riflesso di 'ego' (cfr. il n. 237-8
alto-engad.): eug 11, 1, ecc., «u^nf. e noh-, eu ss.; ma I'Inp. ha il
trittongo dell'ortografia alto-angadina : eau eaug (entrambi dinanzi
a vocale e a consonante) ^, la qual figura ci occorrerà abondante pure
in Campell al num. 31, e per l'attuale egli ci d&: JiJideau-s 24,5, pha-
nseaxn 36, 5; Jùdeaua Inf. 148.
ma, e dallo sfnggire al Campali, tra 'ottaw' e 'deschaw': nouav>el (notooto
detl'Inf., come gi& vedemmo). Convivevano 1 due tipi, e gli scrittori preferi-
vuo il men volgare. In qualche altro aggettivo che accenna a anccessìone o
tripartizione, il tipo volgare dell'ordinale promOBSO alla sua volta o man-
taine l'-aceJ (III, 4): partnavtel che ha porte, partecipe, 37, 17, Inf. 182,
*«-toweI erede 2, 6.
* Di du deve (37, 1) ecc., v. 1113. — Pref. p. 9: fidel.
* BS.: dtdw, V. II, 3.
' Cfr. jdu VM., mi qual tipo si fonda Io jS di Susch, cfr. n. 68.
;vGoo»^lc
J
SSS Ascoli, Stggì ladini, 1.
S5. PasBammo il riflesso di 'pede-' al n. 22.
27 R. preidgia 19,1, mtidgia 41,3, agli predica, medica, circa i
quali si potrebbe disputare se piuttosto non ispettino al n. 22 (cfr. la
prtàgia, il meidi, non.);- eiater hf., eittra-s pref. 8, reisten K,14,
fHata ib., tampeista 18,5.6;- terra terrea pref. 8, 12; 8, 3, ecc., Ikf.:
tearraAi;- seom'intuom serrano ÌDtoniol7,3, nearm22,2, fearmìb.,
fearma imperat, 17, 2, tearms 20, 3, teano'a mai mi serra 18, IS,
peartx perso 6,1, tscìieart raspetts Inf. 167, atceart awearts, ateeorlas
{awerta 22,4) 19,5; 24,6.7, cuvieart 10,1, uffeartas 4,3, teartx, pear-
chia pertica 26,2. Entrando Dell'ultima serie (eor+cons., cbe in fondo
-6 quanto dire er-f cons.] taluni esemplari nei quali lo atesso alto-engs-
dino ci mostraya il dittongo organico (ie), potrebbe nascere aospelto
che questo fosse venuto a confonderei nella scrittura con Vea che è
la caratteristica della serie cui si allude; ma le moderne ortografie {e
pronuncie): verm avert acuvert ecc. escludono il dubbio. Né, dall'altro
canto. T'ha motÌTO di credere che avnert, 31, 19, sia una licenza poe-
tica (cfr. n. 43); ma ai dovrà all'incontro ritenere che la forma dit-
tongata coesistesse all'altra, come spesso avviene, e fosse ormai ra-
ramente adoperata. Dove ancora gioverà notare ierr [tsaitìtMa ierr 2,
6, nella rima) allato ad èarr (32, 8; pi. èarri 19, 5) fallo, arrameoto.
Cfr. il n. 28, e il 172.
27p.(^n<2a 37,16; tend 28,2, itettife)* 40,11; imprender appren-
dere pr. 8; penna som. 25 (cfr. Steng. 38).
28. hiwiem 1, 2; flerr 5, 2; uteri 33, 2; tschienoi-i 18, 15; àa-
aiirt29,4 (pi. dcuearts ib. 5), nf.: deaeri, cfr. n. 37a;- hierta 16,2
(ofr. miert al num. 23); chiativtierffiaa , miniergiaa, 14, 4;- con l'^*-);
di Biveroni (cfr. n. 23 ecc.): tnèts yni. 13, prudèntacha-i ecc. Si ag-
giunge bèach IO, 1, cfr. p. 172 n. e il sopraaaas.
28*. udtwjren pref. 9; téngtch tieni 45, 7, tènnga 7,6, partinfftn36,
3; egeria, 14; tneifrfn«^er 26, 11; 29,1; ué^29,2; [main prèdxhed
meno pregiato 22,2].
31. Nella fase campetliana, -BLLO dà -èìff (■= -ilg di Biveroni) ed
-EL[L]0 + s dà -eaus (Vis etu e ms; cfp. n. 10): chiaatilg 18, 1; 27,5:
->(e^31, 4, cHasteaual,Q; utschèlgSl,^, -e(g 11,1, ulacheaua 50,5;
uaachèlg{uaschella 2,6) 31,13, mantèlg2!1,Ò; icdeaiis 29,3, angeataSC',
5 *. 'Bello' in funzione aggettiva rimane pur qui beli pref. 9; 26,4
(ma il plurale sta nella regola: beata 18,15; 35,9); e all'incontro sei-
■ Esca dalla regola il sing. angeli agnello (pasquale) cani. 492. Ma i'-ellaii
aormale quando bì tratti di -ELLE -ELB: peli noh-, pell-a pref. 8; fid^3\,
19 ((Um22,6), Int. 157, infidelU ratotlU 16, i. Cfr. il num. Ili deU'allo-an-
sad., io n.
;vGoo»^lc
§ I. Ongioni; C. Engaaina (Basu): Vocali toniche. 233
l'avverbiale 6 bèlg8,2; 10.1; 28,3;31,5 (ib. 21: bilg); 34,1; 41,5.
G anticipando SuU'e secondaria {e da i), aggiuageremo: chiatoè^ 27,
5, chiaweaua 2, 3; eli pran. [i^ art.], eaus pi. del pron. 2, 6 eoe. *,
qutll ijueata. La Inp. già si acosta da queste condizioni ed oscilla:
a»!fié 185; soffié suggello 187 (v. g., pag. 173a), pi. sageaus 172, m-
giets 82; curteaut 177; eaut, ad eaus, 239, eia ib., ^ueaus, quels;
cfr. Ili 2. E il MP.: ané, tiadé; nagé; chiaveu (cosi tutte le volte che
il vocabolo occorre); pi. vadeta, tagetts, chiaveua (nom.: chiavSs);- et
eh, quel quels.
32. taiss teso 7,5; 9,8, Hai» 19, 1; dafaiss 37,9; palai$ 42,8. —
32n. ((aint io stento 40, 11, ecc.;- tèmpZl,2; 37,1, sWston sì vesta-
no 35,14.- Bs.: ei est.
I. 33. seruyr, fyn, ttyn, scryver, s'fyd bÌ fida 2, 8, udydt udito 6, 2;
fattina v. p. 220 n. , priguels 40, 1 ; - tra due labiali : fùbla Gar. (a>a
la NOI!.: fibta), cfr. priieàd 'privato', nel senso di 'funiliare', 'confi-
denziale', 'caro' 21,2, prùvadaurua faiftiliariUk ecc. Car. nacbtr. (frc.
pTwaaté);~ mèra 39,5 (mirai ecco; e altrove 'la taira'), mira nf.;
ittem stem (hp. : stimm) io stimo 18, 22; 48, 1, stemma 3. pers. 19, 4,
1H7.155.
40. t'pailan si pelino £,3 (cfr. p. 197-8 in n.), uaUch videa 37,1;-
itrdavi[a}\l,3, vbtaigia ItiP.85';~ fai 40,10.
42 (cfr. 31 e 44). mess messi (inviati) I»f, 50, sagiettaa 7,6;- fiar-
maHil7,2, neardl,2, Hcft«arc*iocercol0,17; cfr.ii.43;-erp>cAecc.
r. p. 223, n. 2.
43. A tpierl si aggiunge pardiert 31,19 (in rima con awiert) pre-
parato, allato ipardeart 7,6, pardeartas 24,1, ofr. n. 27« e il sopra-
«aas. a p. 128 '.
' «chi uoilgasch far età twrpiar, (cosi) voglia tn toli ver^gnare, 31, 17.
' A qneatì dae eaemp] di ai da i di accento ladino, se ne aggiungerà un
tano in quaitan pensano 2T,2 = quitan (quittan) BOprsÌT. p. %.
' È il particìpia di parderseher {pard«artcha ^3) *per-dirigere, il qnal
participio ai ba solitario por nel sopra«ihauo, come aggettivo e col significato
di 'abile' (pronto) 'savio', e ivi pure in amendne le figure fonetiche: jiardert
Csr., pardwt (anche sopraaaa*. ecc. ) jpardfert ds. 267.264. Questo di dt «ri per-
-diert è quindi anche un nuovo esempio aoprasilvano per ie da e secondaria
io posiz. Si confonde esteriormente il dittongo sopraallvano con quello dei par-
ticipi analoghi con à fiwdamentale (pitrt ecc., pag. 94 in o.), coincidendo in
quell'idioma il dittongo del n. 28 (ie=E) con quelb del n. 56 (ie=0); ma
nell'Eugadina rimane chiara la diversa ragione che é tra il pea-diert di Cam-
peli e t-pùert sporto, ecc.- Corioaa la forma dell' Inf.; pri^pardtart pre-
pwato !67 {prmpardearta 47), ìd coi vengono a confluire pr^xa-ar e par-
àtrìcher.
jyGoo'^lc
I
23t Ascoli, Saggi ladioi, I.
44. Qui i riflessi di INO' INO' rimangono di spettanza dal n. 4S:
toendtcherlur.ìutr.jCunwmdsckerih.QB, stentcher32,4. E perqaanto
io posso riconoacare, l'i è costante nelle forme participiali di 'it-
dere': uy» pto.37, 18, uy» sost 38,5; 41,4; 44,3, vii ptc. pi. hf., tia
uiifa 13,1; 44,2. Bai resto: aimpla "impìet, imple, 147*,2, catiz.%4;
quaùt (bs.: quitl, e raram. quatti), luiaifigia-t 36, 1; ecc.
44*. gràtida tnUrawailga 8, 2, ch'tfi ualgeich che tu vegli 35, 12-, ecc.
0. 46. lavmr launutrMOcc.*;- tmuon pi. 46,3; manchiùt p1.Inf.I0,
IM puro manchiÙBtaa 2S7;- nwotnS,!; 37,12; 44,3 (nwn41,4; Bi.:
ftf/m), pùm Inf. 62;- duus Camp. canz. p. 495; Inf. : dùss ffuiiaa IST.
Si aggiunge -uo da -wò che riesca finale (ofr. n. 61 e 50): j7i'uo9,lI;
29,5 (Nr.:^'o],KiM> noi 14,2 (allato a da nutM 4,3, cfr. Ili 2), vtuo2,
4; Inf.: nv vi (bs. : no). — 47. tettmungia testimonianxa 30, 1; ru-
suir 52, 2.
49. 'Quo[modo]' assume pur le funzioni di 'quam* [cfr. il ted. 'ols']:
choa come 26, 3, auter choa p»f. 7-8, plfì koa 32, 1; ichkoa pref. 7.
50. sou^ sogliono 26,3, uoul 36, 2intouuer 9,11, tu domeraMChVÌ,
4; ecc. — L'onci che riesca Anale, dàoa (cfr. n. 4 e 49, e pareli 46):
jioa29,3; dawoa inawoa cfr. il nnm. 126' degli altri spogli {trF.:pò,
davo). VM.B.:/'ora>i/'oura delle altre vacietA, foro, buco; ora fnora.
61. Auoml0,7, ituommi 3Ì, 10 {soìs.: hom. Homi)-,- fiwnecc.
52-3. Meda [50,7; allato a s'uùfa 18,4 >) ecc.;- ^«scA, jn(EcA2,S;
ngff9,6, pLrouji's20, 1.2; lcech29,4, pi. Ioucft<2d, 7.- Og^: /TIfó.
64. uoaluer pr. 8, poca» posso ih. 7, noasi nostro ib., oatsa6,l
(coU.; forma sg.: 6u nou-, ouvr.), i^oot^fflts ogglmai 13, 1, m'apoa-
taa io mi appoggi 26, 5, prapoait 27, 2, boatchkia 29, 5, noatt 1, 1,
coatto 2, 6, la coama (sing.; ss.: com, e così corp) 10, 15, d4>ar-
match 7, 3, faarsa pr. 12, poardscVa mai porgi a me 17, 2, «ocoar-
dacher 19, 6, moarda 25, 3, s'algoarda si ricorda 20, 1, mitanxacr-
<^'a25,3, moart (morte morto) 9, 7; 0,1, mikiWa 27, 13, poorte (verbo
8Sost.)pr. 12; 24, 6, soart pr. 10, cuffoartQ,!, fbaHxa 10,9, m'Koar-
chìa egli mi scortichi 7,1, oarb 10,17; — oarma. Nell'ortogr. epron.
mod.: coiva, sort, ecc.; cfr. n. 27a.
56. tùcert (sost. a partic.) 10, 1; li, 3, ecc. , 49, 2, spùcerl 49, 2; mom. :
h^rt, pùUrg ■pano;- adceis addossoI7,4, ^ne»42,6;-}KEtoeI, pLjtwr-
ioeb47,I (nella rima), poireltpouuielt 2,6; 46,6;- dallga {9,7) octi.
57. V. 111.
' I riSeaù di 'devoto' attestano che la voce non sia paesana: dautri pre£. 9.
dMMutamaingk ib. 11, dauovtsSO, 1.
' our d'buocea fcech artai»t l'vida, che intendo 'fuor della boce» ri vers»
(vuota) fnoco ardente',; cfr. alto-eng. t-^Sder, vuotare, versare, PaU. coqj- S3.
e T. a. pag. 133.
;vGoo»^lc
§ I. Qrigioni; C, Eng&dina (Bawa): Vocali ftUme. S35
58. rojpMonder (27,7) ecc.; cun^Kher Inf. IO;- muunt2,4,pl(sd
d'Suott Puunt Auta il linguaggio basso-engaUino (7. pag. 161) pr. S.-
Iwigua 38, 1.
U. 59. 40. inffi&n 10,6. 13, ififfùtma 19|4; cummUnna Inf. 8; Iffùm
pr. 13; mail malo 33, 9; p&fa ogii paté 38, 3, itoddd la creU'aii
spenta è la fede 12,1 (cfr. per questi due esempi, il n. 63 dai preoed.
spogli); schk6dt scudo 5, i; giùtela giubila 41,8;- wlgùd -4ic£a vo-
lato -a pref. 8. 13, ^igOda ib. 7, UchamUdt 'cernuto scelto 4,2, ane-
gu&dt pr. 9; eco. L'i all' oberlandeas è in imwitxa Inf. 186.
61. fui fìM fai fuit (III, 3), utruo ('altrùM) 16, 1; 39, Il {vtrù
Inp. 6); cfr. -u-o al n. 46.
63. patta {^pichia soprslv.) colonna, propriam. 'pancia*, 18,8;-
KU{Utar2S,l;~ lùtta Inf. 104;- ttoa(xa36,5, noatóos 45, 13, no-
dai 19,3 (Gar. noaxta; no», noxa; nf. nosas);- nwxrtat 44,5.7 (np.:
Ruornu). Del riflesso di 'nulla', t. pag. 185 n.
64-5. fin fiouiD chi puinga 44, 3, meist inatnychi.., cun mai eir
taimper puinffon 4Ì,6;- plvom 33,1; 39, 9 (bs.: plomm); puotj 37, 6
(cfr. Car. s. puox soprslv.), aùit Inf. 9; sa.: suàt, muónd, ecc., cfr.
bocca il. 162.
BB-poappa 17,3;- tnfficergia -ai 8Ò8t.2,l;27,ll;38,l; ingiiergia$
mi., mffUerffiar, Inf. 160. 92; fùcergia 2, 3; 38, 1, $'mftuergia 2, 1 '.
AE.AU.- 67(ofr.23.22). i»cAè/2,3; 19,1; WA pr. 10, tódSO.e.
68. aur pr. 8, aura 18, 5, chiaiatat 37, 3, paaii 4, S; pauk 8, 3
(cfr. num. 167'), lavd pr. 8, ra«6a pr. 81 awdwcA 4, 1 {Inf. 85: oda
aadit, nel significato di 'spetta', cfr. il ted. 'go-b6ren'), giaud 18, 10,
(favd 26, 1. - pùwra 8,2, pcnaoera 1, 3. Circa ditca eco. (p. 193) t. il
num. 237-8 alto-eng. Qui è notevole la riduzione au a, per la quale
abbiamo raba Inf. intr. 2 e S^, pac ss., e sulla quale si fonda 1' é
(fe) = du che occorre nel dialetto di Susch (cfr. n. 1-3 e 34 in n.): fin
fa un poco, paci pochi, BUhl.; nes = nduS (T, 3) cattivo. La ridu-
liona BÌ fa caratteristica in Val Monastero (v. l'App.).
68', la tnoer sedichda la maggior 8iccit& 32,4; ceer aere Inf.[47,
*• 8. pag. 137; gwstan guaitauo (guatano) 3, 2, aguoets 35, 4. Allato a
nxE 37, 2 ecc. e hoatxmm (n. 54), oocorron nella rima oatstna e laim-
^'^0^,2.8, quasi un'eco della fase anteriore.
Vocali àtone.
La vocale &tona che precede a n finale, va frequentemente elisa nel
veno campelliano, quando la voce susseguente incominci per vocale
' Qui d nppiocherebbero le forme lUitrgia Inxnria, ingiergia, addotte
^ RofiNATSCHA (Progr. d. gj/mn, in Mtran, 1853, p. 11) mua ittdicasione
delti proTenienuu
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S3B Ascoli, Sag^ ladini, I. i
o di una vocale consista. È di solito il caso della terza persona pi.: |
leiwn'incuaira si levan control?, 3, paissn'a pensano a, ib-, muotn
ils fatti i fatti mostrano 14, 1, vèngn'imemrml 40. 13, moum'ingwd 40,
3, tschearchn'è cercano e, 40, 14; eco. Nella priraa pi. di 'eSse', stante
il particolar suo tipo: ischn'mgual 44, 8, la qual sincope avvia al-
l'^«cA'ruo (" èschea + nuo; cfr. ^schn me Inf. 154) siam noi, ib. Nel
nome: Ig wordn'incuntra21,2; e con -{ finale: jjonDraSO, 3, nel qnale
esempio ai Inesca veramente all'ettlissi di una vocale epentetica (vedi
pag. 49 n.).
Ancora noteremo, sulle generali, come la vocale dittongata li ri-
manga facilmente pur fuori dì accento; dtch^arfn-dr oriiare35, 7,
fniaericoargidtoel 41,3; muoitàs» (n. 58 alto-eng.) IO, 10; nùattsadvùrt
nnptiatores 46, 13; Uidetsa 16, 4.
E. 75. dacUra I«f. 188, ofr. n. 3; randfid renduto 7, 1, aplandw 12,3,
foitma a. 33, ecc. 73. In mimcergia (6, 1: mim^tsergia, coir.: mi'
mcerffia, cfr. n. 56 e 64-^) riconosceremo l' aBBimilasione regressivi
(•mimOei^).- sa.: i et, VM. b.: i id {cfr. n. 196-7). — 77. Così ricono-
sceremo queir assimilazione in rumàngair 37, 5; e la progressiva in
pttchiad il peccato, 10,5; 19,5; 25,3 (Inf. puchia, cfr. n. 196-7; per
ragione di metro: pchiadt all'alto-engadinese, 51,1), ohe ai distingua
per tal modo da pachiad ptcp. 27, 8 [pachiad packia Inf. 63-3), cfr.
inf. pachiar ìvr. lB,pachidder 25,4. 73. ubdid ptcp. 34,9.
I- 79. inamychs, ecc. — 81. sckàangad sdegnato (sprexzato) 31,13,
tpandrar (cfr. n. 147 soprslv.) 14,6;ece. — 82. utfecunt-s 8, 1 (nf.: ijfaunf).
U. 90 (v. il sopraiv.]. inqualckiaussa pr. 13, inqualchùn 10,7; cfr.
itiffiOn ecc. n. 59, ingotta (v. n. 64 soprslv.) nf. L. 5, 5. - ramw 39, fi-
AC. 94. autUichem lyli' tckkhfdada scald&ti 21, 3; utar^,5;eee.
GonUnue.
H. 95. [tragian 12, 2].
J. 96. la giagiùnna Inf. ^^8, nf.: ta jejùnai-t ecc. E così oggi si
ricade alj lat.injeK(ar Car. (soprslv. ^'onfarib., maGabr.:jen(ar23,
4; alto-eng. un giantèrli. 14, 12} jentare, jutieM Car.,ju/'NOU., ecc.,
ma Camp. : giuwen 37, 14 giuff 2, 2; cfr. n. 165 e 181-2.
97. etìgsailg 13,3, lal^r 14,6; 29,3, sallgànd^,!; cfr. p.I6en.;
twnlgaunt 33,10, lumlgènticka 30,1, ma tumgiaimt Inf. 94, cfr. n. 16
in nota, e analogamente: ad-ampgiad ampliato, canz. pag. 476, lu'-
-ampchiada~s Inf. 12.
99. 100. Iimargias2&,5, cfr. n. 223 alto-eng.;- mr-lewgiarA],
2; superwgia 36,6, e in rima con asso: dscheanogia acerba, quasi:
gervi + a, ofr. nnm. 169-70 soprasass. e 215aIto-«ngad., malgrado lo
dschearw di 39,3: p&rplii dschearw «gywa la dulur.
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§ 1. Grigiooi; C Bogadina (Baioa): Contiaua. S37
105. imtilgdgia 35, 1 (37, l : inuildgia - invilffia kf.) , itmj/Ug'eaut
kavtt invidia essi hanno 18,19; ttùdgiamamck studia[ta}inenta2, 8;
ììduadgiat 29, 5; — loadseiica 18, 7; ttètxa num. 135, oatsmce oggi-
mai ^, 8.
107. scoarchia 7, 1; chiorm Y. d. M. Car. nachtr. {dar, tour a chiernt,
(rendere, concedere a uso un animale, Terso l'obbligo di nutrirlo), ohe
dev'essere •=tierm a. 28 alto-eng.;- totj7ia*17,3;- sabffèntsclia wia.
(bs. : cunosénsa) ;- panlèntxgia penitenza, xantèntigia, 1, 3 ; - prèdschad
nam. 28*.
109. »-twrpffiad-s 40, 13, allato a turpiar ib. 12. Cfr. n. 97.
HO. Ungur (=> Eigur) d[i]s[o]aore 10, 5.
L.111. Qui imprima aggiungiamo alle serie dei nam. IO, 94 e 31
(ALT, EL[L]S, ecc.), per I assorbito da u anorganico, esempj delle
foriDole ILT OLT OLS: fUuter feltro mou. 24; uout volto ptc. 22,7;
30, 1, Htt uoutas 12, 5 ; chiagnout eoe. kf. A questi sucoedouo , per u
<^janico, primario o secondario: utU tuUus 22, 7 eoe (wwtdt 43,3),
putruwt poltroni (abjetti) 26,10; 50,8; 39, 1 sg.; tudada coli-, sol-
dati, 26, 9. Tra l'una categoria e l'altra si direbbero stare i riflessi di
'tol're' (tollero); dove per l'infinito porremo OLR (ofr, tolrs prov. «
utfrc.) 'oulrrfotM' pr. 12; 7,5, eoo., a analogamente OLT nell'im-
p«rat. toudt oanz. p. 492; ma pel participio, all'incontro, parremmo
coadotti a ULT (da qU; ofr. prov. tolt tout} : tuudt li, 2, eoo., ot-
tudt-t*, e quindi suemmo alle precise condizioni del continuatore di
'full (IL fglto), fitto, ficcato, che alla sua volta à altro esempio legit-
timo per la formola ULT: Jn quella fùura fuudt-s cacciaU in quel
buco 9, 8; D'ia mauta nun pudeiwa Hi, Laint ngywa pOr più fuvt,
dalla mota io non poteva surgere, ma Ift entro io era (veaiva) viapib
Iccato, 40, 2 '. Yii. b.: as (° a-ts) ai, dot dù, por M {&a; elr-t)
per quelli; p.: tott tol[li]te; cfr. n. 68.
llS-9. lulai 19,3. 4 (nt. id. ; moh. ras de solai 80); parailg {Voul
•wtai etir'a parailg 10,3); urailgasò,ì;- uèlg2S,2.
' Spettttrfa qui Bicuramente pur questo participio, ma non Mprsi dare il ano
pneÌK significato: Lt' pagiattna queaus luun attmtdtt[e], Gtm grinda tuorp
^bnjiur, 9,8;- EU fu'haa da tuott bieeng» fry dafait. In Uquatu two
"<^'aliiuti[e}, 46,1. Si aggiunge: diehtuudt, quasi <dis-tolto', che dsTs dire
'fiaccato' <abbattuto',34,3;42,9;43,l.
Qneito participio, nel quale ù guadagna il correlatiTO del nostro 'folto',
nw mi occorre in fonti modeiue; ma l'influito ti contiene intatto aell'alto-
»;■ t-fuUcher aint cacciarsi dentro (t. b., p. 198 n. 1, e p. 38 u. 2) Car., al
qnala lo gtetso Tocab. pone accanto un bauò-eugad. a* tfuschinar »e~ful-
=m-ir (Ul, 4).
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338 Ascoli, Sftggi ladini. I.
llSin. Nel riflesso d' <iat[el]ligere', Cahpbll e il mp. non parte-
cipano del fenomeno di ti ìa et : l'intlègien pr. 9, intlègia imprt. 5, 1;
39,10, Ig intlètt pr. 9, partic. ib. 13. Ma I'Ihf.: ineUtt sosL (dedica),
pto. 143, indetta ib.; e ancora ci dà: brunclan brontolano 239 (an-
cbe y. d, M.: brvnclar, brunqvel brontolio Car.; t. a., p. 139 Vb,e
cfr. bruntlar soprasaBB. db. 246).
B.124. itar-talgaint 'atXA-ÌASÌÌBaW 52,2-,' turpiar Sl,l, cfr. n. 109.
— 126* Cfr. n. 50.
'V.129n. froda {frcedal): La tia uiitmainta froda bain , i tuoi t»-
sUti mandano buon odore , 45, 9. No ho trorato altro esempio enga-
dine, antico o moderno, per questo verbo; e la forma che abbiamo
dinanzi non sì concilia nella vocale con la soprasilrana.- DifBctle i
pure il riflesso basso-engadino di 'medull-* : mitegmlg {= mizgulj; non.:
mizgìiotff) 6,1; poiché zg=dffiìoa si conforterebbe, per quanto iopos»
vedere, se non dell'analogia un po' rimota: rffnzta bregagl., 'rondDB,
T, n. 145 lerentìneBe. O penseremo a mi-j-idl {v. p. 61 n. e 111) miffuU
mixu[ó]ll ecc. (t. p. 205, n. 2, e p. 223 n. 3)?
130. guinchyr 26, 12; ecc. Singolare è il d- di dguaut, fona, po-
tere (v. a., p. 93, n.) 2, 3; 9, 11, ecc., Inf. 112; la cui funzione doven
essere d'indicar piti robusto questo ^- ■= G'W, che non fosse quello
del solito jrD-'>'W. Ignoro se oggi si mantenga una qualche dbtin-
zione tra i due diversi casi (dallo guaut o <vald' e 'gowalt' di Cir.
0. 'niault', parrebbe cbe no); maaIlo^f-=W, che sempre è dalla scrii-
tara, non corrisponderebbe nella pronuncia attuale che un semplice ■>
(bs.): «dud bosco, uéra, uisa, uari'r. Cfr. l'Append.
131. nouto pref. 9, boutDs22,4.
S>134. ichantod collocato 8,3, Inf. 196 id.*, tchkuss^ad (cioè:>cii-
Sijàd) s-consigliato , pref. 12; ecc. Notevole à cbe lo -s di seconda
persona (n, 137) passi di regola in S, e che l' alteraEione non avreoga
quando la vocale che precede allo s sia alla sua volta preceduta di
Soci àmmoichllfÀ, cttssalv}aschlS,12, baiieesch 27,13, stemìtchli,
17, tu nteUch metti 8, 1; ecc.;- ma: ìascJias, schkattchat, 18, ll.l->
l(Uch«> 37,20, cAtatscAoa 55, 13. — 135. txitza siede (cfr. n. 105)47,
4, ptcp. <xdttud37,18, nel quale esemplare può parere assimilata U
prima sillaba alia seconda*, e così in txaintza 6,1, ecc., Inf. jtdtniii
-tsa 68.95, senza;- tzearp oans. , jieartx num. 27 ot;- cfr. dijds di pi.
Inf. 154. — 137, Incontrammo particolari oasi di s dilegnato, ai d.46
e 50; e circa il plurale del verbo gijl dicemmo nell'alto-^ngadino, e
-ancora t. il n. 196-7.
IT. M. 145. numJrarnwmécr 40,5;- lat Umargias a. 99,— 148. (mw
■ Ma I'Int., che ha sétia (introdus,; np.: «»«), da aU'incontio all'ioMla:
tSér 112. 126.
;vGoo»^lc
g I. Qrìgioai; G. Bogadina (Biwu); EsplosiTs. 230
irai.— 149. i/fmdtcher infiogere d9, IO, allato a in^ndtchaduor» 35 ,
S;iffiem9,10;49,5, allato a ùt/1M> 18,3; ulfau¥Ut49,&.— l&O-ì.lei-
damaitiffkecc. 155. tramlaioa, tramlànd, 18,4, tramlaa 27,12. —
156. La rìcostrusioDe da noi tentata nel Boprasilvano, ha mirabile
conferma dalla fonaa basso-eDgadina alwan, che ora ei aggioDga dal-
riNP. 196'. — 157. ammandùt Iwf. 116.
Bsplosive.
C. 162. Pare strano a prima vista il persistere della guttaralo nei
due esemplari che ora seguoQo, e in altri consimili (a. 167*, 181-2-3,
184,68,13): bwxxa pr. 10. 11; 38, 7; 41,5, ecc.; tuocca 38,7; 39,8,
tuccad 33, 2 *. SenoQchà è da Tederò intorno ad essi il n. S37-8 alto-
eag. YM. Qui fanno specie: conva canape p. e Car. , e calcoffn, p.
166. tchkiargiad 32,\; paffiar pr. 8, mala pagia26,&\- 6i.: pa-
jàr, vat{ja , ecc.
167*. Caupbij. sembra oscillare nel riflesso mascolino di 'paaco-';
ma circa la conserrazione della gattarale, in ispocie nel feminile, va
Tedato ancora il nam. 237-8 alto-eng. e l' appendice. Abbiamo dun-
que: pauh 8,3, pcMck pr. 8; 10,5; 49,7, pauca pref. 11 (hf. : pauca
pamcat). Del restante: baunch9,2; arcA31,9; Uehearch io cerco 26,1;
alck aliquid 19,1, atch baiti alo{an] bene 37,2, inqualckffuitafr. 10; —
amyck (ss.: ami), dycft dico27, 13, di/j7 etf^ dico io pr. 8; — fcscftecc,
Jtam. 52-3;- laich Inf.283.- Cfr. p. 206, n.5.
167*. mirackuels 9,1; priffuels 33,10, ilg pt'iffl'cÓB ffràtidSl,2;
migUu 2, 6 ; — Ivgaad collocato 19, 2; 33, 3.
169-70. Ucham&dt nnm. 59-60, tscheart, tschaira lat. cera 22,6,
' ^piel tira Ucheart jtoun dvtaeh, xaintta ahoan itnproa cumùn quello ( il
pane pasquale) era certo pane dolce. Musa lievito, ma comune*
* Nò avremo S in m'IttocAetch 22,4; Utehad 21,4; poiché eh per ^ non 4
adoperato se non all'aacita, e se pure, per la ragion della doppia, qni fòsse
paru) a Campali di abbandonare il sno ikonnale ehia = 'ca, non avrebbe tra-
laMiato di far aeguira il A da nn t (c&. xhhiauda = ìiàttdti n. 10, ecc.); e
contro cA = E sta pura lo / di tttocketch, v. il n, 134. Tattavolta, va notata
qDBsta partieolarB wtografia cbe ritorna anche in maimcAa manca (lett. di
Oallìzio, premesBa ai salmi), tanto pili che pare certo che il nt. oscilli: tuc-
car a. 20, 17, 1 Cor. 7,1 (Car.: taaear), tttecaraill Cor. 6, 17; ecc.; ma: tuehar
twxhar, 14,36, L. 6. 19, ecc., tuccha tuoaeha, L. 7,39, 1 Qiov. 5,18; dove -eha-
-tcha~ dovrebbe rappresentare ia (o almeno un buobo che a Ed volgesse), come
in ckam a. 3,6, chaaa Q.2, 16, edifkhar Rom. 15,20, ecc. Per <bacca': t>ù~
ckua Inf., circa la quale ortografia andrebbe ripetute quello che testd di-
cemmo dallo -ck' di Campell; bocca nom. e nf.
;vGoo»^lc
2i0 Ascoli, Saggi Udiui, I.
ts(ftterww;ecc.;— interna avremo lamadU par lo schietto «^ cai pre-
cade conaoDaute: stoardscher s-borcere (cfr. n. 177 alto-eug.) in nma
con i'inacoardicìter accorgersi 19,5 (e fuor di rima: ttoardschen 2S,3);
uendtchen vincoDo, in rima con t'infendachen. s'infingono 18, 19; coi
8Ì aggiungerebbe dudtch [duUch Inp. 196) dolce 33, 2, allato al fum.
dutscha 19,4;- ma à /, precedendogli vocale, in taichair^&,A, e anche
toichan 38, 11; paasch ecc.; - e ttch di contro a ce ital. : evg fatticha,
eUfatscha,-pT.Ì2;lQ,3; la fatschaSÌ,20\ bratscka27,S.— sa.:ti»-
ger, taiàir, cóuzer cucire, nóuier, az acido; paS; fàèéa.
172. drmar drattar (v. pag. 87 n.) 50, 3. 9 ; - pack 25, 4. 5 ; i^
(quasi 'in-fltto') dÌ3trettnI8,3; 31,22 (cfr. m I^ bsang fÌchiadA\,\)\-
lètt il letto 6,1; intlèttecc. n. 120n. VM. r.: unch [un'c), l'unto,
untume, Hn'ùncha; cfr. ÌI n. 153 degli altri spogli. Quasi si direbbe
forma lom bordeggi ante.
176-7 (t. il num. 184 dell' alto-eng.). aujpua22,4, avguas\%,',
agua\,Z{augìia agua\se.\%2\ od. :aua); si'eufn^a segui I 37, 15, se-
gue Inp. 77 ecc. , iiegua 1,2; sieugua [ds\et^'eUZl,\%) — dneua alto-
eng., 25,3; 26,2; — awlga {Ig^-l], cfr. mf. aglio) aquila 103, a
179. V. n. 167*.
G. 181-2. dagia 26,8; plagiai (kp. pfajas)26,9; pagiaxMS cfr. n. 5;
fràja BB. ; la ligia (nf. Ha) 35, 5; chiastigiar 50 summ. (nf. : chastt-
ga acc); fadigia pr. 8. Circa lungua lunga t. il n. 162.
183. figiUra Inp. 105; — largk 18,8; 31,9 (ioz-^a-s 29, 5) ; Iw^ks
29, 3 (bs. colla gutt. : lung, v, il Dum. che precede); drt^iuns 44,7 (cfr.
pag. 145 n.); — rdch rottchs Inp. 250. 2^, cfr. le forme di Camp, al
sum. 52-3.
184. V. questo num., e il 237-S, nsll' alto-engadino. Cahp.: rou-
gua ed awuira pr. 7. Pure il nf.: róagua ruguàr. E qui si potrà an-
cora considerare: uiuur (= vigur soprslv.) vigore, pr. 9. 19.
18&.l^gua2^5; 45, 1.2; 50,7.
188-9. undschànd 26,10, da-lcendsch 22,4 (bs.: eu ven da dalSns;
ma: dalUng indn da molto tempo in qua), cfr. n, 169-70; ma: stm-
tcher32,4.- bs. zénder; stenger; lai rat, cfr. alto-eng. num. 19-21,
pL lais Inp. 273.
190. lèr pref. 8, léér Inf. 196, leggere, inllèr 10,10; cfr. n. 120>i
{lejer, Zernetz);- quaitan num. 40 in n.; fulia 'faliàn (soprslv. fuUn
Gar.) faligin- bs. — Singoiar caso pel dilegno di Gì, è vtama (Maria
Vearna) "vergna vergine, canz. p. 353, ecc.
192. rengnar 45,15 (cfr. rangnesscha Q, 5) ; painn Inp. 183; BS-:
lan;- chi fawan foartza sttxn 35, 6.
X- 190-7. mndadt uardad saltidt prof., salùd 50, 10. — Ancora fi
reggo la dentalo, all'uscita dulia suconda plurale dell'imperativo: lu-
;vGoo»^lc
§ 1. arigiooi; C. Eogadioa (Bam): Esplosiro. Sii
dad hundrad2Q,l, amod 31,23, fmaìf 22,7, mattaid4S,10, jfdt 4,2;
eall'usoita del puUoipio: clamad udj/(J22,8, tmfìd 33, 5; «co. E ab-
biamo eiiandio, come già ci acoadde di accennare ia nota al n. 137
aJto-eng., la dentale all' uscita nella seconda pL dell'indie: uiuo pu-
dait, hawcàl, canz. p. 427, éachet, deit, siete, dovete, 33, 1. Ifa la
dentale del paFticipio, che pur certamente rianonava ancora nella
pronanùa, come in {specie ò mostrato da ruuinàde r-frcuchktade (30,
4; 42, 1] e simili in fin di verso (v. la nota al n. 233' alto-eng.), tace
tuttavolta ben di spesso nella rima: ma^a medicato 30, 1, tngii 50, 4,
iuttngù 20,3, pudù 21,4, undschu 45,8, ctmttchù 31,5, come tace
costantemente nella forma attuale (n7. : dvantà bandunà, ttdX, ven-
dìt) <. Ugualmente si dilegua nella rima la uscita dentale [tod lat.)
nel nome; citaa 49,4; rat rete 27,2 (ratd25,5, raifsv.), parai 31,4,
tai sete {laid Iht. 93) 32,4; 42, 1; frai freddo 19,3; 30,5. Costante
è la perdita nel sg, gra prua (=• 'grato- e "grado-}: sapffia gra 39, 6;
da più graa Inf. 6, ma al pi.: in iùtt graads 4; att.praa 49,4 (nella
rima). La dentale di 'ant' e di 'et' risuona dinansi a vocale, ma taca
dinanzi a consonante {ud eir o ancora, pr. 7; ud imembel Ihf. 192;
u xuott ecc.).
B-20^ t&uor-3 Inf. 104. 105; mf. : tùjilr, nou.: lùdur.
207. uoa dsìtrottr 'va dÌ'Sopra-fuoFÌ', soverchia 4, 3; txngur di-
sonora 9,8, cfr. n. 110.
209. 'Deis ais mia part, my'hierta dieart' 16,2, che tradurrei:
'Dio è la mia parte, è quinci [di qna, da questa parte] la mia ere-
dità'; dawart ilg chiantar in ordine al cantare, pr. 12; — blear blears
blearas.- Inf. 221: ilg iiiditii dapluHt il giudizio di più (nomini).
216. Il -b intatto in alb, ss. e Car.
D. Appendicb.
Il lettore, stanco delle diverse e strane o malcerte ortografie
dei nostri fonti, non farà per avventura mal viso alla breve rac-
colta comparativa e sinottica che ora gli si offre, nella quale son
rappresentati, con trascrizione uniforme e sicura, sette varietà
della favella ladina dei Grlgioni. E una raccolta che ho potuto
fare io medesimo nella scuola cantonale di Coirà; e comunque
' Coal negli imperativi di piti d'naa sillaba, e nei nomi in -at: DW.sqvasti,
salódai; cittd vardà. Ma al pi. dei ptc. e del noma in -al: hf. traltads, bùt-
lads, gnOdi venuti; citads, Cfr. HI, 3. L' Imf. suol maotauere la dentale anche
al singol.; cfr. parò il nnm. 77.
.itchiTìo eiottol. imi, , 1. \6
;vGoo»^lc
34S Ascoli, Saggi ladini, I.
le diversa pronuncia non vi sieno riprodotte con tutta quella
esattezza fisiologica che pur ci vorrebbe, mi lusingo tuttavotta
ch'essa abbia a riuscire istruttiva a piìi di un rignardo. Obi In
appresso raccoglierà con miglior agio, troverà di scernere più
sicuramente, in qualche serie, fra 'ó e e, e in ispecie fra^eg,
e potrà introdurre qualche ulteriore distinzione in ordine alle
Tocali scempie ed all'accento. Ma certe sfumature pajono quagli
rifiutarsi alla riproduzione alfabetica, come sarebbe di quella
deir« soprasilvana in plazer ecc. (n. 19), nella quale si seoU
quasi in germe il dittongo éi.
Ripartii la maggior parte degli esempj sotto le rubriche a coi
erano chiamati dalla vocale tonica; ma sarà agevola di rintrac-
ciarvi, coir aiuto degli spogli che precedono, anche i rifiessi dì
qualsivoglia consonante. Nelle note mi accadde far uso talvolta
del Cudisch de leger per classas maseunas dellas scolas re-
formadas, Coirà 1851; e lo cito per cs.
vàia
Idia
pài
jwrtdu
cantdu
5-6 daméun
tiun
earìUéun
furiar
elamAr
àsttt
clamar
éariir
pài
dsen
purtó6&* pwrtó
cantò canti
%éa Zea
E Al ^isa
damdn iumàn
elamér
èia
véla
lèda
aridr
damdn
gran
A 11
ciam&r
àia
Idàa
pai
dstn
Zanli
damétn dtundn dutmJiM
criìtian erisltdn crasfdn* craìUim erittiàn eriltiàun
' Distinguerebbero in Sopruelva ed altrove, per diffareDie cbe possimo
qui trascurare, un rlfleaHO di christtanus che dica 'nomo' (umano) , eà u»''
che serba il proprio significato di 'cristiano'.
' In fase anteriore: cras'édn, cfr. d. 107 soprslv. , 8, 54 e 172 di qneit'»l>-
paad., e il 172 di Filie. (p. 147).
;vGoo»^lc
s
péti*
lar^ -ga
àutr
cakitC
piànta
cónta
damma cUmma
fard fard lard
iar'g -§a lar'g -ga lar§ -ji
tavàl "caodl ^iaoàlj
palma palma palma palma
vaca vàia vàia
ìaZ lai la*
calgf/r ealgf'r ialgf'r "cal^fr
Hlà "^d isd
to-JJ -ip» lar^ -^a lar^ -^
vdia
ott
Str
tuifdnt
piànta
■èànof
"cimbra
nt
Str
calcén
tmfd»t
5t
Str
'éal'luén '
ìtnfdnt
?anf
talgér Ìal§4r
"cod
timbra iómbra
plaiéer ' plaìicr
cméer aoéer
valéer uUéer
ZalióK
in/ìint infint w/fdwnt
piànta piànta pUnmta
"è&iUa Zdnta tàunta
f"»/]
"cambra UnAra Cambra
plaìdir
vatdir
' Cori, aecoDdo la oonuk adottata dal cb.: rswna-* 15, pltmtSO, «ce; e
tnslogamente nelle corriBpoiidenze che epetUuo al aam. 13: rane 3, mewn-
ea 14, senng tiu, ecc.
* V. a., p. 41 n. I, e p. 58 u. 3. Cosi mi dava il mio eaeioplare, Mnsa -r:
nvltné; a ne reaUvan privi anche i plorali: Xilgh mulinài. Si deTa fognare,
■econdo 11 ca., p. iv, il -r di iwr o, ^r molto, quando BUBaegiia conaonante;
e io fine di verao vi si legge (p. 7): ut jeu \ vogìio io andare.
' n basso-eog. ancora mi dava fditc falce, falcinola, la qnal base latina
ultraevaai ne'primi quattro distretti all'analogia di questo numero, perchè
BOQ mi si dava se non il contiunatore di 'falcnla': farcia, col primo I assai
F«r tampo dissimilato. Il Car. e il ss. hanno del resto faulich «oprslv., folce
(U segare.
' Il dial. di Bravugn ci darli anche altri uempj per l'importante fenomeno:
<^ seriore da à secondario o primario (v. i n. 66 e 54).
' Cfr. i B. 237-8 del aottosilv. e dell' engadin.
;vGoo»^lc
s
1 i
Ascoli, Saggi ladini, I.
: Il il
[tènir] Hnéer tneer t'ndir [tener]
per TMlere ofr o*cr ttecr udir
crer erer c«cr crwr erdir
lira lira tètra ligra liira
SI Uila tfla Uila tégta tiia' tdila
tréii tris trect traci trdit
acéitta ' ODdna aedSa aoéna aodina
eaddna caddna 'Modena ....;. iadditia
teréin taetìi tar^ saréà leriS tardn tardin
céirut céna céna éina édina
téif^ iff iicf lecf ilf tdif
plfffim pl»ef pt*:f P^*f
aléir ' aldid
tnéin» méi,dame me me m« mài mdi
tèi tèi U U U tài tdi
2 mil mèàl' mSt mSl m«lj*mnì
prir' préàr prSr prlr prtcr préir prfr
palpéMtri palparti
U§tr Ugtr Ugar liitr lèger
ì fèvra fiora fiora févara
Ultr ' Br Ijóir fjoer Ugora Uiwa
' Circa i riflessi Blto-eogadin. di questo nomerò a del 3S, é da Tederà la
Q. 1 a p. 169.
* TBua a avana; pel basso-eng. abbi atMUtta nel primo signif., a oDdna nel
secondo; ma da persone diverse, e le due varietà, legittime entrambi (vedi
pag. 167), devono essere comnni a entrambi ì valori.
* Ugnale dapertntto il riflesso di <sèbam' e quello di 'sepas', tranne nella
V. di Mùuster, per la quale mi ara dettato; Mi (*Blen) mvo, laif ai^M; e
potrebbe pinttosto parer legittimo rinveno (BÌan = saepes, v. a., p. 39). Uà
per <iébnin' ù tratterà di ito alla lombardesca, onde Hw ecc. (p. £1).
* Alla straneiza dtl -r-=*-d, d aggiunge la strana conservaaiona del dit-
tongo; e tari vocabolo importato. 1 tra primi circo&daij pacano r^olaniMnt*
all'analogia dal n. 36 (v. a., p. 21): itèù Soprslv., t/ia Sah. e Siura. {atehia m.);
cfr. p. 41 n.
* Ofr. la sei. aottosilr. e la n. 5 a p. 171.
* Sli^^oiare come entri correttamente nell'analogia dell' ^ fnor di posiaiane
qaesta voce che abba altre tre consonanti fra il r al" i: preib'fr, prete. Ma
i termini grigioni rimonteranno varamente a *pré[T]e[d]r.
' La serie dei riflessi di <lep[o]re-' non d sema qualche difficoltà, n ter*
mine eoprasilvano fu coiuiderato a ano luogo, e (^i angadìneai lono affiitto
uonnali. Da *Ui[o]r il dia), di Schonu viene a Sr (cfr. n. 19 e 21), la qnal
;vGoo»^lc
g 1. Qrigioni; D. App«iulice-
I I I I 4 II
pL léun lert Ijóira Ijoeri ligvrtu léùm*
tieni tinu ti'f tleoi tévi
t tfva tó).5a
diti diti dfs diti dei
jMt jOTt (a tf ia éu
Mm téra tèrra tiara téra
[éamSr] iért%tr iémer éimtr
tiàrp xtrrp terp »Srp Mtrp lerp ttrp
jérea érva irva érna èrba
perdr perdr ptrdr pérdbr ^ ferdr . . . . -
fidila féita fiita féUta ftita
ei'rm vé'rm twm vé*rm vtrm
t^i tert Uri tee* ttrz ters tert
uffièm unflm tmfl'm unft'rn »»i/Mrrt
tmeiirit unvtm anclTn anoi'm inoiém
ftr ^r ftr fiér fiér
aofVi aotrt davért dani'rt aoért
ten Una fina léna léna .....
vén vé'n ot'it vtii oeS
iUila itela itéila ttigla itela ilàila ildila
tiéiru ntdins nuca mtes mata màis mdit
mvrtr murfr mmrier mvréer murir
dHrmù- dvrmir durtn^cr dtirméer dormir
Binir nir vanir Sir nier necr nir
fil fil féil faci fU
ìtiUtna ealilXa ealiina calèéita ettHna . . . . .
rto Txf vtcf vecf vicf vtf eif
UiXwi viva véiva végva vigva etra viva
fréid frfd frect frtet frdd fràid frdi
dùrm^ duratili dumtia durml dormi
péit pfl pm peci pel pdil pàti
fmatt potrebbe normalmenta procedere, in una determiiuita parte di Snt-Sées
(cfr. i n. 98 e 33-5 di quel dittretto), a ^ir Ijéir Ijóìr. Ma qui abbiamo Ijàir
in Snr-Séea (efr. glioir cl. 21; e li, 3). La forma Ijóir potrebbe alla sua
lolt» easera rappresentata dal Ijocr di Bravugn (num. 238 Eottosilv.); ma se
quella non fbate, la pih ragionevole dichiarazione di qneato pai-rebba "iiéw
*liivr ecc. (cfr. pag. 160 n.). Altra TÌa ha tentato lo Schuchabdt per Ijàir,
11*. 43, ma T. il n. ?35 engadin.
>vGoo»^lc
Ascoli, Saggi ladini, I.
néif
séit
$eet
41-2 rry fi'J f'IJ
pi. f?ls fili ftls
42 cert vtrt veri
4S 44 nnr-vénir [vincer] vdtiér
tdin^er tdMt&r
Im
itréija vré^a
(intlr
fmthr
firn-
fiur
Un tdn
urélja
ówra
fmicr
fioer
51 [WwBS]
50_1 itnem
flO cor
lira
màtr
bSf
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- 60 M vwtvKóle
60 58*'/'
nUf
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ntef
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felt
wrt
fénger
urélja
igra
xmórr
faoier
fiucr
flucr
tua-
n
naif
9àit
fili
fUz
vénger
Unger
Uin ■
urdfja
facur
flvr
noct nuei nui
eoct rtw) eùf
Intn bwn bun
àirteni àmen» ómei%s
cor eoer eótw
màuer mógvr móuer
boef boàf bóuf
róda rógda róuda
ttoef noef nóvf
voi voci noi
ocfief 6f
ócft Ufi 6ft
ntà'ra mówra
nocf nkf nàuf
nótta nóua
eòi iòt
róia rBia rósa
iter s5r »3r
A« /5
Uà 15
ito ^5 éò
fàrbai forS fori
6^f orh
fiurfi'b
ràda
nóf
gÓjS
fori
' gallo; eatxiihtl eoprelv., galletto.
;vGoo»^ le
§ 1. QrigioDi; D. Appendici
«tdiérma iórma
nUTt ' mòrsa
FCrp 'èi'rp
pi. eorps Bf'rp»
citn com
pL coitu eórtta
f-.(pU«) M_
frl(ortt) ([è]r(
«iiewr aeUever
f'j.pl.éla, tlj ila .
Uìm long
t.Utmga* lunga
dir * dùr
[méur] ' f. .
Ijii \
0
éigin ^i§in
fan fem
fle» flom
ff^ avuto ^io
«^u vedalo ola
néumtào
a-éucTvdo crUf
noè
4 li
parta
dorma dà'rma
mort -la marta
eó'rp ei^rp
eó'rp»
fem
fium
già
nif
erUf
m^éria mora
eorp
adiever
ilj Ut
deer
frt
sten
adieoer
ìlj ÌU
Ijki
fem
flem
wii
[r>és]
nkt
adòver adóotr ad'Scer
Ivnff
olj Òljs
[Ijum]
jagvM
fùm
flum
long
[jtiT/]
pi. crUfs eritfs créis
' 'morso' scmt .
' B kjòcan {*hiécen)i cha >i aTviceDdtu» con cóéen, aecondo la poatara
«nlattiea.
' *J^TÌ*< JDvIa diea.
' E mi era SEiandio ripetnto; lingva, aacara per 'lunga'.
' dir 'duro' e 'fegato' (ofr, ehr. kabed fegato, cioè 'grava'), e aimilmsnta
'dm 'tenero' e 'polmone', cfr. p. 136. I due valori »on comuni anche al dùr
di Schoma; e l'esemplara di Bravugn mi dettava: curdtja digra, qnasi 'co-
nta dnra' per 'fegato', e ctoràlja làmma per 'polmone*. Il basso-eagadino mi
dava ìjiróm, di coi v. a p. Ui.
;vGoo»^lc
Alcoli, Skggl ladini, I.
I I il
n
67 AVA •
61 guf ^f ffoef htef guf
ervì erOS croci eroef erti/ ......
tur iwr iiir ìmct iur
A4-5 Sanilj Santìli lantiU Snulj ìnvilj ìamtilj
fàim fom farà fii'r» fuàm fuóm fuàm
/Mf Sa firta flirta fii'r?a fii'rEa
*tH-d «mi 3urd tà'rd sùTd
funr fon» fom futnx /Wnr fond fond
tàur iSr tor tor tSr Idur tSr
céutta iàsaa ?à»a ?issa ^óita Zdusa Sdsia
pduta fisa pota péta pésa pètsa pota
patte pfc pSc poc poc pac poc'
f.pdiMa paca paca póéa pàéa paca poma
duca ica Sca Ó'ca éta
93 gudér i/ndér galdéer §udier §vdèr gttddir jaUAir
106 ^^Ù * ^^é *'***^ ''^* '^^ '"^
114 ^I««' tpliia apUóa
130 vidre gttéra gìUra ghidra guéra
»ft-/* gwr6 gkerl ghi^ gvérs
156 femMt '
105 battila ba»él§a batilga basélga batélga
107 ut ttta id. id. id. ìd. id. id.
/WiS' /"«fS frtSZ fncfi frati frdiìi frdiit i
170 ai acido 'ai Si ii ai
làrit Urei làrai Idrai lari lari lari
172 «i {Ite) • liS Uè le* ha Ut UU
' jitt avn eoa. * b.: m» j» un po',
■ modius, moggio; c&. p. 29.
' Cfir. p. ^ n., a Dum. 102 atto-ang.
* Goal il cs.: «arda 19, vmXgettìia {cade, ai ritira) £S.
* E coal fénune» al pi.; tutti gli altri: femna -nas.
* Circa i rifleaaì della voce germaoica a cui risale par l'ìtal. 'ricco' (efr.
pag. 70), gioTa qui intanto aTrartire, cha malgrado l'ortografia col -eh atn-
taunta anche dal Cariaeh, il tarmine BOpraailvano ora Buona rih reh (<».?- »!
e Cud. d. calhol. teol. ntraL^ Coirà 1849, p. 131). Ma il soprao&asino banE,
(rttg CL. B2).
' Per C' che reati intemo, cfr. ai nom. 19-2t i rìfloni dì 'piacere' e 'tceto-'
e ancora: ettaàndr aoptBly., cuiittdr di Schoma, ecc.
> il latto.
>vGoo»^lc
8 1. GrìgKmi; D. Appendice.
li li il
cma ava iva uva dwi 1
iola ila'
tatatrir meurir 1
Z.'^a*qttira anquira
larg larg larg lafg ìarg lar^ Utrg 1
ìiénders ' Séndert ìéndtr» §tnders génders léndert iéndtra 1
tjar hip- bler bfjer bUr S
flólj plulj plutj plùet pluólj pluélj puélj. i
S S. Ziadino e Lombardo.
Abbracciammo nel paragrafo precedente, sotto il tìtolo di
'Grigioni', tatti i dialetti prettamente ladini di quel Cantone
elTetico; ma troppo difettoso riuscirebbe questo capitolo del no-
stro studio se non vi dessimo ancora opera a rintracciare l'ele-
mento ladino nei dialetti cisalpini dello stesso Cantone, i quali
si sogliono ascrivere alla gran famiglia de' vernacoli italiani, e
più specialmente alla sezione degl'idiomi lombardi. I territorj
grigioni nei quali si parlano le varietà a cui ora ai allude, sono,
a partir sempre da occidente: le Valli di Mesocco e Calanca,
che anche comprendiamo netl' unico nome di Val Mesolcina, al
sud del S. Bernardino; la Val Bregaglia all'ovest del Malog-
gia; e la Val Poschiavo al di qua del Bernina.
Nò di questo possiamo contentarci. Sin che si trattava d'idio-
mi prettamente ladini, la sezione occidentale della zona rima-
neva circoscritta entro ai confini del Canton de' Grigioni. Ma
lo stadio delle confluenze ladino-lombarde ci porterà a percor-
rere anche il Canton Ticino tutt'ìntiero, e a tentare eziandio
r estremità settentrionale del Piemonte, delimitata a mezzodì
' 'aquila', T. il n. 177 alto-esg.
' pi. di 'genero'.
;vGoo»^lc
1^0 Alcoli, Saggi ladini, I.
dalla Valle Anzasca e dal braccio estremo della Toce. Più a
levante, al nord del Bernina, ci condurrà ancora alla Valle di
Livigno, che è compresa ne' confinì politici della Lombardia, ma
veramente, a differenza di tutti gli altri territorj che son qai
considerati, ci rimette sul versante settentrionale delle Alpi,
siccome quella che alimenta lo Spol, un tributario dell'Ina.
E la ricerca dell'elemento ladino negli idiomi lombardi non
si vorrà fermare pure a questi confini. Alla quale indagine, che
suppone e riconosce l' imbattersi e il mescolarsi della favella
lombarda colla ladina, sviluppatesi imprima e maturatesi indi-
pendentemente e r una e 1' altra , viene inoltre a rannodarsi
inevitabilmente una investigazione diversa , che verte intorno
ai caratteri e ai fenomeni onde si costituisce una particolare
affinità fra queste due favelle, dipendente da omogeneità ori-
ginale dei loro fattori istorici, ed in ispecie mira a qualche va-
rietà glottologica, la quale rappresenti la transizione istorica
dall'una all'altra di esse.
Pure questa indagine sarà delibata nel presente paragrafo,
che andrà quindi suddiviso in due distinte ma troppo ineguali
sezioni: A. Delle varietà nelle quali confluiscono U
favella ladina e la lombarda; B. Delle varietà che si
possan riputare piuttosto intermedie che miste, e dei
caratteri di speciale affinità fra il gruppo ladino ed
il lombardo *.
' Id uà trattato generale, lo stadio di queste e dì altre particolari affiniti
Terrebbe naturalmente a precedere quello dell'intrecciarsi tira di loro di n-
rietfc spettanti a gruppi diverii. Uà qui intanto, prima di darei a rintracciare
l'eleuMoto ladino in Temaceli dell'Alta Italia occidentale, non parrà fune
inutile che formiamo un rapidissimo proapetto dei rifiesei che si hanno, per le
Tocali toniche latine, nelle aeiioni più cospicue dol territorio lombardo epi^
montese. Dobbiamo limitarci, quasi esclusÌTamente, a un solo dialetto per cia-
scuna delle due protincie, e saranao i dialetU delle capitali.
Milanese.
A. — <Ua; canfd cand, cantare cantato; cat^dljocc- 9. dané\ fgrré- IO. al-
ter, soli.
è. — voré (bei^. oli) volere;- Illa, candirà; v. §2, R.
è. — jer;- dei, téved.
i di poa. — ecrmen, Icrra, scU;- veni, denl, bvjénl;' 83. mei (berg. m.»'
mese, pet peso.
t. -~ eie vivere, vivo aggi, tin, mori iiioriri!.
;vGoo»^lc
§ 2. LtdiDO e Lombardo; Ewrdio. SSI
Questa parte dei nostri Saggi non è forse meno nnova o nien
difficile di alcun' altra, ma è certo più imperfetta di quasi tutte,
si perchè aacora è troppo scarsa la cognizione che si è potuta
avere delle varietà dialettali dei territorj in cui entriamo, e si
perchè i limiti, che ci sono imposti, non ci consentono di dare a
questa parte se non ano sviluppo assai modesto. Noi ci rasse-
gniamo, non senza qualche perplessità, a offrire quel poco che
ci è dato, quasi un semplice invito a fare di più. Non vorrem-
mo però che ci fosse attribuito a colpa se in più luoghi trala-
sceremo di notare come il fenomeno, o ladino o lombardo, al
quale ci fermiamo, si riproduca in altri più o men rimoti dia-
letti d'Italia*. Qui miriamo in ispecie alla continuiti dialettale
che si accompagna alla continuità geografica. Alle propaggini
0 alle coincidenze più lontane non neghiamo di certo la nostra
attenzione, ma non avremmo potuto qui abbracciarle.
i. — nto, negher (berg. nif. niffher), p*l, led.
il. — dol^ { bei^. dalUr) , rp* , pragn.
il— ho, san Buono;- mòr muore, nòv nuovo, nove, rrtód, rosa, roda, •
ddipot. — coli eolio; fon, ass; fort, mori; long; toiHherg.tólt), eoltaevolia;
noe notte;' Sé occhio, gendé, a my in molle, fnja foglia.
N. — dir, segu acnra, pedu.
K. — «jt, ergi.
» di pos. — fràta, ^ù$t;- pfleer, creata.
(tu. ~ or, pcc, god;- 98. volid osara.
[CT: sptcà aapettare, Uc il letta, ui tetto;- voti otto.]
ToRimsi.
li' — ola, atra strada; saÌDà ffffidd, salvato fondato, ma all'iofiD.: aahé feti-
de. 9, eaplé, calie. 10, dutr, tdut.
*'■— voUi, oDéi, téila, candéila;^ ierén, cadétta.
*- — jer;- des, m«l.
^fipos.-r«»T)iecc.; 82. m^M p^tt, mese poco.
'■ — peti, bine bere.
0. — à)(pr ecc.
^■— io, hon;~ noe nnovo e nove, oli «e.
i di poB. — col, mol; groi, os;post\ mori m., la ntort, ort; corp, ecc.;- f9-
ngi finocchio;- Ói occhio; f'ija; ot otto, nSit notte.
ICT: fàit, Idil; Ut il letto; Uta la scelta; iit ecc. a. (t io posiz.]
' Cosi, a eagioD d'esempio, Vti vallanissco, per e dinanzi a n complicato,
coincìde col fenomeno piacentino che è in conlc'nt, cp'nf vento, «f'nf niente,
i^np), ecc. L'avvertenza si estende anche alla parte propiiftmente loseicale,
ff la quale va del resto sempre veduto il quinto Capo.
;vGoo»^lc
2 Ascoli, Sa^ ladini, |.
Si a^Dogemmo in qDssto paragrafo le legueati abbreTianimi. Cb.
(sonito dalla rlspettÌTa segnatura} = CoUeiìoni dìalettoli^efae di Pux-
CXBCO CBKKUBnii, maiinscritte ed a stampa, euat«iti Dalla Biblioteca Am-
brodaua ' ;- Ch. toc. = Vocabolario milanese-ilatiano di Fbancssco Che-
BtiBiNi, Milano, 1B39-S6 (5.to1.);~ Mt.ioc. = Voeaiolario dei dialetti delta
città a dioeeii di Conto, con etempi e ritcMtri di lingve antiche e tnodeme,
di PoTHO MoitTi,UilaDo, 1845;- Ut. a.'p'p. = Saggio di vocabolario dell^
' Gallia eitalpina s celtico, e i^tgendìce al vocabolario dei dialetti ecc. di
Putbo Monti, Milano. 1856;- "Qiosa. = Saggio sui dialetti gallo-italici
di B. BroHDBLU, Milano, 18^. Di questi egregi tre antori. Monti é per
avventura il piti erudito. Cherubini il più accurato e copioso, Bioodelli
il più metodico. Se di pib saldi accorgimenti scientifici non fn dato loro
dì profittare, cid non dimintusce la riconoscenza obe ad essi & dovuta ;
e neasun" altra regione italiana può vantare nn tale complesso di simol-
tauei latori Agli stu^ dialettologie i erano i lombardi esortati da Cablo
Cattakbo, con l'autorità della sapiente parola e dell'esempio; e Oabkiele
Rosa ha coetantemente seguito le orma di quel grande. Qui citandoci,
coli' accompagnamento dei aoli nomerì di pagina, la testimoniania dei
Rosa, s'intenderà il suo libro: BialeOi, costumi e tradiriotti delle pro-
eitieie di Bergamo e di Brescia, del quale ora si Tien preparando la tona
edixione. Io mi valgo di un esemplare della seconda (Bergamo, 1857),
■ ricco di molto aggiunte di pugno dell'autore, che nel fame a me anti-
cipata parte, mi db un nuovo segno di quella preiiosa amiciiia alla quale
devo tanto. L' abbreviatura Tikab. indica finalmente il bel Vocaòolarie
dei dialetti bergamaschi antichi e moderni, compilalo da Airromo Tira-
BOBCHi (Bergamo, in cono di stampa); a i numeri in carattere piti fbrte
aeoenuano alle rubriche degli qmgli ladini. Le ortografie sono sempre
qnetla dei fonti, quando non é altriroeutì avvitito.
TERKITORJ BEI QUALI CONFLUISCONO LA FAVELLA
E LA LOUBARDA.
1. ratte Anxaeca, Intra eoe
Solo di Valle Anzasca e di Intra ho saggi attendibili p«r la
sezione del Piemonte che ho accennato di sopra, e non sono gran
fatto copiosi. A giudicare dai quali, sarebbe piuttosto scarsa la
* L'oso, non sempre facile, di queste collezioni, mi fu agevolato, cMoe
c^^ altra mia indagine, dalla squisita gentilezza dei Dottori dell' AmbroiiaBa,
e in iapecie dall'attuale prefetto, il collega Cebiani, al quale mi é grato po-
ter qui attestare la molta n
;vGoo»^lc
9 S. Ladino e Lombardo. A. 1 . Valle Anzatca, Utn aoc. (Pieaionte). 253
quantità dei feDomeai da cui poter riconoscere o sospettare la
vena l&dina nel bacino della Toce e alla costiera occidentale del
Verbano *.
Del dialetto valtanzasco ha compilato nn vocabolario, ri-
masto inedito per quanto io credo, il chiaro fisico Belli, na-
tivo di quella ralle. Un estratto del suo lavoro è in Ch. me. [E.
S. Ili 27, p. 292 se^^.], e mi suggerisce le osservazioni che ora
seguono :
0 6o da A[T]U (cfr. nnm. «8»): nóo andato, tiflóo attristato, prOv
prato, éint éind da ENT END (ofr. n. 88 n): sciarmèmt sarmento,
queintàa (al queinla fa) "coo-vealare, esser d'uopo, prétnda prein-
diBu, avviluppare invilupparsi, lièinda legf^enda, tèinda traitsnare a
parole eoe. SI aggiunge un caso d'importania lasaioale per eisaENS:
' 'n (Ualatto di VoUe Aazasca è in aoatanu U madMimo daUe noatre vallate
eamucha...' Mt. voc. 478. — Porrò qni alqnante voci vamacde, di gualche
antichità, oocOTBemi fra gli Statuti ohe appartengono alla regione di ouÌ toc-
chiuDo. Stat. Cut, Matarella Domut Otntlct (Uadlol. 1587) ; brenta» pag. 37,
ciuolmn ib., efr. Do Cxnob;- Stai, et Ordinam. Comm. Pallantia. Intri et
'VatUntratcfuK (UedioL 1605): nee anfflare nec bossare (altra stampa; bu/fare;
efr, grig. bu/fdr, piani, bufét ecc.) in aamibns, pag. 1 1 1; carnee beetiarnm qnoe
occidantur a Inpia, jal ^erbigant b«, ...poesint impone Tendi, ib.; bene coctum
(pasem), et ataoMottalum (cfr. ̣t. voc. 10), pag. 113; omnea losorea della
pulueretaet della toritola (altra stampa; eomtola) p. 115; nulla persona fo-
ciat gnadìam (cfr. lefentìn.; fA gvadia fere sconunaBea) de eanùbai iootden'-
dia, nea ttramenandi* (stramin.), pag. 116; in ollqnibns rugijt (gore; cfr.
Ut. TOC e. 'rdgìa'), ib.; reiegam, foUam, psttam, ferrtrmm, ib-; per pla-
tea) Rine tvgas pag. 118; in terria Zarbiji (lerb.; terre incolte, c£r. Mt. voo.
L'iarbo') pag. 120; -. Stat. et Ordittam, Cotn. Paiantie (a stampa, aeni'anno,
colle conferme viscontee del 1393 e 1416; Bibl. Ambros. S.'C. X. VI, 11 Ins.):
aliqnuDnanem, sen aliqnem ptohim, seu braiolum nel brauionum, § 8; nemo
bure debeat ledamen aeu rutum (cfr. Mt. toc. b. <rfadd'), g IS; tenias dicti
coDnmis [t. il testo, s. 'Tallaniaaco' ) § 19; nel herbam nel orfatcum, S 26;
comare (carreggiare) § 34; in Ttneis, pratis, buscUis, xerbis (v. sopra), § 37;
pro capra et Incho, pass.; nec presnmat bwdigare (cfr. lomb. bordegà im-
lirtttare, Tenes. sbrodegar), nec retia aliqna, nec ealtinam imponere in por-
tnbos, § 38; eastant^nm nec bogolias, § 49; imbregare etratas (cfr. Mt. toc.
'■'imbraga') §52; nullns martauolw (cfr. n. 19-21 leTentin.) audeat ponere
waa martoMoiariam, % 65; aliquem ooyrìiai nec aliqnam pelem § 66, coyrum
...pele et corio § 67; aliqnam fragiam (cfr. Mt. toc. s. 'fràccia') § 70; nulla
penona audeat scoere, nec capere, sen coligera aliqaas castaneas, § 80; in
corbis, caeaneU, ...stalus biadi, pororum, leguminum, et gnifgnarì vel ca-
pvom..., g 102. E di più altroTe.
;vGoo»^lc
^i Ascoli, Saggi ladini, I.
tèis (nella terra di Ctilasoa, =tefts dell' E u gattina e di Poscbiavo, ecc.) ,
fondo comunale in cui è vietato tagliar alberi; e aorèina strenna.
L'et-i (n. 21) d in la parsèiv mangiatoja, presèpe; e l'ei^f (n. 40)
in rèind "reid (t. n. 281) = rigido-, cfr. n. 190 e il piem. radi. — 11
riflesso di 'orTllia': arbèt (comasco erbeja), pisello, 3' incontra esatta-
mente coi termini grìgioni: arveigl arbaigl Car.; e così cura (m tose),
quando f a qual orat, col cura cur de'Urigioni (qua bora, qtu>raquor
proT., DiBZ 8. *ora'), il cai u=o, che stante la composizione riusci-
rebbe malcerto, si conferma da crapùn (u tose), petrone, lastrone,
cfr. p. 59 e il n. 40. Notevole anche chicepp *tiép tiepido, cfr. n. 2S
e 107, pure pel grado di conBervazione della labiale. In cceùrtc, con-
disoendentet quieto, manevole, ci ferma il frangimeato della vocale
nella formola ONC e insieme la funzione lessicale (cfr. &. f>7, p. 131
e 183). Lo schietto u è ancora in tniìu dove? (a. 61), e sarà quasi
sicuramente anche \jidghjv.v, giogo, radice di tetto, comunque per
questo non si abbia l'iDdicazione 'u tose.'; prezioso il primo esempla»
in quanto si rannodi ai termini grigioni che avemmo al n. 150*1, e
importante ad ogni modo il secondo in quanto ci porga un' arUcola-
zione, che l'illastre fisico trovava oscillante fra ghi a dì. Essa ricom-
pare, e ancora nella continuazione di J, in dghiappàa (=japper ire.)
abb^are; e s'intende in dghisc, liscio, quando si consideri il n. 97-^.
É poi allo stato di tenue (con la indicazione: cM — ti) in macchjà,
mangiare avidamente, rosicchiare, che potrebbe coincidere, per la via
testa indicata, col maljdr grigione deln. 146 {ma'cd:*inaljd::^it:*ljìr,
cfr. n. 102 alto-eug.), ma d'altra parte si combina colle forme che
avremo sotto 'Intra' e ' Valverzasca'. La stessa tenue è ancorala
artchiéra archiéra, lettiera, pel qual esempio lo scarso materiale mi
lascia dubbio se invocare il num. 107 o il 172. Anche la palatiiu
del riflesso di 'chiaro' è riprodotta in modo jiarticolare [ckjar; la vo-
cale non si legge con piena sicurezza); ed è notevole Vcb ài carma
canova. Son pur notevoli nell'ordine fonetico e nel lessicale: luna
{u tose.) sterco, e nùta (u tose.) nulla, entrambi coll'u per l'u lat. in
posiz. (n. 61; così: vacca russa, coll'u tose, vacca di pel rosso), e il
secondo col dileguo caratteristico del a, n. 181, dileguo che si ripro-
duce in audnn, quest'anno. In cause, scarpa, che in ogni modo
potrebbe meritare menzione per la concordanza lessicale (v. n. 9), si
avrà forse a riconoscere la continuità ladina pur nella riduzione della
formala ALC, comunque sia riduzione che sì riproduce quasi identi-
camente nel piemontese {auf); poìcbò siamo su d'un territorio dialet-
talmente estraneo al Piemonte, a ci ò ancora olTerto: l'aut sém, in aut
sém, l'altra volta, un'altra volta (cfr. 'Intragna', e Mt. voc. s. 'sèma',
'semel'), n. 10. 11. Ancora meritano qualche attenzione, o per l'alG-
;vGoo»^lc
S 3. Ladino e LombEtrdo. A. 1. Valle Adqucb, Inti'a ecc. (Piemoate). 255
DÌU fonetica, o per la lessicale: gtti Teoire n. 986*, sdulàa zufolare
n. 215; óra temporale [cfr. n. US); anfftlla capretta [ansiel eopnlv,
capretto), jtsit capretto, àim.juìàtt, cfr. V, 3. Occorre ^quante
l'attrasione dell'i che seguiva a r: cairóla oarriuola [cairàa trascl-
nara lentamente); twrtairaeù (il primo u tose) 'tractorìdlo , imbuto;
arvwujra *robur-ja, rovereto, querceto; eco. Ma non è feaomsDo ca-
ratterisUco.
Fra la Toce e il Lago Maggiora non conosco di favella odierna
se non la versione della parabola del figliuol prodigo nel dia-
letto d'Intra (Biomd. 48); ed è poca la messe che per noi se
Ds ricava:
i!°A[T]U nel parUo.: domandi), commsd, tornò, piantò, ecc. Fran-
^imeuto dell'o nella formola OE.T (n. 60): mOrt (anche nel dialetto di
Borgomanero: mòrtu, ib. 49; dove si aggiunge, per te formola OST[R]
OLLU: vùtt, cólu). ù'^6: aervitù (Borgom. id.), compassiàn, cui po-
trebbe Ingiungersi, pel num. 58: ttts, Aglio, se veramente risaliamo
in questa voce, come io pur credo, alla formola ONS; cff. Di&e less.
8. 'toso'. Ma in nessuna delle due funzioni l'u à fenomeno decisivo. —
Qui pure ^t, gnu (gtió Borgom.), venire, venuto. Circa maccidnd
mangiando, maccèmal mangiamolo, macció mangiato, cfr. il vallan-
zasco e il volverzasco, e circa da ino, di là, il C. Ili, § 5. Notevole
è ancora l'-e per -a i. d'acc, ma non è costante: una tuva viffne,
campagne, cosse l'ève cos'era, ineontre, pativi *.
Ma un' altra varietà di qaella regione sarebbe rftppreseotata
dalla scrittura di un allegro sodalizio milanese, che aveva as-
sunto il titolo di Bedie dai fechin dol lagh mejò, oppure doi
fechin d'Intragne dol lagh mejò, raccolte per buona parte nel
volume della Biblioteca Ambrosiana: S.B.U. viii 22 ». La Bedie
aveva naturalmente adottato il vernacolo dei vinaj che sogliono
calare a Milano dalla Valle d'Intragna; ma se l'arte del per-
fetto discorrer facchino le stava molto a cuore, come si vede
' Io nna ulieda ma. trOTo però attribuito al dial. d'Intra; Itttre e qtieller
(quattro). Avremmo donqua pur un esempio di e per a toQÌco. E nella Sooaria
»€V de tecUtia nmarUnsi ecc. del vescovo Carlo (Bescapé), Novara 1612,
leggiamo: haec (ecclesia S. Uariee, Inter Intrum et Palanliam) de egro dieta
est, prò de agro, mutato a io e, prò consuetudine veroacnbe pronuncìatio-
nis (Cebuti).
* V. Ch. voc. s. FacKin, I volumi ivi citati uon mi fa dato concitare. lu
qualche «crìttura.u A equivocato fra quest'/ntroi^na (Valle Intraaca; luùa,
lutragna) « Ylntragna di Val Centovalli (Canton Ticino).
;vGoo»^lc
^a Ascoli. Saggi lodiai, I.
da' suoi statati del 1715 >, può ararsi tuttavolta legittimo so-
spetto che qualcosa di artificiato tÌ eatrasse, come era certa-
mente entrato in un caso consimile, di cui più innanzi si tocca
{"Valle di Blenio'). Sta però in ogni modo che la base generale
di quella parlata fosse il genuino vernacolo dei valligiani d'/n-
tragna; e nel desiderio che venga presto in luca qualche miglior
saggio della viva loquela di costoro, noi intanto ci contenteremo
di parte del frutto che può derivarci dalla non bella opera let-
teraria della Bedie.
<!»A[T]U del partic: numero, leud, fondò, ecc. Franglmento dall'»
in posiz.: la mevirt (= nn5rt):- newt, neuste; ol pemt, propeiat, am-
peust;- grems fffrewc);- nengg notte;- allato a fini, scosa. L'u
di vut, votam, ricorda il n. 46; ma di regola è 6 {-co) per 1'^ lat: ore
l'ora, seroo sapore, mioo(cont. mil. id.) migliore, ecc. Per ELL(a.tt|
sarebbe importante il ag.scervilL- ENS (n. SB) trova la schietta e:
mei, intes, peles. L'i in & (r. p. 174] è in prume, ma è un esempio
comune anche al contado milanese. Ai num. 197-8 pos9on fìcod-
duroi criscjan e schirpe (stirpe); e al 105: vtghè ighè vedere, vigbtn-
dea vedendosi (-cìj, cfr. asttg. vugghi, l'it. veggo, eco. Il d fognato
(n. 20S]: rejs [aont. mil. aria; ecc.). Qui pure, col dileguo carat-
teristico: note 'nec-gutta'; ma dad fò di faori, e in ispecie dad:ori
di sopra, dadsott di sotto, non coincideranno che in apparenza coUb
forme ladine (cfr. piem. da d'tora ecc.). In iets, essere, non vedre-
mo gi& il dilungo dall'e in posiz., ma bensì un j prostetìco, come in
junjwie {junjuna anche in Brìanza, Ch. voc V 292). Del restante,
la principal caratteristica di questo dialetto sarebbe l'è per ogni a
fuori d'accento: ebÌKeuwde avuto -a, evis avviso, fechin, bedie, mtìi),
stelut, euril, mescherade (allato a ntdscher), forme, smtighe, a !WJ
piene, eco. Nell'accento, all'incontro. Va si mantiene costantemente,
e davanti a consonante scempia e.nella posiziona: ctare chiara, lagh,
cheuall, ecc. Unica eccezione (poiché cattegn per piti d'un conto non fa
specie) parrebbe aversi nella formola AL+cona.: elt altro, elle altra,
{eltement altrimenti), sem-eU e aem-alt, un'altra volta, v. il vallan-
zasco; Elp Alpi; ai quali si aggiunge, se non erro, con v prostetico:
v-elt alto alti {con veli i brasg, con alte le braccia; e pai telt de gvoi
band par la Afonfofme, e per le alture di quelle parti ecc.). Uà se noe
ò alterazione artificiale, il che non sembra, non si potrà di leggieri
' Stetut dia gran bedie antiche dì fgchin dot lagh metà fondò ìm J/ìJhn
amplijkù in Uìl'ann present udccxv.
>vGoo»^lc
3 2. Ladino « Lonlurdo. A. £. Ticino: Val Maggia, SS7
unnettore che in quésta sola formola accontata Va Beai' altro pu-
sawe in e; a TB dall'nn casto cosBiderata la nota od 'Intra*, dall'altro
il proT. (atre (*ailtre *aaltre) e almiglianti. Cfr. ancora ent*<mt nd
tueeenhrl spogli. — Viene poscia ÌI dileguo del -B. nelle proporsioni
in coi c«l mostrano 11 comasco eoe.; ma del fenomeno di L in R non
t facile dire se e di quanto sorpassi i limiti del milanese antico o del
rnstico. Es.: dottò, splendo, doroo dolore', eoe. — E finalmente no-
(enmo, per la parte lessicale: veryoo venuto (a piedi), verga s^A ca-
lare, cfr. pag. 58 (nnm. 123; riappare in Valtellina); e oome elementi
sospetti: betcriu BcrlTere, isorivere, parallelo a betcorr disoorrere; e
ucon batUmane settimana e Zenfres francese.
£. Gmton TMno-
Qui veniamo a considerare i dialetti di Val Maggia, di Val
Verxtaca, di Valle Leventina, di Valle di Elenio e di Lugano.
Val Maggia. Non ho in pronto di valmaggiese se non la
versione della solita parabola, per la quale mi attengo alla
laiione che ne offre il Monti nel sao vocabolario (p. 418) *, ed
ilcune singole voci, che ho estratto dall'opera stessa.
do ed d-v-o " À[T]0 del parUc. : ccaaxào (riunito, cioè: assestato; «fr.
illomb. cacéMd, assestare), eomemao, bvttào, basào eco.; troàoo "tro-
[T]ào*; cui si aggio ngerebbe l'analogo prattùn, prato grande (cfr.
;>niu eoo. nei diaL grigioni) *, Ora l' do •> "dto non sarebbe per sé me-
desimo alcun valevole indizio di afflnitft prossime, poichd se pad met-
terei coU'-au Boprasilvano (p. 9, 97), meglio ancora consuona con
i'-<ia di antiche e modente varietà della gran valla erìdanea; ma esso
appanto lu conduce a un doppio fenomeno di contìnuit& ladina, ohe
urebbe la gutturale passata in palatina nella formola GA, e ì'd che
per effetto della palatina o della palatile passa in e (v. p. 148 segg. e
ScHDCH. Itw. 16): memchié-v^ ^mem'ódo, mancato (vers. 18; nel vera. 21
' Circa le difièreDia che panano tra qneeta *eriioDe e quella dallo StAL-
Dn, giova riportars la Mgnenti parola di Stet. Frakscini [La Sviuera ita-
liana, Lugano 1837-40, I toI., p. 307): 'Nella grandi vallate, come la Valle-
luggia, la Lerentiua e Blenio, è molto notevole la difibrenza del liognaggìo
tuitato dair abitatore della inferiore e della enperiore contrada'. E (Jgiiita
coUb parola che riprodacismo «. Xeoentido.
' Qaeeta forma ei ha due volte , e concorropo ad aaeienrarla anche le po-
nlleU in -é-ìy^ a cui toato arrivismo. Staldbb: trouoao, troaeo.
' 'Praeòn. Val Ilaggia. PnUo grande. N. pr. di prato ne* monti di Blerio
(')cino a Como).'
-^biiìo gleitot. iul., I. n
>vGoo»^lc
S5S Ascoli, Saggi ladini, I. '
è rimasto il manoào della lezione di Stì.u>.)> «oerehièvo *ier^óo, cer- 1
oato; maglièo^maljdu soprslr. p. 66 « mangiato, dÌTorato. E coati- .
nuando cogli eacmpj analoghi, saremo a ft^èe affocare^ prièe pregare-,
ona gran mangièda (ma l'inf.: mtmffiàa, mangia), ona baradùida
("baracdda lomb. ecc., gozstoTiglia], bvjèda {"bugada lomb.i ba-
cato)', scherchiéva cercava (allato a Salava eoo.}. E all'infoori delU
sfera del verbo: chiè casa:, ciènva canova, cièls calEa; e probabil-
mente anofae fraasièm frantumi (vallaaz. farehièm, frammenU di cose
mangerecce), cfr. il ainon. comasco franciàm. Non va trascnrato,
in relazione al n, 16: /%n(, fante, servitore, che nella parabola u-
rebbe tn funzione plorale, ma è accolto nel vocabol. qnal singolare.
Cfr. le ancceasive rubriche del pres. §. Per l'o che si franga nella
poaii. : da poèure (-pflrc), i poèurc; rtwlurt (nel vers. 24 resta il
mori dì Stald.); chiaèul collo, nel quale parrebbe aversi eziandio e
in 'é (cfr. p. 181, n. 1);- eoSui vostro -ì. Importante Ò ancora,
anir analogia del n. 167; gniance (°< nan'6) ne-anche, vers. 16.2S.29;
e scardi 'segtirot, scure, ci riconduce al n. 166. Finalmente, oltre al
caratteristico m nòta in nulla (n. 184 aoprasilv. ecc.), avvertiremo,
per -nm-ìi: pagn, fettign, vufftt di voéus uno dei vostri, dovQ pc^
intendiamo notare una particolarità ticinese piuttosto che una dilata-
zione di quel fenomeno ladino che registravamo al n. 237.
Val Verzasca. Circa la materia sulla quale può per era
esercitarsi la nostra osservazione, va ripetuto ciò che diceramo
per la Val Maggia. E avremo le poche note che ora s^uono.
Quanto è al participio, il rifleaso di '-dto viene a difettare nella lezione
della parabola che ci è data dal Monti (voc. 421), stante la diffiiaioDe
analogica dell' -ecc {-eó: contvmècc ecc.), di cui vedi il C. HI, §3.
Pure vi restano, oltre damò vera. 19 (allato a ciamècc vers. SS), con
epitesi nasale, se non v'ha errore: non andato (cfr. il vallansasco ecc.)
e masùn ammazzato *. Ma un diverso e ben prezioso esempio di ó val-
verzaaco '^ AU apeciflcamente ladino, riconosceremo in diciòo, ottobre
(decimo) "diciàv, cfr. il n. 10-21 basso-eng., in nota '. Notiamo ancbe
* Oicra forse notare che a entrambi gli eaemplari BOBsegne nn mMioainiba
lucente per nasale : l' » non in on pois ; l' àa nxMiìn om cedei. — Nella divosi
lezione dello Staldsr, che è preziosa sebbene qna e colà oacillante, prevale e» |
(oà) nella contìnnazìone di au = ATU: damoù, peccoù, ricovptrou- e vi é j
notevole: maffhUu(cÌr. il valmogg., eli vallanz. ecc.) allato a ma; fùrà , man- '
giato, divorato. Assai notevoli, in quella lezione, anche giess dine (c&. rin£ .
Boprslv. gir, n. 106), sengii [sa-n-giè] ae ne andò (cfr. gài eng. , andò) ; v. ni, 3.
' 'Ottobre' potrebbe veramente farsi -éo[tj]r -co, cfr, 'Bregsglia', n. l'Si
ma per 'decimo' = 'ottobre' v. ancora il r.. 166 levsntiueae.
;vGoo»^lc
g 2. Ladino e Lombardo. A. 3. Ticino: Val Voriasca. 259
iseguenti plurali: quenci quanti, tene ègn (Stalo.: quenc'agn); cfr. il
Tslmagg. ecc. ENS: tèi», ti», satollo. Per Vo che si frange in
poiiz.: i poèurgff, moéurf, cMotul (Stald.: cioul, onde avrebbe par-
ticolar conferma la palatina; ofr. il valmagg.);- toiwttg ìoaga; be-
loèugn;- voéttglia. La palatina del n. IW ha nuovo esempio ia
chiara curare, guardare. Neil* ordine lessicale si possono addurre :
lotlnda (comune anche a Val Maggia) strada erta lastricata di tron-
chi d'alberi ecc., cfr. p. 70 (a. 157); liffia bocca (cfr. lef labbro dei
dial. grìg.); neaéla capretta. E passando alle caratteristiche spe-
ciali, L in R è nell'articolo feminile: tr la, dèr della, dar dalla, or
alla; ma solo ana volta nel raascolino: ér onéi *, allato ad etjid ii
p&dre, ecc., e sempre all'incontro ra per l'accuB. pronom. *lo+ha':
oràmandecc ai l'ha mandato, ecc. G ancora in laiur&l zampognai
lufolo, in cui può vedersi dissimilazione, e che del resto forse importa
aocbe per la continuità ladina (v. il rallanz.). - R. si perde all'uscita
in tnend, majò (Stald.: majoùf^, servito (pi.), oltre ohe in j»t e negli
infiniti. Finalmente, per-n (e-m)^N: pagn,tagn{da lontoffn Stald.),
vugn di toéu famlgl (allato a vùm di servito; e analogamente om ve-
d^lecc., cfr. falciòm voc. 389, falce grande fianca, rughiòm gran
faccendiere), nt'jujm.
Valle Leventina. Qui si schiude alla nostra indagine una
fonte abbastanza copiosa. E un vocabolario autografo di Ste-
fano FRAHSCtNi, inserto in Ch. E. S. Ili, 24, p. 9 segg., dal quale
noi attingeremo a larga mano, ordinando e commentando il no-
stro spoglio secondo il tipo da noi adottato. È sempre mantenuta
l'ortografia dell'autore, eccetto il suo j per j frane, cui ho
potuto sicuramente sostituire il nostro i. Cosi mantengo fedel-
mente la sua traduzione e il segno od i segni ch'egli di fre-
quente appone ai vocaboli leventinesi ed anche a qualche signi-
ficazione che di loro dà, sebbene io non abbia potuto rendami
esatto conto di queste distinzioni. Mi risulta però chiaro che
' Para per ispinta dÌBmmilatiTft, e lo staaso motivo potrebbero avere er eiel,
t' <ndet (allato »d gì v^l), nella lez. dello Staui. Nella quale d ancora dne
"oKetr ler to) = ÌD-'l"crr. p. 106 (n.SlQ).— Il Uonti die» nel YOcaboL: ir
(Val VeruEca), articolo di ogni numero, genere « easo. Non à certamente
niolto esatla questa aflarmazione dell' egregio lombardo; ma deve poi eBsere
i»\ tntto inesatta quella che s'incontra a. perS, pelare (t. 'V. di Blenio'): < I
VenascEiBai danno all'infinitiva la ateaaa uacita (d), > comunque abbia por ed
la titazioBB bordigò, vaherz. lordare. Cfr. seta {sta), nd andare, mangia,
ffcwd ecc. nella sua Parabola. E ugualmente «d (ni'], mauà ecc. io Slalder.
;vGoo»^lc
S60 AmoIì, 8a^ ladini, I.
non sì riferiscano a età diTers« di una stessa parlata, ma bensì
alle varietà dialettali io cai la Levantina si riparte. Cvca le
quali cosi si esprime lo stesso autore nella già citata aua 8vis-
zera italiana (I, 307): 'Tal differenza (di linguaggio) in ninn
'luogo è forse cosi sorprendente come nella Leventina là dove
*si potrebbono di leggieri distinguere almeno cinqne varietà di
'dialetto, due nella regione inferiore, due nella centrale e uno
'nella superiore.'
I numeri nei quali si considera, in modo esclusivo od a&tto
irincipale, il dialetto levantino per so stesso o qual varietà del
gruf^ ticinese, anziché nel riguardo della continuiti ladiiu,
si ritrovano chiusi fra parentesi quadre.
1-8. 8. L'd passa non di rado in e, e si pnò ancora rìconoaMre,
anzi toccar con mano, nella maggior parta dei casi, il motivo di qoe-
st'alteraziona. Il quale pu6 esaere regretsivo, e consistere nella pa-
latile sassegaante, e in ìspecle nell'i, al quale Va si assimila o col
quale si fonde. Oppar pad essere progretaivo, e oonsìstere nella pila-
tile 0 nella palatina che precede tXVa (ofr. il n. 219 del sottoaUvaoo).
Circa il primo motivo, vaqni ricordato lo svilupparsi di un ■ dinanii
a « e saoni oonganerì, pel qoale fenomeno vorremo intanto oostaa-
tarci dei oennl ohe avemmo a p. 85-6 (ofr. n. 96 e 152 leventia.!, s
ancora la presenta dì un { dietro al K dell' ant. A&[U], oiroa la quii
si poBSon consultare piti innansi il Inganeae, il br^aglioto «co. Ott^
remo dunque, per questa prima causa: bretù allato a breuc, bracoo;
ceir Bgg. chiaro , sost. lume ecc. , cetrùi das'ceirist M'ceiritt risebio-
rarsi; laigh (cfr. p. T7 e 207, n. 167, e vaigh vago, di beli' aspetto)
lai lei, lago; loca Ucc latte (cfr. il n. 172 levent. e p. 83 n.; nelli
Parabola: fece fatto, trece tratto); nait ne$ naso; nata neai nascere,
fuunìneshl nato; Ipajlpej, pajo paja (cfr. n. 9) ; prvt (■ "prau n. 88'),
jì.prei, prato (cfr. nella Pwnii.: pastii passati Mt.]; guai quei qasl-
ahe (entrambo le Agore anche nel mìlan.}, om%èi mei Parab. Mt.; [ot-
tteffna], 1a seconda cansa si farà all'incontro manifesta nei eagoanti
esempi: oa, 'ehii, casa; giè già (ormai) Parab. Stalo.; [ffivffà] 'h^ii
\tugd Truigit\ 'nejè, annegare; 'prajè prejè pr^g^; Ircutigà] nuiià
rettiè segare; sctd tei qui qua; 'seji >>jè segare, "tijè segare il flrao
e simili. L'è per Vd della formole AS AR (AL) senza ohe se ne vegga
o ne sia sicura la causa, è ancora in 'etan asino, mar mer mare ed
amaro, 'par per "palo (e per pelo), perra "pala (e contesa), màtni
male; fagarà 'fiyarà focolare; gurà iure giurare, latsà latti lascian,
tara tari salare e serrare, allato a rampid n. 165, juccid asciag*!*
;vGoo»^lc
g S. Ladino 0 Lombardo. A. S. Ticino; Valle Lefeatina. £61
C-«ciatUn}t scianca troncan, eco. eco. Le Tcrsioni àtUi Parabola
mostrerebbero ben piti dittato T-é^-or Bell'infinito: mangé, pcueotè,
tmè , Ite (Ht. : sta e ste) , allato a prej&l (Stàjui. : pr^fal) predarlo.
* (cfr. il niim. obe preoede). óra ert t^a,; gara ^iaja* sabbia, in-
geifà ooprir di ghisja;- caièi caciuol^o, Tolg. 'casaro'; fhrèi fabbro
ferri^; jftmM gennfùo; iwH (quasi <gìur&rio') giomto; legnH {'le-
gnilo', nel signiC di rìpoatiglio per la lagna); frcatinèi; aaUèi gaar-
dabosohi; (tei st^jo, tar^ tel^o. Hai si pa& dubitare che le forme
taascoliiie abbiano -ei da -e ('fare farei) e quindi un ei diverso da
quello delle feminili. Dei due esemplari cbe posson suggerire questa
ipotesi : auèi abbastanza e palpM carta, il primo rientra nel n, 3 (*as-
sa[t]i), e il secondo va confrontato col fra. papi^ {ttoae jamier ecc.).
10 (e 9é). atU ecc. da ALT ecc. , come nel basso-engadino (e nel pie-
sKmtose): etut anta; autd autè altare; àudan ontano (cio6 atnu *aldna
*ald'n); autru; m*eà aliare (e osare, 'aulsare, ^r. f n. 68 e 8S del so-
praa&swBo ecc.), e si agginuge, nel eig&i&oato di 'aliare' : vousA, cfr.
il n. 68;- chiatuei 'cauxei (cfr. n. 0) scarpa, caux brache, cctusetta
calza, aauà seaucià trac calci, scalpitare, cauzada calcio; eawdera
caldea, e^udireu pinolo; xurè 'l favx, faujari, sfauzA falsare, non
risseire all'aspettazione; fatte falce flenaja, faueigia ftigigia falcetto,
pennato ) manta malta; 'pauta (piem. id., lorab. palta) fango; "tat^ii
"taltèi n. 8; tcaa avr. sempre, agg. fermo (cioè 'saldo'); .^ioud^^U
lomb. giallo; tbmix tbaaxA, sbalzo -are.
[U.II1 Parab-MT.:enctaanohe,9«tenc,tencc£^, ST.;gi4«nt«;Aeoo.;
cfr. taItctz. logan. ecc., e § 2 b].
UK-SL axH vH, ava d'avei da vffn\ podèi;- prit; credere;- scira
cera. — L'nso carattwistico dell' *-^eote sembra continuare pare in
questo dialetto, ma la forma traligna in -turu (cfr. num. Ili*, e mar-
Kùntru merciajnolo, meroiadro, allato alla tocs statutaria cbe addu-
cemmo in n.'a pag. 253): marideum 'mariterole, matrimonÌBle; mo-
rettru amweTote; mouwMni "manievote (cfr. num. £35), maneggia-
bile comodamente.
[S8-81, 10. cfr. n. SZ. greu gritt grave greve; lewa Itoru;- ben biu
bere; nèu neve]; Dia, cfr. in sulla fine dello spoglio.
IS. mei$ mese, mù mesi (ofr. n. 56); teis tèa satollo (col ventre teso);
cfr- paisà 's dolce': pesare, 't aspra' : pensare.
41. iat entro. ,
[46. flou fi& flore; lo» M loro; miou (migliore); 'tartou; tou sole;
aou* voce; manxious, fadious fadiàs {'fadigous) pigro, infingardo,
i>ero»f parout peloso;- cod cote. L'ou (uì) sta allato pur d'altri ó\
:fr. n. ei.'esees*.]
6S-S. U. Il frangimento dell'^, e dell' <* in posii. , qui si mostra in
;vGoo»^lc
S6S AbcoIì, Saggi laxlinì, I.
varie ed impoFtanti fasi. Prevale fuor di posizione l'eu, che et risDl-
terebbe vero dittongo, e per la sna variante l'u (cfr. n. 22 ecc..), e per
esaur dal nostro autore adoperato l'O a significare la vocal turbata
ohe dal dittongo risalta. Si osservino: [fioèur Parab. Mt., fieu St.];
caireu tarlo, cfr. p. 74 n.; chetus chiuns cuocere, cheusù cotto (cfr. ù
in posis.); leugh liu luogo, podere *, 'f&ugh 'fiìt 'fòt fuoco, g€ttgh givi
giuoco; lanMett [e lonzo]', n^ niu nuovo ^, néu nove; reu3a\~ 'eu uoto
nova. Ma per ultimo esito abbiamo la Bemplice e dinanzi a on t etimo-
logico; e questa semplice e risulta poi la figura costante pel frangi-
mento dell'i} in posizione. Si osservino: òo, pi. bèi, bove; brei brodo^;
cheir 'coir cuojo; veid (cfr. vdid lomb. ecc.) vuoto, iveidàj- inehei
[incoi ìnehióu], oggi, ancoi;- chel (Parab.: coéul Mt., col St.) collo;
chtrt corto, schertd accorciare; chem corno, chim comi , *«r( orto,
pi. irt *\ "erdi hordeo- (v. pita innanzi); tera torchio, tercià tvràà;
tcharpi scorpione ■>; e» osso ossi; rete •= rote roseia roaciada truppa
(ro/Jomb, , stormo ecc.); betch cespuglio, cfr. p. 188 n.; sebia zóbia
giovedì; tocch 'tech pezzo; cAecc cotto, 'nec [noce] notte; res = roft
lomb., cavallaccio;- 'sc'mei = sc'moeui mil.', lissiva *s-molil-o; schei
scoglio; raghei raccogliere, raggiungere; tepn sonno sogD(((e segno);
coi si pu6 aggiungere, stante lo n (n. 144): tregn ttvgn tuono, trend
tonue. Nelle ragioni di posizione romanza è pur qui, come in L^imbar-
dia, il riflesso di *5rulo-, orlo: er (fir lomb., *Srl), Finalmente, le fasi
anteriori (eu 0) che ancora balenano in posizione: 'òrgiu orzo (v. a:
'erdi); teu tó {tett su, teu zit, tett ini) togliere; feja fOja foglia, fa
foglio. Ma negli ultimi due esempj s'intravede l'elemento lombarda,
ohe appare pib manifesto in ficc 'eco occhio {cfr. pieg pidocchio).
58. SI. Circa la pronuocìa dell'u in quanto sia continuatore dell' ti
latino (come p. e. rapuri agg. puro, solo, puri cA« cong. soltanto, solo),
si può vedere il n, 106; ma non dovrebbe valere fi l'u di tu 'tuo lupus.
Mei riflesso di nììca-, siamo all'alterazione terziaria (*noc^}: noiu»^-
06. ora, 'coll'o larghissimo', vento dì levante ecc.; possa riposare.
In chioud chiudere, cingere di siepe (allato a ciotsma, siepe, cfr.cM
' Si aggiunge dalla Parab.: loit^ Ut., log St.
* Cioè "aeuf *ninT, coi due suoni labiali ridotti ad uno; e questo tii=OV
ci fa bene intendere chioa (^ctuona) covone, lomb. còro.
' Ma all'incontro: bròdi torbido (dell'acqua), perehà Vi uoh & attigao. Cfr.
miL brod brodo, broda broda, fanghiglia,
' Questi plurali saranno essi una mera varietà fonetica (*cbeum *cfii<ini)
messa a profitto dall'istinto grammaticale (cfr. 'Poscbiavo'), oppure ai aTTUCo
una ragione più profónda (ert-i e[i}rti eirt)1 Cfr. il n. 32, e altro «Eempio '^
sulla fine dì questo spoglio, e il g S b, ii, 1. 4, ma in ispeeìe il C. IH, S '*
* Notevole pur come figura nominativa ; cfr. acvrpi valteU. (Morbegno)-
;vGoo»^lc
9 2. Ladioo e Lombardo. A. 2. Ticfno: V^a Letentina. S63
lomb., Rosa 92-4) e 'fìn*a faace, gola, ralle angustÌBBima, non ror-
nmo gìh vedere Va di AU ridotto ad o, ma si nn oh tcTzìatìo "'ó (cfr.
B. 49); e aimilmeate in eioud chiodo. — W. *'chiora allato a caura;
'miaca^ miaorato, peri perou pelato, quaffiùu cagliato, *nà a vardott
udare a aalTamento (qaasi: a Inogo 'guardato*; vardà guardare, mi-
nre};- jjrd proit prato.
70. spttoantél Bpavcntaoohio ; ftujd abb^arc— 77. icmmel cervello;
— 7S, frida frid fri, ferita -ito -ire;— 8S. 'tprumantA;- ruvà (anche
nel cont mil.) arrivare; untbi esibire, in cui ai aggiunge l'ossimila-
UDoe regressiva di vocale, da sillaba a sillaba. La qnale assimilazione
potrebbe taluno cercare anche in tiaoffn (*tèz{in), tizsone, (u^ond; ma
io piuttosto ricorrerei per questo esemplare al num. SS9, vedendovi
iDflnsso di *B-tutare eoo., considerato al n. O.
H. ià ; i&bia n. 56 ; iu ; zwd ; 'ìtyè nnm. 3 ; - mauc maggio, petto
peggio, cfr. nam. 152.
[UH. gnoUa midolla -olio; oìoò 'iqjóla, cfr. mKla, brìanz. Ch-, ffnéla
vaiteli. (Berbenno) Mt.]
Ili, cfr. 10.- bùut bolso; moug mangerò, ptop. moua mongiù, cfr.
laoi. 152 in n. ; meutra specie di secchia tutta- di legno (cfr. p. 39 n. ,
e màìtri valmsgg. Mt. , vasi dì legno o conche da riporvi il latte da
■pannare); }>eutru peltro, peutratt fabbricatore di vasi di peltro; ""pùul
(off. p. 220) polenta; poux polso, tempia; icovià ascoltare, scouti tcutì
itardi nascosto a sentire eoo,; coud soldo -i , rose d'sdutial [aie] trappa
di uldatL
(111*. L in B, caratt«rÌBtÌce di qaesta regione, come del pretto mi-
Unese. Es.: ara, pi. or, ala; carena calende; carogn coscia (gallone);
cord liquefare; firaa felce; pura»» pulce; det pòro»; marina; mora .
fiiorign; pirogn pilone; 'receia*' leccia mil.', scelta; scori^; spadra
spatola, bedra bétnla; torbru [t^rber mil., 'turbalo-); jtocra zoccolo,
Kfru zolfo; fera tere, terra tela; ecc.],
Ut ecc. Nessun conclusivo esempio di t che si conservi in queste
combinazioni.
[180. 'vari guarire; °cersc guercio; vardd.]
ISS. iiorca, restremità superiore del tronco, in cui questo spar-
tii 8CC, cfr. p. 62 (a. 132); — 1»*. tdaretcia salice. — 141. mossa.
(141 -N in -n, altra caratteristica di questa regione: beffn; bona-
""'pn; fegn; firoffn filone (della schiena); pit^ piano; visign ('vicino')
pstrido; wffn V. n. 19; ecc.]
Itf. OTTna anima (cfr. arma com., frutto che è dentro il guscio,
anima);- lombrd numerare, annoverare {iomfird bellinzon. Mx.); cui si
^giunge lumina nominare, luminou nominato. E ancora ndri^ND'N:
kndra lendine, lortdra (bregagl. ri^nsla) rondine; ma qui la causa pud
;vGoo»^lc
J
S64 A«coU. Saggi ladim, I.
star semplioemente Bell'attiguità dell' eapioaiva, ofr. tcacrd acrosciu
dalla risa (-cac'nare), tcacru acrosoio d. r.
Ile. tnojà mangiare, delle bestie e de' mangioni; taqjogn mangione.
[US. Nella continuazione di NQ' NC, che d quanto dira nelle com-
binazioni ni ftl, tace la nasale) e si Ted« propagginarsi rsgolanBenla
nn I dinanzi alla palatila (ofr. num. 3): gioite e 'gioas S aggiungere,
raggiungere, pto. gioiaù;- ouc ungere, pto. oiià (ime agg. unto);-
foue 'poìtsc pungere, pto.})ouà;-]>teÙG piangere(*pt(fi/ v. nnm. 3,e
ofr. pldiK piange, dia!, di Albosaggia in Valtellina, Mt.}, pto. pieiii;-
(eùc tingere, pto. (etiti {tene tinto), teizadou tintore;- vette vincere,
fio, ve[ilxù'l- loiso louse lungi, lontano;- cotw coiuc agiato, comodo
(concio, cfr. pag. 134), nuucoiic disagiato, soomodo, a te coùe a aw
bell'agio, coitcià conciare, 'rappezzare;- toiza sugna, 8ongia;-Kù-
sott singhiozza (cfr. mil. tqjiUter, piem. e oont.mil. langut -^tdt);-
fìiisc fovtc fungo, cfr. n. 183 ^.J
tu. 'forte ragazzo -i.
1S6. eombm colmo, fa combru colmare (v. pag. 141, e si a^unge
tìtmbol posehiaT., oumnlo, Mt.).
MI. US, éhiausei n. 9; *chiè n. 3; eastn ehiatò cacio; ''chiara n. 6S
(Parab.: ctaeri(;tn«ncift mancato];- 'mon^ftta monaca; »uu)jrJiia(^em.
mania) manica; ItÀga^hia;- rampià arrampicare;- "tejè ty^ boc. s.3;
pr^i ib. ; 'rase ih. ; - lumt^a lumaca , Iwnaja da mar tMtnggÌBe-,
braja braca brache *.
IW. gigù *tijù scare; digttra dijura decina fdecuira; e con digvn
va forse digOir posohiav. eoo., fieno serotino, cioè del decimo mese,
cfr. dicibo valTsrs. p. 258); i quali esempj provano per u-ù.
163. gatteitc gattesco (dell'amore);- fCi gioì l6Ì n. 53; tai (ItnfA)
' Chi Tolewe federe nell'ou di qneita e delle analoghe ftorme un o aSm-
gato In cui ri compeuri U n, potrebbe forse non errare (cfr. towi tot, S. tatua,
ragazw, figlio); ma di certo errerebbe chi traeste da queet'ou, oppure a qiul
modo dìohiarasM, Tot di gioite ecc., parallelo aU'flt di teise ecc., all'Ai ^
waitc n. 90 eco. — I riflaui di 'ungere' oSHrannopoi, all' apparenza, qnaldia
particolare contatto col piem. oit oait imtnnie, agg. unto; ma è facile Tederà
coma ri tratti di consonatila fortuita, poiché la forma ptemonteaa ha l'i ner-
male pel e di et a riin^tdiiee ii[n]cta- (n. !6S dei dial. grìg.), laddove qui rianu
ad oiS-=u»§-.
* Il coBfronto dei Terbi qui raasegnatì rende mauifeeto come sia b^ col-
locato al num. Ili il verbo che dice 'mungere'.
' Qui ancora spetterà certamente: motte ^motue ^kvco eco., motctjritd
^OTcare; che presupporrebbe "mong, Cfr. mogn che dice 'autUcio, lordo' tA
bormieee (Mt.) e 'leggiermente sncido' nel mesolcino.
* ^fiijari focolare, uum. 3, prova egli parja da ga {ca) seriore, oppure ai
rappicca a "fSirzfough num. 53?
;vGoo»^lc
§ 2. Ladino e LombaMo. A. S. Tidiio: Valle LevenUna. SsS
s. 3.— 168. moni (pl«Bi. id.) manioo, imttumffhià àannanfflùà, met-
tere il nanìoo eco.; «tomi (piem. id.); aalvadi (pi«n. talvai].
ItSMQ. aàurriel nnm. 77; fcireifa; tcendra; aeùnag cimice;- ttwte
torcere (n. 177), storiti itorxiU;' cfr. n. 152. sed osdere.
118. Nello eé-CT {laac, tecc, ficcià affittare , eco.) il ladino coin-
cide col lombardo, e quindi parrebbe non BÌ poter scemerà per qoe-
tm parte l'un elemento dall'altro, Nei due pregevoli esemplari fruU
frutto -i, fruita (tracta bassolat) trota, ai vede ancora la fase ast»-
rìore, che pure attualmente ritorna nel poschiaTino, nel piemontese eoo,
(un esempio del cont mil. 6 riit ratto; dove il levenUneae, come il
comasco, ha rucéd [mooiA] ruttare); cfr. § S, b.
ISB. fadia l^fadiffki) fatica, pignrlziftì fadioui {'fadiffmta) fadiii pigro,
infingardo.
18L /bue n. 153 (pfr. lomb. /b«^ /bN<, piem. /tetu *];- voyift» cfr. n. 167.
IH. ntaa nulla; fott fò fagns.
189. ier xèrat, gelo gelioidio, zara gelare, ptc. xarou, dtuxari
■gelare; gatdru; ìerla sorta di gerla; ofr. n. 152.
196. biud avuto, ttorifit -xH n. ldd-70, ofr. n. 153. Parab.: avut
dwidit tentùt vnit.
908. gnolìa v. n. 104; rù 'radice. — 806. a eretta a credenza '.
SIA. doni adoperara [2UL "ìtaa, itti, ora, adesso; ista h anche
poBchiav. t valma^. e valteUin. , Mt. , s por del vocab. it. , cogli epi-
teti dì 'laochese' e dì 'lombardo'].
SIS. nini flflchiare, zufolare, tùrat fischio, fischiata, surei zufolo;
uu sevo.
23S*. ni venire.^ SU. làtgar leggiero, iln^^srl alleggerire; e l'epen-
tesi ti riproduce ia doM-lmffuà liquefarsi, fondersi (cfr. n. 176 alto-
eng.); ma è eomiute in entrambi gli esemplari pure al milanese. —
2S&. mamerOj ofr. a. 21; vair v^jato, violato; Uffua 'l'-^gupljat
aquila. — 8M. vewda vedova.
Per chiusa di questo spoglia, additeremo ora alcune conoordanse
o comunanze lessicali, richiamando, coi rispettivi numeri, le ooni-
spondan&e dei dialetti grigìoni.
det *dat di (n. 206): ardetla canuta solino (<»lo della cam.), e nalU^
Parabola: det giand di ghiande, 'aonda molto, assai (n. 75) cdf*
con cardine, arpione <p. 12 n.). fanxelia fante, swva (dial. grig.
fanéélla). parcurà nel significato dì 'guardare, difendere': Dia on
' Chi fosse tentato di peatare a 'fong-io-, coBslderi ancora il -• di amU
amico, piem. e lomb,
* creta, crgUst credenza, é pur nel vocab. comasco e nel milanete. Il Che-
rnbiai (voo. I 36S) l'ha per 'pretta *oee nHnania dataci dagli STÌizeri con-
finanti'; V. però qui aopra, l'ult. a. a p. 99.
;vGoo»^lc
S6S Alcoli, Sa^i tsdini, I.
paremi da... Dio ne guardi da... [ctr, p. 136, a. 59). qwtda Toglia,
hAmtt (n. 210). mvens [a. 91 alto-«ng.) tatwella (p. 66 n.). an-
tet capretto d'an anno, jora capretto fero., *jiu capretto -U; leff, pi.
Uff, labbro (cfr. n. 3Z). E ancora v. il C. V, §§ 2, 3.
Valle di Elenio. Per questo territorio si è creduto di avere
magg^ior copia di buon materiale che in realtà non si avesse. Del
che ritocchiamo più innanzi, dopo estratto ciò che fa al caso
nostro dalla Parabola, l'unico testo bregno sul quale si possa
fare sicuro fondamento. E pur qui principalmente ci varremo
della lezione del'Montt (toc 420-1), annotando la varianti che
importino di quella dello Stalder.
()bA[T]U nel parUc: butò, tnmtd cominciato, pecò, botò, mgra-
sb, nu^t mangiato, conaamato; ecc. (Stalo.: buttòa, ittffrassòu, ma-
jou, ecc.). Per é^d (cfr. v&lmagg. e levent): zuffniva (St: su-
jmdra) bisognava, moAi'dfa (St: matàva) Tiiaiigiava[no] ; - campigna
(St: compagna campagna);- rébia (St,: rdiita);- infin,: fé (St.: fa),
ione, baie, preghé (SL -^d). Yeramente non vedesi intatto !n questo
saggio Va fuor di posit. se non Anale ne' monosillabi : tAa tale, {fa
fare), nà andare, ca casa; pa padre; àa ha; o davanti a nasale: fata;
ma por bastano, oomanqne in generale malcerti, i testi di cut pib innanii
si tocca, a provare che la conservazione di quest'a non sia a tali casi
limitata. -ELLO: hil, anil vedil fircLdil i^i.\ ontHeoo.). 'Digito-':
dot. Per l'o che si frango in posizione: igl poèunc (pi.), moiwf,
eoiul', voèìi$t voius vostro; doèui, moètu, St.: doeius ecc. Ma per
'vostro' ha lo Stalder vutt; e importa ancora citare, per la ragiaoe
ohe dipoi vediamo,' il suo u^d in hum homo (Mt. M), e «du in cui
oosa -e; a tacere di quello di bagwd, comune anche al Monti. Im-
portante pare onsugn nessuno (veram.: 'alcuno', 'n-so-uao, cfr. p. 48,
e piti innanzi gli estratti dai Rabùc); e non iadegno di nota è aneon
tnil< (St. : inaast) innanzi , cfr. num. 1Ì8 e 152, Caratteristica afi^tto
speciale è poi \} da j (v. più sotto) : compatsigliòn (St. : compasaglion),
màigl mai. E finalmente, per le caratteri sttche che si potrebber dira
tieinési: -n^-N: lontdgn; xittadign St, (Mt. -ding; ed entrambi con
ng: pang tang), ugn vng vttgn vwig (St. id., e da Mt. si aggiunge:
ing in);— r^L; ra dra, la, della, ma al maSc. ol (St. id., ma: m*
tdei il cielo; e r por quando il pronome si riduce unilitero: r'Ati
l'ha ecc., nor no-'I; e ancora corù 14. 27, colui) dol al, pi. maao. igl
(Sb i), Sigi (St. id.); Bregn; \rengwx\.
Ora, come i curiosi delle patrie lettere posson ricordare, Mi-
lano ha avuto an"Academia della Valle di Bregno', di cui fu
;vGoo»^lc
§ 2. Ladino e Lombardo. A. 2. Ticino; VaDe di Blaoto. SGf
principale ornamento il pittor poeta Giampaolo Lomazzo ' ; e a
qnesto valentuomo appartengono per la maggior parte gli scherzi
pabblicatisi primamente nel 1589 sotto il titolo di Rdbisch dra
Àcademiglia dar compà Zauargna, NaÒad (abate) dra Vali
^Bregn, ed tuoch i sii fidigl soghitt*. L'Academia, o vera-
meate ra Vali de Bregn, si fingeva composta di vinaj o fac-
chini da vino, originar] di quella valle e parlanti il suo dialetto.
Né può negarsi che vi avesse un fondo g'enuino nel partico-
lare idioma che gli Academici sfoggiavano; ma è insieme ma-
nifesto che le caratteristiche del dialetto eran dà loro esage-
rate, e non sempre intese bene, e io definitamente estese a voci
lettwarie. La naturalezza del dialetto adottivo deve ben più aver'
sofferto sotto la penna dei facchini di Elenio che non soffrisse
più tardi quella di un diverso dialetto per opera del facchini
entragna (v. sopra); e pare strano che di ciò non si accor-
gesse qualche valente dialettologo lombardo, che del Rdbisch
si fidava come di una schietta fonte per l' idioma della valle.
Noi all'incontro stimeremmo pericoloso l'attingervi, e della
nostra cautela cercheremo di rendere breve ragione nella nota
che qui apponiamo ^
' 'IndoettMimaAcademia VallisBreniiBd VerbummLaciun, in qua plnrea
TiA dootì flomerunt, Priucepa omnium Totìa electua oititit'. Akcelati, BibU
uripter. mediolanetu., s. Joaim. PaoL Lonatiub (1538-600). — Cft-. TuuBO-
BCBi, VII, libr. I, IV, 24, B libr. II, ii, 61 ; Badia di Meneghitt, Milano 1780,
^24, n.; Ch. toc. a. Fachìn; Biosd. ff7.
' Ve u*ha poi nna ristampa del 1637. Io cito questa, ma ho confrontato la
prima, di cu! é una rìprodazione fedele. Eabitch varrebbe secondo il Monti:
TemiLcolo, ciancie, baje. L' intaataziona d^i eomponlmenti del Lomazzo dice:
I dmers rabise outr ttertarigl (versi) ecc.
* Incominciamo per toccare della parte genuina. Di *oct gi& offerteci dalia
Parabola, ritroviamo magi mai, xugttarà 35, omttgn (alcuno 37.96, che on-
ingn nos possa, che Tarano non si possa, 40) , eus. E alle valli tìeinesi, o a
dirìttnra na'Grjgioni, ci portano ancora; chier chiaro 43.44. 111;jMiir pari 98,
rairo 149, maitura 30; ew volle (vol-se) 101 ; nolla niente 66; sciontciud
giunto 87; eoa drvan che si adoperano 4S; seiamcia parla; iumdrigl ani-
male 100-9, rumagl animali 103; «d di (da), ed altri, a tacer di s=6 a ^, di
-n=-n, ecc. Ma ti fenomeno dì w per ó in poeiz., che pure in qualche esempio
ci era offerto da una dalle versioni delia Parabola, ba nei Rabiic nna applica-
lione cosi costante che deve riuscir grandemente sospetta: mitrt morto 103,
iurt,pwc, ci(rp,ur&,aMt coste, ecc.; e veramente vi à u quasi ogni -d-ita-
^yGoOt^lc
£68 AacoU, Ssggt ladini, I.
Lngiuo. Veniamo per poco anche di qaa d^ Oneri, tbIoi-
dooi imprima del Dizionartuccio [ticinesé\-luganeae~italiano,
coH di città come verso la Tresa e il Mendrisotto, compilato
da Francesco Cbbsubihi (ms., E. S. I. 9).
Oltre r-(l»-A[TlII nel ptcp.: rivo arrivato, ziro gelato [e in un altro
saggio: te pruinò è brinato, Malcantone), sarebbero di qoalohe ìid'
portania pel caso nostro: il frangimento dell' ^ nella formola 03V,
ptxmct {cioè poìt) ^wto, allato a «dutaeosta, erta {e morf morto; eix.];
e l'è di ae t'ceret mia non d vedi (inf. a'eiaraffh veder lama, vederci],
che alla ina volta ci conduce a ràir, f. rdira, raro, ofr. *Bregaglìa' 1-2
(p. 275). Possono anche notarsi : gtiast (lugan.) questo; jùa^ tu satolb
{tiiùra gonfiore; cfr. valverz., ecc.}, malégn maligno; e oome indizio
dell'applicazione caratterìstioa di -étiote (n. 21): tporcJtiool facile a
macchiarsi. ^ Del restante, come sì conviene a dialetto ticinese: jm^k,
xermagn, con cagn, falcign,oaiì.;- baratucia, carent calende, eoo.;er
nell'articolo d'ambo i generi: or, ro.
Ma una varietà luganese Dotevolmente diversa ci sareblx rap-
presentata dalla parafrasi della Parabola che lo Stalder attri-
liano. Coil di fj da j {p. e. paciglitnciglia ^paf^jén^a; paglit 'pqrlf , Pinb.:
poU), dvù avenl nel Babiseh una unodats e artificiale applicazione, anebe
all'infoori dalla manifeste creazioni letterarie, qtuii cono svptrglior 29, GUim
Giove, Ariglivst Arìoato. Qnanto è poi alla caratteriatica dall'infinito in d per
-ère, io credo che ai abbia semplicemente a ripetere dall' aver gli Academici con-
fuso r infinito col participio paauTo, stante la qnast Identità delle due toc! nai
dialetto che veramente era il loro (mil. eantd inf., canta ptcp.). Laaciando tht
limile infinito non occorre ned é naturale che occorra In alcnn dialetto dalli
r^cme in cnl uamo (v. copra, <ValTerZB*ca', in nota), la coafiuioiie ai tt. m»-
nifeeta dallo stano gergo degli AcademicI; poiché lo stesso Lomazzo, che 4
abbastanza accorto per mantenere con qualche coetania rinfinito ìa -à e'A
participio in dd (cfr. -ud -id delle altre conjngazionì, che ai saranno eer-
tamente avuti, in quel tempo, anche nel genuino dialetto), por non di nàt
si lascia sfa^re la forma in -d ndla sua legittima fnnzione di participio
(p. a.: co tiglio deicatciò che io sìa icacciato, accanto a co tiglia leortt-
ffad, 04, ecc. ecc.), a tacer dagrinfinitivi che gli sfuggono in -d. B gli altri
auol compagni di faechineria, si confondono peggio di lui; p. e. a pag. 41: tw
tunri oMtruA non volar osservare, no possen intra non possano entrare, ui
Hgò va legato. Olà dissi gergo questo degli Academiei; e la 'Diflnicioaa della
Tavola', con la qoala sì chiude II nqjoso libro, parla più vero che forse ooo
volesse, quando per dare la chiave ddla rengua de Bregtt, adopera questo
stile: <... e per far questo, pigliarai II TOCaboli, ouer parole, primamente
'che finiscono in queste cadenile, cioè in an, en, in, on, va, à quali in quetta
'nostra lingua gli farai all'ultimo tu g, ot tu n';- ecc.
;vGoo»^lc
S 2. Ladiao e Lombardo. A. 2. Tùino : Laguio. 269
buisce ai distretto di Lugano, nella parte anteriore intorno al
lago (Toran um dm see). Qui abbiamo oostantemente e per Va
in accento fuor di posizione, oltre che davanti ai nessi il cui
primo elemento è N (cfr. il pres. g, lett b, u, 1). Si osserTino:
inf.: cerchee, mudée, fie, andee, lonee, moitree (e si eccettaa appunto
mvfffid mangiare);- ptcp.; ostdee, mandée, dimandee, comandee, eia-
mtt, ttratoke, peccJi«e, trocee, torme, maxsee, ecc.;- particoUr; pén
[allato a tan); eontreda {-oda}; peder, leder; bontè;- ma eoa Va e la
gaminacioBa: ftimm; — demenda la domanda, cornenda, grend ffrenda,
mtnent menando, Mcrolend, igènt ghianda; tenia (ma appnnto si socet-
tn«no: quand, ttmei); enea anche, letiguat [teu el eengtten torre il
Mngiie« uccidere; «en^u«n rifiette '«anguin»-* come il logudor. «dm-
bene); ma con Va: manca. In altre formole di posic. Va oostant»*
mante intatto: juirt, ipall, ecc.; e lo stesso a dell'infinito: òa»all{l>a-
idla), broMCiall, pregalll], ratleffrati. Noterole finalmente la costante
ortografia cha (casa).
Ora entriamo nuovamente nel territorio de'Grigioni, per es[do-
rarri quei tre distretti cisalpini che nell'esordio a questo para-
grafo abbiamo indicato. E formiamo per ciascuno di essi un ar-
Ucolo distinto.
3. VaiU MuoMna.
Non esiste, che io sappia, alcun saggio a stampa delle par-
late di questo doppio vallone. Io posseggo un racconto nella va-
rietà del comune di Mesocco, che è nella sezione superiore della
valle dello stesso nome, e più altri saggi che devon rappresen-
tare la varietà di Roveredo e dei dintorni, cioè di quel distretto
meridionale in cui la Valle Calanca mette in Valle Mesocco; ve-^
notimi, e questi e quello,' per la egregia benevolenza del dottore
Zkndkalu di Roveredo, deputato al Gran Consiglio del Can-
tone. Terrò distinti gli esempj di Mesocco, pur quando non pre-
sentino alcun carattere speciale, apponendo ad essi un u,; loc-
chè naturalmente non esclude che possano aversi anche in altre
parti della Mesolcina, o circondario della Moesa. Il quale faceva,
net 1855, circa 6000 abitanti, tutti di fede cattolica *.
La caratteristica piii saliente del dialetto mesolcino sta in un
fenommo morfologico, che vedremo ripetersi, con divwsa e pib
' Kiin>, AnUituitg tur geogrvpkUchen kenntniss dei landet Groufùn-
itn (Coìrà. 1855): 6165 ab., di cui 2Z rif. e 6143 catt.
;vGoo»^lc
m AiCoU, Saggi UdinE, L
ristretta applicazione, in Val Bregaglia; ed è an -n Tenuto alla
funzione di esponente plurale del genere feminino. Si tocca a ano
luogo (III, 1} della probabile sorgente di questo nuovo fattor
grammaticale; ma qui si potrà avvertire, come la sua appari-
zione, appiè del Bernardino e del Maloggia, aegni in qualcbe
modo la fase estrema della resistenza che la favella ladina qui
oppone alla lombarda. È la fase, nella quale mal più si r^ge
la sibilante ladina all'uscita, e quindi i numeri del nome si con-
fondono; poichò las vàccas, a cagion d'esempio, si riduce a la
vacca, o ils paslùrs ad il postar. Il nome mascolino cosi riu-
sciva alle condizioni lombarde {postar sg. e pi.), locchè agevo-
lava l'adozione o meglio l'imitazione del plurale lombardo nel-
l'articolo {i pastiir per il plurale). Ma la figura a cui era ridotto
il plurale ladino nel feminile {la vacca) troppo distava dal tipo
lombardo-occidentale (t voce) perchè l'assimllazioite potesse cosi
facilmente seguire; e l'elemento ladino qui ebbe campo di dare
un'ultima prova della sua vitalità, riuscendo a crearsi un pro-
prio Bpediente grammaticale, il quale ancora dura, per molte
voci, pur dove ormai prevale, anche in questa parte, il tipo
lombardo (cfr. 'Bormio').
Il saggio di Mesocco non mi oBra alcun esempio dì plurale
feminile che lombardeggi; ma all'incontro: la ostrien le oste-
rie, tùtten la stànzien l'èren tutten ciènen tutte le stanze erao
tutte piene. Negli altri saggi son frequenti i plur. fem. o lom-
bardi 0 alla lombarda: i gamb, i cala, i fest, tanti mess tante
messe, ecc.; ma insieme occorre il tipo indigeno, che forse più
specialmente si mantiene in voci rusticali: la vàcco, pi. la vàc-
chen; la peira pecora, pi. la pèiren; la pernis, pi. la perni-
san; mòtta piccola conca per il latte, pi. mòtten; sedei sec-
chiello, pi. sedeltinen (pi. fem. a sg. masc); cìatlelina scodella
(ciotolina), pi. ciaitelìnen; bòrroironoo d'albero, bòrren.
Seguono ora le altre osservazioni che i saggi mesolcini pos-
son suggerire.
óu è per rÀ[T]V del pardo, nella varietà di Mesocco, ma è infra-
quente negli altri saggi, i quali di salito danao ó: dtstedòu destato,
talltm, ijHuAw, viaggiòu, specciòu, aspettato; ecc.- saludò, restò, in-
dormentò, ecc.; scamou -viada, scapigliato -a. Per e d&d saremo
pressappoco alle condiziooi del leventinese (n. 1-3); o lo distÌDzioDi cbe
;vGoo»^lc
S 2. Ladino » Lombardo. A. 3. Valle Meaolcina. S7t
per qoel dialeita faceioaia si adattiuio perciA anobo ulla aeguenti eerie
di esempj: rtvéi arrivati H. (dal qual tipo si peFrerr&.a impieffhi ìn-
[lìegati, adoperaU. kutè lasciati; e pure ìd fanzìona fem. : vtma di
noce paste, aoa delle passate notti; cfr. èra -"aira, aja, allato a
camerèir k, cameriere, che va in ispecìe paragonato ai paralleli di
Bregaglia, n. 9); ich^n scagno;- vièg; — gii già h.; tpedè aspet-
tare H., gtratnuscià sparusciè sparpagliare disperdere;- pitxèe sar-
chiare, pregiteli pregarlo ii.; — caritè «.; mudèe o fa mudida, tra-
slocare il bestiame da una stalla all'altra; — allato a tta fa nà ciamà
tondu., andàa manààa, sui alida, ecc. Per l'n-é 6 forse baoa
esempio cheti piaièi questo piacere h.; e certo son validi per ei»4t
tàt sete H., vèider vetro. Par circa il frangimento dell' tt, e l'esito
800, vanno specialmente confrontati i paralleli leventinesi (n. 62-3,66}:
cher cnore, fegh\- i lintiu caldrtu caliiu, lenenola caldaje (-juole)
calze (-zuole);- vei fa vo_glio fare, m^a molla da oncina, temei to-
[gliejrmelo, tèe m soi ehem prendere sulle coma, chél collo, ew od ér
costa d'nn monte (orlo}, ctec (ecioc) brillo, cfr. ^efriul. emil.,ecc.;-
dorioeng (-Aòng) Sùbito Ai n. 100 e 109 ci riportano: -ògiù avnto*,
eciène-n piene, che avemmo di sopra. Il secondo esempio, non ponto
ladino, merita per altro particolare attenzione, per trattarvJsi di ó
inisùale e di singoiar concordanza col noto fenomeno genovese, sici-
liano ecc.: '^'>pj°*pl(j)^. Allato alle quali voci mol essere ancora
addotto: t heteg (cfr. n. lOT-S). Una particolar deolìnazione fone-
tica riconosceremo in ca^à germinare, spantare, che è forse da leg-
gere easA (e cosà lomb.], e spetterebbe al n. 169-70. Al nnm. 188
d conduce all'incontro: foiic fungo (cfr. il leventino), dove per l'i
inanzi a ■ va confrontato tmargaitc (com. margai) gambo del grano
torco. Notevoli nell'ordine lessicale: cmxoff altrove, in qualche
luogo ('n-3o-[d]ove; cfr. p. 48); e per la particolare concordanza colla
Valle Leventina: ver-et aprirsi (levenL: ver aprire, ptc. reni) e naa
rnieri andar perduto (lev. tmer»<t farsi male o anche morire cadendo
da rupe o monte). Del rimanente, le caratt«^sticha dei diaL tioinasi
[-nda-n, r dal] qui appena si avvertono; e tnen^(me»?) meno, begn^
' L'esempio è in mia perifraai di pib-che-perfetto: l'ahgiA viaggibu egli
ebbe viaggiato, che intendo: Va bgiù viaggiòu, ho-svato {= ebbe) viaggiato;
cfr. p, e. nel bregagl.; tncur ea Ven gUda rio&Aa, quando eaae aono-avnte
(~ furono) arrivata.
* Nel dialetto di Regolo, comune di Morbegno (ValtelIÌDa occidentale, a
quindi regione non gran fatto rimata da qnella in cui ora liamo); n'wmdfc
piumaccio, daita piazza, rìiì più, ut. toc. 384, e starebbero come eiemig di
un'intera serie. Ciù, più, anche a Montagna (Valtellina centrale), ut. ib., cni
si aggiungono, dalla rispettiva Parabola: eiangg piangere, gi6i = *Ì^Qt nudo.
;vGoo»^lc
À
279 AKoli, Saggi ladini, I.
bene, possono anche avere portìoolar moUro di altora«ioa«. -ni*-N
à ia om uno (artic), d'om font, am con. Finalmente, una cantte-
TÌBtiea epeciaie, che è il fenomeno sporadico di -o per -a fuori d'ac-
cento: miffo tant mica tanto h.; chMa itiU (estate) pauàdo n.; fermo
(*femna *lémra) moglie m.; tajotro (com. iajótora) cavalletta; ttooco;
no {una h.) nna, nella funzione d'articolo, e quindi voce proclitica.
Cfr. aA mod. provenx. la compagno, onmbro, ounglo, oca,
i. Val BregagUa.
La Val BragBgtìa , che 6 propriameiite la Talle della Mera
(Maira) dalle aorgent! in sino alla frontiera italiana i, ai apre
non solo, ma al continua, come il suo fiume. Terso l'Italia; e
all'altra estremiti comunica assai facilmente, pel passo del Ma-
loggia^ eoa l'Engadina. Era il terreno in cui l'elemento ladino
e il lombardo come si scontravano con maggior facilità cosi si
reggevano con minore sproporzione di forze; e la vittoria può
oggi ancora parer dubbia. Onde viene l'apparente contraddi-
EÌope fra la generale sentenza che fa della Bregaglia una ddle
valli italiane de'Grìgionì, e 4' affermazione di qualche dotto en-
gadinese che ne farebbe, in sino alla Porta, limite di oui più
innanzi si ritocca, nna dipendensa dialettale dell'Alta-Engadina;
affermazione che mal si pnò dire presuntuosa, chi in iapecie badi
alla sola parte lessicale della varietà sovra-portana. Dalle quali
condizioni risaltava del resto un tal divario glottologico fra que-
sta valle e le altre dì cui si tocca nel presente paragrafo, da
renderci veramente perplessi circa il posto più opportuno che
nel nostro ordinamento doveva spettarle.
Distinguonsi , come già accennammo, due principali varìeti
nella parlata di questa valle. 'Il punto di separazione à la Porta,
'sopra il piccolo villaggio di Premonterò, ed era una specie di
'forte, di cui ancora si vedono le rovine, nel quale la strada
' n territorio ginriadizionale della Bregaglia u ettende varamanta, par n
l^cciol tratto, nella ragiona dell'lDo, per guisa che il lago di Sila (Haloggii)
cada per circa ima meta alla Bregaglia e per l'altra airBogadìoa (Lkcbnb,
Hadkizio). U confine dìalattolt^co che ho riportato ralla mia Carta, meglio
si coDTerrebba con la condiiiant fieiclie. Daiino ai sei comuni bregaglioti ui
popolatione complesKiva di circa 1600 abitanti; cfr. p. 162, n. 3.
* Hoi foraatierì aiamo ormai abitnatl a quanto maacolino; ma vedo che gli
ÌJidigttu dicano, a certo con miglior conaiglio, la Malaga.
;vC00»^lc
8 2. Ladino a Lombardo. A. 4. Val Br^aglb. ZT3
's'introdoceTa per an portone (MAcaizio)'; ond« la app^azioni
di Soora-Porta al territorio chs va dal Maloggìa ia sino a que-
sto panto, e di Sotto-Porta a quello che di l& rimane in sino
alla frontiera italiana. La varietà di Sotto-Porta più si risenta,
com'è naturale, dell'influsso Lombardo; non tanto però, quanto
per avventura aspetteremmo. Ma converrebbe poter confrontare
le varietà di Chiavenna e di Val S. Giacomo, locchò per ora
non ci è dato. Intanto si consideri questo stesso paragrafo, aotto
la lett B, II, I.
Alla sezione inferiore appartien la versione della Parabola che
si trova nel libro dello Stalder; laddove spettano al vernacolo
di Sovra-Porta i saggi poetici di Ttmiaso Maurizio, che il Lb-
cHNEB ha inserito nel suo opuscolo sulla Valla Bregaglia*. Ha
questi aussidj, i soli di qualche momento che in sino ad ora gli
stadiosi avessero a mano, divennero per me quasi superflui, marce
la gentilezza insuperabile del professore Giovannandhbà Mad-
Rizio, di Vicosoprano. Il quale si è compiaciuto di secondare le
mie indagini con tanta perizia, con tanta abondanza e con tanta
prontezza, che io davvero non so come rendergli tutte le lodi
e le grazie che gli debbo. Intanto mi stodierò, per quanto il
tempo e lo spazio il consentano, di mettere a profitto, e in qufr<
' sto capo e ne' seguenti, il prezioso materiale onde io mi trovo per
sua bontà fornito. Dal quale dipendono, quasi esclusivamente,
le annotazioni fonetiche a cui ora passeremo, dando nel testo
gli esemplari di Sovra-Porta (Vicosoprano >), e in nota quelli
che spettano alla varietà di Sotto '.
Uà prima di venire ai ragguagli fonologici, gioverà mostrare
come funzioni nella Bregaglia quel nuovo fattor grammaticale
< Dm thal Bergtll {Brigaglia) in Qraubùnden... von Enut LiCHNm;
Lipùa, 1865.
' Tra Vicosoprano e gli altri villaggi di Sovra-Porta, la HBsteaia wKrà>-
ber minìm», tolte quelle di cui li tocca ai quid. 4 e 144 (cfr. n. 192).
' La orb^rafia dal Maurizio é geDoralmante eoa) perspicua, che io posso, con
■officiente sicurezza, adattare alla nostra flormale traacrÌEÌone gli wempj che
da Ini Tengo prendendo. Se qualche dubbia mi resta circa i saggi di Sotto-
porla, dai quali egli non à l'autore, aggiungo tra parentesi la ortografia ori-
ginale. — Negli esemplari dì Sotto-Porta, distinguo per b. b. c. le sotto-Tarietfr
di Boiido, Soglio, e Castasegna. Qualche saggio di Soglio devo anche al signor
Qandansio OioTitfOLi di coli.
Arehiiio elottol. lui., I. W
;vGoo»^lc
ZJi Ascoli, Saggi Udim, I.
che già fa considarato nella Miaolcina, e forma, nell'ordine glot-
tico, corno una connessione fra questi due territori, la quale ag-
giungendosi alle ragioni topografiche, valse a risolverci per h
disposizione che abbiamo adottato. L'esponente di plorai femi-
nile, a cui alludiamo, qui non si vede facilmente nel sostantÌTo;
poiché il Jn-egaglioto non suol fornirne se non il primo oppur
l'unico termine della data espressione feminile; e quindi ne for-
nisce costantemente T articolo (che alla sua volta ne mancanti
misolcino), il pronome dimostrativo *, e l'aggettivo che non sia
da articolo preceduto. Si osservino: lan rosa le rose, lan ani-
ma; lan buh'amiga; quisian tnuntagna; ca van cuti qvellm;
altran auetta altre piccole acque; ìntnan amiga; tantan o/fni
erba (ma con la nota in entrambi gli aggettivi : da tantan bel-
lan forma; e diversan bellan 'casa nùiva diverse belle ca«
nuove); finalmente: erlmn verda, /ian mia! figlie mie! Seniì
-n: du mia due miglia, il numerale rendendolo superfluo. Ub
esempio di Bondo: in lan cattìvan cumpagnia, avrebbe all'in-
contro un -n esuberante; e la nota non sarebbe al suo posto ordi-
nario in un verso: Sói, cun la si helan fiia, Sty (Soglio), con Ifl
sue belle figliuole. Ma ne'modi seguenti: in tutt lan manàra,
da tùtt lan banda, a tii'g i fiumi e tutt lan aita, non v'iia
eccezione, trattandosi di 'tutto' in condizione indeclinabile, come
p. e. si rivedrebbe nel soprasilv.: tutt ils umens e tutt las fem-
mas; cfr. IV, b. Si aggiunge per la Bregagtia la creazione ani- '■
logica del plur. fem. leir esse, loro (e: lér), il quale sta al 1
sing. lÉ lei (cfr. n. 22) cosi a un di presso come lur essi, laro, '
al 8g. lu^. . j
Sovra-Porta.— 1-3. Siamo quasi alle condizioni alto-engadinc'
tperàr, òadantàr (trastullare), cj'artcar. (parlare) , ecc. eoe; mar; t&l, ■
mài, tampuràl, scàia, prmoipàla; ràoa rapa; nàs, asan dsna; fràr-<
ros^a rugiada, tlàl la state, la paga, lag. Ma abbiamo -à-=-ATE |
Sotto-Porta, — 1-2. B, : inf. sW, curi ecc.; partic. canté, elamé, majéece; ,
ma le 2. imperai, pi.: purtd, mat^\- gurnéda; i per gli pare; eampen'-t-
•martell; mésna macina; indar! ladri! S.: inf. and§, turnè, ries, guari;,
manghf, mnsùrn, fiafij'; P^rtìc. cumands^ queilé quagliato;- giù chgs qo*i
' Nel personale di terza, lan sarebbe limitato alla fiuiEioQa oggetUn.
* Anche nel barmiese ti lui Io itesoo fenomeno; p. e. de-par-lerr di-per-
-loTO (fem.).
;vGoo»^lc
g ?. Lsdiao e Lombardo. A. 4. Val Bregsglifu S7S
in itUà LscHN. 92. 91, nella sec pers. ìmperat. pi. : rallegra 'v ralle-
grateTÌ Lbobh. 90, sperd sperate!, ed -à«-ATU nel participio: sper^
sperato, manda, ecc.; pi. i j/o nomina ì gi& nominati, t tecul patsd,
e cosi: inpràin prati. Nella quale uscita del participio, mal potremo
per conseguenza vedere una riduzione di *-du (cfr. n. 68) , cioè della
fase soprasilvana, a cui succeda l'-ó alto-engadino, tanto pìb che fra
i nomi di tenute ci occorre Pian Li, piano largo, lato; ma d'altronde
iacontreremmo piU d'una difficoltà pur volendo attribuirla ad influsso
lombardo; ed d singolare in ogni modo che appunto la Bregaglia venga
ad interrompere quell'armonia che regna nel riflesso di -ATU fra i
dialetti della serie che ora stiamo rassegnando (cfr. il n. 196-7 basso-
engad.). — Un esemplare assai notevole che ho sentito io stesso in
Vicosoprano, è clair chiaro. È figura che già adducemmo per chiarire
un'apparente eccesione baaso-engadioa (p. 227), ed implica un feno-^
meno morfologico, del quale, se io non erro, non fu ancora misurata
l'intiera estensione. Come v'hanno cioè dei sostantivi in *-ar *~<iri
cba assumono l'-io ascitizio, p. e. •focolar-iò (it. fbcolajo; cfr. in nota
il riSesso di *altar-Ìo), loccbè meglio sì definisce col dir che passino
all'analogia delle infinite fonnazioni in *-ario; cosi, tra gli aggettivi
cbe assumono questo medesima elemento ascitizio, gli esemplari piti
diffusi, a quindi pib antichi, saranno del tipo in *-aro, che appunto
cedevano a quella stessa analogìa. Si tratta in ispecie di *olar-io e
'rar-io; onde il bregagl. cldir, secondo l'esatta norma del num. 9, e
il frc. clair (cfr. paire), e i piem. cidir rdir (cfr. piem. dira aja], e il
comasco rairt, diradare. Qualche varietà lombarda deve ancora man-
tenere intatto l'-i'o; poiclià in un saggio rustico, di Busto Arsisìo,
mi sTvien di leggere: E sa Vhe voeun da parto, Faghan tweima da
àon, oh le da rario (se 6 uno de'nostri pari, fargliene una di buona
A cosa rara). E poiché son condotto a toccar di queste serie, mi per-
metterò ancora di notare che la ragion morfologica di pa(rJjo risulta
affatto diversa da quella di focola[r]jo rario ecc. La forma 'pa[r]jo' che
l'italiano ha comune con altri dialetti romanzi (cfr. n. 9) , non Ò la pib
genuina; e primamente deve essersi detto 'piga' anche per na p^o
solo. La ragione del significato di <p{^o' sta appunto nel plur. neutro
paria (sant parìa, formano un pajo); e porta à sempre regolarmente
continnato dal sìng. piem. paira, frc.j)atre (BoKairrlII^ 277), mìLpera.
tati. In attgir, altare, abbiamo il parallebdi *focolar-io, venez. /b^oMr ecc.,
T. (Opra, e cfr. bralchsir (bruccàir) caldarroste (valTerz. brasch e nel dìal.
di Albosaggia in VoltelliacL: braschér, ut.; bonn. brascbelr), e quindi un
esemplare pel D. fi. C. : fnf. monde, paste peatare;- crSdéda cascata, vedi
pag. 59, saccaMtdda seccata.
;vGoo»^lc
276 Aaeoli, S^gi ladini, I.
i. Colla norma alto-engadJnai^o (o^a); chilo e lo CLuae 1&, eoqua; '
ma 80I0 a Vicosopraso.
6. 6. pan ecc. t. n, 144. Ma ié\ dittongo prigione è probabUa trac-
cia in pluna pialla, plvn&r piallare; cfr. g 3 b, 11, I.
8 ecc. part, vali, agn alnus t. pag. 13; ma cattegna {comune del
TOito anche al milanese e al bergamasco) ba legittimameate il tipo di
Sotto-Porta, cioè di quella sezione della ralla in cui allignali casta-
gno. — Del rimanente, nessuna traccia delle alterazioni ladine per
le diverse formole di a in posizione: aitar altro, caid, camp, grdnàa.
Ma Botla mia domanda se cdvd fosse estraneo al br^aglioto, mi fu
risposto in Vicosoprano che 'anUcamente' sì dioeva.
&■ Il riflesso di 'area' (^a) sarà in Aira da la Patta, nome di udì
tenuta; ed è fase fonetica che i dialetti grigioni ed i lombardi hanno
oltrepassata, ma ha ancora 1 suoi riflessi in altre parti dell' anfi-iona
cisalpina. Si riproduce, per questa varietà, in/'orat'r'ferrario, ealjrair,
pradair (segatore); ltif-certiair;~ ciretair, perair, castegnair ecc;-
ganair, favrair;- pajar {"pàir 'pano, p^o, v. num. 1-3, 8 cfr. n.87).
19.21. Il dittongo di questi numeri, e quindi pur dei numeri 32 e 40,
si mantiene, por l'entità fonetica, nella fase soprasilvana; e poiché
dinanzi a n non appare schiuso, riusciamo alla condizione del pie-
montese. Ecco la serie: [fen], ren, cena, cadeha; [ajoeir, taSeir, av-
àeir (ofr. n. 105), vuleir, valeir, temeir, plateir; laoeir; tara, ]»*-
maveira, itila, leida; plaseivlan cascàdetta piacevoli oascatelle;- cri
erede; tre.
S2. BJtroviamo Vei engadinese (e cosi coincidono nel bregagUoto
le continuazioni di ^ e di «ecc.; v. Unum, che precede): mail, tultif
il soUieTO, nei/' nepos, leivra, preida *peidra. Cui si aggiungono, p«r
{speciale sviluppo {é engad., ei bregagl.; cfr. p. 170]: èir jeri, dot
5-6. B.:MnrRen;8.:pfn, c?t$n;C.:'n«n,pbnpiaiiodicaaa;cfr. §SB,n,l'
8 ecc. Qui BÌomo alla più spiccata caratterìatica di Sotto-Porta; e to'i-
^ mente gioTerebbe distingiiare tre dÌTene nerie: AN + com., di cui si rìtocei
nel luogo nllimamaiite citato; AL-t-cotM.; \R-t-com. — B.: pert, gveria;
filar altra, felé (felc) falce; enea anc(oni), brenea abbranca;- ma: un tolti
brace. S.: trbiti eaetagno ('albero' per eccellenia); gltra, chsld; tfnt, gt
ehgnt, pianta, fmtgia fanciulla, uifitx, bttne; ma: corr, bai, grand, lai*
iaecia. C casttgita, utsintnca (grig.: viinatmca eco.) TÌUaggio; trota anìm»
(della castagna); ecc., ma: bratca bragia; i>ann, ^ p. 13.
9. B.: qui apetta probabilmente l'idra che piti Tolte a'iucontra nei «oì
territoriali {L'Era, L'Era d'Sttra, Era vedarì); oltre ^anvr a jw.- C: /b-
fflm- focoli^o, cfr. 8. 1-2.
19-21. B. evé, pudé, e 'ode a vedere. 8>: pUna, chedena; afde vedert, taro.
;vGoo»^lc
§ 2. Ladino « Lombardo. A. 4. Val BregagUa. 277
dieci;- ceti nnin. 67, t. p. 188;- e anche sei* sei, benchd ai tratti di
antica posizione; cfr. il n. 30 alto-eogad.
21. je (sottop. ffe]. Nel vocabolario è dio. Iddio; ma in un'canto: in
man da dia, a fra le interjezioni o dia dia,
87. Con Tei, all' engadin.: teista,taveist,lantempeitta,reÌttilnsio,
38. t nerf.
82. meta, Vaìeit, fì-'anteim; teii steit.
SS. [priim].' 81. freid.
99-tìt, peir, neir, neif, rieeivar rìceif, peivar, beivar;~ dent dito,
V. p. 175 n. 2.
41 occ. quist, pi. qttistii- qttel, pi. quii^ cavei; ent; vdn^af via-
cere; ureita;- Smistar.
M. amur, flw, cantuh, praSuh; sassiu sassoso; vuì; ecc.
60. sòr, cor, laSra n. 132.- 61, pwi; bun, truh.
52-S. Caratteristico ò l'i che sempro si aggiunge al franamento
dell'ò nella fOrmola OV: bòif, nOiv nove (aottop. nOo), «Oi^ nuovo,
fium^/'Bargoauovo:- plòioa, plOivar pìOif;- ùif. Appare l'i anche
in Mùira snocera, ma qui ha, molto probabilmente, ana ragione eti-
mologica, V. p. 80 B., e 'Bormio'. Per l'antica formola OR non ver-
rebbe a questo nnmero se non mGr io muojo [cfr. lomb. mòri). Bel
resto: viòla, fazòl, i lvu6l, i fìiist; fSff, l6g. E ancora si vegga il
Bum, 166.
64.56. Diventa raro \'o che si franga in posizione. AU'infaori de-
gli esempj palatili: VnH iOil,je vOi voglio (Lecbn. 94 : dOa fSa, do-
glia ecc.), non ho se non nO^ notte, che è appunto di una categoria
iu eoi il pretto ladino de'Origioni non rompe. Del rimanente: art,
ttort ptc, corp, poro, morz (ptc. di mòrdar); don.
68. frwnt; dpna.
68. fin, §&daS giudice, /%m, plunflra, ecc.
«1. mu, S.' Cru», itidìta induva, ecc.
64. tarm autunno; correr, ptc, cprx;- ^anpi7, ffpita ago (^pi'IatV ago-
rajo), plQil n. 230; pQÌn pugno;- cpn cuneo.- Cfr. n. 166.
67. V. 22.- 68. fó>*; ma prevale la riduzione 5=au{T. ilbaaao-eng.e
l'append.): pàc, pàc beh, eata (aavef casa ch'ò success?); roba; soma
27. S.: festa;- beSS {bwjc d'ogni sort); cfr. p. 55 e 172 n.
60-66. B.: cor;- nSta ogg., fSc, ecc.;- i ò7; ttoéé. S- darebbe To' con
■ingoiar panìmonia: bò'f, mdd, allato a cai, loCffSe, i oil. I due ultimi esem];!
occorrono ripetutamente, e quindi pi^n certi; e foc alla «aa volta asBicnra
loe. Ma l'o all'incontro nella formola OCT; Ugg cSgg nSgg.
68. B.: raspìUf rìepoato.- 9. ftrunt.
<8. B.: roba; «mo = «fà[u]ma;- S.i poe, un pò.- 98. C: m.
;vGoo»^lc
278 AwoU, Saggi ladini, I.
(covai da tama, cfr. soprslv. lauma ecc. 8p. Car., e p. 235 n. 5).-
E V. ancora il n. 93.
72. Notevole l'è- par a- f. d'acc. in eoant ed elégar. É anche in
evèrta, ma potrebbe dipendervi dall'ii = a della forme coli' accento
sulla prima.
87- al bap lénar il nonno; méiar melior.
98- palxfir posare, ulceinocelli; cfr. ilsottoBÌlT.,rapp., 'Posch.', ecc.
100.109. gH avuto; abbia agga.
106. je vezs.
Hi ecc. Costante il carattere ladino: pian, pianta, plaaeir, plotnb;
flàma, flnr; Clavena Chiaveuna, clama; glacé. Nella stessa conti-
nnazione di 'plus' ancora suol mantenersi il l (cfr. p. 214-5 ian.),
quando non trattisi della fnnuione di mero esponente di comparativo;
quindi: pù cotnfin, pù alta, p&toat, pu in »ù; ma: nu san ve più noi
ee ne vede piti, conserva al pia, pel più per lo piti, pù vif e'I tur
meia da pia pitt vivo e somiglia di pili; la più part » la p& pari.
119. vàL
181. ùs' if a da iandunàr ora vi ho ecc.
182. la~6ra, dadSra.
Ì87. Oltre il plurale del nome, ha affatto perduto il -> pur la se-
conda persona singolare: tu e sei, tu o hai; tu spera, tem, sent; e
nella costrazione interrogativa: conosa-t tu (Lbohnkb, 88. 90). Ut
escono in s la seconde plurali, da quella del pres. indie, in faon:
u eros, fùtas, voi eravate, foste, ecc.; circa la quale uscita dobbiam
però rimandare a p. 201-2 in n. e al C. Ili, g 3.
IH. mossàr (sottop. mostre); noss, voss.
IM. 'L'enne, scrive il Maurizio, ba sovente nel dialetto della valla
'superiore, particolarmente di Vicosopraub , un snono nasale, amai-
'gama di r^ o gn, come nel dialetto piemontese o torinese*. Si era-
fronti il C- II, § 1; e intanto si osservino: funtana (altri quattro ptesi
di Sovraporta: fimtana), sadmaha; san, mah, cah , paisahj feh; mar
tcun;- ma: spin, pin, cfr. p. 156 a 224.
116. drombàr numerare, cfr. in ispeoie il soprasass. (p. 141).
72. dntl Parab. St.
114 ecc. B.: piatta, elama, eler; pù ^ùoan, pu itK. — %.: pltSer, bh-
slemma. — C: pie» v. nnm. 'ó-Q, fiamma;- per ea nu ìloppan (ictikippiii)
per che non iscoppiioo, reSla (reachla) *raatla rastrella.
110. B.; vel. — S,: una stalla vela, lan vela le vecchie.
1S9. S.: rec^rwi.
181. S.: if (Uff li dico; afdm veduto, tfdeva.
Ul. C: noss.
;vGoo»^lc
g 2. Ladino e Lombardo. A. 4. Val Bregaglia. £79
UC- Qq) pure, coUa solita distiozione; mattar [mangher) mangiare
delI'aoDio, maiàr divorarai mangiare delle Restie (cfr, 'Livigao' ìq n.].
153. Siamo al Upo lombardo; on'g (cfr. Tagg. mil. onó).
100-fi. lSl-4. La palatina ai fa ben rara nella formola CA; e anii il
continuatore gutturale, a formola interna, altrettanto fermo di quello
clia sia in favella lombarda, appare eziandio nella continuazione di
'manducare', che 6 per questa regione fenomeno assai degno di nota.
Si osserrino: Mwra, b(S?a; lem mi 'ààra le mìe care, o ì;e> interjezl
di deaìderìo, quel pali 'éer (cer) Lechn. 90, allato alle rispettive forme
di Sottoporta; e poscia: cald, cantar, cavai, capei; tcavdr; vacca,
rùxa\ aa datmancàf dimenticarsi; sagàr ratgàr, pragàr, bargàr gua-
dare (varcare), mang&r (r^her) mangiare; manga manica, lùganga;
furmiga. Così nella formola GA: fraga fragola, lega. E pure nei nomi
locali appar la gutturale con notevole costanza: Ca-d-l&g Capolago,
Lan Baielgheta Le Chiesuole, ecc. AL che fa contrasto il numero che
ora segue.
169. La palatina promossa daU'fì nelle formole CU CO, riappare non
solo, ma anzi si estende a casi peculiari. Abbiamo: sagùra sicura-
mente, TSùna (ifunna engad.) cuna, 'cùnàda cognata (cfr. per la genesi
dell'fi le forme grig. al n. 192); in'cd (aottop. inefl) oggi, "inc-ae, cfr.
la prima nota a p. 181; ^Ort corto, che presuppone "cfiert, cfr. p. 187.
Wl\ tantgi pricual Leghn. 88.
178. Siamo costantemente al prodotto palatino: te'c il latto ecc., e
qui possoa coincidere, come gin notammo, lombardo e ladino (cfr. in
iapecie l'attiguo dial. di Sopraaasso, p. 144). Ha à caratteristico il
prodotto palatino di O'c otto, 'aitar {'o'óùar] ottobre.
177. ouo. V9. 'éi chi, par-'éé. 188. ffn'g.
19S. Uh (col » non punto limitato a Vicosoprano, cfr. n. 144) lena ;-
ppm pugno.
199. -TL vm'ó-a-dQi venUdae, cfr. p. 68 d,; e si aggiungono, quasi .
alla lombarda (cfr. g 3, b, s. questo num.): tanfii tanti, tùg tutti.
206. rieiva rideva.
20». bicr bicra avv. molto (agg.: da bièran centinera d'ann, Lk-
CHN. 88).
aa. stil, cfr. p. 129 (Boprasass.). 280. pl^il, cfr. p. 110. 285. sa-
voirar, cfr. p. 22-1.
IW-ó. Qui ditenta carattariatiea l'asMlnta mancanza della palatina. B.: che~
ta, chera geitt; 8.: chgnra chsta., oea\- manghi.
16«. Jl.: «cura.
170. C. vaSitunca v. num. 8; maSaré macwara.
179. B. : chi.
;vGoo»^lc
£80 Ascoli, Saggi ladini, I.
5. Vai roscMavo.
Quanto è pifi arduo il passo del Bernina ohe non sìa qadlo
d^ Maloggia, e tanto è meno abondante la vena ladina in Val
Poschiavo che non sia in Valle Bregaglia. Anche il lessico ii
Poschiavo conta di certo un numero assai rilevante di voci la-
dine, e l'elemento ladino tì traluce qua e colà, in modo affatto
indubbio, pur nella tempra fonetica; ma di qualche caratteri-
stica si può tenere che ladino ed antico lombardo vi coincides-
sero quando in questo territorìo s'incontrarono (n. 114 e seg.),
e in tal altra rinveniamo intatta un'antica fase, che piattoato
si dorrà dire lombarda che non ladina ^n. 172) *.
Di questo dialetto non poterono gli studiosi assaggiare, in sino
ad ora, se non la Parabola che sta nel vocabolario del MoDti
(p. 414-15) e le voci che son disseminate nel vocabolario stesso.
Agl'indigeni queste non pajon sempre o genuine o sicure; ma
la esattezza del Monti non si può facilmente rìvocare io dubbio;
e le voci sospettate, o saranno state prossime a spegnersi quando
il Monti le raccoglieva, o spetteranno, sebbene appaja ch'ali
esclusivamente consideri il capo-luogo, a qualche men nota va-
rietà della valle. Qu^le tra le voci poschiavlne addotte dal dia-
lettologo lombardo, che mi son parse meglio adatte alla nostra
indagine, ho io cercato di radunare e riportare qui in nota, ai
rispettivi luoghi. Ma nel testo non adduco se non parole che
io medesimo ho raccolto dalla viva Toce del rev. sign. Camillo
Mbhootti, nativo di Poschiavo, chierico del seminario teologico
di Milano, o dai saggi che mi sodo pervenuti per la gentilezia
del rev. sig. L Schuidheini, pastore evangelico in quella terra <■
I quali due valentuomini rappresentano le due confessioni reLi-
' 'Po(chi&To, dica il Monti (toc. zxu), grosaa terra dei Orìgioiu, parane
tarzi nella diocaai comasca^ parla in generalo corno a Tirano (ValtaUiu),
ma usa molte tocì proprie.' Nella qnal aentenu, anche gindicando dai "^
aaggi che egli medeaimo ci offn , mi pare che ti eaageri la aomi^ium H
biella (cfr. p. e., in ordine al noni. IO; ialite Poseli., gnardaoanqà, lUita
a toltit Tir,, goardaboachi), che pur dova aenu dnbbio ••■er molta &a i dot
paaaL Vero è però ohe i dialetti di ValMliaa ai oraoscono in modo cod im-
parfiatto, da lasciarci per molti riguardi in aaaai penoae incertane.
' Le prime,- traacrìtte secando la noatre norme, stanno in roriise; la altra,
a cni mantengo l'ortografia che mi è data, in carattere to»4o.
;vGoo»^lc
i 2. Ladino • Lombardo. A. 5. Val PoschisTo. 281
giose che tra loro ai ripartono il territorio posehìaTliio * e Turno
tra di loro distinte anche per un fenomeno di grammatica (cft*.
pag, 6-7); poiché il participio dei Terbi in *-àre esce per it ìd
bocca dei cattolici e per à in quella dei riformati. L'uscita cat-
tolica ladineggia (aam. 68*) ', mentre l'eTangelica è lombarda,
cioè rappresenta, o predilige, com'è abbastanza naturale, il più
moderno dei due elementi.
Distinguono la TarietA-dri comune di Brtuio da quella del
comune di Poschiavo, e la prima non deT' essere senza qualche
importanza; ma i saggi che noi ci facciamo a spogliare, sono
tutti della seconda ■.
1-17- Siamo affatto alle condizioni italiane (non però aBruaio, t. la nota)}
quindi mandd mandare, ccenld conciare; alta; alt, faU; avant; ecc.
Per cer allato a cor, chiaro, t. 'Bregaglia' '. Circa ain'i'dnn in dain
danno, cfr. il n. 54. Il partic dei riform. TÌeae a coincidere coU'ind-
nito: resta restato, guardi guardare; cfr. n. 68'. 19-SL DÌ solito
' La Val Pocchiavo, o il eircondario dtt Btmiita, fiLceva nella rtaliatica
elei Knro {o. e. 76) 3888 ab., di cni 1005 rìf. e S883 ctttt.
* Non si dimantlcano, in coal dire, i participi ^ ^ ^^ ancora aono puro
in Lombardia; cfr. 'Bnsto Arsiiio', g 2, b, n, 1, in n.
* Per la molta bontft del lig. Scbhidhzini (t. sopra) mi giunge, mentre
correggo le prOTe, ancbe una raccolta di voci brviotche, e ne ricavo quanto
ugno. L'd in e scostante nell'influito: mene, i^ spedi speccbiani, scene
ornare, leerseeli sarcbiare, cBnsei, pevtighé, jpeeeeni pettinare,
grigné (= grignà di Poach., Vaiteli ecc.) ridwe, mangi, ditplegXé.
'Pochi verbi di questa categoria non ai sentono piti in ^, ma soltanta in 4;
p. e.: eargd, sunà, e alcuni altri.' L'ft in e ancora mi porgono i ioli dos
nomi in coi preceda palatina (cfr. p. 148 a^g.): c«^ chiave, vKiimf oampo,
noteToIisaimo il aeeondo esemplare perche ci offra il piti sicuro leatigio pt^
sehiBTÌiio di E ladino nella formola CA (r. n. 16&^). All'incontro è intatto
Va in altre fonnole: armadi, seuiSl grembiale, /'urmaj ibrmaggio;
Man ja manica, lait latte. Per *-<l[t]w riabbiamo m: mangia, spùdù,
brùsA, ecc. L'ii di *-iì[t]u non solo ft decisamente w, ma ami talvolta 'molto
a accosta ad >', dove A da couiderare la confluenza di *-iUo ed *-Ito, dì eni
si tocca nel testo (n. 35); es.; eedw, imp lenii, tingiù, leggi», eoe.
Notevole piar pera (nnm. 40, efr. p. 187); e anche riporteremo nn «tempio di
n: trun tntsio. La caratteristica del n. 114 ecc. qui ha piti sofferto che non
a PoaobiaTo, eoma ai coavìene alla giacitura più meridionale; p. e.: giate'
ghiaccio.
' Un Testigio dell'd in o del n. 15, ai può forse vedere in borgnts Mr.,
bagnamento sudicio.
;vGoo»^lc
28S Ascoli, Sa^ Isdini, I.
il noa earattflrìatioo riflesso dì on'e piti o mano etretta: Vìde\gudt',
vede', tave'', plef; mena, pien, laren; ma il dittongo ricompare in
akéid% cfr. n. 40. 8S> et-, du\ cfr. l'fingad., e i dialetti be^amaschi
in TiaAB. 27.S8.81. Condisioni italiane: pèrda cfr. n. 75; incem,
mex tneka; vedél (cfr. n. 42). 82. mei. U. /r^i'ti fréida. SS. Qai il
participio in 'Ato bì confonde con «quello in *-uto (n. 60; cfr. p. 185):
àurmù' (infln.: durtni), rintù', tradù'. — 86.t ire, mi »em ù, fem. iifa,
sono andato, -a. itì. pir la pera; pel, ttef, *ier, men, bea cfr. n. 75;
ma col dittongo: séid, déil; cfr. n. lÓ. 21. *Ì (44 eng.). va int*.—
éS.cavel, pi. cacelj; qnìgl quilli, quelli -e. 4A.ùra, cnra quando;
laiira egli lavora; uttiir, pertùna; us voce; ecc. '. »-6«. Per questo
capo va imprima avvertito come il poschiavino si crei nno apodienU
morfologico, attribuendo al plurale mascolino la figura col ditton^
(S), e al singolare quella che serba la vocale pura [o), peres. : mort
8g., mcert pi.; né la distribuEÌODO sarà arbitraria, poiché nella pib
antica fase lombardeggiante usciva di certo per -i ogni piar, maschile,
uscita che vediamo ancora mauteDersì nel pi. di piti dì un tipo masco-
lino come si continua in quello dei fem. in -a >; e l'i dell'àtona sus-
seguente poteva favorire la continnazione dell'antico dittongo (*{<« 9];
ofr. p. 16-17 in n., e in ispecie la n. 4 a p. 263. Qnanto alla varieti
dittongata per s6 medesima, avrebbe a dirsi per lo pih di Upo ladino
quando siamo ad o in posiz., e all'incontro di tipo lombardo nella
formola *-ólu, che è la sola di 6 fuor di posiz. per la quale io abbia
esempj dell'alternarsi delle due figure (nell'd primario; pel secondario
aggiuogesi: ^oc, pi. p5c poeucc). Si osservino: fl^ól, pi. fi\jeBly,
nenxól lensnolo, pi. nenzcel}-, anxH capretto, pi. anxcelj\~ xopp, pi.
stxp', ort, pi. drt; cor», pl.««m; ott, pi. <«» ed oss\ no« aostro,
pi. nSso nSs; àrfan, pi. eerfan, ed orfan, oltre l'esempio addotto
pib aopra. Nella continuazione di "gent^lio (genuclo-), il dittongo è
dì entrambi i nnmerì: ^mcelj tg. e pi, * ma ai ottiene la distintione
del singolare ricorrendo al tipo lombardo: genacé. Così è il tipo lom-
' Mt.: intentar, fra.
* 47. Mt.: magliaclòira mangiatoja, presepe, pag. 307 (e a pag. 132: testa,
che veramente Mr&; 'bocca'; eI confronti, in ordine al significato, il ted. mauf,
bocca e mnso); prH*Mr, arnese con che sì strìnge ecc.; coertòir copertt^;-
fo\n favonio (n. 189). Cfr., del resto, in territorio scblettamente lombardo:
eom. 16ÌT0 Siro *]aur-io, lauro, Mt. app, ; vaiteli, betlùir maziapieehio, ìb., ecc.
* Masc: ciama-i chiamati (in testo cattolico, vale a dire allato al sio-
góL in ù), filjiel-j, e ancora tane tant+J, òhe é tipo io coi l'effetto delT'
è Eentito anche in Lombardia;- e fem.: li gambi, .li besti, tanti Tolti.
li buni usaazi, li porti; ti tcóli scnole, barchi, fttrchi, spadi.
* Altre voci col ditt. al sing., v. in n. ai nnm. 105 e 230.
;vGoo»^lc
§ 3. Ladino e Lombardo. A. 5. Va] PoMhisTO. S83
krdo nel siogoL della oonUnnazìone ài 'ocnlo-V accj e il ladino al
plur.: lelj oaiL — E ora ci rifacciamo alle siagole serie dì questa
vocale accentata: 60. fora, tnor muore, òli iof, nof nuovo, rada,
dròan adoperano;- 61> pm, Apn itina;- i&^ ncef dot», rasa, vceid;-
cef;- tee fcec gac;- M. pòrta, al dorm; 8g. com occ, noti t)0«.
Intasa vosia; ag. epL corp; sdì» sonno (off. num. 1-17) <-,- 66. dinf;
cjinta racconta;- 68. sali eaempj per ì'ce nella posìz., al Bing., restano
cecca fcelja, di cui il primo è di tipo lombardo, l'altro à indifferente
ed è nella posizione palatile, che è quanto dire dinanzi ad i {j)^;~
S7. {u»jr;-fi8. jpw);-j]unf;/ront, ccmóssa. ^.mù,r,scUr, aigùr,gfi'ra,
un Una, disun, luna, fùm, lus, muti;- Wt- pia h*', vùndù' (ini. vénda),
«i»»' {al ven], eressi*', cfr. n, 35; cru crudo, nùd, ùga uva (lomb.
^a). SI. Prevale lo schietto u, alta ladina, ma in qualche esem-
plare bì Tolge all'o: gùla, crvs, nu», luf; gUan, ^nf.~ 68 alplof.~~
W- gùst, distrmt, frUtt; gàxzd, [Imtd 'unctapel;- «s. M (cfr. 61).
iiirrf, rùtnpa T.n.75, rp«; frgst pane ('frusto'), /prn, Qrt, gglp, (or.—
SS. or, ecc., cfr. n. 50-6. 68*. -ù = '-au (e piti precisamente, secondo
0^ probabilità, -ù^ó àit -au, vale a dire ti da d secondario, cfr.
sum. 46), nella forma cattolica del participio (cfr. num. 1-2): mandù,
inganii, illuminb, stampb, cui si aggiunge fl'ù flato >. 35. Va
notato che non si perde l'è della penultima negl'infiniti sdruccioli,
ma si continua per à: vénda, scriva, a'accorgìa, corra, leg-
gia, essa, ecc. /*. 82. t st. in ii(ù): mQiia, vUdU ecc. (v. n. 60),
nei quali Teraméntd si tratterà di assimilazione regressiva da sillaba
a sillaba; cfr. nUgùn nec-unns*. 91-2. La conservazione dell' -w
atono, g1& avvertita in alcnn esemplare pur di qualciie altro dialetto
dell' anfizona, qui 6 fenomeno non punto raro, ma non può dirsi ca-
ratleristico (cfr. 'Busto Arsizio' eoe): dóHu, un altru, multa pltt
grand, vern ubbligaì veramente obbligati, maestra; a' quali si
aggiungeranno, benché non antichi oppar d'altra basa che non sia -»
-ò: motu, Guraggiu, vedendu allato a vedend. 98C, ursél au-
' L'esempio al quale allndionto, e il riflesso di 'eomnìo' che BTremo in nota
il iinin.56, dissuadono dal far sòt n = sonmio-. Cfr. dano ecc. nell'ant. mil.
' Non vogliamo però dimenticare ccettid n. 1, Bebbsne ci manchi la voce
eall'aceento sulla prima; e sarebbe un eMmpio speciflcd. All'incontro 1'^
à'intoèwmi sogno Mt., è comune anche al bergamasco.
' Ut.: tltwà dilavato, flo. Del suo ingroppa dabìteremo se pìnttoslo non
appartengs al n. 35 (w = w); ma qui all' incontro deva rìraanere: trù (*trnv1i)
= tra della Parab., trovato. E dalla Parabola si agginogono: consumòo, on
pixd, ecc.
' E a Brusio: tingià, leggili.
' 87. Mt.: trtteiddro, chi lavora a far le funi dette 'troscia'.
* [98. Cfr. otseil a Tirano, olcfl cova, Mt. e pure ant. milan.].
;vGoo»^lc
281 AmoIì, Saggi ladini, I:
geliti. 99. ffù'tt^a « ffùMffa, jangeee;- dizti'h. 100-9. ^'fi aTuto'.—
107- Pommo qui cresciani, comunque paja ormai ridotto ad appar-
teoere piuttosto aln. 140 ^ lU-eac.planld, piànga, implini.ecc.;-
àóblu;- blastéma, icUilón allato Sitdbia (cfr. nébia);- clg'Sa chiocda,
eìmtlj, ciaf {tra i vecchi; i giovani: caf; e analogamente sanUTaii
fra i vecclii: clama, laddove oggi dicono éamd);- fflas ^. — U». Allato
a wéé, cbe è lombardo, il fem. ladino velja; e ho pure il masc velj,
che forse é preferito nella fnntlono plurale *, cfr. n. 50-6. Alle con-
dùiont lombarde aìamo pure in ffuga ago da cucire. 189- fuin ftmón
fUgón *, 187. Seconde persone tingolarì ìnd. pres.: ti t'ti\ ti tu gai
(hai); HtuvoM (ti tu vaa, ti tO parlaa],miin^a«,/^^ai, rondai, i^-
tai\ imperai, [sic]: sias, gabbias; fuL: saras, ecc. 141. matta
mostrare (solo delle vergogne; cosi anche in Valtellina ecc.); no» ecc.
▼. num, 50-0 (a Tirano: nòta nostra, vota vostra, Mt.). lU. Per n
da n, ma solo all'uscita, v. il num. 59. IH. féma *, 100-4K. Io non
son riuscito a sentire la palatina nella formola CA {car caro, calta;
cargd mastigd spiga; ecc.); ma non ne 6 tuttavolta afl^tto priva por
questa valle '. l»-7«. wÌél n. 93, bras;- faéa e fdsia; - pldica
plot, piaci place, m. La fase dell'^7 si mantiene con assai notevole
eostania: fdit, trdit, ldit\ téit, ipeitd; ttn'it (e $lrint) rtre'ita; diit;
nóit. L'esito dell'alterazione palatina è in dri^ dritto, deatro, f. dn-
(fa; le'g il letto. Uà con la mera assimilazione (com'è nel rifleno Ioni-
bardo): olt. 18ft-82. Cfr. lSO-5. pMga; ligà. 188-9. Cfr. 96. l/aicàj
num. 50-d; fùzi inf., fùs'i^ partic. K SOS. la Mensa la tridente,
* lOK. Ut. tnagioiul, bicchiera ài latta, cfr. p. 181, n. £.
* E aBalogamenta ; hitteia, pecora, Mt.; cfr. l'eng. (p. 172 in f.) »ec.
■ Ut.: fUgA, plomhA, j>Iumm, blàt nodo, (Ul <v. g £, a, ii, 5), fleetà,
fior, flan, fladA; cablo cappio, eablA fare un cappio, tcto/fd zufolare; el*'
tùri\ sorcio torcia, vilclo coperchio (cfr. p. S19) veleld, vùcla vUetd Targt
vei^heggiare (cfr. grìg. vitclar ecc. sp. Car., viaéa in V. di Fiamme ecc., e
Mt. «. <TÌscia' ecc.); tcelclo cerchio (toc. p. 337*); tcUngla cinghia, sanglSt.
* Mt. l'ha per voce di aiagolore (se^Q. E ha pnra origlia oregliA.
* AgginDgiamo, tensa aceverara le provenienia dal *r: pail (=paoil bona.)
lucignolo Mt., v. p. 177 n.; giàan e voha, nella Parab. — 182. Mt. borea,
stradella angusta, per lo più tra case (vaiteli.: trivio), cfr. aopraailv.n. SS6.
* 16S- eòmbol cnmnio Mt. — I5S. Non mi par probabile che qui «petti
tanùn, frutto del aambnco ecc.
' A chiimp cbe avemmo nella varietà di Brnaio, aembrerebbe aggJon-
geni, dal voc. del Monti, tgiavàìa bacchetta ramoaa da percuotere, *gia-
eatà afenare con fraaca ecc. , ma non è eoemplare di aicnra ragione etimO'
logica. Più aicnro parrebbe, dalla atena fonte: pa\ pagare, ma ata anecf*.
|wr pìb di un riguardo, troppo isolato.
* in. atditt, duro eco. Mt.
;vGoo»^lc
g S-'Iiulino e L(»iilMrUo. A. 6. Vftlla di lifigiio (Lombardia). 285
cb'é perd eumpio comnne a pib diUletti lombardi *. 90». blglièr
molto ETT., cfr. in ispecie il sottoBUvano, SS6. pagoira *paTor-Ìa,
paura '.
6. raOè di JUeigno.
Entriamo io Lombardia, ma passiamo al Tersante settentrio-
naia delle Alpi. Il Monti afiforraa (too. xxii) cbe 'i Bormiest poco
'intendono del parlare dei paesani di Livtgno, quando questi
'farallaBo da soli, valendosi di voci del dialetto della lingua
'romanza (ladina)'. Ora di questa specie di parlata familiare, o
quasi gergale, a cui il Monti allude, noi non abbiamo saggio
alcuno, ma solo qualche scarso o malcerto vestigio; poiché la
versione livignasca che della Parabola ci porge il Monti med&-
Simo, poco si discosta, nel suo complesso, dalle varietà Òor^
mine^ di Semógo (Valle di Dentro) o di Val Furva, delle quali
più innan^ si ritocca, e deva quindi rappresentare la favella
di cui usano i Livignaschì nei loro commerci con le valli di
Bormio. Ma le varietà di queste valli, con le quali il livìgnaaco
della Parabola si vien quasi a confondere, offrono alla lor volta
convaoìenee ìntime ed estese con la favella ladina; convenì«iEe
che devono avere, almeno in ordine al tempo, una ragion diversa
da quella comunione di elementi ladini onde avrebbe alimento il
parlar familiare dei Livignaschi *. Esse ci porteranno alla se-
conda sezione di questo paragrafo; e per la presente più non ci
restano se non quei pochi ladioismi a cui di sopra alludemmo,
come ai soli indizi che del parlar domestico di Valle Livigno ci
sia dato vedere. Avremmo principalmente là palatina del o. 164
' Ht.; tùt legna di pino da far fiaccole; rtgà *en[d]igk, cfr. p. Ili a 196.
* 829. n*eg& Mt. , ofr. u. 134 grig. e 'LÌTÌgoo'. — 880. ploettgt iplotuglià
Mi., cfr. p. 110.
* Altri RcriTa bormiese ; Dia bormiita mi à dato per Tarietb indigena. Dne
altra laziooi ci atanno dinooti della veralone livignaaea della parabola (Bion-
DKLU 41 , FiNAZii, Un villaggio italiano iranaalpino, Uilano 1863, p. 12-14);
e non divargono dalla accennate Tarietk bormine più di quello che faccia la
lesiono del Monti.
' Ci tmrebbe mamorìa di molte dtnine dall' Engadina menate in mogli da
uomini livignaocbi, dopo una peitilenzia cbe aTSTa desolato la valle (Picoi);
e del reato le comunicazioni eoa l' Engadina sono naturalmente men .difficili
a quoati Talligiani che non (ion quelle eoa Bormio (cfr. Finàsezi 8).
;vGoo»^lc
£86 Atcoli, Saggi Iftdini, I.
ia piggè {piciè) peccato (compassione; cfr. p. 43 n. 2), quella del
num. 179 in petgiè {perete) perchè, e in gì {ci) quid, e ancora
l'esito del num. 165 in preél *prejél pregarlo, comuni tutti e
quattro questi documenti palatini a tutte e tre la lezioni che
abbiam della Parabola; e si aggiunge, nella comedia bormiese
di cui più innanzi si parta, un passo veramente caratteristico,
nel quale il GA di negare subisce per la varietà livignasca l'al-
terazione del num. ISZ {s-néa nega), e non la subisce per una
Tarlata propriamente bormina •. Ci sarebbero inoltre gì' ìnfiaìti
clàmer, clàper (chiappare), con l'accento sulla prima, addotti
dal Monti nel vocabolario, i quali, se sono corretti, converreb-
bero cogl'infiniti di Val Monastero, di cui è toccato in nota alla
pag. 227 3; e finalmente, dallo stesso vocabolario: tea, cascina,
stalla d'alpe, che à la stessa voce della Bassa-Engadìna ^
B.
DI QUAMìHB VARIBTX INTBaMBDIA E DEI CARATTERI DI SPXCIAL8 AFPIfltTÌ
Fax IL ORtrpPO LADINO ED IL LOMBARDO.
I. Facemmo testé una distinzione cronologica fra gli elementi
ladini che sono peculiari alla Valle di Livigno ed i fenomeni
che sono proprietà comune della favella ladina e del dialetto
bormiese in generale *. L' esame del qual dialetto potrà ora con-
' Parla nno di Val Farra: èj ei-ia feit mi, cbfè i tegnatelk e tch^Ua, e
tehfiia tald(*]; ma sfolta éj potrà, chel me schtteffherr . . . ho ora fatto io.
come [come-fa] i Liviguaschi : 'nega, e nega fermo'; ma qnesta folta ho paura
cha il mio. negare...
' li Mcoodo parrebbe, dalla' indicazione dal Uonti, comime anche al bor-
mloo; ma pw quanto concerna l'accento, sarebbe nno «baglio.
' n Monti ha pura la dna tocì livignasche per 'mangiare': mangier a ma-
fflitr (398. 13S), con la ataasa diatinzione di algniflcalo che avevamo ne'Orì'
giooi (nam. 146). Uh gli stawi due tipi (mangia, majd), e con la medeaiiiM
diatinzione, ricoirono in più varietà lombarde; e mi facevano notare, cba dal
baco da wta (animale rispettabili salmo ! ) dicono mangia come deirnoom.
* È contrario all'eqiiitk il toccar senza bisogno degli errori !n cui seno
incorsi coloro che ci hanno preceduto. Ma qiii temerai di qualche aqniroco »
non awartisn, come il BiONDXU.i (o. e. p. 10) faccia dipendere la partieolan
somigUania fra il bormiese a l'tngadino dal mancare al bormiese rù lombardo
e'dal conaervarriaì intatta le formolo PL ecc., quando il vero è all'ioccntro
;vGoo»^lc
§ 2. Ladino « Lombardo. B. i. V«IU di Bormio. £87 ■
durci al aflgnente quesito: se cioè questa comunanta di feno-
meni ancora provenga dalla commistiona di due favelle diverse,
0 non piuttosto si debba ripetere da quelle conformità dì con-
dizioni isteriche per le quali si possono indipendentemente svi-
luppare delle varietà intermedie.
Che se a me à dato, non già di compire^ ma almen d'iniziare
questo esame, gli studiosi ne dovranno saper grado al professor
Giuseppe Picei, direttore del reale ginnasio di Brescia. Saputosi
dall'egregio uopio come io indarno venissi cercando il Processo
di Maddalena Lazzari, citato dal Monti*, egli mi sovvenne
imprima eoa una Comediitola inedita, la quale deve risalire alla
metà dal sùcento, ed è probabilmente il testo più prezioso che
per l'indagine nostra si possa avere. Due personaggi vi parlano
il vernacolo dalla Val Furva (bacino del Frodolfo), ed un altro
vi adopera una varietà alquanto diversa, che meno scostandosi
dal tipo fonetico degli attigui dialetti valtellinesi, dev'essere
quella del capo-luogo, cioè di Bormio. La cortesia del Picei ha
poi voluto aggiungerci un piccolo Vocabolario furvese, inedito
esso pure, di mano moderna e di bell'ortografia. La varietà
della Val Furva può di poco differire da quelle delle valli di
Soito e di Dentro, per la seconda delle quali avevamo una ver-
sione della Parabola nel vocabolario del Monti; e il Picei com-
prendeva queste e quella nei saggi rttstici, che egli, bormino,
si ò inoltre compiaciuto di attingere alla tenace sua memoria,
soddisfacendo con generosa abnegazione alle mìe domande. Ri-
produco ora in carattere corsivo, senz' altra indicazione, gli
esemplari che ho raccolto dalle labbra di quel valentuomo, e
quindi sono trascritti secondo le nostre nome. Altre voci, pure
cha il bormieM «i distacca affitto, per la prima proprietà, dall' SDgadttio;
e come tocchi por qnell'aatore di particolari affinità fra l'engadiao (retico)
e il liTignaaco, ma le faccia conBistsra nell' -cr =^ *-d re degli ìn^ti, e nei
iQoni £ ì por * g {*g}, cha sodo appunto fenomeni i quali iìcoitodo, come
tutto vedremo, pur nella varietà propriamanto bormine.
' ProcasBO di U. L. candanoata quale strega in Bormio ]*anno 1673; ras. di
134 pagine, parta in italiano a parte nai Teroacolo di Bormio; Mt. toc. 371.
A p. 425-6 ne dà una mottra, la quale accennerebbe alla varietà del capo-lnogo
{le te Mofws mal, ti hai fatte, eoflà-t gonfiarti) amiche alle piti caratterìetiebe
di coi veniam tosto a parlare.
;vGoo»^lc
288 AmoU, Si^gi tadinì, !■
in coriivQ, provengono, secondo V indicanone, da Monti o da
Cherubini (E. S. II 4, elenco di voci bormiesi. avuto da an T&l-
furraBCo); e tutte le restanti, che sono nel testo, ho estratUi
dalla parte furvatea (o fitrbasca) della Comediuola. Finalmeate
pongo in nota le voci che prendo al Vocabolario furvese, ag-
giungendovi, e distingaendo, qualche esemplare di cai vo dd)i-
tore alla cortesia di altre persone.
1-8. Infiniti: dgmandér, tperér, arér, maljér, d&r, ttSr, fèr, pe-
]«fr, tirerr, passerr, pagberr, Utigher; con affisai: donèm
donarmi, palesemm, manegiem; segondAff secondarvi; pre*
ghell pr«gario, fell, cofasiell; immaglnèss; laghèj (laseiar-
Hii); ecc. Ma ifagge allo serittore qualche esemplare con Va: to^
aaFF, battarr, oatarr chattalla.' Partloipj: are arato, difmanài,
pm»é, regold, Inghè (arrivato), manft, painè (preparato), catti,
maglid; pi. persegititèj, stim&j; fem. te l'af pemida, rubéda,
regordfida, tlmoreda, giureda. Altre voci: 1 laghi dirr (li
lascio dire), eher obera, rara; mej pia, sdj 'sai (cfr. p. 103 n.1)
so, e simili, vedine HI 3, is-eiden essi ajutansi, ch'ai m'aydit
ch'egli mi ajati,- cfr. n. 172; caritè, bonté, sigartfi; ei gè cet sa
già quii, cen de vieni qua, vann lèi, un pd de oèj un pO de lej*.
All'incontro: mal, naddl , pa -puAve , comparr^
S.9. sta domen (stamane); una man, alli mdn; anima; ma:
B ternana*.
7. fòm. Cosi pur tntte le Parabole. Ha pare esempio affatto eolitario.
8. L'è dinanzi a e e n: in breéé, checcia 3. p. sg., [1 Street,
guadegna]; dinanelaf : chern, [ischerpaParab. Liv.]; a i: grèa-
■a, cfr. razsa e rezza, a grazia '*. Ma: pd^ja, vali <>.
9. èira, i gléir ghi^je, carreira (- carerà comasco, caratello
grosso eco. Mt.), alli Òalcbeira (cfr. com. calchira Mt.); griméir,
daneir, ffméir, spezieir, spareir Ch. sparviero (cfr. p. 61) *.
10. alt, caìd, fati, altra, (caalzat)''.
18. eno encb enea, nénca; mencb manco (meno).
' ehesa encina, eìunva, Khetola; e qni porremo anche ai rttt (ntto) il
topo, e al gìuU, la gkatta, gatto ecc.
■ nas nu, arati aaiao.
' la domanti, matut, patin pane.
* al bre6i^ flì il tagliere ('sesa'), t'eip; Uneglia, li etute^HO.
' gali, ipalla.
* oaUUòra, polleìr, nwritir, ti0ir.
' fole.
;vGoo»^lc
S 2. Ladino e Lombardo. B, i. V&Ili di Bormio. 389
18. es tira inant, taat, ma: partenti tant, pi. tem;, qwant
quaDJt, pLquené(9g. e pi. t.qudnta;9 così: la pianta, pL li pianta);
comanda, ma: i raccomendi gli raccomando, e gr&n^g grandi}
un an , qumé en gheit. Cfr. § 2, b, it, 1.
17. fldma; chiembil*.
19.21, o^i>-irSira; agirà*; pritn/f ira ^vimaretA, che nell'Ai da ri
serba rastigio del t> dileguato, oosì come l'd da e in &rr 'W- areM
(cfr. s&rr 'sanér sapere, e ftoiul, cioè fini, Mt. toc, 80. 481, 'fletti
fievole), allato apode'r v^le'r; e v. ancora il nam. 40. ^ooota: plen,
teren, cade'na.
SS. 28. ara erat (e cosi pur nelle Parabole); mei', fbl;~ éir j&ri, déis
discii daiscb^. — 80. aéiS sisoh.
U. stett con de, state eoa Bio.
SS. 28. fèsta', verm, terra', invem;rMlj. — 88, jent e gieat.
SI. usél, pi. ulóélj (cfr. a. 93); anél, pi. anélj.
SS. ntfrir, carpir, ecc. Pfed è un'anomalia fonetica nttr gnurr
venire, ma si tratta di forma analogica, la qual dipenda dal parti-
cipio (nu, D, 60), sul metro di t> andare, allato al suo ptop, [^]t, a
simiglianU. — SS. impli empito.
M. fréid.
SS. ir irr,'l'e zi, Ve Hda.
40. d4it; pel; bOr bibere, b6f bibit, cfr. n. 19-21.
41. oblscb questi, chisti qoeste; chìj quelli (a qml a quello,
Ut. Mt. toc), chilli quelle.
46. dolffr ecc. * Importante nell'ordine lessicale: ohora quando^
cfr, p. 254; ma à Toce che ricorre pan io altre parti della ValteU
lina: quóra (V. Malenco), cera, Mt.
50. 68, cor, al mor muore, mi tròj e prfij troTo e provo; J'e nòf.
Ve ndoa; wn leniOl, i lenz6lj, i fasOlj; cOtr ", sOir s6ira suocero -a,
nOf noTe; 5f sg. e pi. (off pi.).
54.66. la mori, un mort; osi, grati, posa; del noss temp, a
vo3 chCnc a Toatro ogio^, ma al pi.: ai ndss di, i nSss pret, i
' la ffhémba,
* ttadeira.
' Upalpeira palpebre.
' al tuli H>le, murtu muruta, cwtt cote; cui si aggiungono, pel n. 68: <U
*pu*, la sputa.
* ehiòir parrebbe mostrare la palatina del n. 166 grig., cfi*. il n. 160-5.
* gody pw amor me, a nos chon^, atto I, ac. n; cfr. in iepecie il leventi-
nese, al n. 152. Ne viene un prezioso esempio anche pel frangimento dell'o
in potizione {cfr, n. 57 grig.).
AcchlTJD glottol. lui. . I. 19
;vGoo»^lc
S90 AkoIì, Saggi ladini, I.
T&ss lorupot, di felt Tòt» dai fatti vostri. Inoltro: ogg (oit)otto,
nSé notte; Ve cott, i en cóóì un Uà, i 6lj; c&las TSglia, come la
si Toglia*.
fi9. flO. Lo Bchietto u: un, fum, »cw, tiffùr, la siffùr, gùra, lui;
filasA, bh baa bevuto, bb avuto, gn'ti veauto, pi. temtij. Ha le
apparea» di «n* eccwione : poira, paura; ma sari jKiira, che ci
rioondnce al n. 235 di 'Poachiavo*. i Ubri, ubera, d porta alla sua
Tolta all'analogia del n. 66 grig.; cfr. altSgn u. 93.
«1. g^la, cr^, nfS; ^ufK
88. ffuat. — M. mólffer, pògn.
U. st'alt&gn, che deve dire 'qaeBt' autanito' ; cfr.ulc^l; n.31^
97. LJ si regge, alla ladina: v9glia, me^j, eoo-i erbeglie Ch. {cb.
pag.254).
IW. abbia, aja Picei e Ut.
111. Vedi il num. 137.
Ili ecc. Costatate la conservasione del nesso: j>Iu, impli Ji.36,ptaKy;
olappè pigliate {chiappate), ffléir n. 9-, ecc. Mt.: cioflà soffiare (cfr.
la nota a pag. 287), plèdria pevera (cfr. St. crii. II 96), mdfclo mii-
«chio, ecc. — 118-9. vègl (sg.) *.
12t. Della caratteristica tenacità del R ohe riesce finale, gi& avemmo
aaggi ai num. 1-3, 9 e 33; ora aggiungiamo il tipo viver, perd«r,
esser. [Pure a Qroaio, v. pag. 294, resiste il ~r dell'infloìto: vmr,
matiffidr; ma non costantemente; cfr. Ili, 3.j
188*. È frequente il dileguo di v interno: proedh, aoent, lorr
cosa (lavoro), cfr. duiA. 19-21, 40, e III, 3. Ma pure il v iniziale in
date congiunture si regge, ia altre no: còlas v&glia n. 56, chel
me schnegher figlia valer ohe il mio negare voglia valere; eh';
vSj che ci (le) voglio, n'Oj perder temp-, l'è essa p5 veira gli
è ora poi vero, la disoh d' èira la dice davvero. Così ci accostiamo,
per questo capo, alle condisionl del bergamasco, piti ancora di quanta
poti vedere 11 Biondelli, o. e. 11 «.
184, 186. Bchvoidò vuotato, scbnegber, v. il nnm. preced.; n
tu sei, ecc.; bonisciom buonissimo; imposcibel.
< tdii tooao (pure a Bormio; Lazzkbi), circa ta qnal forma rimandsrenio
a 'Poachiavo'.
■ Circa quuto eaempio di -u/*, ai coasiderioo i sagneati casi di *-e orga-
nico, offertici dal Vocabol. farr.: avf avo, aratof, li eofb (aie) Ì cotodì, ^
ehiatif, la ttefv (sic), e con *-n da "-p [-6] : mf ape, al catUift (aie).
' l'uleM, ctt. 'Poachiavo'.
* > S^, li ort^a, al gòrteij.
* '• gingia, la pl5a; [di *o da *p: tutod nipote].
;vGoo»^lc
§ 2. Ladino « Lombardo. B, i. Valli di Bormio. £91
1S7. Si regge la sibilante all'uscita della aee. pers. sg.: ea, ti te
pdrleà, cìdme», réndes, léxes, móres^;- era eri, Mt.voc426; ecc.
Ma noa pib nel nome, del che si ritocca piti innanzi; tranne un aranso
quttai fossile, ohe riconosco in cocm2 (ci5«*caué[l]8, cfr, tóc=*8anèr©cc.),
capelli , Mt. toc. 53 *. Altro esempio può parerne tn dote {dot), tra
due, Mt. toc 70; ma, a tacer d'altro, noa credo esatta questa tra-
duzione.
HI. nos8 ecc. n. 54-6, fem. rossa. a
144. Vocab. furT.: fum fune, cfr. § 3, 'Val di Non' ecc.
lAO-t>. 181-2. Manca la palatina nelle formolo c^^a e g+a. Quindi:
catarr, preghell n. 1-3, oca vacca </H., fadiga, ecc. ecc.; cfr.
8. 'Lirigno'. Per 'capra' soTTeniva però al Picei: 'céura, ma insieme
gli paroTa Toce engadinese. In Ch. riabbiamo: capra o ciaora, e chia-
vra nel Vocab. furr. (cfr. num. 52 in nota). Tuttavolta par probabile
che la Toce colla palatina sia accattata ^.
lTO-70. uzel ecc. T. n. 31, pldzer. — 188-». Cfr. n. 32 {e 52). Per
KG' ecc. : strénger, mólger.
172. féit feit, treit; teit, spetta, dréit dreit dréita; Hréit;- leé
latte, leé il letto.
177. Assai notevole è ùgola (*augula) aquila Ch. ; cfr. n. 184 e 1T7
alto-flogad. *.
184. nòt néta, nota-tant-de-mench nulla di meno; g^ufa. 61,
mof mago, Finns Mugbo, Mt.
IW. CaratterisUco è il ccnaerTarsi del -t della sec. pi. ìndie, pres. e
imperat., ma solo in voci monosillabe: hett {atl) aTcte, sott siete >,
stett statel, ded-i dallil,'e quindi nell'ausiliare annesso: laghe^
rett lascerete. All'incontro: creda toì credete, ecc. Pur nella sec
< Carattere sempre ancora costante para nel csp^-lnogo: védeì, mJUÌ, tot
«ai, dot (Lazexbi); cfr. IH, 3.
* Si ripete il prezioBo esemplare nel Vocab. forr.; « circa il dileguo del l,
n eouideri i pBs, le tempie (i polsi), del medesimo Tocabolario.
' Ugualmente mi parrebbero accattate altre due toc! congeneri; beMcia
pecora Ch. e Mr., malgrado il hesciàm, bestiame, di Alboiaggii Mt., cfr.
pag. 172 nnm. 3, hetchia eng., pecora^ Car. nacbtr.;- e limoèwria, persona
macilenta, segaligno, animale vile, cft. n. 99 basso-eng. Pib manifesta che
mai b Testranìa proTenienza di dagia Mt., sorta di pino delle alpi; t. sopra,
pag. 39, nnm. 4. Qui ancora da notarsi, par l'identità colle voci grigioni,
il plòlj del Vocab. furr., cfr. p. HO.
' La fase *'an[g]ala sarebbe all'incontro in aula, pispola aqnila, che il
Rosa mi addnce dal dial. di Ponte di Legno (Val Camonica Snper., appiè del
Tonale).
' Parab. Lir.: giàt a tSr andate a prendere (imperai.).
;vGoo»^lc
Sas Ascoli, Saggi ladini, I.
pi. dell' imperf. dell'ausiliare: eret, l'unica voce che io incootri nella
oomediuoU per questa persona *.
BOB. riep ridare K — 210, BIS. Cfr, i n. 19-21, 40 e 129*.
Ora, perchè ci è parso dì dover staccars il bormiese dagli
altri dialetti che in questo paragrafo venimmo studiaodo, e di
vederci altra cosa che non una semplice confluenza di elemeati
engadinì a lombardi^ In parecchi fenomeni, e di ordine vario,
che sono in parte riserbati ai capitoli susseguenti, la conve-
nienza tra il bormìno e l'engadinese, o il ladino di Svizzera in
generale, è tale e tanta, che par che ci costringa a ripetere pur
l'elemento ladino di questo territorio da mere propaggini cisal-
pine della favella ladina de'Grigioni. E quanto alle alterazioni
che l'antico patrimonio ladino abbia sofferto, non è diversa, a
cagion d'esempio, la condizione del plural feminile bormioo, che
si direbbe appena spogliato della sibilante {li piànta, liplàga,
li ostarla, li pora serva, ecc.), dalla fase che avvertivamo
in Bregaglia e nella Mesolcina. E se Bormio mal più dà la pala-
tina nei num. 160 ecc., la stessa Bregaglia ormai non ce ne offre
se non esempj rari, e nel poschiavino non ve ne ha quasi piti
traccia. Ma, d'altra parte, lo schietto u per l'u latino (n. 59.
60. 63) scevera il bormiese cosi dal ladino d'oltralpe come dal
lombardo. E l'efficacia dell'elemento lombardo, bene scarsa in
generale per questo territorio, come in ispecie la flessione ci
mostra (cfr. per ora i n. 109, 137 e 198), dovrebbe dall'un canto
esser bastata a spegnervi la palatina delle fonnole c*a e gt-a,
quando non giungeva, dall'altro, a immettervi l'ft? Lo schietto
u accennerebbe, ma in debol guisa, a parecchie varietà ladine
che incontreremo ad oriente del bormiese (§ 3, a); ma se al dì
là del Tonale scarseggia Tti, vi è all'incontro sempre florida la
palatina nelle formolo a cui alludiamo. Nessuna particolare atti-
nenza ci è d' altronde dato scorgere fra il bormiese e il dialetto
della Val di Monastero, che immediatamente gli sovrasta da
settentrione. Par probabile che la via dello Stelvio accenni alle
' La Val FurvB, come Tede da un bel saggio dal Bac«rd. O. B. Vitaliki,
conaerra tuttora questo tipo, in aat aveTate (cfr. wxn aTSTUo, ecc.); ma nella
corrispondente voce di 'essere', oggi dice amo (t. n. 22 e cfr. aran erano, ecc.).
Ita ciod il tipo col pronome buSso, alla lombarda (cfr. borm. od. voUof toIi:-
Tate, LaEzxRi).
* ii ris (radici) del naa, narici.
;vGoo»^lc
§2. Ladino e Lombardo. B. Il, 1. Continiiatorìdi dn-i-cou., edidn. Si)3
Tere scaturigini del dialetto bormieae; ma la Val Venosta è una
fonte romana che il tedesco ci ha ormai essiccato. Maggior luca
ci verrà in ogni modo da una più ampia esplorazione delle stesse
varietà bormine, la quale speriamo che più non abbia gran fatto
a tardare. Intanto, pur le condizioni in cut vi appare Va in ac-
centa, sebbene in parte spettino ed ora ci conducano ai caratteri
di originale affinità fra il gruppo ladino e il lombardo, possono
concorrere, visti i generali caratteri del bormiese, a confermarci
nell'idea che questo veramente formi od accenni. una varietà
spontanea ed intermedia fra'due gruppi (cfr. p. 299).
IL Toccando testé delle condizioni dell'a in accento, volevo
principalmente alludere all'è per à nella formola Aìi+cons. (n. 13
e 16) e nella formola -AN (n. 5-6), due filoni pei quali conver-
rebbe tentare tutta la fascia cisalpina fra Io Stelvio ed il Got-
tardo, e che in larga falda poi scendendo per la sezione occi-
dentale della Lombardia, riescono ai dialetti emiliani. I -tipi
sarebbero più specialmente: tnenca, quent[o], pen. Circa i quali
accade imprima di domandare, se abbiano a considerarsi come
dirette continuazioni o propaggini dei continuatori transalpini
delle formolo stesse, tra'quali cì occorsero tali figure eugadi-
nesi che quasi si confondono con queste cisalpine < ; o se piut-
tosto non si tratti del principio medesimo, cioè del turbamento
dell' 4 dinanzi a nasale sia scempia o sia implicata, il qaale
faccia parte delle radicali affinità, ma si manifesti indipenden-
temente in varia guisa. L'essere oltralpe (e intendasi in quella
regione d' oltralpe che è qui considerata) limitate a un breve
territorio le particolari figure di cui tocchiamo, e il vederle
all'incontro largamente diffuse al di qua de' monti e collegate
coi fenomeni diversi ma analoghi della provincia emiliana, ci
fanno decidere per la seconda sentenza. E resta ancora di av-*
vertire sulle generali, come si debba tenere ben distinto Ve per à
dei continuatori a cui ora alludiamo, dall'e per ó davanti a nessi
che incomincine per R o fuor dì posizione, sebbene avvenga che
in alcune varietà si trovino riuniti ^; e come, massime per ANT
e AND, Ve in più incontri appaja peculiare al plurale mascolino
■ V. l'alto-engadin. a p. 249-3.
' La dietiuzioDe fra i dua funomeut Haulta quindi chiara anche sul ristrelto
campo nel quale ora ci moTiitmo, pel fatto che la pre»enia dell'uno non im-
>vGoo»^lc
2H Ascoli, Saggi ladini, I.
0 ad altre forme che escono od uscivano per i ■, dove surge un
particolare quesito, che deve essere svolto altrove (III, 1], ma
qui pure va accennato, ed ò questo: se vi si tratti semplicemente
d^r attrazione dell'i finale (quant-i, quainti quaint qasent), o se
l'effetto dell'i non si appalesi piuttosto per ciò, che per esso l'al-
terazione (qusent = quant) si raffermi e perduri, laddove si sperda
quando Tascita sia diversa ^.
Ora venendo a ciò che a me fu dato di vedere pei due filoni
cisalpini che ho di sopra accennato, se noi prendiam le mosse
dal bormiese, dove sono ben perspicui, scarse traccio ne sapremo
più mostrare lungo il .braccio dell'Adda che mette nel lago di
Como. Un esemplare, ma non dei più validi, per la foratola ANT,
ed un altro per la formola AMP, che si può insieme qui racoo-
gliere, denènt e chèmp, occorrono nella Parabola di Groaio^
nella quale restan però con Va: quané, tane, quanti ecc., come
rimane tat (tanto) ecc., che il Monti attribuisce genericamente
alla Valtellina. Pure incontriamo, presso il medesimo autore, i
valtellinesi fènc e fenda fanciullo, -uUa *, a cui si aggiungono,
nello stesso vocabolario comasco: Snca anche, 'voce contadine-
sca', e più preziosi, col medesimo epiteto: mén mano, pSn pa&e,
aggiunto per l'ultima voce che sia 'usata in alcuni luoghi non-
tani dai vecchi'. Ma prima di arrivare alla longitudine del lago
cranasco, abbiamo la sezione inferiore della Val Bregaglia, nella
quale già vedemmo esser costante il fenomeno di cui ora misu-
riamo r estensione. E costante ci è occorso pure al lago di Lugano,
pliolii qiMli» dell'altro; cfr.p. e., qui poco apprauo: 'Bnito Aniiio', che alt«n
ANT AN e non AR ecc.; dove all'incontro in 'Sovra-Porta' (p^g. S74 sagg.)
TadeT&mo rimanere intatti ANT AN e alterarsi AR ecc. Ma pili direttamanto
U «fiatìnzione si aflèrmansU'Emilia, dove le analoghe correnti alteratiTe s'iit-
CHitrano in imo stesto dialetto e non si eonfondcmo (tipi roraagn. porle pir-
lare parlato, guirt; piànta, man, /Unì ortogr. del Morbi, c&. Mnai&f. ron-
die. Lxni 654-6).
' Un esempio per AND sarebbe grand, pi. m. gren§, in Valsasina.
* Cfr. la n. a p. £63, e frattanto si considerino ancora: ^velo qmlli, fatM
guùti, deli' antioo milanese; quell q*^j, eeuél eac^, qutit quùt, vetiiii, ep*"
peto, pi. pttt e pia, del mil, od.; più pesci, voce del contado (comasco) Ut.;
H» tnw, t mit, a Margno in Valaaaina (Tremenico: un m$t, i mi*); 'MT
éitri (e Aitre) piem.; ecc.
' Valtellina orientale; in t'»l chèmp, Biohd. 3B; cfr. p. 390 (n. 1£3>
* All'incontro: 'fant Bellini.; fané in alcune terre del Iago (oom.), f<»-
da.' Mt.
;vGoo»^lc
S -2. Ladino e Lombardo. B. ti, 1. ContinuatOTÌ Ai tfn+coiu., e di <fn. SS5
e per le valli ticinesi ne trovammo qualche vestigio ìd siao al
Gottardo. Ora scendendo verso la pianura di Lombardia, avremo,
dall'una parte, continuo V-dn per -àn nella Bassa Brianza:j»lin,
càn, mdn; dall'altro, io un mio saggio dì varesano rastico (Va-
rese Caatellanze) : pen, grend, el dgménda (ma: tant), e mette.
£ proprio net piano, la varietà Jntstese, anche per altri conti
assai preziosa, ora appagherà, nel più compiuto modo, la ricerca
alla qaale attendiamo, come si vede dalle serie di esempj che
facciamo qui segaìre > :
[Busto-Àrsizio] ANT: tento, intento, tenta pu tanto piti, tent af-
faccio (affatto), tent piati, par chento per quanto, chent tosann quanta
figliuole, piéntan^, marehenti , a cerchenti per i ca (cfr. 'i frati cer-
canti*), ne ten pocco gìio diamenti; inenxi, usensa, increensa, bon-
dienxa abondansa, patronenza; ANCT; tut or sento di', AJ\D: mén-
dan, domendo, comendaj ANO ANO: almenco, enchi anche, nenehi,
seaghi; a ugualmente nel gruppo labiale AHB: in schembio, igh&nbù
Dinanzi a ogni altro nesso Va rimane puro: guarda, ipalla, caparra,
e persino po^ panni, e tli agn; solo eccettaandosi pieisa, che paA
avere suoi particolari motivi (cfr. p. 121 e 'Bormio'). Ora alla for-
mola AN: pen, cken, domen, lonten, noitren nostrani, Miten, [gren
che], E puro all'incontro ogni altro d fuorì di posizione: cara, paar
pare, tdti!, cast, padri padre, carità, ftd; infln. ffìvgd ecc., partic.
trood ecc. >. È un'apparente eccezione quella di /%t fatto, trai tratto
(e quindi itei e andei), in cai s'ha veramente l'assimilazione *aj et;
cfr. il preB. g, ii, 6.
' I miei testi buttési toa dna wggi poetici moderni, inBeriti in Ch. E. S. Ili
S6 [14] , sotto rintitolaiione: 'Dialetto bnateae rustico'. A questo dialetto ri-
torniamo piti itmanzi, nel presente pixagrafo, II, 4. 6. 7. E cfr. 'Bregaglia'
num. 1-2.
' Qneato eeemplare é pnr eempre del oùlanese urbuio, con Ve pur nelle
forme di prima &tona. Quindi Ch. nel loc.: pientà, pienUtda, ecc.; e nelle
poesie del Porta: e'I me piénla li, piénttn, spiHtIen.
' Notavolisaimo il participio dal tipo ladinsggiante: t'mpiiulrouu (che leg-
geremo: -lini), fiomitovu, falovu, taeeot* (cfr. i preced. spogli di qnaito §),
il quale ai alterna, in uno dei saggi, col tipo milanese che nel testo addu-
cemmo. Veniamo del resto quasi a coincìdere, ma non vorremmo qui pure
confonderci, coll'-ou dei psrtìcipj ganovesi (vedine i Saggi liguri). Di nn
esemplare solitario in cui la fòrmola -dna ai continua al di qua dall'Alpi per
-óna ecc. (cfr. attn allato ad etn uell'Engad.), esemplare che avemmo anche
in 'Bregaglia' n. 5-6, e ritoma pure in Valtellina, veggasi la p. IS2 iu f., e
DiKE lesa. Il a, s. 'pialla', confrontando la nota che ora s«gue. Il termine sardo
addotto dal Diez, è peculiare alla Qallara.
;vGoo»^lc
SOe AkoIì, Saggi ladini, I.
Ma dalle sorgenti dell'Adda, o dai confini dell'Eogadina, noi
Siam cosi arrirati, con questi turbamenti dellM di*afied Mntecc.,
al contado milanese, si rasentar cioè il territorio dei dialetti che
dicono emiliani, nel quale ritroviam facilmente che \'à delle me-
desime formole si turbi, se pure ciò avvenga in modo diverso;
e veramente si tratta di un medesimo principio alteratore (doè
della nasale, che altera Va, od anche un'altra qualsivoglia vo-
cale, da cai sia preceduta), il qual principio potrà da ulteriori
indagini essere mostra'to in attività continua, per estensioni più
o men larghe, dalie scaturigini del Reno in sino al confine mar-
chigiano. Noi qui dobbiamo contentarci di addurre esemplari pa-
vesi, quali aonpàn lontdn, n-ànca, oncojnànd, intdnt, che in
realtà non tanto si avvicinano agli analoghi esempj di Busto che
toste sentimmo , quanto da tali ortografie parrebbe, ma pur ci rap-
preawitano correttamente la continuità del fenomeno alla quale
alludiamo '.
- 2. Un'altra vena, che già avvertimmo come più volte s'in-
trecci con la precedente, ora ci mostrerà poco diverso giro. È la
vena dell'e da à che sia fuor di posizione e non dinanzi a nasale
La trovammo abondante nelle varietà bormiesi , a oriente del-
l'Alta-Engadina, cioè del territorio che ne è tutto penetrato, e
più ancora abondante per la valle della Mera, a occidente de!
territorio atesso. Nella valle dell'Adda, a occidente del bormiese,
sarà per avventura più ricca di quello che a noi per ora sia dato
di vedere; ma intanto abbiamo, nella parabola di Grosìo (cfr.
pag. 294), oltre che casa (la cui ragione può esser diversa da
quella del sinonimo chiè di Traona, Ht.), i particìpj: ramaseè,
majè, scomensè, pechè, consumè, tome, resùscitè, domande
(allato a trova, copà ecc., pure participj), ed a Brusio sentivaoio
' V. pai romagnolo, la nota a pag. S93-4. la uà uggio che par di Vige-
vano, e bona i divarso da quello che sì cita a pag. S97 n. 4, ma è pur sicora-
menta di qaalla provincia, leggo: jiion piano, quont, intoni, inonz, i gigom,
quond, ecc. Pure nall'Alta Brianza abbiamo Vd iae par le formola di cui ora
si parla. Cosi tra. i saggi di Bosìsio ed Oggiono che mi fu dato raccogliere
nal Seminario teologico di Milano: pQÀ, mon, tont, quont, grand, gtK {t
Oggiono queit'5 anche per l'*-d dell'infinito: pvrtò, tire, erompo; partic:
jwrM ecc.). E insieme raccoglievo da Saronoo, che restA fra la Briaiua e
Busto Arùzio: pAn, mah, tànt, gr&ni. Anca (e sA sale).
;vGoo»^lc
S S- Ladino e Lombardo. B. ii, £. Continnatort di A. SB7
costante V e'='à aegV infiniti (yedi 'PoschiaYO') *. Intorno al
lago di Lugano avemmo ancora assai copiosa questa vena, con
le cui propaggini risalivamo sin al Gottardo; e riappare nella
Bassa Brianza, dove sono esempj-tipi: aìidce andato, guardeé
guardato, scb sale, mcB male, fossce fossato (Ch. voc. V, 290)*.
Forse un giorno si estendeva, come le ortografie direbbero, alla
stessa città di Milano '; e varcato il Ticino, una parafrasi vige-
Ysnasca della Parabola ci darà: che r'ha mandae che lo ha
mandato, buttae in snoggion, i Jio pcae, r'ho trovae, pussee
d'cent i>oeult basae più di cento volte badato, ansiatae an-
sietà <. Ma qui già siamo quasi agli avamposti emiliani, come ai
precursori, se vogliam parlare per via d'esempj, dell' « piacen-
tino di mitce stres metà strada, s'è tomce a nur>l(x si ò tor-
' Il Mosti attribuisce ai'fje, andato, al dial. d' Albosaggia, ed é voce cli«
^1i prende dalla rÌEpettiva parabola (loc. S. 413). Ma dev' enere un eHUt-
pian iUnaorio. Ha poi nel ivpplem. (88); bi-ni e retiU valtelL, dare a pran-
dtfs {rìoeTftre}.
* Tra C&rate e Seregno, sempre Bassa Bn»iiu, io aaatii: pftt, tmdé pto.
(fem. anddda), e gl'infin. mangi, purlg. Per l'Alta Briania t. la n. a p. S96.
* Dora ciod, nelle scritture milanesi, ì'cb per a in sino alia seconda metb
dal secolo passato, e trattasi appunto dell'd che sia fuor di posixioiie e noa
dinanzi a nasale, con la distinzione caratteristica di aversi Vs {a) nel parU-
cipio e non nell' influito, che è l'inTerso di quello clie accade nel piemontese.
Cosi, per citar due sole tra le mille scrìttore, in un ma. della prima metà
del XVni sec. (Ch. E. S. Ili 27, f. 256): ehaera, pae* pace, andaeva, pietae;
tiraetìiaìa,tuttmagoné«i ma a.ìVia6a.: abbandona ^ basa; — e in una stampa
dal 1760 (Badie di Meneghitt): tempirriel, Prooenttel, allato a man. Pad»-
fan, ecc.; pte. andai, informa, allato agl'inflo. mena, aUà, ecc. Seamebè,
tacendo dei particolari indiij che in ogni modo porterebbero a credere, aver
qaeate ortografie sopraTJssuto alle prononcìe dalle quali derivavano (cfr. C^
TOC. V 258, 291), aarii ami lecito dubitare aa mai quell'a (ts) abbia sinceis-
mente rappresentato la pronimcia milanese. Poiché, a dir brevemente, ne«-
enna traccia ne Tediamo nella piii antica fonte, cioè nelle scritture di Bon-
vicino; Deesnna nella pronuncia odierna; e nei versi milanesi cbe sono fra le
Rime di Qio. Paolo Lomaxxo (stampa del 1587) s'incontra eaclosivamaate lo
schietto a: eompagn gittrA, costar nan corona. Altro forse non è mai atatò
l't per d dalle scritture vernacole di Milano se non una imitazione del veizo
nuticale, U qnal poteva aver qualche propaggine fra il minuto popolo della
cittlk Comunque, una t)ase reale il fenomeno ha avuto di certo, e'andava
qui ricordato, e non sarebbe indegno di qualche indagine utterirav.
' Il mio testo d in Ch. E. S. IH 23, f. 393 s^. L'ae pare in un infinito:
l'ha face mattae, ma dovrebb' essere un errore di scrittura o un idiotismo d)
lintaau; cfr. andd, a tta jù ecc., e la nota che precede. — In un saggio di
Oolasecca: eugné cognato.
;vGoo»^lc
298 Aaeoli, Saggi Isdisi, L
nato a nuTotara, ecc. * ; ed ancora abbiamo un filone che va da
oltralpe in sino alla Cattolica >.
' Usi, 'tra l'a e 1a e, ma più vicino a quMt'tiItiaia, fronmuiAta alquiulo
aporU', del bel «aggio pìacentiao che è nella Baccolta di dialetti italiam
dallo ZnocAONi-OtLLAHDim (Firenze, 1864).
* lo Don 80 se alcun glottologo <iasi mai accorto, che l'è {<e), perii
fuor di poiiiione (compreso -dn -dna) , occorre costaotemeote aoche
in una sezione del territorio toscano, ed ò nelI'areUno. Vi rìcono-
sceremo il fenomeno emiliano, che si propaggina, nella direzione da
tramontana ad ostro, al reraante occidentale dell'Appennino, e natu-
ralmente si accompagna, come bentosto potremo vedere, con altri
fenomeni che dell'Emilia son proprj. Del qual sesso tosco-emiliano
mi riserbo poi a riparlare altrove, sempre atUngendo ad nna fonte
che anch'essa mi h schiusa dalla diligenza del Cherubini, poiché è
merito suo se l'Ambrosiana possiede una bellissima copia del Foco-
boiario oretòto del Rsoi, ohe tuttora d inedito e sarà pubblicato in
quest'Archivio. Ivi non s'incontra facilmente l'è (a e) per d, chi si
limiti a scorrere la serie alfabeUca degli articoli, standosi in qnests
le voci aretine come purgate della loro impronta plebea. Ha all'in-
contro ne abondano gli esempj nei passi di scritture aretine che li
adducono eotto le singole voci. Avremo intanto nella serie alfabetica:
fietOy e larga, flato (allato a fleto, e stretta, fetore); pettelc'feìr
tale, armatura per difendere il petto; chiabatdena 'voce della plebe
pih bassa*, —chiabatdana, uomo da poco, da nulla; frematere fremi-
tare; mft», prima e larga, voce contadin., madre, e analogamente
pfte. E nei testi citati, sotto le voci che iodico, avremo tra gli altri:
artroBfr s. amatnpire, bailpr s. aretina, dfr s. benedizìa, Iat)«r la
btichfta B. bocata, cantar a. bregtiecare, emdere s. bulicame; tfidfto
s. aratoentare, nffinocchifto a. benedilla, portfti s. higone, terbelo
B. borscello, itemwnfta s. borada; chfn s. boccheons, pen s. bmodo,
dema pass.; bettiete s. amirare, camovel a. bregliecare, l' arporto al
caporele s. arporto (rapporto); feoe a. bagiane, se aliena s. Beflknia;
breche B. amirare, lumfche s. arustire, drego a. beschia; chcpo s. afa-
tare. Ragion diversa pud avere l'è di eria ('airia?) aria, cfr. eria
pur nel montalese (Pistoia, ma solo nel modo avverbiale alV«ria\ Ne-
EQOOi, Sergio di vernacoli totcani, Milano 18S5, pag. 6. 31), che i
nn dialetto al quale è estraneo il fenomeno di d in e, poiché andea,
andava, che ancora per esso fu addotto, 6 un esempio illusorio.—
Intatto all'incontro, nei riflessi aretini, l'a in posicione: altro a. el;
caldo, grande, flambé, tutti s. flamba, quando a, fraschetta, conia
8. bregliecare; ptamo a. baregno; ecc. Ma: piegge spiaggia, o salita
poco rapente, cfr. p. SOS.
;vGoo»^lc
§ 2. Ladino e Lombardo. 6. u, 3. 4. Continuatori di al ■{■ cooa:, di àss ecc. ?99
3. Un altro fenomeno pel quale il gruppo lombardo radical-
mente si congiuQge col ladino, ed entrambi poi si rannodano
col piemontese, il provenzale ed il francese, ò il costante tur-
bamento labiale dell' à nella formola AL + cons *. Non e' è biso-
gno di spender qui parole a dimostrare, come i dÌTersi riflessi
di questa formola convergano a quella figura che vedevamo cosi
spiccata nel soprasilvano {àult ecc., n. 1&-11), e possiamo limi-
tarci ad una breve raccolta di esempj per le serie lombarde.
ALT; mil.: ÒUer^, olzà alzare, mólta, solt soltà; comasco, ber-
gam. e ant. mil. olt (mil. od. v-olt), alto; bergam. óter, vaiteli.
Stro Mt. app.77, altro, ind-oltr-ù ib. 52, altrove.— ALD: mìK
cold; caldèra caldaja; falda. — ALO' *: mil. fole falce (cfr. fols
basso-bresc, mannaja de'macellaj, Rosa 33), vaiteli, pot-folco
'braccio che maneggia falce o altro ìstromento ìmmanicato', Mt.
app. 84, mil. » colz, descoh, colza ecc. Notevole per la caratteri-
stica del bormiese ch'esso non partecipi di questa alterazione.
4. Tra i' fenomeni che noi spiavamo con qualche cura negli
spogli cisalpini che precedono, era il rompersi dell'o in posizione
(n. 56). Questo frangimento , che si 'manifesta con particolare
abondanza fra le varietà ladine, non intacca, nel dialetto mila-
nese 0 nel torinese, per dir solo di questi due, se non alcune poche
formolo, come a suo luogo potemmo additare (OL[L]J, OLT; OCT;
p. 251 n.). All'incontro riuscivamo a vedere, nelle varietà tici-
nesi e verbanesi, rompersi l'o pur nelle formolo ORT ecc., rico-
noscendovi la continuazione o le propaggini del fenomeno la-
dino. Ed ora non sarà superfluo che si avverta, come v'abbia
qualche traccia di maggior difiusione di questo accidente nella
Lombardia superiore; che è in ispecie Vò brianzolo nelle for-
inole OSS OSTR, circa il quale cosi c'informa il nostro Che-
' Bulua sempre la forinola ali E t. ancora 'Ladino e Veneto'.
' Simili forma oggi in parto piti non ù odono, in Milano, la non tra il
popolo minnto. Ma é qnaai Bnp«n3no logginngere coma occorrano nello scrit-
tore milaneai, bergama^elie ecc., dì tutte la età. Par gli esemplari che ai ric»-
TaQo dai più antichi aaggi, t. il C. VII, e in iapecie Udssafu, Daritellung
der allmaildndiicìun mundart naeh Bonvesin's schriften, rendic Lix, 6.
' Per la formola ALS non mi soTriene aleno aicnro esempio. Chi pa6 me-
^ dì me vedere come ai uù il vaiteli. f6s che il Monti (app.) traduce par
'alido', giudicherà se vi si possa riconoscere *fala-; cfr., pel tacere di l, nna
forma valtellineae addotta a. ALT.
;vGoo»^lc
À
300 Ascoli, Saggi ladini, [.
rubini (voc. V'ESI): 'Le voci italiane desinenti in osso, cbein
'milanese cangiansi in oss, escono in oeusc [Os] o (buss cosi
'nell'Alta come nella Bassa BriaDza: p. e., 'posso pojuss , grosso
'grcBìisc, dosso dceusc. Nell'Alta Brianza fin la voce milanese
*<Vppòs {dietro, post) assume questa pronuncia. I RoTagoateai
'dicono appceìis. Pari mutazione accade nelle più delle -voci desi-
unenti in ostro: p. e., nostro noeust'. Alle quali serie briauzaole
non potremmo, senza mancar di cautela, aggiungere esempj sul
taglio del milan. rust. cóé cotto, essendo pressoché certo che tì
si abbia, per mera difiTiuione analogica, Vd di quella forme in
cui sussegue consonante scempia {cós cuocere, ecc.); né vor-
remmo senz'altro aggiungerci l'esemplare per ónc = OtiC' che ci
è occorso in un vecchio saggio bormiese, poiché sì tratti di nn
dialetto che ha sae proprie ragioni istorìche; ma ben gioveri
Piotare, in relazione a quanto già più volte ci accadde riflettere
sul dittongo che appar proprio del solo plurale mascolino (cfr.
'Poschiavo', num. 50-6), come Va non ci occorra nel possessivo
bormiese se non al plurale ('Bormio*, num. 56), e come pur nella
Brianza, per quanto mi è riferito da alcuni giovani studiosi,
nativi di colà, ben duri sempre il mi póss io posso (per la qui
voce son da considerare, come testé si avvertiva per cOc, i Upi
pada ecc.), ma all' incontro grOs e nOst ecc. tendano a limi-
tarsi, se par già non sono limitati, alla sola funzione del plu-
rale. Altri ìndizj, più o meno spiccati, di particolari conve-
nienze tra la favella lombarda e la ladina ed altre contermini,
sempre in ordine elle vocali, qui ci è forza trasandare ■; e
solo ancora toccheremo dell'e per i nella formola -INO -INA,
« per 1'»' nell'iato. Avverte il Cherubini (voc V 253-4), che in
addietro si dicesse e scrivesse nel dialetto di Milano: quajcos-
sorenna {'qualcosolina), fiorententia, vercellenna, ecc. Da no
nativo di Busto Àrsizio sentimmo: ven, maiena; e dai testi dì
' Ma dod' (UBBO tacere di un esempio di propagginaiione regreasiva, the
rìcoDoaco in mia voce itnportanta a come caratteristica dal particolar dmw
ouda Tanno tra di loro eoDgiunli quei grappi nao-latini ai quali più Epeeial-
manta qui miriamo. E la voce per 'aqaa'; onde avemmo l'augua di eoi a
pag.Sll, eauffueaifftu nell'ant. frane, aigua pravem. (che al Disi, iri' 146,
par «empra Agni* atrana); ed aiffua a Brescia (vocabol. dal 1759, Rosi],
eij/ua effua io alconl luoghi del bergamasco (Tirar, s. 'aqua'), eoa *ai[g'Itii
piemontese. Circa ai*- aù- ai-, v. per ora la p. Sòl.
;vGoo»^lc
g 2. LaJÌDo a Lombardo. B. ii, 6: p/. fi, ecc. 301
quel dialetto raccogliemmo: quattren, visen, moren molino, a
ra fen, on temten, leten latino, scritturena. In Val S. Martino
(bergam.) dicono galena, materia, cesena cucina (Rosa), e dal
cremonese vedo addursi: vioulèen, bambèen. Nel bergamasco,
per dir solo di questo dialetto, è poi continoo il fenomeno di e
per i nell'iato: carestea, alegrea, {Mare<£), ostarea, malatea,
compagnea (Rosa, 90). Ora non mancano, al per l'una e si per
l'altra serie, analogie notevoli fra le varietà ladine de'Grigìonìt
anche aggiungendosi, per la prima, la concorde geminazione
della nasade, come può per ogni parte vedersi ai n. 33 e 36 dei
rispettivi spogli, e qui pure c'incontriamo con la favella emi-
liana *. Ma, per limitarci all'^ in e, se in ispecle guardiamo
alla qaalitA della formola in cui il fenomeno ai compie, propen»
deremo a credere, che, per la Lombardia, esso piuttosto si pro-
paggini dalle rive del Po che non dalla zona delle Alpi >.
5. Passando poi alle consonanti, incomincieremo da un ca-
rattere che non consiste nel convergere delle alterazioni, ma si
nell'aver comune la schietta conservazione di un antico ele-
mento, e alludiamo al l delle formolo PL, FL, ecc. (n. 114 ecc.).
Per vero, due obiezioni sì posaon facilmente presentare a chi
voglia dedurre argomenti di speciali afSnità dai fenomeni in cui
d'altro non si tratta che di particolare integrità latina. Tana
d'ordine cronologico, l'altra d'ordine cort^raflco, e nel caso
presente esse possono, a prima vista, parer valide entrambe;
Poiché se risaliamo ad antiche scritture, vien da opporre, che
a nn certo punto i medesimi caratteri devono ricorrere egual-»
mente in tutte le favelle che fanno capo alla lingua di Roma;
e se adduciamo saggi odierni da regioni più o meno appartate,
sorge il dubbio che la miglior conservazione non da altro si
debba ripetere che dal restare più intatto l'antico patrimonio
nelle terre segregate e come riposte, Senonchè, mirando prin-
cipalmente al caso nostro, imprima si risponde, sul partico-;
' Cfr. MussAru, Darsttllunff Óer rotnagnolitehan nmndart, rendic. lxvii
660-1, M*6. 31.
* Hei pib Ticini temacoli emUiam, r-«n=*-ifi oggi si trora affiitto «ji alte-
ruione terziaria (piaoent. domattA'n ecc., cfr. béin bene; paT. ipéi spino,
c&. bèi bene), ma ancora ai attito schietto snelle nel riflMH paveie di -ina;
"uttténa ecc.
;vGoo»^lc
302 Aacoli, Saggi ladini, I.
lare delle antiche scritture, che net documenti contemporanei dì
molte altre contrade italiane trovasi ormai dileguato questo fe-
nomeno d'integriti romana; onde surge sempre il quesito, cosi
per questo accidente, come per altri consimili, del perchè le
formole latine abbian potuto mantenersi incolumi, sopra intere
Provincie, per un maggior numero di secoli che in altre nou
potessero. E per quanto in ispecie concerne le varietà dialettali
ÌD cai il fenomeno oggi ancora si mantiene, che in questo luogo
è quanto dira le varietà lombarde in cui ancora risuonano le
formole pi fi ecc. , non va di certo trascurata la loro {giacitura
topografica; ma ae dall' un canto consideriamo, come le stecu
varietà non vadano già immuni da profonde alterazioni foneti-
che, ma anzi in parte sopravanzino la generale alterazione che
soffrono i suoni latini in favella lombarda, e dall'altro consi-
deriamo la persistenza del fenomeno nelle antiche scritture di
Lombardia e nelle adiacenti favelle ladine, e finalmente ricordia-
mo come la presenza di esso fenomeno in favelle tuttora viventi
non punto dipenda da particolari condizioni di territorio, poiché,
a cagion d' esempio, net Friuli o nella Francia lo incontriaino
ancora continuo dalle Alpi al mare, è pur forza conchiudere che
la giacitura topografica altro qui non fa se non favorire la pw-
manenza di un carattere che entra esso pure, comunque faccia
parte del patrimonio comune, fra i criteij di quell'affinità spe-
ciale, che in fondo si risplve in un'affinità etnologica.
E .venendo agli esempj, quanti attendono all'istoria delle lin-
gue romanze hanno ben presenti le serie che si ricavano dalle
scritture lombarde del secolo decimoterzo e del decimoqoarto, di
quelle scritture in cui accade incontrare un verso come questo: 1
romani p^u fregia cha la glaza |
rimango più fredda che il ghiaccio
del quale si pnò quasi dubitare se sia ladino, provenzale o lom-
bardo. Ne offriamo più innanzi qualche saggio % e per ora ci
' C. VII. Qni va in iapacia coaùderato lo spoglio fonetico dalle Bcrittitre
di BoDTÌcino, fttto dal Musgafia, nel luogo gi& citato, sopra la ediiioiie del
BxsxEB (1850-1). Ma ee la critica pud aoimettere con piena aicureoa eh»
pi ci eco. ai continuassero in quettempi pure in dialetti lombardi eh* oggi
ne sono alieni, giova però non dimenticare come qnesti nessi piii a luogo
durassero nella scrittura che non nella pronuncia, e come in iapecia nelle
;vGoo»^lc
S 2. LKdiao 0 Lombardo. B. ii, 5: pi, fi, occ. 3(3
fftcciamo senz'altro alle serie che sopraTÌvono, e sono per av-
Tentara più numerose che non si soglia imaginare:
Tal tellina * (Mt. toc. « app.): piata lastra, pldite (Alboaaggìa)
piange, cfr. p. 164, num. 152, plée pieno, plòja; sgonfld mucchio di
nave. Cui si aggiungono, con vocale certamente inframmesaa : stabet
stalla, rdfcolo rcSicot (sic; voc, 207, app. 89) 'raatl, rastro, tridente,
e insieme dovrebbe andare, se non rimanesse quatchs dubbio circa
il frammettersi dalla vocale; jòngola {app.; nel voc. si attrìbnisce a
Bormio), correggia, striscia di cuojo che lega il giogo alle coma dei
buoi, cfr. juncla, ffiuncla, xuncla, nei dial. grìgioni (Car. naohtT.)>
striscia di cuojo per condarre gli animali, correggia, posch. giungla
Mt., veroa. rust. dóncola (cfr. § 4). La inserzione della vocale à per
sé manifesta in rdtcol-, poiché il suo e rimonta al neuo fi (cl'^tl,
cfr. il nam. 120n. e l'it raschiare = *raatlare, Slvdj crit. II, 105), ed
ha le sae prossime analogie nei valtellinesi vérom {"vérm, serpe,
hisda, app. 123) e tèmbola, milan. témbol, pollone, gemmula, In cui
il b attesta la fase del nesso (g'em'la ecc., cfr. num. 156) K Val
Oandino (Kosa 93, Tirab. 31 e ai riapett. artic), è una valle ber^
gamasca, nella quale abonda, forse piti che in ogni altro territorio di
Lombardia, il fenomeno a cui attendiamo >. Ivi si odono: pia piano,
copie, od anche nalla imitaKÌoni della più antiche scrittura, aeoadwsa percÌ4
die l'amuinanM, o rìmitatore, Tenendo, nelle et& BnccewiTa, a scrìTer in-
quantamente, a per corretta ragione, pi el ecc. per pj è eco. della propria
ana pronimcìa(j)Ht(«r^]>filMr, inà6ia=. macia, ecc.), fiiiisw per Introdurre il
DesM por dora il xaopj 6 eco. non provemva da pi el eco. nd qnindi poteva
rbalira a qneate Agore nell'antico Tamacolo. Coal d ipiegano sapla per «op-
pia, Clara per »tra,a aimlglianti (cfr. Hnsairu, randic. xlti 122, ux 12), e
Tale roaBerraiione anche per le scrittore veneiiAna, di col tocchiamo al S 4.
Per ultimo si poBMQo ricordare in questo luogo i veglimi e le veglowK di
Lombardia, che entrarono nel lees. del Du Cangi, cfr. Ch. toc. i. 'Toggion*.
' Non compresa, che s'intende, la varietà bormìeaì, oA la poachisvine, di
cui vedi a- SUD Inogo.
' Per analogie Udine pad vedersi la prima nota a p. 49, «.quadra In iipecia
il M^raiilT. affel (*affl aÉo) trovo, Rom. 7,13.
' É psrd auai notevole, che aawna esempio per ci- (= ci- lat.) ci ùa offerto
dal Rosa, a nesaono dal Tiraboschi che sia speciale a Val Qandlno, come
non ce na A dato preMochd nessono per la Valtellina [plif, cIìto, corta mon-
tagnosa, sarebbe eomuna airitaliaoc) e nessuno per Idre, di coi v. appresso.
Non & di certo mero caso, nd il solo indixio cha mosbi primo ad alterarsi
il nesso ci, coma all'incontro l'ultimo a cedere é pL Qià nella lezione in coi
sono a noi conservate le scritture di Bonvicioo siamo per questa parte alle
cittidizioni medesime che oggi ci ofirono le valli lombarde; vale a dire: pi
;vGoo»^lc
301 AmoU, Saggi ladini, I.
jAmta, pUaig, plaxsa, pie ^ì^ao, plomb, pia-, flama, fiat, fioca, litanc,
iloscid biaaciare (posch. btiustl Mt. , cfr. Dixz Ì9ss,b.t.), glaJl {gìasc'),
inpluti. In altre valli bergamaacha (Brembana, S. Martino, Tirab.)
abbiamo gler, glir, ghiro; plach (Val di Scalve, Rosa 54) •piane,
trsTÌ rozzamente riquadrate, plecia (in alcune di quelle valli, id. ib.)
*plecta, coltrice, cfr. triai. plele. Il Bressano, di cui si hanno saggi
bergamaschi a atampa del 1574, ancora scrive clùx chiudere (Tibab.);
e all'odierno bergamasco rimangono clustìr del fùren, piastra che
chiude la bocca del forno, elogia, chiusa che si forma per rac-co-
. gliervi dell'acqua; oltre clog clotsa chioccia, e quindi clostd cìot-
tdda, gldndol (allato a gàndol *) nocciolo, flaèl (V. di Scalva: /lèi]
B*flagelIo-, ooreggiato, cfr. pag. 284 n. 3 e Mt. voc. xix 3; a tacere
delle combinazioni interne, come per ea. in pabel pabal *pahl, pa-
nico selvatico, peloso, rimpetto al pabbi del milanese (cfr. le serie di
Valtellina). Finalmente, dalle vaiti bresciane (Rosa): ploff, fioca,
plani, piove, fiocca, piange, esempj del dialetto d' Idro-^- gler ghiro.
Valle Trompia;- in-ecU immiserito (cfr. brianz. gecchli ecc. Cn.
VOO.V296), Val Camonica Superiore;- e dal basso-brescia-
no: plaita, contesa di parole, cfr. pag. 81, esemplare di cui parte-
cipa, ed anzi io doppia figura, pare il vocabolario milaneso: plMt
gu^o, pléit piato, litigio.
6. Rimane che si tocchi di alcune alterazioni e di qaalcbe
lUleguo di consonanti, sempre in ordine al particolare scopo
del presenta discorso. Hanno speciale importanza le modifica-
zioni e il dileguo dell'antico N; ma giova all'economia del no-
stro studio che se ne tenga conto altrove (II, 1). È poi di molto
momento quella digradazione dell'antico CT (jt,jt}, é), che già
fu a noi subjetto di particolare indagine (p. 83) e si ìnconb-a,
con varia estensione, in favella ladina, nella lombarda, nella
pedemontana a nella ligure, per qui non dire di più rimote pro-
TÌncie, Ma raccogliendo ora le nostre fila (cfr. il num. 172 dei
diversi spogli), non sarà inutile notare, come la più antica
fase dell'alterazione (jt; p. e.: faJt[o]) mal più s'incontri nella
hi fi eoHtaatamente intatti, ma ci di regola ridotto a aemplìce palatina {^iar
m(»Mlo = ca[nando = clamando, ecc.); e vi occorra cosi ridotto anchs gL
* In questa forma ai perde per diaumilazione il l della prima eillaba (^elao-
d[n]la);c&. gSs, IVO, 4.
' ol fiavel, tributa, in un antico glossario laUno-bergsmascO) pubblicato
dal OuoN nel terso toI. del Fropvgttator»,
Digitila bvG00»^lc
S 2. Ladino e LomWdo. B. u. 6. Coaaoaaatì aitante ed elite. 306
schietta favella ladina; laddove riuscivamo a aantirla nella ra-
gione ticinese (p. 265) , « la vedemmo tattora predomioanta in
più d'una valle dell'alto bacino dell'Adda (p. 284, 291). Appéna
è d'uopo ranuneatare agli stadiosi, come gii prevalga, nei più
antichi- codici lombardi, l'ultimo esito della evoluzione, cioè la
esplosiva palatina * ; e perciò sono tanto più preziosi quegli esem-
plari odierni, che ancora sì conservano, in ischìetti vernacoli di
Ijombardia, allo stadio detl'y^*. Già uno ae ne addusse a p. 265,
cui per ora si aggiungano: frui/a trucia (trota), sul lago d'Iseo ^
peit bresciano {poit in Val Camonìca Super.) ~peó mil. e com.,
mamme ddle bestie (Rosa), e fan peinà 'peitnà {mil. peéeTtà),
che trovo in un elenco di 'voci usate in Valsasiaa'; insieme
ricordandosi fei trei e simili, di cui toccammo, a pag. 295. Ma
l'alterazione a cui precipuamente in questo luogo miriamo *, è il
dileguarsi del d primario e del secondario, tra vocali, in varietà
lombarde oggi ridette a confini più o meno modesti; dileguo che
ci riporta, quanto al principio, ed anche per particolari coiuoi-
daoze, al fenomeno ladino cui dedicammo il d. 203 dei rispettivi
spogli. Già ricordammo l'orti del mil. rustico (p. 256), vaiteli,
rais; ed ò caratteristico a questo riguardo il mil. miolla mi-
dolla, che ancora il Maggi adoperava, e coincide, per tacer del
' Codr disp4ffio dispetto, bÉntdtffia benedetta, ecc., Ted. Ìl C. VII; « dal
'Volgue Eloquio' di Dante; ^^ mtt d" oc/timer,- cSe. 'Val Bregaglia' (^. STt^
e otftna, ottava (come tinqvena, tetteita ecc), in Bonricioo. Ma qui non
sarà forw BoperSna, quasi a complemento del num. 172 degli spogli che pre-
cedono, ona breve serie dì eeempj odiami, poichd noa pare che si soglia a
ballatila riconotcare la estensione e la durata del fenomeno. I seguenti esem-
plari, quando non sia avvertito altrimenti, sodo comuni, per-oon dire dL altri
disletti, al milanesa ed al comasco: eoK/ìcct *canfoetare, dar la cmieia alle
pelli, Itiid *]nctare, piagnucolare; com. ruéd cfr. p. S65; la£. Uè; noè (com.
nc&i pernottare ecc.); mil. piciira ecc.; picen; tue s^ica; Cdc; trai 'tratto',
term. di caccia o di pesca; viiiira:,- mil. oni uucto- (com. ernia *uiictare,
Wum oncwrà), mil. pófìéa prora (eiod 'punta'; caqi. poni punto, poncà CQ-
cire); mfl. strec e slrtnÈ, atrencò 'strifnjetore- etram. de'falegn. (com. ttr^t-
ierta strettMza, avarizia); briaat.M»£ *TÌ[D]etfr- Ca.voc.IV (giunte) 137, o
Unià hnédst-^o, lisciare liaciarsi, varamaite 'leccare', càot *Ii[n]otare; ed
in Valaaaiiu: ttné5l *nact-tflo-, imagine d'nn santo.
* Che é stadio normale nel piemontaaa, cfr. p. £61 n.
' torentina; la troyta , ha il gloss. lat.-bergam. citato nella pag. che precede.
' Di / e i in Lombardia, t. C. Il, § I.
ArcUvio gloHol. iul., t. IO
;vGoo»^lc
306 AbcoU, Saggi ladini, [.
ladino, coi comaschi midla e mdl Ut., e coi Taltéllinesi niolàa
(dial. di Ponte, Ch. E. S. II 4; riapondbrebbe veramente a 'mì-
doUato') e gn6la, di cui t. a p. 263 *; cfr. com. hèdola hèola
hiòla Mt., bidoUo (cioè: bétula e betulla). ÀI ntd mil. dalla città
risponde il contado e il comaaoo. per ntn, che sarà il 'i.i[d]inij'
(cfr. nioéul Taltell,, nido di gallina, Mt. app.), eoe queir ettlissì
di d che anche il parlar cittadino mostra tuttora nel sinonimo
niàs; allato al qnal esemplare addurremo vel *Te[d]él a Idra,
piccolo -vitello (Rosa), e tui ammazzare, in Val di ScaWe (Rosa:
cfr. p. 36). Anche i Taltellinesi teòn tèa -, pino silvestre Mt. , pos-
sono qui stare (v. p. 39 e 213 in n.), poiché difficilmente può ve-
dervisi voce accattata. E da questi esempj sporadici passando
alle serie conttnae, ricorderemo imprima la serie brianzola, dì
cai tocca il Cherubini (voc. V 293): cajenna 'ca[d]éna, slajers
{stajéra e stera a Borsano) 'sta[d]éra, ecc., nella quale all'iato
si rimedia per j' (n. 233), laddove gli si rimedia per v nel tipo
ancora brianzolo: ballavo *balla[d]ór, cavalcavia fatto a bslla-
tojo, seccavo *secca[d]6r seccatojo. E raccolti ancora per lia i
doppj esemplari urbani: stràa strada, contràa -tràda, spùa
(spù-v-a) spùda sputo, spuà {spu-v-à) spudà sputare, no-v-à
nodà nnotare, arriviamo poi a quella costante elisione della
dentale nel tipo rustico del participio feminile, la quale ancora
si accompagna, nel dialètto hustese e forse in altri, all'epen-
tesi del o. Onde abbiamo i seguenti esemplari, provenienti dai
saggi rustici di Busto Arsizio già prima citati: stra-t>-a"sin-
[d]a, paga-v-a 'p&g&[i]A pagata (urbano: pagoda), conscia-v^ |
conciata, travaia-v-a travagliata, ecc. *.
7. Questo tipo di participio ha acquistato una certa notorìeU
per merito della graziosa Villereccia, in dialetto rustico mi-
lanese, che si deve al Larghi, e fu pii^ volte stampata. Nelli
quale insieme ricorrono -ént = *-ànt {quento ecc.), come pur gii l
vedemmo nel bustese, a l'o (u) desinenziale, non solo dove l'eti- I
' Abbiamo ciod la notisaima digradaiioDe ; mjà njà nd; ma qui à imporUnft
di notare, cba nal mil. nidilla, succeduto nell'ato a miólla (Ch.toc.V^}>
appare come fìiso l'antico tipo ladiaeggiaute (oìdla) col tipo italiano (middl>,'
Ch. del reato il pìem. miola e il Tenea. mtola.
' L'epentesi del o anche nei plur. mascoL dello starao partic: ix'U'M-
;vGoo»^lc
S S. Lad. a Lomb. B. ii, 7. Ant. I^tteratore dialettali daU'Alta Italia. 307
mologia lo richiede e oggi ancora risuona pur nello stsaso dia-
letto di Busto (Larghi: Sfotto, quento, galento; saggi bustesi:
tentoecc,edames«ntitt, ancora di diaLbustesa: guéntu quanto
cóldit caldo, ho 'ùstu ho visto), ma eziandio all'uscita ài temi
nominali in cui l'etimologia vorrebbe 1' -e, e analogamente nella
desinenza dc^li indniti; quindi: polmono, bona notto, dormi~
ro ecc. *. Simili forme altro ormai non ci appajono che- uà' imi-
tazione burlesca dì quella storta applicazione dell' o desinenziale
che fo in Lombardia l'uomo del volgo quando si mette a par-
lare in punta di forchetta; né vorremo credere che a'tempi del
Larghi, che tuoI dire a mezzo il secolo scorso, esse realmente
appartenessero alla schietta favella del popolo. Già si opporrebbe
a questa sentenza il trovarsi in quella medesima poesia la forma
tronca dell' infinito accanto a quella in ro (senti, sentirò). Ma
pur la atorta applicazione dell' o finale, potrà avere la sua utile
storia; e intanto a noi porgeri Tadito a qualche osseryasione,
che fwse affatto non manca di novità e d' importanza.
Poiché l'-o- per Ve àtona all'uscita, è come la nota carat-
teristica di un gruppo di documenti letterarj, conservatoci in
codici anteriori al 1350 ed egregiamente studiato dal Mussa-
Fu<; nel quale ti occorrono, a cagion d'esempio: la fama fame,
nevo neve, venire venire, cosro cuocere, dormo dorme, ecc.
È un complesso di componimenti poetici , che tutti danno una
stessa varietà dialettale, di base che dimostreremo venata, come
già diceva la patria di uno degli autori (o forse dell'autore di
tatti); Fra Giacomino da Verona 3, Ma questo dell' -o per -e
fuori dì accento, non è se non uno dei punti di particolar con-
' D^ià che soot cbignora in co la atrava,
E To paaiaiid ol temp senza dormirò,
Mi te TDJ fa senti, se voeutt sentire,
01 me amor, on sgrìzztn de BerenaTa; ecc.
V. CBrauB., CoÙix. dtlU mifflitn-i open ecc. IV S13; Biond. 1 18.- E cfr. Ga.
voc. V 190,291.
' Rendtc. un, 11^£35.
' Dei caratteri intrioiaci, pei quali queste scrittore et distaccano dal lom-
butik) e d congiongono al veceto, qui ci limiteremo a citnre la terza persona
plurale, non mai diversa dalla terza singolare. Ma al § 4, d, 4, vedremo la
lia per la quale afiàtto ai cluariscoDo le attinenze tstoricbu d.'t dialetto di
Fra Qiacomiao.
;vGoo»^lc
308 Ascoli, Saggi ladini, I. '
veoieoza del dialetto di quelle venete scritture con le favelle o
le antiche scritture di Lombardia., ed anzi è un punto, sul quale
per ora non insisterema davantag^gio. Due tratti, all'incontro,
sui quali qui vorremmo principalmé&'tn richiamata l' attenzione
del lettore, sono questi: l'effetto dell'i all'uscita, e io ispecie
dell'i del plurale, sulla determinazione della vocale tonica delli
sillaba precedente, e la grande facilità con cui si dilegua il d
tra vocali , sia esso primario o secondario. Cosi in quei componi-
menti di baso veneta: questo qvisti, quelo quigi, gloriot do-
lorusi D 292.5, ecc.; e nel milanese di Boovìcino o di Bescapè:
povereto poveriti, dente dinti {dingi), eoe. (cfr. pag. 294, n. 2).
In quelli; baar badare, creer credere, rir, guaagno, meesina,
preveir provedere, aiar aitare, ecc.; la Bonvicino: quaema,
traitor, crer, rire, oitain cittadino, ecc. Compare altresì, nelle
scritture venete delle quali ora tocchiamo, il tipo somejento
somigliante, viandenti viandanti, il quale si combina coi tipi
conformi e continui che incontriamo in Lombardia ^ E persino
il singolare cendamo per 'cinnamomum', usato da Fra Giaco-
mino, vale a dire la notevole alterazione ascendentale di nn io
nd, ci riporta al Ticino, all'Adda ed all'Oglio, dove avremo:
colondéi porzioni, cioò 'colonnelli' (Valtellina, Mt.), watdn-
gliars (Valsasina e Valle Leventina, e di leventinese ho pure
' vadn vaglio), vandà abburattare (Val Oamosica Saper., Rosi), i
4at. vaiiuus vannere; allato ai quali si chiarisce anche il coma- :
SCO apanda, spanna ^ '
' Qui non tanto voglio alludere aìT -ent = -dtxt bnetase, che ancora si vrit
dipeDdera da una generale alterazione fonetica, qnanto ai tipi bergamatcbi:
maet (*maeiit- Val Oandino) maDgianta, cirehed (*eÌTchsDd) cercando. Vedist
Rosa 99-100, Tibab. 43. In Bescapè (Biond., Poesit lomàarde inedib à»ltf
colo Xin, 149): lo soTneliente.
' la vand ai potrebbe sospittare mera epiteei, e confrontare i caai di -»p
da -ffi : amp p. 283, omp friul., ecc., tua osta la molta diffusione dello id
nel Yorbo primario (cfr. p. 311). Anched -mb~ da -m- (-mn*-): stombie bor-
iniaM (Val Forra), itombée in Valtellina (Campo Dolcino, Ut.), ^stòaunatt^
Diverso à il caso di mbj da mj : comitato it. ecc., t. Diez leas. a. 'graubo
{eonbiado anche nel testo veneto di Fra Paolino, g 4, a, combid^in Vabs-
gana). Nd con ttombte ecc. si dee confondere l'aretino flamba, die va cel
tre. fiambé flambtau ecc., e deva liiatire a flamin[u]la (cfr. la n. 1 a p. 30ì),
o l'aretino sembola semola, esempio manifestamente analogo a mbr ilaL ot
:,Goo»^lc
§ 2. Lod. e Lomb. B. ii, 7. Aot letteratura dialettaU dell'Alta Italia, 309
Ora, per quali modi hanno sin qui gli studiosi tentato di ren-
dersi ragione delle conformiti e delle condizioni che noi breve-
mente ceroavamo di raffigurarci coi fatti che testé allegammo 1
Limitata l' osaervaiione agli antichi saggi letterarj e alle piti
note fra le odierne varietà, pareva che le conformità dialet-
tali di qnei documenti non si potessero altrimenti spiegare, che
imagioaodosi una vicendevole e artificiale assimilazione dei varj
dialetti di quest'Alta Italia che veniva aspirando a un linguag-
gio comune. Cosi per esempio si diceva: è estraneo al veneziano
il procedimento per cui il puraJe di gitelo risulti regolarmente
^l'i/t, e all'incontro avvertesi questa vicenda, o i suoi effetti,
cosi nell'antico milanese come nel moderno. Quindi, si conchin-
deva, abbiamo, per questa parte, la Lombardia che si viene
assimilando la Venezia. Si trovavano viceversa, per dir di un
altro esempio, i participi <^^'® antiche scritture milanesi in -ao
[ligao ecc.), che oggi ancora ai odono in favella veneta ma non
già nella milaneee; e per questa' parte si diceva che l'influenza
veneta era prevalsa. Che se taluno pur non ricorreva a questa
ragione della fusìon letteraria, ìmagiuaTa tnttavolta un'altra
specie di rimescolanze, appigliandosi all'ipotesi che gli origi-
nali fossero a noi arrivati variamente guasti dagli amanuensi,
i quali v'introducessero i caratteri dei propi;) ve^nacoli natii.
Ma venendosi a quella principatisstma caratteristica comune dei
dae gruppi letterarj, che è, prescindendo dal participio perfetto
passivo, il cosi frequente dileguo della dentale {d primario e
secondario), il problema, limitata sempre l'osservazione a quel
ristretto orizzonte che dicemmo, si rendeva cosi arduo, che poti .
a dirittura parere insolubile. Come avviene, chìedevan tutti, che
mentre i vernacoli di Venezia e di Milano non pèrdono la den- ,
tale drbasi latine sulla stampa di 'videro', '^dua', 'credere', ecc.,
quegli idiomi letterarj ne vadano privi! E non è mancato chi
pensasse a una artificiale riproduzione dei fenomeni francesi o
provenzali, della qual servilità letteraria ben ai sarebbe potuto
dire che non vi avesse altro esempio nella storia.
■nr negli adruceioli o fra le sillabe protoulelie, malgrado la vocale Afona che
par Mparars m da r: bombirò vomer, gambero camnianie, ghiombero, gìo-
mare-, bomberdea gumm-'-Aribian (cfr. Daz [* 316iFliìcbu, Di aleunt forme
de'nomi locali dall'Italia super., S2-3).
%
,Goo»^lc
310 A&coK, Suggi ladiDi, I.
Ebbene, se i presenti fogli non sono scrìtti indarno, le ipo-
tesi delle assimilazioni artificiali, volute cioè dagli scrittori o
prodottesi per alterazione dei loro testi , ricsTon tutte un colpo
mortale; e 11 problema, a cui ultimamente si accennava, io tanto
si risolTO, in quanto cessa addirittura di esistere. La esplora-
zione, un poco più ampia ed attenta, delle schiette varietA dia-
lettali, che qui Tuot dire dei dialetti lombardi e dei veneti tn
quanto sono o sicuramente sono stati viva favella di popolo, ci
porta a riconoscere che i caratteri in questione sìen tutti in-
digeni, cosi della regione lombarda come della TOneta, e che
- nulla qui vi abbia, in proporzioni insolite, o dì accattato o di
straniero. Se cosi ci vogliamo dar la pena di riandare i feno-
meni che prima adducevamo, incominciando dai tipi: igi *elli
(eglino), pissi pesci, e simili, ben sarà vero che questi riman-
gano estranei a Venezia (all'odierna in ispecie), ma pur trove-
remo a suo luogo (§ 4 b) come se ne raccolgano in gran copia pnr
da fonti venete schiettamente popolari. Si tratta veramente di
un fenomeno caratteristico dell'Aita Italia, il quale, con varia
misura ed efiBcacia, ne percorre quasi intera la estensione, dal
Mediterraneo all'Adriatico; e quindi s'incontra nel gruppo ligure
{boin bon-i), nel pedemontano {chemp 'caìmp camp-i), nel lom-
bardo \mfs *meis mes-i) e nel veneto *. Se poi, continuando, con-
sideriamo il participio in -ao, basta, a tacer d'altro, combinare
tra di loro le figure bustest che di sopra adducemmo (pag.SdS,
306), per doverlo riconoscere indigeno pur di Lombardia. B per
quanto è, in generale, del mancar tra vocali il d primario o
iiecondario, con una frequenza a cui male arrivano i dialetti
pedemontani e appena è superata dai francesi, noi già vedem-
' Si ritrova largamente sviluppato anche nel gruppo emiliano; e qui db
citeremo perspicui esempj bolognesi, ricorrendo alla traduzione della Gera-
salemme Liberata, che el deve a Giov. Frane. Negri (1628; della parte inedita
della quale ho veduto un esemplare nella- Cassanatense di Roma), e eooser-
Taiidone Ecrupoloaamente le ortografie. Tipi di singolare; i*e?n itidegn x l*i
hgmdegn xm 8; al puvretl xii 101; da qtiel Francea viii Qi,Inghlestfftt'iì
42, ai pota ni 58. Tipi di plurale: j m-dign^ t sign, i Ugn, xi 39; > dsiig^i
i suo £iifn, i7Q;- à nù pwt'ritt z 35, i suo Diaw'IiKziu 4;- tn qv^ fati vi
S5, gwt; biceh xiii 8;- i pauaiwn FrancU (i padiglioni fr.}, t Mf, mi S;
vffit X 12, d$t X 28.
>vGoo»^lc
g 2. Lai. e Lomb. B. u, 7. Ant. letterature dialettali dell'Alta Italia. 31 1
mo (p. 305-6) per quanto larga misura il fenomeno si cootiout
in odierni vernacoli lombardi, e più tardi vedremo (§4, b) Ìb
qa&nto grande estensione egli aia. offerto par da saggi veneti
di schietto idioma popolare {crer, frello, ecc.). Anche per -ente
■ento ael participio presente della prima, avremo schiette sor-
genti veneto, e intanto registreremo gli esemplari trentini: scot-
tent, Urente, e da una valle che si può dir veneto-ladina, la
Val di Fieoime; parleni[e], fiamento, nelle 'quali -forme l' ele-
mento ladino non ha di certo alcuna parte. Finalmente, per non
trascurare pure i singoli fatti che di sopra avvertimmo, e la-
sciando il resto agli altri capi dove spetta, troveremo ancora,
alle Alpi venete, i riscontri di nd da 'nn, che prima sentiva-
mo dalle Alpi lombarde. Più dialetti del bellunese hanno ^ande
' vannere; Feltro e Belluno; 5pan(2a = spanna; pur nel trentino:
spanda, e insieme colonda (= colonna), tronco che serve dì pun-
tello (SCHNELLSa SI).
Le ragioni idiomatiche delle letterature dialettali della Lom-
bardia e della Venezia cosi avranno, da incontrovertibili &tti,
luce nuova e sicura. Ma,, come suole, sciolto un problema, ne
snrge, in sua vece, un altro per avventura più arduo. Come cica
dichiararci la differenza e le relazioni che corrono fra i ver-
nacoli oggi predominanti nella Lombardia e nella Venezia, e i
dialetti che son rappresentati dai documenti letterarj che stiam
considerando? Come cioè si spiega, a parlar per via d'esempj,
che a crexo {crego, cherzo § 4 b) ve, credo vede, o veer creer,
vedere credere (cfr. prov. crezer e veir cr,eer), dì quelle scrit-
ture, oggi si contrappongano, sa non in tutte, certo nelle prin-
cipali varietà vernacole, le più italiane forme crédi créder
vede ecc.? Potremo noi ammettere che queste surgessero o risur-
gessero per la sola virtù della lingua letteraria che ci venne di
Toscana, oppure, che ò il medesimo, pel semplice diffondersi di
quella civiltà di cui essa divenne lo stromento? Bene incauto
sarebbe chi ci6 volesse affermare; e più di molti ragionamenti,
le presenti condizioni di parecchi dialetti emiliani varrebbero
a dissuaderci dall' attribuire tanta efficacia alle lettere ed alla
' Sarebbero partìcipj adoperati con valore aggottivcr, SraNELLER (v. T esor-
dio al § 3), p. 24.
;vGoo»^lc
Ìì2 Alcoli, Sagg^ ladini, I.
civiltà. Tatto accenna piuttosto a farci credere, che certe forme
dialettali per le quali si distinguono quei saggi letterari , non
solo non ai estendessero alle, intiere provincie, ma anzi non do-
minassero esclusivamente in alcuna grande città. Aitato a crezo
e a veer, il poeta veneto od il lombardo avrà sempre avuto alk
mano anche credo e veder; ma sin che durava la supremazia
letteraria o anzi l'impero del provenzale e del francese, tanto
favoriva il poeta le forme paesane che meglio convenivano con
quelle d'oltralpe, quanto più tardi le disdegnò, aUorcfaè invalse
felicemente la supremazia del tipo toscano.
III. I. Ma qui dobbiamo interrompere questa serie di consi-
derazioni, che tottavolta non ci pareva di dover tralasciare del
tatto. E rimettendoci in cammino, risaliremo, pei bacini del-
l'Alto Chiese ' e del Sarca, a nuove terre ladine (§ 3, a) , ancora
però tentando, lungo la vìa, sa v'abbia qualche varietà che n'e-
sca intermedia, da mezzogiórno, fra il lombardo e il ladino cen-
trale, cosi a un di presso com'era del bormiese dal lato di nord-
ovest. Lasciammo Idro testé (b, ii, 5), che à quanto dire il lago
del Chiese, con belle forme ladineggianti; e in un saggio di basso-
gardesano, e quindi al lago in cui il Sarca mette foce, abbiamo
pretto, per molta parte, il tipo lombat'do orientale, cioè il lom-
bardo per eccellenza: wre, saur, fiùr, InMavìot, che noi sarà
vira, &« servitùr. In Val dì Ledro, fra il Chiese e il Sarca, con-
tinuano quei dilegai del N, cbe ancora son caratteristici della
Lombardia orientale '. Nel dialetto di Storo, a occidente della
Val di Ledro, l'orazione dominicale ci dà: 7 nos pa guotidia e
tentaziù, oltre ai nos debetùr, e 'neiò ('n ciò, c'hiò) aancófi],
e lùm nome (Sclzbr). E alle sorgenti del Chiese ci ferma qualche
' Cosi mi par di cbiamaré il braccio del Cbiese a settentrione del lago.
Una carta topografica austrìaca lo dice il rivolo Ckies.
* Ho un testo dod per ogni parte ben eicnro, dal qaale ricavo: vtstitrutlii
(-menta), aret = arént raiL ed anche bergam., preeio, log (?) lungi, sdauia-
Con a 'nasale': cAp campo (bergam. c^), gnSea (bergam. gnae)\ e qnesli
vocal 'nasale' si avrebbe in vaij esempj anche per l'a in accento coi ixo
snesegna alcuna nasale etimologica: magnSi>a\ eiami^ chiamato; na (*E>ari
Jirt comasco ecc.) andare. Lo Schneller (op. ciL nell'esord. d. § 3, p. 130) ri
addnce da Val di Ledro: einglo cinghio, nel signit di roccia nuda, i«ri>l*>
prominente.
D,qit,zeabvG00»^lc
§ 2. Ladino e Lombardo. B. in, 1. OindlcaLTte. 313
nome locale, come Glef, Cleoba, Stabol; e co3l Zuclo, Sleggio
e Sclemo nelle Gindicarie vere e proprie. Per la qual regione
ci manca fatalmente pressoché ogni saggio di lingua Tiva; ma
all'incontro abbiam qualche copia dì vocaboli dalla Val Ren-
dena, che mette nelle Giudicane dal nord ed anzi ne fa parte,
e ci è detto differirne poco o punto nella favella*. Sono serie
di voci a jae dettate, parte da un nativo dt Strembo >, che à
nella sezione centrale di Val Rendena, e parte da un nativo di
Pinzano 3, cfaa ne è sull'estremità settentrionale. Ne estraggo
ora quanto giovi alia caratteristica del dialetto *, distinguendo
nella stampa gli esemplari di Pinxaru) da quelli di Stremho.
1-17. Condizioni italiane, all'infuori del a. 9: era aja, e del 10-11:
aft aft, alto; aftdr aftdr; Saft salto; dftro; cafì caldo; affdr.
E coìl'a in or descófi scalzo, cui si pn6 aggiungere (n. W): pofsar
ri-posare. Cfr. num. 57, 111, e 'Val di Non' ecc.
lS-81, tira, cadina, [volér]\ gira, l'è vira a Ve vera; sirin e
serén; plin; tirin il terreno; codina; tri; fida pecora (cfr. gli spogli
SDccessivi);- dna, fin (*féno-]. A prima vista pajon singolari tre
eaempj di o al posto dell'antica é innanzi a m: el blastòma (allato a
hlastù'ma, verbo a nome), el sómna, fómbla femina. Ma circa i due
primi , deve trattarsi dell' alterazione nell' àtooa (n, 77 ; cfr. mil. to-
tnend, chi soménna; alto-mil. somnd sona) che si fa comune alia
toDÌca;'e nel terzo è Teramente uà' e di posizione romanza (femna
femla) che tra dus suoni labiali volge a labiale essa pure (ffjmna
piem., ecc.). Ancora è fl per e lunga o breve dietro a labiale in p6g
e mfit (cfr. peg 96) peggio e meglio, che boq del resto due termini,
Vnno dei quali sovente accade cbe si aesimili l'altro. 88. Vi. de»
det\pe. ai-fi, el p»rd, averi Baa. '^. ti. on^i, ecc. SS.mùetnei;
Itila e ttéla.
SS. ipt'na, vmir, ecc. CoU'u: prum, cfr. p. 256 e le Tarietà. ladine
' L'orazione dominicale nel dialetto di Steolco (Oiudicarie orientali, o esti~
n'ori) , accolta nel libro del Sulzer che pih tardi ei cita (g 3, asord.), poco ci
oflre. Toccando di af= ent = "al, lo Schneller (p. 48 dell' opera che nello atesao
luogo si adduce) manda le Oiudicarie m(«tHort Insieme con Val Rendena.
' Pio Bruti. ' É nn ladino valore»), il dottor Oioianni Nepomnceno
BcLooNiNi, teneate-colounello nell'esercito garibaldino.
' Caratterìatica di Val Rendena sarebbe secondo lo Schneller (p. 38) la
pnianncia chiuda dell'o accentato finale: mi ng ecc.
' ScHNKLLEB 23: tati tetto, e analogamente: dasc desco; cfr. il badioto e
il lÌTÌDalese.
;vGoo»^lc
314 Ascoli, Saggi lodìm, 1.
del § 3 s. 10. pil e pel, el mina, el l>if, n e se (sete), nef nef;-
di dito. 12. dintro; cavél e cavili~ fam4i eoe.
40. ffra, ongr, ecc.; n(im. al. om, pi. Oman; bon, 62-S. mók
'mola' dell'arrotino; bO; nOf nóf, nuoTo e nove;, cfi/" covone, te ti
pò, el pòi, ofll; el mar; lintól, fasOl; Ovra;~ 6f Sf;- f5ja ecc.;-
fOc fOc, gùg ecc.; sùbia. 66. ort ecc.; el nos camp, elvospra, ma:
i nSs camp, i v6i pre, i nOs pdri, U nOsii mdri, cfr. 'Poachiavo' ecc. —
67, reó'fl stanza terrena a volta. — 68. lung; da lun^,
6ft. «n un, nig-xm verg-ùn, sigùr scuro, ajùt ecc., vinu'; ma
con fi pia deciso: plootida pioggia, e dtir; oltre Héa *gùcl& ago,
e ^fi git. 61. ^o^ecc. M. gùst, el bùia spunta, fiorisce; ecc.—
M. pn^er, sprci, ecc.
W. [tiél];~ 68. »ra (tura; eco.
105. vi^er vedere; créxer credere.
111. ci soffia ascolta; dolt e elo/ì do/is.
lU ecc. j)fa/ piace, allato a\i'ìat. pidger; plSf pto'car; pta-
ffdr piegare; plattff; pv; blastemdr; fldma,'fidma fldma, pi. li
.fldmi, el sofia e pure el s^fla, fior fior fiorir;- camàr, cor
chiaro, caf; pióclo e pioé, pi. pioc e piocli; récla recldr {orec-
chiare); caùcla, mudo mudi; ma: seéa secchia, e oé, pi. 5é *. Final-
mente: glac, gldóa*; un^a.
W. giviti, peg; ecc.— 188. pgn^ punge, plang. — 188. edia; —
189-70. diitoa diceva;— xéndro cenere, ziél, ma: cìna.
140. no».
144. criitidh, pan, man; san, (pian, man).
160 «;c. cdvra, cor oaro, vdea, ecc.— 167. die.
172. lati, drit, ott, cot, tùt, eco.
A ciò 3Ì limita per ora la suppellettile dalla qaal« ci sia dato
ricavare qualche lume intorno alta qualità specifica dei verna-
coli delle Giudicarle, ovveramente, a parlar più cauto, del Ter-
uacolo di Val Rendena. L't dei num. 19-21, 32e40, è con-
tinuazione cospicua del fenomeno lombardo, e più specialmente
del tipo lombardo orientale (donde però qui non contiQuano i
dilegui del n), e per essa il readenese affatto si allontana dalle
finitime varietà ladine, laddove strettamente a queste sì acco-
sta per Yaf of dei n. 10-11 ecc., sebbene vi serbi uoa partico-
' Id un vecchio apologo sì ripete perA oggi ancora la forma collo el:
trdrda par fo , óclo de bo.
' agldr agladàre, 'specie di piagnone'.
;vGoo»^lc
§ 2. Ladino e Lombardo. B, in, 1- Oindicarìa. 3I5i§
lare impronta deUa sua provincia. Anche in ordine alla conser-
vazione del l nei n. 114 ecc., il rendenese assai più conviene
con le limitrofe varietà ladine che non colla lombarde, ma da
quelle nuovamente si scosta per l'assenza del -5 pur nella se-
conda persona singolare. L'« non è distintivo particolare di Val
Rendena o in generale delle Giudicarle; e ben piuttosto son ca-i
ratteristiche peculiari, in questa regione, il -n (n. 144), e V-i
dei plarali feminili (cfr. Toachiavo' ecc.), che ancora ci riporta
alla Lombardia orientale.
2. Ma spingiamoci ancora, per breve tratto, fra i monti, a
nord-est di Val Rendena, raccogliendo nomi locali sul taglio di
Flawna e di ^«&^an, e riusciremo a Val di Sole, che è, quanto
dire alla sezion centrale della zona ladina, nella sua estremità
verso pon'ente. Nella quale però non entreremo senza aver prima
fatto laogo a una considerazione, che specialmente si attaglia
al paragrafo che ora compiamo. Poiché a qualche lettore potrà
esser parso, che a dichiarare certe comunanze od affinità, noi
mirassimo con soverchia fermezza, in ispecie per alcuni distretti,
a ragioni propriamente etnològiche, trascurando cause moderne
0 accidentali, quali sarebbero le dipendenze politiche di età non
rimota o le migrazioni continue di una parte considerevole di
certe popolazioni alpigiane. Ma noi veramente, non mal dimen-
ticando la parte che si possa concedere a simili cause, abbiamo
atteso a mostrare, col sicuro linguaggio dei fatti, l'ampia cor-
rente isterica in cui entrano le affinità e le comunanze da noi
avvertite, eliminandosi cosi, senza bisogno di particolari confu-
tazioni, tutto quanto v'è d'imaginario nel supposto effetto di que-
ste cause accidentali. 11 quale, ridotto alle sue vere proporzioni,
come apparirà ben determinato, cosi insieme risulterà di poco
momento. Selvonza (sìnon. di silvana),^ dare qualche esempio,
che odesi al lago di Como (Colico, Mt.) per 'donna che raccoglie
le castagne', starà cosi nella non lunga serie di voci , di cui il
fonologo riconosce l'importazione accidentale (cfr. p. 13 n.); a vi
dovrebbero insieme stare: chialastria carestia, óhiaren carne,
abalchiar (allato a balcà) moderare, calmare, lundaschdi lu-
nedi, che il KoHBOiALLi * adduce fra i vocaboli romanci che la
' Storia della Valtellina ecc., Soadrio 1831, I 59-60.
;vGoo»^lc
I
^16 AjcoU, S&ggi ladini, I.
'plebe' di YaUelliaa avrebbe assunto per 'V astica e lunga pra-
tica nei Grigioni', ma cbe il lessico del Monti non riconosce '.
Contro r ipotesi delle alterazioni generali che le emigrazioni
periodiche sogliano arrecare, basterebbe citare il fatto di certe
caratteristiche, le quali sempre ancora si mantengono continue,
come sarebbe, a cagion d'esempio, dei nessi pi ci ecc. in Val
Bregaglia (p. 273). Se finalmente il carattere generale dell'ele-
mento ladino nella regione ticinese, par contrario alla dottrioa
della spontaneità isterica di quelle propaggini, siccome quello
che meglio sembra rispondere al tipo sottosilvano, o engadinese,
cbe non al tipo dell'attiguo territorio ladino, che è il sopra-
silvano, ei conviene che ai tenga conto dì qaei dialetti di So-
prasetva che ancora rimangono pressoché ignoti agli studiosi,
e sui quali sparge intanto qualche lume una breve nota cbe
noi a suo laogo apponemmo (p. 71).
§ 3. Sezione centrale della zona ladina.
La itsiotu centrai» dell* zona ladina, quale A oggi ridotta, li Menda
pei Hgaeoti terrìtoij: ie valli del Noae e dell' Jeifto, nel circolo di Trento;
la T&lle della Gardena, nel circolo di Bolzano; la valle della Gadtra, nel
circolo del Pustertbal '; la valli dal CordevoU a del Boite, che entroibe
cadono parte nel circolo dal Puitettbal e parta nella provincia di Sel-
lono; e fìualmenta la seiione dall'alto bacino del Piave, che anduido
dalle lorgeati ai monti Piddo e Tndtyo, forma l'estremità orientale della
provincia stessa.
Nella valla del Noce son le varietfc ladine che diciamo trtienK«o-«-
cidentali, e nella raBidua valli boq quei dialetti onde componesi il gruppo
ladino cbe noi denominiamo tridentino-oritntaie ed allo-btlluneti.
1 tanitor] testd enumarati vengono a fbnnara tal' complesso, cbe nix
presenta quasi verona loluiioua di contìnnità, e tocca a levante !■ tem
■eaiona della zona ladina, cioA la friulana, mentre alla estremiti oeci-
' Voci «portate riconoscemmo nel bormieae (p. 291 n.) ; ma ormai ciru
dagia dovremo pentirci (v. l'Indice).
* Giova per l'evidenza dal nostro discorso che si rimanga alla vecchia rìpir-
tidoae politica del Tirolo.
;vGoo»^lc
g 3. SoEÌoiM oentrale: Esordio. 317
«tentalo ■ottMt& immediatamente alla Val Venosta, oggi tedeem, nella
qaale ebocca la Val di Monaatero, che vedemmo andarsene congimita,
por nelle ragioni dialettali, con l'Engadina. Ha una madore o minor
parte dei-piti fra i lerritorj pei quali diciamo ditteaa la leiiaiie centrale,
ha ormai ceaiato d*euer ladina, come verremo a mano a mano qui epe-
ci£eaudo) e coel arriene, cLe mentre la popolazione compleMira di que-
ste terre sorpasserh largamente le 150 mìgliaja, mal se ne potranno attri-
buire piti di 90 a tali dialetti che per lo meno rimangano meiamamenta
ladini *. La parte della popolaaiona ohe eoal al ladino si sottrae, ricade,
alla fovalla italiana, cìoà, generahnecte parlando, a dialetti che dovranno
comprenderei fra i veneti (v. § 4), ma si eccettnauo ì tre villaggi di Lan-
regno, Proves, e Senale con S. Felice, nella regione piti eettectrionale
della Nannia (Valle del Noce), ì quali rieadono alla favella tedeaca. Que-
ata, del rimanente, ricinge tatto l'orlo boreale della nostra setìone, come
il maridioDale ne A tutto ricinto da dialetti italiani, a mala pena eeeet-
toandosi l'estremo lembo, a oriente, del qn^e a ano luogo ei ritocca.
' n mio calcolo è assolutamente approudmativo; e chi puA far meglio,
correggere e compire questa parte, come tutte le altre. 11 Pkbihi, nel-
l'opera che il testo cita fra poco, d& per la Valle del Noce:
Distretto gindizlale di Mala ab. 157T1;
> > di Cles > 194S4;
> > di Fondo > )0611;
» > di Mezzolombardo . > 1505S;
ab. 60888;
dai quali detraendo i circa 5000 di quei villaggi del distretto di UezEO-
lombardo che spettano alla valle dell'Adige (Perini, II 155, 3S3: Zam-
bona, MezEolombardo, Mezzotedesco, Rovere della Lnna], e inoltre i circa
1500 tedeschi dei distretti di Cles e di Fondo, e finalmente altri 5000 òhe
nel distretto di Male (Val di Sole) possano ormai direi piuttosto italiani
(e qui !n parte lombardi) che non ladini, rimarranno di popolazione ladina,
per la Valle del Noce, circa 49000. A. questi aggiungendone 9000 per la
valle dsU'ATisio, Ciad 5000 per la sezione di Piemme, che i quanto dire
circa un terzo della sua intera popolazione (15540) e 4000 per quella di
Passa (4185); inoltre 10000 per le valli della Gardena e della Gadera (8668
■econdo il computo dello CzoEBNra, Elknographie der oesterrtichiacK. m^
narch., Ii,T9), e circa 7000 per le sezioni austriache delle valli del Cor-
itovole e del Boite (Ritosseb), avremo la somma complessiva di 75000. La
qnale ancora si deva accraBoere di circa 7000 per la parte ladina delle
sezioni bellunesi delle ultime due valli, e finalmente di circa 8700 per
Comelico (sorgenti del Piave); quindi la somma generale Ai soli 90700.
Circa UezEolombardo e Mezzotedesco , che insieme ^no meglio di 4000
abitanti, si vuol però notare il Hegnenta passo: 'Ora buona parte della
'loro popolazione, specialmente di Mezzotedesco, ò originaria della Nau-
;vGoo»^lc
3 AmoU, Saggi Udini, L
BadAudo Bolo alla quantità di popolo cui ancora aian propij tali idiotai
che mal ai postano ataceare dal BÌstema ladino, l'impcn'tania della »etmt
ceatrala, por fatte le detrazioDÌ a cui testò si acceonaTa, rosta tattarolU
di grau lunga superiore a quella dei Origioui. Ma se alK incontro con-
■ideriamo il grado di cocaervauone o di pariti dei lispettiTi idiomi, la
proporriani a'iuTertoDO a&tto; poiché eoli due o tre vernacoli del grvfpi
tridentino-orientale (B, iv, v) possono in qualche modo compitare coi
dialetti ds*Origioai; gli altri acapitauo, qual più, qoal meno, ma lutti
di molto; e fra le varietà tridentino-oceidentali Don ve na ha alcuna,
che noa aia un bau pallido riflesso di ciò che un giorno ha dovuto eaaere.
Noi tenteremo di misurare , come si pud meglio, venendo alle varieiì
«rwnCaJi, la quantità del danno che ciascuna di esse abbia patito; nu
quanto alle occidentali, il -danno é tale e tanto, che ogni tentativo di
ricoatruzioue sarebbe audace. Tuttavolta ai potranno stabilire delle gene-
rali e forse fondamentali differenze, per le quali l' intera sazione ccolnle
ai disgiunge dalla sezione dei Grigioni; coma sarebbe, circa le vocali, il
non aversi mai nella centrale Va turbato per mero effetto della nasale,
aia scempia o complicata, che gli sussegue, ma eoIo in tanto sentire
l'effetto della nasale, !u quanto s'impedisca, dove altrimen^ occorre, il
ridursi deH'd in e (num, 5-7);- e circa le consonanti, il rimanervi estra-
neo ogni altro esito di CT, che non eia la semplice assimilozioaB (H, <} ',
e il dileguarsi costantemente del l di LJ;- fenomeni tutta e trt, circa
i qaali easa conviene, all'incontro, con la sezione orientale della Moa,
ma insieme coincide pur con le ragioni venete.
Quanto ai materiali che per la eezioue centrale ho nel presente pars- -
grafi) adunato, tutti sono ori^nali, o nuovi, quelli che nel testasi addi*
'ni* (Vallo del Noce), e vi si parla pochissimo alterato il dialatb) dm
<Naani, che datti sono anche Jfonesi.' Qios. di Qiamb. Pinahonti, La
Nminia descritta al viaggiatore, Milano 1829, p. 12-3.
' Cfr. i n. 5-7, 13-17, 172 e 97 dei precedenti apogli.'Ma circa il fsoo-
meno lombardo, grigione ecc. di CT in j'tecc, pad qui "per icciddnfa
chiedersi, quale sia l'estramo confina orientale a cui, per ispontanes pro-
duzione, egli arrivi. Sono essi veramente indigeni, cioè veneti, in Fra
Giacomino (v.§2,B, 7), gU aporadici esempj noito notte (e fruito in alba
■orittora, o sua o certo di non diversa basa delle sue), failar addestrare,
preparare! Circa l'ultimo esempio, sarammo tanto più tentati a sospet-
tarvi un'importazione straniera (prov. afaitar), in quanto si ripro^nc^
pnr fra gli antichi scrittori toscani, che certo non l'avevano dal popolo
{ajfaitato ecc., cfr. Mussaf. rendic. zlvi 22Ì e 123); ma il failar, cosir
le vivande, dai vernacoli ital. del Trentino (Scb.vell. 140), ci &. lOjn-
sadere, tanto più che gli si aggiunge, nei vernacoli medesimi, peìtera,
fémina degli animali, in ispecie la vacca con gonfie mamme (ib. 1^1);
cfr. p. 305. Ho anche un fatta da vecchia scrittura di Val di Non, w
non me ne reputo abbastanza sicuro.
>vGoo»^lc
§3. Saiione centrale: Baordio. 319
cono, ciod proTsngtmo à& raccolta mie proprie o da fonti inedite alle quali
a me fu dato di attingere, come partìtameute a mo luogo ti descrive. E
si Todrk che a fonti inedite piti Tolte ricorro anche nelle note, ma in-
sieme ivi profitto di testi o di raccolta e di Htudj altrui, che si hanno
per le stampe, lasciando sempre a ciascuno e la malleTeria ed jl marito
delle proprie cose. Qui intanto citerà per disteso la opere a stampa in
cai si considera un maggiore o minor numero di varietb ladine d'en-
trambi i ripartimanti nei quali la sezione centrale va per noi suddivisa:
Jìit romanischen volkttnundarUn in SùdCirol. Nach Arem ^tuain-
mtnfumge mil den roTitaniichen und germanitchen sprachen elj/mo-
logisch und grammati/utlisch dargestellt von Chbibtian Scbhbllbb.
EnUr band: iiUratur; einltitung; laulUhre; idioticon; Qera, 1870.
É per ogni parte un lavoro utilissimo e veramente egregio, nel quale
aono eziandio considerate, in opportuna mianra, le altre sezioni della
Iona ladina. Possa il valoroso autore condurlo a compimento, e con
tanta prontezza, quanto ne è il desiderio de'suoì compagni di stu-
dio. Si cita per Schm. Di quasi tre lustri anteriore i la brave
ma eccellente dissertazione: Die rhdloladinischen diaìektt in Tirot
«md ihre lautbeteichnung, von Dr, 3. Ca. Mittkkbutzneb; Bres-
sanone, 1856 (MiTT.). Aggiungonai: il bel secondo volume della
Statistica del Trentino, compilata da Agotttno Perini, Trento, ISS2
(PxB.); e il libro di Gius. Giorgio Sulzer, Dell'origine e delta Ma-
tura dei dialetti comunemMte chiamali romanici ecc., Trento, 18^
(SuLZ.; p. 243-46].
Mi aia ancora lecito di ripetere, par cbi deeddsrasse, qua e cola, la
traduzione dù termini Udini, cbe non f^ sarà difficile rinvenirla nei
luoghi paralleli degli spogli precedenti o dei contermini.
A. VaKIKTÌ LADII4B TRIDBNTINO-OOCIDBNTALI.
La ralle del Noce si diride in due parti principali. La supe-
riore è detta Val di Sole, lo Sultberg dei Tedeschi, e ra dallo
ecatariginì del fiume tu sino alla stretta oella quale r' influisco
da aìnistra il rivolo Bernes. La inferiore, chiamata Val di JTon,
il Noniberff dei Tedeschi, comprende tutto quanto resta del ba-
cino del Noce, in sino al pasBo della Rocchetta, che molto non
dista dal suo sbocco nell'Ailigo. Secondo la qual dirieione coro-
grafica, si ha poi la solita distinzione dei dialetti, che ai dicono
il toldndro ed il nónese (cfr. C- VI). Ma è, come tosto vedremo,
tal distinzione, cbe i criterj intrinseci non confortano gran fatto
od anzi rifiutano, o solo si pud ben reggere in quanto la ladinità
;vGoo»^lc
9 Aaeoli, Saggi Mini, 1.
di Vftl ài Sole risalta pia aooora sbiadita ch« gi& non aia quella
di Val di Non *.
Nel bacino della Pescara, rÌTO che iofluiace nel Noce poco
pib in giù del Bernes, e anch' easo da sinistra, o piti precisa-
mente all' angolo che si forma tra la Pescara ed il Lavace suo
tribatarìo, si apre quel breve territorio che addimandosi Val di
Rumo e quasi s'incunea alla estremiti nordico-occidentale della
Val di Non, di cui ai considera far parte, ma da cai giova che
qui ai stacchi '. Vi ai hanno pochi villag^ , ohe non danno ia
complesso piti di 1600 abitanti, ma offrono la varietà dialettale
ohe per avventura dovrà dirsi la meno danneggiata del riparti-
mento in cui siamo. Ora la varietà di Val di Rumo sì congiunge,
per ìapeciati convenienze, col dialetto o almeno colla varietà pin
nota di Val di Sole, ed entrambe poi si rannodano in partico-
lar modo con quelle varietà di Val di Non che son parlate atlla
riva destra del Noce, ossia al versante occidentale. Così son co-
muni a Val di Rumo « a Val di Sole: l'fi per l'ù lat., e r>o
per Va fuori di accento all'uscita; ad è comune ad esse, e in-
sieme alle varietà di Val di Non della riva destra, l'osito mo-
nottongo del frangimento dell'^ (*ue, 9, e)>; laddove le varietà
di Val di Non alta riva sinistra, ossia al versante orientale, non
hanno Vù *, o in esse ci occorre il frangimento dell'ó allo stato j
di dittongo (ué,uó)~
Comune a tutte le varwtt di questo ripartimento è l'assoluta
'mascanta di -t nella funziona di esponente di plurale, o il difet-
' Considerate le generati coadiiiooi dell* elemento ladino nella ViSe
del Noce, non ci ripugnerà di ripetere gli ultimi suoi danni in Valdiule
dalla abondaotl a periodiche euigrazicui a coi ai dà qnella popolazianc
maschile. Cfr. Pinamonti, La Naunia ecc. p. 45, 91; Peb. 301-3.
* Quali SODO le precise condizioni dialettologi e he del territorio che rati
• fra la Paecara e il Barnes, cioè fra Val di Ramo e Val di Sole, e ancora
dì eia al Gon&Qente dal Bornea, da ponenta, ma anch' wto compralo d«I
distretto di Claa?
' Si avrà anche i'ù pur tra le varietà tidneti della ri?a destra. Io non
posso di propria scìeosa affermarlo, non avendo nulla raccolto da me
madeaimo per quella parte. .Ma il Pinamonti (o. c. p. 89) acriva: 'Chi ai»
'parlare i Nauni osaerTa facilmente nella pronuncia loro un doppio bdodo
'della lettera u. Il primo é un vero u franceae — , l'altro é Toh pur
'franceae.... Sulla destra del Noce anona il primo, anlla ainistra il m-
'condo'.
* L'ti di Fondo potrà non easare tanto achiatfo, quanto è il toscano; ma
certo a qoMto si avvicina più cho non alt'u di Rendana (§ 2, a, ni, 1).
;vGoo»^lc
§ 3. Seiions centrale; A. Esordio. 321
tarri il frangimeuto, così dell'^ come^ell'd, in quella che direni'
mo potiMione tnperrìite (cfr. 'Fondo' ecc.). lu Val di Non e in Val
di Ramo si rande poi notevole la facUiU con cui da on lato si
estendono, anche a voci importate, o a riduiioni seriori, le pala-
tine dalle formols c+a e ff + a, e sui^no dall'altro le palatina
stesse nelle forinole seriori gutt. + e e ffuit + i. la ordine al se-
condo fenomeno, la Val di Sole ci dar& qualche saggio negativo
(n. 114). Afa affatto straordinarie sou le digradazioni dell'antica
gutturale ohe ci occorrono a TaiiuUo, cioè in una varietÀ del
versanta occidentale di Val di Non; e queste naturalmente hanno
dovuto avere una espressione grafica lor particolare. Anche le
varietà, che per le palatine delle formole c-f-a ecc. si hanno fra
gli altfì dialetti del rlpartìmento anawiio (Anaunia °> Valle del
Noce), gioverebbe forse tenere distinte nella trascrizione; ma qui
si sono dovute- ri produrre per gli unici segni 2 e 'g; cfr. la prima
nota al num. 160-5 di 'Val di Rumo'. L'è da d risulta a&tto
estranea a questa parte della aezione centrale; e gli ìa^niti non
vi vanno mai spogli del -r.
Passo ora ai ragguagli sulla composicìone dei miei poveri saggi
dnauni't, avvertendo imprima, ohe degli inediti, i quali non sieno
da me medesimo raccolti , vo debitore alla preziosa amicizia di
quell'egregio ladino che è Vigilio Imaiu, professore di greco
, nella nostra Academìa; dal labbro del quale ho altresì avuto tutti
gli esempj della varietà di Fondo (Val di Non, versante orien-
tale). Deploro la mancanza di ogni saggio per la sezione che resta
a mezzogiorno di Torra.
I. Vat di Sole. Addnco principalmente esemp) di Pressane,
noi centro della Tslle,' agginugendoDe a confronto alcuni di Piano,
un po' piii a occidente, raccolti quarti e quelli da me medesimo.
Pochi ne premetto di quelli che sentii da Pellicano, che b pro-
prio nella sezione occidentale di Valdisole, e ha un dialetto, che di
specificamente ladino, vale a dire di non commie a ladino e iom-
bardo, poco ormai ci o^e. Nella serie di Pelliisano entrava anche
àóntur (cfr. 'V. di Fiemme'; b, ii) '.
IL Vat di Rumo. Agli eeempj che ebbi io stesso da un nativo,
se ne sigginagono (in corsivo spatieggiaio) piti altri, che ricavo da
una Afemoria inedita del sacerdote Oiovanui Fanti.
' Il Pruni (b. 'Male') riparte Valdisole in quattro principali sezioni
vernacole; e Punico e brsve saggio che egli porge, del quale a ano luogo
profittiamo, spetterebbe alla parte superiori della valle. Pellizzano entra
nella sua seconda seiione; e Piano e Pressoo Terrebbero a stara nella tarxa.
ArtWvìo fi)«Uol. ilal., 1.^ SI
:,Goo»^lc
Ascoli, Saggi ladioi, I.
HI. Val di Non:
&. Territorio alla destra dtl Noce. — 1. Nano. VilUgpD che '
giace piti K mezEogìorno degli altri pB«ai che di questo «teno ^a-
santa qui nominiamo; ma la cui varietà, per quel poco che io pcuo '
vedere, meglio si colloca nel modo che ho fatto. Mi valgo di mi '
tradoiioue inedita della solita Parabola, firmata C. Meiupjux —
S. 3. Cosi di Ctts, eapolnogo dell'intiera valle del Noce ', conw del ;
CDinuoe di Tatsullo e ancora del villàggio di Tuenno, ho ima
veruone inedita della Parabola atessa; ma TueUDO non mi offiÌTi
qnasi nnlla che differisse da Clee.
b. Territorio atta iihiitra del Noce. — 1. Fondo e Stfò;
il primo nel bacino della Novella, il secondo tra la Novali al il
Noce, non lungi dal confluente. Oli esemplari che adduco nel teib,
bo raccolto io medeaimo dalla viva voce di nativi di quelle botate;
« le serie di Revd sono sempre tenute distinte per una trattina di
le precede. La varietà di questo distretto par considerata, mauiiDi .
nelle generaiiooi precedenti, quasi il parlar nànese (la lingnatti- |
nesa) per eccellenfa; e la sua nota caratteristica, cioè il dittongo w, |
contrassegna la maggior parte dei tasti editi e inediti, dai quali bo :
preso gli esem[)j che si aggiungono in nota. Qqì tengo distinti, lUn- '
pandoli in carattere tondo, quelli che provengono dalla stampe iel
secolo scorso (della quali io ho potuto valermi per la grande gen-
tilezza del signor Fortunato' Zeni e del bibliotecario dott Amaosii
trentini ambidno); e queste mi pajono rappresentare achiettsuale
il dialetto di Fondo e Revò. Stanno all' iacoatro in ,eorsivo quelli d»
mi derivano da alcune scritture afiàtto moderne; le quali perA, mal-
grado la caratteristica di cni testd si toccava, non devono esser pori
, aa^i di quel dialetto; dove in ispecie vanno considerati gli eeemià
del n. 179, che ci ricondurrebbero alla destra del Noe*. Darò £ul-
mente in corsioo ipatieggiato gli esemplari che ^ovi aggiungere d»
tal fonte, che l'o (en) senz'altro assegna a quella medeaima riva. Cod
cerco di DQD confondere le coee; ma non à certo una distribDiiou
che mi possa soddisfare. B se forse é vero, che il mio mesehiiw f-
■ parato, per tutto quanto concerna la valle del Noce, non mi eoocs-
deva di far maglio, certo è d'altronde, che malgrado le eooMv^
pnr meschine in cai questi dialetti per sé medesimi ai trovano, po-
tremo facilmente ottenere molto di più da chiunque abbia opportu-
nità migliorL 2. Qli esempj della varietà di Corredo prorwigou
da una mia propria raccolta. 3. Quelli di Tajo e 7orra d* un
versione inedita della Parabola (Don Nicolbtti). Considero Cdnvdo
a Ta)o-Ton^ solo in quanto divergano da Fondo-ftevd; ma nstnnl-
roente in quei ristretti lìmiti ne' quali il confnwto è per me poaibils'
' Almeno lo era negli anni a cui rimonta la statìstica del Perini.
;vGoo»^lc
§ 3. SasioDa centrala; A. ii, Val di Sole.
I. Tftl di Sole.
[10. alt.] U-<. linaót, dSl, ecc. 69. mùr, dur. [W-4. poUdr],
W. ^óm. [111. pióf ecc. MO. cdza.] 170. pidzer.
10. (iu^ autàr, sdut, auzàr. 19- aver, séra. 23. des. —
■40. nef. 43. ent*. 46. sroMs ecc. 6S-3. morir mdr, voler vói,
poi può (cfr. possi paessi, posso, e cosi vObbio egli voglia;
Piano: p<bI, pcessi apcedi, vObbia), ntì/" nuovo e nove, fóe,
log;- Of;- piover plóf; - ^Qbia*. 69. dfir, pu, venti (Piano;
venU) , plovùda pioggia '. 61. end-ó (Piano : 'nd-o) , cfr. p. 67.
70*. '0~*'à: càio casa, càuro, gésio (chiesa; ì*iano: j^-
sia), ecc.;- vòbhio, v. n. 52. 93-4. poussàr.
9^. go, gObia; pé^. 97. mèi*. Ili eco. plàzer, piover ecc.,
[Viano: plef], piegar; hlastemàr; fiàma, [fior] fiorir;- [camàr;
gèsto n. 70*]; glac; rido orecchia, ^inohel, piókel piócli pi.,
ónglo'^. 134. 141. sàut d. 10; càio n. 70*; mosàr (Piano: mos-
sàr), noè (Piano: nos).- 137. pósses {Piano: poBSses) puoi «.
160-6 ''. càuro, caàrégo (Piano: -ga); piegar.- 169-70. glac;
' Pca. 303; me porles tn(.
* Scu.: anehUi, cfr. in b, I, e ii»i«m« ci dà: tii tuo.
' MiTT. 25: w», nùd, perdnda, vemùda, [tùt, t sopra, p. 38 n,]; 27: cre-
tti*, mpondù, ttgUr.
* 111. Mirr. Z7' «j sa tiouia; Per. 303: te voute.
* ScHN. ^5: toMd tablà casa da contadini con fanila (stadol); t. sopra,
pag. B8n.
* PiR. ib.: as, cos, portet.— 160. Per. ìb.: mtfno mondo, cornétta.
. ' A me non 6 riuscito di Hentira la palatina in qDwta foromla (CA); ma
por deva ricorrere, e forse costantemente, anche in qualche varìath di Val
di Sole. Cosi MiTT. 25: camita, 27: etuargid caricato, tlongiargx allongar-
gli, pagùtr (allato ttpagar), ciauia coaa. E nella comtdia cTun sol atto eoe.;
Le ttradt e i poitti dt la Val^e Non (Trento, 1835), che *ado attriboita al
PiNAKOHTi (cfr. p. 326 n.), l'interlocutore tolanJbro proferisce ; fadighù, mar-
cia, taccia via, pagiar. Ma ScLZ.: tatiUfied, no ne ttigar atta lentation; e
Per. 303: eA caaa, leambi, pagar-nt (t. l'esordio). Secondo il dott Maui-
miL Ambbobi, dì Pelliuano, acuto oasarratore,'' che soprarriTa mentre cor-
reggo queste prore, l'-o per -a, dsl num. 70*, rimonterebbe il Noce in sino
;vGoo»^lc
324 Ascoli, Saggi ladini, I.
des, plàzer.- 172. ot, not*.- 18S. ginóket, léger. 808, na/
*iii[d]idl guardanidio.
IL Tal di Bnmo.
" 10. àut^cc, auffàr, 'caud, fatta, [sautà saltato].
19. 21. voler, aver, séro, 'cadéno; ma: plin 0). 28. dei
40. néo 43. ent énter.
46. golós. 52-3 ■. mgrtr mór ecc., y. Val di Sole;- far,
ficeì, i tosi bcei i tuoi buoi, nceu, fce'c, lce'c;~ om;- plówr
plOo D. 131, plOvia;- xgbia. — E dall'o secoodario: pÓé, cfr.
n. 93 e 111.
69. dwr, pù\ nù venuto, morda.; fin (quasi: in), pl&m6
piuma, spiamo schiuma. 61. golÒ. éi. plomp, en-got
niente.
70*. séro, và'co ecc., cfr. V. di Sole; — na bona mammd,
la bellS vesto, da lo fam, collo nossò tengo colla no-
stra lìngua, da la nosso bo'ca; na femnò, sta femno;
Ja so villo; ero erat, davo dabat, vanzÒ aTanza[no].
93. pceiissàr, cfr. nam. 52, 111, e clceud 'claunl- chiodo.
96. io, zgbia, péii; zust; '^a-mai ormai, 'góven.
97. mèi; 'cavai caTalli, cfr. num. 160, fiosi cfc. num. ^.—
106. mo'g moggio.
111. descosuz, doeu'é cfr. num. 93.
114-19. jj^fii^ ecc., pian, pléo pieve, plomp; clamar, etar
(nel signiScato di 'rado'), ciao n. 131, clceùd a. 93; glésio;
glom; réclo, iinókjel iinócli pi., piò'éel piócli pi., cfr. n. 190n;-
secló secchia, vè'éel.
139. s-d-ausind avvicinato; cfr. a. m b, 1, n. 227.
130. vardd guardate!
181. ciao *clav, gréo 'grev, viS il vivo, ei vive, arto, néo
•niv, plóo n. 62;- 216. io 'iv ibi, pléo n. 114.
al villaggio di Meiiaoa (ma il mio sMmplftre di Piano non lo daT*), e h
palatina della formola ci. in alno al borgo di,Malé, compresi qnesto « quello
nel rUpettivo territorio. — Mi à mancato ogni «aggio dalla Val di Rabbi, eli«
f* parte di Valdlsola, a ai apra sulla ainiatra del Noce, appunto preuo ìltlé-
' 179. ce che {La ttrade ecc.).
* Si diatingnoDO nettamente due diferai o torbati: ce, ó; ma a me non ^
dato dì Bcorgere la ragione isterica della loro diversità.
;vGoo»^lc
g 3. Seiìone ctotrale; A. il. Val di Rumo. 335
134. sàbo sabato; 'càio cfr. V. d. Sole.- 141. mossàr ecc.
137. ti es; eres, saras, sarOves; ti móres; ecc.
16(^46 <. 'eduro, 'cadérlo, 'caso n. 134, 'cadréno t. la nota;
'cagn, 'cavai, i 'canti, 'campagnò, 'cartS, 'copiò capi-
te[vi]; o'éo; và'co, ho'ca, pe'cà ptcp.; m'tó'ca;- taéa 'tàs'ca
tasca, óampò 's'càmpa scampa, cfr. n. 167, e civar 's'éivàr
schivare, e ancora il n. 107 in V. dì Non [b, 1] *; - musi'có;-
pre'ifar-lo, '^atà 'cattato, [des-los'gar].
166. ^tuélo 'acQcilla p. 76 n.; 'curai curato.
167. foe'é ecc. n. 53; pó'é poco; 'mbria'c; por'Gétti; todec
'tùdesé, cfr. n. 160-5.
169-70. cernir; zel; glag >; ptàzer; ^uséto n. 166; Hndes
('l-indes, gaardanidìo).
172. fatt; ditt. 179. chel, ca quella, pi. m. chei, f. che;-
chanti, chando.
181. ['^ambò, 'gajarde]. ISH. des'^ùstar disgustare.
1S6. lengd:
189. léier [lègèr], gest*.
190n. ne'ger (fem. negri) negro, pe'0er pigro; a'ger agro
i^lagró).
210. 316. Aorar adoperare, cfr. p. 192; laoràr.
ni. Tal di ITon.
(I. TeRRITOSIO 1.LLA DESTRA DEL NoTB.
I. Nano.
53. flSr, mòri, vói, fiol fiói. 96. gioven. 114 ecc. clama,
[pu; giande], 139. tCausin. 160-5. ciarestia, ciampagna,
' Il Pamti dMCriTS le palatine di qneato Damerò e del 181 ecc. per goiia
che la lonora rimlterabbe poco diTeria da n s l'altra avrebbe tordo quel-
relemento fricatiTo che in n 6 lonoro. Dal canto mio devo dire, che lo sco-
lan di Ramo, da me interrogato, orna mi data, di regola, palatino coterol-
maota diterae dalle altre Talli; ma pnr mi diede odo iphietto n, in luogo di
g (*E), nell'ultima eillaba di ^ùdr4no *cadréga.
* Non aoDo bau aienro di aver be&e interpretato il mio autore, rendendo
come io per e la contionaiione dall'ani, tk.
' Cfr. lieo da *u6a *-vcla , ago.
' Circa il gt di pAim, è da aTrarUre eha in un luogo agli dica; 'c(d
mono g amitt ad i, indi quaai s'.
;vGoo»^lc
3S6 AkoI), Saggi ladiiii, I.
dosa, ciaurè capretto, manciar-ge, s-ciarpe, peccid; pregiar-
-to; giatà. 166. 'nciun nec-unus. X^t. póei di. 169. siW,
amiii; i bracci. 179. che, perchè, gel, qesto-ci, ganti.
2. Cles.
IO. aoxerai alzerò; cfr. n. 129 e 160. 52. fér fSra, mèri,
fiel ftSi, [sèi aaoì]; cfr. b, in, a p. 361-2, ma insieme la prima
nota a 'Taasullo ecc.'. 96. JJooen; già. lléacc. de '«pfenir,
[pà, 'coma, Tuenno: clama], [ve'cco]. 129. daosinandose. —
160-5. 'carestia, 'éaorè, man'car, me toc'éa, musi'ce, ecc. —
167. pé'ci di; por'cetii. 169. siel ecc.; bracci. 179. 'ce, per-
'cè, 'óel, [cante] <.
I 3. Taasullo e frazioni (QaattrorViUe).
10. aoperai ecc. 63. mér, tèi ecc. come 'Gles' ^; ma allato
i rè nd fSr, 1 è andato fuori, abitiamo pava-ie fiier cavate-
-gli faori, e ancora t. il n. 167. 96. itisi ioven, io, ia, \to-
iont, = soggiunt di Cles]. 114 ecc. Per PL come 'Cles', e circa
U resto, y. più innanzi. 160-79. Sempre p, -o rispettivamente i.
Quindi: parestia, pampagna, pava-ie cavategli, paia, paorè.
manpar, m'toga, pegà; preiarlo, iattà;~ dortpa (^ don'ca di
Tuenno ecc.; durìqae);~ puepi di;- piel, amipi, brapi;- pe, pef'
pè, dapè, pel, ganti. Né avremmo ad aspettarci diversi cooti-
nnatori di *d, o V> ^^ <^'> 9^'- poma, iande. Ma ciò che desta
maraviglia si è il trovare la sibilante anche per e e ^ in tali
esemplari dalla formola guttttr. ■*■ 0 (U) , pei quali non è pensa-
bile la fase intermedia di guttur. 4 Ù, e finalmente, che ancora
è più strano , anche in esemplari della formola guttur. + R. Si
osservino: pome come, pon con, poi coi, pon^ssion, pommenpà
cominciato, pommand comando, engontra incontro (allato a
' Cfr. ancora il □. ITO in nota -a Fondo-Itevd, Mcondo qnello che à acctn-
nato in fina dell'esordio.
* E rintsrlocntore delle 'Qnettro-Ville', nelle già citate 'Strade ecc.': kuJ
paut (do4 VÓI pSl), mentre qnsl dì 'Sora-tou', cioè del territorio di Pondo:
ftuuei, puice. L'eu (fi) d coataote nella novella 'L ptuctr baici, Tre&to, 1839:
fieul, teut tolto, ecc. 11 Pimaikwti, che deT'eeeere autore por di questa, nac-
que in Rallo, frasione di Taunlb, ad ora quindi nainrate cb« preferìEM il
tipo dalla riva dMtra.
;vGoo»^lc
g 3. Sez. caatr.; A. m &. Vul di Non. Versante orient.: PondoeRevA. 397
amtra), poi collo, "baxordi bagordi; iran grande, iì-umusava
['Sgramusava di Tuenno; sentiva fame <);- ma resisterebbe la
gutturale io cors, grass; g'odess.
b. Tbbbitobio jxla sinistba dxl Noce.
1. Pondo e Rotò.
9. granar; saltar guardaboschi, 'caliàr, torlàr tornitore {tQrlo
tomo};- amar, ara. 10. àuter, 'càud, 'éàuxa, fatte;- àut, au-
iàr, sàut, auzàr, fàus falso, éàuz calce; cfr. d. 03 e 111.
19.21. aver, veder; blasfèma blastéma (comuni entrambe le
figure e al nome e al verbo); sera, ver, seren, plen, 'cadena,
seu sevo, mi credi o cresi. DeWei di tréi non vorrei fidarmi;
cfr. dot. 22. ben. 23. al-jeri jeri, die's, mie'deg, lie'vr lie'uri;
siéga la sega {sie'gàr, prie'gàr, nie'gàr); mis'i, che a rigore,
quando sì ammetta l'antichità del dittongo, risulta un esempio
di dittongo in posizione romanza, potutosi mantenere perchò vi
ai era semplificato il nesso-consonante (cfr. num. 107 e 52); pe
piéi;- rimiédi, priéda *piedra; e con l'è secondaria che dit-
tonga: iiniévr. 27-8. mep mezzo, avért, ecc. 32. mes.
33. farina, nir venire, ecc.;- [arruvàr arr^iva, cfr. p. 263], —
34. fred. 40. pel, el mena, men, neu, el beu, se, mi vedi; - pé-
ver. 42. ent, méter ent, vene, ferm ecc.; de, pi. dédi;- énter.
46. lagr, ongr, flQr, perdgn, vgs; ngm. 51. om, bon, 62.
53. fuér, cttér, el muér, lenzuél (ma: fiél'fiéi, cfr. le varietà
della riva destra], muéla, viuéla, scuòla, buéi sg. e pi., nuéu
nove e nuovo, el mvéu muove, duéuri {duevràr) adopero, vuéid
[Circa la composizione di queste note, deve ricordarsi l'esordio.]
9. le giare,- 10. sbauzza. - 31. apieri (spero); dittongo anorganico,
lerìore, cfr. 'Corredo'.- 28. [leari].- 68-8. prueve, suel (solet). vuol
T. d'acc. : ulevi); cueu (coglie; cfr. num. Ili); rampasi (i rampolli);
'uevi;- fiuel fiuei fittela; ciajuel num. 99; nueserà nuocerà*, spuyà;
nuera nuora]. Circa gli esempj di posiz. , cfr. stele e zuecci (o xeucci
■ite in quella varietà sì dovesse stampare; scheggio e cioccbi] '£1 peu-
fep balos'* p. 4.
e 'I Sramusiwa de '«pienti* la panga. Luca xv 18; cfr. Scsnrll. a. 'agra-
w' p. 185.
;vGoo»^lc
338 Ascoli, Saggi ladini, t.
vttéida vueidàr {ueidàr voiddr), mi ptiedi posso, cuéser cuo-
cere (cuét, la cuéga); itéu vévi; fité'c, lué'g, ^ué'^; [tuei tuoi];
ancùei; vuéja la Toglia, fuéje foglie, dae eaempj che sarebber
veramente di poaiziODe romaDEa (cfr. nam. 23); tuér toglìert,
ptc. tuét. n dittongo del ptdrale par più fermo, almeno io certe
formole, che non aia quello del singolare, poiché ho anche sad-
tito: lenzòl lenzuéi, fazòl (fazzuolo) fazuéi, e Pja allato a
fuéje. — E continuando colla seconda nostra fonte: el uél {vo-
ler), el vuébbia ei Toglia, ruéza, ruéda; fitéja; ptitéver eplé-
ver, pluéu e pléu; iuébia. &4-6. fgrt, mgrt, oss ossi, ea.;-
ort. 67. lung; cfr. long lunjgi, nella Parabola, e il n. 111.—
68. spgs; cgrt, forma, grden, ecc.
59. scur, un, éric'ùn nec-unus;- fum, ecc. 60. «« nuda
venuto -a; palù; cruu cruda;- venù; crucrua, e si agginn-
gerebbe el e cruéu è crudo, quasi da *cr&u anteriore, cfr. il
num. 53. 61. d-o dove, ^òun, ^óu, Igu, crgs, ecc. 63. ón^r
ont; gust; ecc. M. sgrd ecc.
68. gr; soràr *ez-aura-re{t), soffiare sul brodo perchè si raf-
freddi; 'npor om; epué'é, coli' alterazione terziaria che perqne-
st' esemplare è continua nella presente sezione;- \ffóder].— In
óuéa (160-5) e clóud chiodo (clau-«-, cfr. n. 232), ed altri esempj
analoghi, che vediamo in nota e al n, 68 ecc., non si può sicu-
ramente riconoscere se si tratti della diretta continuazione del-
l'AU antico, 0 non piuttosto di AU ladino da AuL; cfr. p. 1S3,
e in ispecie b, it a, 1 (circa) e 4 (tlald). Circa óu da 'àu, cfr.
ancora il n. 111.
87. tessàdro, fumàdro funajuolo {fum fune, cfr. C. II, 1, e il
n. 144 de' successivi spogli). 98-4. pougàr {^pùuiàr), v. n. 6S.
96. ^st, 0ué'g, ecc., piggi pejus; xuébia;~ io, iesdn ie-
xunàr, iué'é, iòven, ienàr, -iun. 97. miòr, mig'j 23, mw-
véja, ecc.;- pàja, [ójo]. 108. «i« 203. — 106. crezi crezer2\-
68 a M-4. loudo (lode), loudar; pousal (v. sopra: 93-4).- sacell.
9S. [68.] semna (verbo), femna, miedghì,' rozgiar, do 'a puel (oon li
può), cfr. n. 227 e Scoti. 29 (ma circa ed v. il C. IV, § 5).- 82». buto-
gna;- potiibol, utol, moboi.
tt. giuntar. - 87. [mararctwfc] ; tomiania. - W, dajuel "cariolo, tarloi
Luca xti 33. Il n. 9 non farebbe presentire quest'esito di RJ;- àattr-
gerge (aprirgli).- 105. gosoleri (godrà);- veggiudi.- 111. sveota, oo'"
D,qit,zeabvG00»^lc
g 3. Sex. ceotr.; A in b. Val di Non. VerBante orieat.: Pondo e ReTÒ. 229
— 107. bièca *Ue8'éa {cfr. 'Rumo' num. 160-5; la ricostruzione
non è affatto sicura, ma tuttavolta lion Vi saprei rinunziare; si
veggano anche gli spogli successivi) pecora;- biésa ìà., cfr. góza
goccia, 'éiiza caccia. 111. descòus, cfr. n. 10, 68 e 93; vòul volto
(maro io arco), còut (e com) colto, raccolto; móut molto, el scon-
ta, dóuc (e dote), póus. 114 ecc. piantar, el plas, piànger,
jìtuévia, ecc.; flàma, sgfla soflàr, fior e fior; clàu chiave, dar,
clamar, glac, óngla; sUhla; òcSl ocli, pió'cél pióclì, ^inó'éSl
ginócli ^inoclòn ginoclàrse, mU'éSl mudi, vé'óél veda vedi;
récla, seda, 'cavida; sarclàr; màda madàr;- piuma, plà^a,
[biava biada], glésia, englotir; sablòn; oclài occhiali ;- pu.^-
139*. tgolàr, éigola. 130. gardàr gàrdia, ghéra;- vada-
nàr. 131. neu beu 40, clàu ecc. [184-6. sarclàr, e cfr. 93;-
san, se'c, sanità, ecc.; ors; éser; os osso.] 137. es, stas, fas,
àmes, 'càntes, ecc.;- es, vas, séntes. 141. noss nóssi* ecc.;
mossàr. 147. cendro;~ vénder Tenepfdl]. 161. nombràr. —
157.- condón, cfr. p. 204.
160-5. 'óàura, 'can, 'cavél capello, man'càr, pes'cadór, s'càr-
pe, ecc.;- 'cantar, 'castél, camóx, 'campana, 'camp, 'cas'éàr, 'óa~
mt'ia, 'car caro e carro, 'capei, 'cantón, 'cambiar, caliu, '^atàr;
òa'éa oca, cfr. n. 68; và'ca; el s'plé'^a, se'gàla, sié'ga, formi'^a,
lu'^àn'ge, domén'^a, màn'ga manica; 'carjàr, ctiéja [» cuéga
(oltre), dar ed voata (dar dì volta); voutà, atout bIuUdb.- tU ecc.
plaEza, blanchia, &k, flano, desgooflà sgoofel, glottidor, le giare, e
con gì par aatica metatesi: tanglot Sghh. 21;- occlada occlar (*ma
no's pael d'occlar' non si pu6 rimirare) occlegìar, coverchiel, ger-
di, veclita (anticbità), portcM; pablade.~ 189*. groi 'croui corvi, -
IM. vamei (guanielli], vardar;- gorre (guerre) gerrier, giadagn, giari
(guaritet};- giuai {gìiai). ' 181. -m {-q) da -o: valìu {-io) •[e]qualivo,'
cfr. n. 23,40, 52-5, IHeco., 164, 210-11,215-16.- 187. offendei eoa.;
évei avevi, plangeves.- 147. teoder tendere (tenero -e).
UO-S. chiausa, chiarita, chiapir, chiavar, chiarta, cttialamar, cltia-
dìn, chiapriii, chiarogna, chias (caso), chiarezza chiaroggie, chialo-
negb, ohlalchi&, chiaminar (andar via), chialor, chiapitol, chiannooi,
chmdrieghia, chiappon, chiantooi, chianzon, no chiad dubbi; encbia-
Btra, fracchiasa, duchiat, recbiami, blanchia, cerchiant (cercando),
Bchialari, schiarpe, bocchia, seccbia^i, ficchiar, cuchiagna, toccbiar;
dedichiada, fabbrìcbi&; oggMasion, mighia, 'ntrighiada;- ciaran-
;vGoo»^lc
330 AmoU. Stggl Udini, I.
Fondo n. 52); fbr'éa , mos'éa, l-és'ca. 167. fué'é ecc. 53;- lai;
sec sé'ca. 169. éel,ééna, ce'nder, glac, eoe.; croswx.;- ser-
dar cerchiare, xerv cervo; glaz, marx, [dolz], vefnzer, 'càus
num. 10, fóMx ib. , sgres sorice, làres; cozinàr, d-auxin, gu-
zéla pag. 7611., fórbeza. 172. not, ecc.;- trat.pélten.ott.—
174.- as. 179. 'cef, perei?;- càn^he qBando(che); cfr. ea chi.
quaqai. ISl. pla'ga;-^al,'^alón,['^àmba];le^dm. IS^.-lar'g
(làrpa), cfr. sorz il sorgo. 164. '^óu. 186. lénga. 186. san'g; -
sane. 188-9. ^inó'éel; piànger, el plang; stre'nger, ón^l;-
iinó'éel, iéndro. 190 n. Cfr. 114 ecc.- né'ger.
■ 203. Ha legDO di pino fradicio che arde facilmente (cfr. § 4 b 1);
mu, cruu 60. 211. 'càtt capo di fune e simili, àu ape. 215. prè-
ved, pi. préudi, cfr. p. 244, n. 6. 216. tréu,- tu ibi.
227. ausiti Ticino; e nella Parabola: avdel.
tan (Tenes. carantdn, some di moneta), d'antera, ciandder, cia-
pitar, ciapettan} marcia marcianti, icciartella, tcdantbi,
icciarpion; peccià; ocàaio Luca xii 54; predicia prediciator,
mediciadi, tantiflcià, puri/lcià; pratigiar, rosgiar rosicare, detnen-
teffià, litegiadari, segià, plegiada, bottegia; fogiara.—
[IM. Cfr. 130]. — 167. archiett; sacci saceett, stomecc, n'cc ricn,
bei tacci, suecci 52, cince, /latici; figi. [nemig'}.— M». e creia»!
[credevo] gierto giert (cfr. la nota a 'Rumo' 189); gercli;- venia,
pas, Tos. — 179. acca, tal e cai, cater;- ci, cioneia (ckiun-
que), cct percè, cianto danti (quanto -ì), ccctaat *s-quasi , cialci'un,
cialoncia (e caloncta). Cfr. esegì eseguito, stgiterà aegaiterA, ed i
n. 186-7, 130, 190n. — 181-2. ghialloppa, ghialinete; reghtei, idb-
ghiagoa; giardelin ("e), ghiaroffoi ('e);- giahanei (gabbanelli), ^la-
lantom; propagià, lagiava "lagava lasciava, magiasin, rmne-
già, far d-ingiani', ligiar, fadigie, ciastigiar.— 186-7. datinger
cfr. nnm. 179. — ISOn. maghier, allegerment; cfr. nam. 179 e «cchiar
(enc'r zuccaro), braghie, marchies. — IVi. porta portatei, ma nad
andate!;- ven tai gra, cfr. pag. 97. 908. le rais. — SIO. neodi;-
dourd.—' 211. cliiau (capo, testa); rizeu {-zeo; riceve), preteu pre-
sèpe; cfr. n. 131.— «16, pleo (pieve), cfr. n. 211.
227. ausini; sta pianta sia arno vada; s'araovella; arcorri (ricorro);
arlonghi. ~ 228. Cfr. num. 114 ecc. e 147. — 2t2. mouti redi (re-d-ì)
molti re, Luca z 24 ; cfr. ridi rivi, nella 'Regola di T4J0' ap. Schn. SI,
oltre l'esempio comune all'ital. cbo avemmo al n. 68.
;vGoo»^lc
S 3- Sex. cetttr.; A. iti il. Val di Non. Versante orient.: Corredo ecc. 33L
£. Corrado.
I SBiggi che mi fu dato aentìre della varietà di Cavaréno
aon diffamano gran fatto da quelli di Rev^; ma la varietA di
Corredo, che già può dirai sella sezione meridionale di questo
reraante, non è indegna' di qualche attenzione. La sua principal
caratteristica è Vuó (= Ó) per ì'ué della sezione settentrionale;
che è fenomeno, delle cai ragioni si ritocca nell'esordio al § 4.
Quindi (num. 52-3): pluàver, nuòu, muóu, buóu, cuor, vttól,
^puòl, cttóga, ruóiìa, fuó'é, luóc;uóu ovuóu, iuóbia*; e dall' o
secondario (num. 68); puóc, tuór. Mi dava un' e assai stretta
nella cODtinuazione dell'é lat.: sgra, véna, gSna, 'éadena (ma:
valer; cfr. 'Fondo'). Oppone inoltre il suo p allo s di Revò, nella
continuazione di C'i gèna, cerner, féndro, gerf; fàug, 'càug,
ve'nger, glag {e ^np; pure a Cavarono ^/op), marQ, \dolg\; e
cosi in ogni altra funzione: 'caga, gagà, 'éamòg, eccetto ìfiééa
nnm. 107. Del rimanente, il corredese risponde a C O' J lat. in
modo che generalmente coincide con Revò: vezln, plazér, azé;
léier; piéii (Gavareno id.), ieziin ecc. Nella continuazione di
CL par che venga perdendo il carattere ladino, o piuttosto assu-
mendo le corrispondenti voci del trentino volgare; quindi: da'-
mar e più solito camór; glézia e cesa, orécla e reca; zinò'éel
e ginòco; oéo, [vééo]. E nello atesso dittongo dell'o: no/* allato
a nuóu, e plóu allato a pluòver, per tacer d'altri. La palatina è
sempre ancora tenace nella formola GA; pure ebbi gatàr e ^a-
tàr, e cuóga. Ma la più grave rinunzia è quella del -s di seconda
persona (siamo a vài, ami, senti); che però ancora riaaona
nella domanda: vas nof, vas tu?, e in gaS't hai, mercè il pro-
rome suffisso. Ancora si notino :' 'éorn corno (cf. 'Tassullo'), la
cui palatina potrebbe però aver la sua ragione nell'antico dit-
tongo {cfr. n. 166grig.;- los'co, all'incontro, presuppone los'c);
c™^ num. 60 e 203; ri ri[v]o; dea 179; ejiel dittongo seriore
^ell'e: sptéri e speri spero, [gliesia e glézia]; e forse è seriore
pur quello di Uépid. Finalmente, fra i villici, f=p, v=z; quindi:
Vàfe^page (pace) dei borghigiani, e i)io = ito; cfr. l'esordio al
§ 3 B, nnm. IX.
' SiiLz.: ancubi (Corredo, Tavon, Sfroa, Smarano).
;vGoo»^lc
333 Alcoli, Saggi ladini, I..
3. T»jo e Torra.
Di Vervò, più ancora a mezzogiorno, troTO scritto che abbia
lo stesso dialetto Ai Fondo. Il saggio di Tajo e Torra sì distio-
gue, all'incontro, per mancarvi il dittongo delt'o: mi mori,
fora, voi, fiol*. Del resto vi si conservano t caratteri ladini :
st-auler, auxà; clama, e il prezioso glane (D = Dd, Todi n. 150
grig., 'Val di Sole', ecc,); 'casa, la'0à *lagato lasciato; tiessxÀ,
che è però il solo esempio di seconda persona singolare che ti
mio testo mi offra.
B. QSDPPO TEIDENTINO-ORIBNTALE E ALTO-BBLLUNBSB.
Breve tratto dopo avere accolto il Noce dalla diritta, l'Adiga
accoglie da sinistra YAvitio, la coi valle si riparta in tre setiooi:
Valle di Cimbra, l'inferiore-. Valle di Fiimme, la centrale; Vaile
di Fasta, la Buperiore, L'elemento ladino si fa, in generale, tanto
pit> manifesto, quanto pit si risale verso le sorgenti. Nella Tslle
di Cembra ormai pio non si avverte in maggior misora di àò
che avvenga in qualche distretto occidentale della Tal di Sole, di
quelli che mal b' inchinderebbero negli odierni confini della una
ladina; e pur nella sezione occidentale della Val di Fiemme non
si può orraid discorrere se non di reliquie dell' antica favella.
Dall'aspro nodo di monti che sovrasta alle sorgenti dell'Avi-
BÌo, si aprono poi verso il nord la valle della Gardena e quella
della Oadera, tribotario il primo flamioello dell' Eisach, il se-
condo del BJenz; e verso il snd la valle del CordevoU, ohe nette
nel Piave. Piti In 1&, all'est dell'alto bacino della Gadara, «presi
ancora la valle del Baite, tributario del Piave esso pure. Ver
Valle della Gardena, nel pìb ristretto e solito significato, noa
s' intende psrA l' intiero bacino del rivo che porta quel nome ;
ma se ne esclude il tratto che resta a occidente di PaB (Pofals,
* Bulla), né a quel tratto pib sì estende l'idioma ladino. D quale
ha similmente perduto anche l'estrema seiione del baoino infe-
riore della Qadera, dove si estingue prima di r^gginagere il
paesello di Ohnaoh *. Della valle del Gordwole spetta alta sona
' SoLZ.: ancói (Tajo).
' Qnaata precÌM ìndieaiione topografica, a più altri utili ceaii, dcTo al
nr. Bìgù. Cipriano Piscosti, curato di Bulla.
;vGoo»^lc
§ 3. Saiione centrale; B. Esordio. 333
ladina la sesione che politicamanta è austriaca, a ancora quel
brere e attiguo tratto del ano versante occidentale sul territorio
italiano, che basta ad inchiudervi il bacino della Pettorina *,
La valle del Boite le spetta quasi intiera, alla sexione austriaca
aj^ioDgendoai , sul territono del regno, il tratto che va dalla
frontiera in sino alla Chiusa (tra Pe^o e Venaa) , cioè l' OUre-
ihiuaa,
Eimane, nel piti alto bacino del Piave, l'estremo territorio
orientale della sezione, il comeliccmo, ohe poi suddivideremo in
alto e basso, ed oggi 6 veramente come un'isola ladina, poiché a
occidente il cadorino centrale lo disgiunge dal ladino di Oltre-
chiasa, e a oriente il tedesco di Sappada lo separa dal friulano.
Descritti cosi con qualche maggior cara i oonflni della regione
dialettale in cui entriamo, verremo ora a distingueoe piti à'tif-
presso i singoli dialetti che vi a' incontrano, e insieme a rag-
grupparli, e a toccar dei caratteri di ciascuno, e delle ragioni
del lavoro che intorno a ciascuna varietà è qui a noi dato pre-
sentare.
Per la valle dell'Àvisio mal si potrebbero stabilire distinzioni
dialettali vere e proprie; ma solo si trattari di misurare, sulle
generali, quanto ivi resti, nei diversi territorj, dell'antico lin-
guaggio ladino che ancora risnona con qualche pgrit& nella parte
superiore della sezione di Fassa. Dovremo così considerar parlì-
tamente le parlate di Cembra (I), Flemme inferiore (Ila), Fiemme
superiore (II&), Fassa di sotto (Ilio), Fsfsa di sopra (HI &); ma
sarA sempre un procedere dal meno' al piti, in ordine ai resti del
patrimonio ladino, anzichA un succedersi di varietà disUnte; a
veramente non potremo qui ricavare se non un dialetto solo, che
è quello di Fassa. Il bacino della Gadera, all'incontro, ci offre
due principali e sue proprie varietà dialettologi che, e queste se-
condano la suddivisione topografica per la quale vi si distingua
la Val Marubio (IV a), o Enneberg dei Tedeschi, che A il cii^
condario settentrionale, dalla Yalie dell'Abbadia (IV fi), ì'Aitey-
Thal dei Tedeschi, che è il meridionale. Nei ivi mancano le va-
rietà secondarie ed intermedie. La Valle della Gardena (T) ha poi
suo proprio dialetto, aenza notevoli scre^. E il suo proprio ha
etiandio quella dtì Cordevole, nella quale, presdndeodo da qual-
che para osservabile varietà ohe è nella sezione austriaca , giova
separar questa sezione, che addimandano Lwinai-lor^o (VI), il
BitcTienttein dei Tedeschi, dalla sezione italiana, che potrebbe, dai
' Cfr. S 4, A, 1; e l'Appendice al presente g.
;vGoo»^lc
U Ascoli, Saggi ladioi, I.
principali paesi, denominarsi di Eocca d'Agordo e Ltute (VII; r
p. 333n.). comuniiiie la differonza dialettale si ritolva, piti cht
altro, nella diversa misura dell'influsso italiano, che naturai'
mente piti si accresce, quanto pib scendiamo Tersa meuogionia
Partioolar dialetto è ancora quello della Valle del Boite; e qu:
tanto piti giova sceverar la seziona austriaca, che dicono di Am
pesto (Vili), Vffeiden dei Tedeschi, dalla italiana, cioè dall' Ot
trecAiuta (IX) , in quanto questa viene a far parte di un' ampli
regioae italica nella quale occorrono particolari altarazicai, dì
cai a suo luogo si parla. Abbiamo finalmente lo special dialetti
di ComelieoCK.), con qualche varietà preziosa.
I dialetti di Fassa (/assono), Gardena {pardetute), Marubio
{marebbano) , Abbadia {badioto], lÀvinal-lungo (Itvinalesel , somi
tatti- tra di loro somigliantissimi -, e formano un complesso par-
ticolare, nel quale spetta la premiaenta ai tre dialetti di meno,
e il primo pasto pud andar disputato fra il gardenese e il ma-
Febhano ). Una speciale connessione si aggiunge fra ridiami
gardenese e il marebbano e badioto, pel volgervi di ci e gì io ti
« ^t >; e un'altra fra il badioto e il livinalese pel TolgerTi chs
fa, entro determinati limiti'. Ve dì fase anteriore in a. Il dia-
letto di Ampezzo {ampesMano) si scosta all'incontro assai codsì-
dererolmeiite dal complesso che testé descrivemmo; a la quantiiA
del divario ben dipende, in principal modo, dalla molta iofluen»
che sopra questa individuo ladino ha esercitato la favella te-
* Gli abitatori a i dialetti dalla valla dalla Qade» ai sogliono rìpatvt
1 ladini per ecesllaaia (Trxbo, UiTTEEaDTZiiEB, FasoDera); a qnuti
spaeia di nstirpaiioiia mi par da accagionarai alla acaraa aotìna che del
gudeneBfl ù fosu divulgata prima dal libro del Vian, malgrado il be'
lavoro dell' Hallar (v. piti innuii). Il quale diceva ladino anche il gu-
deueM; ma notava che i PaaasDi « i LivìnalMÌ noa chiamassero iiàw
il proprio dialetto (p. 160). Quanto a Fassa, ora gli controddirsbba lo
Snlier (p. 25), per tae«r d'altri; e ^in ogni modo, l'avarai popolar» e
fermo tra ì dotti l'appellativo di ^t'no per qualche parta, della Miiooe
centrale, come A per una parte dell'occidentale, e l'essersi ormai dinl-
gato da un pezio, fra gli studioBi, l'appellativo medesimo anche per U
seiìooa MdIbus, furono gli argomenti decisivi pei quali mi bodo rine-
gnato ad adottarla per tutta la sona (cfr. C. II, 2 tu L).
' Suol diru, e aarà, che il fenomeno aia pìk costante nel gardeoM
cha non nel marebbano e badioto. Ha io ho sentito il nesso geaniDo (c'>
gì) par da Gardena, a molte volte ne ebbi tal snono, di cui non >*P*to
decidere se {base il genuino o l'alterato. Per analoghe altaraxioni in <IJ>'
letti tedeschi. piU o meno discosti dalla nostra regione, v. Scsccsi»'
vok. III 318, ma in ispecie Scrneller 68. ' l
. D,qit,z'eaevGoO»^lc
S 3. Bazione e«ntnl9 ; B. Esordio. 33S
Data, ma non si dorè gi& ripetere da questa sola ragione. Un
puiicolar yiacolo tra Ampezzo e Mar abio- Abbadia si arrerte
tattarolta nella granda frequenta di I in r*, fenomeDo che non
■i contiotia in Oltreehiusa, 11 dialetto di Comelico {comtlicano),
per altimo, appare, come la sua ragione topografloa richiede,
segregato a un tempo ed intermedio. Rannoda in mirabil guisa,
dall'una parte, la aezion centrale, a cui deoisaipente spetta, con
l'orientala; e ai risente inaiems di quei fenomeni, che lungo il
Piave ci condurranno alla pianura veneta.
Vedemmo, nell'altro ripartimento della sezione, essere uè la
prìncipal figura del dittongo dell' d (e dell' d in poa.), la quale,
verso mezzogiorno, cedeva oll'utt, e verso occidente si fondeva
in 6, cs, e, cioè dava, come noi diciamo, un esili monottongo.
La medesima serie, e con molta analogia nelle direzioni, ora ai
riprodarr& nel ripartimento in cui siamo. Per la volls dell' Avi-
sìo, la piti occidentale, avremo: 6, a, e; l'esito monottongo si
avrà insieme anche nel distretto centrale, cbe è il bacino della
Qadera, ma con cbiari segni di due diversi e non contempora-
nei processi di scmplifioazione [ùe He 6\ tié tìi ft); la Gardena è
all'incontro ferma all'ue*, il quale poi a sud-est cede all'uo, nelle
valli dal Cordevole e del Boite; mentre all'estremità di nord-est,
nel comelioano, di due varietà attigue, l'una ci darà l'ue, l'altra
Vce. Ora, l'esito monottongo dell' uè presuppone, di regola, la
presenza o la persistenza contemporanea dell'finu latino. All'in-
fuori della zona vediamo cosi, nello spagnuolo. Tue intatto, ac-
canto allo schietto wu, laddove la Lombardia e la Francia
hanno V 0 (eu), e insieme l'ft-u. Analogamente, fra i Ladini,
Vó angadinese allato all'fi-u; laddove nel soprasilvano, l'fi es-
sendo volto per tempo in i, abbiamo ie»w«, come t^u, Nella
seziona centrale cosi si appajavano, al QToce, 6 ed fi-u, dall'una
parte, ed ve ve dall'altra. E alla Oardena ora vediamo ugual-
mente Tue accanto all'u^u; laddove alla Gadera ì'5, e insieme
superstite Vù^u. Analogamente ci risuona atl'Avisio l'Ó accanto
all't». Che se in Val di Fassa oggi abbiamo l'esito monottongo
dell'US allato a wu, ciò dipende manifestamente da una ridu-
zione affatto moderna delle vocali turbate, per la quale l'u do-
veva ricadere nello schietto u, così come l'ce insieme si risolveva
in una schietta e *. Ma la condizione del bcrmiese (p. S93) resta
sempre affatto singolare,
* £(0 icrezio che é tra 1» valle dell' Avisio e quella della Gardena in'
ordine al continuatore dell'd (e quindi, implioitameute, a quello dell'tì),
;vGoo»^lc
S Ascoli, Saggi ladini, I.
Così il filo del dittongo dell' fi ci è di non poco momonto per
tutta la Mzìone, e ^qì tanto pili gioTava che Io riaiinodasaima,
ia quanto la sna uUIit& si potrà far manifesta anche al di li
dei limiti a cui presentamenta siamo ristretti. Per analoga r&-
giono ai concederli qui ricordare, benché trattisi di aa elemento
di flesaione, come il territorio che ora misuriamo si diaUnguada
tutto il resto della zona par l'^in che vi occorro continuo quale
esponente di prima persona plurale*. Nd vorremo interdirci, sem-
pre mirando anche al di 1& della sezione.-qaalcha particolare cbd
potrebbe dirsi d'ordine fonetico-lessicale; come sarebbe l'artì-
colo concresciuto d'inóm nome, la notevole d issimi latione in dat
tutto, o la metatesi in torond rotondo; tre fenomeni pei quali»
rannodano i dialetti di, questo ripartimento fra di loro e con gli
altri affini dei quali ci rimane di discorrere in appresso >.
Uà un'operazione, alla quale il ripartimento tri dentino-orien-
tale ed alto-bellunese specialmente ne invita, e può insieme tor-
nare di pib generale utilità, è quella di misurare accuratamesCe
la quantità della dlstausa che intercede fra le oondisioni odiariu
e le condizioni primitive. La ricostruzione delle seconde, che ì
quanto dire la costruzione del misuratore, d cosa non gran fatto
ardua, massime ìn ordine agli elementi fonetici, ai quali il De-
stro discorso si deve per ora limitare. L'esame un po' attento
. della zona ladina in generale e della sezione centrale in ispecie,
ci fa risalir con sicurezza al sistema /emetico di quell'idioma fon-
damentale a cui fanno capo tutte le varietà del ripartimento in
cui ci moviamo, sistema cbe risulta quasi idenUco con quello
dei migliori tipi superstiti del ripartimento medesimo, e di poco
diversiflca da quello' a cui pur farebbero capo tutte le varìeU
dei Qrigioni.
mi fece rioolvare, dopo molta esìtanie, a «istemar la serie nel modo tb»
ho già coi numeri indicato (Fasoa, Mar ubfo- Abbadia, Qardena, LUìiul-
Inago); onde viene, nel eenso corografico, un po' di contorsione. Si pos-
sono per ora consultore, circa la qnistione dall' ordinameuto, aneli* i
nom. 150, SS,' 56, 21, 42 a 1-3 dei rispettÌTi spogli.
' Fa natnrale ecceii'oae la Valle di Cambra: podét%. NoteTole i ptH"
ch'ebbi da Val Readena (Qiudìcarìe, § 3, b ih 1).
* Qui ancora pud notarei, come ^plSbt-', la pieve, moatrì in qnui
tutte le varietà del ripartiineDto il continnatore dell'^ (ù) amichi quelle
àM'é (et ecc.), earto per inBusso dell' te cbe nella voce italiana o tcihIi
si i ottenuto in eégnilo alla normale rìdoiìone di pi. Abbiamo eai:pli!f
garden., plié lÌTÌnaL, pti marebb. e bad. (cfr. garden, dlifla e limili.
allato a cMeia?). Solo il faasano ha il dittongo legìttimo; pUi/'=:'pleil'i i'
quale inoltre ricorre nell* onomastica locale {Piai di Badia, ecc. Sran. 46 .
;vGoo»^lc
g 3. SmÌodb centrale; B. Esordio. 337
// complesso specifico dei carathri fondamentali del sistema
{mitico ladino net ripartimento orientale della sezione di mezso,
è questo che segue:
a] passare in palatina la gatturaie delle formolo ciè. e o + a
(uum. 160-5 a 181-2 dei nostri spogli) < ;
P) conservarsi il l delle formolo pl cl ecc. (nam. 114-22);
y) conservarsi il e di antica nscita (num. 137);
S) rompersi in dittongo l'É di posizione (aum. 28);
0 rompersi in dittongo l'ò di posizione (num. 56);
Q determinarsi in ne (onde fie C) la forma del dittongo che
proviene daJl'ó breve e dall'o di posizione (num. 53-3, 5^^;
T)) rompersi in dittongo I'é lunga e l'i breve, dittongo la cui
scliietta forma è naturalmente et (num. 19-21, 40; e pure il 32);
5) propendere I'a', entro determinati confini, a volgere in e,
massime se preceduto da suono palatile o palatino (nam. 1-3, 8);
i) svilupparsi un u dinanzi al l, nelle formolo alt ecc., elio
si risolvono in aut ecc. (num. IO, 57 e 111);
x) continuarsi l'xi' lungo per fi (num. 69);
X) tendere a suono gutturale it h che viene all'uscita, e
più limitatamente pur quello che precede ad altra consonante
(num. 144 ecc.);
^) i && g 9 kj di fase anteriore (nam. 00, 170, 189, 101);
v) y nella continuazione delle formolo qb o qi (num. .188);
\) e nella continuazione delle formolo ce e ci (num. 169) ^.
Denominati per brevità questi fenomeni dalle lettere greche
che ad essi applicammo nell' enumerarli, noi verremo rilevando.
' Qui li noti, come per tutto il ripartimento mal pih si possa scarnere
diversità di snono tra la media palatina delle formole qb qi, e quella che
surge nella formola ga; quindi avremo per entrambe, nella trascrizione
nostra: g. Cosi al d> là dì Livinailungo non ho mantenuto lo e per la
palatina tenne tihe surge nella formala CA, ma acriui é, perclié mi risul-
tava ugnale allo 6 italiano, o romano, di C2 ci; e del'reBto, al di là di
quel punto, più non v'era esplosiva palatina nella contiDuazioue di ck e
di CI. Converrà finalmente qui aggiungere, che sicuri esempi di -^ e -!;
da -c[o\ num. Iff7, mal ai possono raccogliere in questo ripartimento,
nel quale all' incontro è notevole la facilità con cui si produce suono
palatino per l' aggiunxiona dell' -i morfologico; per ea. bad. e garden.
i<>E = Bac + i, MrTT. 17, Vn.64; cfr. C. IH, § 1.
^ Potremmo ancora avere;
o) / da e 0 £J di fase anteriore, parallelo a x, com' é ne'Origioni
(u. 170 e 101); ma nelk regione tridentioa ci confondiamo collo / (o s)
Archivio ploltol. imi., 1. *2
;vGoo»^lc
13 ' Ascoli, Saggi ladini, I.
nella rassegna che ora se^ue, la somma dei caratteri ladini che
nel sistema fonetico dei singoli dialetti ancora si consenì. E as- j
noverando sempre, come facciamo, Vù od tt tra i caratteri ladini
di questa regione, non dimentichiamo che l'H nsuona por ul
volgare trentino, ma per qnesto ci riferiamo a ciù che a idd
luogo se ne dice (g 4). Uniamo alla rassegna dei dialetti la indi-
cazione dei fonti, e qui primamente citiamo, siccome scrittare
alle quali per piti dialetti del ripartimeato insieme si ricorre: Jos.
Th. H&llkh, Veriuch einer parallele der ladinischtn mtmdarin
in Enneberg und QrM«n in Tirol, dann in Engadin tmd dir ro-
matmschiacìien in Oraubtinden, inserto nel settimo volume delli
Zàtachrift fUr Tirol und Voralberg, Innsbruck 1882, p. 93-160
(Hall.); e IJ. A. Vian]: Zwm ttudium. der rhetoladiniachm dia-
lekte in Tirol. OrOden, der Oródner und teine tprache. Von mtm
emkeimischen; Bolzano, 1864 (Vn.). j
I. Val Gembra. Non avremo che C), E''), v), 0* e scarso ilx). I
Mancano quindi tutti i principali caratteri; e siamo a un dì prcs»
alle condizioni di Pellizzano in Val di Sole.
Le voci che addaco, sono tratte da una serie che io meduimo ho
raccolto.
II. Val di Flemme: |
a. Valle di sotto. — 1. Dajano; 2. Cavalese. Non occor-
rono se non Oi *)i parte di y) e scarso il [t). 3. Tesero. Sia-
mo verso il centro della valle. Kesta la parte dì y) ohe aveTamo
nella sezione inferiore; il y) è in condizioni floride, e si aggioc-
gono v) e ^). Circa C) e x) non mi è dato parlar con sicurezia;
ma C) vi do vrebb' essere affatto scarso (v. 'Moena').
b. Valle di aopra. — 1. Predazzo. S'incominciano a riu-
nire tutti e tre i principali caratteri: a), p), y)i e aggiongesi ij.
Deplorevole che ci sia dato conoscer cosi poco di questa proce-
da p («-) di iiaa anteriore. A volar fiaalmeate estendere il nostro eleneg
per- goìsa che in sé comprenda pur tutti ì caratteri fondamentali dell»
sezione de'Qrìgiooi, converrà aggiungere:
n) il turbarsi dell'd davanti a nasale scempia o complicata (n. 5-T,
13-17); e
p) jt da CT (n. I72X Ma circa a), p) e 5), couveirebbe nfl'Qrigioai
disUngnere Ira le diverse contrada di quella medesima regione.- Da altri
caratteri, di miuoi' conto, come sarebbe il tacere dell'u di QV, qui «
preocinde. E circa i rapporti del sistsma ladino col francese e col pr>>
veniale, é poi da vedere il secondo Capo.
;vGoo»^lc
§ 3. Sezione centrale ; B. Esordio. 339
niensa. 3. Moena, all' estremità orientale, quasi al puoto di
congiunsìona tra 'Flemme' e 'Fassa' *. Qui incontriamo: a), y).
0> V-)t l)t ^) combinato con a), e traccio di p) e di t). Ma ^) ò
ÌD dilsguo; e di xj la Irascmione mi lascia incerto.
Di propria mia raccolta qod bo te non una Bario di tocì da Caoa-
iese, e noa ne ofiro ae oon qnel poco, il coi confronto mi paja arerà
qualche ntilità. Quanto a Predano, la mia suppellettile, tolte slcuns
forme grammaticali, è limitata al breve aaggio che na dà 0, B. Wk-
BER, Suiroriffint dei popoli tridentini eco., pag. £5-27 (e 20-30).
Oli esemplari di Tesero ho ricavato da una raccolta origiuftle dal
rer. sign. 0. B. RiFBSsaa, 'priminarìo' in S. Udalrico (Qardena),
dotto uomo o molto operoso e gentile, il coi noma avremo a ripe-
tere piii volto con riconoscenza grandissima. Quelli dì Dajano pro-
vengono da varie note del mio caro discapolo Francesco Difrance-
sco, nativo di coU; il quale mi ha ancora trascrìtto alcuni saggi di
Moena, pervenutigli dal rev. Dblvaj, unica mia fonte per quel paasa.
m. Val di Fassa:
a. Valle di tolto;- b. Valle di topra.— L' alto-fassano è in
generale assai piti genuino che non sìa il basso, ma in entrambi
s'incontra l'intiero compl^so dei caratteri) eccetto x). 11 ^) oggi
è però in amendue proprio sul tramonto; e scarso è il v), ma in
vantaggio del |j.). Per v) non ebbi veramente se non ^est e ar-
getti dalla valle di sopra.
Per la wilU di sotto do aeempj, nel testo, che io stesso raccolsi
da un giovane di Ferra, e alquanti che n'ebbi da nno di Viga e
richiedono a suo luogo un particolare avvertimento. Aggiungo nelle
note qualche contributo originala del Rifesbeb (Rif.), ad esemplari
ricavati da ana poesia a stampa (Bb.), il cui dialetto forse oscilla
fra la valle di sotto e quella di sopra; ad altri ancora, che estraggo
* dal libro giti citato del Vian. Per la valle di sopra, il testo deve
quasi tatto a un elenco di voci che il Rivkbseb ebbe la gantUaua
di raccogliermi; e nelle note è messo a prìncipal contribusione il
lavoro già citato dell' Hu.ucb.
IV. Bacino della Oadera:
a. Circondario settentrionale {^farubio=Snaeìbmg). — 1. Ma-
rèe, o veramente Pli de Mario (- La Pieve, - S, Maria; ted. : In
' Ansi le ragioni topografiche permatlarebbero di comprender Moena
nella Valle di Fassa (cfr. Pbrini 334); a nell'ordine dialettologie o, secondo
quello che di .sopra è detto, la parìata di Moena potrebbe naturalmente
riunirsi con le fassane.
;vGoo»^lc
) Ascoli, Saggi ladini, I.
d. Pfarre); 2. La Val (ted. Wangen); 3. Campili (= Lungiarb):
4. S. Martino.
b. Circondario meridionale (V. delV Abbadia). —■ 1. Badia
(» 3. Leonardo) e S. Cassiano-, 2. Corvara; 3. Golfosco.
Florida ladinitd, così nel circondario settentrionale o mareìv-
bano, come nel meridionale o hadioto; ma piti schietta Del primo.
Avremmo in entrambi ì pieni caratteri, se non fosse la strana
eccezione dell'i), che manca affatto, o quasi. Scarseggiano ÌdcI-
tre: S) ed e); e per v) non ebbi se non un esempio solo, di parti-
colar tipo e non intatto ((une = */wn^). Caratteristico è l'i* {Colf.:
w, cfr. il Mul.), per eaito del dittongo dell'^ ecc., cioè di tu.
Ed è pur notevole la facilità con cui "sì 'vocalizza e si dilegua
il V primario e il secondario. Di (i = *cLecc. , v. sopra.
Caratteristiche speciali del marebbano sono l'-Om da ~&m (Ma-
róo, nura. 59), che ricorda il lombardo orientale; e Vont ecc. da
ent ecc. dei n. 32n e 44. Caratteristiche speciali del hadioto sono
Vai da éi anteriore; e l'analogo fenomeno del passare, in deter-
minati limiti, ì'é di fase anteriore in a (num. 19-21, 32; 27, 32,
32n, 42); cfr. il livinalese.
La varietà di Lavai è come intermedia fra il marebbano e il
badioto (cfr. ei mar-, <si lav., ai had.)-, quella di S. Martina,
all'incontro, per quel poco che io ne posso vedere, una varietà
mista.
Cosi per Val Marnbio coma per la Valle dall'Abbadia, il testo non
reca ee non esempj da ma Eentiti. Nella rubrica 'Badia e S. Cat-
Eiaoo', stanno in corsivo spazieggiato la voci che epettano a Badia;
e cosi prOTBDgono da Badia, e pur furono da me sentiti, gli esempi
in corÙTO spazieggiato cbe addlico in nota. — Dalle sotto-rarìeU
di Mambio non diedi Ee non eia cha si staccava da Mario; ma di
Campili ebbi poco, e S, Martino non é un interrogatorio parallelo
agli altri. — Per la Valle dell'Abbadia non diedi (sempre parlando
del teato) ae non ciò cha differiva dal circondario settentrioiuilei 6
in ìapecie da La Va!. Colfofco ebbe una lista pih ristretta; e Cor-
vara un interrogatorio a parta, spogliato par intiero.
Quanto alla aggiunta in nota, riusciva penoso il distinguere e li
distribuirà quello che spettasse a Marubio da quello che all'Abba-
dia. Nelle raccolte lessicali acc, e come lingua di testo, troTopie-
ferirai il badioto; ma sotto la denominazione di 'badioto' andare pur
confuso il resto del bacino; come viceversa per 'Enneberg' o 'Ua>
rebbe' ai trova denominato il bacino intiero , secondo la sua nailì
amminìatrativa. Io non diadi a Marubio se non tali voci che ì miei
autori determinatamente assegnavano a quel circondario, o a iodnbbj
segni mi mostrassero di appartenergli. Gli eaempj cbe non' itann
;vGoo»^lc
g 3. Sezioae centrale; B. Bsordio. 341
se non in fonti badiote, ma in sé non aTevauo alcun criterio per cui
ai doveesero riputare, a priori, esclusivamente proprj dell'Abbadia,
e circa ì quali dovevo quindi reatar dubbio se fossero 0 no comuni
anche al marebbaco, registrai nel badloto fra parentesi quadre.
B toccando finalmente dei fonti non ancora menzionati, qui ne
abbiamo uno, che per esser pita che secolare, può nel caso nostro
dirsi antico: SimonÌB Pelri Babtolomei /. C- Perginensà, Cata-
ìogvs mulCorvm verborum quinque dialecluam, qvibus Montani
Pergituntea, Roneegnenses, Lavaronenses, SepUm Pagensa gt Ab-
batienses tituntur ', che cito par Bàrt. Veramente, l'oWatìejMù
non va preso alla lettera, poiché non ai tratta gift di solo baiioto,
ma bensì, per lo mano, dei diverBi dialetti del bacino della Qadera,
insieme commisti. Cosi, per citare in questo luogo alcuni esam[)]
non badioti, e munendoli del numero cui spetterebbero nei nostri
spogli, vi hanno il tipo che diremmo di 'La Val': pì-o-udaei praevf-
dere, tschaera, monaeda, 19-21; baegn 25; mae» 32; diligiaent 32»;
nati, basire, 40; defaene, sfaena, dettaeni, 150; domaenia 42; e a
dirittura quello di 'Mario': caéi, oeir (allato a enei), pteign, 21,
porgisi'; peis3S; itatene 150. ~ Poi, oltre Vn., cioè il libro gib
, citato del rev. Vian, i coi esempj 'badioti' risultano piuttosto di tipo
marebbano (da serra 21, tfnnf 150, ecc.), avremo: Yn. ma., cioè
EijDBrci biblici inediti, di dialetto veramente Òadioto, e una raccolta
•di voci 'ladine', favoritimi questa e quelli dalla gentilezza dallo BtaHO
Vian.
y. Valle della Gardena. — Condizioni ladine molto floride.
Vi abbiamo tutti i caratteri, tranne il x). Per lo E), cioè per ff,
lo stesso esempio che alla Qadera, ma ai aggiunge lo g secon-
dario (num. 66 e 102). Son caratteristici l'ampio sviluppo e ta
buona conservazione di 5) e di e); e la consentanea floridezza di t]).
Si confronti eziandio il num. 23; e circa il^'cl ecc., si vegga
pih sopra.
Gli esemp] che sono nel testo, aenia ulteriori indicazioni, bo io
stesso raccolto, parte nella mia eacnrsione per la zona ladina, parte
in Brescia dalle sorelle Detnet». Quanto alle note, la fonte princi-
pale ne e naturalmente il libro già citato del rev. Viàh, libro aureo
' Fa parte di un lavoro inedito: De Orientatium TgroUmivm prae-
cipue Alpinorvm Orìginibus, la cui dedicatoria ha la data: iv. Id. Ja-
twarii 1763, Ne è un vecchio esemplare nel 'Ferdinandeo' d'Innsbruck
, (IV, f. 15), dove per la gentilezza di quella Direzione io potei prendere
copia di quanto a me importava. Buona parte del vocabolario ■abbatienee'
del Bartolomei, ma ora non potrei dir quanta, d riportata dall' Hoiuia va,
nella sua Gesckichle von Tirai, I, I, p. 146-82.- Vedine ancora al C. VI.
:vGoo»^lc
ì Aicoli, Sit^i ladini, I.
ael SQO geaei'e, e coal se ne aTeua uno di simile per ogni impot-
taate Tarietà. M& io ho ancora potuto diqwrra di ùialto aiuotaiiiMi
muiUEcritte del rav. Ritebser già di sopra lodalo (citate per Rir.),
il quale ebbe altresì la gentilezza di chiarirà ogni mìo dubbio ciré*
gli accenti. Qualche messe mi diede pure un compooimentii po^eo
in foglio volante (Uijb.): 'Nsegnamfnt per la ìtmentA de Mtrch TAm
Mvrèt, Bolzano, stuapa recante. Altri aussidj già furono in slt»
luogo ricordati: Hael. p. 33B, Steno, p. 6.
VI. LÌTÌnal-lango *. — Qui ò ormai un ladino sbiadito.
Poìchd alla mancanza del x), sì aggiunge quella dello C)i l'uù
assumendo le veci dell'ut; e y) si fa scarso; a Se S) abonda,
t) all'incontro si f» ben raro. A Colle di S. Lucia, sul con-
fine bellunese, il y) vìeoe poi a mancare del tutto, e vi si spegne
anche il p), e .3) ni riduce in ristretti confini. Livìnallango
si scosta da Gardena, e da Marubio-Abbadia, per ci e gì che
sempre mantengono genuina la gntturale; pende Terso l'Abbadia
per Va da é, ma resta pib addietro, né fa di dall' si; e ancora si
rannoda con l'Abbadia e con Marubio per «n da nd, ma sta con
Gardena per l'abondanza del dittongo dell' e in poaisione (£). —
Il d sentirò spesso volgere, o a dirittura passare, in d; cfr.
1' 'Oltre chi usa*.
Oli esemplari del testo provengono da doe interragabnj cha lo
stesso ho tenuto; il primo con due giovani d'Araba, che d sooo
l'nn l'altro succeduti, il secondo con uno di Ornella; due inter-
rogatoij atlàtto diversi, il lacondo dei quali vien come in conti-
nuazione del primo. La pacte che si riferisce, entro ciascnna lerie
d'esempj, ad Ornella, è preceduta da unii trattino. Oli esea){>j di
Colle di S. Lucia, accolti nel tasto, prevengono da una raectdts
del rev. RiFisaxit. Quanto alle note, vi abbiamo fonti, e qnindi ngt»,
già citate.
Vlt. Rocca d'Agordo e'Laste. — Continuazione di Livi-
callnngo, come gi& di sopra fu detto e per la ateasa disposiiione
tipografica sì mostra. Qui y) ^ pressoché estinto; e son cessati
pur v) e Q. Va insieme Teduta l'Appeadice al presente par^
grafo.
' n Bucìientttin dei tedeschi puA passare lagittimamente per siiwaima
geografico df Livioallungo. Ma il piti alto CordoToIe ha coma dna brac-
cia e quindi due valli , a vedo cha una carta topografica anstrisca dà
all'occidentale il nome di LvoinaUwtgo, e all' orientale quello di Bveìim-
ttein. Buchensteiu (= Andraz) é poi il nome d'un villaggio nella cn«ii-
tale; a sono all'incontro entrambi nella occidentale i viUaggi di Anbs
ed Omelia, donde ho t miei saggi, coma pili innanzi ai dice.
;vGoo»^lc
g 3. Sezione centrale; B. Esordio. 343
Olì «senipj del testo ho io wntito dal sigo. 0. B. E>bixegbihi di
Rocca d'Agordo; e d^ Ini proretigono pur quelli cbe sono io DOta
lenza ulteriore indicazione. Altri ivi ne aggiungo (Lett.) da una
LttUra che si é pubblicata, inaiems con altri saggi veniBColi, par
le nozze Marcucci-De Min, Belluno, 1869. Ma pnr gli esampj che
pib tardi ci accaiìa citare sotto 'Selva ed Alleghe' o «otto 'Val Fio-
rentina' (cfr. 'Oltrechinsa' e § 4 a), saranno per buona parte comuni
a Rocca e Lasle.
Vili. A.mpeEzo. — Qui ancora si mantengona, abbastanza
bene, dei caratteri principali: «), t], i). Ma ò perduto il p)j e
passando ai residui, |*) si mantiene in mediocre modo, ma an-
cora sono perduti: tj), v), ^); né i dìttoaghi di S) ed *) si riman-
gono, se non a posizione estinta. Manca pure il S), comunque
s'abbiano analoghe alterazioni di d; ned ebbi esempj per \). Pure
Io C) scompare, per la ragiona che dicemmo in 'Livinallungo* ; a*
tacere di x), che eziandio mancava alla Gardena. L'o desinenziale
Tiene anch'esso a menomare la sembianza ladina, comunque gi&
non s'abbia a reputarlo senz'altro una mera aggiunzione per in-
flusso veneto; e cosi abbiamo: scuro, s^uro, dretto, vento, allato
a fun fumo, Im, fer, pas, bas, pos posso (cfr. paés ecc.). — Qui
entrìamo nella regione dell'-iJi eco. = *-dnt ecc. n. lOS; a insieme
qui si notano il facile dileguarsi di J da LJ num. 97, e gli spe-
ciali esempj di s ^ •ns, Vs, num. 148, 126*.
Oli esemplari alkgatì nel testo provengono tutti da un lungo inter-
rogatorio che ho fatto subire alla benevola pazienza del sign. Mu-
eimiliano Pmbici di Cartina d'Ampezzo. Nelle note son mesata pro-
fitto dei testi a stampa ed a penna, favoritimi da varie gentili persone.
IX. Oltrecbiusa. — Continuazione di 'Ampezzo', come giir
si ebbe a dire. Perdiamo un carattere di pib, cioè [j:); ma all'in-
contro s'ha ìli), e vi si complica un esito caratteristico di -n.
Qualche miglior traccia par d's); e anche si aggiunge un esem-
plare importante per ^) combinato con x): éém casa. — È del
resto nn territorio che fa parte della regione italica in cui ricor-
rono p e d [d), per z (g) e z di fase anteriore *. E si aggiunge
pur d per d primario o secondario; fenomeno che già ci occorreva
in 'Livinallungo', e i cui prodromi aon sono pura estranei ad
altre varietà della sezione.
Di tutti gli esempj, quasi nessuno eccettuato, to debitore alla gen-
tile H indefessa amicizia del prof. Carlo De Luca , nativo di Borea.
' Si vegga eziandio 'Corredo', p. 331-
>vGoo»^lc
t AmoIì, Saggi ladini, I.
Ebbi dalla viva sna voce quelli che sono nel testo, e pih tardi per
iscritto quelli che do nelle note. Nelle quali pw bì citano le Nuoce in-
dagini sulle detiominationi territoriali friulane, del dotu M. I^CRt
(Atti del a. Istituto Veneto, t. XV, serie III, p. 557-35), geniale scrit-
tore, che ha il merito di aver primo pubblicato per le stampe qual-
che saggio del dialetto d' 'Oltrechiiua', arTertendone il carattere
ladino, ma senza poterai accorgere che altro non aveva per la mani
so non la semplice continuazione del ladino di Ampeaxo '. L'acuto
Hal^b, otto lustri addietro, fatta segnire l'orazione dominicale nel
dialetto di Ampezzo alla versione fasaana,-&lla livinalese, garde-
nese ecc., aveva premesso alla frinlana: 'Wie sich das ampeizani-
sche dem benachbarten cadorinischen, so nàhert sich dieses dem
friaulischen"; 1. e, p. 135. — Cfr. il C. VI.
X. Gomelico.. — Complesso distinto e di non poco momento,
malgi'ado i molti danni che ha sofferto; e in sino ad ora pres-
soché ignorato. Tra i principali caratteri, son floridi a) ed Oi F°^
di t) eoa notevoli resti; ma ^) è tramontato. Non mancano reli-
quie pur di S) e di e). Ben frequente & ancora 5) accoppiato ad i),
e occorre anche all'infuori di questa congiuntura; e ben florido
è Ot con l'aversi in una varietà Tue intatto, e in altre Yp (a,t),
indizio, secondo che di sopra si mostrava (p. 335), che l'fi ci man-
ohi da non molto tempo. Oltre i doo così notati, ancora inanelle-
rebbero: |x), v), E); e per X) io non ebbi che un esempio solo e
non decisivo (son io sodo; Dosoledo). Ma assai notevole è il mao-
tenersi di ij); pel qual carattere, Comclico viene a rannodarsi im-
mediatamente con Gardena e con Marubio. E l'eu di Padoladit
<!u anteriore (aum. 46, 61, 68*] costituisce alla sua volta una cm-
cordanza notevolissima fra Comelieo e Gardena*. D'altra parte,
l'-du (-Ó; -eu) per V-dto del participio, e i suoni p q d nelle fuo-
zioni che gi& per l"01trechiu8a' si sono avvertite, rappresenUmi
la speciale connessione del comelicano colla serie di dialetti chi
lo stringe da sud-ovest; mentre V-i per V~e Atoifa, e il fenomsDo
consentaneo dell' -e per V -a ugualmente àtono, sono prodromi
che ci annunziano il friulano da sud-est. Soa Analmente caratte-
ristiche che oggi appajono peculiari, l'-u desinenziale (num. 91).
e la molta contrasione per effetto del dileguo di vocali àtom.'
(nom. 73 ecc.).
' Non i colpa del Leicht ee la stampa gli fa dare dei titoli ornati
a parecchie colonne de' suoi esempj; e cosi a pag. 581 si deve Uggeri
'Oltrechluaa' dove d'stampato friulano; e 'friulano' dove la stampa dice
montaltae. * V. ancora l'Appcnd. a questo §.
:vGoo»^lc
§ 3. Secione centrale; 6. Esordio. 345
Io medesimo non potei raccogliere se non la sene di Doso ledo (1),
nell'alto Comelico, con pochi eiem))] di S. Pietro, questi e quella
dalla Tifa voce dal prof. Portmiato Zaknantonio, dosoledano; e ai
pochi esempj dì S. Pietro mi trovo ancora seCnpre limitato pel Co-
malico basso. Per l'alto, all'incontro, si aggiuatero preziosi docn-
meati, che rappresentano Caadtde e Casamazzàgno (2), e Pi-
dola (3), dai quali per ora estraggo, in separati elenchi, le serie
fonologiche che a questo capitolo occorrono. Ma naturalmente, la
presenza di una voce in ano dei tre elenchi, non implica gi& sen-
z'altro che la Toce medesima abbia un'impronta peculiare del dato
paese- Caratteristiche decise dell'importante varietà di Padola sono
reu:= ^ ecc., e Vve^^S ecc. — I documenti, ai quali testò alludevo,
furono in parte raccolti, e in parte composti, da monsignore Qiom-
battìsta Martini, canonico in Padola; e gli studiosi ben sapranno
grado al venerando uomo, per la molta abnegazione di cui si è com-
piaciuto darmi prova. Ma chi ha procacciato a me questo favore*
coma tanti altri che verrA a mano a mano enumerando, e nel pre-
sente capitolo e ne'sQccessìvi, fu il mio egregio amico don Fran-
cesco PiLLESKiNt, professore nel regio liceo di Belluno (Pell.); il
qnala, e di persona e per lettera, e con l'opera e col consiglio, mi
ha aempra e tanto cordialmente e con tanto splendida intelligenza
soccorso, si per la materia dialettologica vera e propHa, e si per
l'onomastica, la topografica e l'istorica, in qualche parte coadjuvato
dal prof, don Carlo De Luca già citato di sopra, che il rendere qui
a lui, ed all'amico suo, pubblica testimonianza di lode e di grazie, è'
per me il pih stretto ed insieme il piii grato dei doveri. Cosi possa
il ano esempio essere imitato da altri valentuomini, in ispecie nel-
l'àttìgDo Friuli; e sempre rendersi più manifesto, a chi ancora noi
creda, che pili non siamo in alcuna parte disposti a rimanercene,
come dicavano, inconscio obietto dì buoni studj per gli stranieri.
I. Tal Cembro.
a. [déie.] 62-8. nOo nuovo, nòve nove; fcec, tee; flo; p6do pOi p5l;
eBffffhia; gaehia; pidver pi6ve [la pióffo.}. 5». [oenw'; dur.] M. go;
pigi. 188. {cdza; mo!dr 141]. lW-70. [gaé ghiaccio]; pidìer. —
188. léger.
II. Tal il flemme.
a. Valle di sotto.
1. Dajano.
9. caUde, vacde, salide;- pomde, perde *. Cfr. mde (mai), zamde,
ide {"idi Gavaleso, Defr.; io ebbi sde pur da colà) so, de ho; no'e
' Pkb. (dial. di Flemme, s. 'Cavalose'): potittae pollaio.
;vGoo»^lc
346 . Ascoli, Saggi ladini, {.
noi, rp'e; e p. 276, 2fll *. 21, [sarer], pien. 81. È notevole, ed avrà
antico fondamento, l'te nel plurale di -BLLO: biei, agfiei, froditi,
porfiei. Cfr. 'Gardena' ecc., & anche l'ultima nota al num. 118-9 di
'Fassa' a. 88. poes. 41. in(p, U. Qla (cfr. pag. 177, e via lomb.
orient. Rosa 86 3), anc-ipra; e anche ^ra «forat, cfr. Vìt.efflififra.—
SS ecc. camiicela, fascèf fagìuolo, piagcel (ca.) piazEuoIa, spcel rocchet-
to eco. cfr. p. 30 D. 2, pacel pc^uolo; vcbI^ farà, ccer; nceda taglio che
ai fa alle pecore [fte/e] nell' orecchio, por diatinguerle (cfr. aoprslr. nu-
dar bieaca segnare il bestiame col segno della casa, Car.''); fcego;-
scerxo sorice, [tm&ar 's-molli-are, inzuppare].- E dall'o second. : ju^rii
povero *. 69. fortuna, lana, algùm alcuno, pù, avù', rplù', padu,
ben-venùda, [Palù', Coltura, nomi locali] ; ecc. 68. ut. S7. teiaro *tei-
sàd'r, tessitore. SS. aitano, cfr. 'Bormio'; -e affatto analoghi esempj
potranno essere anche pagìar e apfél, cfr. 'Fondo e Roy6' al n. 08,
e qui il n. 111. 86. ip, ig'nzer, zp'ew (zp'en), iprfr giovare. 91-%. fn-
ìin f^fìilUn 'fulji'n, cfr. n. IH e p. 240, n. 190) fuliggine delle pen-
tole;- cfr. oìelffe'ra uccelliera. 105. marisdr meriggiare (del bestia-
me), marizdna. 107. bèta pecora. 111. raotar ('revoltar) scavare,
fQzin n. 97, e cfr. num. 93; [ma: descpifo]. 12»*, «15, 2ie. óUe, 5de
vuote(?);- beQrdTf fìeora, fà^ri};- zene'Qre. 181 188. [tagràr ■«apo-
rare, odorare, tu, ecc.];- cdze, avizdi, mgryza, preze've presepa;-
[penidr, éSer, ecc.]. 1S7. tu hai, ìes tu sei, sas sai; ti vas, iéea{:i-
ves) andavi, givi; (t cónes devi, cpnives, conerds, conertes, conila;
vceSfarì Itì. \nóÌa.] 144. [fem fieno, pam, vim, lem bem, algùm^\-
all'incontro: parpn padrone, nrnzprt polltgo.] Itó.difmbrdr. lil.rny-
ndr mondare, mana, d^mandr, 'ntenéva, veniva, maréna deaiaare,
ganù'se glandule salivari (roveret.-trent. ^andùga del fegato); cfr. i
gerundj: percdn, tirdn, ecc. 170. pena, fercd, piofe'r (sost.), [rjff];
e'rpeS; Idres, pi. (arsi; dizCva. 179. cdn-che. 208. pp'^p pidocchio;
[Ha, cfr. 'V. di Non' ecc.],
' Un antico esempio per e da ti innanzi a n (cfr. 'Pasta' a), si ritrae d*
montengna montugna, che ricorra nel processo delle streghe di Val di Fitm-
me, del 1501 (me. della bibl. cir. di Trento, n. 2486; f. T e 7>). E non pochi
altri cimslj si ritroveranno assai probabilmanta in quella scrittnra, alla qui'
io UDO potei dedicare sa non bravissimi istanti.
* Non manca perd, nella zona, pur la continnazione di 'olW.
' Coel p. e. nelle Stat. Commanit. Cadubrii (Cadore), Veuet. 1545,/. 441:
De atratiifftianlibus, nel tnodanlibus aliettas piicudit.
' L'ou del Per. (ib.): voul [e vuol], poui, paueo, poureto, ù dovrà attri-
buire a poco esatta tra«criiione,
D,qit,zeabvG00»^lc
§ 3. Sezione centrale; B. ii a. Fietnnie: lalle di cotto. 347
S. CaTftl^ee.
53-8. novo, nOpe; piOver; p6do pódei poi; óo;- fógo, tógo; [44. dr'ó-
mer, dróme\. — 114. Per 'pioggi»', i vecchi: pWvéda, ì gioT.: pióza.
3. Esempio isolato, o meglio superatite, che ÌDsiem« attesterà per "éa
= CA (t. 'Fassa' b), è chen [ken], pi. cheni. CI. ngS.- 187, cantei tu
cacti , cave», pidxes, responet rispoodi; ecc. 149-70. éena, éento, àé-
ner, cinque; zingol;- pidìer, aie; nps 61. 188-». genf[e}; xender, ief-
b. Vallb di sopra.
1. Predaizo.
10. auter autrt; ciautei scarpe. 111. reot. 114 eca. .pluveda , cfr.
'Cavalese'-, softar; ma taòid. 1S7. ves vedi (che per6 è esempio in
cui l'espoDaute della persona può andar fuso o confuso col tema rer-
bale; 'vei-n); andarai. 160 ecc. La palatina è solo in ciau'iei n. 16 <;
del resto: descargar, gatà. 220. valghe, cfr. 'Badia' ecc.
S. Moena.
3. grinér ridere; 'cézer cadere, ptcp. 'cet; e cosi lo 'éiuré del n. 9
accenna a 'ééura. All'incontro; ìnrràr [aie] beverare, disnàr, e
anche 'caia casa, ecc.; [circa statsX&io ptcp., cfr. gli spogli suc-
cessivi], Locchè significa, che per Ve AaXVà fuor di posizione non
si abbiano, o a dir meglio non si mantengano schietti esempj , sa
non in parte delle tocÌ nelle quali preceda palatile o palatina
(cfr. p. 260 ecc.). In éga égg % acqua , l' e può avere suo parti-
colar mottTO ('aigua; Predazzo: aiva; cfr. però 'Fassa' a, 179);
' Ma ben pili ad ovaat risDonerebbe ancora, nel Trentiao orientale, questa
gran caratteristica ladina; y. § 4, b, 1.
' Questa ferma ricorda l'o per -a f. di acc. che avemmo in V. di Sole eco.
o nella Meeolcina; e comunque in Fiamme, par quanto io pouo vedere, aia
esempio Bolitarìo, pur non Yorreiamo in alcun modo ripetere il carattere labiale
della ma uscita dall'u che a questa precedeva. Si a^iunge che lo Scbkellbk,
p. 36, tocca di quest'alterazione come di cosa solita nell'attigua Val di Fassa;
della quale affermazione si dovrà pur fare qualche conto, sebbene egli non
iddnca alcnn distinto esempio, e ìo alla mia volta non ne abbia incontrato
veruno nei saggi 'fassani' che pure ho potuto raccogliere in qualche abon-
dania. Solo mi notai, dubitando, dall'oraz. domin. 'fìtseana' nel Siile.: Éte fatto
io volenlA, iche 'n eiel cossi 'n terrò.
:vGoo»^lc
348 Ascoli, Saggi ladini, I.
ma IV dei seguenti plurali: pece, sg.pecà peccato, male, sg. |
tnalàt, fame affamati, mal si potrà ripetere da ai anteriore
{come parrebdero persuadere me Majus, pe = *3aiso); cfr. 'Fas-
sa'6, e 'Gardena'.- E vedi ancora i num. 13-16. 9. 'ciuré ca-
prajo, 'calie. 10. 94. fàus falso, 'cugé scarpe, fucór manico della
falce .13. 16. ménca manca, [e'n'ce anche], nel quale esempio, che
in questo ambiente appare strano, Ve va sicuramente ripetuta ,
dall'aggiunta di un i che anticipa la palatina: "mairi'ca ecc. (cfr.
'Fassa' a: biénca allato a biànc). Analogamente si aggiungo-
no, per la sola figura plurale: cotenc; [*cotant-i] quanti, allato ,
al sing. coitint, due chenc tutti quanti; e ancora: gran grande,
pi. gréti (nella parte inf. della valle: gran grani; cfr. num. 151)
'gren, v. 'Fassa' a, e h, num. 1-8 in n. 24. gai job. 33. ler
troppo (cioè imprima, come si vede dagli spogli precedenti e dai
successivi: satollo; indi: pieno, sovèrchio; cfr. l'istoria ideolo-
gica di 'ad-sa[t]is'). 62. Qui prevarrebbe lo Schietto o; e si di
per esempio della gradazione: fora nel compartimento inferiore,
f^/ra a Predazzo, fora a Meana. Cosi per V-ólo del dimÌDutivo,
abbiamo il nome proprio Lenóla. Ma dall' o secondario: pa'co
poca, e.plur. masc. J3<e'c.- Per l'o di posiz., v. 11 num. 118. 8*.
92. Abbiamo, in dati casi, -e per V -o [-«] àtono in dileguo:
vélje ecc. n. 118-9, véne vengo, vaghe (infer, vago) vado; cfr.
eziandio: posre = povero. 96. zu, ittìr giocare. 97. LJ prima-
rio: miéc meglio, té illi, eglino; LJ secondario: Igésia 'cliésia
chiesa, celga '[gjulja ago (cfr. num. 118, 137; 'Gard.' 28 ino., e
§ 4 b). 105. ore orzo ' ; cre'ze (infer.: cre'iij) credo. 111. 'g'ita
(coU'o aspirato) volta; gcg'ita ascolta;- fauc \s.\c; infer.: sfelio]
felce, cfr. 'cugé ecc. al n. 10. 114-17. Per la conservazione dd l
di questi nessi iniziali, non può citarsi che un esempio solo e
iniperfetto: l^ésia n. 97. In /reMr (Vn. 145: fass. id.; bad. /èr/r)
trebbiare, potè il nesso mantenersi perchè era avvenuta la dis-
similazione (*"-/ da l-l; 'flelàr, garden. floeU, cfr. fiél, trebbia, a
Dajano, e il § 2, b, ii, 5). 118-9. célje occhio; vélje vecchio, fem.
vélja. 129*. Sgrtl, che a rigore apparterrebbe al num, 210. —
136. 'caza. 137. pg'mep patate (pomi), m'meg d'alber; pópec
bimbi; céljeg occhi; nóyneg nomi (sg. inóm, nom)\ grec, pendir,
' Cfr. n. 199.
;vGoo»^lc
g 3. Sezione centrale; B. ii 6. Fiemme: valle di «opra. 349
orli; librig libri (sg. liber); — es-tQ sei-tu *. NoQ ho alcun plu-
rale colla sibilante, di cui io possa affermare che sia feminile
(anche rocep, rape, dev'essere mascolino; cfr, 'Fassa'); ma all'in-
contro: fa dg-tre relè ma no teg grane, fa due o tre relè (distese
di fìeoo) ma non troppo grandi. Plurali mascolini con l'-t avem-
mo ai n. 13-16 e 97; ai quali aggiungesi bavancéi lumache ^ e
senza esponente: liàu gli avi. 150. /^nna sfonda. Xal.pig'ma
(infer. piomba) mucchio di fieno in pendio. 16&-6. 'camp ecc. ,
cfr. n. 3, 9, 13, 96, 136.- 188. Ign'g lungo [sic]. 170. Cfr. n. 10
a 111. 195-8. zit ito; stai, malàt, ma cfr. n. 3. 199. TI. Cfr.
n. 13-16, 1(®, e ^giungi: t 'cuQé ro'c le scarpe rotte.
III. Tal di Fassa.
0. Valle di sotto.
Ferra. — 1-3, 8 ecc. portór, 'c'^isaecc., 'carn, 'campane.; ma fra
e e z: 'éèzer cadere; tra j e n'é: bién'ca (allato al m. bifinc) =;
ìnanzi a'-n: arén ragno*. Ma da Vigo*: portér, pussi'r 93, uzér
n. 10, utér ìb., niél *nid[i]àle, [hiér chiaro], allato &gà'calG9 e
'càura ^. 10. àut, àuter, 'càud, fàug, fàuó, 'càuó, 'càuza. —
' Sono limitato a questo solo eaempio, che é per giunta interrogativo; e
dall' eseere il carattere costante, come Tedemmo, nella sezione inferiore dalla
Talle, non oseremo inferire che ei debba avere altrettanto fermo nella sape-
riore. Cfr. 'Faaea' a.
' Una forma siag. boanol, appunto da Fiemme, è in Schn. 124; cfr. il pi.
ladano buanfi, Vh. IST.
' Cfr. 'Flemma' 6, n. 13-16.
* Cfr. nnm.~198. Br,: t Fassegn i Fasaani, bogn cristtegn; RiF.: lermart
cagiuo germano, pi. ierme^n; piovan, pi. piouegn; capelan, -pX. eapeUgn;
gran grande, pi. gregn; Bb.: tentg tanti, fentg fanti; Vn. 104: i senlg. Cfr.
'Piemme' b, n. 13-16. — Da Bb. si aggiunge, per è dall'ó in -dti: fami affa-
mati, stracci (accanto al eing. 'nini *in-ìrato, adirato), cfr. 'Fiemme' 6, e
'Gardena'.
' Devo notare, che per 'Vigo' intendo una serie di voci, dettatemi da uno
Kolare nativo di colb, la quale perà vlen realmente a rappresentare, in ge-
nerala, piuttosto la Valle di sopra che non quella di sotto, a cui Vigo ap-
partiene; Eia che il giovane fosse stato allevato nella parte superiore, sia che
preferisse le più squisite forme dalla valle. Cosi ha le sembianze di allo-fas-
sano l'è costante per *à (cfr. Hall. 131, St'Hw. 25), oppur l'è (da <e) pel dit-
tongo deir^ ecc. Ma Vou per 6 lat. ed ìi lat., non si può escludere dal baaao-
fassano, come parrebbe farsi da Scan. 55.
* 9. Cfr. n. 97.
D,qit,zeabvG00»^lc
350 AhoIì, Saggi ladioi, 1.
18. fcemena. 19. 31. veder, valer; crer 203;- sSra, véna,
céna, {pena), 'éadéna, serén; [tréi], teila, 'óandéila, téida,
feida 'feda ', piéif, soéif sevo. 23. dies, géber *ljéber lepre*,
/^c{sÌG=) tiepido;pe. 24. go *. ZT.piéi; tèrra, pèrder ecc. '■'■
'—32.stéila,méis^. 33.vif acc.;- ruf rivo. 34:. fréid. M.néif.
séit, vèide vedo, néigher, péiver, zenéivr; déit. " 41. ite en-
tro, 42. vérizer, ténzer. 46. óus (Vigo: sóul solo, golóus, de-
sideróus) ' ; colgr ecc. , gra ;• inòm. 62-S. mór, mover móf; coir,
vcet, cele olio, ncBf&gg. e naia., roesa, caga;- (ef;~ fase. Use,
zceg; ancoe;- pcec (n. 68) '. Da Vigo, colla schietta e in Inogo
dell' £b; vel, pel, nef, ef, piéver piéf; fec, tee; ma zaèbia, come
da Ferra. 66. ccessa coscia {Vigo: net notte *), e cfr. n. 118;-
fóa foglia. 69. dur, fum, ecc.; avit ecc. 61. zóuf 67. siéf;
cfr. n. 179. 68*. oril aprile cfr. n. 12»*. 87. 93. vene -vengo,
àme, hàle, ecc.; fàure fabbro, e cfr. n. 118-9. 93-4. jmssàr;
vtàr altare"*. 96. zu, zmg, zaziin zazunàr, zené, zun; me
Majns ". 97. cele y. 'Badia'; fóa, pàa "; hió ('kilj6) qui; cfr.'
E. 181-2, 165, àgua 'àguja aquila, e anche manda, do 'àja '^ —
lOS.orc. 107. \góca],'édca. 111. d(>uc, deiiiwiffr disvolgere".
— 114-117. piazér pias, kiamàr, ^ézia iy\go:- glézia '*); ecc.—
' V. § 2 B Ili 1, e Sludj crìtici II 179-80.
• Alto-fiu». liefier glùmer Si:bn. 53.
* Fa supporre *iiei[d\o 'téoi-g-o; cfr. il n. 232, a t'it. ae-g-o MC, Dm
gr., B. /atolli. Esatto parallelo gli lieoe daU*i>gorduu> centrile (g4,A): ràd-
ute ràntega, rancido -a.
' Vh. 136; rit. ' Cfr. l'ult. n. al nam. II8-9.
* Vn. 117: torchfit grano turco; 138: tfU saiio, cfr. p. 261.
' Bb. mia OS; fanlalin» fiojous (pidocebìoao -i, cfr. num 118), asnariliota
(moccioso; Vn. 139: inarìglous id., HO: inarigle moccio); cfr. tous AWMi
toso -a, Vn. 111.
' Yn. 192: piSoe'l (-Òli) pogginolo; 132: la ccef (chof) de ttram, lutallo
dì paglia; vemmenta 'covone', cfr. p. S62, n. 2;- 140: ewt (Tfltt) vuoto.
• SuLZ.: tua nostri (sg. not; cfr. 'Bormio' ecc.).
" M. Vm. 152; swfor «altare; cfr. 'Moeoa' 10 ecc., e qui il nnia. Ili in n.;-
V«. 156: d-idar Bi[n]tare.
" Cfr. maor maggiora Vn. 137. " Schn. 21: trafàes trif<%lio.
" Vn. US; stadia (stadera), cfr. frinì, stadérie e 'Badia'.
" Bb.: tcàvia aueculta[i)]t; Vn. 141 : tttdr voltare, cfr. num. 93 e 94.
" Br.; Idtia, cfr. 'Moena'.- Vn. 142:p(an/w, clanuo'; 114; ciaf; 131: «"i-
bgU *crib[a]lD (cfr. mil. a-ibbi occ.) crivello.
;vG6o»^lc
S 3. Sezione centrale; B. ili a. Passa: Tfdle di sotto. 351
118-119: Fra i Tecchi: cég-lje occhio, zenég-lje; i giov.: oeje ze~
néje uréjja; vaejàres occhiali ', vojja ('uolja ecc. *) ago, sqréjje
'solicljo, pójje, mùjje; veg-le e véjje '. Per òmbia unghia, cfr.
'LivinalluDgo'. 129. \gumi'r vomere.] 129* {210. 215): aèr, fio-
ra *fiéura, durar *duvrar *; cfr. 68*. 130. vadanàr, véra ".
— 1S7. pi. masc: oéjes Jenéjes pójjes véjjes 118-9, fies figli,
(éves (Vigo éves) 52, ràmes rami, càres carri, rdves, 'cans, denz
(dent+s); ma: 'cavéi, 'cavai, e con Vi involto nell'alterazione
della consonante che gU precedeva: os (*osa-ti), ómen, deigA\ta.,
due tutti*;- indistinti dal aìng. -..chiaf, a/" api;- pi. feto.: sóres
sorelle; 'éàse, ame 181, canMe 118, piume; — 2. pera, sg.: es,
vas; ma: àme, sente ''. 144. doman, Cristian, pah, man, cah;
ieh, sereh; vih, lin; soh io sono, boh, zoh andiamo; [veh ten,
cfr. 192] *. 147. tènder vénder ». 167. ama 180 '". 160- '
166". caf, 'éam, 'óàneva, 'canta ptc, 'capéll, 'cantóh, 'càura,
'camp, 'éaméiza, ecc. [ca/ctin]; vaca, se'ca (m. secc), fórca, es'éa,
mós'ca, car'càr assaggiare (cercare); .sta aega, siala, formia;
'careàr caricare *', mania, doména 169-70. cénder (n. 147),
cer^jdca ghiaccio, cfr. 181 ejottr inghiottire; surtca; mare-,
cuzinàr, vezìn, vénze»; forfes, lars, e'rpes. 173. lati, pét-
' Vk. U9: eceglarts.
* Vm. 114: vogla.
' Aggìui^ la TariazioDÌ fassane. speje ipieje da Schn. 63, la seconda im-
portando anche per l'w. Cfr. 'Gardena' d 28, e 'Piemme' a, n. 31.
* Vm. 139: Son giovane. ' Vn. 158: vardar.
* V. le noto ai num. 1-3 ecc. e 46. Si aggiungcmo da Br.: elarinetg, flautg,
lubiotg, fagotg; matg matti;- da RiF.: méiS mm\, T.n.32;- com eorn, bon
*<wecc.,cfr. C. IH, § 1.
' RiF.: frades (sg. fri), Òraées, Ubrea, fiorts ecc.;- tu dot, las Bai, vds
TDoi, ed A ancora il s nella forme mcaosillabiche; fut. daras laieras ecc. (cioè
dar-tu ecc.); ma: tu taìe, vede, cedei vedeTi, corra, volte Tolevi, — IH. Vh.
148: moiar,
* Bb,: piODong, Xang Gi[oT]anDÌ, Senj, fing, fantoling.
' 150. Bk.: comana, domami, se la 'ntenede, massa ffrana^ Vn. 147: ma-
" 148. Vn. 149: piisar pensare, cfr. p. 193.
" Bb,: tgiampatu; Vn. 147: lf?àr (letgiàr), mftiìcdr mancare; 148: ìam-
pér (i<i- = *sca-), cfr. l'alto-fasB. iela scaia Schn. SO (dova la sibilante appa*
risce sonora, fona pet errore- tipograf.).
" Vn. 141; arpear erpicare; 150: pUar^ 156: tiar ginocare.
;vGoo»^lc
352 AkoU, Saggi ladini, 1.
ten, ecc. 179. àga; can, ca qua,- cerir cercare ('querlre;
Yigo: chiare io cerco, ^ic. ckieri). 181-2. jyo? gallo, dmo'jdraa
gamba; leàtn ', fràa, cfp. nam. 97; làr'ga {larg). 189. ze-
nàje 118, zender (n. 147); lézer, ténzer. 192. len; cfr. atin
num. 3. 203. crer 19, cru/"(n. 60). 211. iSa/'ecc. 229. Eserapj
di V prostetico sono al n. 118-9. 230. autraménterK
b. Vallb di eopBi.
1-8, 'cef, 'cesa, [éga]. 130. «cere, A queste poche voci da me sen-
tite, ora aggiungo dalla foote indicata nell'esordio: 1-3. ehia-
mt'r ecc.;- chief chteves , chiave -i, chier chieres, chiaro -i (e
all'incontro: ^can 'éans, 'éaura 'caures, tu 'gàves cavi);- jwVwr
piacere, tu piezes; tt'zer tacere, (m tezes;- tu veles (inf, m-
ler), tu ves vai; verilees le verità, cittedes le città (sg. veriOi
cilt'i, cfr. 'Gardena'), «/"ape; 'óampena "campeìies^;- 8 ecc. 'ceni.
ckerta chertes; irder; tu erdes;- pienta, pi. pientes. Ma: 'camp
'campes, fiamma, ecc. *. 21. azei >. 63. me'ver.- 66. nett
' Vn. 147: Uar, tiear. ,
' 2S2. V. iln. S3.- V». 156: /i-;- o^r fischiare, cfv. ìtad. siurré e le forme
che avemmo a p. 104.
' Non impedita l'alterazione dalla nasale, come vorrebbe la gtat-
rale analogia, di cui è toccato a p. 318. Cfr. le serie che ora seguono,
e quelle del n. 8 ecc. — Hall.: tnenér, hak'r ecc.; ptc. m. sf-: JKJ-
gid ecc. cfr. 'Gardiina', ma al fera.: troéda (valle infer. trodda];- f&(
padre {infer. pare), mei (inf. mal). Iella tale fem. {ìnf, tallo), e ancbs
pvlénes (inf. putdnes); ma: pan, lontan, doman. — Sobn. 25-C: i»*-
gJier, segra; ecc. Ma dalla nostra Berio appare poco misurata ^agea»-
rica afTermazioae di quest'autore (26): 'Nel fasiaiio invale anche -ii'
per -(ino, verbigrazia Christien, Fassen, Lviereh, Sovereden, e ai-
che il pi. gren [cfr. 'Fassa' a] >^ it. grandi'.
' Hall.: peri, vèrda guarda!, e pur condene {inf. condane] e»-
danno;- oltre la serie speciale: enghie anche, nisndghie nè-anche.
coleng de urées cotanti [di] operaj, ten d'eng tanti [d'] anni, eptj'^'i"
(inf. poster) pastore, che manifestamente ha l'accento sulla prìm
{pdtler). — ScHN. 25: mera marcio, tnelvia malva.
' Hall. : SS. pie-^ (piesh). - 24. jé (inf. jO). - 28. li Hesta. - 31- v'-
porzié (-zhié).- 82. pais.- 88. prum.- 42. cliest, ma al pìurak, M
effetto dell'"-!"; cAi>, cfr. n. 56.- 49. sout solo.
:,Goo»^lc
g 3. S«iione centrale; B. ili b, Fassa: valla di sopra. 353
nettes*.' 61. nous, crousK 137. pi m.: piens, pians, ie-
neg-lies, maestres; tem. piumes , pieves pioggie, mans, pets;-
sec, pars, [ves], 'cantes, mordes, impinises, respones 150; ecc. '. —
160-5 *. 'camin camino, ecc. [cambra -bres] ; sia. 169. cent ecc.
— 181-2. jama,jat; piaa. 189. zelér, zemér, zorman, zome-
;m gemello ". 211. e/' n. 1.
IT. BmIm della GBdera.
a. CiBOOMDABio mTTRHTMomu (Vu. Habdbio; tad. EmoBEBa).
I. Mardo.
1-3. Inf. porte, amé, cozinè, odore adoperare; partlcip. porte,
canté;pès\ 'ce capo; {éga\; ma coll'ti inalterato: 'casa, arra ala,
mal, àie acido. 7. ama. 8. ''cavali, latt, oà'ca, palpa (pal-
ma della mano), ecc.; ma Va alterato nella formota ARt^cons.:
1-S. Circa l'è marebbana, e specialmente circa l'o*^ che ora abbia-
mo dinanzi, confrontata coll'e badiota, due valorosi tcstimoqj riescono
coatraddittoij, m badiamo agli epiteti di aperta e chiusa che nella loro
dèacrìzioni s'incrociano (MiTTESKUTZNEa, Trebo); ma all'incontro gli
stessi autori concordano, almea sulle generali, nell' assegnare alla
marebbana, a difEerenia della badiota, una pronuncia che si accosti
all'd. La qaal concordia sarebbe però in contrasto colla sentenza di
Huji^a 96, che sembra volere qaest'fi, od e come* noi preferiamo di
scrivere, in quella varietà ch'egli pone a fondamento del suo lavoro,
ed e la badiota. A me non è riuscito di registrare alcuna sicura distin-
zione in ordine ai continuatori dell' d che sono considerati in questo
numero. Ma pel nnm. 8, col quale conviene il 27, io sentiva un'ts
marebbana di contro all'è badiota. Hall.: fre frater, orante vo--
luDtaa; Schn. 26: le sai, 'éfra Vaura (Haxl.: 'éeura, bad. 'cara), ^
*caa, f *av ape, re *rav rapa, tle *olav, fga; 52; feur. — Hall.: mal
) Hall.: nos nose, nostro -e, ma al pi. m.: nis, cfr. n. 42.
3 Hall.: M. 'éìA»é;- 97. ià^ {i'g) iWì.- IH. ecc. pgln, t'inphnir,
c'fflamd, glena.
> Hall.: nos (inf. noi).
^ Hall.: clyarettia; peggid, [me tocca}', preér-lo {ìater. predr-to).
" Hall. 160 : 190, linguai, esempio di -ff romanzo in -i, Sohh. 25 :
90O. lere (ralle inf.: lare) ladro, e cosi in altri dial. di questo ripar-
timento; v. ih.
ArahiTio gloUol. iUI., I. ÌS
;vGoo»^lc
354 Ascoli, Saggi ladini, T.
ctsm, ceri, t(eyd, Icerg lerg lérja. 10. alt, cald, cale; n'dter
uà altro. 18. fómenes. 19. 21. ptazéi, avéi , odéÌ 129*. valéi,
sèi sevo, azéi, crei credere, tréì; — sèrra, téra tela, avenna
vena avena, cénna, 'éadSnna, saréng (sic), creda. 22-25. pera
pietra, i^o lepre;- tfiVs, 'c(5&e 'tievi[d]o; mi miele, /i leggere;- no
reus;- heh; ven teni-pe. 21SI. pcerde pisrd, davcert; cerne
V. in n.; ohférr, invém, terra, férr;-piett. 32. sterra; mens.
(ScuH. 2B6 66: wtf, bad. me, malum, mal avv.), sOl fa del de sul far
del giorno; Mitt.: sodesfd, priada (= pregata) preghiera, cfr. prodda,
bad. porvdda, pepe [*pevrada), Schn. 244, e lo sp'oglio badioto. 9. ara
ScaN, 25; cfr. lo spoglio bad. Altra fase (-atra) ci sarebbe traituD-
data in nomi locali, Schn. 33 (36), 46. Né la frequenti forme ìq -i>
-ira: caldira, bandirà, lettira ecc., ScHu. 33-4, sono senz' altro da
reputarsi un'alterazione delle italiane; ma in ogni modo vi avreino a
riconoscere nn *te ridotto ad t, come vediamo ai num. 23-4, 28 e 67,
marebb. e bad. (circa il ca- di caldira, che parrebbe concorrere a per-
suader la provenienza straniera, va considerato: cialdira Bart).
Cfr. anche vira Schn. 30, ital. viera. 19. 21. Hall. : oréÌ 129', podii,
temei, tavii; creje; Mitt.: vei vero. 28. 'njér Schn.61, cfr. W.
Circa il ridursi di 'ié ad i, cfr. i num. 9 e 28. 24. Hall.: chel bel-
-di quel bel Dio;- jou (Mitt.: ju). 28. Scsh. 31, 222: òiesa e bisa,
cfr. bad.; 53: piene pettine, 61: jesta *viesta. Il dittongo è fata
aocora implicito io cèrne 'ciérne cernit, che avemmo nel testo; e,
in ogni modo, va qui posto il quesito, se da té (te io), oppur sem-
plicemente dalla fase dell' e indistinta (V er fr) si abbia a ripetere
lo co dell'iof. comi. A cui si aggiunge, da Vn. mg.: comàdl 'eet-
niculo (cfr. n. 42 e 114 bad.) di acri mi natura, che ba dunque la stessa
radice della voce italiana con cui si traduce, e bene ha il suo corre-
lativo etimologico nell'it. cemecckio come ha veduto lo Scrdcbaedi
(vok. Ili 248), ma non per oiò risale al suo ipotetico 'criniculut (cfr.
l'uso aretino di cemeochio: cernìtojo, e il verbo cemecchiare). In
forme toniche si aggiungerebbe, da piti varietà di questo gruppo,
còrda (ciorda) escremento, cfr. lat. miM-Cfl^ ecc. ; e inoltre orp Vs.
tns., èrpete; questo e quello ancora dinanzi ad un nesso il cui primo
elemento e r. Cfr. il num. 117-19 del livinatese; e anche il bad. prò
■ prèo mar., *prév[ed] prete, cioè: preu pr^' prò, comunque qui si
tratU di una manifesta assimilazione dell' e all'u, per la quale pnA
ancora confrontarsi il num. 22-3 di 'Rocca d'Agordo' ed 'Ampeiio'-
— Per diverso fenomeno è poi o da e in posizione, nei num. 32n e H-
— 88. Hall.: mesa. — 82k. Hall. 115: onter (139: venier) ventre,
;vGoo»^lc
§ 3. Sezione centrale; B. iv a. Bacino della Qadei'a. Val Marnbìo. 355
— 33. Inf. dormi', mori, ni; partic. dormi; oin, /i filo, vi vivo;-
rii rivo. 40. nei, sèi. él. fi figlio; 43. ér^es illae;- posizione
romanza: céjes ciglia; cénder, veri, orédla 118. Forma caratte-
ristica è 'nftWue in-tingere, v. questo num." e il 32n, in nota. —
46. «s; óra; imom, uh iinotn (sic). 50-3. (o, ài o egli tuoIs, so
soror, róda, orni;- buh;-mòr, cór,na novas; zoè'bia;~€i uoTo;-
lù luogo, ^, zH;- da o second.: pfic. 64:-&8. corri, corp, ^r-
)%s, dorm, pòrta portat, mòrta 'm6rd[i]ta morsas; oss, òli, som
sonno (3omnimn?);-ttW;- nett, kSco coccinus, trep troppo, e
cfr. 114 6cc.;^tiing,piifit. 59. fOm, tóm; dUr, mùr;cri(,, des-nA
nado,<if&&' ['auviù] avuto, odtt 129*. 61. iu jugum, cr^, surra.
64. fìtm, fur'ca, sùrd. 67. si saepes; e col dittongo Tenuto in
posizione: cedi caeculua (guercio) 118. 68. òr, gode;- àl'ca
■au[i]ca oca, ck.palsé pausare. 77*. Cfr. 129* e 28 in nota. —
119: tomp; ma: vent.- Schn. 38-9: angont unguento, armont, ardi~
mont, cont, ìont, contont, splonìa (v. s., p. 195). K cfr. il n. 44. Ma
non vanno confusi in queste serie i preziosi esemplari di Bart.: pe~
lunde gravia, tremornnde trepidus, circa ì quali è da vedere il
C. Ili, § 4. 8*. Hall. : fréid. 42. 44. Schn. 21 : arbejes, v. pag. 254.
— Ball. 105: gonza senza, Mitt.: deponzer; ScHN. 39: strànie, e
anche cónder. 46, Schn. 39: romù, inoratili, 41: flu, cu cote-, co-
fiiis; Hall. 132-3: deOituss -tori, lentaziun; nos;- inóm; Mitt,: con-
fatùr, creditùrs, intensiuh;- sora sola, cfr. il masc. nello spoglio
bad. fiS-SS. Hall.: resa;- incó; nost, pi. i nùss. Schn. 28: conéSe,
[-esce) conoscere, ma v. 'Gardena'; 40: fOja s-fJii, bad. foja s-fej. —
SS. jb. 41 : munt, frunt. 69. Hall. : più; Schn. 44 : ùll , madit, 06 : ùre
ubera; Mitt.: se^, un dter, ma: dn uno°taluno-, s5. Lo Scsnel-
LEB,39, ci darebbe inoltre., per o da u: natora, lom, fom, ploma;
il primo dei quali esempj non saprei però accettare, come parmi ohe
faccia lo Schneller, sulla semplice autorità di Hall. 113-, e circa il
secondo ed il terzo, si vegga il nostro numero qui sopra. 68. Scbn.
44: cùrt,piin pugno. 64. Schn. 38: mar. e bad. zùnze (Yn. 156: zoii-
ie) j ungerò, tinie (Vh. ma. bad.: ong unge, ont); 39: allón n. 68-93. —
«. Hali.: ci. 68. M. fralda fraude- Schn. 49; altón; cfr. *S. Mar-
tino' e lo spoglio bad. 76. ScBs.'Sl: pi'ccé, viìia.- 76'. t (y; bad.: e)
' Cfr. 'LitÌDall.', num. 54-6, iu n
;vGoo»^lc
WS Ascoli, Saggi Udini, I.
96. iajùn. Une jejuaare. 111. arra 1, tera, sterra. 114 ecc.
plaìéi, splenza cfr. 102 alto-ang.; [tlcBtné clamare, Campili],
dliiia *gU9Ìa chiesa, dlàéa glacìes; osdl "odo, orédla, zenédl,
piedi; vedi. 129* (210 ecc.). odéi 'vudéi vedere; tidoré 'adavré
cfr.l-3,22,33,B2,59rt.,67. 180. v^a, vére. 137. PI. masc.:
fls figli, ùs uova, i fiés i fegati (ma: lei lepri, oi = *os3<-i, corn,
orni 50 ; i art. pi.) ; fem. les artic, erres 42, fómenes, e sari fem.
anche ó^es 42. 144. -» (e -ng) ni nd ecc. , cfr. II, 1 . 160-4. 'óà-
sa, 'canàpia cànape, và'éa, ecc. — 169. 170. cime 27, ecc.; <o-
rU'éa; axéi; ter*;— 172. lati, lettexx.— 179. »»«'. ISI.jbW;
Iiìn'j^a (m. lung), lerja (m. ler^).
S; La Val.
t9. n. pleeìce'i, avae'i ecc., scbì, crce'je, tréi;- scorra t avce'nnee ecc.,
ttstve'n. B2-fi. leÒ; 'cOu; urti; rie; ben, voen tcen. 27-8. pèrde pèrd,
dax!éri,téra,fir, ctr.lii;- piéte. 9£. Stce'me; mc^is. 40- nce'i, kb'ì.—
42. va'tìze, intce'nze; o^rres, tk^nder^ orce'dla eoo.^ ma accanto ad i:
jnVdl (IH ecc.), cita. M. indm. S2-8. nù noTQS, lÙc fUc ÌHig. —
' 54-8. <onn, Ó*, d^rm, pprfa, cfr. 144; tìrt; noeti, cGóe, trOp. !•• /ìlm,
Iwn, d&T* eco.; mortl&ia. 01- sirce ecc. 89-78. ccnW (imce amare amat,
plcBXC^it vcerrafi valere, CBZie't; Tóada'na, dis'nnas, ata'rrtn ecc.; ma
pfrta 3. pera., dra ala, ecc. 111. varra'i, dra, eco. lU. Il n qui
appare man frequente {miiEfiSe, ptmt 58). Riducesi '-m a -r: ièr
carne, infer, invér, cOr, fur. 160-4. 'èalìidn acc. ^ 190. jal gaU;~
170 e 189, T. 43, e ag^ungi zéndri generi;— 179, hirt.
» et; garden, id. W.Vb.tikre. ». T. lo spoglio bad. 103. Cfr. 28.-
111. oréi 1S9*, MiTT. : amari\ eoe ecc. Un esempio di l dileguato nelli
formota ALT è ai num. 10 e 59. Pel dilegao nelle formole OLO' eec:
t'og, si volge, Mitt., e lo spoglio bad. Dilegno di ~l, che visne a
confonderai con quello di -r (133) : cfr. num. 1-3 e 67, e Sghh. 66. -
114 ecc. Hall.: glina-, vùtla sferza, v. p, 384, n. 3; toredl; Sca».
31 : ^idl , 88 : undla. Circa piedi ecc. , v. 'Livinallungo*. 128. -r dile-
guato (cfr. IH): num. 1-3, 31, 59, (44), e lo spoglio bad. I»'. Hall.
o» voi, oréi volere; cfr. num. 38 e 33n, e lo sp. bad. al num. 2S9. -
144. ad-^m *ad-un, insieme. Hall., 105, cfr. 155; e pur bad., Ib. 139
{in-ad&m), e Vk. ma. 145. Hall.: armes. IftO. Hall.: marena,vi»-
ne', Mitt.: damane, entenneiie intendiate, respon risponde; Scbn. SI:
tfsnne, tpéne.- Cfr. eziandio il n. 157 nello spoglio bad. 18t-fi, braja
braca Sohn. 63, viiia n. 76, prie. 808. V. lo spoglio bad. 804. Vedi
i rifl. di 'acido-' e 'tepido-' in tutU questi spogli. 230. Hall. : /tnal-
menter. 284. Hall.: dert, v. il bad.
;vGoo»^lc
§ 3. Setione centrate; B. it a. Bacino della Qadero. Val Marnbio. 357
3. Campiti.
69-78. tltefii 114, ami ecc., arai ecc., ma: pèrla porUt, l'ita ecc.
4. S. Martino.
[lA. àeborjdcUi t. 'Gardena' n. 234; j(We< volte (p. 108 ecc.), jflrAii;-
dal resto: alxé, xoré •s-volare, ^aré guardare; re, pi. res, rapa. —
19. iavdi "sapere [aie]; ma: urei volere {o, vuole) , jiiu^t "piovere cfr.
'Gardena*. SS. tiese texere. 82. péù. 48- flu flore , ffolùs. 69. plfi.
— 88. dVca, tlald "cl&ud chiodot pi. tlalff; cfr. ^b^. 128*. noiéa
{m. titmió] noTiziSt sposa novella, datala 'cavicla (p. 364 n.), cfir.
n. 3. 187. tàìea tollis [toldis toIliUs]. U2^ òtter essere. liS. vei-
n'a. 229. *àt o v^, egli', cfr. il bad., a *Comelico' 3. n. 41.]
b. ClBOONDAIUO IIBIIIDIONAI.K (VaUX DKLL' AbBÀDIA).
1. Badia a S. Oasaiano.
1-8. porte ecc. 8. Idt, dlàca, vd'ca; ma 'cer, ert, ierd, ecc. —
IO. alt, 'cald, ma: 'catte (e la stessa serie pure a Colfosco); cfr.
n. Ili, 19-21. plazài, avài, odài, varai, sài, azAi; cràje;
trai, cfr. d. 42 e 181;- sàrra, avànna, canna, "cadànna, tara,
créda, saràn. 22-26. li; 'cév; dis; ri; van tan. il-ZS.pér-
1-3. e, pi. ées, ape; Scsm. 25: 'ée ecc., cfr. mar.- [deventàda;
Hall.: m. tie, f. stada; Tk. ms. : ttrada, tomada, ma/tgiada acc.i- i
piVd, irei [treni é cherdd molti sono cbiamati, allato al sg. juité ecc.]
~~ S. [èrma, bérba; Babt.: gaierd.] Cfr. icherx si^uarcio Yh. 190.
— 9- [Savaìd; Bart.: dinft, tara (telajo). Ma: oialdira, stadira
(garden. ttadiOra Ys. 115), forasti; Hall.: ost^.] 10. Pare Babt.
ha ciautsch calx, allato a eialses tibiale, oialdeco. 18.21. Babt.:
temai; ciandara, vana; cfr, brana, lorum, ciA garden, brf'na,
venez. dr^na.-HALL.: orai,podai; fain.- Vii. ms.; ajquma, 28. 3ohk.
31: Pire Piebw;iniV tt9iV(HALL. : innir] 'in-iér, ohe è gai r. in Bakt.,
e vi sì aggiunge intir; cfr, pe, pi. pi!. Hall.;- a anche èira {gar-
den, éiera) ciera, id-, e ligher 'aliégher laetus, Bakt. it. Bart.:
die (Hall.: Jd{, cai bit-di); je- (Hall.: jO jo); [Vm. 188: ri; Vh.
ms. : mi meus, 'l mì]. 26. Mitt.: de faòaih. 27. L'è primaria man-
tenuta dinanzi a nessi che inoomiDciano porr, Hall.: erba, {interna,
terra, eco.. Tu. ms.: terse tei^ere; ma non cosi l'è secondaria, v. i
nnm. 43 e 234. Consimili differenze si potranno avvertire anche in or-
dine all'è fuor di posizione (>:<^, <=*); e la ragione cercarsene nel
dittongo che in fase anteriore si aTesse per l'è primaria, come c*in-
;vGoo»^lc
35S Ascoli, Saggi ladini, I.
de perà, cèrne; piéte. 32. stara; màis, pàis;- 32». ulti-
mamantr; parànt, pi. paran'é; cfr. anna END al n. 150;-
da EN in posiz. romanza: laindr (Babt.: tetndr) tenero, ma
spléinza;~ cfr. n. 42-4. 33. dormi, ni {ma ne, come per devia-
zione morfologica, a Badia; Fistill), ecc. 40. nài,8ài, bàire.
— 42.44. vànze, intànze, lan lignnm, strani; sac; ma:
ééindr, cfr. num. 32n. Inoltre: oràdla, dlles, vàrt;- cdw, ar^
■ dica il livinalege (n, 27-8: viérm ecc., n. 42-4: vart ecc.). Veramente.-
ScHN. 19 adduce àrba, vàrm, nàrf, e qualche altro, attribuendoli,
come pare, a entrambi i territorj (bad. e livinal.); e la distinsioue
tra ì continuatori delle due diverse e ne andrebbe turbata, come del
resto non è strano che per qualche parte avrenga, cessato che sia
il dittongo; cfr, n. 32 e 32n. Ma io sentii, nel livinalese: iérba e
viérm; ed èrba nel badìoto, che manca del riflesso di 'vermìs' (al
yerme dicono rumùn); e di mio non posso addurre se non xarfearvo
di 'Colle S. Lucia'. Intatto nel badìoto anche l'è di ELL: peli Hall.,
e il D. 31. Vedi all'incontro la secondaria, s. n. 42. 28. [Bart. : na
bischa pecus; gnesta {'>n'iesta) vestis muliebris.] Cfr. pal/Sr palo
di ferro, Vn. ms., e anche pris pretiom. Hall. 81. viói num. 229;
SoHN. 31: cortèi, pi. corti; videi, pi. vidi. Così abbiamo, per ell-ti
di pi-, lo stesso esito che avevamo a pag. 18 da ell+j anorganico.
Diverso caso dell'effetto dell'-i, è al n. 42. 82. Bakt.: masa. Hall.:
inéani.- Sin. Bart.: dant, laat leos, s&piant, zant, vant,
[veindres dies Veneris].- Hall. : danl, flnalmantr, sànie sento, van-
ter, man'camant, sentimant, viatimant, commandaman'g pi., arxont,
detobediant (Mitt.: zant; Vn. ms.: ingant ung.); tamp (Mtrr.: tampr);
ctr. prosi avv., e Vn. ms. : ragne il regno. 88. La nota deviaùone
inprftm, e rtì. Hall., cfr. n. 129*. 8*. id.: /rdid. 88*. Bart.: i» 1
vadoa (Hall, id.); Vn. ms.; mdna; Hall.: mada'^meda mar. 'l'-a-
~mida, imita. — 40. Hall.: dait, pi, dai'!?; Vk. ms,: vaiphes^e, cfr. '
'Corvara' e marebb. ju veghe Schm. 39, e il n, 44. 42. Bart.: aoB-
Bant absiathinm, matter da na pert, patsch picea arbor, cia-
mascha; samaja (somiglia).- Hall.: tanta, laitra, inóarc (•-circ-)
'intomo, chat quello (Vk, ms,: carro quella, pi. calles), masia, not
inttass noi stessi, vàsco vescovo, cTiast questo (ma al pi. cAi's 103),
pai, (Vn. ms.: s* adimplaa); 'cavais;- Mitt.: depanh, vanta, impor-
matt; Vn. ms.: massalla.— 44, Hall.: dai^ {don Mitt., cfr. 'Card.'
nnm. 32n, eScoN. 50: bad. m&r. dfin, seìn, bad. lein);~-cainder, Vil-
ma.: mainder. Circa la particolare ragione del primo esempio, dob-
:vGoo»^lc
§ 3. Sezione centrale; B. iv b. B^cìuo delU Qadera. Valle dell'Abbadia. 359
bàja; dove è da considerare, per gli ultimi due esempj, anche il
D. 19-21. 64-6. pòrta, ddvm, òt; adi. 69. dùr ecc.; aivW. —
61. sura. 111. 'n ndier v.'Maréo' 10. 118-9. zonàdl {Baet.:
scho'nadiy, vedl[sic]. 137. Is art. pi. fem. ; ecc. 160. vanne.
biamo rimandare a p. 176-7. 46. [Bart.: ab soIub, allato a na otta
sora; Hall.: iervidu(ù), pi. servit^ui; compaasiuh ecc.] fi2.S6. Bart.:
dea-na (u gallìoam] noTendecim , cfr. Yn. zns.: fazU' fazzuolo; e da
0 secondario, Mitt.: pUre povero, cfr. 'Gardena' ecc.- che' (cao[ci]o)
«lixo; linzea; Te"t vuoto; Hall.: rO»a; oele (mar. aere; Tu. ms.:
iSrre); incitò; noì, pi. nOa, cfr. 'Mar,'; Mitt.: plSja, Hall.: de bona
tSja. 66. [Bart.: eh u nt (ugallic, conto).] 68. Hall.: cwt, cfr. 188;
/"rfinf, "cfr. 64; SO. id. plO, s3, zO. «I. id. lu. 64. [Bart.: sorch
sulcus.] Hall.: f&r forno, cfr. 58, 63. óil, [68. d-aidé'Ys. 156.] —
«8.98. [aldi audire, Vn. ms.: dWa; Mitt.: laide.] «8. [Bart.: piU
pejor.] 97. [dji allinm.] Bart.: foja; v5ja 52-6;- cele ib., e le cor-
rispondenti forme dei dialetti circonvicini e del friulano, non impor-
tano già un esito particolare, od eccezionale, di LJ, ma bensì risal-
gono ad oli[ùJ, cioè a forma che mai non ebbe Ij; cfr. il riflesso di
'CI1D60-' nei garden. (61) e nel friul. , a gli atesai paralleli ital. : olio,
conio, rìmpetto a paglia, vigna. Altro caso analogo è àrde garden,,
Kdrdi friul., ''ordi[it} orzo. 107. [bisa n. 28.] HI. [Bart.: oache
converto fVw. 144: dei-ose dis-volgera),-moa(!be mulgao, dotsch,
vota otta (ot ottes octies, cfr. Hall. 105), Yot fornix; Sohn. 66,
228: eutra coltra, mB.'coUé "cultare, Vn. ms. : scuta auscultat (inf.
jcuÌWHall.), tut {tolto),_VN. 154: s-melié {-melté?) smaltare.- fi,
aurì; Hall.: fé fel, 'campani (i').] US ecc. [Bart.: sadlot; aba-
didU; Vh. ms,; toradl; tlacora chiacchiera, zuntla.} 128. Bart.
dà ancora il •r all'infinito, in sillaba àtona: batter, craiar, a
tanto piti nei sinoopati (v. aum. 129*, in nota); e pure in far, ac-
canto a fa. Anche è in Bart.: frer. Cfr. n. 1-3,42, 46; e in ispe-
cie è notevole: so *sór[or], pi. sortì*, Hall. 101. Col -ri sojur su-
dore ib. 121. 129*. [Bart.: mo're (muovere), pour-meure (pro-
-maovere), vire,] Cfr. n. 229, ordùm "verdume, itterizia, Vn. ms.,
e ne gorello Vn. 129, cfr, n. 33, La piti singolare contrazioDe è quella
per cui si viene a do = davó basso-engad., in-davó livinal. Hall. 159,
dietro; Jocohà vuol dire: o«AVORSO, cfr. num. 126' grig. e il n. 150
garden. 180. [Bart.: vera.] 182. d'sorora (di-s opra-fuori) in abon-
danza. Hall. 140, allato a fora ib. 187. Vn. ms.: riis arres, lott. 'reo
elleno', male femine. [142', Hall.: ester.] [145*: deg-Un nac-unns.] '
— 160. spane, vanne; [U'neS undici, chi'nes, s'aacdhe]; Hall.:
;vGoo»^lc
360 Asedi, Saggi Udini, t.
cfp. nnm. 32«. 169. sortéa. 181. hraja 'brega, asse, t. C. V,
con aj da ej lad., cfp. n. 42. 208. sujé *8u[d]é.
marana; Mitt.; iniannaite; Vn. 149: imbani pandore (garden, 'npài-
der)\ [Vn. ma,: tponna, tper/fjme perfnndere, sdaoiaare]. iDBieme ti
qui osservato l'esito di -ND e -NT: mon mondo Yx. nu. ; corrah
correndo Hall. 140-, con quando, co-tah, doni e don dinanzi, id. —
161. [fan, ran; ttran mar. SoHN. 71; gli aitimi dae esemplari spet-
tano etimologioamente al num. 156.] 1(7. [trami-dui tramendne,
Vm. ms.: a 'ntrami.'] 148-5. [Bart.: siara secale, sfriè frico, ie-
smentiè; Tn. ms.: toffoja.l 187. [Bart.: amice amicas, e amie;
. pur nelle mie note.] 1€S, [mdne; Hall.: storne, mède.'] 179. [Bast.:
pour-ci cor, "porSi (-tgi) Hall., 'è(i]odi perchè^, cio6: che-rool-
-dipo»] 182. tBABT.:liè.] 188. da Itmc Hall. 103, 130. IKO. [Baet.;
Tafna.] 197. Yn. ms.: ptc. invié invitato, che qni si nota pel dile-
gno del t della penultima (garden, invida Yn. 193). SOO. [Ure ecc.;
ma: ladre latrare Yn. 141 (Schh. 46: laidrii.'\ SOS. [Bart.: miola;
rei» ScHH. 50; ri ridere Yn. 151.] 211. [Bart.: nen; Hall.: I».]— I
S26^. zaccai Yn. mS. •'zaceh^i garden-, alcuno, cfr. pag. 48, n. S.— '
287. Yn. 141: artoré risnolare. 229. [vérde Ardere, Yn. ms.: vai
= vale Hall. 143, al'quid. Molto osservabili sono vigni vigne — omne-
ogni (Hall. 133, anche marebb.; Mitt. 29), e viéél vici, uccello -i
(Hall. 113, Yn. ms., e gr. 157: tenne a vici}. Deve considerarsi ateno
pur l'd di ómne-, cioè giudicareì alterato a voce proclitica [vigni-dt
ogni-dì; cfr. Bart.: vign-iìgn, s. 'unusquisqne'); quindi: *v-eg>à-di
'v-eéél; e finalmente l'&tona in t, per la palatina o palatile attigiia.
Circa la qualità di voce enclitica, propria ai continuatori ^ *omne-*i
si possono opportunamente citare il garden, uni (untln ecc.), che ri-
viene al num. 85 di quel ripartimento, e 1 bellnn. ano e no. - Poi è
da notare la prostesi non salda, ma solo accidentale; Yn. me.: ti
v-ai In essi (ci), -che v-arret -che elleno (cfr.: e oates e vostre, allato
a con vostet; toltele ia toglietelo via [ammazzatelo], tut via tollo
via). 284. Babt.: dart (allato ad & magn deirta dextrorsum),
cfr. 'Mar.', e pure questo esempio di metatesi si dovr& forse ripetere
da congiunture in cui il vocabolo fosse proclitico (cfr. livinaL: dàrt
beli molto hello, Schh. 233, e C. Ili, § 1: comparativi);- bouDJ
(bruciare); Yn. ms.: p^rjè pregare; Hall.: porvi, cfr. imjjortnaft
n. 42, il num. 124 soprasilv. e il C. IH, § 3. 28B. Qui Ta rioordato:
da eiga irrigo, di Bart. {allato ad ega aqua); e forse anche lot'V''
Hall. 121 (Sohn. 50: letica) lingua, cfr. n. 44.
>vGoo»^lc
9 3. Seziona centrale; B. ir b. Baeifio datte Oaden. Valla dall' Abbatta. XI
2. Colfo«co.
1-S, amé eoe., pUh •piacere; ma sì. il. crai; tà'rra, aDd'ntu, éd'ntuty
raddttna. 28^ H/e; SoS. 28. pirft K. ìtd'lla. M. ri owa ecc.;- ri!.—
44 (4S). vdinxe, intdinSf (cfr. ìpldtnSa) , 6dtnder, (orddla). fi^-S. mùr, ttS;
a uà; /Ce, (tic;- può;- ia'hia.— 66. ctJ^;- Btdl. Vi. [étdt]. W. dur. —
m. *n Àl«r 17». cri.
3. Corrara.
1-S. Infili. blaStmé, 'éaré, coé a. 61, stimié soiQsiare, vadane , raSoné,
avanx^; ptop.: Ite;- tire 't fte; verité, tonile ; alte -■ta.n,g9rmél grem-
biale; éa n. 72, /'^ie faccio, pére pad», lére; ma: dra aja. Strada, a
tiabet, da datus. 7. dme (io amo) 6. fiaó flaccidus, ardn, pi^ja,
Irai, pldza, [tdbda sabato, cfr. garden. 219J; ma vérde 'Ardere. —
10. fali falsas. 17. ftdma. Vè-Vl. Cfr. 40. Mn. tónte tans, senljo
-tia. 40. diiip' (=*dait-i), vaiffJie video; ma tra labiali: p6ver ['póver
'pever, vedi 'Gardena') pipar, cfr. fUmenes 'Maréo' 18, ecc. tì. arps '
irpic»-, cfr. 32 n. 48. aaurón sabulone-; e quasi da u secondario: ler-
ridù', zojadù', oltre dùff (ocZut-f-t) tutti. 52. aste. 64-41. faja;- cfi'ssa
coxa. SO.pliima, bùrt (*brut brutto; dal lat. òrilt(^, come ha il Diez,
ed « confermato daH'fì ladino), d'tffù di sicuro*, fùm fune, cfr. 'Val di
Non ecc.'; sapli', odù' (red.), e in quest'analogia pure vdù'. 41. far
eòa, eoe (far covo, covare), ìòn javeni;. «4. la wm;- gótta, otp,
torifn rotundus; cfr. 111. 72. pldmes, éea *avas, cfr. 1-3 bad. —
SI. M. féìe 1-3, di'le, dme; ìére 1-3. K. iùin. 111. cùtra coltre. —
IS»» (210.216). Cfr. 72; cwi "cuvrir; «cri scrivo, pali' *aequalivo. —
187, 03, vas, ami amaa; otn» (sg. omcCf madri; cfr. num. 32n, e 72.
— 154 (cfr. 'Badia'), cttràn, Strah. 1!9. ca qua. SiOS. ri rido.
V. VàUe ieUa fiarileaa.
1-3. Va è ioalterato nel ptcp. m. sg.: 'éantd, purtà, ecc., che
è quanto dire in -àt ài fase anteriore; cfr. insta astate, ecc. *.
Del rimanente, passa in e. Cosi neìV-àre dell'infinito; e qai,
all'infuori de' casi speciali di cui aiamo per toccare, qualche na-
' tanfi gra Vk. 171, cfr. pag. 97 n- L'd canserrato anche in itdta ttdtts
Vh.79, cbe ò noteToIe anche per la tenue (Hall. 107; slatta); ma del rima-
nente: ométta amidet Vs.B2,Ìapéda chiappala Hill. 155; ecc.- Plur. masc..
perdttttf'i Vn. 194, amnutlfi ìb. 102, amf'i, ib, 82; e co»! prf'i mertf'i ecc_
ih. 6], allato ai sg. pra tturSd ecc.- Plur. di temi in *-tat: mrité-i-et fau-
Jiié'i..et intti-i-et RiP., allato ai sg. furiid fauxild ecc. E ancora si noti l' a
"«Ha corrìapondenza di -<^'r lat..al n. 87, e di dj'r romanzo al n. 171.
;vGoo»^lc
3^ Ascoli, Saggi ladini, L
tÌTo mi faceva sentire an'« chiusa, come nei rispettivi esempj
la riproduco , laddove costantemente io vi sentiva un* e beae
aperta se preceduta da i o daj, e pure, di solito, se preceduta
da 'e 0 ds e. Ed ecco ora la mia serie: amé, llamé 117, hleite-
mé, adruvé '-uvré, br^vé abbeverare, gazunéOQ, amé,pauisé
(peussé) 93, auzé \0;pese', 'éante', reste', purte', salude';- ma:
arpie' erpicare, sfadie', sfumié, sfrie', runi^ (runtte") 'rumicare
ruminare (cfr. mil. runtegà, ecc.), 'cari^, risié, pUe', fnaj§\A6,
pajef, gàie', taje', sunie' {sumié) somniare;- se'ce', stanc^;-
cer'óé 'cercare' col signif. di 'assaggiare'. Questa differenza dei
due diversi esiti AslV-à fuor di posizione (e, e), seconda il suono
che gli preceda, non mancherà pur nelle residue serie a cui ora
passiamo * : rer, lers larice, 'cer, 'cg'rja carica n. 165; èia, séta
scala, mei, [kéles; mèi Majus]; ile n. 117, "ce caput; nes, c^sa;
ézé acido, pes; speda, cantéda, jéde n. 160-5; \égay, pére,
frédes fratres (aing. fra *frat, v. sopra), 'ce'ura, féver; ecc^
Cfr. num. 8.
&. 6. san, 'cah, pan, man, lana; — 7. fam, ama, ecc.
8. ^al gallo, 'cavai (pi. 'cavai a 'cavéi^), dlàca cfr. a. 121 e
p. ICl n. 2; sóbla scapula, caz cazza (mestola); ecc. Ma sì ha
' Un'indagine piti ampia e più sicura cba a me non fosse dato d'istìtnin.
potrà poi misurare per quanta porte delle serie la differeni'^ ancora sì svT«rl£.
A prima vista può parerà intanto strano, che l'è rimanga più ap«rts dote
preceduta da suono palatino (cfr. p. 148-9)j ma verameuts sì dovrà stabilire.
che la due diverse e non avessero uno sviluppo al&tto simultanao. Piti aotiu
sarà l'esplicazione de! fenomeno di Ea ja in ceje; il quale era poi comersf-
gìunto dalla geeeraie determinazione di fi in s. Dei due fenomeni, non Ted«-
vamo ia Sotloselva m dou il primo. — Il Vun non ha avvertito compiuti-
mente, massime per gl'infiniti, la didbreoza di cui tocchiamo; e dova purs si
ìè. a notarla, il fa in un modo, che le mie sperianze mi costringono a rifiutare.
Egli scrive, p. e.,p<yi; cioA vi adopera qnell'e che risponde all'p della nostra
trascriiione; cfr. n. 19 ecc.
* Es. di voce ted.: oéla vrahl, scelta, ib. 161, 174. Ma non saprei aeeogiìer<!
sotto questo numero: riia {= ital. ragia *rasia) pece Vn. ISS, o il ainonÌDio
alto-eogad. nsclui Car., come farebbe Steno. SO; e li dichiarerei pinttosto
da *rrti/a, secondo il num. 101.
• Nel tipo iaoM (-fi), il solo ammesso da V». 66 (cfr. Hau,. 1 13), fiisM
ad -ali che più non si distingue da -él (v. num. 97); e ivi si aggiuogono: ?f ■
galli, bf'i balli; cfr. cvrfi coralli ib. 119. Ma pAiVf giallo, ib. 137, si rappit»
direttamente al ted. gelb.
;vGoo»^lc
§ 3. Ssiione centrale; B. v. Valle della OardetM. 363
Ve nella forinola AR+cons.; e pur qui incontreremo l'è aperta
io esempio in cai segue a palatina (cfr. 1-3, ma pare il 28).
Quindi: eri, terd, vérder n. 229, lerg lérga, ecc. «; ma: 'c§rn.
Si aggiunge Ve nella formola kh^làb.: pelma e pélpa, la pal-
ma (mar. ecc.: palpa); e ancora vele al'quid, n. 229.
9. Cfr. n. 99». — IO. àut, àuter,- 'càud\ fàus, fàué, càué,
'càusa; 'caucàn.
13-17. stanga; caucàn, pi. -ani [aie], [mànja manica] ;j(5 cdnte,
piànta, grand; sant; ann; camp, fiamma.
[18. fénnes femine]. 19. 31 *. avei, plaze'i, vayi, ud^i
vìdere*; s^ira, ce'ira; te'ìla; ve'ina, àe'ina, codeina, sere'in;
tre'i; séida, mune'ida, aze'i; se'if sevo ; - ma: plen, fen; me, te ^.
22. 33. Il dittongo dell'e (iV) ricorre con particolar frequenza:
mie7, lie'zer, dici, tiebè, jieura, lie'vr (e pur lievr, pi. lie-
vri);- pe, pi. piés.- Dittongo d'e second.; vie're {-ra) vetro,
col signif. di 'finestra'''.
' Vn. 109: òériai 134: Bérbta Barbara; (fó: di-vird Dio guardi, 17: mft~
tereérda (mattar guardia) stare attenti; 112: bastérdi 137: gherd {t. à'^cc:
gardùc) gagliardo, fase, gaiàrt;- 195: se sélve si ealvi, 198; pélpa palpat;-
RiF.: 'l serti sarc'Io-.
' 9. Vk. 129: "iatiéia calcara; RiF.: mania, pi. manéies;- mulini, pi. mu-
liniies; Hall. 142: aurijes operaj (cfr. ag. aitrf n. 75-81); Vn. 133; sU\ ecc.
Son degni di nota: din?'i e tautei (Hìll. 117, 127; Vn. 163, 199, 173, 118),
cbe oggi pajoD limitati alla funzione plurale, quaai fossero da sing. in -al,
ma probabilmente conservano l'-i del tema, imarrito dagli altri esempj. An-
cora si abbia: coiwftf «rtfo di, quando spunta {*s-claira, t. p. 275) il di, Mur.
' RiF.: fàuda, e il verbo che ne deriva: favdi; cfr. smawté Vn. 154.
' Il primo elemento del dittongo dall'i e dell'I non ha sempre il medesimo
EDono pnrs in bocca del medesimo individuo; e la esatta sua trascrizione é
assai malagevole. Ma lasciando le minime difièrenze, D0ter4, come in qualche
esso ai rasenti, o ai raggiunga a dirittura, l'a che incontravamo nel badioto. -
CmI a me accadde di sentire: cr^er (Vun: crf'j'w) credere, o pà'tr allato a
Pfir, pirom, tra individui di una stessa famiglia.
' twin etira (cfr. n. 154) Hall., cfr. ttop'iro ecc. Vn. 94, 170. Eur qui à
passato oeir analogia deUa seconda conjugazìane anche plvfi V». 150, cfr.
'S. MarL'— 21' (v. p. 15): paréi Hall. 127, ^;iar<ii bad. ib.
' AI fem. plf'ina Vn. 198. Senza dittongo, all'uscita, pur crp credit Mua.,
cfr. la prima nota a qnesto numero. Con -in = *-ètn': ruSin num 70*.
' Ma pur tra i diversi esemplari dal dittongo della primaria, qui s'inco-
miacia a sospettare qualche dìangnaglianza di età. Antico é aicuramente ìl
ilitL di in-jir Rlf., in-jirn Vn. 106 (cfr. <LivÌDaUnngo' 28), jeri, a di sifret
D,qit,zeabvG00»^lc
364 Ascoli, Saggi ladini, I.
24. ^'6; die', mie', [tt^]; riè*.
26. beh'; ven, teh.
37. 38. A1}on(Ia pure il dittongo AeWe in pos. (efr. n. 23-3):
e suona ig dinanai a r: pi^rder pi§rd, ie'rm Terme, i^rba,
tiéra, fi^r, infiérn, invie'm, [cie'rc cieco (guercio), vig'ra
guerra], ecc.; ma iV (l'e) negli altri casi: siés {sies) sex, Hé-
ser, pie't, lie't (lièi), pie'ne pecten (le' ridotto ad t f. d'acc.:
pine pettinare, Vn. 150); spiedi specchio 118;- bi^sa 107, Con
Tocale scempia: vedlll9; e cfr. i num. 31, 327», 150-1 ».
82. mehs (pi. me'i5), me'isa*;- ste'ila^.
33. 35. vih, fin, uh% vicino, farina, prim, fll, vif, seri «cri-
vere; ecc.;- durmi infln. e ptc, uni venire, teni, senU;- ni/
riTo. 84. fre'id.
36. dt';- 38. tema;- H).pe'ir,p^il, m^ina, ite'if, se'il^; dfit.
siero ib. 121, e pur à'intif'r (-5r) ib. 137. Ajieora ho: trif'va {-^) Vk. 183,
~= triegua, efr. p. 170 d. 3. E con i f. d'ftce. per Vie io scc: nàU smelsre
Vn. 148, efr. aiui iiapare'(n 67] ib. 154.
. ' Quectft proDnneia ho io Matita, ma trovo scritto Bnehe rif. E iaorì
d'acc: la-ridd rifdd, cattiTeiia, Vh. 161,183.
■ E pure Vn-, cori 'l 6fn6S,165, coma in/i &fn%; ma Hill.: 'l frnnllS,
biitu 141, e ancbe: neiit 142. Per ùmili et di Hall., v. ancora il nàm. 3S«.
' Ancora col dittongo; viert prepoBÌi. Vn. 77, efr. ni-ei«r (ituù) eoe ib. ISS,
nei quali composti si santo l'influsBO dei ted. 'aaf-TBrta' eco.; mif'é, di ni
T. il n. 97; priéi prezxo Hall. 127, Vn. 1T7, efr. n. 28* alto-eugad. Airensio
dunque il dittongo nelle formolo BR + con*., EX, ECT, BCL, ESTJ, EU,
BTJ. - Senza dittongo, cioi con f (i) od o del Vian (efr. &. 31 « 42), il qimlc
nel dittongo ha generalcoento id pel nostro if, si notino ancora: t^'fa asci
Vm. 57, to da-mdx tor di metta ib. 169, vSaUr auere, [bastia ib. ISÈ], fótta
ib.l07, sòtt ib. 75. SI (efr. SS in □.). Vn. «5: uédll, Mddtt (HalL 142^: m-
dól), anÒU, curtSll, mantoll wx. (etr.llS: icwdòlla; Ra.: pvrtàlla, taH-
ftilla eatenelIiL); eoi il IUf. assegna il piar, in -ifi (*idl-j; efr. il friaL a
'Piemme' a): viifi, mantici ecc. , e cosi bifi; efr. Hall. 1 13 : uHl viiSi. No-
terole 4 il plurale del moDosillabico pBU pelle: pàoei Vn. 66,206; la qui
forma si dichiara dal nnm. Ut: *ptl'* *p4utt *pfHt, ondejtpt-e* sulTsnslo-
gia generale dei plorali in ->.
"* lalt imprfiu latte rappreso Vn. 121.- L'i qui pure nell'esito di 'pagtow':
pa-v~iia.232.
' dSn. AI -metiUr delle altre fonti (nnm. 230), Haller rispand» per fMf-
mtintr 105; e cosi ha: seimpr ib., e dall' s secondaria: t«ima (Vn.; nfMa)ib-<
a tacer di dtittg 142, ohe é va esempio da non confondersi con gli altri. Cfr.
il D. SS in nota, e il 44 nel testo.
■ éf'if (bad. cei Sehn. 50) cibo Vn. 1 19; VfUe veggo ib. 86, tifiduÀ v«dc(ii
RiF. {cfr. Vn. 196); - póoer Rif. , cfr. 'Corvara', Sn^cer Vn. 1^ Mb bibe Mcb-
;vGoo»^lc
S 3. Sezione centrale; B. f. Valle della Qardeiia. 365
41. éink; ite ìntus • ; — 42. 'éavél, verd, érpea, é^nder, d«-
me'nja, teh, stre'nzer, 'nt^nzer, ve'ncer,pes, bcc.^; cfr. 118; —
14. Qui spetta 0 riflesso di 'Illa illae': (fila e'iles, allato al masc.
el{el).
46. sabl^, pgm; e il riflesso di 'nomen' passa all'aDalogia
del n. 52-3. Ma dayanti ad altra consonante clie qod sia nasale,
il costante riflesso àéW'ó lat. suona e'u ': e'ura, eur orlo e cima,
léur il lavoro, figura fiore, tniéur, sinfur, s^ul solo, ne'us,
guléus, invidiétts, che'ut cote;- us voce, cfr. n. 129^.
50. g'ra ded^'ra n. 132, sor, mor\ boh; bo (pi. bitea n. 52).
51. Par qui , nella continaazione di 'tono-*, la base u, e quindi
l'e'u dei nnm. 61 e 46; Rif.: 'l tenne il tuono, 'l te'una tuona.
53-3. n dittongo è frequente, .e il suo accento oscilla di con-
tinuo {uè ùe): uél (àSiy vuole, duéle duole, linzuél, citer, mué-'
ver, vtémes hominas, muéver, nuéf{n&èf, pi. nùève8),uét vuoto,
Cìiéga*;- lùèc, fUèc, xùèg;- iief {uéf; pi. ue'ves ùéves), n&Sm
' [RiV.: Minta.]
' masolla V». 109, allato a tmell 65; crosta;- chfst, pi. fhis, ib. 72-3;-
lètiga ib. 109, v^nta vinta ib. 198, ìf'mpl BCempio ib. 139;- [fartéS parti-
Ke ib. 192, amunft, *f jWtif/, Mnx., ofr. Ili, 3]; maruf'ja Rv. (-cga Va.) ,
marsTiglta.
* Quindi l'ùiTerao di oiA che incóntraTamo iu Sottoaelva (Tamliaeca, Mun-
togoa). doTe il rifieeko dittongato era davanti a nasale. — Quanto A poi alla
Matta datarminacione del dittonge gardene«e, non poaao bene intendere ctmia
avvenga che il Viàh lo trascrìva quasi sempre per ou, laddove io altro non
•OM mai rinacito a aentlre m non f'tt (éu)\ ed étt ritrovo co«taot«nient« pur
Balle note del Rifxsbeb. Analoga osservazione si dovrà ripetere pei nnm. 61
«65,51,57,58, 111, e confrontare il 75-81. Vero é bensì che sempre si risale
ad OM dì faae anteriore e che Halleb scrive anch'egli: amour 113, louf 121,
bniKllQ; tnlowrlOS, ioué libi ma vero 6 ancora, che dopo aver dichiarato
che Hiratti di no ou alla portogheso (OS), il medesimo autore ci dà ben di fre-
qnsntorw*: ti ffntur UO, n5, oneur crtatwr U3, tutu nos 105; crewcfcUS.
V. anche Schn. 55. Ancora; àardff'us Rif., al rovescio [di ritroso); cfr. 'Co-
melico' 3. nnm. 46. 47. V. U W.
' Ancora: p^uét n. 99, teJruél *oase^o formaggio V». 121; uéU olio, cfr.
■Bad.' a. 97; timél modo Vm. 161, 168, 194,200; euéler ib. 91. In ordina aU' ac-
cento, si possono ancora addurre, per quatto numero e pel 56: titm, reapùend,
MiTT. 26. Pare d'altronda, a prima vista, di aver qualche esempio di 5 gar-
dsD. per IM di «-dio; Rif.: (uftioio'l, piccolo fenile, Vn. 105: 'i rt»/ó'( (rw/.),
rugiada, 44: TUu^L, Pradó'l, nomi locali. Ma A da considerare che gli stasai
sntorì traacrìvono per -5U 1 riflesai garden, delle basi -tf/f ed -Ut (a. 31 e 42),
:vGoo»^lc
366 AbcoIì, Saggi l&dini, I.
nuém inùèm, cfr. n, 46 e l'esordio;- triiep;- zue'bia;- pl&éja
{pluéja);- pùéc, pùere, cfr. n. 68.
54. Rimane intatto Vo di pos., come già avverti lo Stenqbl,
dinanzi a l, r, s: egli, [àia]; fòrfes, corda, ò'rde v. n. 97 bad.,
dorm, pòrta, mort, mòrsa morso aost,, to'rzer; nasi vosi (pi.
m. nos vos Vn. 71-2); os (pi. os) ', 'MoUis' però ci dà il dit-
tongo in una delle sue continuazioni: muéle, dilicato, allato t
moli, bagnato, Vn. 138; cfr. nel friulano, con inversa applica-
zione dei due continuatori: muéll madido, moli doscìo.
66. Va ripetuto dò che premettemmo al n. 52-3: siien stién,
scUender scuénder, resptténder, frùént, pùént, tuésse tossico,
cuéssa, cuécun coccinus, ouét{c{e. l'inf. cuézer Vk. 143), nuét,
ùe'dl 118; fUéja Rif. ^; e col continuatore semplidcato: te'nder
tendere ■.
hi. RiF.i des-fuzer dis-volgere, teut tolto, cfr. n. Ili ♦.
59. 60. mul, fìtm, piuma, un ", ^azitn 96, luna, mur, scur,
piti, des-nUt nudo; avU, temit; cruf.Ma.
61 (cfr. num. 46 in n.). ze'ttn juvenis, le'uf, cre'us; ze'uf;
s^ura supra ^.
e che quasi' -òli può aasai facilmente riducsi ad -ài, con)*4 in 'Cancól (Cui<
cello), ancora tra i nomi locali, Vk. ib. Un veit) riflesao di -ola é airiacoo-
ti'o Piiuéla ib. Piuttosto riconosceremmo ò garden. := *ó second. in nSsia
(nessa *néùssa) svenimento (Vn. 58 ; uebelbait , Rir. : dbnoiacht ; cfr- ìinl da
nòia STenireVs. 170), •nópja-nausaa, ebe ricorda l'a^att grig. naiw noi,
malo, cattivo, la ragioa morfologica del quale non A perO beo chiarita. Cfr.
ScBH. 40, Steno. 61, a il num. 56, nel testo ed in nota, al qoala Teramame
spetterebbe un tale esempio.
' Io altre formole: mont Vn. 105, oK ib. 75.
* véi yoglio, Dti^ja la voglia, Rif.; [fntru/t ib.; Hall. 133; incuoi; Vn. 93:
fncoi]; tramuéìa tramoggia Vn. 187. Il fenio. dì cuééùn: cuééfia Vm.70,164,
ma nel seconda luogo è in una fì-ase (er me non chiar»; f« la roéa iWcm,
andarsene ex abrupto dal sarTiiio.
' Ancora: cunf'i conosca MuH-, cfr, il marebb., ma insieme l'-f/ {= iU 'itti]
al num. 4S in n., e Tedi finalmente il num. 5S, pure in n- È un esemplii«> 1*
cui diffusione ne rende incerta la ragion fonetica; ctr. 'Colle di S. Lucìa', *
pur nell' agordino entrale {§ i, a): cognésse conoscere a conoMo. In no m|-
gio livinalese, coli' a per e di fase anteriore, come a quel dialetto ai coarien»:
al eognasi egli conosce.
' 68. Rif.: inif'ur; t^'wia, v. pag. 133, n. 3.
' S' avrebbe un dinanzi a consonante, un dinanzi a vocale, Vk. 54 (faui- m).
• RtF.: chfune cuneo. 63. tut Vn. 139, /!«( ib. 64.
;vGoo»^lc
I
S 3. Seziono centrale; B. v. Valle della Gardena. 367
64. g'nìier, mg'sa musca, sqU, bg'ca; ecc.
65 (cfr. num. 46 in n.). VR + cons.: fe'ur furnus, b^ursa,
se'urd, fe'ur'óa, te'urbla [sic; v. la nota] 'turbala; VL + con$.:
de'uc, me'uzer, che'utra calcitra, cfr. 67 e 111 *.
61. p^ina (oe); ciel siV/*(ae)s- 68. RiP.: làuda, pàusa,
ViK. 82: àud audit, 177: óusses hai licenza, osi, il cui doppio s
(ìnf. ausse'i) accenna alla fase 'aulsà, cfr. friul. olsà = ausà.
Ancora si ricordino àu'ca, tlàut {ìli), e il d. 93, sempre con-
siderandosi che l'àu si vede in quegli esemplari ne'qnali a lui
succede tal consonante che favorisca lo sviluppo au aul, in
correlazione col num. 10 (cfr. p, 157).- Ma all'incontro: Qr, cui
si vengono ad aggiungere gli esempj di alterazione terziaria,
addotti al n. 52-3.
70. tublà, cfr. p. -58 n.";" 70*. ruzìn d'uà, racemue, Vn. e
RiF.; rusné parlare, cioè 'ragionare', fass, rózonàr, bad. ro-
zoné, Vn. 152, cfr. soprasilv. rttschieni pag. 30 n, e 38a. >. —
87.93. Esempio sporadico di -e da '-a fuori d'acc, pu6 parere
js'de 160-5, ma veramente non si tratta sa non di genere mu-
tato (Vn. 197: 'njède, cfr. ib. 76, 199), e quindi di vocale epi-
tetica, indistinta (e àtoua), che in ispecie ricorda te'une tuono,
cui si aggiungano: ée'ire Hip., il cero, avare ib. (cfr. gobe gib-
bosus, nel gloss. bad. del Bart.). Del rimanente, per l'-o in dile-
guo nella prima del verbo ed in '-tro: àmef lére ladro, vie'-
»'e23 (cfr. MuR.: vadàgne sost., cumpàgne id.). 75, 81. ^alùn
num. 96, trafuèies trifoglio Rif. , ecc. *. 77. 83. uasta vescica
' Vn. e RiF. hanno il maac. tfutdl (tourdl) , e questa collo di deve eésere la
vera forma gardaneae; dftlla quale riBaliamo normalmente, per dl = *gl (n. 1 18,
121), a •targulo (tur[g]volo) ecc. di Tarj dialetti veneti, che incontriamo nel
paragr. 4. luollre, Rir : ihsfut insulBO, TOf'vtra (*mulctra) truogolo. Ma
córrer con Vct. 91, e scòta taci' (ascolta]) V». 96, scota 3W ascolta ib. 1%,
•ÌUfo alrinf, scvié ib. 153, cfr. HaL. 125,
- chifT quaere Mur. E con l'esito deira« latino, viene a ragguagliarsi quello
dell'ai tadeeco di 'miiinen' (meìnen) opinare, e 'smdiheln' (echmeicheln) ada~
larerjp tnif'nf Vn. 95,200, infln. mine ib. 148 (cfr. aivé num. 23 in nota); un
imieler un adulatore Mub., iufin. smilé Vn. 154.
' Per questo numero, come pel 77-82 e per l'85, cfr. Scbn. 42-3, Schuch.
Itw. 30, MuBB. Mitacbr. f. d. Ósterr. gymn. 1870, p. 290.
' Allatto al fenomeno di *e itona in a, ai dichiara aisai semplicemente
insilo di *óu àtoDo in au, poichd gi& avemmo a i-ìconoscere (t. in ispecie il
;vGoo»^lc
368 AecoU, Saggi Uaìnl, I.
Vn. 189, udéi 19, «ii'n, uni 33, cfr. 129»;- fìtjd fegato; zum-
ìtlin RiF., gemello *. 85. dule'i; muri durmi purté [in acc. :
duél; mor dorm pòrta); cfr. n. 137, e Rip.: gudòn guddis, go-
diamo ecc., allato a gode gódes, godo ecc. Inoltre: euìruvé 1-3,
sumié ih., furmia 165, suriéa 169; e v. U o. 229 bad. ".
93. paussé (peussé), e da Rip.: leudé, sguté. 1
96. zónzer, i«; gazim >. 99. ^a, pi. éies *. 103. splénga.— '
nam. 46 in n.) coma ogni *<!w, qn&l pur sìa la sua proTBiii«Dza, qui n rìdaci
ad f'w. CmI, accanto a òfuga, é boko, del num. Iti, arremo rìnflu. bmaé
[-gè) Vtf. 141; e accanto a tf futa n volta, o de f'uta dar volta. Hip.. I'ìd-
flu. ouM Vh. 141. iDdiTenafitrnioIa: 7 tp'tma (n.Sl), coH'inflD. toWMtf Vh. 157.
E M accanto a If'wr (a. 215), che avrà la analoghe voci aal praaeuta d«l varìw,
ci occorre l'infin. laure Vh. 147, più à probabile che queato rìaalga a Ifuri
cha ora a lao'ri. Finalmente, aurf opai-ajo Vh. Ili, preiDppono f ur« op«ro,
ad-f'ur» ecc. Di qneata giiiaa, mentre il limpido du tende a turbarsi, fbarl
d'accanto, in su (n.93). l'oocuro f'v, all'incontro, eapandar^bba fìiori d'ac
crato la prima ina parta, facandoai ow. Al qnal proposito giova oaaarvare nhf-
tum Ra. concime (cfr. Vn. 130) *coltuma, allato a oauté coneimara Vn. 142
(bad. colte. Urinai, eouté); che è quanto dire l'f di fu pur fuori doU'acceali,
eaaendo eliao t'w.- Cfr. Hubb. I. e. 290-1.
' 78. fri óra erompere, fri ite correr dentro, ecc., cfr. il ac^vaoilv.; Mr>
tldé Vn. 67; infré inferrare ib. 146. 80. [sdbe n. 109; cfr. il n. 97 bai] -
SS. inda ara ita.
* 87.90. mdier major, fem. md/ra, Vct. 68, 184;- Rv.: pfdu potuta, (f-
cf'n*, ecc.; Vn. 143; «en dfbité temersi (in-dubitarri), 182: r%foÌé (venei. no-
viaio, ecc.) ipow; zpntdt n 09. 88. fot follii, dimia. flui, Rv. 89. It<lfVi
luminoso RiF., accenna fórse alla fase *ù=:u lat.; cfr. Scbh. 33.
* »u4 giovare Rir., »udé ajatara Vm. 156. 97. mifè meglio (cfr. pifé pog-
gio), che d forma da me «entità, ma della qoal tuttavolta non uà retato
afihtto sicuro, coinciderebbe colla voce di Tiemme' b. Del rimanente, j di
LJ: fì*éja num. 56, c%mné consigliare Vh. 143, ecc., pie pigliare ib. 150; t
analogamente t da l + i di pi., cfr. num. 31 a 8, eccetto il caso cha a l p«-
cada consonante diversa, p. e. podi 118, pi. podli Vn. G5. Pn6 anche dìl<-
guarsi lo j da LJ, in analogia di cid che troviamo al num. 90; cosi; tirhfa
T. pag. 254.
* Cfr. n. 9. io ^ e consimili (cfr. 'Fassa' n. 97) abbiamo l'intiero dilegoo
di uno RJ di sillaba postonica. Cade cioA imprima ii r, all'italiana (irja ijs).
e poi lo j tra vocali (is éa) come avviene delj da ^ (£) ai n. 160.^ « 181-3,
a anche di j da LJ o. 07. Ma nel plurale, che sempre ho dal Rifaaser, par
che ancora risuoni il j, cosi par éa eco. coma per gli esampj cho dipwidsoo
dai numeri ultimamente citati; quindi: gmeiet 'granarie scope;- arbfie)',-
friit»; ecc> Anche al singolare resta costantemente lo j di *-órjo *-érja;
eocA McvttH acciarino, *excuBaorio, v. p. 179 e Schh. S49; ptrtoi *premrio,
>vGoo»^lc
§ 3. Sezioae centrale; B. v. Valle detk Quileua. 369
107. ìfie'sa;- 'cacé s-cacciare <. 111. d^ué ecc. 65, el béuga
eglièbolso^. 114. j)fu,p/tì£/' piove, ecc.; sàblaZ'^.- 115. hle-
sterne, blanc- 116. fle'ur fiorisce; ecc.- 117. tlatné (dame);
tle, plur. tléves *; 118. dliéza;- ure'dla, ue'dl, ztiodl, podi '.
119. Singolare è la vicenda rappresentata da vedi (vet'lo vedo
vegLo vedi), cioè il ritorno fortuito a più genaioe sembianze;
cfr. saedla sedia badioto, o piattosto marebbano, sitala, Bart. e
Vs. 116 (garden, sidlól pila dell'acqua santa, ib. 184). 131. dlà~
éa {glàca) ^. 123. Qui rimane tuttora il iJ" dell' infinito in sil-
laba àtona: zónzer, liézer, ecc.; a tacere di quello di '-Sr*
(q. 46) ecc. Ma v. all'incontro il n. 99 '. 189*. us 46, cfr. S8,
52, 61, 75, 77-82, 215 ». 133, Q'ra ecc. 137. ue'mes 62, fe'n-
nes 18, ecc.;- 2. pera, sg.: àmes, tòles, ecc.; 2. pi.: tuléis ecc. —
144. Vedi, per esempj di n, i ntim. 5. 6. 21. ^. 33. 42. 46. 50.
59.96 9. 156. V. i riflessi di 'somniare' e 'femina' ai num. 1-3
nome di c«rts sbarra, Schheu- 243; ratói Vm. 1 16; Sfntii corda al timone,
*j)mctorio, ib. 131; bagnaèUna RiF. B fioalmeate il j da RJ io sillaba proto-
Dica: etgdm ys,6ì,paj\tél pajnolo ib. 116. 101. campita Vn. 117 (éiì=esj
= iij, cfr. pag. 86 e aotto-aass. 'cameiia cl. 18);- inoltre: tamfiì 'tamiBio,
faccetto; e cfr. réSa num. 1-3 in n., ma pur 'Comelioo' 3., n. 101.
' 109. [Mfte] labbia Rw. (cfr. Vn. 50, 59), eaputallo -a.
* E cfr. *pftH al D. 31, rÌTcdendo in lepore i d. 31 e 111 bauo-engad.
* Vn. 188: Ea*I caplom.
' Vn. 130: tltr; 90: s-tlu, ptc. stlut, chiudere, cfr. C. Ili 3; 1S7: tìdu'g
{=tldud+i) chiodi. A meZH) il cecolo XVII, VlrueripUo BaptiMatontm etc.
di S. Udalrico [Qardena) ci dà ancwa la gutturale, o tenne o media, nei
tegnenti nomi di luogo e di famiglia: da Qlazea 1^5, nome loc., oggi
Dlàces;- Zonclaner Clanconer 1656, nomi di famiglia, che . rispondono
agli odierni nomi locali: Zuntlàn, DUmeàn. Uà vi oacilUamo tra Peclin
(oggi Pttiitt) Pecliner 1656, e Petliner 1660-61.
* Vn. 142: éfrtlé cerchiare, e cosi xàntla ib. I3t (v. p. 303), colla aqiIoBiva
nell'antico avo grado di tenue, perchà proceduta da consonante;- 113; fudlé
focolare.
* dl^M Vn. 144.- 122. Vn. 109: d«Ua; 159; vodlé «TÌglare, TegUare un
morto, cfr. pag. 58.
' 128. Rtr.: bfipia vespa, Mtpw/ vispo; Vn. I%; bolp.
' ÌSO- Vn. 159; vari, ecc.; ITI: aavf'i la eoaia aovUa saper la cosa esat-
tamente (d-dwo, a guisa, cfr. it. a modo). In gwartt vestito, Hall. 1?7, Vn. 1 17,
si tratta di g + to (gawand), cfr. livinal. govant Hall. 152.
* Per -n in -m, oltre il solito ftan Vn. 131 , qui ancora parrebbe aversi
fi*lim ecc. a. 190, ma è troppo estesa questa figura (cfr. 'Comelico' 3., n. 190)
Archivia eIoMoI. iUl-, I. 24
:,Goo»^lc
370 Ascoli , Saggi ladini, !.
^18, e il Dum. 2341. 157. ^amie' cambiare; plom (Rip.: id.,
•VK.ld&:plon).
160-5. caucdn 10, canta n. 1, ecc.; duca, wCcà, fe'ur'ca;-
saVc=SC[a]: séla3, sàblaS, mg' sa 64; ~ j^ de, cfr. p. 108;-
paje, sie' secaM, tnastie', pU^, v. 1-3; furmia eco. *. 167. lec.
— 168. "Cfp. n. 56. 169-70. ceree d. 1-3; dlàca n. 121 ; surica ;
lerin.Z, ecc.; plazéi, ecc.*. 172. lattice. 176.179. éga;-
'n kert un quarto *.
per non dover piuttosto sospettare ehs vi ai immiacliìi *-^m[en]. Inoltre:
brwm turchino Vn. 136. US. Hall. I^: óemt (livinal. iemé ib. 160) sol'
tanto; ma t. §4,b, 1. 146- Qui pure: m^ mangiare, senu la nasale, comi
aveTamo al n. 146 grig. ecc. e a pog. 286 n. 3; e ai aggiungerebbe ancha
ma^iàtr crapulone Ri*. (Vn. 112; Wbbkr: majeder prodigo). 147. Cmm
^fn(l[e]f ifnA\«\r ecc., cosi si ebbero qui anche *éiimà\»\T *jtUm(I[e]r, cer-
nere Bteraere (due esemgj di d epentetico che mancsjio ai dialetti cìtccutì-
cini, perdendo questi il -r pur nell'infinito edrncciolo), che per lenire la
soTerchia durezxa (mdr) poi si ridussero a éiérder Vn. 142, atiérder (metUre
lo (trame) ib. 155. Cfr. Scbk. 53 e il nnm. 146. La figura fonetìcsi, a cui
l'infloito si riduce, passa poi in altre voci: tUrdti cosfterso, sterdiim sln-
ine Vn. 186, 130. 160-1. Qui non aTTÌene la aasimilasione di -nd- io -flit-
(-».) che De'dialetti circonTicini incontriamo continua; e il gardeneae dic«
quindi: tftider ai uéif'i Vn. 167, op'nder, ecc.; nA oocorre sospettarla in M
indietro, allato a do dietro (cfr. 129* bad.), quello riTenendo all'tn-ovd tee.
dei dìaL grìgloni. Bene all'incontro si riduce qui pare a -fi lo -itd dei gt-
rundj; p. e.: iantdh esitando (t. pag. 100 e 111 3).- 11 tacerai del n ia iU,
dentro, % comnne anche al badioto ecc.; cfr. 0. Ili 5. IM. la IvÀ Innen
Vn. 63, rulin n. 70'; cfr. il bad. e il a. 157. Circa Ittn ò pur da conùdenre
il a. 150. 1&6. lumbUn a. 77.
' SI aggiungono: «pt^ seminare Hill. 123, Vn. 153; sani examinare, &r
lo sciame Vn. 152 (Schn.7I); slvné, rìprandare, ingiuriare, *a-nom'n«re.
fkss. tlontfni eoc'ib. 154, Mitt. S3.
' tf'fa (masc. tfk) Vn. 70; lar^i *lareata, resina del larice, Vn. Ì2S, T«di
pag. 149 n. 2 (s negli Statuti del Cadore, citati a p. 346: 'non ut licitasi
alieni forensi collìgere largatum, seu terbentinam in nemoribua Cadnbrii,
f. 68 fi); frf'ia (m. freik) ib. 70, foia ib., tudiia ib. 198; T6aruja=azrvA
ib. 130; bréa braca ib. 117, pi. bréias Ra.- Ma bene apesw oraiai risDOit
il «t; p. e,: copJ Vk. 142, scané ib. 152, e analogamente: pifghé ib. 150, che
è doppiamente anti.4adino, cfr. rtfghé ib. 149.
' 171. dUr acero Vn. 123, cfr. frinì, djar;- frtd *fra[c]id, e mfrfidi im-
putridire, Vn. 137, 146. 1
' Sp quid, allato a chi quis, Vn. 74. I
;vGoo»^lc
§ 3. S«iioiM centrale; B. v. Vftlle della Gardena. 371
181-2. '^al, ìerg terga, long loiiga;- pléa, fréa;- tiàm. —
189. sumblin 77, xnodtllS, liézer, ìónzer ecc., cfr. n. 42, 64 <.
193. dut V. l'Esordio^. 303. sua sudat; ravts (ravtsa), cfr.
pag. ILI 3. 310. S15. e'va apis; */[i2]ùr n. 46, cfr. se'ures Rif.,
aromati (sapori) *.
229. vérder vele, v. 'Badia'».- 330. spiuma fondaccio Vn.
185, cfr. p. 322 n. 2, poi 'Val di Rumo' e il friul. sbrume spu-
ma, terg. splumd schiumare^. 834. adru[v]é, bru[v]é, n. 1-3.
Per àna, aoima^ in cui Va (non e) dimostra antica posizione,
doTremo ammettere "amna (=• anma prov. ecc.), cfr. 156, e l'a-
mena del saggio pordenonese citato al g 5 ''.
' s-frànìer RiF. Allo atato di eìplouTaai continua qui pure l'antico g ài
•longa": ia Ione Hall. 141, Vn. 192. 190. iflin («ligine-) frumento Vn. 63,
117(ScHH.250);fuHmfuligino-, ondailTarbo/'uZim^, ib. 116, 145, cfr. n. 144.
Si Tegga ancora il nnm. S03, e ai conaideri ac non aia altro coso analogo,
par uno ^ di atk moderna: lUr ''lijiéro leggiero, in cortrnzioni come el ha
liér ri ha un bel ridere (Vn. 186, 175), accanto aU'aggett. I?/tóV.
* 107-6. Ptcp.: lapù, audt, cri *charitOi ma: dal, atat. Vn. 79-89.
' eruf Vm. 136, cfr. pag. 146, e. 4;- [ancun Vn. 66, •anctìin, cfr. friul.
ancuin tneuM; ma è un eBempio in cui si deve sospettare, piuttoato che il
diratto dileguo del d, la bae intermedia -gi-: *incij(f;in, ^itutlgin, cfr. mi-
lan. tikni/«n, vanez. onctìiene, ecc.; a quindi Barammo nell'analogia dei n. 190].
- 204. rane Vh. 176, flaé Jb. 136, éjf ib.
' 219. sdda, cfr. 'Corrara' n. 8, e 11 n. 157 aopraatlT.; lune *lugnd (bad.
luguité), Toce german., uegara, Vh. 147. Cfr. n. S8, 156, e 67 in n. 827. Ad
furitd (T*rìtA "oriti) num. 1-3 in n., ai aggiungono attnàc (lìiinal.: vendéa)
arena aalvatica Vn. IS4, e arsànler raggiungere ib. Ul.
' Si aggiunge o-Ost«r, cfr. <S. Martino' n. 142'.
' autramf'nler fermamirtttr finalmfnter, Vn. 95, 191 , 195; secónder ib.
199, T. H. pag. 89 n. 3. 2S8. pmif paese RiP., cfr. raoil ecc. al n. S03. —
M8». tfmànt timone Vh. 130; tfrrénd agombro di nave Vn. 187, cfr. aopraailv.
gnir lerrein, ierrtnar, Car-, lo spuntar della terra fra la neve (ScaN. 255-6).
' Come l'apparente metaten del tipo *TRAAIA'- tarma-, si possa risol-
verà in un'attliaai, che alla sua volta promuove un'epentesi {ir'md- t^mà-),
è moatrato aasaì chiaramente dal confronto del bad. gremara Babt., scopa,
'granaria, coi garden, grnia Rif., gamia Vn. 57. Ancora si conaideFi i]
bad. Ae-borjàda, inaiema (di brigata), allato al garden. Óe bri4da. — Quanto
a brvoé, abbeverare (nel livinal., senza metat.: boari Sohn.56), e simili, che
rappresentano un tipo di vera metatesi {bforà frrfctt), il RiF. ci oKirebbe
una fase diversa: dbburvi (bad. aboni Scbn. 77); purvida (Vn. ISI: pruida)
*pfiirdia il pepo peatato.
:vGoo»^lc
372 Ascoli, Saggi ladini, I.
VI. LlTlnàlliiiigo.
1. Araba e Ornella.
1-3. Inflp.: porte, douré, vadane, ecc.;- 'carie, éar'cé, mangi,
'gamie,' tre, sarde, 'calè, fladé, catte, tome 'tombàr, cove. Par-
tìcipj : 'canté ecc.,- sto, de*. Altre voci 3; mei, vél, 'ce'sa, e'ìe,
p§s, \iega aqua], 'ce ;- gurmél, 'cer (che costa caro) , tee lacus ',
pére mère, féver, 'coéura, g/'apis, clé (pi. id.), verité ecc., [mèi
mai e Maggio]. Ma: àia;- siala (garden, siéla Vn. 59) 'secala,
strada (Schh.: streda), [sàbeda].
6.6. domah, crestiàn, sdn (sic *), man, pah, làna;~ 'cai
(pi. 'éana). 7. clama;- àme io amo, ecc.
8. 'éavàl, as asse, \&yQ\a.;- pàja, 'car, flàce, 'càca,plàza; ecc.
Ma: 'cent, tèrd ecc., pélma;- mere marcidus, mértes dies Mar-
tis, érde, s'iber, vele cfr. 'Gard.' '.
9. Sene; cfr. d. 99.
10. 'càué ecc.;- auté, fàux falso, ecc. g.
18-17. piànta ecc.;- sane; aràn (cfr. liónie, doppio esempio
pel n. 160-5); 'camp, jàmma, ecc.
19.21. sarèh; avéì, vedéi, valéi; atei, sèi sebum; crei; trai;
tdra, vdnna, canna, 'caddnna, tdla (tàla), (amena, cràda;-
sàda.
32-8. diés, liéze, tiébe, ecc. ; lèvor ; - siéja la sega i. 24. rùo *
rem. 25. Ven ecc.
' Hall.: da ester tMmfn^, ecc. ; ma al fem.: ar-cìapàda -chiappata 159, 160.
* Hau-: rta téla; ScBH. S5-6: sei, accanto a mal.
' Si pnò arrivare a questa singoiar forma per afereai di l, nell'illiuione clu
fosse l'articolo (t-ee ee), e par prostesi di j coma in igga aqua. 0 doTr«iiiO
dire che io. entrambi gli esempj si tratti sani pile amante dì i« da e secondam
(éga iaga^ lec liec jac, J3*lj)? Il Mubsapia, I. e. S92, pensa a questa m
per dichiararsi tee, e avrebbe potato confortarsi, oltre che di tega, pnrd^Ii
esempj di M = e = *a che abbiamo in nota ai nnm. S3 e 28; ma non va tatU-
Tolta trascurata la qualitti della formola che sono in quelli (egr ere).
' E anche Hall.: san 152, oliato apo» 134.
' elbaimi. 159. E pur qui: en^, anche, esempio che per doppia nigioni
va scsTerato.
* Hau.. : duta auzé.
> le da e = •(! in lUgra Schn. 26, 53, cfr. nnm. SS a 1-3 in n.
* Questa Ringoiar fbrma si riproduce in Schn. 5^; e starebbe a un d'h an-
teriore cosi a un (H presso come rwB a *rÌTO, cfr. il garden, ecc. al d. 33-
e prum qui pili sotto.
;vGoo»^lc
§ 3. Sezione centrale; B. vi. LÌTioallungo: Araba e Ornella. 371)
27. 28. ciéme ciérn, viérm, infiém, fìérn [sic; cfr. 23 gar-
den, in n.] ferrum, tiérà, dalviért, piérde, iérba * ; piét; - lun-
céma ('-tierna, cfr. garden, lintiérna Vh, 114) lanterna, miér-
coi dies Mé'rcurii ^, piéten. Ma: vegle 119, festa, leti;- den.t.
31.- 'cartel, "éapéll^. 32. stalla; méis*.
33. veni ecc.;- ^aurt'r [sic] 'de-aperira, curi coprire, 'ngloti,
vezin, ecc. '.
40. nei, sèi;- néigher, déit {^ì.déi'^), zenéivr, péiver^.
42. 'nténze, [óénder]; 'cavéis; ma: vàrt, fem. vdrda, dia ìlla;-
camàza, domànja, sacc aiccus (fem. sà'éa); àrpes''. Circa Vo,
apparente continuatore dell'i in posìz., t. il n. 114 ecc.
46. cmóur, óus;- lavóur, colóur, servidóu, zojad6u;~ sa-
volón *.
50. 61. 'l v5l, bò, ómin pi. , róda; 'boh ».
52-3. muór, cuor, muòve, nùóf, mòia, euóze; fàòc lòóc Suóc;
zuóba; ììóf{p\. iuòf)\- cuùga, ['nouói]. Ctr. pùòc;- puòro*".
54. 56. com (pi. corri), mòrta 'mórdita, la sonn, oss (pi. os),
poni, óglellS, nott, voti octo;- órdi hordeiim, [ola], fg'ja. Ma:
dórm, pòrta;- e collo schietto dittongo: cuòssa ".
' Hall.: tierve io serTo; Schn. 53: sufii«rfie, 64; cujerta *cuvidrta, cfr. il
marebb. num. SSinn. Abbiamo poi ie àae=*&, va li^rch earc'lo Schn. 26,53,
c&.niun. 23 in n.' Dell'a per « in qualche eeemplare della formola ER-f-CMU.,
T. il n. 169-70 di 'Colle S. Ldcìb'. In diversa forinola: gram, grembo, allato
a temp (SiSTl), e a dent qui sopra; efr. bad. num. 32n.
* Le basi romaoie *mdrcuri *mércarì-die3 (cfr. vanez. mircore, spagn. miér-
coles,6cc.) ripeterauno il laro accento, ritirato sulla prima, dall' attraiiona
analogica di ctftt«ri«, mdrtis, liinae,Jàt>iajikU-dies (cfr. venez. Déture marti
lùni ióbia, apagn. viémet tndrUs l^nes juéoes, ecc.).
' Hall.; poréiéi; e ne' miei aaggi inediti: ucciei; plur. entrambi.
' Hall: paiss. ' pntm Hall. 160, cfr. num. 2S-23 in noU.
* 86*. Hall.: mana.— 40. id ; beivt.
' Hall.: peja via piglia via (f. d'acc: piari pigUerò];- catt catta, tal
calia, moti, ad al là iUnm, pi. ad ai, fem. ala, ad ala. Cfr. Schn. 19 «
n. S34 bad.
' Hall.: sifft%ot*r, toul aolo; [ìnndm], patron. — Scbn. 55: flou, tartou,
56: tour lavoro.
' [Hall.: fioi\. "■ Cfr. il amo. 5S di 'Colle S. Lncia' in n.
" Ebbi anche duri, che entra nell'analogia dei n. S4, 46, e SI; locobd ai,
combina coU'u del riflesso marebbano e 1'^ dell' ampeizano. — Hall.: nott
pi. m. nwo/; botta voja.
:vGoo»^lc
374 AmoII, Saggi ladioi, 1.
57.- deJcóuze '.
69. fum, deS'HU, abk avù, nedù; ecc.- ir^adùm, fum fanis.
st^ ecc.
61. zóù, cróiis, sóura ». 64.- la l-ors ursus, olp, toro» ro-
tuadas, fonz fundus, m^a, gotta. Ma: sòùrd, fóùrca, fóurn;-
dóuc, cóutra, cfr. n. 57, e il 111 degli spogli precedenti ^.
67. (Sai ('ciec) guercio, «'e saepes;- kiére (allato a fteri)*.—
68». fret (garden, id., Vm.) 'fróid fra[c]ido.
llirl9'.clamé,wsc;ógla'[g]a<Aa,tigo, végle'vBc\\a^, ógìe.-
ogléi occhiali. L'analogia di ògle zenógle ógla, nei quali V6
è legittimo, può avere influito sulla determinazione della Tocale
tonica di orógla, sorógle (cfr. 'Ampezzo' e 'Comelico'); ma deve
esservi stata una ragione intrinseca per la quale i due tipi (-éclo;
-6cIo) si venivano raccostando, e dovremo porre: é e 0 o, cfr.
'Haréo' num. 28 in n., e pur la serie céura 'éosura 'càura capra,
cbe è nel territorio in cui ora ci muoviamo. Quanto è poi a
piégle pe{d]Ic'lo, nessuno vi vorrà vedere ua'« che direttamente
continui l'i dell'archetipo, poiché la base romanza, pur nello
stesso gruppo in cai siamo, sempre risalta 'pedùclo'; ma do-
vr^o qui riconoscere, come in ispecie è suggerito dall'iden-
tica forma del marebbano e del badioto, la scala uè, é,ié''.—
121. 'ngloti «. — 122. Notevole: ómbla 'ongla (cfr. 'Fassa'), che
si dovrà spiegare per 'orila 'omla om-b-la (cfr. il n. 155 dei
Tarj spogli).
137. L'antico -s ò sullo spegnersi. Ebbi tuttavolta: cans, dens
(-t-s), 'éavéis". Ma nel fem., il solo tipo italiano: alle illae, fA-
* Sem. 56: outa = it. volta; — 68. Hall.: ftmnW, Schn. 55: inttnim.
' Schn. 56: lotm. ' ià. ib.: scoulé &DBculUr«.
' Hall. éitL 87. id. : patttr.
■ 99. Schn. S5:<ra, cfr. 11.9. 114- Hall.: più, s'cmpft. 117- [Schm.SS: nar.|
* D* ScHM. te bì pad aggiangera Mpla sit'la. Circ« U fonu ecMXìoakU
eje = oolo, ib. 63, diversa da quelle che io ho letto e seotita e BÌl«go ài eopn,
*. 'Colle di S. Lucia', d. 5S in nota.
' V. il luogo testé citato nella nota cbe precede.
* Bene importante é giòia goccia (StsTt), eiceome quella forma io ciò »
pud vedere la ragione della palatina iniiiale di tanti rifleau vernaudi {gif
vena*, ecc.). Avremo avuto la baae gtitlttli[e]an gutliare glutiart. Cfr. g 5
* Strano esemplare, che ha veramente nna doppia nota plurale (cfr. garden.
?atff'i IH 1); ma la Bteeaa nogolarita A pur nel marebb. e nel bad.: 'cméi'
:vGoo»^lc
S 3. Sexìona centrale; B. vi. Liiìnallungo: Colle di S. Lucia. 375
mene, piume. Per la secooda singolare, ebbi: t'es, fas; ma:
Wide, àme, sente '. 160-6. carie ecc. *.
2. Colle di S. Lucia.
1-8 eco. Uà in e, dietro a palatina o palatile: 'cesa, pi. ^ese; hen,
I pL cen; cefcìàmo; 'éemp; flé flato; sofflé eofflare*; pim, fem.pfena,
piano \ All'incontro: ti sale, camà; e anche caro chiaro. 10. 'éaut,
fmiz *. 68. {te duel ^). [114 ecc. piover, fiamma, éamà, (ono-
gz\ ecc.]. [187. t sanoge, le piume, ti vade; eco.]. Ifil. ianal, 'éam^
pana, Téamin; I;oura; ecc. lftfr-!0. xarf cervo, cfr. n. 27 bad.; zimei
(pi. ximei), gender, ecc.; piasé. IBI. §at ecc. •
VII. Koeea d'Agordo.
1-3. iDfln. : carnè, coté, tome, camirié, zuné dezuné, "carjé.
Partic. : canté, porte. Altre voci: ciésa; ciéna cagoa
(allato a óan); tréi cief [sic] de aneméi, tre capì d'ani-
ìmàù HAU..99, ISI. Paò avere influito: éijes ciglia, dove \'ei spetta al tema;
ma il frinlano, del resto, ci offrirà pib esempj della doppia nota. — Da H^ll.
li aggiungono, pel -s di plur.: noi (ma nella forma eongiuntiva: n«; quindi:
ttut ne meni, come pur nell' alto-faas.: e no ne menér; laddove nel garden.
0 nel bad.: net meni), vo3. E in una serte di saggi inediti, cbe devo al prof.
Db Luca: dutta la ìent, i vis (*Di/'-s) e i more;- i nuos pensier più seonus
(*MXindat-s, nascosti);- i sud fins.
' 130. Hall.: mane mandato, damdna ecc.- Schn. 19 atb'ìbuisce anche al
lifinaleae: spdnne spendere ecc.- E ora si aggiunge iconu dal n. 137 in n.
■ Ewwilfa ecc.; pr^a ecc., cfr. num. 2^. 179. !^t quid Hall. I5S, 160. —
188. 6a Iona HalL 161. 888. Schn. 31: cherU *cr'jó *cri-j-é creare (esempio
comune anche al bad. e al marebb.); 63: sferii 'afr'Jé *8-frijé fregare (col-
l'ace. sulla prima: mi sfréje); ptrii •pr'jé *prijé pregare {mi prije), cfr,
nnin. 234 garden, in n., e Musa. L e. p. S88-9.
' Ancora avrei l'iof. 'canti, ma & forse arrouso-
' Aggiungo biine da Schh. S6, la coi ragione va ben distinta da quella di
itVnFache avemmo nel lassano ('Fassa' o), cfr. pure 'Oltrechiosa' e 'Comelìco'.
' [48. Sera. 97: o/.]
' Se questo esempio é corretto, la qualità del dittongo ne risulterebbe
notevole, fra l'tMi che accorre costante cosi a settentrione cqme a meno-
gimio di questo territorio, e ne potremmo avere particolar soccorso per chia-
rirei re = o di pos. che pur qui si avrebbe in arnése Scbm. 38, cfr. il garden.
Comunque, giova ora che imprima si noti, come lo SchneUer abbia un esem-
pio dì ve = *i, e appunto in ~uil, pur dal livinalese. È eartvel calinola,
che egli cita ripetutamente (57,249), e in modo che sembra renderlo affiktto
sicuro; ma il ca (non ì'a) ne turba la flaìonomia ladina, e io da altra fonte ho
;vGoo»^lc
Ascoli, SSiggì ladioi, [.
mali; ci^/' chiave; èia; làres; éiva •ai[g]ua; jw? '. Ma: ;
càura e fàure. 6. gran, domón;- man; ecc. 8. lalt.
car, ecc.; mà:1ercler^a,mértes^. IO. àuter, àut, càud,
éàuz cauzina, fàux, càuza. 18-21. avét, valéi, fsoléi,
[podéi]; tréi;- séra, fémena,véna ecc., créde. S2-$.pe.
pi. piéi; liéie, diés, la miei, tréped; ptéra; lior 'Heur^
ienior, fiora. 21-8*. verm (Laste: viérm), invém, fer
(Laste: /iér), lérra (Laste: tiéra; Caprile": tara), céri j
(Laate: viért) aperto, ters, pèrde, èrba *. 82. mes i.—
33. mh ecc.;- ru. 34. fret. 40. nef, sef Bìtis (cfr. p. IH, '
n. 2), pel, det, eco. 41-2. ite *inte, vinze;- intènte, ecc. —
46. óra, os voce ; inòm. 50. sor, ròsa, róda; om ómen;
voi. 63 '. bo buoi, muór, cuor, mttòve muòf, nuóf, cuóie;
zuóba; iiàf;- puòc. 68. fuòc ecc. 54. 66. dQrm; coni.
ort, mori (pi. more), orz, os, ros, la son, poni, noti,
ott;- uó^e 118; i nuosc, i vuosc (i nostri, i vostri, io
aigoif. di sost.; l'aggettilo suonerebbe, almeno al sìng.:
nostvost). 59. dur ecc., dei-nù; cruf. 61, zof,cros.—
64. forn, fbnd (pi. fonc), eco. 67. siéf. 68. tor. 87 (92):
calmai {Si6TÌ). Anzi egli aggiungerebbe OQBecondo esempio: puere 57 (ué^i
seconà.), e pud tenersene conto, eomimqae la forma da me sentita, a addotti
di sopra (nnm. 52), abbia l'uà. La fase dell*»^ balenerebbe ancora pur nel
riflesso dì 'pidticlo', studiato al uum. 114-19, e Qeir«je = oc'lo (cfr. n. 2S9qui
sotto) che citaùirao in nota al numero atasao. De) restante, il coUeie ci àtH
anch'esso l'uà normale di questa regione: Itioc, sfuot folio-, ecc., Sdu-SS.
Finalmente, in t>oi( vuoto ib. 57, ognun Tede che non l'ai, ma il solo o risponde
alt'ital. uà; cfr. frinì. r>uéid, ampezz. svoitd ecc., Diee lese. s. itaL Toto. —
2S9. Semi. 97: o-of, v-oge occhio, benché si debba per avventura partire ài
ttófoca.; etr. 'Comelico (1)'. SSS. vairàle Schn. 46, t. a. pag. 50.
' LlTT.: inf. Ste, /"«, tamenté, informe, inetti, salde, paghe, W giusU:
ptcp. reste, mmtdi, preghi, ctoppd, sauté, ma sCaC, fai, e il pi. jkmmi;- fn^
bii V. p. 68 n., la prediti, compere,- Pell.: lec, rff, mpre madre.
* PlLL.: schs'rpa, s^tie sarchio.
' V, il marebbano, num. 28 in nota, e le pag. 160, 245, pure in n.
* 'Rocca d'Agordo' ai denomina più propriamente ; Roeea di Piilore Roclu
Pectorìe, Pbll., e tiamo nel bacino della 'Pettorina'.
* Caprile entra in nn particolare circondario dialettologico ('AUeghe'), w^'
ì1§4a, 1.
* SI. Lktt.: biei belli. ' ib. : paU.
' Pinx.: vara *tf[T]ra opera.
;vGoo»^lc
§ 3. Sezione centrale; B. vii. Rocca d'Agordo (prov. di Belluno). 377
uòge ecc. 118, cfr. 1-3. 9S. pavese. 96. ziióc, iu, só-
ven, ecc., zuné*. [99. 103. vérie *apériere; spiénsa 114],
— 111. doz\ lU. spiénza; 116. fior; 117. carnè {La-
ate: dame); 118-9. uóge, ianóge, pió^e^; oége; giésia;
122. 'n^oti. 137. Il -s qui pare affatto estinto pur nel
pi. masc *. 147. vénder. 160-6 ^. cavai, canàpia, costèi,
éamp, ecc.; vàéa, fórca, ryu>sca\ carjé, sia la sega. Ma:
camini, carne. 169. zérne, zercé assaggiare (cercare),
zéna, ecc.; gaz ghiaccio*. 181-2. gal, lon^a, ler^a;
fràja. 189. ianóge. 198. iut (inf. zi) andato, accanto
ad ava ecc. ''.
Vili. iLmpez».
1-17, Abbiamo, in generale, la condizioni italiane, all'infuori del 9':
èra aJB, manéra (ma: xendro; pur i^l Tenez.: manéra ecc. allato a
sendrot ma anticam. zenér), e del 10: duto, àutro, édudo, fduxo,
fduxe, [calia]. S'incontra tuttavolta l'è, anche all'infuori del nam.9;
ma il particotar motiro ne è sempre manifesto, e consiste nel suono
palatile che viene o Teniva 'dipoi : S-fréa, fragola, *fr^a; ei "ai ho,
avr-éi avrò; fézo faccio (Livinallungo: /Vie); vedi ancora in nota a
questo numero e al 102. 19-21. L'è lat. è riflessa costantemente per
la semplice e; ed è affatto seriore Vie di siévo [ié^é second.), che
trova i BQoi riscontri al num. 40. 21^ liéìe ecc.; lióro, ptàra, kenóro,
cfr. 'Bocca'. 88. Unico esempio col dittongo dell'e di posizione, mi
occorse lièto il letto, ma è tal posizione che piti non è sentita. V. an-
cora in nota, e cfr. il n. 56. Del reato: péto, pétin; fer, avèrto, festa,
[Ampezzo.] 1-8. ^t fare, fesc {f^} fa; eer (oltrecbius. : àer) 'tLJer
acero, cfr. nura. 171 garden.— Q. pei de magnes pajo di maniche;
armèi, pL armerà; i mortere.— 10. eauta, ciaudièra; ma: satdoi
altd. 81. jo; ra me novità, in vita mea. 2S. siè sex; e cfr. n. 31. —
' Lett.: meo. ' PiLL.: mòie. ' ìi. règia.
' Sec. pen. sg.: ti Ues sei, interr. es-to; ti te-fi hai, §'s-U), e cori nal-
ranneasione: lar-gs sar-ai; ma nall'iinperf.: ti U-siévt, ao^oe, e nel cong.
pres.: li U liebe, dbe (Pell.). Locehé Bigniflc» che -s por qui non rimane
se non la forme monosillabiche.
' Lett. : atteùt anche. — Roca Rocca, Pell.
* 179. Lett.: perde, da ee di ^ che dire.
■ 22». P«LL.: gvt§l (*vuiel, cfr. 'Oltrechinwi' 189") uccello.
;vGoo»^lc
378 AbcoIì, Saggi l&dini, I.
esse, ecc. 40, néve ('niéve], siede, diédo, cfr. n. ld-21. U. inst
entro, in. 12. ve' me, inténie, éaméka, ra zées cilia, ecc. 4t. pur,
colar, onór, voi; nom. iSO-S. tndre mnore, màve, bo (pi. boi), novo,
nave, {óoo\; bon, on (pi. óme); roda, fo fuoco;- me duo, cuòre, nt^ìa,
cuóe cuocere, Ittó luogo, iuó. 64. H, Sempre lo schietto o [<f] aelU
pOBiEioue ohe ancora 6 sentita: còrno, dorme, p'rto; e il dittongo non
mi occorse, all' infuori di ancuói, che spetta piuttosto alla rabrica
precedente, se non in nup'te; cfr. i n. 28 e 96, ed in nota. fi9-U. Con-
dizioni italiane. M. pautsi. M. idvin, ióiba {iuóiba); xuójocat,
iendro. 97. Loj da Ij, primario e secondario, tende a dileguarsi con
tal frequenza che si fa caratteristica (p. e. xées ciglia); cfr. la nota
e il nom. 118 ecc., e il dileguo di j da gutturale. [99.102. dmérie,
cuérie; spiénxa; cfr. 'Rocca']. 102, Caratteristico il dileguo del n nella
U. sg.: ciapél, vedel; pi.: ventisi, porziei, affniei anelli, fcu-diei fra-
telli, biei. 42. chesto chesta, ma al pi. masc. chiste;- cìtel, chera, ma
al pi. masc: chi, ctr. 'Badia' ecc., e il n. 102. 4C. Avremo ancora,
come nel francese, il continuatore dellM che per alterazione terziaria
coincide con quello dellM: cu(Sde,sartuó, Scha.SS. — Quindi: 47. /or-
suoira frixoria, padella, friul. farsórie, ib., cfr, n, 129*. 60-8. voi,
fora;-linmd Schn. 58; pi. lunghe. 64-6, foja, voja\-tiUii togliere,
e cfr. eziandio il n, 228. 77. 82. fonestres ; pognon opinione, twnere
-friul, (iviére, ecc. 98. landa. 96. suro, [justo Schn, 61]. 97. io-
nica; meo; ftija, plr. foes. 108. Si aggiungono dai miei tesU: parai
cordoi imbriagoi, padroni ecc., e nella combinazione del verbo col pro-
nome suffisso: lasciai =*las<^(ìn-i lasciamoli; oltre j/rei graa[d]i. Come
ora ci spiegheremo questo dileguo ampezzono -bellunese, pel quale,
malgrado il num. 148, sicuramente non basta la semplice analogia di
-dt da -óli% La via mi par chiaramente aperta dal sg. compaàn "coni'
panie compagno (cfr. 'Òltrechiusa* n. 192). Deve trattarsi dell'-)' cfae
si propaggina dietro alla tonica, e quindi della nasale che resta come
assorbita fra due suoni palatili, in ispecie nel plurale (ddn-i £t>t«y
bò^ bòi; cfr, n. 131); e cosi s'intende facilmente anche IV per li in
ééi f^édinj\ cfr. fem. àdna ódnes) e gréi {'grdiiy ; cfr. gran al n. 150),
poiché v'entra pib che mai forte il motivo di cui già vedemmo gli
effetti al num. 1-17 nel testo. Per la generale analogia alto-italiana
della propagginazione che cosi affermiamo, si vegga la pag. 310, s
per analogie di questo stesso territorio,- il num. 42 qui accanto. Il 1
processo di cui si parla, pu6 naturalmente aversi intiero anche per I
-dnj •itKJ di singolare, come 'Oltrechiusa' in ispecie dimostra (n. 102):
;vGoo»^lc
§ 3. SeziODa centrala; B. viii. Ampezzo. 379
combinazione àtoja -n^i: bon, pi, òói; comedàn gomito, pi. comeàài;
braión albero, pi. bratói; con csne, pi. dèi; e se ne ragiona in nota.
Cfr. il bellunese eoo. (§ 4). IH. ra la le, t. il n. 137; vare {ma; vai),
voré, dorè; dra, firo, garivo 'egualÌTO, seàra 160-5, ter a, óandira,
chires qnelle. Del resto, qui pure d il dileguo In def-vóìe; ma non piti
tn dtìUe. Pel dileguo all' uscita, v. in nota. 111. spiénìa, })i(fnta,dcc.;
\\i. Utttemà; IW. fidma; \'l'l,'Ott.éamd,àdBe;ìéìa'g,\6»ia;-inéertA
[sic] in-cercluare, inaeréd ÌD-sarchÌare; 181. §dta; ingoti ed exoti.
1184, 1S8. vójo occhio, pi. vàe [anche mi t\x dettato: óéo, pi. óóe, e
cosi: véc6\; ienójo, pi. ienóe; peddo, pi. pedde; e con l'rf anche »o-
r^, cfr, il liTinalese; - ra rèa *[o]réja; pi. ra réet; véa Teglia;-
cfr. n, 97. 128, Infiniti : porCd (ptc. id.) , laura ecc. , ave , vede ecc.,
tride, ètte, dormi' (ptc. id.); ~ aUd altare, 183. I plur. fem. sempre
iu -e$: óra drej, vénes, fune», éàves, cróxes, fàróes forche, fédei pe-
core. Ha di plur. raasc. col s non mi riusci di sentire se non boa
{sg. ho), pes (Hg.pe), cdres (sg. éar) carri, nomea {nam 46), déntes
ma pure d'Ampezzo conosciamo andini, oltrecb. id. (° frane, andain,
Yauddn di Livinallungo e Val Fiorentina), nel quale, per facile illu-
lione, lo Schneller, o. e. p. 219, vedeva una forma plurale. lOS. im-
ptgniice. IH. gora ecc. Ancora il dileguo nei soliti nessi: natola.
Ha ota (ma nel verbo:, vrfìta); calura; sode soldi; e qui per certo
anche móse (»ida6).= mulg8re Schn. 38, e non => mungere, cfr. ónse
{dnie) vónze ib. 38,07. Apocope: duo num.52; didu, pi, diavle;
Schn. sa, nadà, 28,66, cfr. n. 123. 117. Notevole è chiffnes crini,
dove sì tratta di ci ladino da or, come ci mostrano ctinei mar.,
bad. , tlinea garden, e cime livinal., Schn. 30, — 119. Sohn. 63: sia
aecchia, 128*. del so ves pel suo verso (cfr, àavbs e in avts, die-
tro ecc.), cui mi sembra aggiungerai fosc [/■(W-fos + i] •forai, che
ricavo dal seguente verso: ma non'hon fase rason d'esse contente?. Lo
rs di Tursi deve ricorrere assimilato pur nel veneto di terra ferma. —
1!9*. moe move, movere; ièn, allato a,[el]vien. Anche: arsuoi aratro,
= 'versorio-, secondo la felice ricostruzione di Sohneller 219. 18*. scen-
tà. 186 [gè ffi^Se it]: chinege cfainese, quagi; cfr. confugion, che
andrebbe al nnm. 101. 187 (cfr. n. 148): nos, vos;- pares padri,
pugne», legnes, tcagnes, grvmes n. 154, preves preti, vestts {sg. vestì
il vestito), fame» {sg. famèi famìglio); folminantea, lugentes n. 169,
lampantes, ubidientes;- autre discorse, i vostre ocaie, tempe, dente ;-
eiatei, fagioi {cfr. n. 136), floi;- magnas mangiari;- iiiffas',- ra
fimmena ielles, ra bella femmems, che vuol dire l'esponente nel solo
;vGoo»^lc
380 Ascoli, Saggi ladini, I.
(3^. dènte), i quali son tutti esemplari che nel aio^olure non escono
per 0 f. d'acc. ; e ancora vérmes. Dal rimanente : óno óve, diédo diede 40,
duie tutti, ecc., on àme; circa l'-e de' quali tipi, confronterei tdrdt
«tardi, piuttosto ctie pensare a un -es di fase anteriore; cfr. ancora;
os=*o8S+), e in iapecie il num. 1Q2 in n. — Nelle seconde pers. sg.,
il -s 6 costante: at, sos sei, vas, vos vuoi, séntet. Uve» andan, eie
tu Uet sii. — Finalmente son da ricordare, per l' antico ~t: Vànu mar-
te» vindrex (allato a marciti). IW. {ano 'inde-ubì, t. pag. 67]. —
lU. -m in-n: on, fun, ra lv,n. lAO-G. casa, éàvdo, éonépa 'canftipa
(cfr. il friul. ecc., e 1-3), éadéna, éantd, éarid, éatd, campana, cim-
pò, edura, éaméka, éan éana, car carro, caro che costa assai, caoH,
capei, candirà, cantón, ódxa cazza; fórca, móaa 'mósija;- gujaddr:
- formio, sia lu sega, mania, àoménja;- seàra *sejala segala, por-
ted 'portejàl cimitero (cioè 'perticale', cfr. porUd e porUgàl delle
varietà comelicane]. Ma in molti esemplari non si ha la palatina: co-
vdl, cam, costèi, cdza caccia, oca, téco séco, zercd, ra l-tica l'e-
sca. 167. guzéla e buxéla, cfr. p. 76 n. 189. 170. xéet 97, «mi.
jiéna; gdta ]21, sorixa; - pidie, axédo, vezi'n;- paa, férbe*, ero* ,
cróxes, Idret. 174. còsa, cfr. in nota il num. 138. 178. dga, Ugo 1
al'quid.- 179. cai, [cTi^res 111]. 181..!al;ma: larga. ISi.iendn, \
suo ultimo termine (l'opposto di ciò che avemmo altrove, p. 274), e
quindi si spiega come ra = la abbia pur la funzione plurale. US. na-
tee, conosce; cfr. losctdecc. n. 174. IH. nosc (nos). 148. mtu'cQM-a
nani, pie» 'pien-s pieni, ve» {e») 'ren + s tu vieni; paUgren (oggetto
di vestiario feminile), pi. palegret; fatte 'latin + s; rasos, contwia-
xios, godbisera *godonsela godiamcela. IfiO. de ban = frinì, de bandea^
per nulla; te sbs ben gran sei ben grande, cfr. n. 102; ^on. Hi- grvn
gmmua, pi. gmmes;- cfr. §§4 e 5. IflO-fi. ciaw;- lancia, ceimnàat,
iocid; «yV[sic] Schn. 64; pr ed, sfrea;mti: cantina, fresca. W^.lgt
jri-jce «i]: digee dicevo, tage, cogina, me fegio mi faccio, lujwnto*.
el magma egli macina; asc {aS) acido. - Cfr. torze egli torce. 17t. oc
quid, ci qnis. 161. gaiUes. 227. aarliqui. 28B. vonto burro, friul. ch'i
cfr. Schn. 97. In vójo n. 118, possono star confusi dittongo e prostesi
{vudjo). 284. burto Surta; ièrwa direna, cfr. bad. num. 19-21 in n.;
ifardor;- drome dorme;- de buriada, cfr. il garden.
' Potrebbe sospettarviai il aubalrato *lus'ientt, e sarebbe allora u
pio da portarsi piuttosto al n. 101; cfr. n. 136.
;vGoo»^lc
§ 3. Sesiune ceotr≤ B. vili. Ampezzo. 381
zenòjo. Ì10.il&.d»a;dord;laurdtfduro. 226*. jUdo freddo. SSB.Cu-
rioso esempio di concrezione dell'articolo è in una r~dmeda zia. Di-
verso caso dì amaiTÌta coscienza è in talaràn ragno, onde la curiosa
taatologìa tera de talaràn radatela.' Prostesi di v possiamo avere
in vola pentola. SU. La solita epeatesi del nam. 147 (*tendro) si
complica con la metatesi del r: tréndo, tenero. 2S7. ^%om (non)
= *in(Sm, T. l'esordio.]
IX. Oltrechiua '.
Borea. 1-8. L'd rimane, eccetto cesa (S. Vito: casa], cfr.
II. 167. Si aggiunge et da di, in canéipa, »éi ('Rocca' e 'Come-
lieo' id.) so. L'^padi S. Vito deve risalire ad *aig[u]a. Vi.fdvpe,
caupina, cfr. num. 169; ecc. SI. sigo 120', cfr. 'Ampezzo' e il
nam. 40. SS, Ifféde i^Uése), tiévedo, tién, min cfr. 100; siéga
sost.,eco.;- (/dro. H.jo. S7-8, èrmo 129', fer, terra (ma
il nome di un tenlmento: Tiéra);- Igéto (*liét[t]o, cfr. 'Am-
pezzo'}. VA.fil, vivo;- rw. M. ferjédo228. tó.peiecc.;-
niéve, siede, diido, cfr. n. 21. 41-2. vlnpe Ì69 ;- péndre ib. —
SO-8. 6o, bon, 3 154, àdffo 96, pò e può [puóss), cor cuor,
[S. Vito: luórà], muore, pud 129*, trmdoe inf. (3. pers.: móe),
rtiósa, cuóze;- fud, ludj- dudiba96;- ffùóDolSS'. Dadsecon-
daij : putìco; duógo 96,'e altri esempj al num. 129*, oltre il 46
ìnn. 64,fiS. dorme tformt (S.Vito: dudrme duiyrmi), óto ecc. ;-
' nuóle; [wji'o 118]; t nudi ecc., cfr. 141 e 'Rocca'. M. paussd
(S. Vito: polsd). W. (j, i, d): duóiba, duógo giogo, ddgo
[Oltrechinsa. Borea.] 1-1. ^i (S. Vito: di) ho; ojjf'». Cfr.
formai formaggio;- e ancora dréì^drai di Canal d'Agordo,
droi frinì., crivello; talaréi ragno (v. 'Ampezzo' n. 229, e qui
il n. 102);- finalmente : f^i come in 'Ampezzo'. 9. èra;- polinéi
pollajo; codéi ('^codé lÌTÌnal., codér di Can. d'Ag.) •eotario,
arnese in cui si tiene la cote; soléi poggiuolo ('solàjo'}. 10, du-
na alno, cfr. p. 13. 28. inére. SS. biéisa, pecora o vacca, di
color bianco. 81. amièi (Can. d'Ag. id.). 4t. L'd 6 riflesso
come ó, in cuode cole ; cfr. num. 50-3 nel testo. 52-8. nuóf; -
pi. Ittóghe. 66. duója, guója •Tuó[l]ja, tutìime prendimi. —
64. cólmen. 68', -óu da -dw ladino: edw capo (cfr. il num, 160
nel testo), darecdu cfr. p. 205;- 'jóu e jdw, cavo, valle per cui
scorre il ruscello (cfr. Comelico)';- ériura. 87. pàslro, pastor
' Circa la pronuncia dai dittonghi, v, l'Appandice a questo §.
;vGoo»^lc
Ascoli, Saggi ladini, I.
gioco, do, dóven, denéver, dund [dijgianare (allato &dtìùii);
cfr. dt déo du (Bocca: ii stve ivi, andare gire, andava, -&ta),
e il D. 189. «. l(, da Ij, r. n. 23 e 27. W-IW. Cfr. 189. -
100. \j)ent, e^en allato a vién, venire viene.] 111. Per l in r, qni
non mi occorse che drgo allato ad alga, al'quid. Ili ecc. pio-
2^1- ecc.; 118. udjo, pi. uóje; peduójo) denójo, pi. -fioje, 189.—
in*. Qui si tratterà, oltre di ffuo^'vìió: gitoli jwd, volere
vuole, guoi e vos voce, ancora di guo go da *vii6 *rd *qò: giàK,
pi. gitove, uovo; cruós e cwgós ['curuós 228] croce; trwHt
tvrgéi ['turpòi 228] viottolo, cfr. V, 3. IW. imw verme; cfr.
aiéo 'sièvo Behnm. 183. Di pi. masc: vih oiVim, iw pei, tot
(cfr. n. 118 e 12S*, déntz ag. e pi., e bon bòi); di femin.: ftxii-
net, érbes, frdjet 181, ecc.- Cfr. mdrtes, lùnes, ma véndn.—
141. ROJ eot, cfr.S6. tU. la toh sonno, autóh; dotnS,tà,fà,
ma; lU. 3 (pi. dmen); lun. 160-6. m 'nédu,Ba 'a capo, rnindii,
delle pecore. 98. aussd osare. W. donde (= ionie a Roecaj
jungero. 102. Cfr. 'Ampezzo', e qoi -rei al num. 1*3, oltre il
Dum. 137 nel testo e il 192, e caipoi (pi.) gambiera, retlnoiit
resttuii, raro, non folto, allato a causi^ e rostón (livioaLr ri-
ttón reattìin) di Canal d'Agordo; e ancora rudi, Htriiciidi
prato fra campo e campo (cfr. Schn. 58, 246), allato a nton &
Val Fiorentina. 104. nórda {^norda), sterco umano, potrebM
appartenere a questo numero a rappresentare una fasenlati-
vamente antica; cfr. il friul. miérda, e corda al n. 28 mir^
bano, in nota. 111. b^eà 'pulsicare, tossire dei bovini; da-Hi
disvolgere, cfr. 189; tópa (Canal d'Agordo: soz, belluii.:)ol;;
cfr. sové tuo bad. Yh. ma.) solco.- L'apocope: faucd 'falcialtr
asta della falce. ltS-9. r^a; [vééo] ; cotu^a giuntura delle mui
(livinal. condgle id., friul. cottole polso); 122. ddnje 'jungul».
V. p. 303. US". Cfr. il volgare Guódo, nome di luogo, per Voi-
floiale Vódo, basso-lat. Hodum, Odum, Pbll.- Inoltre:^^'
••vtìje 118; solù voluto. 120*. éapa, dlpe, da-oa, cfr. 'kmfeir
zo' 126', a qni il n. 111. Si aggiungono per *v da p e *: à^
num. 229, lóo, bèi be[v]ere. 1S2. Qui spetterà il nome loctla
Bòrea, Borea, basso-lat. Bevorcha (Pbll.), ofr. p. 62, lOS,
263, ecc.; e considera bólco, pastor comunale dei bovini, ^^^
all'it. bifolco (bubulco-). 187. neódo, pi. neàs;- la éadla, '<
caviglie, sta malinconiei, chestea ombriet;- Pbll.: noi,Wt;-
seconde pers. sg.: tu te-soa sei, t-e'ra» e'ret, cong. titt, fi^'
ats;- tit te-as, avées, cong. s'ìbea dibea, avésaesi Leicht5SI:
;vGoo»^lc
g 3. Sezioue contrae; B. ix. Oltrecbìusa (prof, di Belluno). 383
costèi; mósa, óarjd, ecc. Ma: carne, oamind, mdnega (e nut-
nia). M7. Kotevola la palatina di biitufo bianco {fem. biéttca),
cfr. 'Comelico'. L'è può averri due divorse cause, cfr. 1-3 e 'Colle
S. Lacia' iauota. È all' incontro la gutturale in j^co, cfr. 181. —
ltl8-70 (ó, z, ^): ^na, pérne, peród, péjes cilia, Piera; pttpe,
fdupe 10, dtìlpe, fdpa faccio, §dpo e jdpa. 'Piacére', in quanto
è verbo, e 'aceto-' ai Bottraggono a quest' analogia (o meglio a
quella del n. 189): piax^, azéo; ma si avrebbe il Mti.piapér.
E ad essa par costantemente sottrarsi il continuatore ohe viene
all'uscita: lua; fórfes, Idrea. Dèi resto, come abbiamo j rìm-
petto alloé ital. del preseute numero, cosi è naturalmente anche
rimpetto allo s ital. di questo numero stesso: édupa; ed è in
genere per ogni * veneto; cfr. 189. 171. des asse del carro.—
181, ìial; Xdrga <masc. largo). Ioni/a (tasse, lòngo); frdja. —
189 [g, z, d A d)t déndre e 'denero, denójo, tènde intènde. Lo
stesso esito avrà naturalmente anche uno z di altra basa (cfr.
169); quindi, oltre il n. 96, vérde, gpiénda, rimpetto alle voci
di 'Ampezio' n. 99-102. 202 (-d- in -d-): vddo, róda róda,gtfde
tu te ames. IdO-fi. óavcéra calcaria, édura e éóura, cfr. u. 68',
cai callo-, marìca;- sedia. Ma: cambra. — 18&-70, cèrna [sic]
e péma, penare, pénga cinghia. Anche all'uscita, p=cc it. =s
veneta: jop gocciolo (cfr. num. 121 livinal., in n.), carbonap
tumore grosso. 178. Allato ad aga aqua, si attribuiscono an-
cora ad Oltrechiaaa éga ed aiba. L' ultìma figura , ohe risuo-
nerebbe anche in Val Fiorentina, e si fonda, come V diva di
Canal d'Agordo o Vègua di Belluno, Bulì'aigua di cui gi& ab-
biam toccato in nota a p. 300, è importante per b^gv, come
avviene normalmente nel sardo [abba ecc., cfr, Fcnol. indo-it.-
gr. 76, 132). W.parcé?. 18». dendia geugiva, dérmol ger-
moglio, quasi 'gerraulo' (cfr. dérbol "germ'lo *germblo, a Ca-
nal d'Agordo); mónde mungere, strénde, piandù *plaag'-ùto,
da-lànde , ardènto ; rtmcAidd = venez. roncAi'idr. IW. fen;-
pwn (cfr. scdin, e il num. 102). [208, Avremmo pure in 01-
trecbiusa e inte e ime allato all'ile di cui parla il testo.] —
226". tuja {la-tuia) lattuga, area (l-arjdi Can. d'Agordo: argd)
'larcato, v. pag. 370. 227. ardónde raggiungere, cfr. 96. —
228. feriél di Canal d'Agordo, allato all' oltrechius. frajét treb-
bia (vedi pag. 304), meglio all'incontro si accompagna con
gli eaempj livinalesi che sotto questo numero adducemmo. —
28». [v-da da ava, ape.^ 282. óa-d-ies num. 137 b.
:vGoo»^lc
384 AmoU, Saggi ladini, 1.
gode, nudo, peduójo; tarde tdrde. K di bass con d secondario;
podé.- Potrebbo parere caso analogo per la tenue: {pe deatn),
rimpetto ad ite inte dì altri dialetti; ma ì'ipe d'Oltrechiusa
{in^e di Gomelìco) va coUVnie di Ampezzo (III, 5), e quìudi
rientra nel num. 169. La tenue di ór'Pe, bordeum, accenna ad
una fase colla consonante all' uscita (ori orp). 228. Vedemmo
interporsi nelle formole fr- cr- tr- una vocale consona alla eti-
mologica che sussegue al neBSoe che veramente passa in con-
sonante. Quindi: *friédo f\e\rjédo 34, *c[w\rvós eco. 129." —
28*. trénào, v. 'Àmpezzft'.
X. Comellc*.
I. Dosolfldo '.
1-3, 8. VA sentivo di regola intatto: àia, àga, cavai, carne, ecc.,
e gl'iof.: porffì, canta, ecc. Ma facilmente ricorre la fase dellV,
quando il suono precedente sia palatile o palatino. Cosi, fuor di
posizione: cesa (cfr. num. 96 ecc.), can (céna) e cen; gl'infin.:
dujé 96, carjé, mangé, cui però si aggiungono pur caminé e
deduné 96. NsUa posizione: gel gallo, cépa (caccia o cazza?); etti
si unisce: la §épa ghiaccio 169, e forse pure binco 'biénco 167. A
car, carro, di Dosoledo, risponde cer di S. Pietro. 10. àuto ecc.;
cfr. 94. 19. 3 1 . avéi o ave , piade 96 ecc. , vede ecc. ; séra eoe . ;
[trét\. 32-3.35. lède, ven. mei, péra; diés, tién;- Ijóro. 24. jo
(S. Pietro: je). 27-8. tèrra ecc. 34. fréido. iQ.pel, névit
nei; dèido; S. Pietro: séide. 46. vos\ inóm. 50-3. so (S. Pie-
tro: se) soror, ho bòi, pò, om omini, voi, mòr 3. p., móm inf-
{móve3. p.), rósa, róda, dógo96, coi cuocere;- incoi (S. Pie-
tro: incaci);- dóiba (S. Pietro: déiba) 96; coe're, nce^vo: fà-
* Non mi fu possibile di scemerà compintamenta gli esemplari dì
Dosolédò, obe forma, con Casamazzagno , Candide e Fidala, di coi
seguono saggi, il comune di Candide (•• Comelico superiore) nell' alto
comelicano, da quelli che spettano a S. Pietro, e fora' anche a iS. Ste-
fano (n Comelico inferiore] , che sodo i due comuni del Comelico basso.
Ho in ispecie ragion di credere, che non sieno doaoledani gli esempj
con ì'ce o con l'è, del num. 50-3 e 54-6. Del rimanente, oltre la no-
stra povertà in ordine al basso comelicano, A da deplorarsi che ci
manchino saggi del comune di S. Nicolò, nell'alto, e di DantOt alla
destra del P&dola. *
:vGoo»^lc
S 3- Sex. centr.; B. x. Conielico (prov. di BelluDo): Dosoledo ecc. 385 -
go, loe'go;- S. Pietro: ijce'vo uovo. Da o secondario: pce'co. —
54-6. dÓJTtte, OS, còsta, óto; vójo (S. Pietro; véjo) 118; nos
cos 141, ma aostantivam.: t néstri, t véstri;- nce'ti. 61. da-
vo 9G, eros. 68*. Partic: portóu cantóu calò (S. Pietro: portò,
cantò); co 'cau. 76. -e atona in -i: pèrdi infinito, movi id.,
créde o crédi id., tèndi tingere; nce'ti, éiit J29*. 91-2 (87).' L'-tt
(-0) dileguato in pib esemplari: os, fum. Ma di solito sentivo 1'-^,
come nel veneziano: niido, lóngo ecc.; e l'-w ebbi solo in Idrgu,
sécu (e séco), ordu (e orda) orzo. 93-é.paussà, cupina •cau[l]-
itna. 96. 136. 189(169). Avremo d d per ogni i di fase ante-
riore; quindi per J, per ^$\ per j# (e j/ da é) delle antiche basi.
PerJ: du, dóven, dóiha, dogo gioco, dujé giocare 160-5, davo
giogo, deduné;~ per *s*: c^so e cèda 1-3 (pi. c^se, éédé), gédia
cliiesa;- per g primario: xenòjo e donòjo, dénder (e iénier, sic)
genero, fóife, tèndi 76;- per p secondario (da é): piade b piade
(3. p.: piade), gudéla pag. 76 n. 114 ecc. /Sòr ecc. — 118. vójo
(pi. DÓi) occhio, donòjo, sarójo (cfr. 'Livinall.'), jwrfói; r^o r^e.
— 129*. cài chiave,' n^i 40. 137. Pel -s di pi. non ebbi se non
il monosillabico pes (sg. pe). Dei tipi soliti, v. es. al n. 118 e
altrove.- Giorni della settim.: lùni, marti, véndre. 141. nos,
ras. 160-5. campo e campo; caminé, co 68*, mosa, caljé cali-
gariua, carjé, duJé 95; ecc. 167. binóo (f. binca) cfr. 1-3 e
'Oltrachiusa'. 169. péje.^épa 1-3; fàupe (e /nM^e). Ma all'u-
scita: piàs {piade 96 ecc.), lus, ecc. 171. coi 50-3, 181-2. ^isi
1-3, làr^a. lón^a; caljé 160-5. 189. V. 96. 202. Per d in d,
non ho che vado. 329. Prostesi di o: vce'vo 54-6, ed anche
tJ'ìjo ib.
2. CaQdld« e CasamaEz&gDo.
1-8. iDfin. : ila, land, compand-lu;- ma; spie vedere, predióé, {manéi],
dime, dwé [di]giunare, [cudné 96]. Inoltra : picce il peccato, ofr. n. 137;
e -f^ = *-tà[t]6: caritè, eternile, cfr. 'Padova', §,4 b. Finalmente: jo
f'i; l'inf. fei; e io posizione, il noma locale tìóamaxén -zen, Casa-
maziàgoo, basso-lat. Cam-3ffua^i (Pell.). 19. [ovveiru.] 28. mtw-
(a, cfr. p. 231. 25. ma ben. 83.25.21. Abbiamo -ión da '~ién, ia
i'm *[v]ieQ, venit venio, e pian, fenomeno ohe ricorda il marebbano
dei Qum. 32n in nota e 42. 82, peinsi. 8Sn. propriametnii, allegra-
meinti, ma talmettti; [mumeintu]. 60-8. jje può, ve vuole; u-Aji ova;
legu; e d'^ che ricade nell'analogia di ó: nei noi, cfr. n. 126*. Ma
;vGoo»^lc
386 Ascoli, Saggi bdìni, I.
cuéri.- 66. la netti. 6S'. sto, slóu^ dedicò, retto, [manffà], li. -a
del fem. in -e: [bocce, allato a. vacca; efr. 'Padola']. 7S. 78. 83. SS.
93. [stomfftt]; dipo 'despó dopo, nsun, confsd-mi, [bendettu], dman;
ci duter, eli sej quelle secchie, {calcdvn}, fni finite!, snal, [mna,
credtu]i ile *tolé prendete; cIac2iìcolaggiti,csi, [pula pìcciola]. 76. Iq-
fisiti: e'ssi, vedi, godi;- sia senti, fami, talmenti ecc. ;- pi. fem.: rti
villi acG. SI. pópet. 91. leffu 53; istessu, primu, tantu, ha piati'
tu. M. uzd. 88 ecc. di gire; med di; [fridi frigg:ere; cudné'cHÌné
cucinare]. 107. V. num. 199. 198*. davoi. 12»'. ola 111, oléd rolete,
OS, iolpi], 187. piécds *-at-s, i peccati, cfr. n. 1-3; i mia fUs; [i
trois viottoli, C. V, 3]. Seconde pera, sg.: és, ses-tuf; g'ri, s'rii-lut;-
a», aMwF; ave' avevi, are's-fu? Seconde pera, pi.: erés; avessi ave-
vate, ave's-vóifi cfr. 'Padola'. IIS. ches bel di, ckestu e un on,
[pi. chesfi e conti], 160. [curren correndo; cfr. pel -»: da se» da
aenno, e anche nsun n. 73 eoe] 100-6. óanton, [sfr^i freghi], ecc. —
ITO. -( + i: duff CMmff.
3. PddoU.
1-t. eoo. lufin. : ita, canta, presenta, éattd, passa. Ma legUtimamenle:
itvdié, perjé pregare, rumié cfp. 'Gardena', 'si^e. Uè, vii •veijé,
matite, rancie roncheggiare, xonéé troncare (ciane), insiné; a inol-
tre: tire, sbrissé •=• sbrissd friul. ecc., sdrucciolare, bussi = Òusai
frinì, ecc., baciare, strizzi, ttzzé aguzzare, mudé, urte, spitti, star-
lucché lampeggiare (starluocu lampo). Circa il partic. sg. masc, r. il
n. 68*. Nel fem.: stada, taccada, ma legittimamente: slargeda, e si
aggiange: contwbeda. Nel pi. masc. e fem.: inóodadi, restart, óoì-
Modi, apelladi, ed anche indumadi a. 96 ecc.; ma: destinedi, medi
arrivati, sigilledi, mortrfichedi. — Inoltre, ancora per ragione della
palatile o palatina che va inanzi: tabié, siela, fuóé 'falciale, cesa,
détta 'catta trova (allato all' inf. óatld) ; e finalmente, coma aopra, -i!
"-dllje: in verilé, liberté, zitte, li qualité.- Legittimi ancora: sei so;
i caplen (allato' a un piuvan); endén, solco, cfr. 'Ampezzo' num. 103
in n. - Nell'antica posizione, si ripete gel; ma caso affatto diverso è
Ì9 ogni modo il plur. éter altri (eter, vuj-éter, eht-éler quegli altrìl,
allato al singolare dvfer, che ricorda i piemont. àutr ditri, p. 294n.-
Allato a calchi e calcdun, leggo eziandio: chele' tumultu, chelcdun;
ma l'alterazione potrà in questo esempio ripetersi dall'atonia. &. caur^i
caprajo, guslei 'acncellario agorajo, fuméi fumi^uolo. 19-21. tasé\'
aseidu. Con dittongo seriore (cfr. num. 52-56) : susxiedi succedere '. —
' CoBl nell' agordìno centrala (§ 4, a): no gitt non cede; ed è forse à
considerare la qualità della conionante che {>recade air^.
;vGoO»^lc
§ 3. Sei. centr.; B. x. Comelico (proT. di Belluno): Pàdola. 387
"iS. liedi;- SS. vieti. 37. festa; denlù 2S. lietoijo stenti {noi sintón,
inf.: linii); sia sex., atr. sua B2. U. i usi. 82. tneis, pi. vteisi;
pèis [sic] pRese; peinsa pensa.- 82n. tradimeintu, mumeintu, testa-
meinlu, mwtimeintu sepolcro, i sacrameintì, i pareinti^- verameiniif
amarameinti , finalmeintì. Cfr. per Ve secondaria: streintu; e anche
Undi hindi, Ungere 96. i9. peitu. - il. illa, pi. illi (in qualche altro
villaggio: v-elta v-elii). éA. la oi ecc.- Ma: cMudi cote; cui stanno
allato: rdeus ('rdros) roTescìo, e t iéusi. L'eu di questo numero,
o quindi pur del n. 61, ai dichìarerA da ou anteriore, e avremo così
il medesimo sviluppo che gift ci occorse in 'Gardena' ; cfr. in ispede:
garden, da^rdc'tts •• rdeus di Padola. E vedi ancora il num. 68*. —
5i. moli mole. M-8.S8. ues vuoi (1. pers. : vai), uè Tuole; pai *puei
posso, pue pud; lenjtue; sua sor[or], cfr. sia 28; cuéiocui cuocere;
cuer, pi. cueri; nuevu, muevi, muedu, [bruèdu]; iuegu, faegu;- uevu
(e qui ancora da é nell'analogia di Ó: lueri, custuéri; e da o secon-
dario: ^uéc.pitere povero);- incui; wju, pi. tti, occhio ;nueti. Ql.cheua
(nido), deu "sóii-o giogo, seura. Cfr. il num. 46. 'Ubi' ricorse nelle
seguenti figure: in-u iniì inué, utró n. 94. 6S*. L'è di deu, capo,
potrà risalire direttamente ad a; ma non potremo di leggieri ammet*
tere che l'-ew, costante per \'-dlt]\* del partic, ne provenga per e da d,
e dovremo piuttosto credere che si tratti dell' -^u chd ci occorse in
altre varietà comelicane, qui passato normalmente in eu, secondo
l'analogia del num. 46 e 61 (cfr. eziandio teua *toua tua, sene). Do
ora la serie dei participj : steu, deu, cuppeu estinto (accoppato), éap-
pcu, tacckeu, erideteu, canteu, catteu, domandeu, ricordeu, òiastemeu,
iortieu, impassioneu, ordneu, ruerseu, sujeu v. 1-3, perjeu v. ih,,
percei* apparecchiato, lasseu, scomenseu, rinurazieu, lireu, serreu,
compreu, tueu levato, laveu, falleu. 72. -a del fem. in -e: femne,
anine, a vos ante, caure, cause, bocce. Ma cesa ecc., cfr. 1-3. 78 ecc.
Àtone elise: vlen, supplì seppellire, susdù, znàa cenava, cri 'cherìra,
rtffheu negato, sbactd bacchettare; vdu, vsin, bsóTia, slablis stabiiisce,
avlù avvilito, mneu menato, messdeu, soltu solito, spirlu, anmu anme,
predghi; cowwi, lamiera *v'luntiara, custdii; dnegue 'irnàuer gine-
pro. K. Infiniti: rompi, vendi, conossi, bei, pandi, piandi *-&DÌÌ ,
essi, ma ess jicuecc- Plur. fem.: li veni, ori, parali, spadi, nozzi,
carti, p&rti, peri pietre, ecc. — Altra voci: pari padre, mari, mor-
ti, ecc. 90. amò, 'umore fra la scorza e il legno degli alberi'; cfr.
il n, 90 degli spogli grig. , e p. 107 n. 91. 92. peilu 40, spirlu, lempu;
rossu, viva, dutlu, curtu, storCu, drettu, fattu;- vas ; lebbros. 94. sut-
teu saltato, cuzzds 137, utrd altrove. 98 eco. le sconduri; induniadi
inginocchiati, lendi 32n; Cfr. lengadu. 97. someja, tncju. 101, fa-
riieis concorderebbe co» la figura dio avemmo iu 'Gardena', ma non
;vGoo»^lc
388 Ascoli, Saggi ladini, I.
così éameta. 111. sodi, otta. IH ecc. éamda chiamala eco. - 118. uà
reja; Itt. dónéa, t. pag. 303. 189*. jo bei (fut. òueréi); dot — darvi
di Candide, dietro; la os. 187. bos bovi di tra anni (mondi bua!
sotto i tre anni), allato a noa boi nostri buoi; t doi ftis; ag. di,doi
di, ma ai noster dia (in rima con fiÌ3);À mi vestii ('-i'f~i); cuiiis
(•-r-s) scarpe 9i;ffendes ('-«-*) lendini; 'gria -ès, capra [sterile] -re'.
Del reato: doi tadron eco., uévo uè ci 52; cfr. 76 ecc. -Seconde pers.
sg.: as, et, va», ues; creds-tut, sient\s~tu? ; ma: porti, credi, eri
eras. [Seconde pera, imperf. pi. eressi, avessi, portassi.] lW-6. caru
carp, zanca- sanca venes., mancina; el perji pregò. Ma: la ear-
ni, ecc. 179. canch' l'era, cài boi quali buoi?, ecc.- óetai quieta-
li. 190. fvlimu fuliggine, cfr. 'Gardena' sotto qnesto num. in n. —
ì^. noi cherdón, allato a jo crédi.
TBRRITORJ NBI QUALI COHPLUIfiCONO IL LADINO CENTRALE
B L* ORlEKTACe.
Il ladino del ripartìmento orientale della sezione di mezzo,
viene a confluire, sopra qualche breve spazio, con quello della
sezione orientale della zona, che 6 il friulano. E i territorj sui
quali per ora ci è dato riconosdere, od avvertire, il vario in-
crociarsi delie due diverse correnti ladine, sono questi tre: il
bacino del Vajont, e le due alte valli del Celliaa (Zelline) e
del Tagliamento.
1. Il piccolo territorio del Vajont, che nell'ordine ammìniatratìvo
spetta per la massima parte al Friuli, dipende all'incontro nsH'or-
dine corografico, a differenza degli altri due, dal complesso bellanes^.
E il dialetto suo, cioè il dialetto di Erto, se pur si risenta dell'atti-
guità del friulano, altro in fondo non 6 se non una varietà del ladino
centrale, strettamente connessa con le due estrame varietA ladim
dall'alto bellunese, ohe son quelle di Rocca d'Àgordo (g 3, b, tu) *
del Comelico (§ 3, B, x); ma specialmente con la prima, por trovait-
dosi oggi separata da entrambe pei dialetti ladino-veneti che si frap-
pongono, e Bon da noi considerati in appresso (g 4, a, 3. i.). È come
un ultimo germoglio del ladino centrale, che rispanta alla sinistra
del Piave; ma chi, sulla riva destra dello stesso fiume, ai ponga
;vGoo»^lc
' § 3. Sezione centrale; C. Appendice: Erto ecc. 389
pel bacino del Maè, riesce ancora a scoprire qualche traccia di quella
particolar continuità, dalla quale dipendea questa propaggine, che ^
ora sta così divulsa.
II mio testo, pel dialetto d'Erto, ò la aolita parabola, confusa nel
Tocabolario del Pirona (r. § 5) tra. le versioni friulane, e ridotta per
me a più sicura lezione dalla impareggiabile diligenza del Pellegrini.
Di specidcamente friulano, ci avremmo i dittonghi accessorj dell'd,
dei quali è trattato a suo luogo (§ 5). Ma Vóu, avutosi friulanamente
dall'tf di fase anteriore, qui passa in éu, ed è come dire che riceve
l'impronta del ladino centrala (cfr. in ispecie 'Comelico', n. 46 eco.).
Quindi: méw, e 'l gì fi deal, dei Ung;- léur, % to tarvidéur. Friu-
lana è par la base di sui, sono. E dal tipo del ladino centrale ai
stacca anche 'éarzie (Clant: 'calgérs) calzari, accostandosi al friu-
lano in quanto vi manca la risoluzione ladina aux ■> 'alt. Influsso
friulano potrebbe Analmente vedersi pnr nella sibilante dei plurali:
tolt (sold + s), poi (poo + s), dt's; ma la qualità di questi esemplari
permetterebbe di mandarli con quelle reliquie dell'antico plurale che
avemmo ed avremo pure in altri territorj bellunesi (§ 3, x, § 4, 4.). '
Del resto, gli altri plurali corrispondono, e per il carattere negativo
della mancanza del s, e per altri conti, al Upo ladino-bellunese :
coi me compdtn, tàtn din (tanti anni; cfr. besùin bisogno, déin degno,
e il Dum. 102 di 'Ampezzo' ecc.), ah'egre pi. m,, inC-i pia ne' piedi
(cfr. 'Gomelico' 3., num. 28), dei gian. Manca pure il -s della Eeconda
persona, che nel friulano 6 così fermo; quindi: (w i-a gì a magé gli
hai ammazzato; tu sólo] tu se!. Ed ora volgendoci ai caratteri pei
quali Erto va decisamente col ladino della sezione di m'eszo, notiamo
anzi tutto l'-ott di prima plur.: mtmgión imiemen e stasón àlieffre.
Dipoi, procedendo nel solito ordine: 1-8. 8. lafin.: manTéé, mangé,
pregé-lo, tome, 'dante, BaW, ecc.;- ptcp. : pi'éé, inrabxé, butte, strazé,
'carnè, mandi, reste, ecc., tu suo ste, ma dat, e cosi dd-me. Altre
voci: pére', la peri, oltre facuUé. Finalmente: e ho, levare "-vai, ecc.;
mei. — 2K. se-béin. [82. paéis. iH. deint dito, v. pag. 175 e 222]. —
87. altre sg. m. , pi vece id. — [96 ecc. ddven, du ito,] — [114 ecc. óa^
me, pi]. — 150, gan, — 179. 'ée, par-'Ha. Importante d il «entirsi
qaasi tnain'cé per man'éé, v. pag. 348. E lo 'e dei num. 160 ecc. (ca-
restia, 'éamp, 'ée 179) ha qui un suono particolare, che sì accoste-
rebbe a s^. Caratteristico l' accento sulla prima vocale di ogni
dittongo: atei cielo, pia (vedi sopra), aliegre, flètta, viètta, ùore
;vGoo»^lc
390 AuoU , Saggi ladini, I.
*at5[T]re opere (cfr. ùam ecc. al § &}. II qual fenomeno trova analogie
pur nel friulano, e se na tooca a sua luogo; ma qui importa con-
siderare, come all'altro versante detta valle del Piave, sùbito s' in-
contri quel territorio, che può dirsi classico in ordine alt' acci d cu t>'
di cui parliamo, ed 3 il baciao del Ma£ o la Val di Zoldo (% 4, 3.) *.
Un altro argomento di speciale connessione fra i bacini del Mac ■>
del Yajont, ha poi notato il Pellegrini, o consisto nel d che vol^e
a r. E sar& d'aggiungere, so ben veggo, pur quel -n parlicolaiu.
per cui da Erto egli trascrive: xitadinn gìiordiann.
2. Per l'alta valla del Cellina, son limitato alla parabola nel dia-
letto di Claut, quale è data dal Pirona. Se il dialetto d'Erto è
ladino bellunese, con immissioni friulane, questo di Claut, vice-
versa, è friulano, con immissioni bellunesi. Noteremo V-on di prima
plurale: matigión, ralegronse; lo d di doven du (cfr. 'Erto'); indi:
parcé (nutn. 179); allégre; l'assenza del -* nei partic: veffnti , perdù,
^atd ecc., del -s di pi. nel fem. le vd'ce, le giande, a nella seconde
pers.: tv, fi a matsd, tu te auó, e pur del I dì ci, ecc. Scarsa im-
misaione, come si vede; e ancora ben piti scarso l'elemento specifico
della rispettiva corrente ladina. Ma scarso è pure il nostro saggio.
3. Per r alta valle del Tagliatnetito, il Pirona ci dà la'parabola nel
dialetto di Forni di sopra {= Vico superiore). Pur qui ì'-dn della
prima pi.: mangién, tton; e -ii<=-nd: cui glan. E considerata la già-
cltura topografica, 'ripeteremmo dal ladino-bellunese anche l'tio f^l
dittongo organico dell' ^ e dell' d di posizione; muori, brazzaatól,
rispuotta (cfr. §&). Del resto, vero friulano.
' Nair Oltrechiusa (§ 3, n), attigua da nord-est, kì ha per avreittu« eaoc
la IsM ài transizione fra i dna diversi accenti (cfr. 'Gardena'). SeriTa il De
Luca: 'I Tacchi d'Oltrecbinaa pronunciano coma una vocala a mazso qDéllidii
'à EaguKa da altra Tocala; a dicono: fuOò (faoco).' E dopo aver notato luich't-
gli coma sia comune al bacino del Maé e od Erto Vie (ila) ecc., avverte fiual-
mente, che pur nella Valle Fiorentina (§ 4, 1.), attigua da nord-ovest, 'pTO-
' 'nnncjano doppia o aemidoppia la vocale seguita da altra vocale ; a cosi dicono
'p. a,: tabiie fenile (dov'era -i^ = -tó(o, v. p.376n.), cajMiw/ (v. ib.), ecc.'.
;vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Veneto. Bsordici.
i 4. Ladino e Taneto.
Come, dopo a^er trattato della favella ladina de'Grìgioni, noi
tentammo di esplorare gli attigui dialetti, in cui il ladino e il
lombardo vanno insieme commisti, e la intrinseche affinità che
strìngono fra di loro le due diverse favelle; cosi ora, compita
faticosamente la nostra indagine fonetica intorno alta sezione
centrale della zona ladina, vorremo estendere il nostro esame
a qoei territorj, in cui il ladino ed il veneto ancora si vedono
come alle prese fra di loro, e insieme toccare delle intime atti-
nenze, per le quali le Venezie si rannodano con le circostanti
regioni ladine. Ma l'angustia dei limiti che ci sono prefissi, e
la scarsità delle indagini preparatorie, se valevano a scusare
in qualche parte le imperfezioni che si lamentano nel paragrafo
intitolato 'Ladino e Lombardo', potrebbero a miglior titolo alle-
garsi in difesa delle povere condizioni in cui ora si presenta il
suo parallelo: 'Ladino e Veneto.' È uno sbozzo che ben può pa-
rerci di qualche momento, poichà si stampa; ma certo è tale da
non avventurarsi alla luce se non coli' onesta speranza, che la-
vori più ampj e meglio composti lo faccian presto dimenticare.
E sì divide in tre distinti articoli; A. Delle varietà nelle
quali confluiscono la favella ladina e la veneta;
B. Delle speciali connessioni che intercedono fra i
gruppi centrali della zona ladina ed il veneto di
terra ferma; G. Dì qualche saggio delle antiche con-
dizioni glottologiche dell'estuario veneziano.
Ma che cosa veramente intendiamo per 'favella veneta', e più
specialmente per 'veneto di terra ferma' 1 Cosi grande è stata
pur qui la civile efficacia della metropoli, che, generalmente ■
parlando, il dialetto di Venezia oggi può dirsi il linguaggio
comune delle persone educate di tutto quanto il Veneto. E le
stesse plebi delle città maggiori di terra ferma, Udine eccet-
tuata, che è la capitale della terza sezione ladina, hanno or-
mai tali parlate ohe poco differiscono tra di loro o tutte insieme
dalla parlata della capitale; locchè facilmente induce all'erro-
neo supposto di una grande ed antica uniformità di favella per
*vGoo»^lc
392 Ascoli, Sftggi Udini, I.
tatti ì Veneti. Ma in realtà si tratta di un livellamento mo-
derno, che non si estende se, non a limitata parte delta super-
ficie; si tratta del veneziano degli ultimi secoli, che penetra
nelle ppovincie per tutti i meati della politica e della coltura.
Se usciamo dalla città, sa ci scostiamo dai centri in cui la civiltà
abbia profondamente esercitato la sua opera unificatrice, o se
riusciamo a sorprendere gli stessi parlari urbani nei tempi in
cui quest'opera era molto meno avanzata, la disformità fra il
veneto di terra ferma ed il veneziano si fa molto sensibile. Delta
qual disformità bene è vero che una parte facilmente si elimina
ove per Venezia si ricorra ad antichi monumenti del dialetto;
ed ò tal parte che si compone di fenomeni, i quali, sempre man-
tenutisi nella terra ferma, più all' incontro non restavano nel
' dialetto della metropoli quando esso venne ultimamente a rifloire
sulla provincia. .Sceverati però, con questa prima e non difficile
cura, i divarj che meramente provengono dal diverso grado di
conservazione, resta ancora uua somma di notevoli differenze,
par le quali si vìen delineando uno special complesso di varietà
venete dì,terra ferma, o meglio una serie di gruppi veneti, tutti
diversi dal veneziano, i quali Jpar ora pur si potranno con que-
sto comprendere sotto il nome generico di favella veneta. Se-
nonchè lo scrutare le ragioni istoricbe di tutti codesti gruppi,
Io studiare in ispecìe le relazioni per le quali essi collegansi eoa
la favella lombarda dall'una parte e con la ladina dall'altra,
questo è bene uno dei principali desiderj che ì miei cenni po-
tranno forse alimentare anche in altrui, ma non ò già un as-
sunto al qnala essi pretendano in alcun modo bastare. Stiamo
sovra un terreno poco men che inesplorato. Quando l'indagine
si potrà estendere a più ampia e più sicura serie di anticlii
documenti veneziani, è probabile, come già a non pochi segai
si vede, che più altri particolari fenomeni, i quali ancorasi
mantengono o da poco ei spensero nella terra ferma, avranno
a risultare, in età rimote, non estranei pure a Venezia od ai
suoi prossimi dintorni , mantenendosi nondimeno certe diversiti
0 in ordine al modo o in ordine alla quantità della loro espU'
cazione. Le quali diversità, e la stessa e cosi ragguarderole
differenza nella quantità di vita, cioè nella durata dei feno-
meni medesimi, hanno, come ognun vede, un'importanza isto*
>vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Venato. Eeordio. 303
rica di non poco momento. L'osservazione, del resto, dovrebbe
iasieme abbracciare, oltre l'estrema zona delle Venezie, a sud-
est, anche le varietà orientali d'oltre-Po; e il problema della
genesi di questo cosi cospicuo indivìduo della famiglia italiana,
che si dice il veneto, potri assumere, fra non molto, sembianze
e proporzioni inaspettate *.
' Nello stadio che ora iaiziamo, aia che si risalga alle antiche fasi del dia-
letto di Venezia, sia che si contideriuo le divergente per le quali il veneto
di terra ferma, o antico o moderno, si scosti da quello, é naturalmente sem-
pre BOttiutesa una sufflciente conoscenza dell' o4ieroo veoeiiano, che viene ad
essere quasi il panto fermo da coi si misarano le distanze. Quindi non è, per
avTeatnra, affatto superfluo, che intanto qni s'abbia nn breve prospetto delle
ine condizioni fonetiche (cfr. p. SSO-1), adattato in particolar modo al caao
nostro. Né di veneziano moderno mi par lecito discorrere, senza aver prima
ricordato quel cospicuo monumento che ne é il Diziùnario dil dialetto otne-
liano di Giuteppe Boebio (sac. ediz., Veuezia 1856).
VXHEZUHO ODDEBMO.
d. — Condizioni italiane; quindi: eoMtér, man, dito, ecc.- Ma -a'kio db -er:
granér, »t«r; caltghér, ecc.; noll'ant. pure i«n^ e denir denéri.
è. — voler, téla, terén, ecc.
i ed ee. — sièro, tniél, vién, diése, fiél, miéder mietere; piégora, miédego
9 médego; ttvìo 'tÌevi[d]o.- Nella posizione estinta: sle *rìé sex, cfr.
§ 4, A -e B, e anche pie •pié[d]e, e l'd. — A fbrmola iniziale, pas-
siamo da *j» (:= ié) a ^»: gtrii cfr. givolo del cont. padov., *HtoIo.
abnlum.
é di pos. — fèsta, béstia, èrba, eco. Cfr. i.
1- — fin ecc. I. — negro negri,
é. — amar, sólo, paràn paróni, ecc. v
<)- — ctwii-, fvtìra e fora, cuógo e cago, muódo e nt6Ìo% nóoo; poi, noi; mo-
ver. Nella posizione estinta: pud e pò, poi; e ancvo da aneuó, cfr.
S 4, i e B, e r^. — Del resto: stòla e sóla, diót e dol, riàsa e rdia,
nióra e rtdra (d secondario), ant. nióier; colla quel serie Tanno quasi
sìcnramenta: nimiàl lenzuolo, fasiói (e fasói; eg. fasólo), ecc. E nella
posizione estinta: tiàr o cor "tjor (e lor; togliere), Cfr. § 4, B 3.
i ài poe. — eósia, mòrto, ecc. Cfr. 6.
u. — dtiro ecc. u. — ióoene, lana, ecc.
Vocali dtone. — Rimane Ve mediana: eérter», méter, ecc. — L'è fioala, pri-
maria 0 secondaria, conservata: gréee, diése, pùise^ séte sette; fitt-
ine, rrlnw; prème. Ma tace, dopo r: dar, mandr, lavér; amor, ecc.,
par pare, mor (resta in care corre; a non dir di pdre "padre, ecc.);
dopo l: tal, mal, cameadi, sol (resta in péle pelle); e dopo »: domdn,
ean, oièn (resta, per il nesso, in cdme). Non mai perd si perde nel
>vGoo»^lc
394 , Ascoli, Saggi ladini, l.
Il precedente paragrafo già ebbe a mostrarci coma nei bacini
■dell' Avisio e del Piaye la favella veneta di continuo si estenda
o s' infiltri in danno della ladina. Ora al Piave noi percorre-
remo quei distretti, che tanto appena serbino di ladino da po-
tersi dire ladino-veneti; e più in giù, ancora al Piave, aTremo
gli speciali territorj dialettologici di Belluno e di Fellre, sui
quali il consolidamento delia favella veneta {veneto di terra
ferma, tipo di nord-est) può dirsi recente, ma ormai quasi com-
piuto. Pure alla Livenza, e in varj punti della costa adriatica,
non tarderemo a notare come il ladino, cioè il friulano, venga
cedendo il terreno alta favella, veneta. Ma qualche difScoltà, o
controversia, surge in ordine alla geografia o alla stratigrafia
di questa favella ed a' suoi scontri con la ladina, quando siamo
alla valle del Noce e alla sottostante sezione austriaca della
valle dell'Adige. Dal canto nostro già affermammo, e in parte
pei nostri esempj riuscimmo a vedere, che sia veneto, e non
lombardo, salvo una breve restrizione, l'elemento romaneo che
nella valle del Noce strema il ladino. Se ne ritocca nel terzo
Capo ; e circa lo special distretto dialettologico di Trento, pel
plur. femin.: l« sére, véle, véne.— L'o finale rimaoe cosUntementt:
sólo, gàio, cavalo, caro Cara e carro, aedro, ràmo,'iàmo ehìami],
robióao, étto, séo aero, ffdlo, rótto, fata iktto, vUlo; pringipio; ecc.
Ma ai eccettuala deaiuenza -no, se preceduta da vocale; qTiiadi: iimi,
cùmo, ma: san, man, Cristian, pién, molin, inàovtn l'indoTiDO, io» il
suono (nella 1. pcrs. eg. del prea. pur qnesta desinenza serba l'-o: imd
io buodo, ecc.); oltre r-«r = -Aiuo che gì& aTemmo sotto d. & tende
a dileguarsi, massime nella prima coningazione , pnr l'-o del ptriic-
che pel tramonto della dentala viene a far dittonga: anddo aniì.
j e g danno i: Heent, ìogdr, iànier \ péio, màio;- senóco; strénier, slor-
iér (^6, §, i). E analogamente s e 6 danao f. péft (peise; pesce),
cortdfer;- fiél, simese, pernfr, lertésa o foriésa, piagér sosL
Uj àit ij i: fio fiólo (cfr. ant, mttir *milj(5r); ma Ij preceduto da altra vocale,
primaria o eecondaria, che non sia i, dfi g: piigia, famigia, marmi
già, consigio, fógia, Piigia. — Nel pi. masc. di -Sia, avremo: ^''
e fiài\ fasàli e fasói o faaiài; cfr. eavéti e caeéi, fradéi, costèi.
Dileguo di d eecondaria e~ primario, tra vocali: matiro e maàtlro, vtg'^io
vegnia, sia, s? sete;- tttio e mido, crtio, nio, peàéo; ma: téàoa,
veder, creder.
Dileguo di d primario a secondario: óte e vó^, tio, védoa; ma: cititi), oótifo.
vivo; saoér, rdva; trdoo: ecc.
;vQoo»^lc
§ i. liOdiDO 0 Veneto. Esordio. 396
quale si vorrebbe fatta qualche eccezione nella valle dell'Adige,
giova ora mostrare, che meglio riconosciate le adjacenti regioni
ladine e le venete, ogni sicuro fondamento viene a sottrarsi
alla divulgata opinione che si debban ripetere da influsso lom-
bardo que' fenomeni per cui il trentino si differenzia dal rove-
retano o in ìspecie dai vernacoli odierni di Val Sugana. Non
sanno veramente altro citare, sa non tre fenomeni, schietta-
mente fonetici tutti e tre: Vù (od ù), reati dell' c^^ e il dileguo
di determinate vocali all'uscita*. Ora, quanto alle due vocali
turbate, noi vedremo, dall' un canto, che ì loro estremi vestigi,
a sud-est, vadano ben più oltre che non si soglia credere, poiché
per buon tratto esse ancora si ritrovano lungo l'alto bacino della
Brenta (b, 1); nà dimenticheremo, dall'altro, che ci moviamo
per territorj in cui il substrato ladino per ogni parte traluce,
e Vii e ì'ó dei Ladini noi cosi avemìuo e alla destra e alla sini-
stra dell'Adige, per le valli del Noce e dell'Avisio, che sboccano
entrambo di poco all' insù di Trento *. E quanto al troncarsi
della vocale all'uscita, il fenomeno sempre sussiste, - malgrado
il moderno influsso veneziano, pur nei. territorj di Rovereto, di
Riva, d'Ala; onde ci porta, come eziandio dalla valle di Pri-
miero, dove pur vige, a quella larga parta della region setten-
trionale della "Venezia vera e propria, cui parimenti è comune.
Una delle- più cospicue prove dello inoltrarsi dell'elemento
veneto pur sulla destra dell'Adige al nord di Trento, io rav-
viso in quella figura del dittongo dell'^ {o, ó second., ó di posiz.)
che ci occorreva nella varietà di Corredo (§ 3, a, hi b, 2), ed
era: ««5. Il quale dittongo dell' d, che parve sporadico nel vene-
ziano antico e nel moderno, e dall' indagine superficiale potè
anzi sospettarsi di mera imitazione o derivazione letteraria, si
' Cfr. ScBN. 7,39; Peb. 630. Il Eecondo ha esplicita la corretta sentenza
che il trentino altro non eia che una Tarìetà del Teaeto. — DÌ qualche aiu-
gola Toce trentina che potè parer lombarda, v. § 4, b, 1., in fine.
' Certo ueaaiiDO Torrà ripatara d'importazione o d'influenza lombarda l'w
a i'o* di Val di Sole; né credere a Eìmil aoitenza per l'u e l' ó di Val Cent-
bra, perohd nel tratto superiora della valle dell' Aviaìfi le Tocoli turbate ai
YengoDo atremando; t, l'eiordio al § 3 b e 'Val di Poasa*. Circa Trento in
particolare, va apecialmante conaiderato Io ?a=cJL nella valle del F«raÌDB
(§ 4, B, I.).
;vGoo»^lc
396 Ascoli, Saggi ladini, I.
addimostra all' incontro precipuo e fondamental carattere ddla
favella veneta e in ispecie di quella sezione che noi didam ve-
neto di ferra ferma; il qual carattere, come vedremo, tanto
più spesseggia negli scritti veramente popolari, quanto più in
su risaliamo nel tempo, e sempre ancora è ben saldo fra quelle
varietà viventi in cui la favella veneta rasenta la ladina; sia,
come veramente pare, che la prima concessione cui negli orli
etnografici il ladino sempre facesse al veneto, foGse questa di
risolvere il proprio né nell'itti del prevalente vicino, 0 sia che
Vuó veneto fermasse a più antico livello la determinazione àà
dittongo nelle attigue parlate ladine '. Cosi alla sinistra dd
Noce, Vttó dì Corredo sta allato all'ut di Fondo e di Revò; a
cosi per Vué di Val Gardena, e della più alta sezione del ba-
cino del Piave, sempre abbiamo uó nella continuazione di qael
bacino medesimo, si fra i dialetti che ancora si posson dire
ladini (§ 3, B, tu. ix), e si fra i ladìno-veneti (§ 4, a, 1-4). H-
nalmente, al contatto del friulano col veneto, nella zona che
a noi sarà rappresentata da Pordenone ed Aviano (§ 5), non
risuonerà l' uè , che a suo luogo riconosceremo fondamental
flgnra friulana del dittongo di cui si parla, ma bensì l'antico
uó della favella veneta.
Cosi questo dittongo rischiarerà la nostra indagine dal Noce
e l'alto Piave alle lagune {cfr. p. 335); e veramente si tratta,
come vedremo altrove, della gran caratteristica italiana, cbe
serpeggia, nel tempo e nello spazio, dall'alto trentino in sino
all'estremità meridionale della penìsola. Ma scorta ancora p^
fedele ci sarà V'on {-om), esponente di prima persona plurale,
pel quale il veneto di terra ferma spiccatamente si rannoda coi
dialetti ladini del grappo tridentino-orientale ed alto-bellunese
(cfr. ib.).
Queste dne generali caratteristiche saranno quindi propne
pur di quella serie dì varietà che da noi sì considera nel primo
' L'uà altro non asoesdo per aà stesso le non una ÙguTSt pib aniiana Q pi^
genuina dell' ti^, ai potrebbe ciod imagiruire cbe vi avesse in pretta finellt
ladina l'ima faae accanto all'altra, come in effètto arriene nel proreusle
(DiKE I' 397; P. Metbr nei Mémoirts de la soàéli de lingvisHqiu, I M7-S};
ma si le ra^oni geografiche e si le generali eondiiioni dei dialetti lailini "
cni Vuó ricorre, pajon contraatars a qnésta ipotesi. Vedi ancora il § 5.
>vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Veneto. GMrdìo. 397
dei tre articoli specificati di sopra, ^on varietà, ì cui territori
aderiscono ai distretti ^dini dell' alto-bellunese che nel prece-
dente paragrafo studiammo (g 3, b, vii, ix, x); ciascuna delle
quali ci mostrerà d'altronde, ben conservata, una almeno delle
più spiccate caratteristiche propriamente ladine. Comune loro
distintivo rimane inoltre il dileguo del ~r nell' infinito; e noi
ci limiteremo a raccoglierne esempj da una sola (a, 2). Note-
vole finalmente, in questa serie, comunque già vi fossimo pre-
parati , anche V assolata mancanza di ogni esemplare, in cui si
mantenga il l di fl ecc.
Nel secondo articolo, tenteremo il veneto di terra ferma,
pei terrttorj dell' Adige, del Bacchiglione, della Brenta, del
Piave, della Livenza, chiudendo con una rapida escursione per
l'Istria veneta. Oltre all'-on di prima persona plurale, e all'ut}
anche da ó in posizione, l'attenzione nostra sarà principalmente
diretta, in questo articola, ai fenomeni seguenti: il dittongo
dellV in posizione; il dileguo dell'e interna postònica, in ìspecia
nell'infinito di base sdrucciola; l'effetto dell'i àtono, dì sillaba
finale, sulla determinazione della vocale tonica di penultima;
il dileguo di e ed 0 («), che risuonavano, in fase anteriore,
finali ed àtoni; d d p àn z e g dì fase anteriore; i prodotti
delle basi in cui si complica j (num. 97, 105, ecc.); il dileguo
di d, primario o secondario; ÌI dileguo di v; il s prostetico;
-mentre = -itstìTB nell'avverbio; e infine, benché si tomi eoo
ciò a preoccupare lo studio delle forme, Y'-esio dei participj
{volesto > voluto, ecc.) '. Il padovano e il veronese, si per la
copia e si per l'antichità dei saggi, qui ci daranno la messe piti
< Abbiamo par la coutin nazione dell' -e (-i) aells prima siag. d«l-
riodic, alla ladina e alla lombarda (cfr. C. ITI, 3). Si osservino per
ora: beli, vade, digheeca., feltr. ame; foltin. vepregìte, me n'allie-
gre; conegl. leve; e qualche esempio pure Dell* ant. padov. rust.: a uè
dige nera, Ruzz. or. 44, dial. 7' {dial. 1528: a ve dighe, 10), a vage
(vado) ib., mi cha stage ben (sto bene) ib. 9*; allato a cun uè digo
or. 30 (dige 34], posso 46, a te prego ib.; ecc. Anche ia storia
corografica di molte singole voci o maniere , e par qualche* altra se-
rie fonetica, non dovrebbe qui andar trascurata; e intanto si osser-
vino, ricorrendo sempre ai rispettivi articoli per le abbreviazioni che
non riuscissero chiaro: antico veron. ni^'o nuja nullo nulla, garden.
;vGoo»^lc
39S AecoIì, Saggi ladini, I.
importante; e congiuntamente considerati, come alcana intime
lor convenienze persuadono, ci ricondurraDoo a quei pensieri
nia, friul. niije, ni'e (cfp. C. V); - foltr. la l'notn (imb.), sto inon (To-
mo), nome, garden. Vinuetn, pordenon. el vero imión, beli. Cignm,
la gnon, antico venez. la nome (Fra PaoliAo), pi. le nome (in Dna
MatrìcoUi che ha la data del 1260), rust. padov. la so tome (Raz-
zante);- ant. foUin. àut, tutto, ladino della sei. centr. e friul., id.;
foltin. toranl, rotondo, ladino della eez. centr. e friuL, ìd.j- foUio.
sensa, senza, garden, id.;- beli. aljer,jerì, rast. Ter. algeri;- feltr.
beli, e agord. aalvarec, salvatico, garden, salvére;- beli, d-angiutl,
rnst. pad. annuale, ant. Tenez. éngual (Fra Paol.), cfr. p. 222;- beli,
e follin. reteis rìTe[r]3CÌo, rust. pad. roetso;- beli, assar lasciare, aita
lascia!, follin. no asse ['egli non lasci', in un proverbio), rust. reron.
t te assa, "cfr. pag. 108;- rust. padov. inchin in sino, inchina, inchi-
namen, chiogg. inchin, buran. inchina, pordenon. id. [inchin ecc. sa-
rebbe pur di veneE. ant., stando al Bosaio; cfr. enchia e deckia, ìa
sino, che occorrono in doc. venez. del seo. XIV, Cbcghbtti, Alti del-
rist. Yen., XY, 1618-20). NoteTole per la costanza della metatesi:
fellr. dram dromir (imb.), coneglian. dromir dromist, rust. pad. dro-
inire (Ruzz.), porden. ijrum/ dróme, Tenez. drom/da;- cfr. feltr. j'retnii
fermato, pust. pad. fremo fermo. Anche le vocali àtone darebbero luogo
a singoli confronti; ma qui dobbiamo limitarci a. punidn feltr. beli, ve-
nez. ampezz. e fri., opinione; e al caso dell'o di ogni, che smarrisce
il suo accento per la proclisi, e quindi volge ia a (p. I(€) oppursi
perde: beli, a far gno sforz, feltr, (imb.) gni di, [agnvn sa\, cone-
glian. agnn (rop, rust. padov. agn'om, agno conta, buran. agni pa^
tona. Una serie di qualche momento 3 poi quella di ant am imt),
ont, ons (onz), per alt ah ecc. dì fase anteriore: follia, emiro, chiogs<
o buran.' id. {antra " altra, pure in un saggio feltrino), rust. veron.
nuantri, a antro pure a Venezia ('idiotismo della' bassa gente' Boe-
rio); buren. ci(rfifo°ciolto = tjolto;' agord. (Canale) i pons, rust. pad.
ponsò (e si sente anche a Venezia, Boekio); rust. pad. pontini (Ruii-)
pulcini. Coi quali va pur Vansi~ del chiogg. ansivescoe, rust. vemn.
anzipreli, poiché abbiamo lo forme intermedie col t: chiogg. alsi-
prete, veron. ant. (1379) alcipreto. E potremo così troTare che non
sia già epentelico il n di antichi e moderni esemplari veneti qu*"
sono reponto riposo, jionsnr, consa, poiché insieme abbiamo la forme
Tenete polsar e colsa (cfr. i num. 68 □ 94 dei precedenti spogli), dove
in ispccie va considerata la copia friulana polsd ponsà, riposare (cosi
M. poh 0 pons, polso). E so mi ii lecito finire con un parUcolare cli«
;vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Vfflieto. A. 1. Val Fiorentina. 390
che più addietro si sono da noi sbozzati sulle ragioni dialettali
delle letterature primitive dell' Italia superiore (§ 2, b, ii, 7).
Nel terzo articolo, finalmente, tenderemo a mostrare per
quanta parte si trovin comuni all'antica Venezia, o all'antico «
dialetto di una sezione orieatale del suo estuario, ì fenomeni
che nel veneto di terra ferma più specialmente richiamavano la
nostra attenzione. Ma ivi insieme scopriremo particolari feno-
meni, i quali ci ricondurranno al pretto ladino; prodromi op-
portuni allo studio delle varietà, che si parlano o si parlavano
nella sezione orientala della zona, e dall'Adriatico ci raccom-
pagneranno all'Alpi Gamiche.
TEIUUTOBJ MEI QUALI COHFLUIECOKO LA FAVELLA LADINA
E LA VENETA.
1. Val FtorenUna,
S'intende per questo nome quella maggior porzione del bacino
della Fiorentina che spetta al territorio del regno e fa parte
del distretto di Pieve di Cadore *. Ha 'Livinallungo' e 'Rocca
riflette piuttosto le forme che i suoni, toccherà di certe prime per-
sone che certamente sì coDgiungono col santo Cionte] soni, io sono,
dell'antica letteratura e dell'odierna favella milanese, e che pure è
comune a Fra Qiacomino da Verona (cfr. Mcssaf. reodio. XLVi 1&6J.
Avremo cosi le Begueoti forme, ora limitate alla costruzione inter-
rogante: trent. gonte ho ìo, tonte so io (voci che mi vengono dal col-
lega Malfatti); vicent. genti (valsug. gotti, Zuco.-Orl. 1. e. 142) od
enti, ho io; rust. veron. coss^anti da fare? ohe ho a fare, che aonti
mi che so io. Cfr. § 4, b, 3, Anche negli Atti del Lido Maggiore (e, 2):
o sonte eo o son io?
' Che é quanto dire, i paesi dì cui ei compone il comune di Selva. II Pel-
LEGBIMi (t. p. 345) vorrebbe aggiunto a questo circoadario dialettale anche
il tratto della valle del Cordevola che va dalla frontiera austro -italiana alla
punta meridionale del lago d'Alleghe, che i quanto dire il comune à'A'lUghe,
[lib U fraiioDO dì Callàntghe da quel di Roi;ca; gli abitanti del quale tratto
(sono BUe parole) 'dui resto degli alpigiani del distretto di Agordo vengano
'confusi eoa quelli di Rocca, e eooaiderati come se parlassero lo atesao Aa-
'latto'; dove egli annoia opportunamente che Alleghe dica ìaaieme con Seha:
;vGoo»^lc
400 AmoIì, Saggi Udini, I.
e Laste' da occidente; a oriente r'Oltrecbtusa'; e tal dialetto
che ben corrisponde a questa situazione intermedia, ma per-
dendo Ttepiù l'impronta ladina, si che tra i ladini pid non po-
. irebbe aver posto, o il potrebbe a stento.
L'è del num. 1-8 perda mollo terreno in confronto di Rocca. Si con-
sideri, insieme colla nota ella precede, la serie seguente: cesa, cef
chiaTe, tabié, siéla e sidla, óarid, paussd, toregd [Kocca: soregé)
soleggiare, tdrée sarchio, v-atc- Quanto al num. 137, cessa la carat*
teristica, fuor deirinterrogazione, pur nel riflesso di 'tiabes': ti le-a
(ax-tof), avar-à, ma resta in quella di 'es': ti t'-es.- D'altronde, come
nell' Oltrechiasa ecc. , d per i: do, gib, mónde, ecc.; e così dev'^-
servi p per ti, cfr. pa^eda = pazéda di Rocca ecc., vaso in cai si
munge il latte.- Pel num. 10: duter, itnaitz burro (Hvinal. id., ted,
schtTial^, cfr. Schn. 100); e ancora pel 160-6: óartàpia, ^ditra, cor,
cavéster.- Pel 118-19: vóffe, vét/t ecc. £ continuando col ditton^
dell' d e dall' o di pos. : nuóf agg, , t naósé.- Prime pera, pi.: nAt,
aàn av&n. Partic. di prima: ita, pi. stai.
S. Affordtno centrale e meriàtofuOe,
Il distretto d'A'gordo sogliono dividere in Agordo-sopra~
chiusa e Agordo-sotto-chiusa, riferendosi alla Chiusa del Cor-
devote, che è tra Ghirlo-e Listolade (Pbll.). Alla sezione di
sopra-chiusa già prendemmo, da settentrione, 'Rocca e Laste'
(g 3, tu) ed 'AUeghe' (g 4, I in n.). Ora il territorio cbe di
essa rimane, vale a dire il bacino del Biòis (comuni di Forno-
di-Canale, Falcàde, Vallsda) con quel tratto della valle del
Óordevole che va dalla estremità meridionale del ^ago di AUe-
ghe in sino alla Chiusa {comuni di San Tomaso, Cencenighe),
sarà per noi Vagordino centrale; e all'incontro diremo agor-
dino meridionale il territorio dì sotto-chiusa, nel quale si com-
prende il tratto della valle del Cordevole che va dalla Chiosa
io sino al confine agordino-bellunese (comuni di Taibón, Agor-
do, La-Valle, Voltago, Rivamonte), e ancora quella parte del
lae lago, mare madre, scarpa, e Rocca invaca: tee, mert, tchtrpa.- In i
nomi locali del comuDe di Alleghe, banno euono pretUineate ladino: Ct>I-^
-migs (colle dì meiui), a ì gìgari A' Hie = Alleghe, Cia(n*J= Caprile.- Le toci
che addnco per 'Val Fiorentina', ai debbono alla gentile»» del dott Bortolo
Talauini, notajo la Belluno, nativo di colà.
;vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Veneto. A. S. Agordino eentrale e meridionale. 401
bacino superiore del Mis, in cui giace il comune di Gosatdo.
L'agordino centrale offrirà naturalmente piti resti ladini che
non possa il meridionale; e il sistema fonetico del secondo, or-
mai veramente non ce ne dà. se non di scarsi affatto ^ ,
a- Agordìno centrale.
Eìsaona ancora la palatina in piti esemplari del nam. Iftl; cdsa^ do
0 tre éaf de ròba (ma: «u 'n càù)\ cdtul sSaudd (ma in Canale: cdud);
camp (a Faloade; Canale: camp); cdora (Can.: adora); càusa (Can.:
cdoio); can, pi. ciagn (fem. cdna);- cfr. gdmba. Ma a formota
interna non ho la palatina se non nella pronuncia vernacola di un
nome locale: Falédde, che d'altra parte è il aolo esempio che disdica,
nella sua prima sillaba, a nn altro canone ladino (n. 10}. Con la gut-
turale: cavdlf carne, calcdn, vdcca, ecc.; sigàla, cargo, ititossegd,
ortighe, ecc. Costante è il carattere ladino nel num. 10: dut, du-
ter, autd, auxade alzate ptcp., Vdut (•=• Tali) nome loc, sdut savtd
iautél (aalìscendi) , mduta, cdud, caudiéra caudrtn, fdos e falz,
cautina. Cfr. tut~au-di '-ai-di, tutto il giorno. Aitato alla qaal seria
ai possono citare, pel n. Ili: ola volta (verbo e sost.), desctìt, doz,
sot cfr. 'Oltrechiusa', puz pulce, mode *moUe, dei-ùde. Ma: scolta!.
— Resti di z: 96. dazùni 110. pidse, cuóxe, ' Al 97: famea, meo,
ped (oltrechius. id.) 'pijà, rapprendersi del latte, ecc.; ma: vója. —
Al 118-1»: réga, danóge ecc.; — 128. Dileguo del -r negli infiniti (vedi
l'esordio a questo §, p. 397): porta, pèrde, veni, ecc.; e in autd n. 10.
— Al 187: ti l~es; te-d, às-tof , vas-lot , das-tot, e così altre voci
moDosillahiche {cfr. cres-lo credi-tu). Ma e're eri, ^re-tof; cóme
càme-to?, ecc.— 144. Per -n in -h e «: vìn; bò (pi. bon); doma' ecc.,
come in 'OUrechiusa'. E riappare fum', fune, che vedemmo così dif-
foso nella sezione centrale della zona.— Al 147: vénder ecc. , feno-
meno che si estende a tutta questa regione-, ed è in realtà quanto dire,
che simili basi nominali vi perdano l'è àtona interna (ven're) per-
dita che poi ci occorre anche negli infiniti, quando siamo a B, 1,2, 4.
Per fenomeno analogo (nam. 155): de'rbol 'iérm'l, cfr. 'Oltrechiusa'
num, lS9a. — Al 174: dis;- 179: cdnde; parchiét, chtéì cheì- Al
SU: afag. e pi. Citeremo poi, per i in d: du, duóba, àof, dentei.
' Le voci dell' agordino centrale a del meridionale che do in corsivo sem'
pUce, mi furono dettate o scritte dal Pellegrini, che è uatiro di Palcadej-e
ijiiBlle che do in corsivo ipaiieggiato, provengono da testi inediti, che la sua
amicizia mi ha fatto avere.- S. Tomaso ai riEentirebba dagli idiomi d'<Alle-
gbe' (v. la nota che precede) e di 'Zoldo' (§ 4, 3); Peli.. .
Ardiivic gloltol. llal., I. Ì6
:vGoo»^lc
40e AMoIf, S>ggt Udini, L
dortiada, darli» 'kirlio gerla, dónde donx {cfr. da lons), ride*
rogane, intènde, ónde, medanot, ipiénda (a. 102), ecc. Ma i (f)
in p, qui é infrequente; Pbll. - E ora rivolgendoci alle vocali, pi>-
trenio imprima considerare come genuiao rappreaentante del n. l>-9
l'-et di arii, paréi, valéi, voléi, [savéi, podei]^ 'l deiptatti.
Ma: séra, véna, ecc. — AI num. B8: la te vieat la si veste, pre-
zioso esemplare, quand'anche il dittongo non vi fos'se antico. Cfr. titi
sex. — Al SI: cortiei, budiei, auziéì, garniei, biéi, vediéi,
capiéi ecc. — Di esempj in qualche modo importanti, che spettino al
n. SS: liéde leggere, eleggere, dei camp intriec (intieri)*, ingnlr
•in jeri; céved 'Ijóved; ceni "tjenir, ceti "^en (cfr. ÌI cadorino ecc., s
^onevàrde dio-ne-guardi);- fiora, Uóre.— Ai il: inte. AI flS (K-<):
mi pàmse, pauesd, awsd, che sembrano occorrere per tutta la regio-
ne. Cfr. ausél. — All' S7 : pdster. Dileguo di -o (-u) ed -e àtoni :
fì)C, poc, gaz, nas, nuóf, lof, vtf, nerf,a<ia.; pa^, nef, óaf chiave, ecc.—
L'in£uenza dell'-i sulla determinazione della tonica antecedente, ai
mostrerà qui pure nel pi. chi Vhilj, allato al sg. chel (cfr. U cado-
rino). Il dittongo dell' iJ: puoi, tuoi, lenxuoi, mor miufr, ndr,
nofnwffagg., muóf, ruòta, cuóxe cóxe\ fu'óe, luóc he; ancuóie 'ncài.
Ancora: vóge e vuóge, occhio -i; i nuoti, i vuoti;- puoc. Prime
pers. pi.: sión, aón; tlon, volcin; camón, masxan, credón, tentìm.—
Partio. di prima: ttal sg. e pi, m.; éamà, pi. m. -di.
d. Agordiao meridionale.
Lo <j del sum. Itti viene a mancare: càta, càora. Cessa pare il feno*
' meno del num. lOi sali, alter, par altro; cald; Pontalt, Oosald;
e mancano consentaneamente le figure prive del 1 al num. IH: mtìldt,
el se alta. E ave non ha piti il dittongo del num. 19, come fradii
non ha pib quello del 81; ma ebbi uziè per pi. di uxSl. I] -j di sac
pera. sg. pita non ai vede, fuori dell' iaterrogazione, pure nel riSes»
di 'ea*: ti te-e'.- Pure il dittongo dell' q por diradarsi: foc, nof.
Ij -ói^'HÌn^i: bottói, eospettoi, barcoi balconi, e Y-^t nel
partio. di seconda ecc.: aeéit, eredest, sentett (agord. centr.: bv,,
creda, senfti] e simili, ci riconducono al bellunese ecc. Noteremo:
£ *at ho, e quindi avré avrò; se *aai; Tei di téif sete (n. 40; C^
naie: sef; Zoldo: téef); guója voglia, come nell' 'Oltrochiuaa'; e nel-
l'ordine lessicale, il nome di luogo Valcócena, che deve dire '»«lle
rossa', cfr. gli spogli ladini al num. 56 e B, 2, in nota [p. 411).
' È figura metatetica (integro intrigo), comune a pib dialetti; eoeXti
veuez.: intrigo « intriégo.
;vGoo»^lc
g 4. Ladiog e Veneto. A. 3. Val di Zoldo. 403
3. ral di Zoldo.
Fra l'Agordino ad ovest, e l' Oltrechiusa ad est, s'interpone
la Val di Zoldo; ed è yeramente, se in ispecie consideriamo la
estensione del vernacolo a lei proprio, il bacino del Maè, dalle
sorgenti in sino a un punto che di poco dista dal limite set-
tentrionale della valle del Grisol (Pell.). Un solo carattere
ladino è bea conservato in questo territorio; quello che nei
nostri spogli veniamo registrando sotto il num. 10 ' :
àutre, càvd, eoo. Dal restaDto, la principal caratteristica del dialetto
è l'accento sulla prima vocale dei dittonghi dell'e e dell' o (^&, ìm),
e in ispacie del secoiido^. Così ebbi: dhs, la miei, liet letto ptc. (ma
all'ìuf. ebbi tiéxe), sief (num. 67), allato a priéda pietra, e a óéved
"\jévod;- tjiiior, nùòf agg., fùòc, lùoc, zùóc, muof (inf. muòve, aie),
niòsa, ruoda, cuoie;- brùo brodo;- ùdf,pùoc. Ma nel trittongo for-
mato dall'i del plur.: bvdi, come piii; e analogamente: dutìiba. ^
Noteremo lo i di cùoze, axé, pidzé inf. (3. p. pias), che spettano
al num. 110, E pel 187: ti t'-es, ti te-dt (Pgll.). ' Per m in p: el
péndre cenere, pée ciglia, vénpe vincere; per z in d d: duna digiu-
Dsre, tènde, spiénda (num. 102), dof, dudiba. Dev'esservi, in deter-
minate congiunture, anche d in d (cfr. 'Oltrechiusa'), e così spiegarsi
lo rf*rd dei miei testi: per-zut "per-dut per tutto, timortedio
timor-di-dio, ed altri. Ma caratteristica dicon poi «luetla pronuncia
loldana del d, per la quale esso volge a r ^. Ancora attribuiscono
al Koldano un -n particolarmente spiccato (santi ecc.). A me pareva
di sentire: pd'n, «à'n, bó'n. Prime pera, pi.: titìnn, parlati, tre-
moti, veation-ie. Partic. di prima: ttat, moiirà.' E finalmente
adduoansi: duti quang, e 11 nome locale Xràl (cfr. pag. 50 e 276),
che presuppone la fase 'eira ^a.
4. Cadore centrale.
Sotto questo nome, che rimane opportuno comunque gli man-
chi l'esattezza assoluta, si comprende quanto avanza dell'antico
' La maggior parta degli esempj cha adduco, ebbi dalla viva voce del prof.
Vito Talahini di Zoppa. Quelle che do in corsivo spazieggiato, proveagono
dft teati aditi e inediti, che devo alla gentilezza di T&rj.
' Cfr. l'Appendice al g 3.
' Qaeata afièzione del d s'incontra ben distinta pur nel paesello di Qosaldo
Dell' Agordino meridionale, e men decisa in Erto (t. l'Appendice al § 3);
PBU.BGBIN1. Più spiccata che mai riauoaerebbe a Cibiana, che resta nella
Tallo del Boite; De Luca.
;vGoo»^lc
404 A»coli, Saggi ladini, ^-
teiTìtorio amministratiTo del Cadore, dopo' arerna staccato 'Co-
melico' (§ 3, B x) da oriente, e 'Oltrechiusa' (§ 3, B ix), 'Val
Fiorentina' {§ 4, a 1), più il comune di Zoppe che entra in Vtl
Zoldo (g 4, A 3), da occidente <. Qui riabbiamo un dialetto in cai
sono avanzi ladini assai cospicui, come ora si vedrà dal breve
prospetto fonologico che mi è dato presentarne. Parte spettano
al distratto di Auromo, e parte a quello di Pieve di Cadore,
ì te^ti o gli esempj che a me sono venuti ; e la stampa distin-
guerà L'una provenienza dall'altra^.
I fenomeni palatini del num. 160-fi sono ancora in pian vigore: caàia
caviglia, canapa, cà^a, édura, éar carro, éi^td Jnf., cattd iiT-,
-campn; cavai, cadastra (olirecbius. éalaitra) catasta, éóu *cia
n. 68* (tillaio a de.recdu);- xaróoa cercato (assaggiato); ha manèi,
te if»cd>ite\ tucce incoili;- S'dla, fadia, àared, pred, bulid Vj]ii-
licare, f'dza focaccia;- e si hanno consentaneameute pur quelli del
Duro. 18K: gal, [sporgali ieà, fréa. Ma occorroooiuttavolta: cam-
miyd, sommpd; negar-as negherai. Pertoo è (iure il feiionieiio del
D. 10: antro, eduli, faus f^lce, cduie; ma insieme: false falsi.; cfr.
num. 1 1 1. Pel 187, alle seconde monosillabiche: tu U~ite'*, ta tcót
[ti n'ha), tu te-rutf', si aggi ungerebbero alcuni plurali masco-
lini, l.iorno a'quali beri mi sorge q'ialche dubbio che il trascrìitnra
potesse, qua e'col&, essere imlolto in errore dal poco nitido origi-
nale; ma il loro com^Usno par tuttavolta che basti od accertar l'im-
portante reliquia, lanCo pib che ì tre primi esemplari rivengono alla
formoU 't + s {^'d+s): preves preti, peccai peccati, ( p«ti Me de tri
' L'antico territorio del Cadore i quindi quello che oggi si lipttU imI
distretti di Auronu) a di Pieve, eccetto il comune tedesco di Sappids,
anaesso ad Auronzo, cbe prima del. 1853 lo era alla Carnia (Friuli; t. rSiu^'
erit., I, 43 = 321). Pellegrini.
' Nulla, ch'io sappia, fu mai pubbliaato di quest'importante dialetto, o^*
ti eccettui una sola ottava di una versione ormai traditionale dall' epìaodio
di Erminia, riferita da Giuseppe Ciani nella sua Storia del popolo eadoriM
(fatele. 1.°, Padova 1856, p. 19-20). Io ho una brava serie di vocaboli, e qnil-
che paradigma, di Loreniago, cha devonsi a monsignor canonico Db Dori';
ed un lungo testo, che ò opera di Tone [Antonio) de Loda, vecchio cantor di
COi'O in Laggio, pazientementa trascritto da monaignor UasTim già kxlibl
di sopra (p. 345). Lorenzago e Laggio sodo in quel di Anronzo; e proTengom)
all'Incontro dal distretto di Pieve di Cadore una lunga raccolta di vocsbolii
che devo all'amicizia del profasBore De Luca, ed alcune ottave della venioDa
del detto episodio, che una donna di Pouale ha ancora sapnto recitare.
;vGoo»^lc
g i. Ladino e V«ieto. A. 4. Cadore centrale, 406
di» (aHato a tn tre di), e {mtiam; cfr. 'Comelioo*. Si contiuns, del
resto, i'-e del pi. maach. obe aremmo in 'Ampesso' o(f 'Oltreobiuaa':
bii3che, arte, ludffhe, chi dot ladre, dutte chi aulre, chi tre arme,
pur qui perd Benteadosi l't di -ón + iecc., come tosto Tediamo, e
qnallo di chi pi. , allato al sing. chel. Dalla indifferenza che di aolito
intarviene fra pi. masch. e pi. fem. , si dichiara la palatina di puoce
pai pochi passi {puoce aarebbe Teramente il plurale di pupéa). Al
num. 1184; vuóffe (occhi, nel frammento dell'Erminia); rèa cfr.
nam. 97. Circa la presenza dello ì, le trasorÌEÌoni mi lasciano in-
certo. E continuando con quant' altro interessi l'istoria delle con-
sonanti, avremo ì numeri che seguono: 97. paoedn, meo, rea a. 118,
doneou *>eDoj&u [in] gin occhiato, ved vegliate!. — 100. gen ffenw.
Tiene ecc.- 106. lOS.jedo *dÌedo dito (con l'ie terziario che ritorna
in friéda); ceri cÉvedo, cfr. l'agordino (num. 23). — HI. Non aucl
pib mancare il I nelle combinazioni olt eoo. (cfr. num. 10): icoltd
ólta volta (verbo), det-olde, tolde; ma otta volta sost. <, accanto al
quale pud ricordarsi il volgare ^oc^n» Folcegno, nome di luogo. —
ISy. dita ecc., v. il num. che precede; voi oi; oj; daóa (nel fram-
mento dell'Erminia; oltrechius. id.;- ma nelle altre fonti: davói) die-
tro; cfr. prod. — 160. gerundj: pensan, esseri, veden, tentiti, ecc.;
cfr. deventava pi gran. — 164. ott, aveva 'non. Ora per ir in d:
durou giurato, dentil, Itede leggere, medo, ademi azzimi, ecc. L'a-
naloga alterazione ài t in p non si scorge dai testi, ma & contìnua
in tutto il Cadore (Pbll.).- Per l'altro fenomeno regionale di '-i da
"-ir; (cfr. 'Oltrech.' 102), posso citare: te fosse bituoi ""hituéin; piti'
pugni; spade e maxtoloi, quasi 'mazzuoloni'. Viene poi la volta
della vocali, per quanto ancora oi resti di cavarne in prò dell'inda-
gioe ladina: 9. fvMiéi fumsjuolo, denéi gennajo, fevrei. K pur qui ai
aggiungono altri ei [e] da "ai 'aj (v. 'Ampezzo' ecc. num. 1 ecc.):^'o
«"i, ass^i, formai, eidd cfr. 94, fréa; inf. (ei;- ébe "aibe abbia
(pur Dell' agord. merìd. ecc.), — S8. vi^re, vecchio, 'vetere- o anzi
*Tfltero-; cfr, il friulano'.— 84. [jo].— 88. Esempj non gran fatto
«icari mi sono: no te sientet; e: 'cadoik pass da-fler', ohe mi oc-
corre in una scheda isolata.— 81. uxiéi.— 88. [fw].— 41. inte. —
S9flcc nuóu, muòve infln,, se te puoi, ecc.;- tuo toglie, vuója,
duóffe doglia, [cwottóre], tutU e quattro nel framm. dell'Ermin.;
nuóte;- luore loro (cfr. 'Comelioo' 3-). — 88', -ou da -du: cóu n. 160;
' Coincide fortuitamente coU'oKa toBcano? Ctr. p. 401.
' Nell'antico veneE. ; viero (Bando tsembra lo Oasfoldo nnouo e-lo viero...
e le lo niero... che Io degan niero insegni alo nuouo; Mariegola della Scuola
di s. Sfuria Gloriosa dei Erari, che porta U data del 1S6I, f.° S' e 7% R. Ajv
<!litTio Generale dì Venezia).
DiqifceObyGoOglc
J
400 AmoIì, Saggi ladini, I'.
cfr. il partic. di prima conj. qui appresso. — 94. idpu *aid&a ajntato.
— Ij'-ett Del participio di seconda ecc. gift invale: intendetto ecc., «
aintesto, allato ai più genuini: pattu, tradiu, Nel partic. di prima,
V-àu del D. 68': sióu (pi. ttdde), dou, stvdiou, scomensou, rootrsou,
menou, biastemou, Uimott, inirigou, ecc. Prime pers. piar.: im,
compron, volon. Per nllimo si ricordi fiodro fodero, nel qaaie u
continua l' epentesi già altrove aTvertìta nella nostra zona (p. lóS).
B.
LA TSRRA FERHA VENETA, CONSIDERATA IH ISPECIB NE* SCOI &APPORn
COLLA SEZIONE CENTRALE CELLA ZONA LADINA.
1. Dal bacino inferi&re del Sarea at Ctsmon.
Qui imprima vanno seguite, secondo i cenni che gii demmo
nell'esordio, la orme estrema della vocali turbate (fi, d); ma'la
mie notizie na sono scarse, L'A (ù) a Trento è ancora fforìdo:
miir dar ecc. (tì-iìlatino), Gesù'; e certamente risalirà, per
Lavis, a rannodarsi, all'ovest, con Vu della riva destra del
Noce, e all'est con quello di Cambra. Si continua, a sud-est,
nella Valsugana superiore, e qualche propaggine ne arrive-
rebbe anche a' Masi di Novaledo e a Roncegno, che son nella
centrale *. Quanto all'iJ (ce), lo Schneller afferma, che esso oc-
corra nel vernacolo trentino (o. e, pag. 7, 40), ma non gli av-
viene di addurne alcun esempio. Leggo ancora in una schedi
manuscritta: To in certe voci (trentine), come /loi, for, jxxhi,
'mòro, si pronuncia in modo; che tiene un po' dell'eu francese'.
Qualche resto di ce pare insomma certo che tra il volgo tren-
tino si mantenga (Malfatti, v. s., p. 399); e le ortografie peui
veut (può, vuole), che s'incontrano in un saggio di Pergìue
(Per. 374), sono buona testimonianza per la continuazione del-
l'ex anche all'est di Trento. Ma l'ultima sua traccia, in questa
regione, ci porta ben più a levante, proprio al Cismon. 'Dicono
'ì vicini, che gli abitanti del comune dì Lamón (distretto di
' Pbb. 82: 'Una. diffarenza di pronuncia da noa doverti omett«re... A ip-
'punto quella dell'it, che pronunciasi sempre toscanamente, salvo pocha *c-
'cezioni fra le genti di Novaledo e di Roocsgno, le quali inclinai») a dirgli
'un suono gallico, come tale pronuncia prevale nella Valsugana at^erim *
'nel Trentino.'
;vGoo»^lc
g 4. Ladino e Veneto. B. 1. Dal San» al Cismoa. 407
'Fonzaso, provincia di Belluno) accentuano certi o larghi e na-
'sali, pei quali si fanno conoscere; ed io ao che hanno altresì
Tee lombardo in fcech fuoco, e nei nomi locali: I-Cicee, Ghioe;
'I-Bilost, Belletti; I-Mcei, Moggi ; I-Campigcet, Campigotti, ecc.
'(Pellegrini)'. Ai territorj di Rovereto e di Riva rimar-
rebbero estranei e Tfi e l'd.
Manifeste continaazioni di fenomeni ladini, sono ancora in
questa regione: ss = 'str (a. 141; cfr. pag. 284 e 291), e -ddr-o '
c'àtor (n. 87). Così:
trent-'o roveret. moadr^; trent. vosecb. , rov, e riv. vo» nos nosm
noisi, al. vomì, tea. vesso vossi, prim. vos ecc.;> trent. rov. tessadro,
marxadro, deimadro decim&tor ^.
Ma il più cospicuo fenomeno ladino che sia dato citarne, à la
palatina nella formola CA, serbata in qualche parte del Per-
ginese; e assai probabilmente essa vi andrà congiunta con altri
preziosi vestigi dall'antica favella. Veda chi può d'illuminarci;
e intanto ringraziamo il padre Tommaso Bottéa di questa soli-
taria notizia: 'Anche adesso qui sul Perginese in taluna di que-
'ste ville si pronunzia chia quello che 1 dotti pronunziano ca
'e ai stampa ca ^}
. Xà^-òri di 1. pers. pi. non risuona ae non nella sezione orien-
tale di questo territorio :
' Oltre l'opera già citata dello Schneller, e il Vocabolario vtmacolo^ita-
liano pei etiatretH rmereUmo t trentiito di Giambattista Azzolini (edito da
GioT. Bertanza), Venezia 1856, metto a contribuzione, pel trentino, i saggi
dello ZucoAGKi-OBLAHqiNi e del Pebini, e ona yen. ma. della parabola;- e
pel roToretano, nna copia ma. d' El mondo eoi e. in su di Jacopo An-
tonio Tdsiuti Fornbra, poemetto di lewantatre ottave, stampato in Rove-
reto, aecondo lamia copia, nel 1826. Pai rivano,, il saggio del Pbbimi e
Dna yen. ma. dalla parabola l'MzNBaHii.Li) ; cui se ne aggiunge una nel dia-
letto mefico del distretto d'Ala (al.; De Pizzini). Per la Valsugana ado-
pero il saggio di Zucc-Oblajid., che proviene da Teiere (teh.), di poco all'est
di Borgo, e quello che il Psrihi adduce da Strigno (strign.). Per la valle di
Tesino (tee.), tra la Brenta e il Vanoi, ho fioalniente nna vere. ma. della
parabola (Nicoletti), ed mia per quella di Primiero (prim.; Qubbkt).
' V'ha forse qualche resto pur dall'antico / (= *-^- *-^); ma ci confon-
diamo collo / da '«* {càia ecc.), cfr. p. 337-8 in n.
' Da una lettera del 1865, che cita il Daua Vedova nel 'Dante e Padova')
Pad. 1865, p. W.
>vGoo»^lc
403 AmoU, Saggi ladini, I.
treni, dovétn; rover. senio, avemo, dooemo, pemem; riv. gaoetn; a
pura nel saggio della ralle di Teaìno: volemo, emo 'aremo. Ma: tèU.
gavon; strigo, volon, faron, mangiaron; prim. magnon, godon-t€-la;
[e a Lamdn (v. pib sopra, in questo numera, e b, 2): jon siamo, im-
perf. ereón; on abbiamo, imperf. eón]. Le varietà di Trento e Rore-
reto, se mancan perd Aeìì'-órt, si rannodano tuttarolta in particolar
modo, appunto in questa persona, e colle Tarietà ladine della Beziona
centrale e col veneto di terra ferma, come in parte si vede in q^ae-
sto stesso paragrafo (b, 3). . |
Dell' u<j non vedo sicuri esempj. Per Vie da e di pos. estinta,
si potrà forse addurre, oltre il solito sie sex, qualche diminu-
tivo in -tei, che Schneller promette di mostrarci (o. e, 53). lì
dileguo dellV postonica interna, appare dagli esempj seguenti:
trent. roT.: vendro veneris-[dtes], tendro, ecc., letira; telv. lei'
tre, tea. ester essere. Rimango incerto se nel tes. serviduri ì'u
dipenda dall' -i della sillaba successiva. Delle serie pel dil^ao '
dell'-o (-u) e dell'-f, sieno poi citati:
treoL caf{pl. cavi), nof, nat, fai, el le(t, tuli, poc, toc, dot, a trmers,
pers, toU; noi noce, paet, af (pi. id.); e dai tesU roveretani: hf,
dal, fred, nemig, rurrid, alloc, bec, sec, fis (molto), oppres, pars, vù(,
tori, cald, sperand, atte mi; nef. Inoltre: riv. om, no», dit, dat,pers;
cornis; al. mesi, mdrl,past; telv. porc,pevar (cfr. bison e'bisogDa],
ma: famegio, sole ecc. Nella valle di Tesino; omo, ditto, pane, fami.
Ma in quella di Primiero: de* dito, Ice, col, part-, paes.
Il fenomeno dì d d p ìa z g Ai fase anteriore, avrà a un di
presso gli stessi confini dell'-on di 1. pers. pi., ma compresali
pur la valle di Tesino:
trent. rov. ioc, zo ecc., riv. al. zoven ecc. Ma: telv. da, do, dorme,
dogo, meda, vìado, noledin (■=• tio/eiVn venez. ecc., vetturino), gar-
dott, ardento; slngn.Jrodo {" troia venez. ecc., sentieruolo); tee. do-
vette, do, panpa {"patiga ven., pancia), s-trojape (= 'trojftfe.trojac-
cie), ecc.; prim, doven.
Circa il n all'uscita, non so se veng teng del trentino rastieo
ap. Pise. 633 (roveret. vegn, cioè veti), significhino pronuncia
gutturale. Ma costante caratteristica del roveretano e del rivano
è -m per -n, che nei aaggi trentini appar fenomeno sporadico;
trent. pam, vim, ma: lontan, man, fin; roveret. mam [ag. e pi.), pae-
sam (pi. -dni), am (pi. anni], cam, bem, alflm, oecasiom, reiom, dom
;vGoo»^lc
§4. LftcUno e Venato. B. I. Dal S&rca al CUmoa. 409
il dono, um; dtem, órdem, eco. eco.; rlr. lontam, sani, laoUm, troe-
lim trÌTelltno, vesim, decisiom.
In ordine a j complicato (num. 97 a seg.), si possono notare:
trent. tot. aj sg. e pi., allium, fameja fame'a, ecc. Schn. 62;- tel7.
olffio 'avólio avorio, ordinargio, gen Tiene, compiti (r, p. 308, n. 2);
tea. filgi; prìm. heace.
Siamo ora al dileguo del d primario e del secondario:
trent. fot. tia, teda resinosa, cruf, nif, tre esempj che ci riportano
agli spogli ladini (n. 203).^ I seguenti sono dallo Schneller assegnati
al solo roTcretano (o. e, 79): cda, bróa, buéll, beg'l (cfr. pag. 306),
bait, laim "ladioo (agile), reda retata, poaura potatura, ecc.; e dal
poemetto roT. mi ai aggiungono: le rais, le miole; malaUze, noe an-
date, ecc. Inoltro: telr. na tempestaa, finii finiti, ecc.; strign. peoe;
tea. veello, frello.
Seguono gli esempj del dileguo di v primario e del secondario
{n. 129» ecc.):
trent. neó, nipote*, nel saggio rustico di Pbr. 633; ma pure per que-
sto fenomeno segnalerebbesi in ispecie il roveretano, secondo Schn. 95,
cho adduce: faór, poóm, aér, ecc. Aggiungo: tel7. toagia; e tea, pi'tì
'èco pitt Teochio.
Par -mentre = '-meate: tea. malamentre. E ora alV-esto par-
ticipiale:
Nel trent e roT. non pare ancora gran fatto diffuso; cfr. Sohn. 20,
cha-cìta rideH e iUrustìco scrivest. Nei saggi trentini leggo difatti:
vegniì, lavù, lenti; riv. ienlti. Nel poem. roveret. vegnà, perda (nella
rima), ma insieme: voltit, piaaett. Nell'alto bacino della Brenta, que-
sta nota non tarda a farsi continua. Dulia parlata Hi Borgo avremmo
in Pek. 84: rendù, senti, allato a vivesto, vegnesto. E procedendo:
teiv. piovetto, podesto, provvedésto, {podù), dormisto; tea. corretto,
moveato, vegnesto, {conosciwdo); prim, volest, corresC, offendest, ve-
gnest, tentist.
Qui naturalmente non vogliamo preoccupare la parte lessicale;
ma circa i trent. e rov. verggt alcun che, e il suo contrario
neggtì che possono apparir mere propaggini lombarde, giora
' Sarebbe insieme, ae l'accento d corretto, un altro esempio per il dileguo
del d («neTiMo). Cfr. o, 2, in n. ,
:vGoo»^lc
410 Ascoii, Saggi ladini, L
notar sin d'ora come 'guUa' arrivasse, in combinazioni BÌmir-
glianti, sino all'Adriatico (§ 4, e, 2; e cfr. luto seria negata,
fo negata, nei saggi di ant. veroo. di cui si ritocca sotto b, 4).
A considerazioni fonetiche poi ci ravviano i trent. e rov. doma
(e noma) demé, solamente ecc. , che sembrano alla lor volta veri
lombardismi, ma rientrano, dall' un canto, pur nelP analogia
ladina (n. 145), e hanno dall'altro i loro speciali riscontri anche
in favella veneta ^ Ancora consideriamo: trent. e rov. biolc (e
hifolc, cfr. num. 132; cioè */^, -v-, e indi zero); cagliar ealier,
caligarius, che nell'esito del ga serba impronta ladina, come
la serba, per 6 = 'dnl: fo'col pennato (cfr. num. 10 lad. e p. 299j
ScHN. 37, 143), 0 ancora, nella conservazione dell't, Vintro di
Tesino. Notevole eziandio l'aversi -^', piuttosto che -ó-, nella
continuazione trènt. e roveret. di 'specie' (spegio), poiché pur
quest'alterazione sonora, che a prima vista può parere un lom-
bardismo ^ si rannodi al ladino, e in ispecie alle Tariet& ladino-
venete (§ 4, a) , ed ancora alle altre venete di terra ferma. Per
e='ai nell'alta valle della Brenta, si abbiano finalmente: telv,
asse; ti ti se sai, étlu hai tu-, ^t magnare ecc.
S. FéUre e Belluno.
È chiaro per sé che questi nonii qui non corrispondono ad alcuna manìe»
dì compartimenti politici, ma A ai due circoodarj dialettali, in cui godo par-
late la varietà bellunese e la feltrina. lotorno alla loro precisa estenÙoD*,
òoBl si esprìme il PeLLsaitiNi: 'Il eireoodario dialettologìco di Bellvno com-
'prende U distratto amministrati va di Longaroue, eccetto la valle Zoldaoa o
''del Mao superiore (§ 4, a, 3) , e quello di Belluno, meno la riva occidentale
■ Qui intanto cit4, dalla Vallata di Follìna (b, 3): dome, soltanto, aliato
a nóme (P. Casello); e di piti, sotto n, 4. Se insieme non cito il telr. Atmi,
appena {demo d anche nel vocab. roveret.- tren t.) , gli é pei'ché anche il sem-
plice mo (= modo) viene alla significazione di 'soltanto', e in demo altro non
vedo se non 'de-modo'. Questa combinazione deve avere influito in dt-tni
*do-mai *no-mài; ed anzi ha per avventura ajntata la stessa dìtsimilaiiwe
* Nel milanese si sente e si scrive la sorda quando la palatina d all'uscita:
i6 (Bonvic: agio), vec, spec, i aree'; ma a formola intema, sempre è la so-
nora: ogio occhiello, vegión, spegidn, orégia. — U riscontro -^- — -rf- «-
rebbe, del reato, fenomeno continuo nel trent. e nel roveret., se badanìma
allo Schneller (p. 88); ma ci sarà lecito, per più ragioni , di revocare io dab*
bio questa untenta acustica del dotto tirolese.
;vGoo»^lc
S 4. Ladino e Veneto. B. 2. Feltra e Belluno. 411
'del Mia, che è quanto dire la maggior parta del comune di Sospirolo. Il
'circoDdario dialettologi co di Feltre comprende alla Bua volta; il dietrelto
'ammioìstratiTo dello stesao nome, eccetto, io credo, i comuni giii trivigìani
'di Quero, Alano e Vas; inoltre il comune di Sospirolo fino al Mia; e una
'raet& del distretto amministrativo di Fonzaso ". All'estremità Betteotrionale
del eireondarìo ballnneae, é probabile che qualche proprietà ladina ai con-
tinui dall'attiguo Cadore (§ 4, a, 4) *; ma nel bellunese vero e proprio, e
nel feltrirw del pari, più non occorre alcun carattere fonetico schiettamente
ladino'. Del resto, appena é d'nopo avvertirlo, la popolazioue cittadinesca
abbandonò via vìa, pure in questi circondaij, le distintive proprietà dialet-
tali, cedendo alla prevalenza veneziana; e veramente or si discorre di òellu-
ntsi rvttico e di rustico filtrino. Sulle differenze che intercedono fra questa
due affiniseime varietà, o sulle loro sottospecie, io non mi potrò qui fer>
' Intende cioè il nostro autore di sottrarre al feltrino quella parte del di>
stretto di Poosazo che si compone de! due comuni di Lamon e Soramontg^
che à quanto dire il bacino del Cismon dalla frontiera austro- italiana al con-
finante della Senaiga, territorio cui si attribuisce una varietà particolare [cfr>
§ 4, B, 1). Ma circa 'Soramante' nulla può agli affermare di ecienza propria,
e nel saggio del 'pili aspro dialetto feltrino', che abbiamo a stampa (1741),
e che sarà per noi la fonte pib preziosa, entrano probabilmente degli idio-
tismi soBramontani , come l* occasiona dal componimento suggeriva.
* Colla estrema sezione settentrionale del circondario dialettologi co di Bol-
lano ( Castella vazzo, Longarooe) si congìunge corograficamente il bacino del
Vajoot, delle cui condiitioni dialettali si è toccato in Appendice al § 3.
' La combinazione J)I pare ancora sopravivere io piata, con la qual voce i
faltrioi significherebbero 'un piccolo luogo piano, nel monte' (Conta dal Pozzo).
Un nome locale ancora la conserva nel distretto di Belluno: Plóia, Ploisnm,
ma volgarmente: Pióis (Peli..). In un Inventario del secolo XIV, che per la
molta gentilezza del Diocesano di Feltre ho rapidamente potuto vedere in
quella euria (1809), mi sono occorsi i seguenti nomi locali: in-planexa pass.,
DegBDia de Lamone (nella quale è pure uu nome, la cui seconda parte d e»-
eeno, cfr. § 4, a, 2), in tramet aglosoU ìb.; in plandelago , Degan, de Servo;
■n iplgneo [ipUnf), Degan, de Tomo, in flena ib-, tn loco vacato stablir ìb.;
tn i. V. alaplaga. Degan, de Villa payera; ecc. Ma della non piena prova che
■imili ortografie posaan dare per la pronuncia, già ci accadde altrove far
parola (pag. 302-3, n.), e or si consideri, da questo stesso Inventario; Col-
^dafler (Lam,), che sarà probabilmente eol-da-fiér (ferro). — Oltre pi o fi
abbiamo il caratteristico i di intra, nei noti versi, allusivi a una vittoria
riportata dalle armi bellunesi in mi finire del XII secalo, che io qui ripro-
dnrrA dall' ^tateno di Qtorgio Piloni, Dottor belluneie, ecc., Venezia, 1607,
f. 100 T.: 'Per maggior corroboratione delle cose da me dette di sopra regi-
'strarò vna particola d'vna scrittura anticha nel modo che si vaana in quelli
'tempi, che dice a questo modo: Anno Domini nostri Jean Christi 1196. In-
Mietitme xij. die octavo iatrant« mensa Aprìlis Prudentisairai ituUtea et padi-
:vGoo»^lc
412 AkoU, 8a^ ladini, 1.
maro '; nu trattando utùtameQte d'entrambe, dùtingno perd, Tolbi per «riti,
U proveuieDia dei BÌngoli eserapj, siena qnMti o non aìano ■pociflel d«lU d»-
termìnsta varietà. Oli esemplari che do io semplice corsivo proTengoiw p«l
ftltrino (feltr. imb.) dal seguente poemetto: L' Imbassada dei txei eanttn it
Soramont, Seno, Auiw, Bordai, Soriva, Saldtrt, e Faller,... fatta da Boria
Etior DALLI Valbbunì (da Villabbuna), Poltre, 1741 (t. la prima nota); «
pel bellunese, dalla Gerotaltm liberada del Ta$to portada in Ungva mstigt
Munes da Barba Sep Cobaulo dit Dal Piai, Libro prin »dedicà ai tp»to-
beli ecc., Belluno, 1732. Qli esemplari in corslTO tpaiieggiato proTongaiw
all' iacoutro da scritture diversa, di vai-ia otk, che devo alla cortoNa di pa-
recchi nomini egregi di quella contrada; in le quali d Un 'dramm*' inedite
B incompiuto, dell' ab. Oiannicola Villabbuha, Tenutomi dal T&leoto l«ttertto
feltrino ab. Antonio Vecellio.
V-on {'Om) di 1. pers. pi. sempre in piea vigore:
F^ltr. imb. hom vedù, vardom dantre, aacrificom, vedom, vardom,
cavom, votom {te olom arar], taom 'savom, fom, perdomj diton-ìa,
remettonse, meritori, don, vardon, tomon; faron, doe-'ndaron-et \ boIL
fon, credon, tiron, baton-se, dopereron ecc., tton, ffiu»ton~tt,
erión eravamo, fussión, ecc. >
DqWuó ho scarsi esempj, e sono: me suor mia sorells, gcuo-
dre riscuotere {p second.), eatrambi da poesìe bellunesi, di età
per me incerta, ma non moderna; e cuor, ancuoi, da ana
feltrina (Feltra, 1827). Del resto: feltr. ìmb. /oc, nou, ow, ecc.;
'tea BellnneoMS ac Feltronaai castmm Mirabelli maxima vi ocenpanennt,...
<Item M anno castrum Landradi ceperunt, ibi vero plnres hominea (f. 101)
'interfecerunt, et quadragiuta sex Inter milltes peditas, ae arceatoraa wcbbi
'in vinculii duxemnt, et totnm oaatrum combnxerunt et fonditna deatmie-
'mnt: Dk Casteldart BAtl li mostri bona pabt, I lo ekttq tutto ntno
'lo FLum O'Abt; E sex Cadalikb di Tabuib u pldi fsb. Con se ncn i
'itoBTBi PBBSONiB.' 1 quali versi veggo ora (1871) correttamente rip^a^ti al-
che da Cesare Cantù nelle sue Vettigia jirimttice della lingva t de' dialetti
t/afiiini (Atti deli' latit.Ven., t. XVI, p. 211-25); ma spiacemi trovarU accaato
a i^ffktta ano giudiùo sullo spoglio fonetico annasso ai i£onumenti antichi
del Uussafla, che io certamente mi dorrei d* avere proferito. Cid sia detto,
senza olKsa deirillaatra lombardo, che ha saputo rìvirigera assai frnttMss-
mento le sue nobili fbrze anche ai vatj dialetti della penisola, e darci cod,
nella Storia degli Italiani (prima Appendice), ana specie di creetomuia dis-
lettologica, a cui rimarrà il giusto vanto di essere stata la prima.
' Sia tuttavolta notata la caratteristica feltrina dell' aspiraiio&e del f: Fkfl-
tre, fhimtna, bufhón, ecc.; 'nella qaal pronuncia, la f poco ri a«ote, e del-
, all' ineoiitro, ci accorgiamo beoiinlmo.' Pbx.
;vGoo»^lc
S 4. Ladino a Venato. B. t Pellro e gelltmo. 413
Iteli. locMC. Un esempio peregrino pel dittongo dell' ^, è il feltr.
imb. sebbien sebbietio [sa-bien; cfr. e, 1); nel qual testo è siei
= siè beli, sex (cfp. ib. drei 'dre, dietro). Il teltr. sptetàr, aspet-
tare. Don può aversi per schietto esempio del dittongo in posi-
zioDB. Piattoato è notevole il feltr. bìéi (fa dei biéi salt) belli.
Ora la sincope dell' e itona interna:
Pekr. ìmb. ettre ossera, mendrt mfoor, tendro; beli, tttre, vedre,
ffoàre, tpendre, metre, batre, rompre, vi'nire, ecc., le lettre.
L'effetto dell'i si risente per aVventura nella tonica del feltr.
costuri e beli, fursi (trevis. id.); e dalla atessa caasa si po-
trebbe ripetere l'è dei feltrini gnenzi, inent ' ; laddove per \'e
del comune enea, anche (per es. enea mi\ cfr. frìul. ené ènee,
allato ad ànée, e p. 294), basta probabilmente la ragion della
proclisi ('nca-mt). Di -én da 'à[ìptj, tocchiamo in sulla fine di
questo numero; e ora passiamo al dileguo delle aolite due itone
finali, che ò costante:
Fultr. ìmì}^ itat, fai, tant; tnrt, doti, eco.; beli, vogim, oi osso,
prm *tjrim, gol-cnnt canto del gallo ^, caw, tou, pers, intani, in-
cori accorto; nai u&ace, not, ecc.
Costante dev'essere anche il fenomeno di i in tf (cf), comunque
le stampe ci mostrino una qualche indecisione. Citiamo:
Feltr. imb. doen,piandand ■-i-and, indeng '-zen, feltr. da, deneore,
pedo, frander e l gran; àondetla', beli, a medodi, tcuerder *aco-
vérier, verdrej lèdre 'léiere, piandre, tènder •lénirer liogere, ecc. ■-
ti fenomeno di -m in •» è costante nel bellunese (cfr. Cadore
caa'tr. , Oltrechiuaa ecc.) :
rati, fan, al prìn, on, pon, su inson, lan, dei /futi; anen animo.
Ma dai saggi feltrini raccolsi: prim., om, pom, allato a Ton
Tomo (nome loc), $u inson. M-M dissimilato per n-m pur nel
' Cfr.*'Veiieiia a&tìcft' (o, 1).
* Cfr,, per questa composizione: corhatoi battieoort di V. Pollina (b,?).
* Nd manca l'analogo p Aa f {x); ctr. puchero , Paca lacca, allato a dorila
*iaiita, che ti rl6B*Hao da 0. B. Zinsttini, Dtlla prortuttcia noilra (fel*
trìna) volgari, nel progr. dal gioiiaa, Uc. feltr., 1867. 'Questo buodo dello s
'[<:li)è Io j) «i ode ancora non iafrequeotemente qaa e là nelle campagne bal-
Inneri.' Pnx.- Cfr. /( Filò ecc., Belluno 1837, p. 21-2.
;vGoo»^lc
. I
414 AflooU, Saggi laainl, t.
beli, nembri (nam. 158), E passiamo ai faDomeni io cai si' com-
plica j (aum. 97 ecc.) :
Poniamo primo quello di -óÌ='-<S[iJtij , che già studiammo in 'Ampez-
zo' SCO.; fellr. imb. i presoi ì prigioni, boccoi, mattoi, perfèMÌoi, «ce,
feltr. bolpoi volponi, ladroì, doenoi 'iovendoi; héìL pedoi, ten-
doi, gran siofoi, famosoi, occhici, ecc., spentoi, canloi, moltoi
montoni. Cfr. Mitssói Massonum Musaoyum , Carfagnói Garfagnonom
Carfagnoyam, Pell., villaggi bellunesi.— Poscia avremo, per U:
feltr. imb. geori •Ijeuri, georer •Jjeurér; feltr. meér migli^jo, me
coon^, iéi (cfr. friul, ii] giglio; cuir "coljir cogliere; bell.jiea
piglia, repea, foe, mèo, [pHgoil; grei (cfr. friul. ^rt), quasi 'gnljo,
grillo;- RJ; beli, cargera;- VJ: beli, gidàja, via avv.,ff«ni feltr.
imb.jii,_;en;-'DJ: feltr. imb. jriaol, jre> [gei, giesej dieci, bangiera,
calgiera; [beli, ves cres, vede crede];- TJ: feltr. ckien, inchiere;
beli, chien, sos-chieT, renchien (rattiene), inchievedÌÉ ìntiepedisce.
Analogo in parte, se noi ragionammo bene, all'esito di -6n*i
che testé vedevasi, è quello di -ànj ne' seguenti esempj: feltr.
imb. scheng 'scainj scagno (cfr. p. 86-7 n.); feltr. i calchegn;
beli, castegne. E forse vai ^ il g dello scheng testé addotto,
come pur quello di pung che nella stessa fonte occorre. Co-
munque, -àn^ -én^ -ùng si hanno sicuramente da -ànj ecc. m i
segaenti esemplari del pìii aspro bellunese (Pell.): seang,
stan^ 0 stane (forte, consistente, cfr. pag. 96), ien^, pung,
cui si aggiunge il nome locale Samprong Samprogno. Si con-
frontino, por questo fenomeno, il § 3, B, u &, 2, num. 97, e il
§ 4, B, 3. — Per altri casi di e da ali] ora citiamo: feltr. e belL
egva *a[i]gua, eì)bia *a[i]bia babeat ' ; per tacere del feltr. fia-
rer 'fievrairo febbraio, e simili. Per -ei da -ài: beli, ei (aliato
ad ho) habeo, asss'i, feltr. Bi^i Bivài (nome loc.) ecc.; Pell
Pel dileguo di -d-: feltr. fea pecora, nif; beli. ««, m nidi. Per
quello di V prim, e sec. : *
Feltr, Imb. dalVostra, comot edè come vedete, [son eccio], deal,
' Pura col p: ball, epia (tellr. ìd.) habeat, spi habaam. Questo di pj Ipì i
da BJ, o maglio da VJ, d nn caso cba sì riproduca con qnalcha Ireqneiu* fr* |
i neo-latini; cosi per es.: depo hapo ecc. nsl sardo logudorese; e nullo steso ,
nostro tarritorio: eopta cavea, di Valle Pollina <§ 4, B, 3), tu ne me "pi'
capi, ateua valle; <9ia di ver. rusl. Ancora ri conrideri; foppa kunb»rdo e
«oprasilT., fovea; cfr. fóibt del fiiul. ecc* 1
;vGoo»^lc
S 4. Ladino e Veneto. B. S. Peltro e Bellmio. 4IS
her •a[v]ér, àoe, aaer, coent, roro "rtT[o]ro; beli, lei oler nel Tolera,
na oUa, oU, sot os, nei neve, j)oar-dn, aoran, ai rare, la Pia il
Piave.
Di s prostetico, sono esempj sicuramente popolari: feltr. 8lie\
gre allegre, spilurà, alettre lettere (caratteri), feltr, imb.
snare narici; cui forse- aggiungonsi, da questa fonte; slegra-
xion, smalmoria. Del rimanente, son voci letterarie, alle quali
si premette quest'elemento, quasi per affettazione plebea: feltr.
imb. s-magnifico, s-latin, s-libral, e altronde: Stizian Ti-
2iano, snaturala (cfr, § 4, b, 4). — Di -men/re aono esempj:
feltr. imb. amaramentre; solamentre (un interlocutore di
Tomo; gli altri: solamente, liegramente). E venendo al
partic. in -esto:
Il feltr. deirimb. non mi ah sa non egnetto, gnest, 'veneato, allato
& perda, podù, eca. Altre fonti feltr.: intendest, olest, aliato a
edii, tentù. Il beli.: moliest, confandest, ledesl 'lei-esto sceltO)
protegest, finzest, gnest, movest, sponest ecc., cndést, sentiste
[pratendit; coeriù, tegnù, podU, meiù].
Notevoli ancora, per coordinarsi con quanto adducevamo nel
precedenti spogli sotto a'nuraeri 68* e 94, i feltr. » se pausa,
ausa, allato ai heW.polsar (trent. e rov. id.), in polsa, i olsa,
golte guancie; oltre: feltr. imb. laldar e beli, gàlde galder.
Accanto ai quali si porrebbe, nel nostro ordinamento, il feltr,
ideró 'aideró. E al ladino, come già nel precedente numero
(b, 1), ci ricondurrebbe pur la media dei feltr. ogi, regia (n.llS).
Per gv da -o- (n. 129°) notiamo: feltr. ciguil, Ciguidal, in-
guidia; beli, targala 'torvola intorbidita (cfr. venez. turgar,
turbarsi, del tempo); e all'incontro pel solo «• nel caso del n. 130:
beli. Vida, Di a proatetico ci dà esempio il feltr. arsussitar; e
più notevole sarebbe aras (feltr. ìm|)., allato a ras) che occorra
due volte e par che dica 'rosso'. Finalmente: beli, pastre (n. 87);
bialche (Zanbtt. l. e. p. 11); e -n beli, da -nd, in guan ecc.
3. Fra l'alto Baechigtione e l'alta lÀvenxa.
Per il territorio che ai comprende fra 1' alto bacino del Baccbiglione e
quello della LiTenza, ho i saggi, la maggior parte inediti, che ora deacrivo,
annotando le abbreviatnre per le quali «araono citati. Ho pel dialetto della
Vallata di Follina, che parte d nel distretto di Ceneda (= mandamento di
;vGoo»^lc
410 AacoH, Saggi l&dini, I.
Vittorio) 6 parta in quello di Valdobbiadene, una TMcIiia poeaia a atampa
(folLst.) ', e un' abondante raccolta di proverbj, loctuiooi, e illastraiiooi ausi
pregevoli, che da Mìaoa e da Oula mi manda, con JBqiiisita cortesia, il profes-
BOre Pier Camello. Uà vecchio sonetto, che mi regala da Refrontolo l'abate
•Cafbetta (rafr.), ci porta verso Conegliano; e dai dintorni di questo capo-
luogo proveagooo altri saggi, di cui vo debitore al dottor Oiandomeiiico Nax-
DO (mat. con.), it beoemerito dialettologo che avremo a ricordar piti volte con
aoimo grato. Qualche saggio di Orsago, ancora nel territorio amministrativa
di Cooegliaoo, ma non luogi da Sacile, pur si deve alla dotta aasiduiti di
Pier Canbllo. Preziose forme dalla campagna di Asolo mi sono allegate dal
prof. Giovanni Zardo; e il prof. Ugo Angelo Cangilo, dal quale molto aspetta
la dialettologia italiana, mi offre una versione trii^igiana della solita para-
bola (par. triv.), 'la cui dizione è tolta più particolarmente dal circoadarìe
'di Valdobbiadene , ma può servire come saggio abbastaoia fedele della par-
'lata rustica che sì sente da Ceuedi-SerravaUe (= Vittorio) fino quasi a Bas-
'saiio'. Ricorro finalmente au^he al pregevole Saggio del dialetto vieenlino,
di Giovanni da Schio, Padova, 18^ '.
Prime persone plurali, e il 'ti ascitizio:
Foli. 8t. don diamo, imperf.: flon facevamo, erion, provion, podion;-
foli, vardon, óenon teuiamo, senton; imperf.: vardion, cenio», len-
tion, fut.: vardarnm;- refr. vedaron, sentiron;- rust. con. deventon;-
par. triv. on da magnar, l'cn catd.- Si aggiunge l'elemento -iì nelle
forme che- ora seguono e sodo 'piti proprie del dialetto contadinesco
dell'asolano': santi siamo (iodio.), ameonti amavamo, credeonti, sm-
tinnii, feonti >. DÌ q^uesto elemento ascitizio si ritocca nel terzo C^po;
ma qui va esso ancora considerato, in quanto formi un vincolo par-
' Senza data, ma sul mio esemplare é scritto: anno 17 (della repobl. trtne),
e -vi a attribuita al 'famigerato Moretti, di cui si desidererebbero i tradici
'Bonetti, dei quali l'autografo à stato da Parigi richiesto e a Parigi spedilo'-
* Intorno a questa fonte é perd d'uopo aggiungere un breve schiarimeDlo,
che potrà forse avere qualche ulteriore utilità. Poiché sotto il preseate nu-
mera non si vorrebbero considerare se non tali fenomeni viceatinì, i quali
rappresentassero la immediata continuaziona della zona dialettale a cui spet-
tano i territorj tridentini, feltrini e trevigiani, da noi a mano a mano «nu-
merati in questo articolo; fenomeni che si potrebbero perciò dire, su per gib,
di cimentino aetlentrionale , laddove aaranno di vicentino meridionaU quelli
che specialmente ai colleghino o aozi ai confondano col rustico padoviai).
Ora 11 Da Schio non avendo potuto attendere ad alcuno scernimento di questa
fatta, a me non resta se non la speranza di avere usato di sufficiente cau-
tela bella scarsa mia scelta. Ma ancora si vegga -il g 4, b, 4.
' Secondo una notizia an po' incerta, simili forme si aehtirebbero pur usi
dintorni di Marostica, che ó all'ovest di Bassauo.
;vGoo»^lc
§ 4. Lodino e Venato. B. 3. Tra il BaecliiglioDe e la Llvenu. 417
tìcolare fra- la setion cenlFale della sona ladina ed il Teneto di terra
ferma. Poiché ce lo offrono, nella forma di -te, le prime plorali etor-
tative, interrogative, o soggiuntive, di Val dì Non [magncm-te ecc.),
delta Valle della Gadera {mangitm-de stu»-de. Hall.], e di Trento e
Rovereto (oMcn>B«-te, veden-te, aòbieh-te). V. ancora l' ultima nota
all'Esordio, in fine.
Circa Vuó, se oe togli il lembo orientale a cui tosto riTenìamo,
la odierne pronuncia di questa regione gli son contrarie. Cosi
nella Vallata di FoUina, oggi proferiscono cor, mar, ecc. e aolo
'taluno direbbe di avere udito dai vecchi: fuoc'. Ma la vecchia
poesia foUinese, dà accanto a mor: ancuoi, cuor, luoc, puoo;
e ancuoi si riproduce anche in un saggio moderno, a stampa,
di quella stessa parlata (Céneda, IS46). Pozzobon, il noto poeta
trivigi-Tenezìano, ancora scrive Vuó, oltre che in cuori, nei so-
Htt due eaempj di ó secondario: puoco, puoro (sue Opere, Pa-
dova, 1787; I, app. 20, 27,29, 1, 177). Traccia di u6 può ancora
aversi nel foli. gof{*vo{) uovo. Ma Yuó spesseggia a Orsago,
e nei dintorni, cioè di poco all'ovest della Livenza, onde ve-
niamo a raggiungere l'uiì'del friulano occidentale (§ 5).
Ea. del dial. d'Orsago: ittola, [spaola], natparuola aspo, puoi, maof.
Ma insieme vi ricorrono; siol suolo, diogo dioga (*2ÌogQ ecc.), il giao-
co eco. ; e così siamo condotti al qaesito, che pili volte a noi si affa»
era (§ 4, B 4, 0 1, e g 5) e ritorna in fonologia provenzale (ant. fuoct
mod. fioe, ecc.), dell'essere o non essere l'io un reale anccedaneo di titì,
qaesito che in molti incontri non potr& non avere una risposta afbfr
mativa; cfr, P. Metbr, in Mim.de la SocOlé de Ungtdst.,1 ÌATsegg.,
SCHTJCH. Itw. 46.
Per ie = é in base sdrucciola è caratteristico il nome locale fol-
lin.: San^stieven, oggi più comunemente Sanstefeno (cfr. feltr.
Sy^yfn =*Stjéfin, frinì. SHéfin, frc. Etienne 'Estievne). Per la sin-
cope dell'e dtona interna, non ho se non ì foli, vendre vene-
re(dl) e tendra; né alcuno schietto esempio per ie in posizione,
non potendo passar per tale il vicent. pieto 'l'insieme delle poppe
delle bestie' (da Schio, 30). Ora al dileguo dell' o e dell' e (t)
finali, fuor d'accento:
Foli. Bt. de tut, ati camp; foli, lof, roa, sca, tot, mat, bec, ione, bmt,
Ji vecchi pur'Cn^(oggi ancora: là jw 'n caf fca.); propri, atrupi, for-
mai, ecc.] ; nef, rit ride, not, [i denti » poni] , piam, bolp, romp, ecc. ;
AtcblTio jloltol. iul., 1. ^
;vGoo»^lc
418 AKoTi, Saggi Udini, I.
ffer ieri;- ruat. con. vif vìtub vivit, foc, loe, alt, cali; gnf, ingiu-
tit, eoe.;- par. trir, ttat, quant, coli. E Dante: 'Con questi pooemo
eziandio i Trivigianl, i quali al modo dei Bressani, e dei saoi Ticini,
proferiscono lo v consonante per f, removendo l' ultima sillaba, come
è nof per nove, vtf per wit»'. De vulg. el. , C. xiv, trad. d. Trita.
'Segue (f 0 (2, e ^, da z e p di fase anteriore:
Foli. st. domo, pianc/er (allato a sa, «onta); foli, degnar *i'en[Ì]ér gen-
nigo, dwi *[di]iAQ, pedo, meda, piander, onder, intende {e vittnx),
depende (e depens); tordo (e tars);- rast coa.-de dun da difrìimo*;-
par. trir. doven, pedo, da londi; amipi, i brap, porpéi, prinpipiéa,
panpa, ffiwttipia, mapdr, tmpa, a forpa;~ raat vicent. antbir io
{'io), modo (- maso. Maggio), madego^urb. ma£effO'-'inaffi[t]ìco,
trodi m-7ea6z. iroii viottoli, mando.
Qui pare, -m in -n: foli, on, fìtti, grvn; rast. con. bistidn,po-
lan (nei quali esempj non è già da vedere -n « -mn) ; par. trir.
fan. Ora ì fenomeni in cui ai complica j :
Foli, portai portoni, balaoi, boxai boccioni (cfr. 'Faltre e Betlono*}; e
qvi9at'-<Si, già tanto povera figura, si riduce a S. Pietro di Barboua
al flolo 0 ('o cupo'): party', baici}', ecc. (Pier Camello). — Per U: zta
ciglio, eco. dei vecchi foUln.; foli. st. intarteada, allato a eotgta ac-
oogliea, che sa forse di voce letteraria od urbana; foli, ^eero » Ii'erro
0 limerò (cfr. laceri labbri, feverer febbriyo) lepre;- KJ: foli, orgia,
eargiola;- VJ: foli, e par. triv. gen (cfr. 'Feltra e Belluno');- TJ:
foli, éen ééner (e tegnér) ; rust. con. chiènerlo tenerlo. Dove si fa asiai
notevole: delle vieh, nella vecchia stampa follìnese, che deve dire dtMe
viti (vùj X 'viti) ; ii qaale esempio ci porta a -nef (-n^) da -nj, feoo-
meno già veduto nel bellunese ed ora osservabile nella seguente serie,
ohe Ugo Angelo Cakbllo mi adduce 'dalla zona di Vittorio-Valdob*
biadene': acanc, stane (l'agg-, come nel bellnn., e pure il metallo),
guadane, rane ragno a, lene, dené; cfr. sempre la pag. 86-7 in n.
' Stando a una nota che accompagna i miei saggi coneglìanad, ai avreblts,
per i di fua anteriore, lo ichietto d nei colli e 4 al piano.
* Pare: cane cùnca, cane cagna; coppia alquanto singolare, oon ai poUnda
ammettere, pel maHcMle, che y'i operi rautico -t (c&ni-), né avendosi, per
quanto io vedo, alcun altro saerapìo che persuada ite da nj interno, coma
parrebbe offrirai in questo femìnile. Si dorrà veramente ammettere, ah» pri-
ma influisse il feminile, o un derivato, sulla schietta voce maacolina, e piì>
tardi la voce mascolioa snlla feminile; ed avremo questa aerie: cdHj'a ran-
jàlo ecc., onde canj (cfì". cagn rov. trent. ecc.), che si fa normalmente eanc,
e vuole poi il feminile ednia.
;vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Veneto. B. 3. Tra il Bacchiglioue e la Livenza. 419
Pel dileguo dì d primario o secondario:
Foli st. nif, brof (bro-T-o brodo);- con. riisL nif;- vicent. naie na-
tale, ttjare 'ruid^iro, gnaro *DÌ[d]iaro nido (venez. niaro guardanidio,
cfr. p. 324); fraello.
Per quello eli v primario o secondario: foli, os, do alte, chi bon
ol parer, se ol, la ola vola, noel, pioan, scoa, saor. Di s me-
ramente prostetico non ho sicuri esenopj, all' infuori del foli, la
pel slissa; ma 'è comune in tutta la zona dell'asolano e del
'trivigiano il premettere la s per dar più forza al vocabolo, per
'es. stanagiare attanagliare (Zardo)'. Per l'avv. in -mentre, i
miei saggi non danno -se non solamentre, par. triv. e vicent.
rust. *. Ed ora siamo al partic. in -esio -isto:
Foli. st. cùffnosiù, cagiù, ma: na empiita, una riempita (aoorpacciata);
foli, metù, lentù e senlist, éenest tenuto, nascest, volest[o];- nassù;
oleit, drontist;- par. triv. corest, ffttitt, sentisi.
Pur nella Vallata di FoUina è ^, anzichà é, da -ci-: foli. st.
panogie, regie; foli, segio, regia e recia. E dal vicentino, il
fonologo potrà qui ancora notarsi: orsare, ardire, 'voce conta-
dinesca' (è, del resto, pur del veneziano, nella più genuina for-
ma: oUar, onde ossar), e gleaia (glézia), che ancora 'nelle
'poesia rustiche del secolo scorsa è posta in bocca ai contadini
'(da Schio)'. Il semplice v del foli, vardar adirebbe fenomeno
solito, stando all'annotazione dì un raccoglitore; e go- da vo-
(vìio-) abbiamo nel foli, goda, foli, e con. gof. E analmente cite-
remo, riferendoci a p. 311, i foli, broent (rov. trent. id.), scateni,
che ritornano nella stessa Venezia {broente scoiente) allato agli
infiniti broàr (scottare ecc.) e scoiar; e ancora, da un prover-
bio foli.: né de calent (né de cressent), parlandosi della luna K
' Uà TMempio TÌcanlino (e cori di certo pur quello della par. triv.) rap-
presenta nna intiera serie; 'Spesso i Vioentini roxsiì frapongono ì'r fra le
'dao nltiina lettere che finiscono in mentt: tolamenle dicono lolamentra,' Da
Schio, 6.
* Anche net bellunese: 7 eaUnt de luna ('l eratsént de tuna)^ e tJ ai ag-
ginngoDO: braxint, bracciante, e tir^Ht nel sigoificato di corda tesa e di
corrente impetuosa (Peli.). Id Val Gardena (§ 3, v) abbiamo mertadfni taor~
catante, Vk. Iti, cA*. Hall. 1S7; 6 Mtrcadént ò cognome di non pochi villici
dell'agro bellunese (Peli.). Cfr. mercodento nel pres. §, e, S, e parlenle, k, 4.
;vGoo»^lc
420 Ascoli, Saggi ladini, I.
4. Podooa e Verona.
Il territorio padovano sari precipuamente rappresentato da)
Tecchio dialetto del contado, Ma lingua rustega padovana', o
pavana, che Tanta, com'è noto, una letteratura copiosa. I cam-
pioni della quale, parte son padovani e parte vicentini; e ve-
ramente le attigue zone dei contadi di Vicenza e di Padova
dovevano formare uno ateaao territorio dialettale^. Sono però,
di solito, scrittori cittadini, pel cui capriccio la favella degli
uomini incolti o della campagna s' inurba, come già per altri
esempj vedemmo (p. 255, 367); quindi nei loro compooimeoti ai
può sempre sospettare che v'abbia qualche artifizio, qnal(^e
caricatura delle tendenze originali; e. venendo particolarmente
ai saggi di tarda età (sec. XVIII), può anzi temersi che una
specie di tradizione academica usurpi le sembianze della vena
popolare. La critica tuttavolta non per questo si smarrisce; ma
vorrà, dall' un canto, che per noi non ai ricorra se non alla
prima età di questa letteratura rusticana; e dall'altro richie-
derà, clie ogni fenomeno, cui si faccia valere nell'indagine sto-
rica, abbia per sé la doppia gnafentigia delle ragioni intrinse-
clie e delle comparative, chiamandosi per queste ad esame e le
parlate rustiche del giorno d'oggi e in ispecie quei documenti
di lìngua cittadina clie vìncono in antichità i primi saggi della
rusticana.
Poiché il rustico altro pur qui non è se non la favella na
giorno comune anche alla città, che nel contado più a lungo
resiste agli influssi innovatori. Ma gli antichi paralleli cittadi-
neschi del pavana, non possono e non debbono da noi cercaru
nella sola Padova. Li rintraccieremo per buona parte nei mo-
numenti veronesi; l'idioma dei quali gioverà che alla sua volta
sia confrontato con l'odierna favella del contado di Verona.
' Cfr. DÀ. Scmo, o. g-, p. 3-4. Ivi é detto: 'Questa denominasiona (vitti*-
'tin) noli era conosciuta nella letteratura dei nostri padri. Easi Mriveuio il
■Venato ed il Pavan.... eoo questo iotendeTano tutt'uno il parlar di Vicenu,
'salvo la differeuxa dall'ntbauo dal rnatico.' Ma Dell'elenco bibliografico (p-3S)
cita: 'Ltttera, Sonetto » Capitolo in Ungva YisentxTUi a Giacoino Conttrini,
'34 luglio 1578 (vedi Codice Marciano CXXtV, CI. XU/. Esamini chi pnA *»
qui s* abbia un vernacolo che diverga dal panan; e intanto ai conaideri qncUo
che diciamo nel testo (p. 422) circa un saggio che vieae da Louigo.
;vGoo»^lc
3 4. Ladino a Venato. B. 4. Padova e Verona. 421
Di tal maoiera s' incomiacieraano forse a disegnare, con qual-
che sicurezza, si i caratteri comuni e gli specifici dì queste due
sezioni cospicue della terraferma veneta, e si le connessioni e
l'importanza ch'essi trovano ed hanno nel sistema e nell'inda-
jg'me generale a cui son dedicate queste carte. Pur qualche par-
ticolare legame fra il pavana ed il chioggioto ci accadrà facil-
mente di avvertire.
Del patMirtù ci diede non ha gnari un brave quadro ùtorìco la penna genial*
di Antonio Tolokei (DtlU nieaivU dtl vemaailo padovano, nella collettanea
'Danta B Padova', Pad. 1865, pag. 331-6B). Citerd come di antico padonario
(ant. pad.) gli eaampj ofiurtimi dai due taggi del sec. XJV che sono dal To-
bmei allegati, aggi^gendovi il sonetto di Franceaco Vannocci (Vanaoszo),
pubblicato dal Orion nel suo pTetioeo lavoro intorno ad Antonio da Tempo
(pre&z. al eoatni Trattato delle rtm» volgari, Bologna, Romagnoli, 1669;
pag. 22) '. Cito all'ìacontro come di anlieo rutHeo padovano (pav.) gli eaemij
ebe provengono dai Tarsi dei principio del XVI aec. , addotti dallo ataiao To-
lomei, e t molti che ricavo dalla aeguenti acriftnre del aecolo iteaao; Tra
oralMmi ece., Venezia, 1554, e Dve dialoghi ecc., Venezia, 1651, qdeati •
quelle del Rux^ante (Beolco), padovano; La prima pari* de U ripu di
Magagnò, Ménon, e Begotto, vicentini tutti a tre*, Venezia, 1558; a
Rima di Domeiugo LampUtti iilto Ltnzo Dure Ilo, di novo ttampate 4t con
lonmta iiligenia corrette, Padova, 1532. I pochi esempj del principio dd
tee. XVI, e qnelli che mi notai dalle Krìttnre del Razzante, precedono, In
' Dal noto Lamento della Bpoaa del crociato è bnono qni prescindere, coma
da tm componimento che nella lezione a noi pervenuta piuttoato deva dirai
veneziano che non veneto. La miglior traccia ohe vi resti del veneto di aud-
oveat, è l'w del pinr. liltui (v. il testo, piti innonii); e delle altre, men deci-
sive, ai possono citare; ver vedere, e le troncature cem te poes, dis. Note-
vole *i è par la metatesi di tphco *BpecIo Bpecchio, che ricorda il sardo
(logitdor.) itprigu; ed anche, come teetimonianza di f=i, tera in rima con
ira. li Tolomei, del resto, considera egli pure con giosta critica la papanità -
del Lamento (p. 340); e cesi ha giustamente avvertito la molta somiglianza
che d tra il vernacolo pacano a il veronese di Fra Oiacomino (p. 336-7).
Quanto all'attribuire, come io fo, Ì saggi poetici padovani del secolo XIV
piuttosto all'urbano che non al rustico, si ricordi che in fóndo non trattasi
sa non dei modi piii opportuni di citar fonti di diversa etii per uno stesso
vernacolo. Ha ben gioverebbe che Ì dotti padovani ci fossero meno avari di
antichi tasti dialettali della loro citttt.
* Sotto il paeuodonimo di Meaon si cela Agostino Aspa (Rava); sotto quello
di Begotto: Bartolomeo Ruitit:ì\etlo\ e Magagna é il pittare Oiambattiata 3fa-
gaaia, che fu quindi a doppio titolo compagno d'arte del coetaneo Lomaxzo
(p.267). Cfr, Marzasi, La hiitoria di Vicenza, Vie. 1604, p. 201; da Schio
I. e, p. 38.
q,t,7edbyG00»^lc
4S2 AbcoIì, Saggi ladiiii, I.
cisMUDB serie, agli eEempj delle altre due fonti di BDtico roatico (par.); e
la atampa li dtatiag:ne. Per l'odierna favella dei contado padovano (od. paT.\
ricorro alla veraioDe della Morte d'Ugolino (0, B. Noli), accolta da Oiov.
Dom. Nardo nelle sue Considerationi filologiche svirimportanta dello stii-
dia eomparatito dei diaUtti rustici, Venetia 1669. SI a^nngs' nn saggia
poetico che Tiene da Lonigo (Stando a Paoa sdottorò ecc., Looigo 1868),
al and-ovest di Vicema; il quale apparirebba scritto nel dialetto di colà,*
da me è citato per 'Iod.', ma ai tocca, o qnou ai confonde, col pavscD.sa
di che ai poaaon rivadero le nota alle pag. 416 e 420. A ma non é dato di
gindicare ae qneato acritto aia una mostra gennina della parlata di Lonigo,
o d'altro paese del basso vicentino; ma sarà pur aempre di f^ella Tivesle
e del territorio dialettale di coi ora tocchiamo. All'anzidetto opuscolo del
benemerito Nardo, alla ana Pvma del pesce ne'oalli della veneta laguna, Ve-
nezia 1871, e a qualche ao^o inedito cbe la molta anà gentileiza mi voli*
agginngere, devo poi quanti esemplari verrò adducendo degli odierni dialetti
di Chioggia e di Borano. L' egr^io nomo distiugne una particolar vaheU
chioggiota, che molto aaprebba di padovano rustico (Pesca, p. xi). — QDanto
al veronese, l'antico {ant ver.) ci sarà rappresentato da quel gruppo di ecm-
pooimenti che già ricordammo a pag. 307, citato sempre secondo la atsinpa
del MoBsafia; a ancora dai documenti che sono la appendice alla pubblica*
sione di mona, conte Q. B. OirLuai: Qidino da Sommacampagna ecc., Bolo-
gna, Romagnoli, 1870. Son docnmenti originali, del sec. XIV; e i non motti
esemplari che ne prendo, succedono nella stampa a quelli del grappo anzidetto.
e ne restano distinti. Una preiioea parte, finalmente, degli esempj di mstieo
veronese odierno (rust. ver.J^ devo alla dotta e cortese amiciiia del eont«
Francesco Cipolla, e i restanti alle poesìe vernacole di don Pietro Ze>'ìsi.
Incominciamo, secondo L'ordine cbe per'questo articolo fu
adottato, dall' -om -on di 1. pers. pi.:
Pav. haòm (haon) abbiamo, a teùm (neon) siamo, suom sudiamo,
uexom in l-affiers vediamo in l'aere, tegnom, romagnom p»o
rimaniamo poi, deroinom, aldtron adremo, allegron-^e, fa-
vellon, biastemon, tutti a wtoron, laffon-la lasciam-la, a*'
dagon andiamo, dagon-te diamoci, fagon^ vogion-se bm, uerm ve-
dremo.— Il fenomeno non si continuerebbe nel rustico odierno, cbe
ci dà: temo itemo; lon. sem nassù, Vhem chivcchid l'abbiamo bqc-
cliiuto.
E risulta estraneo al veronese. Ant. ver.: comengemo, avem ra-
xon C 165, nu deven perqueito 169. Kuat. ver.: lighémtoj, ghem
bit abbiamo avuto, godén-se, mandén-ghe;- disén diciamo; gin
n-éetie (ce) ns avevamo, spetdene aspettavamo, éssene avessimo.
Vuó, così da Ó, come à&WÓ di pos'x, si fa tanto frequente
;vGoo»^lc
/
§ 4. Ladino e Veneto. B. 4. Padova e Verona. 423
nella regione padovana, da costituirne uno de' principali ca-
ratteri.
Di ài par. mogiuolo (t. p. 181 n.), figiuoli figiuole, fasuoli,
Rotnaffnuoli, uuo Tuole, può e j)o, moie, mub modo, fuogo,
[pitocoy pìtotieriy,- muore, i buo, nuouo, dese-nuoue, ìiuoìneni,
pruopHo, Ivogo, cuogo; [volto olio, cfr. p. 359]. Di tì in posizione non
piti sentita; pav.: può poi, fuor togliere, uuogio voglio, ^^i-uo^t
gli occhi], gruoi9Ì\ duogU, fuùsii, gi-w)ssi, grvcsie, [Menuocchi]. Dì
ó in posÌEtone senUta, dova risalta aisai chiara il favor che vie-
ne al dittonga dall't della sillaba Bacceaslva; pav.: de gi-uobUghi,
morto tnworto muórtt, porco puorci, corpo cuorpi, nuo-
itri nuostre uuottre (uoslro), corno cu&rno, tuorti, bali ttuorti^
confuorti, si a'4uonxi, t' ctrecuordi. Altra serie d'esempj, in cui si
tratta e di ti e di ^, coU't in iato nella sillaba che succede, si può
in parte sospettare di artificio letterario, ma rivela ad ogni modo
una tendenza dialettale; par.: territuorio, smelmuoria, ttuoria,
glt*oriaj cfr, iuogie e retuorica. — L'od. pav, ci offre: flgiugli, dugli,
vuoti, cugre cuor, a mud e CQmugdo, [pugco];- daspuà dappoi, duQ-
gia, vuogia, deipuggia, tugl tughe; e lon.: fàauoli, fuor, comuó; an-
cuó', tuor-ne tvor-ghe\ e persino j-dtrffuore (rf) e muondo {o second.).
— Della frequenza dell'ud, e dell'ita ohe dobbiamo riguardare, almeno
io parte, come uu succedaneo suo, negli odierni dialetti di Chioggia
e di Barano, è ritoccato nel seguente arUcolo (o, 1); ma qui giova
citare i seguenti esampj chìoggioti per Vo di posizione senUta: mtQlté '
voltate t (Pesca, pag. 10), diormire, e da e second.: ziomo {ttiote e
iiorno, xtpmi).
Nel veronese non s'incontra il dittongo; ver. ant.: fijol F 48,
gogò E 309, ecc.; rust. ver.: for, anco, eco.
Ora passiamo al dittongo dell' ^; e l'aversi pur nella posi-
zione sentita, va tra i caratteri più cospicui del pavano.
Imprimasi considera l'-iV^i da 'iélji^-iélli (cfr. p. 346); pav.: don-
iiegi, friegi {8g. frello, fratello), oiiegi, casiiegi, ribiegi;
biegi [di pi bie agni, fem. belle; e Lampietti col ditt. anche al
sg. m.: in te 'I biel tniexo di); i-aniegi, gi agniegi, martiegi, puttiegi.
TtaìVé di posizione non pih od appena sentìta; pav.: miegio, ute-
chi (viegio), pieszi; spiegio, chi uiegne, el pietto, aspietta. Nella
posiz. sentita; pav.: prouierbio, biestia biestie, diffierientia;
sopierbi, cierti, uiersi, uierso casa mia (Ruzz.: uerso, lato), pierso;
e dall'e secondaria, nell'ant pad.: stenti santi (sg. sento; cfr. o, 1).
Pur qui manifesta l'influenza dell't della sillaba sucoesaiva; nS Io è
;vGoo»^lc
484 Ascoli , Sa{^ ladini, I.
meno sella serie seguente, in cui avremo te da é, e pur da é eeetn-
daria e da é: par. Ve/jnietie, desidierio, riequie, remielo rimedio,
miegare medicare*, brieue (lettera), priego Dio;- nteue;- nulli'ehmo ,
àiebiti, tpiero {à no me deipiere). Lon. : tiendri teneri; e impro-
mieito {e second.).
Verona non accompagna Padova pure in questi particolari «vi-
luppi. Anzi non v'ha alcun aulico esempio del ditt. dellV: con-
ven C 161 , ìi pei B 78. E il rustico odierno non d& se non |li
esempj generali, come: al-gerì p. 398, diète; «tV sex.
Arriviamo alla sincopa dell' e àtona interna. Il parano non
ne partecipa, dicendo; essere, perder, uolzere ecc., e anzi
creando naovi sdruccioli per inserzione dett'e: cauere capre,
descuouere discopre. Unico esempio parano che per la sin-
cope io abbia, è lettre *. Nella reg;ione reroneae, all'incontra,
il fenomeno ò costante, e diventa, in ispecie per gl'infiniti, una
caratteristica decisa.
Ant. ver.; inf. ewo « G 283 284, cognotro E 41 O 320, léffrc-ie leg-
gersi F 143, stravolsro E 44, planerò B 218, recevro D 201, bevro E 126,
reeorro ricorrere Q 398 (che riesce il più singoiare esempio per la con-
' piandre *piaiii're, che oceoire nel ug^o di od. pav. citato di «opr»,
appare una licanza o un errora; a si ha nal medesimo ngf^o: piàmder ptà»'
dar. Uà eicnro e earatteriatieo esampio appare all' incontro, nel saggio i»
Lonigo, il già citato tiendri tdnari. Si direbbe sincope TeroneM con diltou^t)
pavane, proprio coma Lonigo tramezza fra Padova e Verona.
' L'o per Ve itoaa all'uscita, è normale, come già vedemmo a pag.3DT<
Cosi pnr nei documenti pubblicati dal Oiuliari; veiftùro, domandarOt ordou
ordine, di$to, ecc.; ed é un veito che ancora incontreremo, con proponioDi
diversa, io questo stesso paragrafo (b, 6; e, 2). Quanto alla spontaneiU a stis
dnrata del fenomeno sul tamtorlo.di Verona, leggo die 'alcune poesia miti-
che veronesi pubblicata alla metà del secolo scotso* ancora lo ipostrioo fi^
quente (Nabdo, Atti dell' Iitituto Teruta, t. XI, pag.SSS-A), e sente cha io
qualche parte del contado corrano tnltaria di simili, infiniti: fdro *Tdd^<
egdro •ciSi're cucire, Ifdro *tói're leggere (pro£ Mbsbbdaolu). Citì dsv'e*-
sere principalmente nella Tal Policella, tra Verona e Ri*oli, come mi mo-
stra il gih lodato conte Cipolla, mandandomi, mentre correggo qneste prova,
dei versi valpolicellani, testé pubblicati, nei quali occorrono: ^ndro yeadciSi
me foghi 'nténdro intendere, déndro *ÌBn'ro genero (oni dendro mBsicoro,
per burlesca riproduzione di 'omnia generis ronaicorum') ; insieme perA l«g-
gandovisi: itidar vendere, 'ntindar, édar *védere,eco. Dì qualche altro nota-
vole fenomeno del dialetto di Val Poiicella, tocchiamo piti innanzi, nella note.
:vGoo»^lc
g 4. Ladino e Veneto. B. 4. Padova e Verona. 4S5
fluensa dei rr di radice col r dell'infinito), deibatro D 83, perdro 130,
ofendro 152, atcondro 189, rendro 199, descendro ES8, comprendro
F 142, enfendro 0124;- estro (ed exero), defendro;- altro voci:
ocra K 104 ecc. , pendro cene» G- 324, engendrd in-generò 426. Rost.
ver.; inf. : esrr, descosre; verdre ("aTérireì aprire, descoérdre scopri-
re; godre, perdre, eoe.; altre voci: vendri 'Ten're (venerdì), lettre.
Ma ora viene il fenomeno in cui risplende l'intimità delle due
regioni, e che insieme piii c'importa, come già avvertimmo, per
l'indagine generale intorno ai dialetti dell'Italia saperiore. È
quella continua influenza dell'i finale sulla determinazione della
Tocal tonica di penultima, per la quale vediamo alternarsi, nella
flessione, due diverse vocali toniche interne. Dato cioè l'i finale,
trovasi t per l'è' priinaria o secondaria, ed ù per 1'^' primario
0 secondario; e* ed p' che sì ritrovano, data un'altra desinenza,
nello stesso esemplare dell' identico dialetto. Nei casi di vocale
secondaria, l'i finale può cosi mantenerci, o meglio ricondurci,
alla figura latina *.
' V. sopra, p. 308. L'effetto dell'i fitia!e, in quanto bì senta Bnll'p' d; pen-
nltima, non fu mai, che io sappia, prima d'ora STvertito. SÌ estende anche
all'antica Lombardia; e pnd parere strano come sfuggisse all'acume del Mvus-
aaflft. Poiché egli dice. Dell'ottimo ano spoglio del dial. di Boniieino (ren-
àio. Lix 10): 'L'à inclina ad w; principalmente nel eisS. -oso: basoffMiusi,
'necMft'tun, rtlùui, apagvnui, varmenusi, allato a neetssiloso, glorioso,
'oolttntaoioi indi in otctMi, cwm qnomodo, pluran'. Ora, tolto atm che A
nn eeempio awi ganeriSt « plvran (pidrano), il coi ti non à specifico o di
BanTÌcino o di Lombardia, ma è fisso in una intiera serie di dialetti, tutti
gli altri esempj valgono per la legge ti— i da g'~i. Nella pagina medesima,
dice ancora quel mio egregio amico: 'Ma non di rado sta w (per l't* lai),
'dove la lingua letteraria ha l'o; eoe) nella tonica; muìti allato a molte,
'pulii, rutti, allato a roatOt eulti'. E questi ancora son tutti esempj per la
noatni legge, trattandosi dell' t finale che mantiene, o meglio ricondnce, l'an-
tica figura, dove all'incontro, data un'uscita dlTersa, abbiamo qui pare l'o
secondario normale. É caso perfettamente analogo a quello di questa (eccu'-
-isto-) quitti, che il nostro autore ha beniuimo descrìtto; e qnindi basta-
vano le serie di BouTicino per affermare sicuramente il canone a cui allu-
diamo. Men facile riusciva lo scoprirlo nei monumenti veronesi , intorno ai
qnali ora verremo a discorrere nel testo; e qni intanto ci sìa ancora con-
cesso di accennare alla notevole analogia che si scuopre, fra l'alta e la bassa
Italia, cosi in ordine al fenomeno di cui ora si toccava, come in ordine alla
prevalenia dei dittonghi dell' d e AeìVé nelle forme che uscivano per -t. Si
confrontino, a dir brevemente, i pavani porco puorci, jKtron parunit col ''^'
;vGoo»^lc
4S6 Aacoli, Saggi Udiol, I.
I. -i—i per -e' — > primario o secoDdario. — Ant. pad.: dettriti, beniti
(psv. bmeilli, benedetti, allato a benetto, benetta]. Par.: no tén pinti
non ta ne pensi, ti tinti, frumento frominti, t'iimbri man-
bri {t. pili innanxi); poueritii fremo (fermo) frimif toetca (tede-
sca) ioischi, tichi, piri, de qui {*4o(jÌ) di qoeUi, quigi qoelli,
iffi eglino (v. più innanzi), cauigi nigri, biahi, biui-me bevimi;-
trominti i tormenti, puortaminti, marchisi; miti zo metti giù, ^mi-
iti {quetto), con % di (sg. dea, dito). Cui si può aggiungere, per
l'iafluBSD dell'i del tema, ohe è nell'iato, !a serie in cui entrano: pav.
timpie, pacintia, licintia, sintincia, penitincia eoa. Neil' od.
pav.: eaegi; ma ancora: i^, dii; loB.: aimia, compicuinxia. E nel
chioggioto: quelo, tra quii, de qvi bei.
Ant. ver. : feili fedeli 0 205, misi mesi E 46, marchiti F 108 e
cunti e marchis 08; misti messi ptc. (sg. f.: meta P 183) B 155
D 320, nigri B 99 D 329 (che il Mussafia non doveva citare fra i
• meri esetnpj d' i latino cbe si conservi ; cfr. n^rro B 148 E 86,
negra F H6), bici D 229, bmeiti 230; recM Q 183; famigi.
L' ultima esemplare, e igi quigi (cfr. p. 429), siccome quelli che
dobbiamo o troviamo comuni a scrìttars non punto letterarie (do
cum. Giuliari), sullo scorcio del secolo XIV, e quindi posteriori,
di forse piti d'un secolo, all'età in cui Fra Giacomino scriveva,
giovano, se pur ne è d'uopo, ad attutire il dubbio che quetto
scrittore, ed altri suoi contemporanei, innestassero nell'antico
veronese, come per arliflcio letterario, il doppio carattere di coi
trattiamo, il quale nel territorio padovano (e nel lombardo) ba
per sé anche la guarentigia dagli idiomi schiettamente popolari.
Ma chi del resto VorrA frugare, per simile goarentigia, purn^
rustico veronese delle età successive e del giorno d'oggi, à assai
probabile che non frughi indarno.
II. -tì— i per -p'— ( primario o secondario. — Ant pad. ziluti (vedi in
n. ap. 421). Pav.: te no me cognutti (allato a cognosto), (uti
0 tote, braóso braùti, goluti, raÒiuti, pumi; rotto rutti,
turdi, ulmi, columbi;- [paron paruni], testimugni, itmilivn,
[surzi, funi, desCMrt\\. Neil' od. pav.: b ruti [ho rosi); e nel cbio|-
gioto, quasi reliquie di una fase anteriore: bataóri CPesca' pag. 20;
veuez. bataàri) picchiotti, e coveriiiri (ib. 92; venez. covertóri), oltre
furti (ìb. 52; venez. furti e forse].
poletani àrdtn» sg. e uordtne (*drdÌDÌ) pi., tervtlore sg. e ttnetttn ('atr-
vitdri) pi., comunque facciano d'uopo certe diatiniioni, che qui non ponon
trovar luogo.
>vGoo»^lc
^ 4. Ladino e Veneto. B. 4 Padova e Verona. 427
Nella Iraione della antiche poesìa veroDeai che a noi sta dinanzi,
non appare stabile, per questa parte, l'effetto dell'-t; ma por
la critica lo riconosce e rislaura nel modo pib sicuro. Si osser-
vino imprima le seguenti due serie: sing. tegnor, defentaor, abt-
taor, fior, tremar, glorio» e glorioso, ecc.;- piar, onuri P 133,
eanlaturi A 185, futuri B 95 {onde it Mussafla ha inferito, non
felicemente, pel suo gloasario un sicig. rasv.ro), dolorasi D 5,
enojusi B 47, cunti Coati F 68 108, ai quali si aggiunge: fino-
cluni ginocchioni B204;- e per 0 secondario: dol^o, inSoite Tolta,
allato al pi. dulgi A 104 lOS ', e così russi 257, luvt B 108, [con-
duti A 148]. Ora gli è ben vero che Vó, in quella lezione, ci oc-
corre non di rado pur nella formola -(>'— t; cosi: pecaori D 211,
gloriorì C 131 P 106, preciosi A 63 115, dragoni B 94, dolgi F 156.
Ma, dall'un canto, non abBiamo pare un solo esempio dell'u per
l'p', in forma che non esca per t; e dall'altro, a tacer del re-
sto, abbiamo pronta la prova diretta che V<} della formola -q'—ì
sia an' alterazione posteriore a cui gli amanuensi si aon lasciati
andare. Coni, se il Mussafia annotava (readic. zlvi 133) che 'le
'desinenze -one -ore -oso troviaai noa di rado la assonanza con u',
ora ci risulta che punto noa si tratti di licenze del poeta; poiché
veramente son forme plurali, che questi non scrireva gi&: buf-
foni, termoni, peccaori, gloriosi, ma sì bufpuni, peccauri, ecc.,
e quindi legittima l"as8onanzB' con se^u ri ecc. E ugualmente
così si ripristina (Ci 255-6) la mancata 'assonanza' fra cognosci
(cioè : cognusci) e tuli *.
Circa il perderai dell'e e dell'o àtoni all'uscita, sempre trat-
tandosi di casi in cui l'elisione aU'italiaoo ripugni, il fenomeno
si fa nel pavano ben raro, ma le traccie che pur ne rimangono
son decisive;
Pav.; -men^'-mmie nell'avverbio, di cui si ritocca in appresso; e a
tacer dì com (allato a co) - come, gli si aggiunge hom uomo: agn-
' Cosi in nn componimento poetico in dialetto dell'Alta Italia, che ho tro-
vato nella Vaticana (n.* 3S10, Ad jEsopi fabulas moralis applicatio): dotte
ficho il; y pritgi dulxi 40\ chon dulti comandi 43*. E analoga-
fflonter.gn^ fiurj SO", eee.
' Della eupposte anomalie che il Unssafia registrala nel luogo citato di
Mpra, coti non ne rimarrà par avventara por una lola; poìchà carboM, in
UKmanza con un D 339, pnd eaaara un plorale tronco (li quali sera nìgri
pln ke carbun[i]); e le dne coppie 'mptraor vaoasor, menor peecaor, allato
alla altra dne: segur fw, seongur segur, possono formare come una parti-
colare asBonania, o perfetta rima, nella mezza etrofa.'
;vGoo»^lc
428 Ascoli, Sa^i ladini, I.
-om ognaomo, hom compio, com hom ben parlente. Nel
cbioggioto: lui de luna.
Nell'ant. reron. è cosi froquonte la elUion«, che affatto ripa-
gnerebbe, per ciò solo, di vederri la mera licenza del poeta o
un'imitazione di modelli Btranieri. Ma bÌ aggiunge, che siam pie-
ciaamenta limitati alle tre categorie por le i^uali avemmo esempj
da regioni limitrofe nel capoverso che precede; che sono, l' asciti
a cui preceda sibilante, la prevalentissima delle tre, e quella a
cui preceda nt o m. Qui sappiamo cbe l'-e e V-o ai confondano;
tuttavolta, gioverà tener distinti gli esempj, secondo che nel-
l'italiano avrebbero l'una vocale o l'altra. Per l'-e: pao! C 16
188 ecc., plas D 119 E 154 F 3, veras F 168, cortes C 112 162,
pales ¥231, pret C 11, emperaris 141, /loWs 171, oftris E 178,
dis D 127, croo) vox 224-5, iiw: 0 46 P 97, condus C 44-,- mal
- mentìtur D 145, primament E 21. — Per l'-o: ente» B 337339,
tnea (particip. di mettere) D 68206, lei E 203, partùs C 141, eit
J> 238, fi» (avviso) C 280 E 131, pos D 38, glorios C 328 D 292,
predo» C 247, ^e ju* F 99;- hom E 246. Scompare andie l't
Àtono cbe precede l'-o, in ^uit giudizio D400;- e circa l'uso di
glorio» anche in funzione femlnile (C 137 0 158), à da confron-
tare questa miser vita E 205. Nel rust. ver. od. , non mi oc-
corse se non dis dice, e normalmente anche in funziona piar.:
i dis, allato al cittadinesco i dite. Ma insieme qnì pnre, quasi
per elisione di -a: biaon, e' bisogna.
Succede, nella nostra serie, il fenomeno di d (d) e p, iz i
e p di fase anteriore; pel quale nulla ci offrono, ned è mera-
viglia, le vecchie scritture. Ma ciò Baturalmente non infirma,
ih alcun modo, l'antichità di queste alterazioni, che dai saggi
odierni ci sono attestate anche pei territorj di Padova e di
Veroaa.
Così il Nardo (Ugol. II) ci darebbe, pel pav. od.: desgrdpid,dàso e
pidnder, come rappresentanti delle due serie di esempj (cCr. ib. p. 12,
13, 17, 18). E dai saggi di rust. ver., ricavo: doso e do, dóeno, dóbia,
donti *ionti giunti, ghe dogo, datdo e daìo, giatdo giallo, denti, se
indegna, da tondi, piande, strendi, dndolo, drdaro (venez. driart)
argine , che i leda, pedo, erde *avérzo (v. p. 377) , eco. *.
' Alla serie dalla «»^a (f , P) apparirebbe riferìrsì quarta annotaiiKie Taro-
neae; 'la consonante x si vuol pronunciare come ai pronoacia ordinariainunte
'lo 5 dei Greci.'
;vGoo»^lc
g 4. Ladino e Veneto. B. 4. PadoTa e Verona. . 4£Q
Deve ricorrere, pur nella sezione meridionale del veneto, la
pronuncia gatturale di -n (pan, man, ecc.), ma circa la sua
corografia non ho sicure notizie V E Tenendo ai fenomeni in
cni si complica j, ricordiamo imprima quella particolare e assai
antica serie d'esempj, che potrebbe dirsi morfologica, e non è
punto limitata a questa regione (cfr. pag. 311 e III, 3): par.
cherzo credo, uezo uezando vezù; chiogg. càiere, bnran. case
(inStt.), casùo, cfr. venez. caiùa caduta sost.;- ant. ver. crepo
credo F 157, cre^a io creda G. 9, ve^a vegga[no] D 276, vefù
A 157, captr B 172, se golga 'gàudia E 233. Poi ci facciamo
al fenomeno di -gi da li àtono finale, che ò un'altra e spiccata
caratteristica padovano-veronese.
Ant pad. gi loffi i luoghi., ffì ani; pav. gi anche in funziona- di pro-
nomo (aom. e aoc), seguendogli vocale: gi è partùo eglino son par-
titi, gi arda li arda; gi-uogi gli occhi, ^t-uo^Ci^Ar, quìgi, cauagi
cavalli, bieffi ecc. (v. aopra) *. Analogamente nell'antico veron.: igi
eglino D 4 (cfr. Moas. 1. e. 124), quigi C 330, cavagi E 301, begi
6 103, cortegi B 40, ecc. Ruat. veron.: ^i oci, — La evoluzione ai
dichiara per la fase intermedia *ilji *béiji ecc. (cfr. g > Ij nel venez.,
pag. 384); e quindi è analoga a quella che ci d& -ni da -m: pav.
chrittiagni, agni, pagni panni; ant. ver. agni E 113304. — Un
esempio pav. di -ga-^-^jd-, 6 pigiare', e abbiamo all'incontro Jl
dileguo dell'antico -j-, nel pav. maore maor, che ricorda quello
iij da y nel dia!, di Burano: maravea, moé mogliera, peo io pi-
glio (cfr. § 4 0 1 e 2). — Ancora accade citare, per wj: pav. dal con-
ft^no 'contunio <> -tinuo; per dj e bj: pav. stttffiò atudiato, letterato,
chiogg. piovalo, boran. giallo, raggia.
Arriviamo al dileguo di d, primario e secondario, fra vocali.
Ant. pad. traitnento, chi creila chi cred'ella, Patta Padova^, gugnd
'cugn&da. Pav.: traitore, cai caduti, paraiso, crere {crime
credetemi), «ere (ueere) vedere; guagno gua[d]aguo; gramego
*gramà[d]igo letterato, neghe •na[d]ighe, inaalbegheraue '-insol
' Dileguo di ~n nel btU'aDelIo: «a, pa, gra gnui[de], le, ti, bo, no to, io
non Bono, ti, Surd, Sarti, visi, meschi, infi (e infim), finestri, priìó, para,
timo, patiió, detti, agnii;- di -«': pesié, imiessiff. Circa il dilegno di -r
nello stesao dialetto, t. b, 5.
' Lon. : agnun degi amighi ognuno degli amici.
' Qui sia lecito notare, che Pdta e Pedona risalgono amendne corretta-
■naota a Pddua (?&[d]na; Pdduva, cfr. védova vidua, ecc.).
:,Goo»^lc
^0 Aacoli, Saggi Udini, I.
Ta[d]igbflriTe, aaUeffura (quasi 'aelratloara'), da fretto *fFa[d}eUo,
lauoraore, contat'ni, cittaini, cain, baile, faiga, stai-
tiare ''a-la[d]mare, imbastà ambasciata, careià careggiata, epa,
agio *ai[d]a[d]o fiutato, poér, rue ruota, reondo rotondo;- bt-
neitti, maleela, miegare, ause *i:6[d]ise; n' altra fid, veello vitello,
paire, eoe. Laa.: mieghi, arbinà *r'-binata, radunata. Nel chiog-
gioto, preacindeudo da grela *gFa[d]éla gratella, comune pure a Ve-
nezia, o da re reanti (rete, 'retanti), è notevole 1'-^ costante per
*-à[d],a: s-balind 'pallinata*, briga, brigata, ecc.; cfr. c,l. E sieno an-
cora citati i segueaU «sempj buranelli: rie *rl[d]e>, marid mari^d'àr.
Neil' aut. Toron. occorre il fenomeno con altrettanta frequenza
ohe nel parano (cfr. p. 308-9), a quindi continuo il coincidere
dei due diuletti fra di loro. Coaì avremo, negli anUchi saggi ve-
rooesi (t. Mcssaf. 1. e. 133): eoa vada E 261, naagno 69, feili,
veer D 230, vene e mariae C 258, moo Q 79, puts D 400, f wì 2J6,
nuo241; laa lata A 43, beaa F 145, rosaa 147, aiai aitate (2.pers.
pi.) Q 382, fì-aegi *fra[d]dlji A 214;- terviore. Si aggiunge il
dileguo del d di "-dr-: lar E 198 , defimaris (quasi 'difensatri-
ce') F 225; ecc. Alla qnal serie apparterrà ancbe recrero *recre-
d're (v. sopra) Q 406, allato a creér, creenga. Nel rost-Ter.
od. : cagno cotogno, na lealtà " todce. scalxdda calcio; ecc.
Ora al dileguo di v, primario e secondario; circa il qaal
fenomeno sono in ispecie da confrontare il veneziano (e, I) e
il lombardo orientale.
ViiY.: chaechia caviccbia, not^xa; icroe, saerej noete, faellare
.(ma: fauietli], la ote; haer. Chiogg.: olta volta sost., vegnire egnire,
vostro ostro, olere vttolere, vtiggia ogia, vu ti; maraegia, criélo. Bu*
ran.; p6 ogia per voglia, ggra pie era voce, ostro, ore' ole' volere, ti;
jo^. Nell'antico veron.: goa giova E 169, cfr. veoe. Rnst. veron. :
'ólte, òrde, cide, ai so '.
Di s prostetico è grande abuso nelle scritture pavana (cfr.
p. 415); snaturale, sgardenale Cardinale, sletran lette-
rato, slezu eletto, slenze legit, a-sliegro, sterrituorio, smonè
monete (allato a monea). Nessun esempio so citarne dalle aDti-
che scritture veronesi; ma il notevole scuarussolo, codirosso, I
' La elisioDe d fa coaUona net dialetto di Val Policetla (p. 4S4 d.): i'jw-
lisala, i tnde a frona, eht ot endró (voi vender), fin erso la metà, de m
Msoso, piooso, ecc.
;vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Veneto. B. 4. Padova e Verona. 431
che il Flechia. (1. e, pag. 25) allega, eoo altri esemplari, dalla
moderna Verona, coincide col friulano scodaróss (§ 5, m 229).
Ancora sia aggianto, dal rust. ver. od, : amaraeja maraviglia.
E passiamo al -mente avverbiale.
Il pavano suol qnasi sottrarsi all'epentesi del r, troncando l' ultima
sillaba, come gi& di sopra accennammo. Cosi: chinamen inchi-
namen finalmente (t. p. 398), uerasiamen, tolamen, ai fattamen,
contuffnamett (v. p. 429); e lon. in ugual modo: maxsimamen, allifgra-
men. Ma nel Rusiante pure occorrono: ìnchinamentre me {= mai)
oraz. 6,20, tolamentre 33, e il caratteristico latnentre [t. C. Ili,
5) 20, 30. Nelle antiche poesie veronesi, la forma epentetica è assai
frequente, ma non è già la sola. Ne citeremo: majnrment O 265283,
majormente 121, majormentre D 45; teffwaméttt Q 88, seguramen-
tre 370; compliament 323, conptiamentre 352; granmente C I D 122
F 94 181, -mento 236, -mentre C 320 O 39; ioletamento C 163, -men-
tre 106; Jiumelmento F 162, -mmtre D 255; sanamentre 153; greve-
mentre C 214 ; eco.
Nessun esempio di participj in •^sto, od -isto, so addurre
dagli antichi saggi pavanì o veronesi. Ruzzante scrive: ue-
gnu, cazu, nassu, possu.
Ma nell'od. pav., allato a mettù-i, sentii, arremo vegnesto, piands'
ito, respondesto; e così nel ohiogg.: vegnù-i e vegnetti, tegtiesto,
bevesto, pQniisto, ecc.; nel buran. T coresto, ifendeato, devidesti; rust.
veron. saetto, cognetio (dovuto], ecc. — Nelle stanee itali aneggian ti
di Gidino da Sommacampagna: Né sul paese suo narà movesta (243) ;
ed è notevole come lo stesso esempio sia l'unico a ricorrere in Fra
Paolino (v. e, 1).
Ora viene la volta delle due caratteristiche padovane che
Dante ha notato: 'in tutti i participj in tus, e denominativi in
tas, fanno (i Padoanì) brutta sincope, come è merco, e bontè'.
De vulg. el. C. iiv, trad^ d. Trias.
I. -ti da -dof-dldjo -àto. Occorrerà naturalmente la stessa vicenda
pure a nn -dio che non sia di participio. - Ant. padov. empiagò, giu-
rò, ito, Cìignù, irò, few), scanò *; pav. lo (vecchio venez. Ido) Iato,
fio; do, amalo, imparò; Poeitò, che quindi si ragguaglia a
' Vannozzo (ap. Qbion 1. e. SS) ha pare : u no me foite tosto odo (tosto
addato); che veramente mi sa di riduzione vernacola di nn modo italiano.
;vGoo<^lc
432 AmoIì, Saggi ladini, I.
'potest&to; iti^iO- stodìato, beò, incercenò contoraalo; ecc. Lon.:
t-doltoró, tee (ie) passò in natura, allato a consold e incercetià.
età. 'Cotnellco', nato.' 68*. Non teggo chd il Teroneae ioevapagai
per questa parta il parano. Ani. ver. asirao A. 55 assiderato, eir-
cundao 90, ecc.; rusl. ver. passa, pecd, ecc.
II. -é da -de -^"-ctCdJe -tiid]i, -àte -&ti. E oataralmeots oon siamo
limitati, pure in ordine alla prima equazione {-é = -{Ud}e), al solo caso
dell'astratto latino in -die. — Ant. pad. citè de paua, le dite cit&, altra
qìtalUè (ant. venez. qualitae *); uaè usati; paV. etè, liòertè, ecc.;
fii le fiate ', lave biè insane in funzione di pi. masc. (Iod. am-
mafó); pre prati, sale recarne in funzione di pi. fero., ecc. — Delio
stesso fenomeno a formola interna, ci occorsero parecchi esempj nel
considerare il dileguo di d (t): gramego eoe.— E il fenomeno ma-
desimo S finalmente nell'e da altri ài di fase anteriore; cosi: sai.
pad. me, se *sai so (cfr. p. 381), pav. he ho (cfr. p. 4fS>), e quindi le
prime di futuro dire u^mer^eco.; rs-tu vai-tn; od. pav, t'f-ta t'hai-to.
Par nel buranetlo: é ho; mi no sé so; me levare e andare, prime di
fut.; ebia *&ihia, comune pure al cliìoggioto, cke anche ci dà ««pia
*saipi8, e metina (bar. mentina) c< pav. maitina mattina. Cfr. e, 1 e 3.
Si megga 'Comelico', heachò si possa colà imaginare l'é'à. —
Le antiche poesie veronesi danno il semplice -d per i'~dte deU
l'astratto {clarità A 84, loUempnild 158, majesld 160), e del resto
si attengono alla fase dell'-iie -di: strde A 57, biae 149, biai 137,
prai 101. Iifa nei documenti del secolo ZIV, pubblicati dal 6Ìu-
liari: cAterefr^B chiericati, uaè usati, molesfd molestatae. E
nei saggi dì rust. ver. od.: caritè, crvdelté; male ammalati, serf
serrati, iltuminé illuminate, a gambe le^ levate; té~tu sai-ta, ecc.
Pur nel pavano s'ha la notevole media in reggie orecchie,
seggie, ueggio uieggi uegia, coi qaali aadrtl q^iusi sicn-
ramenta pur lo sp^o del rnstico veronese, anziché risalire a
< Qualche esempio di -dt nell'astratto, deve rimanere anche al TeDeiiano
moderno (Boxalo: corttii, caritde); e nel chioggioto rianona coatanU qneiti
fiwB{, come vi i costante quella dell' -do = -filo: nertfde, tanitii£, amittde;-
■ vn fiao ecc.
' fié s'ha poi abUBÌvaraente anche in fnnzions di singolare, qoaii à trat-
tasse di un astratto in *-&te; e nel Razzante eleaso: n' altra fii, illato a
in quella fià, agno fià. Baempio consimile appare sp«, spada; saggio
postico del 1509: chi ds ape, chi de bombarda, chi dal fuogo cbe gi aids;
«p. ToLOMn, 1. 0-, 348.
;vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Venoto. B. 4. Padova e Varoiu. 433
'apaljo i. Qui del resto doq ci è dato di spaziare più oltre sul
territorio parano o sul •Teroneae; e solo ancora ci permette-
remo di notare la metatesi del r per entro alla sillaba tonica,
nei pav. derta, furti frutti, purpio 'proprio*; qualdie fr*-
quenza, pur nel.pavano, di quella prostesi che si è descritta a
pag. 221 (cosi in Ruzzante: arsane risanati, armolla 're-
molla, cede 3); e la faciliti con cui il medeaimo dialetto dis-
simila il n io f, per* causa del m di sillaba attigua: lóme
:>flome e = *nó-mai (cfr. p. 65) S àlema, ilatnorò; scomu-
legò; lomiro. Anche tì occorre legun allato a negun nec-
•unus, cioè / — n da n — n, come eziandio in pilion opinione ; cfr.
chiogg.: Velissiani, xelticiòn ginocchioni. Per ultimo, non tra-
scureremo lo ci {ci), quis, chi, del rustico veronese"; eiiTTer-
tiremo che Ì'o = Pà[d]o- è schietta riduzione padovana (p. 431).
5. Istria veneta.
Anche tra i volghi dell' Istria veneta risuonano alcune par-
late, che molto si scostano dal dialetto di Venezia; e gioverà,
che in appendice alla nostra indagine sul veneto dì terra ferma,
ora ci facciamo a interrogare brevemente i dialetti di Pìrano,
' Cfr. B, I, in fise; e per j Toronase da ^ di fase anteriore: tajo taji oag-
gio (prova) -i, nei veni in dial. di Val PoUealla (p. 424 d.)\ cui cartameuto
ei agginngODO, malgrado le appareme di miglior iatinitfc: major, jàmi, dalla
parabola in veronase orbano, cha il Oaspàbi ci offra nalla Sioitta piolùgicù-
hUeraria di Zandonalla e Coraziinì, li 205-8.
' Cfr. frèmo a p. 398 a il cMogg. pirma. In gillaba protonica, la metateal
è contÌDOa nel chioggioto, e in doppia e contraria corrente: frftuaa, prft-
!on*t prfdona, preché; intgrdurt, porduae, pgnar, eoo.
' Cfr. chiogg. ardopiar», arfiar (por veoei) rifla(t)ara.
' RQat.pad.: dfin«, rnat ver. «Urna, l'ano e l'altro per 'ooltaato'; cfr. p. 410.
* Si aggii^garebba, dal dialetto di Val Policalla (p. 424 n.), una aingolara
yterazione, per la quale bene abondano le analogie rìmota. ma non ne vedo
Ucnns dì prosaima; ed è che per ts {-() all'uscita, ai trOTÌ in qnella scrit-
tore: r. Oli eaempj godo: odor addosso (e sa vn me darl ador), il frequente
ider o d«f , adesso {dtr ago , ora vado) , l' altrettanto frequenta dir = *dic
lice o dicQno (questo esemplare anche in un saggio rust. ver. che non viane
li Val Policelia), e nell' imperfetto, congiuntivo: /•"■ (*fueB; ee gba fur da
luei), creder «cradéaa, peUr *petéw (mil. peldss, vonez. petAgie, desse con
orza, cacciasse).
ArebWlo glaltol. ital., I. 26
;vGoo»^lc
434 Ascoli, Saggi Udioi, I.
Rovigno e Digitano *. Pure la Dalmazia offrirà per avventura
qualche varietà vivente, che più o meno importi allo studio coi
sono consacrati questi fogli; ma gli è un quesito, che ancora dod
ha potuto per me avere alcun principio di rispósta *. Quanto
' Per quarti, a per altri uggì ìatriMii, Ixi debito grandinimo col mio
diletto amico dott. D. Lolli di Trieite, cha ba posto a gìoTarmi no rtro
zelo e un* abilità sqabita. I saggi rofiguesi furoao raccolti da lai msdesimo
(ma soprarrlta, mentre si stampano queste note, im altro contributo pel dia-
letto di RoTigno, che spogUasi in appendice, a p. 447); i piraneei mi ha ^li
procaccialo dalla illuminata gentìleeea del dottore TaoLUPiiTBa; e parte dei
dignaoari mi Tennero per meiio eoo da un signor Dilla Zohca dì Dignano.
11 quale credo esser figlio del nobile uguor Giov. Andrea Dalla Zonca, ora
defunto, autore Si un lungo testo dignaness che l'egregia amicizia di Tomifo
LuciANimi lascia adoperare. — Qualche mostra, ormai'secolar^, del enp»-
dUtriano, è ìa Carli, Ant. Iial, Milano 1788-01, 1 1, p.£a4. Ne cito per ora:
aneuoi, cfr. p. 417, 445 n., ecc.
* Sodo qnindi limitato, per la 'parlaiira dalmatlaa', ai saggi del Calmi),
cioi al 'Prologo fatto per uà pedante raguseo', premesso alla comedia La
Spagnola!, nella stampa Teneziana del 1566, e alla parte di 'Misìer Procalo
mercante raguseo', nella comedia II Travagia, della quale non ho a mano te
non redizione di Treviso, del 1601. Scarso é il costrutto che se ne riesn;
pure ne escono spiccati dna caratteri, che fra poco riconosceramo pnfuj.
benchd in limiti dlTeni, anche alle parlate di Dfguano e di Rovigno (p. 442-5},
e SODO l'{ e l'iì ricorrenti per IV e l'd italiano o veneziano: dna, vertminU,
alttomÌ7%te, pintaminio, parlaminlo, inlriffaminto, ratunaminti, limpo (urie
che ricorda vivameute il rumeno; Schuchabdt, Zeitsekr. di Kubn, XX 301,
ctf. § 5, n. 28 app.) ; lino lesso, promilto , prettitta, tiniilitia ;- tuta - iéio
venez,, ginso, bui» voce, bon'hura, dolw, sigituri, perduto, rantn, «aluoenin,
patrun, balemt, matremwnio, /wrmo, conviter, rutto; *it%tetu, tupra, ntrwi.
atri corri!, deieurso, laro de fitrche, tpureo, mullo, de tutto, puto pooo;
che risaltano, qnasl senza ecceiiobe, esemp] di e edi p. Anaora puA famarci:
«MUSI- genero (e analogamente: itnteruai, tetwrojitae, gMierosi ecc.), che
ricorda iu sfngolar modo qnalche vàrìetb semi-ladina (p. 385) ed anche l'sl-
banese dfftdfr. Una lettera moderna, ()a Zara, che si trova inedita ael-
l'Ambroelsua {Casa., E. S. Ili 24), nota che Sebenico e Spalatro, iuaieme colle
isole del circolo spalatino, conservino il dialetto 'veneto' meglio che Zara non
faccia, 'benché sì avverta nella pronuncia di quegli abitanti nn'attu «eziii-
bfle stiracchiatura in parecchie infiessioni, che non ìianno quelli di Zsrs'.
Due propij versi nel vernacolo di Sebenico ci dà il Tommaseo (_MetitoTÌe poe-
tiche, Venezia 183S, p. 5), che sono prettamente veneziani, se pur nelle prini«
parole {E l'è tuo don) l'odierna Venezia pud sentire alcun cbe di peregrino.
CiHitiDna la citata lettera dicendo, che Ragusa sia affatto illirica, e solo i
'nobili' parlino cogli 'estranei' il loro dialetto 'tosco-raguseo'. 'L'italiano (dei
'Ragusei) à pretto, e cìd deve attribuirsi ai Acuenti allieti cha quell'an-
;vGoo»^lc
§ 4- Ladino a Venato. B. 5. Istria veneta e Quaroero. 435
ai territorj istriani a cui alludiamo, la loro stratificazione dia-
lettale, od etnologica, è sicuramente complicata; e se lo scer-
nere con sicurezza le vene che vi s' intrecciano, riesce in parte
ben difficile per la stessa loro natura, la difScoltà a noi si au-
menta per la scarsa copia delle notizie ed ^nclie per la ìnevi-
t&bile rapidità a cui il nostro discorso ci condanna. Confortia-
moci almeno col pensiero, che son tutte esplorazioni non mai
prima d' ora tentate.
Pur nell'Istria, il linguaggio ladino, nella sua varietà friu-
lana (§ 5), Tenne a toccarsi, e in parte a fondersi, con un lin-
guaggio che ai rannoda al Toneto di terra ferma e ha quindi
in sé medesimo delle somiglianze ingenite coi parlari ladini.
Ma qualche altra elaborazione del latino, che si avrà forse a
riconoscere propria e indìgena dell'Istria, qui ancora deve en-
trarci; e più a levante, nel Qnarnero, si può legittimamente
sospettare di aver le reliquie di qualche dialetto, che formasse
come anello di transizione fra i parlari dell'Italia alpina e quel-
l'estrema latinità orientale che sì stese dairiUìrico al Ponto.
Intorno alle quali proprietà od affinità speciali, aggiungerò ap-
piede qualche notizia * ; e qui passerò senz' altro ad accennare
'tica repabblicB spediTS ad isfrnini in Toscana e DeRo stato pontificio, ed
'alla continaa immigrazioaa di florentioì, che nel Bscolo XV fuggendo la tem-
'peste politiche da cni Teniva agitata la loro patria, un'altra patria lib«ra
'esrcaTano al .di qua dall' Adriatica. 11 dialetto raguseo distingtieei tp«oial-
'mente dal toscano pel suo accento prolnugato. Per aa. la vocale a della pa-
'rola mare partecipa un poeolino di un o nasale, il cui suono è alquanto
■prolungato prima di profferire la secouda sillaba'. Se questo esorapio rsppre-
Bsota, come pare, una serie intiera, l'o dello slavo mor» morje (mare) non
ci airà nulla a vedere. E la nasalità della vocale ci ricorda caitroscaro,
/ran4ÌeiJo = fratello, e simili, dello 'stntioto' dalla comadìa veneciana.
' Acceunando al Quarnero, intendo per ora di parlare d'un dia-
letto 'morente* dell'isola di Veglia, del quale abbiamo saggi,
che appajono in generale assai acculati, in un lavoro veuuto
alla luco sul giornale rovignese /l' Mmno , num. 13, 14, 16
e 17 dell'anno 1861 (il primo dei quali ora mi manca), col
titolo: 'Di un antico linguaggio che parlavaai nella città di
Veglia', e oon la firma: Dott. G. In questo dialetto, che noi
diremo, tanto per dargli un nome, veglioto, è maoifestisaims
la presenta dell'elemento rumeno (valaco); il quale, del resto,
>vGoo»^lc
430 Ascoli, Sa^ ladini, I.
ai punti di particolare contatto, che si avvertono fra il veoeU)
di terra ferma e i tre dialetti istriani enumerati di sopra.
Tra i qaali, il piranese resta beo rimoto dagli altri due,
che vanno all' incontro congiunti tra di loro per a£Bnit& stret-
tissima. Comune a tutti e tre è tuttavolta, nell'ordine fonetico,
imprima il dileguarsi del -r dell' infinito; pel qual fenomeno
Tanno in ispecie ricordate le prossime analogie del buranello '
e del friulano (§ 5). Nei dialetti di Pirano e di Rovigno, le for-
me troncate oggi però si mescolerebbero con le veneziane, prò-
vedute del -r: piran. biastemà, andà, muri, tigni, vedi, credi,
pub in parta confonderBÌ coU'elemento italo-alpino, par le par-
ticolari concordanze che intercedono tra il ladino ed il valaco.
Ansi il wfflioto si prenderebbe facilmente per una mera fusione
di rumeno e d'italo-istriota; la qual sentenza non sarebbe di
certo opposta al vero, ma si dovrebbe tuttavolta dire inesatta'
e inoauta, massime per ciò, che trascurerebbe la necessaria
disUnzioni cronologiche in ordina all'elemento che cbiamiama
rumeno. Poiché il substrato romeno dì cui si Wtta nel etto
nostro, rappresenta una fase ben diversa da quella dal romsoo
modernamente importato nell'Istria e nella stessa isola di Ve-
glia; che è coma dire, sti per gih, il parlare dei Valachi del
giorno d'oggi {cfr. Studj critici I 53-79 = 331-357 a lo ateaso
lUriano nnm. 16}. L'importanza della qnol diversità si verrà
in parte chiarendo per la breve aspositione obe ora segue; nella
quale toccheremo imprima delle proprietà di questo vernacolo
di Veglia che a noi non riaoltino istriota, e poi verremo alle aue
particolari connessioni coi dialetti di Rovigno a di Dignano.
Per la prima porte, va in principal luogo avvertito, circa le con-
sonasti, coma nel veglioto appaja frequenta la pronancia gat-
' Cobi nei 'Soaetti a la buranella' che sono in Calmo, Egloghe ecc. (Ven«-
zla 1558, p. 118-19): per fa-ghe, fa cantra, ito, troud, magna, laiti, viort,
tatti infiniti. Parimenti negli odierni aaggi buraiielli del T^rdo : porla, rt-
nioed, descfre, «»«, ecc.; e ioBÌeiiie vi ai dilegna ogni altro r che vengi
all'uscita: peseaà, fomf, ti me pd mi pari, moie, eoo onore, ecc. Il ban-
nello quindi a* inoltra in quest» eliminazione pib che non faccia il (rioluia
(S 5, u. 123); e lascia del resto cadere, oltre il -n (p. 429 n.), aneha il -I:
aia, campani, àia duole, ecc.
;vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Veneto. B. 5. latria veneta e Quarnero. 437
mom, piasi, coverii ecc., allato a portar, vigrùr, ed altri;
rovign. rìfiadà, piérdi e piérder, nfóri e 'ir, còsi e cttsinar,
mtlir ecc.; dignan. porta, voli, piasi, mori, dormi ecc. Dalle
quali serie si vede altresì come sia coniane a questi dialetti il
ridursi ad t dell' e dtona dell' antica penultima dell* infinito.
Pure r i per l' o atono di prima persona (cfr. p. 397 n.) sari
probabilmente stato comune a tutti e tre ì dialetti. Da Pirano
e da RoTÌgno ne vedo solo scarsi resti: pìr. ignori; rov. i pii'i
o p"ÓÌ io posso, e vói (esemplare che per sa dice poco ed anche
è comune al veneziano), allato ai plr. credo, vqjo, rov. vidOf
crido, ecc. (cfr. pir. e roT. el fondi il fondo). Ha appar feno-
meno continuo nel dignanese: i no poi, curri, batti, faghi.
turalo del e o del o Istioo che preceda ad e o ad t, né sembri
potersi natrire dubbio alcuno suU' esatteiza della trasorisione.
Qnalcbe esempio ritorna in altre favella; cosi crisi, ciriegio,
che potrà essere dallo alavo (cfr. Miklosicb, Albàniiche for-
schtMffetit II 13; Jarn, ciliegia, è anche neU'albaii. dì dial.
ghego, e in quello di Sicilia, v, ìb. e Cauaeda, Orammatol.
alb,, I 56); oppur carviale, cervello, che incontra la gatturals
del rumeno crieri •e6re[v]ro- (v. Db Cihao, Dict. d'étym. daco-
rom., 63). Ma ancora abbiamo: conaùta cinigia, edira lau cera,
gheluiU freddo (gelato; cfr. spagn. regalar 'regelare Diaz t' 270),
e dtc dieci, confermato A&jónco *ua-d](e undici, e piti Bing(^
lare di tnttì: acdid aceto; per tacer di pemdica pernice (cfr. .
it. rddica; Diez I^ 255), o da voci verbali come j~ongàr-[me]
ungere, deedite dite, e tacdre tacere (imperat. tict^tic; cte.
rum. toc tpcut tfcé, taccio taciuto tacere). — Sapto, sette, va
col rumeno {sapte), ma odo, se esatto (rem. opt], sarebba assai
notevole. — Oltre pi- e fi- (pie piti, in-fioràja florÌ8c[ono]), che
80B combinazioni da cui non rifugge pare il valaco settentrio-
nala, e lo schietto gl~ in glasdit ghiacciato, abbiamo ancora
lo schietto ~cl- intemo in rdcle orecchie, udcto occhio, come
non ricorre, per quanto lo sappia, in alcun dialetto rumeno
(v. Difiz 1S213; Sludj critici, I 73-Kl; Da Cihac s. w.); e
d'altronde, quanto sa di valaco Vd della prima voce {'redAle),
altrettanto è contrario al gusto rumeno Vud nel tipo fonico
delta secoDiia. Si aggiungono: vieta, pi. vide, città, e il pra-
;vGoo»^lc
43!) Ascoli, Saggi kiliai, I.
divi devo, vegni,- Altro carattere importante, comune a Pì-
rano'e a RoTigQo (e pur forse a Dignano, donde mi maaca ogni
notizia per questo particolare), è la costante pronuncia guttu-
rale del n all'uscita; pir. domah, gran ecc., rov. fen, san ecc.;
cui si aggiungono, per •» da -m (cfr. p. 360 ecc.): ror. dìgn.
non, fan.
Del restante, il fenomeno j«Va«cs« che più importi all'inda-
gine nostra, è il passarvi Ai f e i in p 9 d. Senonchè, in or-
dine alla sorda, qui non si tratterebbe di p da ^=6 ital., come
era nelle varietà venete che di sopra studiammo; ma si di p da
p che è 5' 0 -ss- ital. Cosi avremo, nel piranese, collo s {f ve-
nez. , é ital.) zercà cercare, zénera cenere, mi faszo, ed altri;
zioaodeclo, pi. dadi, dito ('dijit'lo; cfr. pag. 58 n., e in iapeàe
l'albsn. rukfuMj, io motolo, ricordato dallo Sghcchasdt nelU
Zeitsehr. del Kuhn, XX 246, che alla sua volta richiama il grig.
rucldr [v. 'Qiante'], e l'it. rocchio, v. Flechia, Sopra un feno-
meno fonetico noe, p, 9).— Occorre inoltre continua la prostesi
di j, che ricorda lo slavo, ma anche l'albanese (v. Gauabua L
0. 1 49, II 223-4). Così: j-aqua, jw j'-rfi io ho, j-oMino anima
(cfr. p. 371), j-rfura ov&,j-ualb bianco, j-udcft ago,j-udrhiI
albero, j-^lxete (vedi piti sotto), j-omno (pi. i j-omni) uomo,
j-ónda, j-ongdr-me (vedi sotto) , j-oin j'Oina uno -a.
Cirea le vocali, guón cuini cane -i, e vetrón vetrtuSna, vecchio
-a, son di patrimonio rumeno {cune cuini; betntn); cosi anche
grun grano (rum. ffruu, pi. gruHe; cfr. alb. di dìal. ghego:
ffrun), e probabilmente pur V au di pauc, i pauper, benché
aieno due esemplari che nelle mie fonti rumene non ritrovo.
Pure la vocal turbata in des-màn da mane, priénx pranio, e
tiéres {"tiéré) tardi, accenna chiaramente al valaco; benché
i due turbamenti, ai qaali, in dati casi, l'd è soggetto in qaslla
lingua {u u ed i)> vi sieno ripartiti fra questi esemplari in
modo che riesce inverso a quello del veglioto (cfr. Mobufu,
Zur rumàmachen voe<disation, rendio. lviii, 140-2). Di rameno
sa finalmente anche Vd (*ea) dogli infiniti bldre volere, taedn
tacere, ardóre, gaudàre, veddr, {wdr\ ma forse non eaclsde-
rebhe, come tosto vedremo, una dichiarazione diversa. — No-
tevole d poi ì'ud che appare il normal continuatore iDdigeno
>vGoo»^lc
§ 4. Ladiao e Veneto. B. 5. latria veneta o Qiuroero. 439
e all' incontro: pardo sordo, péra, pléla, popò, ropt} ecc., e
da ss=!S ital.: capa, mepedà (v. pag. 44 in f.). Per la sonora:
adedo 'aiédo, patte, diede, codi cuocere, vode, erode, làrede
(ma: ténzer, parso sorcio);- cada casa, cièda chiesa, roda
rosa , àdeno, - V i~ piranese per 1' e àtona- ital. di terza per-
sona {el perdi, dormi), che vedremo non comune agli altri due
dialetti, deve all'incontro ricorrere anche in vernacoli istriani
che noi non istudiamo. Lo stesso dicasi del non perdersi della
dentale nella base -a'to: tornado, fiado ecc., antica fase veneta
che si mantiene anche altrove, p. e. nel veronese-urbano: tro-
vàdo allato a ricuparà, credùdo allato a credit, conogitdo allato
a conoed. — Di singole voci piranesi. citeremo finalmente: et
deli" d: el tudly atudr stare, moscudr morBÌcare, deatrudr de-
stare, affuàr (in faaztons di sosl. plur.), andùar [aio; ofr.
fallùr, alsùr^ e coli' accento sulla prima: j-ul^e-fe, che deve
dire 'Alzati*, QJ-ùnda cauch veni hac, quasi *anda qua-ci , rum.
coace], gheladt gelato (allato al fem. gheUtUa, che è forse un
orrore), crepudta, arrivuat, frudlru,j-udch ago (fera., com'd
nel plur. rum.)-,- j-udrbul, buàrca, j~udlb, domudnàa, set-
suanla. Io ci riconoscerci uà effetto progressiva di quella ten-
denza per la quale il rumeno, come avemmo testa a ricordare,
riduce Vd, in determinati limiti, ad t» (e u), cui vedemmo
rispondere un uó veglioto {cuón, vetruóna). Ora l'uó, nel ve-
glioto, doveva passare facilmente in ud, per la tendenza ad
allargare i dittonghi di cai avremo a vedere molteplici effetti
in questo vernacolo; e alla fase dell' ud ancora starebbero
j-uópa ape, cuàrne carne, e muostro *mastro maestro.
Citato ancora il prodotto di *-t+t, "-d + i, a fprmola àtona, che d
ó {ff): diancs " diana denti (vai. dinsi], anincs = emine 'inanti
(vai. iitainte) , vencs = vena venti, tiercs = tierc {-erg) tardi , pas-
seremo a qualche cenno sulla flessione. ,
Circa la quale, imprima notiamo: j-^i-mej-dj-(e» abbiamo avete,
tdi-tne tài-te, siamo siete, per avervisi tal copia di desinente
(~me -te) che ora pio non si riproduce, in modo esatto, sa non
nel macedo-valaco e nell'albanese, ma in altri tempi che non
il presente; cosi in iapecie nell'albanese di dial. ghego: kietne
kìete (da Lecce) fummo foste, ecc. , e nel macedo-val. : ar^piem
;vGoo»^lc
44Ò Ascoli, Saiggi Eadlni, I.
tciéh tiene; cài elidere, ptcp. cajudo (rov. cài caju); fòiba fo-rn,
per attrazione, cfr. § 5, nam. 235, e canépa, comune ancbe si
dignanese, *caniìpa -ipia.
E passando ora a quanto ci -rimane da Rovigoo e Dignano .
pei qaati territorj % da vedere la lunga nota appiè di queste
pagine, qui primamente ci fermerà l'o per Ve atoaa all'oscita,
che richiama in singoiar modo le serie veronesi di aopra alle-
gate (p. 307 e 424). Cosi dai saggi di Rovigno, 3. pers. sg,: lii
piérdo, el moro, d^órmo; nomi masc. : lato latte, ponto-, ser-
pente, dento, fiumo, làreso; nomi fem.: carno (e carmi), noto,
nivo, davo, vulpo; avr.: veramente. E dai saggi dignanesi:
al dormo, maétto mette (ma: al mor, al voi); lóumo lume,
arupset, rompemmo -oste (il rumeno settentr.: 2. rupsen; ma
è rupaet pur nei piti antichi saggi settentr., nei quali è anche
set siete, allato a sezì^ Mussafu, Jahrèuch fUr roman. u. engl.
Ut. , X 369 360). Un' altra e maggiore BÌugoIarità nella conja-
gBzione, ci saggerìsce poi uu confronto che varamèbte bCcc-
tiamo B porre ÌDnanzi, poiché vediamo bene che facilmeota
possa trattarsi di ana coincidenza fortuita o fallace. Dice dun-
que il nostro autore: 'l'infinitivo (veglioto) al contrario tiena
'sovente la particella me: xérme andare, tentérme sentire, jo^
'ffàrrm ungere, ecc., per es.: senterme co le racle udir con la
'orecchie, jongdmte col udii ungere coli' olio'. Ora questo -me
ricorda in singolar modo l'elemento che è a un tempo prepo-
sto e suffisso negli infiniti albanesi di diaL ghego; me dd-^'À
dividere, me itudiuem studiare, eoo. (Studj crit., I 96-374,
DA. Lbcch nel 1. ivi cit-, p. 165, Cahasda 1. c. II 48). — L'el»-
mento granmaticale che è in tonàja tuona, futminàja falmiia,
in-fl,orója fiorÌ8c(ono), o anche in vendja egli venga, coincide,
ma di certo solo esteriormente, con quello che è in mi credéja
io credeva, bldja (egli) voleva, cioè *credéia ecc. , v. ^b innanii,
e cfr, aeeìa-mecc. nel rumeno d'Istria, Stu^j arit. I64"342.-
Per il fnturo possiam citare: fermtidr-a (me fìrmudr a cdw
mi fermerò qui), sér-me *ier-jime andremo, metdr-me 'mi-
ter-jime metteremo, catdur-e troverai (e="ai habes, cfr. n>-
vigD. ti é p'ortisto hai portato], fér-o far& (d non piuttosl^
'sari'!; cfr. el fiér-o en tidra sarà in terra; rum. fi essere).
;vGoo»^lc
§ 4. Ladino a Veneto. B. 5. Istria veneta a Qoarnero. 441
pivero; camoecc. AggìungeniJosi nell'avverbio anche l'epen-
tesi del r, come nel dignaneai veramentro, liberamentro, allato
ad altrimento, par proprio di essere trasportati alle scritture
di Fra Giacomino. Ma più è ancora singolare che all'-O per -e
venga ad accoppiarsi, in qualche esemplare di quel dialetto dì
Veglia che si considera qui sotto, pur l'ettlissi dell' e àtona della
sillaba che precede, ancora secondo il tipo veronese che a suo
luogo studiammo (p. 424-6). Cosi avremo in quel curioso dia-
letto: scutro *a-cutere, eetrarre (me scùtro jóin dàint, levarmi
un dente), che ha insième la particolar significazione rumena
e il tipo vernacolo italiano; inoltre: credro credri, credito -i,
che ancora ricorda il rumeno per la significazione sostantiva;
mòitùr^ muterjl. È la solita aggregazione neo-latina, ma an-
cora recente, come si palesa dall' accento sull' infinito. Si di-
rebbe l'antico remeno che transige coli' italiano ; dove ricor-
diamo la perifrasi del faturo con 'habere* anche nel rumeno
(ant. rum.: «m a dà, MtjssàP. ib. 376; rum. d'Istria: are veri
ha-venire, verrà, Mirlosich, Die slavischen elemente im ru-
mwiìsehen, 58), e la normale posposizione dell'ausiliare nel
perfetto perifrastico pur del rumeno d'Istria (Studj crii,, I
66 = 343). Ma insieme va sia d'ora notato, che l'-o^'ou per
'habet' ci porta unitamente e alla Rumenia e all'Istria occi-
dentale, du per 'habet' essendo cosi del valaco (au vindut ecc.)
come della varietà friulana di Trieste (§5), e continuandosi
pur nel dignanese, nella forma di o, si isolato e si nella com-
posisione del futuro: pì-o ci ba, la tn'o conta, var-6 avrà,
dar-ó darà; né altrimenti nel rovignese: l-o egli ha, la'ó ell'ha,
el K-V no, egli non ha *. 'Habere', nella caDJugaztone isolata,
darebbe al veglioto: jm j'-rfi, iej-ii,j-alj-àit (aie), nuj-dime,
vo j-àile, j-dju (ed 'esse': sai, sante, aant; sdime, sdite, sani;
cfr. Stttdj crii., I 67 = 345), circa le quali forme qyà ci limi-
tiamo a notare, come ai, habeo, si distacchi dal romeno, coin-
cidendo all'incontro col friulano, col veneto di terra ferma,
coli' ant. venez. {di, éi, e), e Col rovigno-dignanese: rov. i-é da
' La coincidenza coll'alto-engadinese risalta fortuita; cfr. pp. 189 in n.,
e S26. TS fo (fo bun, & bene) dare qui rìputarsi forma analogica (v. § 5).
;vGoo»^lc
442 Ascoli, Saggi ladini, I.
ai quali si aggiungono, per l'ettUssi: rédre, ridere, e per l'-o;
erosero crescere, ed all'infuori dell'iafinito: tiàmpro (e -prt:
dignan, saémpro).
Viene poi la volta del dittongo dellM e detlV in posiz.; in
ordine ai quali fenomeni, il rovignese si accosta assai notevol-
mente, e circa la forma e circa l'applicazione, al vernacolo pa-
ttano (pag, 422-3). Per le affinità ladine, ed altre che presenti
il fenomeno medesimo da oriente, dobbiamo riferirci ad .alù-i
luoghi (t. in nota); e ora diamo senz'altro le nostre serie ro-
vignesi: I. d'ormi infin., ««imo, cvórpo, cuorda; [p*orlà;
i'obia]; uÓrto, u6r£o, uosso, uóccio -;'; dove però, circa gli
esempj a formola iniziale, può sorgere qualche dubbio sulla ra-
gione genetica dell' wJ (cfr. rov. uóca oca, uóro oro, e uotù
piérdi debbo perdere (cioè: io ho da p.), la j-e la ho, fot. e
dign, var-é avrò, dign. pi-^ caro ho caro (cfr, « 'sai ao), ;K)r-
tar-é porterò, ecc. Ma non Torremfl lasciar gli aasiliari aenis
considerare l'ìnf. sdite, essere. Dee rivenire a 'aidere sedere;
e il dignaDese ha analogamente sei {da sei desffustada, da es-
sere disgustata) allato ad étti {i putii essi, io posso essere),
come il friulano ha aèdi sèi, éstijissi, tutti uel Bignifioato di
'essere' (cfr. ser 'essere' nello spagn. e nel portogh.; DikeU^
174-5, 189). Neil' ordine fonetico, piuttosto vi sarebbe notevole
l'assenza del -r che non la tenue per media [cfr. g 5^ n. 203). —
Dopo di che, non mi resterebbe per la flessione se non faaa-
sdite fareste, propriamente: 'fecissétis', tirato sai tipo 'amas-
sétis'; cfr, nel cbioggioto: podessimo potremmo, veramente:
potuissémos, coir antico accento, che è anche del Ladini della
sezione centrale (per es. garden. amcLSsdh amoatàis), e nella
terra ferma veneta (cfr. Ili, 3), come eziandio del provenzale:
vtndessém vendessét*, a de] francese, laddove il rumano: cui-
tdtem ecc.
Ora continueremo colle speciali convenienze fonetiche che si av-
vertono fra il veglioto dall'una parte, e i dialetti di Bovigno
e Dignano dall'altra. Gli à dunque imprima a sapersi, che fra
le caratteristiche di Kovtgno e Dignano sì ha questa, cbe all'''
italiana o veneziana ivi risponda, entro determinati limiti. Vi;
laddove all'i' italiano o veneziano, che dì regola è quanto dire
;vGoo»^lc
§ 4. Ladiiio tì Veneto. B. 6. [stria veneta e Quanieru. 443
otto);- II. fièro ferro, fièra, invtérTio, viérmo, traviérsa,
piérdi, aviérto, miercore, g*érba, viéccio, siete, lièto, piè-
tano, vasiel. Àncora citiamo, pai dittonghi fuor di posizione,
sempre dal rovignese: I. m'ori infln., suóssero, i pici io posso,
miiover; e dall'rf second.: p'overo p'óco;- II. dall'e second.:
giénera. Il dialetto di Dignano non accompagna quel di Ro-
vjgno nel dittongo dell' <ì; e solo mi tì appare, quasi segnacolo
di una fase anteriore: vàrio orto. Nè'i due dialetti si accompa-
gnano circa il dittongo dell' ^ in posizione; poiché sarà diverso
anche per altra ragione che non qaella della forma, Veié {eie.
roYign. f'ésta) che scrive di continuo il testo dlgnanese, ac-
cennato nella prima nota a questo numero (cosi: desvertei-
all't latino, qaei dialetti tendono a rispondere con é ed éi. ,
Cosi i miei aa^gi danno: roV. aridi credere, vuUr, ror. diga.
tila, fimana fimena, sivo, ahi aceto, dign. vali Talere, viro,
sira, che sono esempj di i**!^ ital. >e lat.; ror. dign. miis
mis mese, che d di is^e'f ital. ffns Ut.; indi: rov. nivo, di
didi dito -1, ianivro, tot. diga, pil, si sii sete, «idi *re'dere,
dign. pivero, che sono di i = é venez. o ital. - i ÌSt ; final-
mente * per e ital. in poaiiione, di sorgente varia: ror. qui-^
sto, vispe, pito, roY. e dign. infirmo, vì'rdo virdo, frisco, stila,
riccia, dign. litio, (riddo; — e danno all'incontro: ror. cal-
séna e dign. caUéina calcina, Alga. Tuneina, seima dii cavii,
préima, viséin, rov. dign. vffn vein, rov. tóSi, dign. asedéin,
seusein, rov. fé'l, ke xei (gire), ingiutér, diga, ivjotei (l'accento
pare «rroneo), servéi-la servirla, vignéi, maréi marito, véivo, '
soréis, wipara; zeibo; veisto, déitto (cfr. veoez. dito), òeissa
' Tralaacio di addarre fra qneate lerie l'i rei. e dign. per iV itaL o to-
uei. da i, come a'ha nel tot. diga, gtse (= ^ést) dieci, dign. livido,
pigora; e la differenza pare confermata anche dal vegUoto, che in
aimiii casi i-asterabbe all'i (ciod non paaasrebbe ad ai, come vedremo
che faccia per altii < rovigno-dignanesi): lipro, pitra. Cfr. la nota
a p. 445. Piuttosto avrebbero a starci i rovign. tinero e pri'stù (»'),
Eeempio che ha ana ragion particolare à *pie piede (cfr. p. 393), onda
*piit Boc<Hido raiialogia a cui il teato fra poco ci conduce, rov. pò'e,
òìga.piije^ e pAi, quasi per anticipazione dell' <ii veglioto =-éÌ rovi-
gnonlignanesi^.
[J,q,t,7CdbyG00»^lc
444 Ascoli, Saggi ladini, I.
maénto, xaénto gente, taémpo, insaémbro, paérla, paérdo
perda, zaérta certa, s-couvaérta, raésto, haélla ecc.; e par
baén, vaén). Dell'antico dittongo è forse traccia nel dignan.
jerha.
Pel dileguo delle itone uscenti, possiamo citare: rov. /iin
fame, ecc.; "us, pas, crus; mur; dign. tas; gal, óu, nòti. Per
V-ésto {-tsto) del participio, i rovign. p--orHsto, durmisto, el
ii muristo. I plurali dignanesi: paròin, hotlòin, barcóin (bai- ,
coni), boin, pare a primo tratto che a dirittura ci conducaDO ;
in Liguria (p. 310) ; ma sòn da considerare le analogìe di cui
si tocca a p.'378 e 418. E finirò per ora col citar singole voci
che facciano in qualche altro- modo al caso nostro; in cima |
biscia, daremmo così per qualche parte rioondotU alla spiaggia I
emiliana che prospetta la breve penisola da Bud-ovest; ma od
miriamo- piuttosto ad oriente, per interrogare il TeglÌob>;il l
quale, alla^^ndo il dittongo, ci darà ài per Véi del territoro i
rovigDo-dignanese, ma ài ancora per l'i' {<• £ ed é lat.) di qael i
territorio medesimo, quasi estendendo all't' istrioto il feniv- j
meno che si esplicava colà nell'ambito dell'/ italiano. Arre- l
mo quindi, nel reglìoto, queste serie; vàina, cdìra lat. cera,
rdid, acdid aceto, monaita; con mdic meco (cfr. tmcA, tig, '
siff, dì antiche scritture lombarde);- mdissa mensa (che afatto
si diparte, pel ano dittongo, dal rum. mdse mease, e piattoato
ricorda l'i, banche atono, del macedo-valaco miidli\;- pdira,
fàid;- mandica *manfoa (cfr. rum. mertunc menuic mangio);-
mdiai mÌBsns;- vdin, ìdin, sassdin , passerdin ('ogni sorta ne- ,
celli*), rovdinattnardit, vaita, fàica, pemdica, radatca, raipa.
Per i ital. o lat. di pos., può a stento ancora citarsi cmaisia
(cfr. dign. tìneisia) cinigia, cui si a^iungerebbe, col solo a, i
Urna legna (cfr. rum. lemn; dign. Ugno e Unno), come in tra tra '■
(dign. tri), e come fiotrebb' essere anche negli infiniti già ài
sopra toccati: tendre ecc.; circa i quali sta a favor di questa
dichiarazione il doppio esemplare lìdire hlare volere, ma la Ita
contro la particolare uscita [-re anziché -i-) della maggior parte
di essi. Ancora sì abbia, per ai veglioto da ii di fase ante-
riore: mdja mìa, allato a méio rovìgno-dignanese, che fi un
caso di éi da l di fase anteriore, il quale entra nella special
;vGoo»^lc
S 4. Ladino e Venato. B. 5. latria Teneta e Qaarnero. 445
delta quali starà ana relìquia digoanese per l'-ón di prima per-
sona plurale: ion andiamo (cfr. e, I). Poi ìl d iniziale nella
continuazione di 'toto': dign. dóuto dóutì (rov. duti; cfr. p. 336);
cui faremo seguire i rovign. voldù sentito (veramente: udito;
serie dell'i dinanzi od altra vocale, e veramente ci porta a
quella 'distrazione' dell' ^ primario o Becondarìo nell'iato, sì
del tonico e sì dell' atono (rov. dé^o dio, baccaréia, dìgn. teia
zia; deivfìrxeijo, ràbbeija, ecc.), cbe anch'easa ricorda l'Emilia
o piuttosto il Napoletano *,
Analogo all'i' di contro all'^ italiana o veneziana, il dialetto ro-
TÌgneae e il dignanesa ci offtonó eziandio, entro a determinati
limiti, l'ii di contro all'd italiano o veneziano; e come il ve-
glloto rispondeva per di a queU'^ rovigno-dignanese , ora cì
darà du per quest'ù. Così ricavo da'miei saggi: rov, lul solo
(o sole!), •««, rov. dign. dulur dolur, unùr onur, ura, lùri,
via, che sono esempj di ù-ó it. "é lat.; rov. dign. cru», rov.
xwra sopra, che sono di tir^cJ it. •>» lat.; e finalmente* per la
doppia serie di posiz. : rov. ciù (» *tjor tfirre), rov. dign. sano
sonno, rov. stìrio sorcio; rov. sttrdo, rov. dign. rutto, duho, '
fumo, furca. Pel veglioto, i miei esempj restan veramente limi-
tati alla serie che fa capo all'ó lat.; e sono: dura oj-dura,
tuddur, ondur, amÓMr, pentàur pittore, ndun non, ratsdun
ragione, reliffidun, carbdwit sapdun, generdus, avardM, go-
laiu, nepdvX (fam. nepot). Solo si aggiangerebbe làur (sdror)
' Un esempio dì dt da ^ Tedemmo di sopra nel dìgnanese (p. 443 n.);
altro da RoTìgoo ne incontriamo pib tardi (p. 447 n.). È all'incontro
la bse della semplice é da i, nei veglioti: dùrmér, sentér-me, xir-
-me (*iir gire), mei mille, Ubra libra (lira), feil «flU figlio.
' Non mando per ora fra queste serie l'u-uó Teneto od ital. = ^ lat,
come s'ha nei rov. tiuco, ruda, ancui, rwa, dign. rusa e riusa. Si
Te^a la nota a pag. 443, e si consideri i'u (ù) cbe per gli esem-
plari di qnasta categoria ci offi'e il testo di coi a p. 447 n. Può so-
spettarsi nn dittongo rattratto. Il legittimo continuatore, non ditton-
gato, dell' 3, Tediamo nei fot, bon boni, fora. Inoltre si osserri la cor-
retta dìffbrenxa fra la tonica rovìgneBa di me soràre pi,, 0 ma sortirà
sg., oha rispondono a soróre- lat., e quella di ma lor che risponde a
aóror (analogamente nel dìgnaueae: sarò, sortirà).
;vGoo»^lc
446 Alcoli, Suggi ladini, I.
cfr. p. 188 ecc.); lagàda, cfr. p. 330 ecc.; ula dove (dign. vulla),
cfr. p 67; far el nil far nido (allato al dignan. fa neido), più-n
' (Aìga. pióu-n) più; gii gita (dign. gilla) ille iLla; a iiiùn (dign.
ioiun, zouióun) 'jejùn-. Cui per ultimo si aggiungano, dalla
serie in cui si complica j: rov. e diga, gise giise 'djèce, dign.
aarella, ma è voce cba nel plurale trorara logitUmamente li
base dell'^ (cfr. il rovign. e dignan. nell'annotazione che testé
apponemmo, e torà swori nel rum.).
L'ti itaL, cioè prevalentemente l'u lat., snol trovare all'ÌDcoD-
tro, snl territorio rovigno-dignanese, il dittongo oh; cosi dcÌ
Toy. pióuma, foiimo (sic), rov. dign. nóiido, dign. bà» bovào,
avuto -a, veiffnou veignóuda, pidun pib, oun ouna, fbrtovna,
tóuHtO, tóu3, mour muro, croudo, e nel noto esempio di ti m-
cond, (v. p. 36): douto douti tutto -i (e loutidi, rov. lùndi,
lAne-df). Ora il veglioto alla sua volta, ci mostrerA ancora
questo fenomeno del dittongo continuatore dell' u, e sarà nella
forma dì ói; j-oin j-oina, Idin lumen, póm pugno (rum. pumnl,
flóim, tploima (cfr. p. 371), sptìit, avoit, cróif crudo, moiiir-'j
*mutar-aa cangerà. Singolare è aegàura sicura, che va coi
Qualche altra concordanza tra il rovigno-dignanose (e il veoeto
di terra ferma) dall'ona parte, e il veglioto dall'altra, ì ac-
cennata nel testo. Qui rimarrebbe ancora da considerare i dit-
tonghi dell'^ e dell'd in posizione; circa t quali diremo bre-
vemente, cbe nel veglioto essi assumono sembianze rumene {id,
uà), ma che la loro applicazione assm meglio vi conviene col
ladino e col veneto di terra ferma che non col rumeno. Le
serie istriote (rovignesi in ispecie] si serbano al tetto, e qui '
chiuderemo con addurre le vegliote: I. vestemiànt , tnomimi,
termiant sarmento, diant, zidnt gente, cidnt, aeMant, ailra- i
midnte, tridnta; tidtnp, sidmpro; canapial fune (quatì: 'cant-
pello'f}, icastial, careiale cervello (-a); inviamo, tiara, pian,
jarba; fiàita\ tiat il letto; cui si aggiungono, da i secoDdarii:
vidrd, e il pib curioso in vidisa "vésse^ vice; — 11. fnuint;
pudrta la porta, muart, puarch; nuàstro e vuastro; uàclo oc-
chio (v. sopra), nudtì e anche t«ii7-*olj olio. Da ó secoD'i.
rudtt rosso, e spuarc.
;vGoo»^lc
% 4. Ladino e Veneto. B. 5. latrili vaneta. 447
gnu 'niu nave, riusa e rgiùsa, roda e rgioda, Vescia, volein-
ciaéra ',
< Mentre si tirano queiti fogli, la {gentilezza di un amico istriano
mi schiude pel dialetto di Kovigno una nuova e assai limpida fonte:
il Sergio di proverbi rovigneii, di Luigi C..., inserito nella strenna
V Aurora, Rorigno 1861 (p. 160-78). Nessun nuovo tratto caratte-
ristico si aggiunge da questi documenti al breve sbozzo che già ci
era riuscito di formare; ma tutte le serie ne hanno nuova luce o
conferma e nuovi incrementi, di cui giova ohe sia qui profittato., Per
l't di contro alt'^ ita!, eco. (p. 442) si aggiungono: bim;- benedtto, .
prumisse, vicissa vecchiezza, ligrisge, giita cesto, ffirca cerca, quii
quiia;- raligrai oltre: mt'daghi e pilo {iilo) cielo, circa i quali si
cfr. la pag. 443 in nota. Per l'ii di contro all'd ii. ecc. {p. 445): sui
ioli, gitlùs; lavùra; luvi, gula; culjio, custa egli costa; busco, bw:a
bocca; oltre tnlt^o, ntìoo e tniido, pei quali si cfr. la pag. 445 in nota.
Circa Ye od éi di contro all'»' ital. ecc. (p. 443), il nostro testo scrive
a formola interna: è, 'suono stretto che partecipa dell'e e della i",
e all'uscita d& èi. Avremo così, mantenuta la sua ortografia: fèn,
tln, quatrSn, rovina, milSna, galgna, prSma, fila egli fila, réva
arriva, dés dice, inciarèdi chiariti (diradati), vajède uguagliate (quasi
'egvalitfl'), vèta, caiégo; tera tira;- pintèite pentirsi;- falèsia fal-
iaw,patSsso, wbidèsto, giudétio;- trésti;- ièi gire, dèi dire, vignèi;-
8 nell'iato (cfr. pag. 445): companra;- Idèjo, càristèja, tSja; miejo
mio (non accompagnato al sostantivo; ma: del mio duolo, cfr. g 5,
num. 24). Circa Vóu di contro all'ti ital. ecc. (p. 446), avviene ana-
logamente che il nostro testo scriva a formola interna: ó, 'suono fra
la 0 e la u', e dia all'uscita: 6u. Cosi, mantenuta la sua ortografia:
ón óna, pi6-n, orla, fós fiso, ava, agiata;- doto, móso;- zumntóu;-
ma: spada. Per l'-o di contro all' -e àtona it. (440): le terze persone
erido, melo, pirirdvo, ed altre, in parte già citate; poi i due sost.
Um, che tosto adduciamo. Pei dittonghi dell'd e dell'^ in pos. (442).*
1. la snorto, la muorto, puorta portai, puorte portae, cuòio, mun-
stra; li, biel biela, caitiel, faviela, cttrdiela, cuviérzo eco. , s'in-siera,
sieno egli serve, riesta egli resta (e arista, spina), liege la legge,,
atpieta, cadalielo, [iéssi essere]. E fuor di posiz.: I. duolo, fitóbia
pag. 440, paruàla (o second.), ecc.; e il notevole nuà no, allato al
Vroolitico nunon, da mandarsi con wtf =■ 'o « "au habet; II. viene,
allato a ven a féssi.- L'infinito sempre sprovveduto del r; tranne
un tassala andare. E ancora si noti': mojo *méjo meglio, che è buon
parallelo pel dignan. pài, di cui a pag. 443 in nota.
q,t,.-edbvG00»^lc
Ascoli, Saggi leulini, I.
ANTICHI SA.Oai DIALETTALI DELL* ESTDA&tO
1. Venetfa antioa.
U precipuo Bcopo di questo scorsa per l'aotica Venezia - essendo già aUto
determinato di sopra (p. 399), qui mi limito a poco più delle ' didiiarationi
che «000 richieste dai Tarj modi in cui cito gli esempj.- Quelli a cui un-
t'altra succeda un numero, provengono dal Trattato 'de ragimine rtclonf
di Fra Paolino Minorila, pvibliealo da Adolfo Mussafia, Vienna 1868, a il
nomerò rimanda alla pagina dì quella belliuima edizione. É un testo che fu
finito di scrivere in aol principio del secolo XIV; e al secolo XV aswgna il
Uossafia il codice ani quale A condotta la sua stampa, com'à del secolo XV
quello che sta a fondamento dell' ediiione di una parte dell'opera stessa, cL«
■i devo a Cesare Podcabd: JHl ffmemo della famiglia; itconda parte àtl-
r opera iiudUa <de recto regimine" scritta in volgare vetieniatio da Fra Pao-
lino Minorità nelVanno 1314, Venezia 1856, ed à pure da noi citata, come
si chiarisce in appresso.- Per Marieg,, o Mar., s'intendano le anticlie Ma-
riégole (matricole, cioè ì libri statatarj di varia Fratellanza), della quali «on
parecchi saggi, raccolti da'L. Pasini, e pubblicati da B. Cbccsetti, nel t. XV
degli AtH del R. Iititulo Veneto, Venezia 1869-70, ed altri parecchi me ne
sono astratto io medesimo. Mostrerebbero alcune Uariigole di risalire al se-
colo XIII, ma devono, tranne qualche scarso avanio, essere rìprodnuoni d«l
secolo successivo, a cui appartengono le residne.- Nella pnbblicasions t«sU
citata sono molte altre scrittura dall'antica Veneiia, che distintamente qui
si allagano; ma per Giuram, intenda un mio proprio esemplaro di quella che
ivi si riporta a pag. 1819-21.- I pochi esempj citati per 'Tristano' provao-
gono dal saggio del Tristatui in ant. dial. di Vetutia, datoci dal Mussafia
nei rendic. lxiv 72-4.- Per 'Eleganze' cito un opuscolo ms. che fa parte del
volume dell'Ambrosiana, segnato H 193 inf. (pag. 271-93)- É una copi» dia
l'occhio esperto di Antonio Cemti assegnerebbe alla saconda metA d«l se-
colo XV, a che più in su non pud gran fatto risalirà, contenendosi in qnello
stesso volume, e della stessa mano, una copia della Epistole quedam Sit-
pharti Philisehi de Soncino eaereendi cauta canfecte (sec. XV). Ma l'crìgi-
nale dalla 'olaganie' dovera esssre notevolmente più antico, sìccoroa a suo
luogo riconoBCeramo. Nel nostro esemplare, sono esse marameate precsdnis
dal nome 'Marìos Philipns'; e il Mazzucchelli , nell'indica del Tolnma, ha
scrìtto: Slegantiae Latino-Italicae Marii Philipi. Cliì sia questo Mstìd Fi-
lipo, ci dicano i più dotti.- Gli asempj distinti par 'frott.', sono dalla Frot- '
fola (feneziana) di Francesco Vannozzo, edita dal Qrion nel Jakrbuch f. ra-
mai*. M. engi. IH., V 327 segg., e in append. a! suo 'Antonio da Tempo'.- Cito
finalmente anche il Poiio di San Patriixo ('Pozzo') testo antico illiatrato i
e pubblicato dal dottore Giusto Obion, Bologna 1870 (terzo voL del 'Propa-
goatora'), che é stampa condotta sopra uu codice dal cadere del secolo XV.
>vGoo»^lc
§4. Ladino s Venato, e. I. Vanaiift antica, e le ant. letterat. dialettali. 449
Incominciamo anche per l'antica Venezia dalla prima persona
del plurale; e V-on più non compare:
parlemo 43, aoemo 80, volémo-U 19 (e vojemo ib.), legemo 45, ecc.;
fut diremo 20;- Qiur. : deuemo; balletteremo. Pure, una 1. pi. in
m parrebbe aversi anche da YeneEÌa: von andiamo, che dal Boerio
li registra qoat termine antiquato, e avrebbe il suo riscontro mor-
fologico nello ion dignanese (p. 445); forma mono sillabica pur que-
sta, cioè di quella categoria, in cai pib facilmente si conservano
vetuatiasime reliquie *..
' Ma quanto mi risulta accertato l'esempio dignaneae, e altrettanto
mi è dublHo il veneEiano. Di certo, l'autorità e l'esattezza del
Boerio non vanno poste in forse cosi di leggieri; pure, la cri-
tica non potrebbe in questo caso tralasciare di farlo, sensa
mancare al dover suo. Nssaun esempio, per quanto io posso
vedere, hanno di questo von per 'andiamo' le antiche scritture
di Venezia. Ben occorre von nel Calmo (p. e. ti tum pianzando,
Lett. a Mad. Tuffoni), ma è una prima di siagoiaro, come sono,
nstlo stesso Calmo, « similmente in ampia distesa di dialetti
(v. 111,3); fon, don, registrati dai Boerio medesimo, e anche
aton {si tton in uila, Fiorina, atto ii). Sia dunque lecito du-
bitare, che il Boerio fosse tratto in errore da qualche esempio
di costruzione ambigua, concorrendo altresì a raffermar la sua
ìUuaione l'-on continuo naila prima plur. del veneto di terra
ferma. Sarebbe ad ogni modo l' unico esemplare, forse un im-
perativo scherzevole, foggiato sul tipo del contado. Ma noi
intanto ci varremo della digressione a cui il Boerio ci porta,
per toccare di forme in ~on di 1. pi. , che occorrono in qual-
che antica e particolar produzione letterata dell'Alta Italia,
o piuttosto per iuneatare qualche breve appunto che io gene-
rale concerna le produiioui stessa.
Pib sopra io venni ad accennare (p. 307-12), come in ordine ai
piti antichi saggi di schiatta letteratura dialettale della Lom-
bardia e delle Venezie, la nostra indagine dissipi in sicuro
modo le ipotesi del dialetto di una provincia che cerchi di ao-
oostarai a quello dell'altra, o degli innesti artidcìali di feno-
meni straaierì che si fossero tentati, con viltà letteraria, sulla
parola che sgorgava spontanea dal sentimento popolare. La
dimostrazione ivi incominciata, si continua molteplicemente nel
paragrafo a cui siamo (a 4; e 1, 2); e coaì, a mo' d'esempio,
se Bonvicino milanese e Fra. Giacomino da Vorooa s' incon-
ArcUlvio stMUt. itaL, I. 99
;vGoo»^lc
450 Ascoli, Saggi ladini, I.
Veniamo ora ai dittonghi dell' <j e dellV.
V'ha per questa parte nn notevole screzio fra il ms. torinese del libra
de regimine rectoris, ed il marciano. Il primo, sul quale ai fonda l'edi-
zione del Massafla, d assai parco di ud e di ié; ma l'altro ne abonda;
trano nella reg:ola del singolare iu ~q'so col plur. in -lisi, nes-
suno vorrà piti imaginare che Milano imitasse Verona o vice-
versa; e se entrambi quegli scrittori adpperan forme sul gusto
di veova o creer, oppur nelle antiche scritture veneciane d
occorrano as hai e chian cane, nessuno vorrà ormai pib ripe-
tere questi prodotti fonetici dal provenzale o dal francese. E
dimostrato che d'altro mai non si tratti se non di fenomeai
indigeni e schiettamente popolari; e singotar luce è ormai dif-
fusa sulle speciali attinenze di ciascun autore col particolar
distretto dialettale a cui essa appartiene.
Le varietà dialettali di questa schietta letteratura indigena del-
l'antica Lombardia e della antiche Venezie, che suol versare
intorno a soggetti sacri e didascalici, sono naturalmente cosa
afiatto diversa da quei linguaggi artidciali, o gerghi delU
moda letteraria, nei quali il provenzale e plta il francese »
stemperano coi dialetti dell'Alta Italia iu un'antica serie di
poesie d'amore e di cavalleria, che ora è studiata con assi-
dua cura. E ognuno può ormai riconoscere correttamente, e
con bella facilità, l'assoluta difièrenza e l'antìtesi isterica fra
l'uua e l'altra di queste due antiche manifestazioni letterana
dell'Alta Italia, ricorrendo ai Primi due secoli delta lettera'
tura italiana, che il prof. Bartoli vien pubblicando jieìV Italia
del Vallardi (Milano, in corso di stampa; Cap. II e III). Del
qual bellissimo lavoro del Bartoli cosi è dato anche a ma di
toccare, per la mia parte, eoa la giusta lode, comunque a me
non sia poi dato consentire con l'egregio uomo (nà lo sarebbe
a tutti quelli ch'egli cita ia favor suo) circa la determinali oa«
del fondo dialettale della schietta e pìh antica letteratura indi*
gena che l'Alta Italia ci presenta (o. e, p. 124).
Ma quella convenienze particolari ed ìntime, che ora scopriamo
fra le rtmote fasi dei vernacoli veneti e lombardi dall'uà canto,
e il francese o il provenzale dall'altro, cosi come rengopo a
sgombrare una parte degli erronei giudi^ intorno agli idiomi
degli antichi saggi letterarj veramente indigeni dell'Alta Italia,
non dovranno esse ancora tenersi a più giusto calcolo Ai cbi
cerchi la compiuta ragione del come e del dove surgesse que'-
;vGoo^lc
§4. Ladino e Veneto. C. 1. Venezia antioa, e le ant. Ietterai, dialettali. ^1
e SODO entrambi asaegaati, come gi& dicemmo, al medesimo secolo.
Cina il torinese, citiamo i riassunti del Mussafia (o. e. p. 142-3): 'Il
'dittongo l'e (« lat. e, ae) è poco frequente in A (clod nel cod. tor.).
l'ibrida letteratura franco-italica la quale vi precede od accom-
pagna t primi albori dell'indigena} Quando, a mo' d'esempio,
un poeta veneto cantasse:
se mo avemo dol, ancor seron (oiant (Bartoli, o. c. 104),
egli di certo avrebbe insieme rimescolato favslle^arie d'Italia a
di Francia; ma le prime plurali in -emo -em -en, allato a quelle
in -om -OH, erano tutte indigene del veneto, come noi qui mo-
striamo (§§ 3 e 4), e si rasentavano topograficamente, sì che in
brevissimo àmbito di paese tutte si sentissero, o anzi addirit-
tura convivessero sopra uno stesso territorio, come avverrebbe,
per guardare anche altrove, sul territorio reggiano, dove in
una stessa e moderna poesia (ap. BtONo. 392-99) ò supponóm
accanto a andém. Qiova non mai dimenticare, che lo scrittore
padovano il quale si metteva a comporre dei poemi franco-ita-
lici, avrebbe detto sin dalle fasce, come noi mostrammo, nel
suo schietto vernacolo materno: mw prometdn de dire solamén
la tenta verité. I qnali esempj qui intanto giovano anche a ri-
condurci al punto onde partimmo; né tarderemo a ritornarvi, se
pur nuovamente or ce ne dilunghiamo, per toccare di una terza
specie di antiche produzioni letterarie dell'Italia Superiore.
Vi SODO cioè scritture di tale specie che direbbesi mista, nelle
quali r ibridismo ben ricorre, ma non predomina; e si tratta,
com'd naturale, del componimento romanzesco, o di genere
importato, in cui l'elemento italiano viene prevalendo, non
già del componimento sacro, solenne e indigeno, che alquanto
b' infranciosi. Un testo del Bovo, alla cui pubblicazione dà
opera quel mirabile giovano che è il prof. Pio Rajna, deve
appartenere a questa specie mista, e insieme vi apparUene il
testo del Eainardo e Lesenffrino, che si ha in un codice as-
segnato al secolo XIV, pubblicato con diligantisstma cura da
Emilio Tkza {Pisa, 1869). Il quale Rainardo e Lesenffrino non
devo quindi parerci ben collocato dal Bartoli (o. e. 124) fra la
scritture di favella schiettamente indigena; ma il Teza, alla
sua volta, vi farebbe passare per francese anche buon dato
di forme, che sono del piti schietto patrimonio delle antiche
Venezie, a tacere di altre regioni italiane pìb a occidente.
Laonde giova che qui si- avverta, appunto percliS sono sviste
;vGoo»^lc
452 ' Ascoli, Saggi Udini, I.
'che si coatflnta della vocale semplice: conven, tchera, ten; soffialo
<-ARiU3: barber ecc. Pure non mancfuio esempj di te: miedigo, priegi,
'rechiere, che sono e in altre scritture di dialetto; oltre ci& in bien
di OD uomo d'aatoritft così grande e legittima, non doveni
ponto ripetere dal francete le terze di perfetto sulla stampa
di trovd sforxd 27 28 ecc., oppure e-fu sei tu 102 ecc., me
mai 155 ecc., creerà 23S, palaìn 139, tomenar 391, alò là^,
pa qua 707 (554). Occorrono anche tn questo poemetto alcune
prime plurali, del futuro, in -on: ìindiron -volaron [injrol^
remo 444-5, arron 446, vigneron >' acordaron 53S-9; allato a
faren 175, Jowienoren 435, tomaren aditremo 653-4, e cosi
aven 439, avento 107, ten 139, temo 356, ecc. Io stenterei &
credere che pur quegli -on siano francesismi {come sicuri fran-
cesismi sono all'incontro gl'infiniti della prima in -er: en-
tra' 94 ecc., allato agli italiani arar 390 eco.; o inperero 109,
e simigliantì]*, e se veramente sono di provenienza ìodigeiia,
servirebbero, meglio ancora che non il perfetto in '■d^'-ant,
a mostrar veneta, piuttosto che lombarda, la base dialettale
di questa scrittura. AI che si presterebbero, ma in modo aoa
punto decisivo, anche le terze plurali non diverse dalle sin-
golari: vegna 6, volea 752 764, avi 757, e altre; contrastanda
però a queste, in ispecie, il tipo lombardo, quasi contìnuo, delle
terze plurali del perfetto, in -no, che giova qui raccogliere:
tomdno 789; andóno l'aplatótio 688-9, sapéno 786, venéno 798,
iusino (leggi: insi'no) uscirono 730; misono 763; a cui s'ag-
giungono pure alcuni esempj del presente: ano conteioo'iX
(allato a li cani g-a contao 798-99), vano 790, e ancora, quasi
sicuramente, c4:ano 751. Nelle terze plurali del perfetto di
prima coniugas. , già vedemmo implicito il doppio tipo della
singolare; e difatti occorrono, alla lombardesca e alla toscana,
cerckó 480, la iasó la lira (quanto a sira sera, pure a oriente
del Mincio, v. p. 421 u.) 597, ecc., aliato a tomd 465, e altri
simili , dei quali già due ne sentimmo. Ricorda ancbe in sin'
golar modo le scritture lombarde l'aversi r^atna {re^amà)
reclamò 22 206, con ^'•cl (allato a veclo 341, aparecldSOi;
lasciando plaa> ecc.). Anche V-ó costante nella 1. sg. del fnt.
(e gli risponde: e' o io ho 632] ci dilunga dalla Venezia orien-
tale. Strane le condizioni in cui arriva a noi questo Raitard"
e Leaengrino. In quanto sia veneto, l'assenza del -t di secandu
persona, anche a pronome enclitico [last ^6, avera' 559, fu
;vGoo»^lc
3 4. Lodiao a Veneto: C. 1. Voneiia aulica, e le ant. lettaraL dialettali. 453
'bpoe, vieJQ vieglo TBtnlus, che ricordaao il francese <. In prievedki
'(allato a previdi^ te risponde ad un i in posizione (presbiteri). Anche
'il dittongo xw (Ut. (!) é raro in A, che usa p. ea. boni, omo, pò, voi.
'NoDdimeoo hai itofflo oculns, puoooU, tuoteri, nel medesimo tempo
'che oglo,pomlo, toserò*. In può' (forma accessoria }]o') dapuo', Vuo
'risponde ad o in posizione (post).' All'incontro nel marciano, che il
Foucard ha seguito e il Mussafls spesso adduce al confronto, ricor-
rono; I. vien, conoien, tien, siegue, pie, piera; ffrieve '; primiera-men~
tre; priesio, mieriti, desidierio; pieto cfr. p. 417; oltre: alieffra, so-
cieder, mediesemo, cativierie\ IL muxvot (t. p. 181 n.), vuol, suol,
toiola e scola, cuor, fuora, mvor, nuoser, muodi, fuogo, luogo, mogi,
pruova; oltre: bruodo, tuoi; tmova, pluoba (cfr. p. 34)*, puovera e
»a' 413; che fa'-tu 405, vo'-tu 106, oldi-tu 180; ecc.), ci allon-
tanerebbe dalla metropoli; come il mancare dalla sincope dello
sdrucciolo, e dell'-o dall'-e àtona, ci allontanano affatto dalla
sezione veronese. Quindi agni patte anni passati 342, che po-
trebb'eflsere per sa medesimo (lasciando il francese) e Teronese
e pavano, verrebbe piutloato ad accennare a Padova; e a Pa-
dova ci manterrebbe il lo, lato, di
tremo a lo de sto lavor
la somente del meo segnor 530-1,
che dirà sicuramente: 'tiriamo in un canto (mettiamo a parte)
da quest'opera (cioè: da questo quantitativo; cfr. i aignificati
del frinì, vàrt ecc.), la semente che spetta ecc.'. Ma la instabi-
lità, o meglio la rarità e i precisi confini dell'-<^ di prima plr.,
e ancora viretae, verità, ed altre forme, ci scostano dal pa^
vano vero e proprio. Al che aggiungendosi l'indizio dell' -^tn
-én-'-émo, ci parrebbe di riuscire fra Padova e Treviso.
Si abbia finalmente, dal bizzarro testo: sanguenent[e] 39304^)9,
che è un esemplare da aggiungersi a quelli che già raccogliem-
mo altrove (419), e ancora richiama il tremolenU, che occorre
nel poema italiano la 'Leandreide', di autor veneto fra il 1400
« il 1430, e al Ciooona pareva una mera 'licenza in grazia
della rima' (Memorie dell' I*tituto Veneto, VI, 419),
' A noi, all'incontro, ricordano natnralmanta più prosiims affinità; e cosi
BTremmo -bit» nel feltrino ecc. (§ 4, B, S, § 3, e, g 5), viili nel friulano.
* Si aggiunga: aprvooo ad-prfipe 73. In generale %i direbbe, che il codice
torinese non rìjHWlnca i dittonghi se non in e«ein|4 specifici o peregrini.
' Anche trUgue (cfr. p. 170 n.), che sta al tm>« del cod. torta. 34, cost
come 11 siegut dello eteiso mare, al seta del tor. 4£ 50.
' pluoba é anche nella frott.
;vGoo»^lc
454 Aacolì, Saggi Udini, I.
poveri, puoco puoca;- ma: I-omo, bona boni, fiali, bo, voto, e offli
Ora, che il marciano rappresenti la proanncia genuina meglio cbe non
faccia il torinese, risulta affatto manifesto, si dalle scritture schietta-
mente vernacola che superano in antichitft entrambe ì codici, e si da
quelle che ne sono pih moderne o anche dal dialetto dcU'eUL presente.
Circa Vie torna superfiua ogni prova (cfr. p. 393, e Mar.: ueniexia}.
Per l'wj citeremo gli esempj seguenti; Alar.: nuouo, muodo, ruodolo,
far fuor del dito luogo, puouri; 1300: vuoUe-, [frott.: vuoi-tu, prvo-
lego, struoleg6\; dal Calmo: uuo2, co-muodo, auogo a siogo, pìtoco;
nel Boerio: bruo (Goldoni pi. brui *) brodo; catuola caciuola, Voce
antiq.'; ecc. ^. Ma una diversità caratteristica fra il Tenevano ed
il pavano rimane sempre in ciò, che il primo appare affatto aliene
dal dittongo nella posiiione sentita. Nessun sicuro esempio ho quindi
da scritture veneziane, cbe si potesse mandare con muorto muorti,
biestia, ecc., quali sul territorio padovano si raccoglievano a doviùa.
Ben pajono esempj di questa fatta, benché di positione non latina:
uoglo e viegto che testé avemmo a citare ; ma è ben dubbio che allo yt
ili questi esemplari corrispondesse ancora tal pronunda da costituire
una posizione sentita, del che pib innanzi sì ritocca; e l'aversi viga
accanto a vieglo, in un medesimo codice, sempre piU persuade, che
nell'età, a cai esso rimonta, uo^Io e vieglo non avessero pronuncia
notevolmente diversa àaìì'uójo di Oltrechiusa (p. 383) o dal viegio
di Padova (p. 423). Per uoglo si aggiunge il sospetto che vi si abbia
un V prostetico; cfr. venei. v-ovo v~uovo, e in ispeeie Vofflo del co-
dice marciano allato al friul. v-ógli (g5, n. 118). Migliore esempio,
ma per triplice ragione non punto decisivo, sarebbe il cognome vià-
' Cesi risnie ad uà venuto nel trittongo anche l'ii di rtia rUt (Boerìo)
ruota -e. Avemmo rue anche nel pavane, p. 430.
' Frequente l'ut) pur negli odieniì vernacoli di Chioggia e Bnrano. Coti:
chiogg. vuole, puole pud, fvora, cuore, mugrire, muove; muodo, a m«d,
ewnuó; ancuó; pità despuS post, vuogia, duggia, deipuogÌa\ e da if se-
cond.: bvffca, (uose foco;- bnran. ti me pud, vuqU; ti me può, muàr, eto,
nntoTia; comùo (Ugol. pp. 14, SO, 23), notevole per quali' arretramento dal-
l'accento che gib trovammo nel venez. aneiio ecc. (cfr. p. 393). Accanto aU«
quali eerie giova ricordare quelle coU' ià, aecondo che gih avvertimmo a p. 417
e 423r chiogg. digl duolo, no to diglé; da niovo, liogo^ iioda *s-vnoti,
iigdar; fiore iot.; e da o od d second.: rigdo. Uff gita, ^'poo; oltre (i^ io
tocco, e fuori d'acc: di^iemo (Pesca, 80) dobbiamo (dentiamo), diovetiéma
dovremmo (dovesùmo); burao. te dio, ecc.; vsnez. liogo ecc. , v, p. 393; dure
naturalmente va considerata la qualità della consonante che precede, e mxi-
pre rimarrebbe di acemere tra i cast di i inaei^ e quelli di io che aia r«tla
succedaneo dell' t«f.
;vGoo»^lc
§ 4. LadÌDO e Vaceto. C. 1. Venezia antica. 455
dro, che ricorro allato a vidro, e certameate fi "Tét[e]ro (cfp. p. 405)
con nn allargamento delLV di -ié]d]r- ohe si confà al gusto rene-
uaoo. É in 'llli de ca viadro' 1224; e tra i nomi propij del Cec-
chetti (t. pag. 472-3): Viadro Pietro di S. Manrizio 1178, Viaro Pie-
tri. 1168.
La sincope nello sdrucciolo è rara e instabile e sospetta; con-
dizioni affatto diTerse da quelle che riconoscemmo nel yeronese.
Cosi: metre 87 105, allato a metter 01 101; asno 67, allato ad
aseno 81, femna 72 74 89, vitupra 71 {Mar. puouri), tutte for-
me, per quanto io posso vedere, estranee al codice marciano; e
del resto, pur nel torinese, i tipi normali sono comprender 103,
comprendere 31, esser, recever, anema ecc., ed anzi vi abbia-
mo lévori lepri 12, e leverà lebbra 85. L'esempio sincopato che
maglio si accerta, è ovre92454 {óvere233Z, ótera26), per-
chè ricorre anche nel codice marciano, e anche lo ritrovo in
una Mariégola, e nel Calmo {ste aure), e pur negli ovriéri
del vocabolario odierno, che sono certi operaj della zecca.
Circa l'influenza dell'-z dtono sulla determinazione della to-
nica di penultima, b assai notevole, che mentre i testi vene-
ziani, per quanto in sino ad ora se n'è potato vedere, non ne
offrono quel doppio effetto, pel quale vedevamo avvicendarsi di
continuo, sul territorio padovano, veronese e pur lombardo. Ve'
con l'i, e 1'^' con Vù (fromento frominti, paron paruni), o solo
ce ne porgono esempj isolati o mal certi S ci mostrino all'in-
' Le s«rìe continne son quindi rappresentate dai seguenti eeempj: «Zìi 32
34 37 39 60, quelli 37 ter, 39 42 56 (34: guilli), petti pesci 46, farenH 33,
pastori 38, compagnoni 30, ociosi 34, prvdeneia 32; e nelle Mar. ecc.: questi,
eia, cottMeiJ, ord«natnenti, mettttri. Esemplari cbe ricordino la regola vero-
oeee-'padoTBna, sarebbero nel testo di Fra Paolino: iaronun ladronecci (il cod.
mare.: laroneti)^, a parvni3i, nello strano signiflcato dì 'padri'j poi nel
codice marciano, o almeno n eli' edizione del Poncard, p. Il: si li dibij, b\ li
debba. La Tersione di nn documento orientale, del 1244 (RouÀmN, St. docìtm.
di Ven., Ili 399, ^ Cscchitti I. e., p. 15?7), ha: li vostri misi e per UH, ma
potrebbero euer latinismi; né vi si altera 1'^' di imperatori. Nel Calmo oc-
corra paixi paesi, ma le 'Elegante' honuo pnre al sing.: payse. Nei 'Nomi
prapij' dal Cecchetti (t. p. 473) : Setiatwri Frvgerio 'di Eqnilio', 1 170, allato
a Senatori Fntgerio 'di Eqnilio, ora a Venezia', 1193. In nna moriégola (coUa
data dal 1261): la eratee e-li eirij, esemplare importante e sicuro e ancora
superstite, che é parò, più precisomanta, della formola -e— io, come ai veda
dal singolare fSriO, cero, cero pasquale (Boerìo), ed ha il suo esatto parallelo
;vGoo»^lc
456 Aicoli, Saggi ladini, I.
contro più vestigia di codesta infiuenza in una serie diversa,
che alla sua volta non se ne risente nel veronese o n^ pavano.
Alludiamo alla base -A'NTI, la quale passa in -ènti negli esempj ve-
neziani che ora seguono (cfr. p. 289 e 294); fenti fanti, 60 bla, 83 bis,
84 87 89 {allato a fanti 80bi3, 87), a fenti anche nel codice marcia-
no. Ugualmente è fenti due volte nella frott-, la prima in rima con
anenti (che vada altra anenti e un de li oUri fenti; e piti in U: con
dio anenti e tutti li altri senti) , la seconda con danenti {homeni e fenti
U scampava danentU, cbe non andraono gift letti aventi doventi *,
ma in o^nì modo, si tratti di 'in-aali od *av-anti, costitniscono un
altro doppio esemplare pel caso nostro ^. Esempio affatto diverso
da quelli cbe precedono, sebbene eoa essi facilmente si oonfoada, deve
{-p—io), non meno importante e
ghiere (ateasa Marieg., sei più anti
•antdrlo •aintdrio; y. più
uro, in ollurij de oracion, ajuti dì pre-
3 foglio), Vallùrio del moderno laaaco,
ia qneato atesao numero, e rindice fone-
ticD sotto àVt, confrontando fooltre Ìl frinì, aitóri, e in iipecìe: aotorio At
lanilà in nn brano di protA (Panfilo) conaervatoci da Apoatolo Zeno (Mus-
t^r.,Jakrb. f. Tom. u.tngL Ut., y 111212). Tacerd per ora di altci caai •na-
loghi, che mi appajono di minor conio; e mi rivolgerò per oltimo a certe
rime, aalvateci pur qusete dallo Zeno, e riferite del Mnaaafia a pag. S06-10
del Tolume or' ora citato. Si leggevano, col brano testé citato ed altre cose,
in nn codice che lo Zeno aaaegiia al sec. Xll, 'o al più al principio dd XIII',
e i nomi dei loro autori ci portano in Lombardia: Vguxon da Laodho, Gi-
rardo PaUg da Cremona, Ma le rime attribuite a Uguceione offrono questo
di eiogoiare, che in sé riuniscano un carattere af&tto estraneo ai documeutì
lombardi, e proprio all'incontro degli antichi veneziani, cioè il ~s di seconda
persona [et, albergaras; allato a tu éi), con plurali al modo lombardo o Te-
ronese- padovano, dai quali alla eua tolta il veneziano parrebbe aliano: quiti,
nigri, agni anni; cui ai UDlacono, dal brano di Pateg (nel quale non v'ha
occaaiooe per la eec. pers. Eg.): qvili e ig (i^) illi. Attribuiremo noi questi
plurali al fondo lombardo di quelle rime, e le sec. pers. in -i all' elemento
veneziano che autori o copisti ti devono avere introdotto, come appare ancht
da alcune terze singolari in fanzione di plurale o da ai habeo (dìr-at)? Risa-
liamo veramente a cosi antica etii, per la quale ci vien meno, ìb aimili eaai>
ogni aicurezza di argomenti critici; e meglio che dar sentenze premature,
gioverà soggiungere, come in quei saggi occorra con qualche frequenza Is
sincope dello sdrucciolo: albro, tetre, metre , povri. Un altro fenomrao fone-
tico, offertoci delle stesse rime, gioverh ancora che eia fra poco da noi ricor-
dato (e, S in f.).
' Verso la fine della frott. occorrono, col v e senza alterazione dell'd: tt
i fgse davanti e pluxor mereatantì;- da può' en novanti- Per la lenone
anenti ecc. sta ancora'; anami Mar., e il richiamo della nota che eegue.
' Per questo esemplai-e si rivoga in ìspecie 'Poltre e belluno', p. 413.
;vGoo»^lc
% 4. Ladino • Veneto. C. 1. Venezia antica. 457
poi tenersi quello d! -ént- dall' -jl'nct- di aanclo-. Il fenomeno et ar-
verte, dall'un lato, in ambo i numeri d'entrambi i generi, e si estende,
dall' altro, bene al di là di Venezia. Cito imprima le tocì venezia-
ne; alffitn tento homo 35, molti altri ienti 52, mazor glorie e de plu
senti 55; ale-sente dio vagniele ai santi Taogeli di Dio (eoe. xiii-iv.
Atti dell'Istituto Veneto, XV 1601); Mar.: senta moria, senta sofia
(e santa), senti e sente [senti e sante), e in una lett. del 1300: senta
lucia. Avremo poi, dal noto sonetto padovano di Marsilio da Car-
rara {seo. XIV): campo sento, stenti guagnéli, o da quello del Van-
nozzo: ai sientì e dio òenitti (cfr. p. 433); e nel Friuli, oltre sent che
il lessico pone allato a sanf (si come sost., s! come agg.), il feminile
sente {aghe sente, ànime sente, e pur nel nome locale Monl-sénte o
Mossénte), il quale toglie ogni sospetto ette sent si abbia a riguardare
qual mera voce procliUca; come alla loF volta le voci veneziano e
padovane, testé allegate, ci mostrano nel vero suo valore l'è dell'an-
tico venez. ten (Mar,: sen marco, sen francesco, seti pawe; fpott.: sem
Marco, sem Polo), o dell'ani, pad. Sem Pier (sonetto del Vannozzo),
die ritorna anche nel baranello Se Moro San Mauro. Resta di cer-
car la ragione di questo sento > sancto, che nella sezione orientale
del continente italiano appare a prima vista ben singolare. E non
fii può non pensare alla sua special base latina, e quindi a *sdinto .
-sanjto {cfp. p. 83 e 209, in n.), locchd ci riconduce al quesito, già
altrove posto, circa l'estremo confine orientale a cui arrivi sponta-
neo ìojtmffi (pag. 318 in n.). Al quale riguardo, noi dobbiamo qui
limitarci a notare, che peifo *pecto ci riapparirà anche nell'antico
estnario (e, 2, in f.}, e che da regione ben piti a oriente, dalle t«rre
albanesi, si adducono: Séint, dréite, frujt (Studj crit., II 37; Scuuch.
nella Zeitschr. di Kuhn, XX ^9). Quello di *sainto, in ispecie, è un
esemplare che gnizza dall'Atlantico all'Egeo.
Gli antichi documenti veneziani non ismentiscono quella ca-
ratteristica tenacità delle dtone fìnali, che si ò brevemente de-
scritta a p. 393-4. Un dis, dinanzi a vocale {dis aristotele 26,
allato a dise aristotele 31), mal si può dire che interr<KQpa la
regola '; e cosi è dello scherzevole ìms^ìtuso, bugio, buco,
registrato dal lessico odierno. Di i in d ecc. non ci aspette-
remmo in alcun modo che gli antichi documenti veneziani ci
' Fra le rime, di cai à toccato neUa pag. preeed., in n., e un Gaggio di ver-
•icma letterale {Catone) che anch'esso oi airiva per k via che è ivi descritta,
arremmo per questi dilegui: Ere e dua, marqea e conti;- obedis a lo mer-
lalo pare foro; e qualche altro di minor conto.
;vGoo»^lc
458 Ascoli, Saggi ladini, t. '
avessero a dar prova; ma non veggo addursene atcnn indizio
pur dagli studiosi clie esaminarono, in tempi recenti, le difene
pronuncie dell'estuario. Circa le alterazioni di -n, non va tra-
scurato il bem che occorrerebbe ripetutamente nel codice mar-
ciano (Foucard 13 15), ma è indizio affatto scarso. Notevole, '
rispetto a -j-, è lo maor inimigo, nel Tristano. E arriviamo
al dilegui della muta dentale e di v di fase anteriore:
In generale, la frequenza di questi dilegui sul territorio veneziuo.
sebbene assai conaiderevole, è lensibilmente minore clia non sul pa-
dovana o il veronese. Nei particolari, è imprima notevole, che il à
secondario di -dda si taccia in antichi documenti venetianl e ancora
nel Calmo, e soglia all'incontro riapparire nelle scritture modene i
o neir odierna pronuncia. Cosi tqitadra (= -da) 20, lauda vitupera 15
(cfr. Musa. o. e. pag. 148 n.) , tutti participj al sg. fem. -, Mar. : qMÌa
persona sia al plit tosto che se para apalenta (palesata) ; Calmo: la
conlrà, spa, e i particip. fem. sg. apresià, cortisd, terpa auelenàf ecc,
(cfr. il chiogg. a p. 430); laddove Goldoni: maridada, arlevaàa ecc., ,
o Boerio: dnema danàda ecc. Analogamente oggi dicono: tadrtm Iii- i
dro, in luogo del larón di Fra Paolino o del laro di Calmo, per la
quHl riduzione del dr {tr), che si direbbe ladina, senUmmo testé poni !
(Goldoni: podard) = potrà, Oiur.: ch-eo pare ch'io potrò, e gift avem-
mo viéro (p. 405 n.), cui sì aggiungono, dal cod. torin. di Fra Paol.: .
nurigado 86 (cod, mare, nvdrigado, e così il Calmo: nudr^ai), tw-
tari (od.: bìtsiari] bugiadri Muss. 144, oltropar-e, piera, oomnni >1
vernacolo odierno, che ancora serba, oltre mare, maregna, squara ecc-
(cfr. squero, un tempo: squadro, piccolo cantiere; squarada nel codice
marciano, allato a tquadrdlda] del torinese ; e qvaro della nota iscrii-
verou.), anche Frari (fratres), nella denominasione di una chiesa (cfr.
Mar. : per si e per li suoi frari ) *. La quel voce riporta il fonologo a
frogia che si usa tuttora per 'confraternita' 'fratellanza', scritto anclu
in veste Sem i-letteraria: fraglia, ed è noteTole esempio pel dileguo &
d (t) fra vocali, ragguagliandosi, in modo affatto normale, col frataiìs
dei documenti latini di Padova (Do Canoe, Boerio). Pel dileguo fra
le due postoniche, citeremo il sabbao di Calmo, che sta all' odierno
sabo, come dietro alia tonica sta il Ìao (lato) del vecchio veneiiaiiii
al pavane Io. Meno importante qualche esempio in cui il d fra vo-
cali resiste in Fra Paolino e manca al vernacolo odierno, come è di
radise 20, padisae digerisce 84 {inf. od.; pair; cfr. friui. poirfi')- E
passando a -r- di fase anteriore, nessun particolare esempio del suo
a ii aggiungo, da p. 18 in n.: puliéi-o {{rial. pujM).
>vGoo»^lc
3 4. Ladino e Veneto. C. I. Venezia antica. 459
dileguo Sftprei da antiche Bcrittore allegare; ma dai docamenti di età
posteriore, risulta che la pronuncia veneziana s'incontri spesso con
le altre pronunde venete di cui a p. 430. Cosi: caichia e caéchia
(Calmo: cavecchia); tcróa, biólco, ecc. (v. p. 394); e 11 Calmo in un
verso: d'ira e d'ogia (voglia] piena.
La forma epentica del -mente avverbiale è pur caratteristica
dell'antico veneziano.
^elle Marìegole è continua: masor mentre, simile mentre, in-prima
■mentre, onoreuel mentre, ueramentre, apertamentre eaa. Nel 'Pozzo'
abbiamo: claramentre 64, allato a deitrammte 73, e altri molti collo
schietto -finente. La qual forma ha molti esempj anche nei codici del
'Regimine'; ma in questi è grande abondanza pur della epentetica:
liùrdenaàamentre 3, raxoneoelemenire 31, sem^entementre 49, ecc., e
vi si aggiunge, da entrambo i codici: quentre (guentre è siado qualo
è stato 110; quentre conseieri quali consiglieri, Fouc. xx], » cbente.
Il Boerio ha ancora, come di favella odierna: qualmente e qual-
mentre.
Finalmente, V -ésto del participio é pur di Venezia, e l'ap-
plicazione ne vediamo estendersi pur qui nelle scritture meno
antiche o nelle moderne, ma sempre ancora restarvi in limiti
ben più ristretti che non In molte varietà del veneto di terra
ferma.
L'unico esempio che nel 'Regimine' ricorra: movesta 116) fa già da
noi dovuto citare (p. 431). Oli si aggiunge: co Dio a ptaxesto frott. 331.
Nel Calmo: lapuo e lauesto; taseito, uoleilo, credeito. E Goldoni ('Rù-
steghi'): voUtto, tavesto, podestà, taseslo, rìsevesto.
Considerato cosi l'antico veneziano, per quanto da noi si po-
teva, in ciò che più specialmente si attiene a' suoi rapporti col
veneto di terra ferma, ora ci faremo a toccare dei fenomeni
pei qaali esso viene a collegarsì direttamente cogli idiomi lom-
bardi e coi ladini.
Primo ci occorre Voi da al, innanzi a dentale (cfr. p. 299);
insieme col quale fenomeno potremo considerare anche Voi da
au, ugualmente dinanzi a dentale.
Nei due codici del Regim, rect., Voi da al dinanzi a dentale appare
con varia frequenza, ma non 6 costante in veruno dei due. Il tori-
nese cosi ci offre: oUro 81643 44 91, altra 110, allato ad altra 12 17,
altri 28 96, e aitar 36, dlsa 20 ;- coWo 87 {baldeza 90);- fotsi 46,
;vGoo»^lc
460 Ascoli, Saggi iBdini, I.
acqua tolta 53. lì marciano, per quanto io posso redere, dob avrebl-d
Vo se non la cotdo (Poac. 17), otfar {Uuss. 36), Riolto (ib.6S-, Fouc:
riatto 5), e ancora in soldo salda BRldo -a 9, comune anche al tori-
nese 76, sebbene in questo esempio si posaa sospettar contiBuato o
ripristinato l'tf del lat. 'solido-'. Nelle Mariégole non mi occorsero
se non gastolda, t-oltàr, e piti o meno costantemente: altro oUra;
ma piti ò probabile che ne darebbe una indagine pih estesa. Costanu
l'o nella frott. : offro, olfo, tolto, Riolto. Un esempio che sopravrÌTe
nella favella odierna, è il n. pr. Soldo, Stm Soldo, Ubaldo (Bobbio).
Ma la miglior prova che il fenomeno fossa indìgeno, si ha per avTeD-
tura da aua pih profonda risoluzione di simili formolo (and ° *aulil
= ald, ecc.), che pih innanzi vedremo propria anche di questa con-
trada. E una prova indiretta può anche ricavarsene dall' ol per au
dinanzi a dentale (old>*auld°aud, ecc.; cfr. pag. 157): repolso ^,
repoha 79 (Fouc. id.), polsarse 31, polsando 57; M"ar.: alffun non
otti, ollurij •a[i]ut(irii ', olturiadi {= alturiadi 53, ajut[ori]ati); oldir
oldisse 30, otdiva Pouc. 20, allato a aldir 36, Fouc. 18, ecc.
Ora siamo ai nessi pl gl ecc. Il cui l si mantiene, nelle scrit-
ture veneziane, per lo meno a tutto il secolo dectmoqaarto, cosi
costantemente come nelle antiche poesie veronesi ; ed anzi ap-
pare, che Venezia e Verona si avvantaggino sopra Milano, per
ciò che serbino costante anche l' integra continuazione di cl
(cfr. p. 303-4 n.). Ma, dall' un canto, come già ripetutamente
ci occorse avvertire, son formolo che di certo ben più a lungo
sopravvissero nella scrittura che non nella pronuncia; e dall'al-
tro si dimostra, pel documenti posteriori e le pronuncio odierne,
che la favella veneta in generale perde ben prima della lom-
barda questo carattere di integrità latina^. Ora una modesta
serie di esempj :
Primo sia quello dì Dante nel Volg. El. (C. xiv): Per le plaghe di
' Nel ms. vatle. citato a p. 427 n.: Lo dtboltto alturìo del mirurt 44>; ant
ver. allorio (1379). La stessa Mariégola che ha olturtj nel primo e bea pi!i
antico faglio, e Dlturiadi nel secondo, ha poi nel aesto: in aiuloii'o.
* Circa le indirette prore delI'aTere questi nessi piìi durato nella scrìtlun
che non nella pronuncia, v. per ora le pag. 302-3 n., e 4U n., aggiODgenìo
dal ma. vatic. testé allegato: ch< refludù mirceda 42*. II veneto di terra ferma
non dà criterio sufficiente pel veneziano; ma e pure essai notevole, che men-
ti's l'odierna Lombardia ancora serba qualche doviiia di simili nessi (p. 303-*).
nel padovano all'incontro, già sul cadere del secolo XIT essi ormai sieno filb
;vGoo»^lc
S 4. Ladina e Ven«ti>. C. I. VeoeiU antica. 461
Dio tu non veràs ^. Allato al quale può ricordarsi lo spleco, che glA
fu addotto a p. 421 □. , e attesta la fase *speclo. Dalle Marieg. : mia.
lo plouan, glexia (cfr. p. 419), inpenoj^ia»*; dalla frott, : pian, bianca,
biondo, flado, clave, sclave; dal 'Ragimiae': plosalS {mire: pluoba),
blastema 19, flami 103, fiabe 87; clama 47, ogli 50, fflotir 84; ecc.
Ma viejo = vieglo, cfr. p. 454.
Arriviamo a quella cospicua caratteristica Teneziaaa che è il
manteDersi del -y di seconda persona singolare, e appare diretta
contini] azione del fenomeno ladino. Nella costruzione interroga-
tiva, 0 meglio a. pronome enclitico, questo carattere permana
ancora nell'odierno veneziano ^ L'ebbe l'antico anche alt' in-
fuori dell'anzidetta costruzione; ma non ne potremmo peranco
figura italiana: empiagò p. 431 , ckieregatto ( Vannozzo ap. Obioh, TretU. 'di
Ant. d. TempoSS), a tacerà di pi (ib. 21); e ugualmeuta io alcune schiette
prose veronesi di quell'età, sBcondo l' edizione del Qinliari (cfr. p. iSS): piata
^piaxa ecc., pi, chieregi. La diveraa dorata del fenomeno spicca altretl nelle
secchie comedia Teneziaue, che noi mostrano nel Teraacoio di Vensiìa o nel
Taaeto rustico, ma all'iacantro ne fanno come naa caratteriHtiea del pirso-
uggJo' bergamasco. Coil il Sandrin di Bergamo dalla 'Pierina' del Calmo:
flu contenta fa a plaxì, più cto-itati/* (questa probabilmente una creaiìona
dei poeta), allato a thiama clamare; s nella 'Dispersione di Euripide' dì Ba-
rimo Ramassalore (Venezia 1606), ancora il personaggio bergam. : ptu, plani,
iiaea bianca, allato a chiam cbmo. Nel ms. delle Elegante, vale a dire in
una copia che ci porterebbe alla Venezia della aec. metà del see. XV (ma
Ura in parte all'italiano), siamo coatinuamsnte alla figura odierna: che U
pùua, el m-e dispiasuCo, piene, biancko, andare piam piam; ni vi farti ec-
enicne apartglato, poiehd gì ti corrisponde a ^ venez-, Ij ital.: io voglo, me
»<anuuglo, te dogletio si dogliono (gì ò con questo valore an:?he nel Sai-
fiardo e Letengrino di cai ti d piii addietro parlato [p. 451-53]: la pagla
t logia la paglia s (il) loglio 518, loglo e la paia 522, del grano e de la
fgla o3S, la paia moaa (mossa) 5%, essendo pure una scrittura in cui si
contmuano, quasi senza eccezione, pi ci ecc.). Si oscillerebbe nel codice del
'Pozzo': gliexia giexia 53, despiaser 54, dora 60, jfume e fiume 70, ecc. É
la pronuncia dell'amanuense, in lotta con quella del suo originale.
' Per là piaghe di Dio, modo sacramentale cbe doveva esser caratteri-
ì&io dei Veneziani. Ritoma, oltre che nella frott. (a le plaghe di Dio), pur
Del Decaroerone (IV, ii), in bocca della veneziana Lisetta, coma già il Qrion
hi notato. La seconda parte del verso addotto dall' Alllghierì, è chiarita pii)
wivaL
' Cfr. Studj eritiei II 151. E l'odiamo tipo interrogativo crédìa-tu (allato
^ '< cTidi) , com' à doppiamente arcaico, per la desinenza verbale cioà, e per
Is VDcal del pronome, cos) puO dirsi per ambo i capi ladino o friulaoo.
;vGoo»^lc
468 Atcoli, Saggi ladini, E,
ristabilire la cronologìa precisa. Pure, non andremo forse lungi
dal vero, ponendo che al finirà del secolo decimoterzo mal più
resistesse questa nota, fuor dell'interrogazione, nelle forme di
due o più sillabe; e nelle monosillabiche, all'incontro, e in qual-
che congiaotlTO, vi si reggesse ancora per tutto il decimoquarto.
Che sarebbe pressappoco come dire: nel secolo decimoterzo, con-
dizioni friulane; nel decimoquarto, quelle che incontravamo io
alcune varietà del ladino centrale volgenti al veneto (§ 3, b, ti,
vii), e io altre ormai più venete che non ladine (g 4, a, 2. 4.).
Anche il piemontese qui offrirebbe paralleli legittimi {as,,fas,
tirer-as\ porte, tase, tene, teìis-tù), ai quali riveniamo nel se-
condo Capo. E questa è ad ogni modo la raccolta di esempj
veneziani che per ora si può dare :
Primi verrebbero, ia ordine di tempo, ma ancora con qualche lieve
riserva circa la loro venezianitd, gli esempj eba g;i& citammo a p. 456;
e con riserva ancora pib lieve, questi che ora seguono dalla versioD«
letterate, già citata anch'essa a p. 457: entendes intelligas, ke tu ns
sii dimandato; tu componer-as, leser^as, andar-as, far-a», cardar-ca,
creder-aa, befar-as, star-as, ser-as. Alle quali forme di futuro, aoi
munite di -as » habes, aggiungesi intanto il tu non veràs, traman-
datoci, come testé ricordammo, dall' AUighieri *. Poi vengono gli
esempj dal 'Regimine' (cfr. Muss. o. a. 146): ttt ca 7S, 93, tu l'as
pena 105, tu vas 8, tu fas it., o voi ... o vot (vuoi .. . tuo!) 13,
cfr. 41 e 50 ; tu ser-as 9 ; tu amis, tu le amis, 44 ; che tu no posii 0,
se tu fosis preso 8, se tu vor-avìs 43 ^. Dal Tristano: che tu ehis
•aibis {friul. [v]ébù, cfr. C. IH 3) abbii. Mariegola 1322: (m ilas (Cec-
chelti 1. e, p, 1607). Docum. del aec. XIV: se lo te par de numiarlo
a~dir a-miter lo dome, si lo pos far (Romantu o. e, p. 402; Cecch.
1. e., p. 1S13). 'Eleganze': tu me as molto caro 282, tu at la pos'
tattxa2S4, tu m-as facto ZÌI, tu as tapiuto292, tu es vegnutoìb.,
tu vas fora de tuta la careiata 290, fas 284, (i* no vos ('vol-s) - ne-
gas 287; oltre ì futuri: se tu fer-as 274, far-as 290, àir-as 292, rw-
-as 283, erede che corno tu semener-as tu recoglir-as 292; e le due
forme congiunUve: più che eossa che me posses fare 275, habies quc-
' Circa il verbo attrìbutÌTO, ti potrebbe pensare a e«n- oltre che a ced-
Ma nella regione in cui siamo, piii 4 probabile *t)*d-ras verds, che non *c<>>-
-ras (uinrdj) vtrds, i
' Senza -a: se tv a' fiale 90, tu é Aegtio 111, tu M'tlailo9, (se twai^<'0
Atheli amaùemr (Pone: se a fiali, si li dibij) 78; cfr. MuBsaT. o. e, p. 11~-
;vGoo»^lc
§ i. Ladino e Veneto. C. 1. Venezia antica. 463
sto per certo 283 *. — Il codice del 'Pozzo' ci porta alle condizioni
odierno; mo (u~tu uepMrfoSOSS, mo che tu fas^tut 73, o vòglis-tu o
BOB 68 (aliato a. perchè tu rè3ti-tuf ib.); soffriras-tu 66; ma all'ia-
coDtro: tu pò 82, tu vedi ib-, tu saver-d ib., tu viver-à 83; ecc. Sa-
rebbe poi superfluo il moltiplicare esempj di s col pronomo encliticot
da fonti posteriori o dall'età presente (Calmo: uuoffhis-tu sta nostra
barca; Goldoni: sas-tu, vus-tu, sies-lu, meriteressis-tw, ecc.). Piut-
tosto importerà conatderare 1' -a desinenziale che il veneziano mo-
derno ci offre nei monosillabici ti sta, da, va, fa, a [i/-a), poiché
4 bel documento del recente dileg:uo del -i. Koa furono cioè esposte
le forme veneziane all'ormai antica livellazione analogica, la qual
si mostra in quelle favelle romanze che da lunga età sono avversa
al s desinenziale (cfr. hai stai ecc. dell' ital.; staje daje eco. del na-
poletano; stéste-ticc. del milan.; ai ecc. del rumeno). Ma ci stanno
dinanzi come appena sfrondate del loro -s, a hanno i loro legittimi
paralleli nelle figure semi-ladine che adducemmo da Val Bregaglia
(p. 274 e 278), donde potremmo aggiungere, io perfetta e legittima
coincidenza col veneziano, le seconde persone d'indicativo singolare:
ta, fa eco. Ed altro legittimo parallelo sarebbe il (i t'a, ti t'avrd,
eoa cui Mondovi risponde al ti Cos, ti t' avrds , di Torino ^.
.\ccanto a questa insigne traccia deir elemento ladino, o di-
ciamo addirittura friulano, nell'antica Venezia, ne vanno ora
considerate altre due, che entrambe ci sono offerte dal 'Hegi-
mioe'. Vi abbiamo cioè: chianWQ, cftiam'SSlOO; manifesto
esempio della palatina nella formola ca, e classico .esempio,
siccome quello che occorre fra i Ladini pur dove la formola si
coDservi, di regola, intatta (v. p. 73). IL Mussafia si chiedeva,
se dovessimo ravvisarvi un* 'ingerenza della forma francese' (op.
' stante l'età, relativamente tarda, della nostra copia dalle 'Eleganze', non
ùudo punto maraviglia le incoerenze che vi occorrono napetto al carattere
£ cai parliamo. Cosi: tu ey, tu ay, 293, tu iay 238, se tu muteray 286, che
^ habie S90, che tu no l-aÒie S91, e più stranamente: chi; dira-tu 289, che
^o-loS91. Le foi'me col -a sono copiate correttamente dall'originale; quelle
"^ ""y, all'incontro, Eono del tempo dell' amannenae, e ritoraauo costante-.
"lente nella copia di altro opascolo (Staph. Philiachi da Soncioo) che à della
^luia mano nello stesso volume. Ma sarà mancato pur nell'originale il -s delle
fanne iadicatlve dìaìllabe o polisillabe: tu credt 292, tu vide, tu mettìi, S90, Ih
Mkhe 286, ecc.
Le forme di Mondovi provengono dai paradigmi che sono in fiiONih op.
'il- 494 aegg.
>vGoo»^lc
464 Ascoli, Saggi ladini, I.
ctt. p. 143); ma iioi naturalmente vi riconosceremo il cian {óa*,
con) degli attigui dialetti friulani. Poi è continuo in quel te-
ato: cui cu' chu' nel significato dell' it. 'chi' e 'quegli che'. Cosi: I
cui t}Ol aquistar prudencia 6, chu" no se recorda ib. (cfr. 70 j
79 93 96). È il friulano cut; sebhene oggi il friulano abbia uoa i
reiterazione di pronome quando deve dire 'colui che'; p. e. cui i
cu màn^e chi mangia (cfr. l'ìtal. chi che sia, allato al friol. j
cut c'al si sevi); e il solo cui non adoperi se non per 'chi* j
= 'quale': cui dai doi, chi de' due? — Ancora ci rimarrebbe il j
fenomeno di àu da ài dinanzi a dentale; ma giova serbarlo
per la fine del numero che segue <.
La dialettologia cosi incomincia a rischiarare le orìgini di
Venezia con argomenti ben più sicuri dì quelli che le cronache
non ci offrissero; e quando gli studiosi dell'archeologia e delU
storia veneziana vorranno rivelarci quanto v'ha di specifico
nella nomenclatura topografica di Venezia e delle sue lagune,
è assai probabile che il glottologo riesca a tale ricostruzione
e ripartizione etnologica della Venezia primitva, da offrire ods
delle plii curic^e e sicure prove dell' efficacia che anche sel-
Tordine prettamente istorico la sua disciplina può oggi avere.
Intanto sì conceda che io qui noti, come due nomi dì Santi,
' Qui accora aleuaa nol« di antica TaneEiano, che importiBO In qaakba i
modo al nostro diacorso. Per ^ da di di fase anteriore: ibo {ia i tooado 55; !
ftott.; ('é; ma ancora l'ai in un docum.del sec.XlV, Attid. IsL Vsa.XV 1613;
alai rasonadho, ho ragionato, sì-ai trooao; v. i futuri a p. 472 n.);- atti2U
m» 42; eba *aib[j]a 32 ecc., Marieg. : «ina, cfr. gaibo in docam. del sec. XI, ,
6d. gìitho, caoaletto della laguna, *caib[J]o cavea;- doeum. del 1300 (Atti
e. B-, 1604): fredo fra[c]ida; e altri, cfr. MoiBaf. op. clL 141, 147 bis, ed i
TÌsconti'i che avemmo a pag. 432 dalla terra ferma e dalla lagnila. — P«r
t)- = u>- ted.: tiiia65, vamimenUi 103, cadunf luir 77; eke Hio vartitta boti.;
twflerdun, nel pib ant foglio della Uarieg. che porta la data del lS6i, dove
d notevole anche l'ii (cfr. e, 2). — Per l'* proetetico: areolU t03, arbaaada
frott 333, arttgnir ib. 334. — Singole voct: uiero, cfr. pag. 405 u.; Harieg,
intra quelli, intra gusftt, cfr. l'odierno d» primo intra a primo tratto (a pri-
mo entrare), e VI nel verbo anc(H-a in (Goldoni: mi no intra, costa gX'intra,
tntre-la;- frott: rivo fluito, che é pur del dial. od., cfr. rivdr treni ecc.,
finire;- d< = indegne ital., come nel veronese antico e nel moderno (net.
ver.: Dio de guarda, ecc.): quanto eh-éli-de eoi quanto uè vi^iooo (Atti c-
B., pag. 1613; sec. XIV), ecc. Finalmente: fejotia 4446, eojosia 46 ecc., che
per la sua costane» pregnpporrobbe *iilJosia, cfr. il grigiooe, a p. M3, 2S1.
;vGoo»^lc
g 4. Ladino e Veneto. C. 1. Venezia antica. 465
e quindi di chiese e di vie, mi appajano documenti istorici di
singoiar sincerità, quasi due sacri gonfaloni, piantati sulla la-
guna or soD forse quattordici secoli, che ancora vi spieghino
inalterati ì primitivi colori. Imprima Stàe per Stàcto o Stàgio
{S- Stàe, Eustachio -stazio) , forma che nell' àmbito del vene-
ziano moderno, e pur del medievale, resterebbe enigmatica, non
vedendosi come odo od ógio, a cagion d'esempio, vi si potesse
mai ridurre ad óe. Ma siffatta riduzione (p. e. ógo ó^e óje óe)
riuscirebbe all'incontro affatto' normale in determinati parlari
alpini che noi a suo luogo descrivemmo {cfr. il num. 118-9 a
pag. 377 379 ecc.). Né può intendere, chi sì limiti al veneziano
vero e proprio: Stin {S- Stin) per S. Stefano. Ma formiamo se-
condo le analogia di determinati circondar] alpini: 'Stié[v]no
'Stiéno (pag. 417, 413), e ne avremo normalmente Stino (onde
Stin, p. 394 n.), come ttvio da tièvio (p. 393)., Più tardi avrà ad
occorrerci un terzo nome di Santo {S. Toma), che alla sua volta
rannoderà Venezia con le prealpi friulane (§ 5, num. 232^ n.) *.
2. Udo Maggiore,
(AtU dei Podaità; 1313-1313.)
Nel K. Archivio generale di Venezia è un volume intitolato: Atti
dei Podestà di Lido Maggiore, 1313-19 (18 m. v.) », la cui recente
Bcoverta si deve alle dotta premure di quell'oculato archivista che &
Bartolomeo Cscobstti. Gli Atti che si conteogono nei primi 28 fogli
È OMer^abile anche die èsse (dav* essera), registrato dal Boerio coma di
'aotico', modo ancora più ghiotto nella forma di giesst, che il Boa-
rio medesimo dà per 'maniera triviale che ancorai eusaiste nel bauo popolo
(p. e. mio maria giesst a caia)'. Abbiamo cosi in Venezia, quasi in iatato
fosBÌla, un Memplare dall'infinito privo del -r (BUperflno avrertira che il puro
'essa' Ialino qui non ó ammisaibìle); a se pure di ultimo luogo agli posu
venire dalla sezione orientale dell' estnario (bnranello esse, cfr. p, 430 n.), nd
per gii = dii [= deve] aia necessario uscir dalle lagone, non è tuttavolta inutile
ricordare, che 'deva aBKare' pud friulanamente tradursi, e appunto in 'modo
basso', per gt èssi o ija èsse (Pirona, p, 186 e 150; e il nostro § 5, al n. 76).-
Pìù altre concoi-danza friuIano-Tenaziaue ai vedono nel paragrafo elle segue,
tra le quali segniamo sin d'ora un altro tipo pronominale (g 5, a.° 218 in n.).
* È in carta bambagina, la cui marca principale é una cornetta, che ha
somiglianza con quella della carta di un manoacritto padovano del 1351, ripor-
tata dall' Urbani , Segni di eartiere antiche, Venezia 1870, p. 38 ~ tav. ie n. 7.
Archivio glotlol. ìt&l., I. ■ 30
;vGoo»^lc
466 Ascoli, Saggi ladioi, L
del prezioBO voìame, e spettano agli anni 1312 e 1313, sono per U
maggior parte in Tornacelo; pochi fra essi in latino, coma son latini i
successivi. Ma se il pregio di documenti dialettali dell'età di Dante,
venuti a noi nella schietta lezione di chi li ha vergati, sarebbe ad ogni
modo assai considerevole, nel caso nostro esso diventa affatto singo-
lare, e per la speciale qualità dei testi in so medesimi, e per essere
spenta da piti secoli la terra a cui li dobbiamo <. Sono brevi processi,
che modernamente ai direbbero di polixia corregionale^ net quali il
latino pare smesso per ci6, che di regola gì' interrogati, i quali n
fanno schiettamente parlare in oratione diretta, sono gente affatto
rotea. Nulla di piti genuino si potrebbe, nella regione in cui siamo,
sperare o quasi imaginare; nulla di piti rimoto da ogni ìnfluenia let-
teraria. Se quindi io usi di qualche abondanza ' nel citare esempj e
locuzioni da questa fonte, non temer6 che i compagni di studio m»
ne facciano rimprovero. Piuttosto deploro, che un breve fascicolo dì
Atti per ogni parte consimili, ed anzi sicuramente staccati da quelli
che ora contengonai nel volume, non sia pib reperibile, e cosi non
si possa nuovamente coilazionare una copia, del resto assai buona,
che io ne posseggo. Dalla qualo perciò mi limito a citare pochi e ae>
certati esempj, che si distinguono per essere in corsivo spaxieggiato
e non susseguiti dal numero del foglio.
Por qui nessuna traccia dell' -on di prima plorale:
Pres.; da che nu avem fato lo mal 20* 21*; gem [iem) andiamo, in
funzione imperat. , 21^ (no gem p. lito pem a uenet.), 22", e così tn-
trem, vegem (v. piti innanzi);- nella coraposiE. del futuro: verttn,
porem potremo. — La vocale susseguente al -m si perde anche nella
altre prime piar.; così nel perf.: fosem apret[o] fummo appresso 6^
18*; e-la trowisem e là trovammo 18"; uogasem 6"; menatem 4"; ri-
deiem (cfr. vedessemo vedemmo, in Fra Paolino) 6»; & beuetem n
Bembra e bevemmo insieme 11"; nu aaisem tufi en tera noi salimmo
' Lido Maggiore era una borgata raggi) ardevo) e nell'isola, o 'lido' cbs
ora sia, a cui dev'essere rimasto quel coma, e giace nel braccio orianlilft
della laguna di Venezia, a Hud-att di Torcello e di Burano. '1 fnggitin di
'Aitino la popolarono forse (quest'isola di Lido Magg.), benché alcune Cro-
'nache abitata la vogliano da'Feltrini... poco alla volta perdette (Lido Mag-
'giore) i saoi abitatori, e finalmente rimase del tutto diserto... Nel 1360 i
'Genovesi lo iucendiarono, e dopo più non risorse'. PiLitsi, Memorie ttoric^
dt' Veneti primi e secondi, 2.» edit., Padova 1811-2; HI, 117, 120.
;vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Vanelo. C. 2. Atti di Li<]o Madore (1312-13). 467
(montammo) tutti ecc. 18^ 18^ ; parliiem 3^; & cosi gè ceiem {geiem 3^)
& clamasem enofo che nu entrasetn en casa & eia dis chi^domàda
étnu dieaem amisi, e cosi ci andammo, e chiamammo, ioDanzi ohe
noi entrassimo (la 1.' plur. del perf. coincide con quella dell'impsrf.
cong.) in casa; ed alla disse: chi domanil&t, e noi dicemmo: amici, 13".
Notevole come p^a conBerrarai l'-o in grazia del pronome enclitico:
fosem tuti de mego e-partisemo-li fammo tutti di mezzo e li partim-
mo 1^;- e coti fosemo nu denter {fdsemo-mt, off. pib Botto: audi-e,
ud£i-io, ecc.), allato a & cu nu fusem denter, e come fammo den-
tro, 13^;- fesemo ne dar (cfr. e-fesi feci 11", se fé ala porta si fece 28')
ci facemmo dare, 18*; ma anche: comlen]sa3emo menaffar Ò^. Im-
perf. : eram 3^, che nu era riuati 18^ alialo ad attetiemo abiudo 5*.
Ora oontinoTÌamo col dileguo delle atone finali:
I. -o. che-I era rot 27'"; fo punt fu giunto 26*; che se t-aues en-
tes 3*;^he sum asaiut ('assaliùto) che sono assalito 27*; aueua abitU
parole 1" (allato ad at*euento aliudo 5*, e tu aures abiu ta arresti
avuto 3*);- sfar cofen^ 8*; sol pena 11" ecc.; chi fo a sto fot 16*;
fo còfess 22";- ados Zi", da dos 3*; apres 18* 19" 20»; nega, del ras
nipote del Bosso 14"; e no-l pos tor e noi posso togliere 22"; fi-a
p. cortesia dime chi tu es che no te coffnos fratello, per cortesia,
dimmi chi tu sei, chà non ti conosco 18*;- & de-li p. lo uis e diedi-
^li per lo tìso 17», che-I ferj' (che lo feri) p. mego lo uis 28"; e-de-
-me svio col e diede-mi sul eolio 3*; si che-li dej del me rem sulo
uis 4", tol lo rem en ma (allato a lo remo) 20", tal lo so rem 21";
sto bon hom 15*, el-no-e om e' non v' è nomo 1"; che-l era gram 19";
maister jacom 1"; en lo co[r]p (allato a en Io corpo) 1". Si devono
aggiungere, colla naturale epentesi dell'e (per la quale ei viene a
Tallace sembianza di maggior latinità): qua enter 22", tengonàdo en-
ter n« 5*, quel ch-eli rasona enter si quello eh' essi ragionarono in
tra di loro {di 6è) 21*, & mis-me denter ai e miser-mi in mezzo a
loro (dentro sé) 3*, e-tolmelo d~enter le ma me lo toglie d' infra le
■nani 4"; auter nò SO altro non 'so 22". Vien finalmente il dileguo
dell'o che seguiva ad t (j) latino o romanzo: pfrejii pretium 9", saui
aavio 26* 27'', capetani 21", my meglio 21*, pan & formai 20".
II. -e ed -1. nient 26" 21", fant 2», de-not 1* 27*, pes pesce 22";
enas (allato a enàgo 13") innanzi 26";- el me cors sora 2*; se-I uit
te egli vide 1*, li-uit gli vide 28"; pouco stei poco stette ih., stet
content (ammise dinanzi al giudice); ch-el tras trasse S", tras-me
de -j pan & mls-me-l p. la bocka 14", & he^li tras (e io gli trassi )
la fosina de ma & brachailo p. li caueli & trasl-o 4"; el no-sen uous
;vGoo»^lc
468 Ascoli, Saggi ladini, I.
partir ('Tolse, v. più JDoanzi) 28"; marta me pres (prese) p. U-cawii
& tr-pres (io presi) eia 14'*; retpos & dis rispose e disse 1^; & e dU
che no gè uoleua nar e io dissi che non ci volevo andare 26*; mi
mise SO, & mis-me man en cauo Z^;- ch-el no~fes non facesse 26^,
ch-et no-tì ptaseua che-la se awU aprisse 1*;- legna legname ib.;
uo/eua~m menar mi voleva menare 2G^, dam la engettara dammi la
ingaistara 13*;- <& he dia mo me dit e io dissi; ora ditemi l", dot
me datemi 3".
In questa seria, già ci accadde incontrare l'-o qual succeda-
neo delt'-e (-i) àtona dì fase aoteriore; fenomeno che ci ricorda
'Verona' e T'Istria veneta' (p. 424 e 440), e può quindi non
punto dipendere da mero infiusso letterario. Ora ne raccoglia-
mo i seguenti esempj : chi uito (bis) chi vide 26" 27"; cu et me
uito 5*, el uito 28", la tenue del quale esemplare non accenna
già a una desinenza posticcia (vid TÌt vit-o), poiché oltre il
vete, vide, di Fra Paolino e d'altre scritture veneziane, abbia-
mo nella frott. del Vannozzo: vitti vidi, allato a vette vide;- poi
traso-nie trassemi 5* 15'; tè diso-me 14"; uouso-me tor *T0lse-
-mi torre 14'; ch-el no-li darauo ('dar-ave; cfr. vor-avo «x.
di Fra Giacomino) ch'egli non gli darebbe 27"; duraratto lo
pes 21^ (allato a cK-et me pagaraue guado el uaraue o uo~
raue 2*, se uastaraue lo pes 20*);- men caratteristico o con-
clusivo l'-o per -e in sost. masc: mercadento (v, p. 419) 15';
fanto 12"; ventro 5*. Anche abbiamo esempj dell'epentesi nel
■mente avverb. ; i quali ben possono apparire di fattura lette-
raria, ma serban tuttavolta l'impronta dialettale nel loro esito
fonetico; furteuel mèter (dis che ben fo en casa sua no fartenel
mèter) 13"; nouela mèter (la sera de mercor nouala meter tra-
pase, sic; cfr. 15') 18". Nessun esempio mi occorse del par-
ticip. in -esto od -tsto; e avremo all'incontro qui pure: audu
(se t-aues audu) udito 3*, come coqu (siando-lì ca^u lo rem)
caduto 4", plerjdu 1". Alieno è altresì questo dialetto dai dit-
tonghi dell'^ e dell' (J {fora 2", onco ancoi 18", ogli 18*). I soli
casi notevoli per il dileguo del d {t): creraue *creder-ave 27';
laro 1*; e fuse ('ili[de]36; coli soi còsejeri & guse 9", cfr. 'Pa-
dova'), che però occorre in ano squarcio cancelleresco *. Nes-
' neoo nipote, 36', torrH l'accento sulla prima; cfr. niiwi nel B«Bto e
nella Cnuca, neeo in Fra Paol, e le p. 64, 170 n. 2, inùema col nominttÌTO
;vGoo»^lc
g 4. Ladino e Veneto. C. 2. Atti di Lido Maggiore (1313-13). 469
auDa Dotevole elisione di vocale iaternh: peurada 2(^ SI*, a-ma-
snar 23". Quanto alla sensibilità della tonica di penultima, ne
apparirebbe un aolo esempio, che nulla prova fra tanti con-
trari *. E o"^ ■viene la volta del j complicato:
Gli asemfj principali Barebbero: dij = DJ in moiol (bis; cfr. p. 181
n. 2, e 423; poi Mdb3. Fra Paol. 155) 17"; e di j = LJ (iji) nelle pro-
paggini di 'salio': uouse me sair ados 27", & uiti Io-dito Qulìà sair
fora de sua barcha 19", vedo che-I veti ga p. asairme ancora 27*,
OMaittt ib. (v. sopra), sai sali (& a&ì en tera 18", sai fora del buf-
olo 27o, & sai ea c[an]tra cola spala en ma 19°); cfr. Fra Paol.: tate
ai Baie, arsair. Viene poscia: tojo *toljo prendo (tolgo) 8' ^, allato a
Mjo ib-, uoio 21*. Ancora si notino mej melio- ib,, tuta scattiata
scapigliata; piandola p. U-caueli 14", fiio (e fio) 26", fiiol 18", fiio-
ia 15" (Fra Paol.: fio fija; frott. fija) e col ^: muger 17" 26* '.
Si fa caratteristico V -ùn = -on: cosun 5* 22" 28", sta^ 14",
ch-el''me cvpagnù 3*. li mej cumpagnù 22" 16*, fitasun 9", a
domUdasun 2\' ; lanQU (cerf arma) 27' ecc. , spuntù (altr* ar-
ma) 27" 18* [spunion 27*], rucAw roncone 6" [rScon bis 5*],
rUpegun venez. rampegon 3", Coi quali esempj può connettersi
yd instabile che è in punte ponte 22", li-ge en cutra gli andò
incontro 26^, od anche l'apparente conservazione dell'io lat. in
ultra ultra 6", e più volte in punta {pùta del canal 22"). —
Meritano ancora special menzione anche i riflessi di 'ego': seu-u
capet. de sto tor o-sonte eo (v. pag. 398} siete voi capitano di
questa torre o sono io 1"; t& andando ejo a casa é e encutraj
fego' riprodotto per ejo e per e) 26"; <& en questa e-me partij
anc ejo ih.; & dando e delo pan 14»; & he me ^ej e io me ne
andai 26"; é he me-lo spesi da dos 3*; no-me partiroje de sta
prov. »^i, aot. tra. ities, allato al riapettifo obliquo: nebót, ^nevett. Ma eliaa
qni pura la dentate nel dr (tr) che sarge per la composizione dal fntnro: nti '
terem quando nu porem ver, pauo che non mi è afiatto chiaro, ma
in cui porem altro non pnA essere che 'potremo'; cfr. e, 1, e §5, niim. £00 n.
' domOda lo dito pero qne eli deueaa far del pes, siti (m eglino) lo deueua
neoder ne donar o-partir o autro 22".
* lo questa medesima pagina leggo pure wya te= vdlga-ti; ma ne rimango
' È g, alla veneziana, oppure uno i eoal rappresentato, eia per eccezione,
sia per distinguere una particolar pronuncia? Cfr. vegem vediamo (impe-
rativo), allato a cafu ecc.
;vGoo»^lc
470 AmoU, Saggi ladini, I.
fera 3"; an^jur* saurqje anco pur sapró-io 19", ne deje ne diédì-
-io, leuaie de lelo & fuj sula porta2T' *.
Vengono ora i caratteri pei quali c'incontriamo, o a dirit-
tura rientriamo, nel pretto ladino. E imprima si tocca del -s
di seconda pers, sg., circa il quale è assai notevole, in questa
plaga e in tanta anticMtà, che non sia offerto se non da un
solo pajo di figure monosillabe, e queste appunto all' infuori
dell'enclisi del pronome; quindi manchi sempre questo carat-
tere, anche a tutte le figure monosillabe, nella costruzione a
pronome enclitico, che è pur quella in cui vedemmo serbarlo,
per tutti i tipi, la stessa Venezia odierna.
Non ci danno l'antico -s se non et e pos, che sodo ne' seguenti esempj:
tu es ben paga 2\ che tu es in tauema 15^, dime chi tu et IS*, lau-
roJB chi tu es (t. sopra); tu no pot esser nostro amigo 19*. Senza ->:
tu ai beuu, o tu me daZl'', e nella composizione del fntnro: t«
no-la toroj 3", eH~acordarai e-ti ib., che deve diro: e ti ricorderai
pur tu; oltre i non-monosillabi, come: da che tu, nZ respondi 19*, tu
miti 3*. Ora gli esempj col pronome enclitico (cfr. § 6, n. 137}; nei
quali vedremo le figure monosillabe (non escluso 11 riflesso di 'es')
munirsi tutte dell'i all'italiana, che sappiamo estraneo a Veneua, ma
non al veneto di terra ferma. Così: ei-tu vegnuda qua 14"; chi ei-
-tu 18" 19°; [ben tii-tu v^/nu 18"]; «o ai-lu léngoa 18*; que ai-tu
a-far pa26"; q. uat-tu fatato (facendo) 26*; uai~tu 28"; me wj-tu,
me uoi-tu, 8^, q. uoi'tu 27";- que gartfe-tu che cianci tu (bis) 16*.
Air incontro è costante il mantenersi del l di pi ecc. :
(;we uè ;}^ che piacevi? 22"; planzer; dela tor de plaue {Pì^re] ih.;
ala plapa2l<'; de san en pian 16* *; piena 12"; se piega pò (giù) a)";
più; ptusor flade 1*; 6tóji Biagio 2» 22" 27*; del bosco de flume-
sin;- clamar 17", clamaua 27", clama-me chiamommi 26*; claue 1';
agli V> 18*;- burclo 26" 26* 27».
Ma il carattere pel quale riesce più che mai prezioso questo
dialetto, è che le formole ALT OLT ecc. vi si riducono nor-
roalmeute ad aut out ecc., come si vede dai seguenti esempj,
che tutti sono di sicurissima lezione ^:
' A Venezia ai ha ancora nel hbcoId XVI Ve proclitico per 'io'; e ogg
ancora il -jo enclitico, v. Studj critici II 151,
* Deye dira pressappoco; 'di pnoto in bianco'; e cosi de san segur,
' Non ammettono, vale a dire, il dubbio, che ai tratti di antro, o di m»
se ecc. (t. p. 398), anzichà di nutro, vouse ecc.
;vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Veneto- C. S. Atti di Lido Maggiore (Ì312-Ì3). 471
mettaffor Uttno l-autro 5^ si te menava deli remi & de forche Z-uno
l-<lutro 6", l~un l~autro 3*6", A autra no ghe fo 13», & awfro ti3 sa 21*,
uender ne donar o-partir o autro 22", e-no domàdo autro 27", no an-
tro 26*; & auter nZ so SS", ne attter n3 so 27*; ma autra 1", vna
(arcAa dal-aulra 4", I-una jiart al-autra 8*; ali aufW 14", cu autri
omini 20", ci* autri boni homÌv[i] 22», coli autri ib. , cm aufrì fanti 27";
aufre barche 6", ale aufre j>{er}sone 14", aufre cowse 20* 21"; - ^a-
sf au(io;- & guado eli fo ala vouta del canal 8"; e-me descoucaua p.
nar a dormir (*dÌBColzaTa, 'descoU - acalso, cfr. p. e. pag. 329 a 346 ,
num. Ili), io mi spogliava per andare a dormire, 27"; no-li la-uouM
dar non gliela volle (volse) dare 1", no mei uouse dar 12", e-uott-
«e 17", eco. , el no mei uoua dar 12", el no-»en uout partir 28», [el
leua Io-rem e~uos-me dar go p. la testa 3*] , & uouso~me tor lo pan
de ma 14", e-uousi volli (volsi) 17", [nuuosi non volli ib.]. Ai quali
esempj non tardiamo ad aggiangerne degli altri, considerando aloani
nomi proprj ch« ci manterranno a breve distanza da Lido Maggiore *,
* Qui BÌ abbia aooora, dagli Atti di Lido Maggiore, una breve rac-
colta di voci che giovino per qualche altro conto al nostro stadio. Di
petto (e-^e-It p. Io peito de la-mà, e diede-gli della mano per lo pet-
to, 3"; aib[er]taffo aueua d'una oana & de~me -ij- (iade en-lo peito 10*)
fu già toccato di sopra, p, 457.- Appare ou qual continaatore di aii,
primamente in pouco 28", da t. poulo de uenet. 21» 22»; inoltre in
pousapouse {pousa varda que tu face [faj^], fermati guarda ohe cosa
ta faccia, 27»; pouse cùpare 3*, che non so se tenere per sec. pers. pi.
0 sing.), coìue cose 3» 21», due esempj che non potrebbero ammet-
tere, senza molto stento, una dichiarazione diversa (pois. pous. eoo.).
1 casi di ou da au in Fra Paolino, avrebbero particolar conferma
da questi degli Atti (cfr. Muss. o. e. 141-2). L'au di contro all'ant.
AU è in ai*dij audii 1» 1* 19» 27*, el audt 20"; cui uniremo ffautada
gotata 1" 1*, allato a goutada 1* e golt. (-j goltada & -j pugnada; cfr.
p. 49) 16*.- Indi: lo-me pes il mio pesce 18", lo mariner me 5*, colo
me col mio (el leua lo rem... & heentiuai colo me) 3*, cfr. piti sotto:
cu de {de te dia);- o ove (no-so 0 12", la o era 27» 27*, cfr. Mua-
SAF. Fra Paol. 149; e nel Oiurara. : o altro, la o-me parerà, o altrove,
]& ove mi parrà);- uoida vuotò 21", cfr. e-uuda-'l fora 22"; - sabada
sabato 20^ SI*;- e-dis che no era uera ne no podeua eser el dis che
n era uera 1", e-uera è egli vero? 3*, cfr. voluntera 20", che è pur di
Paolino (eod.vsDez.; volentiera, non estraneo pure al less. ital.);-
tronai-e en dre tornai io in dietro 6», dre cena dopo cena 21», ecc.
(Qiuram.: dredo ditnar; Fra Paol. ugualmente dredo, frott.: driedo.
;vGoo»^lc
47S Ascoli, Saggi ladini, I.
Questo insigne carattere ladino, che oggi manca al Friuli
vero a proprio, ritorna anche all'opposta spiaggia del golfo,
nella varietà friulana di Trieste (g 5, append. all' A); e anche
ivi ritorna con piena costanza (cosi come sarebbe, all' infuori
della nostra zona, senza uscire dall'Italia, nel piemontese, nel
napoletano, nel siciliano), e non già sporadico, siccome si può
0 si potè avere dappertutto (cfr. Dibz 1' 207). Ora affatto ripu-
gnando l'imaginar^ che il fenomeno, cosi radicato nell'antico
Lido Maggiore e nella vecchia Trieste, rimanesse circoscritto
a questi soli due punti del golfo veneto, noi saremo spinti a
ricercarne le vestigia negli antichi strati glottologici delle terre
attigua, E sul suolo veneziano l' indagine promette ormai di
ondo sì dichiara per t'«> té V odierno drio, cfr. tivio ecc. p. 393 n. , e
meglio ancora: riia = rw^d]a p. 454 d.);- siitar. Fra Paol.: sitare,
Bagittare 6";- trej tre 12" ecc.;- verguma, cfr. Mass. reDd. iLvi
233, e il § 5, n. 105;- an ancbe, come in Fra Paol. e nel Vannozzo,
ma nessuna fonte darà per avventura questa forma dinanzi a vocale.-
Per la reaisteaza della dentale è buon esempio a-ladi {& veu aladi
dela mia barcba 18", cfr. 3^; & -j cortei atadi 2&>), allato, al fianco.
Nell'ordine lessigraflco già accennammo alle composizioni con 'gutu'
(p. 410) : non abiado ejo nigata en ma non avendo io nulla in maoo 37*,
cai deve aggiungersi: domàda se-I fé nigo (nigtf) a-tut dii no, 'do-
manda: sa egli fece nulla a lai, dice: no' 5*. E ancora ai abbia: -j
(una) doma p. tèpo una mattina ecc. 1', cfr. Fra Paol. : nt he Uve da
doman.- Circa le forme, noteremo per l'd della seconda plnr. del-
l'ìmperat. di prima conjugaz., oltre il dat-me già di sopra addotto:
tra-ue en dre traetevi in dietro 27*, anda-ne de casa andate[TO^Be
di (questa) casa 13"; anda cu de che se uu li-spepa, andato con Dio,
ohe se voi il spezzate... 28", nel qual passo aggiungerebbeai aacba
una sec. plur. dal pres. indie, di 1.' conjug. parimenti in d, che non
dovrà però esserne l'unico tipo (vi* me la tome). Notevole ancon
la prima siag. del fat., in -di: c-tu me da le arme o e te mewxraj
doli cusejerj, prevalendo perO il tipo.ìtal. e venez. mod.; ferin'i^-,
no darò 2^. Fra Paolino non offre all' incontro se non il tipo dal pri-
mo esemplare (che è tipo comune al friul. , a dial. veneti della terra
ferma, eco.), ma nella normala contrazione e^^'ai: io dire 8, 18, mtt-
terèS6, come ha pure il semplice è = *ai ho, cfr. p. 464 n. Si oscilU
fra -di ed -é nel Qiuram.: eo laserai, eo ordenere, e se auere, lo
più tosto ch-eo pore potrft.
;vGoo»^lc
§ 4. Ladino e Veneto. C. 2. Atti di Lido Maggiore, ecc. 473
prosperare. Cosi nel Liber Comunis [Plegiorum; cfr. Atti del-
l'Istituto Veneto, XV 1597), pag. 35, ali" anno 1224, si legge:
da-riauto, e insieme: da-riallo, quasi la pronunzia vernacola
in contrasto colla letterata; e nel libro medesimo, pag. 64, al-
Tanno 1223: Petrits beli de sanato bando, cioè di S. [Ujbaldo
(cfr. pag. 460). Bevo il secondo esempio, e la verificazione del
primo, all'egregia amicizia del Gecchbtt[, ma non gli debbo
questo solo, pure per questo solo capo. Poiché essendosi egli
compiaciuto di lasciarmi esaminare una sua preziosissima rac-
colta, ancora inedita, di nomi proprj ricavati da documenti
deirfetuario veneziano, io potei rinvenirvene parecchi, i quali
attestano il carattere di cui parliamo. La maggior parte dei
quali ci riporterà meramente a Torcello, che non dista gran
fatto da Lido Maggiore; ma non tutti, ed ecco la messe:
I. 1166, Torcello (Arch. del coqt. di S. Uaria dagli Angeli in Morano): d*
sUpkano davto ...de matheo davto ... de michaele dauto; 1175, Tor-
calto (ivi); jacobus daulo dt litort bovii; 1199. Torcello (ivi): (170 kara-
caiMO daulo (firmato); 1206, Rialto (ìtì): guidata dautù; — 1179, Tor-
cello {iti): jacobo dallo; ego itefamu dallo de ìitoró tnaiore. II. 1148,
Torcello (ivi): gracianus ^iravdo; 1178, Rialto: graeianus giraldo d»
littore boTiansa. III. 1 176, Torcello (Arch. Proc, di S. Marco): ego johan-
nei rambaudo (firmato); 1206, Rialto {Arch. S. Maria degli Ang,); jaco-
mina timor johannit rambaldo. IV. 1085, Rialto (Arch. del coqt. di
S. Zaccaria in Veneiia): dominicus agaudariua (firmato); 1 123, Rialto (ivi,
pergamene estere): ego valtntintts acaldario fideiamor (sic), firmato, e nel
tasto: noi quidem t>a/cn(ìnwt sgaldariut de eonjinio saneti leoni» pape.
Cosi può avvenire che nell'antico estuario veneziano ci oc-
corra, per una medesima voce, il doppio esito della figura che
teoricamente scriveremmo 'àult ecc.: rialto '-àullo -auto -olio
(pag. 473, 460); (ujbaldo 'bàuldo baudo baldo (ib.); gastaldo
'■siàuldo -slaudo -sloldo (pag. 471, 460). Né finalmente sì deve
tacere, che baudór baldore, e àutro (com'un amigo a l'autro) ,
esempj cbe occorrono nei saggi poetici di cui toccammo a p. 456 n. ,
ora appajono in nuova luce, si cbe più non si possano facil-
mente imputare d'impronta francese*.
' Mi acrlTe on venerando collega, il Nabdo (t. p. 416), ch'egli ricorda aver
MDtito, piii d'una volta, molti anni or sono: autro che, tvtlo autro, dalle donne
e da qualche ortolano di Ctiioggia, e pur da rnEtici padovani; ed ugualmente:
"wun per 'alcuno', dove siamo alla formola al+gutt., e fuori di accento.
;vGoo»^lc
Ascoli, Saggi ladini, I.
g 5. Territor] friulani.
Pib ampia, e popolosa molto pib che non aia la sezione d'ooci-
deQte o la centrale, resta la seiiona orientale della zona ladina,
ohe è dei territorj friulani; e io mi vi accosto col sentimento di
chi rivede, dopo lunga assenza, la patria. U Friuli naturale (come
lo Boglioo diro, per distinguerlo daìì' amministrativn, che è la pro-
vincia d'Udine), conterminato a settentrione dalle Alpi Caniicbe
e a mezzogiorno dall' Adriatico, ha per limiti di ponente l'orlo
orientale dell'alto bacino del Piave e la Livenza, e proteade a
levante il suo confine nel versante orientale del bacino dell' Isonzo.
Detratti quanti rimangono di lingua slava a oriente, i pochi Tede-
schi al nord, e i non pochi di lingua veneta nella regione litto-
rana s pur nel bacino dell'alta Livenza, ancora sono, in qneaU
distesa di terra, non meno di 450,000 abitatori, la eni favella
materna à l'idioma friulano *. Ma era friulana anche Trieste; ed
è recente la vittoria che il veneto vi ha riportato sul ladino, uè
ancora è spento il parlar friulano nella vicina Uuggia. La storia e
l'estensione delie propaggini friulane sa; lidi orientali dell'Adria-
tico, sarft un bel soggetto di studj avvenire (cfr. g 4, 5.)*, nel quale
andrà involta anche la storia del veneto e dello slavo, che s'in-
terpongono fra l'Isonzo e Trieste. i
' Il numero di 450,000 pnO parerà ecarso, il Valcbsi &cendo ammoD-
tare, lin dal 1^3, a olire 500,000 i friulani veri e propij (Ri^iporto
della Camera di commercio ecc., Udine 1853, p. 25), a il PinoHit uido-
veraado 494,000 abitanti che partono il pretto idioma friulano (vocsb.,
pag. 569). La principul ragione del diverso risultato, deva atara nel com-
puto di ciò che il friulano ha perduto, o non ha avuto mai, perchè ornai
«petti, 0 aia tempra «pettate, al veneto. Il limite al quale il pretto fria-
lano si Tede arrivare, nella mia Carta, al basso Collina (Zelline) e tra
il Meduoa e il Tagliamento *, é conforme alle indicazioni dello Czdzr-
mo (1,1,64, dell' 0. e a p. 317 n.), e eoa) ho seguito le sue preziose iadi-
cazioui per tutto quanto concerne il confine orientala (ib. 54,64). K«l
distretto o mandamento dì Pordenone, il friulano si raroA; e qnello di
Sacile, in cui il veneto, secondo lo steaio Cioarnig (ib. 63), à afialto pr»-
Tslentti, appar veneto addirittura nella mia Carta, come vi appar veaelo
il territorio di Monfalcone e di Grado, e veneto ancora, d'accordo coÌ-
r etnografo taatd lodato, il distretto di Portogmaro-
>icliw lUs ànm
jvGooi^lc
§ 5. Territoij Aiolani: Eeordio. 475
La piti Buperficiala osservazione basta a persuaderci, che il
frialauo appartenga al sistema dei linguaggi ladini * ; la quale
attenenza viene per noi a determinarsi, in questo luogo, coli' av-
vertire primamente, come ne! Frinii ai continuino, dalla sazìon
centrale della zona, i sei caratteri che vanno primi nella serie
da noi esposta a pag. 337 («— C)> 6 formano, data la frequenza
dei due dittonghi in essi compresi (S, i), il complesso piti spe-
cifico del patrimonio dei Ladini. Un altro e cospicuo carattere
ladino (t) si aggiunge, come fra poco vediamo, in una special
varietà friulana. Altri tre (|i, v, l) ne ricorrono in altre varietà;
e se BoD appare accertata, od anzi appare affatto improbahile,
una diretta continuità isterica fra questi tre fenomeni friulani e
i fenomeni coincidenti delle altre favelle della zona, l'importanza
del fatto ben si strema per ciò, ma non si annulla. Le coin-
cidenze che ritroveremo In ordine al carattere segnato per t|,
sono illaaorie per s6 medesime, od almeno piti non permettono,
come ancora nelle piti vicine varietà delta sezione centrale le coin-
cidenze analoghe pur consentivano, alcuna affermazione per poco
HÌcura. Ma, all'incontro, l'ampio sviluppo di dittonghi su-iori
ed improprj che il friulano tra poco ci mostra, riannoda stretta-
mente questo linguaggio col ladino d'occidente, si per la spinta
originale che se ne manifesta, e si per la determinazione dei sin-
goli effetti ch'essa promuove. Del fenomeno, che distinguemmo
per 1, c'è qualche perspicua traccia friulana (n. 232*); e molto
di pib si cela per avventura sotto l'ortografia di -m per -n, che
una varietà friulana ci offre al n, 144 (cfr. in ispecie il h istrioto
a p. 438). y ha poi un' assoluta concordanza tra il friulano e il
ripartimento orientale della sezione di mezzo, rispetto all'esito
del ~m (nnm. 164; cfr. p. 360, 380, ecc.). All'indole ladina spetta
ancora decisamente, come decisamente si scosta dalla veneziana ,
la propensione di ridurre l'-o- Atono ad u (n. 85). K gli esiti carat-
teristici che delle àtone anali il Friuli ci mostra (nnm. 71-2, 76,
87-8), sono essi pure affatto estranei alla favella di Veneiia, ed
ebbero all'incontro i loro prodromi nella sezione di mezzo, sp»-
cialmente^nel Comelico {§ 3, X). Pur nel ridurre a r il j» o 6 lat.,
s'inoltra il friulano, del pari che il ladino occidentale, piu che il
veneziano non faccia; ed è finalmente consentaneo at gusto ladino
Io spesseggiarvi di ^ e 'e da àj e tj (nnm. 105, 107). Lo ct, ove si
prescinda dall'esemplare già di sopra considerato (pag. 457), sem-
* II primo scrittore ehs toccuM deUa prossima afBnità del 'friulano
col ladino de'Origioni, d, per qu&nto io sappia, il Carli (Àrtt. ttal., Mi-
lano, 1788-91, t IV, p. 108). Di piti, al C. VI.
;vGoo»^lc
'8 Ascoli, Saggi Udini, I.
pre si rìaolve bella semplice assimilazione (cfr. ib. e pag. 318^
Donde passiamo ai due importanti fatti fonologici, per cui il fric- :
lano si distacca dalle altre sezioni ladine, quasi affacendosi al
veneziaao e a tanti altri tipi italici; i quali sono: 1.' il mancarli
affatto le vocali turbate {0, fi), che tuo) principalmente dire, il
mancarvi Vù^u lat. e inaieme quella risoluzione dell'ut (fié) di
fase anteriore, cbe ancora in parte del comeiicano si determina
in 0 {ce, p. 384-5);— 2.^ il non avervisi alcuna decisa teodenta a
sopprimer la vocale della penultima sillaba dell'antico sdmcciolo,
tendenza comune al ladino delle altre regioni e a gran parte del
veneto di terraferma; dal che si spiega, tra l'altre, il mancar
del num. 147 {-^[djr-) nello spoglio del friulano (cfr. num. 155, e
il 224, e V. il C. II). Propria caratteristica, per la quale il friu-
lano ugualmente ai Stacca e dal ladino e dal veneto, è la tenace
conservazione delle dentali (-t; d primario e secondario; n. 1%-S,
203-4, cfr. 300) < ; e quasi note disUntive vi si fanno ancora: la
frequente e antica riduzione delle formale q[v]e a[v]E ecc., d) cui
ai num. 179 e 187; e il frequente ridursi di oa a r (n. lOI). Di .
d o p non vedo menzione, all' infuori del territorio ^ da noi
toccato al § 3, C.
I vincoli, pei quali la sezione friulana va congiunta col resto
della zona ladina, sono dunque ben forti, ma non tanto forti e
stretti, quanto son quelli cbe uniscono fra di loro la sezione occi-
dentale e la centrale. In queste, e tra loro piti apecialmenle Del-
l'Engadina e nel ripartimento orientale della sezione di mezzo,
è il ladino vero e proprio, con quella integrità di caratteri, pei
quali si stabilisce la continuità immediata fra questo sistema di
favelle romanze e gli altri, pib a occidente, a cui egli metta «po-
li friulano avrà, nel sistema ladino, una indipendenza non guari
diversa da quella che ha il catalano nel provenzale. Ma se il
friulano cede alle varietà grlgioni , in ordine alla pienezza delle
proprietà che distinguono la catena alpina, interposta, come una
difesa, tra la favella germanica e l'italiana; egli è all'incontro
rimasto l'idioma principe dell'intiero sistema, per l'ampia e libera
espanaione della sua vitalità assai robusta. '
' Manca il '( del participio al lerg e al mngg. (pianta 6, «otjii 13;
lanld ecc.], che non fa raaraTÌg!ia; ma è piuttosto Dotsvols che >pp*J*
mal fermo tra l'alto Cosa e l'Arziiia (v. p. 480), stando alla parabola ii
Vito d'Asìo (PiRONi), che ha tpindtid ch'ai t>é, di p«'6àd, ekmàd (eo-
atruzioaa asaolata), allato a èssi clamd, era pierdù ecc., e vi mues il *'
pur nella eec. pi. dell' imperat.: porld, mtitd. Da Clansetto, stessa npa^--
io lum ebbi ae non participj col -t idwmid, vidùl).
;vGoo»^lc
§ 5. Territorj friulani: Esordio. 477
Senonohè la co^niuone di qussto idioma cospicuo, 91 rese dif-
ficilo o tardò a giovare agli studiosi, per lo scarso zelo con cui i
Friulani si Ado|)erarono a diffonderla; e in ispecie le notiiie atti-
senti alle varietà, piti o meno spiccate, che vi si distioguono,
devono ancora riuscire, in queste stesse pagine, ma noa per mia
colpa, troppo pib scarse di ciò che si addirebbe, nell'odierno
fervore per simili st>idj, alla favella di un mezzo milione d' Eu-
ropei, e dei piti svegli che si possano trovare. Por gli eletti saggi
letterarj, che il Friuli vanta, rimasero pressoché ignoti ai lon-
tani; e basti qui dire, che il friulano dovette andarsene intera-
mente negletto nei capo-lavori del Diez. In qualche altra dotta
scrittura tedesca, è passato un po' di friulano da un mio scrit-
tarello infantile, che mi ripugna citare; e ne passarono anche
altrove, e pure insieme cogli errori, le comparazioai col rume-
no (cfr. C. II). In Lombardia, il Cherdbini ed il CaTTANEO si fer-
marono con predilezione a questo dialetto, e in ispecie il prìmo^
che Ben era pur formato un vocabolario abbastanza copioso *.
Ma il primo studio, sano e sobrio, che intorno al friulano' ve-
desse la luce, è del Gortani {Del dialetto frivlano, di Q. Q. , nel
Borghini del Fanfani, I, 580-90, Firenze, 1863); al quale egregio
uomo, io poi vo debitore di aliri e preziosi sussidj, come pib
iqnanzi si dice. Il Leiobt, già di sopra lodato (p. 344), ba inoltre
le seguenti scritture: Prima e leconda centuria di canti pnpolari
friulani, con prelexioni, Venezia, 1867;- Terxa centuria di canti
popolari friulani; saggi di dialetto; nuovi sludi, Venezia, stesso
anno; delle quali a noi giova in ispecie la seconda, per la molto
opportuna raccolta dì saggi frìuliini, sparsamente prima editi e an-
che inediti, dei secoli XIY, XV e XYII ; e anzi ne provengono tutti
gli esempj datati che noi addurremo. Ultimo viene, in ordine al
tempo della sua pubblicazione, ma è un libro insigne, tal che
lava, per molta parte, le vecchie taccia dell'incuria paesana, il
Vocabolario friulano di Jacopo Pirona, uno dei migliori lessici,
e per qualche parte il migliore, che vanti in sino ad ora la dia-
lettologia italiana ^. Già ne profittarono molti scrittori paesani
ed esteri, e va segnalato, fra i secondi, lo Schhbllsr (v. p. 319).
* Bìb). Ambros-, E. S. I, 1-3; cfr. il sesto Capo di questi Saggi, dove
anche sono pib altre notizie bibliografiche B))attaDti al friulano.
* Vocabolario friulano dell'abate Jacopo Piroha, pubblicalo per cura
dtl dott Giulio Andrea Piroka, Venezia, 1871. Ginlio Andrea non ha
peto soltanto pubblicala l'opera dallo zio, ma egli ha ancora assai pode-
rosamente giovato alla sua formazione.
•
jvGooi^lc
78 Ascoli, Saggi ladini, t.
Ma il Pìrona, mente squisita del resto, si era Btranamente os^-
nato a doo concedere sufficiente attenzione alle varietà regionali
della parola friulana; la quali son pare di molto momento, h
■specie per il Tocalismo, e per la storia o la produsione di pi!i
consonanti palatino e linguali (d, g, ì). Il Vocabolario dovette
risentirsi di questa sna ripu^rnanza singolare; e le varietà regio-
nali non ne andarono già escluse, ma vi compajono con incerti
misura e senza alcuna specie di scernimento, tranne (e non sem-
pre) quello di andar disgiunte dal tipo che vi sta per classico, ed
è generalmente l'udinese. Cosi, a oagion d'esempio, vi abbiamo a
p. 319: pus, pò», puesi, pitédii, pòdi», póus, non d'altro accom-
pagnati che dalla indicatioDe del comune valore, che ò 'puoi'; e
a p. huiije, Ue,jéi, senz' altra notizia ae non che tutti e tre val-
gano 'lei' (nominat.), oppure: va', vtìu, vùo, vns, voi (nominai).
La sete di coloro ctie esplorano scientificamente queste materie,
lungi dall'andare appagata, dovette cosi farai, come ognun vede,
piti che mai tormentosa; e urgeva che si portasse qualche riparo,
massime in ordine al vocalismo.
A quest'uopo io procedetti nel modo che ora dico. La pane
principale, o come a dire il testo de'miei spogli fonologici, dod
contiene, di regola, se non voci che spettano alla varietà fonda-
mentale del Pirona, cioè al tipo udinese*. Quanto d'utile io
potei raccogliere da altre varietà, venni aggiungendo separata-
mente; e per le vocali, in ispecie, formai delle appendici, nelle
< E Bono tempre, al pari di qnelle che si trovano, senza ulteriore indi-
cazione, nelle 'Appendici', voci che ricorrono nel Vocabolario pironiuo,
tranne alcune poche, la cui provenienza é indicata per Coix. (= BnnM
Colloredo, Poeiie acÉltt, 2 voi., Udine, 1828), o per ZoB. (= Pietro Zo-
nitti; e delle due cifre che seguono, una cita l'anno, l'altra la pagina,
de' Buoi squÌBiti almanacchi). — Ma il tipo, che diciamo udinese, qDinU
parte occupa della regione Mulana? Dalle versioni della Parabola, di cai
si é andcchito il Vocabolario del Pìrona, appare che gli epettieo, tip-
porgiti, anche S. Daniele e Trieeaimo. Pur Ciridale e Palmanoota, per
quanto io me ne posso ricordare, non devono scostarsene gran latto, n
Chgbubini, ìq un suo tentativo embrionale di corografia friulana, Uscio
scrìtto (Bibl. Ambr., E. S. IH, I): 'Udine, con tutta quella piaonra ebe
'interclusa fra il Tsgliamento e il NatÌBon dicbina al mare, e colle prime
'falde montane a nord, favella qnel friulano che io chiamo gvutncù a
'centrai», ed è atipite da cni dipendano gli altri snddialetti del Frinii-
'Benché l'atticismo di questo vernacolo si riconosca specialmente nelle
'terre di S. Daniele, di Pera, di Mela ecc. alla radice de' monti *ano
'nord, esao però é parlato assai "pretto anche in Udine a nei dintonu,
'fin verso Cividale e l'Isonxo.'
[J,q,t,7CdbyG00»^lc
§ 5. Terrìtoij friulani: Esordio. 479
qoali le varietà ai raggruppano , secondo i diversi sviluppi dei
dittonghi accessorj, di cai verremo a ragionare in questo stasso '
esordio-, a ciascuna delle quali serie foneticbe, topologicamente
così accertata, feci seguire, preceduti dalla sigla Pir., gli esempj
che tra le varianti accolte dal Pirona con essa concordano.' Cosi
ne usciva, non già un lavoro o pure un abbozzo compiato, ma
un inventario regolato, e come un sistema di additameati per
la futura topografia fonetica del Friuli. Le varietà friulane, delle
quali, oltre il tipo udinese, io ho potuto aver saggi, pita o meno
limitati, si hanno poi nel seguente elenco, insieme coli' indicazione
de' miei fonti, le sigle per cui le cito, e qualche nota sulle loro
caratteristiche speciali.
A. Lido adriatico orientale,- 1. Dialetto friulano di Trie-
ste, ora spento, che dico tergestino (terg.), per distinguerlo dal
trieìtino, che oggi è l'appellativo del vernacolo veneto di quella
città. Unica, ma non iscarsa fonte tergeatina: Dialoghi piacevoli
in dialetto vernacolo triestino, colla vertione italiana, di D. 6iu-
seppe Mainati, Trieste, 1828. I numeri che accompagnano gli
esempj, rimandano alle pagine di quella scrittura. 2. Dialetto
friulano di Muggia. ormai sullo spegnersi <. I saggi che io ne ho,
si debbono alla gentile pazienza dell' ingegn. Vallon, nobile figlio
di quella terra. Entrambe le varietà hanno già molto sofferto,
nella fase in cui le vediamo, i caratteri friulani o ladini turban-
dosi o sperdendosi variamente, in ispecìe per gl'influssi veneti.
Di ciò si hanno prove singolari al num. 137; e un esemplare ter-
gegtino, che rappresenta al vivo la mistione, è miezo~di 17, con
l'i'e friulano, e l'-o alla veneziana. Differenze organiche fra ter-
gestino e muggiese, risultano ai num. 28 li in n., nell'appendice
air 0, e forse anche dai num. 144 154 in n. Ma entrambi sono in
iapecie preziosi per la pih antica fase che serbano nella posi-
zione nasale dell'é (il terg. pure in quella dell' cf), e anghe ai
num. 114-23; e il tergestino va poi cospicuo pel suo aut ecc.
•- ALT eco. (n. 10), di cui già toccammo a pag. 472.
B. Dall'alto bacino della Livenza al batso Mednaa.-
1. Dialetto di Pordenone (pord.), che mi à rappresentato da un
vecchio componimento poetico di Giorgio Couini (1754). Sono
28 ottave, ai numeri delle quali la mia citazione si riferisce; e
* Sul principio del IS70, lo schiatto maggiese, cioA il friulano di Mag-
gia, più non bì porlave se non in due o tre fomiglie, e dai soli vecchi,
quando conversavano tra loro.
;vGoo»^lc
ÌO Ascoli, Saggi ladini, 1.
io ne trassi oopia da una copia moderna, ma ben fatta, che era
tra le carte del Pirona. 2. Dialetto di Avìano (ar.), di cui i
un bravissimo saggio nella carte del CherQbini [E. S. Ili, 25). —
Questa varietà vanao singolari per la forma dal dittongo orga-
nico dell'o, che è Vito delle coatermiai regioai yenelA e veueto-
ladina (cfr. pag. 396 e 417).
C Sorgenti del Cellina e del Tagliamento. Qui cadFeb-
bero le varietà di Glaut e di Fornì di sopra, delle quali si
è toccato a p. 390, e tì si potrebbe rannodare quel di friulano <
che è nel bacia» del Tajont (p. 388-90). Ma io non riesco a scct-
ner bene, come si staccbino quelle due varietà (se pur se ne stac- i
cano per altro che non sia l'immissione bellunese) dal ripartì- |
mento occidentale del friulano della Gamia (D), alla quale, per j
ragion di territorio, spetta Forni ad ogni modo. I
D. Tra l'alta valle del Piave e la v^lle del Fella. {
E. Fra l'alto Cosa e l'Arzino.- La prima, e ben maggiore, I
di queste due regioni, è la 'Caraia', la quale consta, secondo h :
precisa indicazione dal Vulussi {1. e, p. 30), dei quattro distretti .
di Paluzza, Rìgotato, Ampezzo e Tolmezzo. Ma al sud di questa i
regione, nel gomito che fa l' alto Tagliamento,, è l'altra minore, j
cbe non può, nell'ordine dialettologìco , andarne disgiunta. Per
la 'Gamia', prescindendo da Fonti ài sopra (C), ho saggi della I
varietà che seguono: 1. Dialetto del Canal di S. Cangiano*, cìoi
della valle della Pesarìna (pes.), convatla del Degano. Oltre
la parabola presso il Pirona (Pesariis), un elenco di voci e locu-
zioni, procacciatomi dal Gortani (Prato). 2. Dialetto del Cano-k
ài Gorto, valle del Degano; dove distinguo gli esempj di Rigo-
lato (rig.), questi pure venutimi per la molta cortesia del Goa-
TAMt, da quelli di Collina (coli), presi alla parabola del Pi- i
rona. 3. Dialetto del Canale di S. Pietro (samp.), o Valle del
But, i cui saggi provengono dalla penna dello stesso GoaTAHit I
che ivi risiede (Arta). 4. 5. Varietà di Lauco (lane.) a Ver-
zegnis [verz.), tra il Degano e il But, il primo alla sinistra, il
secondo all^destra del Tagliamento; saggi molto scarsi, raccolti
da ma medesimo. Finalmente, per l"alto Cosa', ho un lungo
elenco di voci della varietà di Clauzetto (clauz.), che mi son fatto
dettare dall'egregio mio amica, l'avv. Ant. Baschisra, nativo di
colà; e si aggiunse, pel versante dell"Ar£Ìno', la parabola cha
' Cattale (candì) per valle nel cui fondo «corrooo le acque, é notarale
proprietà del Friuli; cfr, Pir,, s. ianal e p. 577.
:vGoo»^lc
g 5. Toi-ritoij friulani: Gsordio. 481
ha il Pirona da Vito d'Asin. Ora, circa la 'Caraia*, tanto
é facile sentir dira che la sua favella la distingua dal reato del
Friuli, quanto è difficile, e anzi fu per me impossibile, il trovar
descritU, pur sommariamente, i caratteri distintivi della lingua
camiéUa *. E io qui riasaumendo il poco che mi fa dato osser-
vare su quel poco che i friulani mi hanno lasciato vedere, fo
notare imprima, che nulla ebhi dal Canale di Socchieve (Ta-
gliamento, all'ovest dello sbocco del Decano), e nulla da quella
d'incarojo, cioè dalla valle del Cbiarso, con valle del But. Ma
da ciò che io posso conoscere, risulterebbe cbe la sezione orien-
tale della 'Carnia', cioè la sezione cbe à all'est della valle del
Decano, si distingua dall'occidentale, per mancare in quella i dit-
tonghi improprj {v. appresso), che allignano in questa e sì con-
tinuano fra l'alio Cosa e l'Arzino. A tutta la Carnia fa comune
il Gortani un particolare allungamento dell'-a nell'infinito di pri-
ma conjugazione. Ma non siamo forse limitati, aè a quella forma,
né a quella vocale. Così: pes. sunda, balda, tortiaad, puartaadf
pe'éaad, paari padre, soold, ruuba la roba. Comune a tutta )a
Carnia, ma forse in varia misura, para ancora il fenomeno, che
si può descrivere, in modo breve e cauto, col dirlo di e nelle veci
di i (xs) veneziano (cfr. p. 383). Così: pes. 'cdléa calza, fd snà
fai- sozzo (imbrattare); rig. aàdr {ma anche nel gruppo udinese
pare dal Pirona che si abbia aèdi allato ad as^àl) acciajo; samp.
nocóe nozze, creance eoo. Anche il e nella continuazione di ce ci,
e lo 2 in quella di oE Oi o di j, saranno entrambi nella Carnia;
ma non mi è ancora dato di parlarne con piena sicurezza 3. Da -
Lauco sentii cerca (allato a fiera »; Vurzegnis; perca]; e non è
già da credere che il e aia promosso dal 'e che è nella sìllaba sus-
seguente. A i deve accostarsi, almeno nel Canale dì_S. Pietro, lo
z di xerm germe, oitsi ungere, lenar geunajo, ecc., che il Gor-
tani descrive come 'intermedio fra il et e il xi'; cfr. pes. molai e
rig. mw>lói, *miìlgere, rig. faédul fogiuolo {iffj). Ad ogni modo;
ho sicure le serie di Clauzetto (Alto Cosa) che ora seguono : ìierà
' Il LeirsT {Terta eenf,, 67) adduca l'orazione dominicale dal Librtt
in Ungh» clùargiUe di L. nA Rivo (Udine, 1773), che a ma non fu dato
di vedere.
' < . . . il direrso modo di pronunziare il e nel dialetto frlalano, pud
farlo dividere nella zona pianigiana, dov'esso d in molte parole Eibìlante
e nelle due regioni marina e montana, duve si pronunzia in forma aapra
e del tutto diverga.' Leicht, Teria cent., 40.
* Circa i valori di p e e, v. l'annotazione io fine di questo esordio.
Archivio glottol. itti., I. 31
;vGoo»^lc
e AmoIì, Saggi Udini, I.
'tì&Tt terzo, miéò messo-,- céil cielo, céne, àmt, céet ciglU, cint'U
viétn, gtdce;~ iodi } di contro a ogni i venexiano: miiie mei»
{miéìe not); cuzt'ns cucina; faìàul, raxàn; sàvi»; imóU a. US,
ttrénii, ecc.; finalmente a: nati not, nascere nasce, d^ii dieci. Ma
gli stessi fenomeai palatini e palato-linguali, pur ai raccolgono da
oltre parti del Friuli (F-ff). Intanto sì veggano ancora, per le
Tarietà camielle, oltre i dittonghi acoeasorj, l'append. all'O in f-,
e i num. 71'2, 105, 107, 144, sempre in nota.
F. Canale del ferro, valle del Fella {fell.); e pnre il sag-
gio di questo dialetto fattomi avere dal Oortahi. Qui sì conti-
nuano i fenomeni dì cui testò si parlava: buine-^dée, cndinòt,
ombraéà {" ombrizsón Pia.) ombellico; bracaUtt;- éarnéli n. 118.
camiétù (t, num. 75,n,);- da-ónii aggiogare. La differenza tra il
ripartimonto orientale della Camìa, e questa attigna regione,
pare essere scarsa.
Q, Fra il Celli Da e l'alto M ed una. Scarso elenco di veci,
che bo senUto io stesso da Navarens (navar.) e da Forma io
quel di Maniago (man.). Me cito in questo luogo, comuni ai iae
paesi: cer'cà;- ^i (° clauz. it] fful, ire ito; guéiba [dìes] jovia.
. Dì Tramonti, alle sorgenti del Meduna, ebbi qualche saggio, cu-
rioso ma incerto.
H. E senza perderci ad avvertire altre mìe lacnne, finiamo
rientrando in quell'ampio territorio friulano che si atende all'est
del Tagliamento, dal confluente del Fella in sino alla foce. Qui
discemiamo il tipo udinese, di cui gi& si è toccato; e il tipogo*
risiano, non guari diverao, circa il quale si possono vedere i
numeri 28 II, 71-2, e S7-8, in nota. Molte altre snddìa ti azioni' sono
riservate all'avvenire; e per ora non si son potuti aggiungere saggi
speciali se non da Talmassons (talm.), fra Codroipo e Pol-
raannova, donde raccolsi io medesimo una serie di voci abbasUota
copiosa. Della qual varietà vanno intanto qui addotti [cfr.D-8ì-
viùóe viuzza; giace;- àer'éà, éent'ie, dolé;~ giner, in-téngi tiogere,
^àvin, gitnà digìasare (maju ecc.), viàrgi n. 99;- plaié plag.
Rimane, per questo esordio, che io accenni come ho ricoitrutto
la storia dei dittonghi friulani, che era la parte piti attraente e
piti difficile dell'indagine qui iniziata. E dird brevemente, che i
dittonghi friulani, vale a dir le vocali combinata che nel friu-
lano rispondono a vocali scempie latine, vanno distinti in tre spe-
cie, lo quali denomineremo: 1. degli organici; 2. dei seriori;
3. degli improprj.^Qli organici sono gli antichissimi dittonghi
;vGoo»^lc
g 5. Territori friulani: Ewrdio. 483
romanzi i&Wé e dall' <), e ancora dallV e dall'd in posizione, ii
lìngua latina, che nella loro integra forma friulana sono té ed '
%té, e si contraggono, secondo le norme che a sao luogo sodo de-
scritte, in t ed lì (num. 23 28, 53 56). Ma una delle precìpue diffe-
ronie, per cui la base di molto varietà friulane si distìngue dal tipo
cba pad denominarsi, per brevità, di Udine e Ooritia, sta in ciò,
che in quella scarseggiassero i dittonghi organici, i quali in que-
sto, all'incontro, abondaoo per modo, che nessun altro tipo ro-
manzo per avventura velo supera. Cosi, a cagìon d'esempio, rima-
sero primamente quello varietà a ped (anziché *piéd pid), o a inor
(anziché 'mttér mùr), tipi ancora supecstiti. Ma in un periodo se-
riore, che non cessa per questo d'essere antico. Ve e l'ó, rimasti
immuni dalla dittongazione primitiva, vennero a quelle espan-
sioui che noi diciamo dittonghi seriori, e sono éi ed dw (pUd,
móur); la qual dittongazione si dimostra seriore anche per ciò, che
ne vanno involti non solo 1'^ ti ì'ó che rispondano a é (od cb')
e ó latini, ma pure, in diversa misura secondo le varietft diverse,
ogni altro ^ od d di anterior fase friulana; quindi pur Ve di -ér
■= -ARIO (p. e. fomaséir, num. 9), o l'è da e {p. e. azéit) e da t
(p. e- péli), o pur l'd da 6 (p. e. colóur) e da m (p. e. crtfup).
Finalmente, Ve e l'd di anterior fase friulana, sfuggiti anche alla
dittongazione seriore, vanno incontro* in determinate varietà, alla
dittongazione che noi diciamo impropria, la quale àk le forme ia
ed uà [p. e. [ajoia -'ave; uam "'om), colla seconda vocale che
si piega al genio diverso dei diversi vernacoli (t'e l'e, ecc.). I dit-
tonghi improprj non escono, per quanto Ìo poasio vedere, dalle
regioni che testò distinguemmo con le lettere C, D, E. Mira-
bili concordanze si hanno, del resto, fra la storia dei dittonghi
friulani e quella degli engadinesi. Così, a dirne brevemente,
l'Alta Engadìna scarseggia nel dittongo organico dell'^ ('^*)
a doll'd (•(Irf te), e viene all'ei seriore per il primo, e all'o» per
il secondo (p. 170 n., 179, 181). Coi dittonghi improprj del friu-
lano, vanno poi confrontati gli ea oa dell' Engadina (n. 27 «, 50),
e in ispecie Ì'--oa = -o della Bassa (p. 234). 1 tre segnacoli delle
tra diverse età, posson natumlmente raccogliersi in una varietà
medesima; e cosi uno stesso vernacolo friulano ci darà uéle olio,
fótte fuoco, vuai 'vói occhi (Glauzetto) -, come la Bassa Engadina
(1. e.) ci offriva: taso locus, sóttien solent, poa potest.
]> serie degli esem[)j dei dittonghi seriori ed improprj,
stanno nelle 'Appendici' alle vocali e ai dittonghi tonici. Che se
indagini ulteriori varranno a compire e a f assodare la teoria qui
esposta, essa rimarrà pur sempre inconcussa; e delle difficoltà
;vGoo»^lc
4 AbcoIì, Saggi ladini, I.
ornai superate, e della aicurezza che i nostri scernimenti hanno I
ormai coDBe^uito, è agevole e non sarà affatto saperfluo il dare
per chiusa qualche prora. Cosi l't'e che la varietà di Ctauzetto
ci dà in miei mele, non ha nulla a che vedere coll'ié dell' itti.
mièle o coH'ie friulano onde al ha l'i di mil (n. 23); ma qaeìto
rappresenta la prima etA glottologica della gente romanza, e
quello l'ultima. Ugualmente Vùo («ùa; p. e. vùo voi) del datile
di Qorto, nuli' ha che fare coU'ud della sezione occidentale (per ,
es. daspuó); ma questo è organico, e quello è improprio. I dit-
tonghi seriori ed improprj hanno sempre, nel friulano, l'accento
sulla prima vocale *. >
Circa le diffareoie, che tra la ortografia del Pirona, e la traicri-
zione che qui ai adopera, hanno dovuto BVTanire, va principalnWDta '
avvertito che e vai per noi come un s di pronuncia francew, laddove
il Pirona l'adopera per e (e ital. di aelee). Circa l' esatto falors dello
tee tei del Pirona, ai rimane incerti; e io traecriwi, per approsei-
mazioue: tf. Sarfc probabilmants il nostro s. La esplosiva palatina eli«
surge nulla formola ca, si trascrive da noi per S ( cdse | ; e quella cha
Burge nella formola oa , per ^ {^all). Tra (fuesta palatina a lo ^ ebe
in qualche varietà viene da i, e anche risponda al g di oi ci, la '
differenza è perspicua; cosi tatm,: pati, ma glner ganaro. 1
Vocali toniche,
d. A.- 1-8,10-17. Intatto; quindi: puarld portare; 'éàse; pan;
carni o^'. cald, falde, fals, falg, 'calcine, 'calze; denànt, tant
~dr{o. tante, ecc. 9. Di -a'rio avremo due principali continuatori;
•àr ed -tr ■ '-iér (cfr. num, 23 e 67), che rispondono alte due
figure italiane: -^ro (calzolaro) e -taro (argentièro), ovverà-
mente alla figura coli') atono assorbito, e a quella che aveniiD
l'i da antichi tempi attratto (-AIRO -^RO), ci offre la normil
continuazione di un antico w ^. EsempJ di àr; sia primo pai*.
■ Locche naturalmente non aaclnde che altrova pur gli organici posnno
aver questo accento. Vedi in ispecie a pag. 389-00 (Erto), dove la comiils
dell' ^« (organico), che ò dei territoij bellunesi, pud conflaire coll'fa la (im-
proprio) della Gamia.
■ ' Cha il tipo italiano jirimfero, prov. primisr, frane, premier, ai radagli
a primario per attrazione dall'i, d ricoQosciuto da luogo tempo; ma non »
ae alcuno avesse ancora irasginata la solezione, che il testo addila, dei pro-
blema fonetico che pur sempre rimaneva. Poicliè da nn romanzo prinutira,
o sia anche per parziale ^saimiluzione : priméii-o, coma saremmo coocorìe-
;vGoo»^lc
§ 5. Terrìtoij frialanii ti. 485
paro e pari, allato a parie, unitamente, per la cui ragione ai
rivegga la p. 275; indi -(ir = -ARiDM: star, armar, solar, gra-
nar, hlavàr (quasi 'biadarlo'), gelar, ledamàr, pajàr, codàr
(cfr, pag. 381) , falgàr, fumulàr cappa del camino, furmijàr, ga-
Unàr, pulgàr, suriiàr, "C'avràr nome locale, guielàr agorajo
{pag. 76 n,), seglàr = yeasz. seéér {sechier), mortàr, mijàr;-
-(ir = -AR[us nel nome di meai e di alberi: ienàr, fevràr; pomàr,
'castindr, fajàr, moràr, mandolàr; nel nome di chi eserciti
un'arte ecc.: a-ntedàr v. n. 62, be'éàr, Ix^vjàt; pioràr v. n. 23,
ferclàr, 'éalderàr, 'carhonàr, formadedr formaggiajo, ecc. -
Ora agli esempj di -ir; .imprima l'aggettivo in funz. avverb.:
vulintir; ìndi -ir = -KmvM: 5tau^fr stabularium , cuartìr, 'éal~
dir, 'candelir, doplir, lavorir, cutn^r '^yenez. con^iér, pensir;-
-iVs-ARius: levrir; consejir, fornazìr, cuintrìbandir, ecc.- E
passandosi ai continuatori della figura feminile o plural neutra,
la cosa si rende un po' complicata. Poiché avremo: l." -àrie ed
-'^re, cioè un doppio parallelo ieW -àr, la qual serie può addi-
pittura rappresentarsi pel nome àrie are aja; 2." -iére, che è
l'esatto parallelo dell' tr (v. num. 23); 3." -érie -ère, le quali
forme hanno il loro parallelo mascolino nell'-i^T* dì cui è parola
nell'appendice, e al pari di questo dorranno il loro é a. na ài
romanzo (cfr. nel frane: primaire allato a premier; e nei dial.
Yen.: zenér allato a ienir ecc.), come sarebbe, per citare un
opportuno esempio da] friulano stesso, in s-cépule 'cdÌT[j]ola, del
n. 100. Cosi avremo la distinzione fra I'air {£.'&) di formazione
antica, e I'aib seriore, ribadita per doppia serie di esempj friu-
lani; e il tipo -érte, cioè il tipo dell'attrazione seriore con l'»
organico che tuttora persiste, ha il suo parallelo nell'-iCSiA
(■disia) ài antica formazione che si ricava dall' it. ciliegia ecc.
=>cer£esia (cfr. n, 101). Le molteplici figure friulane perciò in
fondo si radducono, cosi come quelle degli altri idiomi romanzi,
0 ad -àrio intatto, o ad -arto con l'attrazione di varia età.
raeuU venuti, in tante favelle, all'iV o a'suoi normali anccedanei! Olì A che
«'ebbe Uua corrente di attraziooa %\a da tempi romani, che t quanto dire,
pel nostro tipo; PR1M,SB0 allato a primario. Su di che ritorno altrove, e pnr
se ne ritocca nel teato. Ma qui ancora ricordo la esatta corrispondenza che
dal bacino della Qadera ai viene ad aggiungere per la copia friulana -Ar ~Ìr
(p. 354, 357).
;vGoo»^lc
486 AbcoIì, S&ggi ladini, I.
correttamente affermata e riflessa. E ora agli esempj per le di-
Terse riproduzioni friulane di -ària, secondo che testé le enu-
merammo, aggiunto il mascolino, nella prima serie, pei nomi
di chi eserciti un'arte ecc.: 1. fornàr fornàrie, latàr (lattajo)
-àrie, fUsàr -àrie; 'C'aràrie nome loc; massàrie nel sigiiit.
di fantesca, e massàre fem. di massàr fittajuolo; colombàrie
-are (ed -ère), caponàrie, 'gatàrie, pedoglàrie, pulgàrie, suri-
édrie; lissivàrie lissiàrie, tenarie {-ère); clavàrie, panàrie,
musolàrie, luminàrie {-ère), secàrie seccura, mandrie man-
naja.- 2. salatiére e bandière (-dère) si possono sospettare im-
portati; più sicuro h resteliére allato a ristielére; ma l'esem-
pio migliore (comunque esso pure non estraneo al veneziano)
è pivière, frc. civière, mil. sivéra, il quale, comunque si abbia
nell'ordine etimologico a dichiarare, di certo riproduce la desi-
nenza -ASIA ■EX.k '; e ancora sì aggiungerebbe: matterie mat-
tezza.- 3. glérie; stadère -èrte, caldère -èrie, rauchèrie {sino-
nimo di grocàrie) raucedine; lavandère, ustère; temere tomaja;
gloQére, fazanère, ecc.
I. Appendice all' A.- 8.8- NoteTole è fì-éule allato a frdule (e
fldurie, con invertimento delle liquide, e -dure in -dttrie seconda
l'analogia del n. 6) •fra[g1uie cfr. n, 184; dove si tratterà vera-
mente di un restringersi del dittongo accidentale [d-v) che sorge
nell'antico sdrucciolo, come in ispecie 6 mostrato da scréult allato
a tcróule {6-a] scrofola, n. 133. Altro esempio di eu da un au Ai
moderna genesi , è freulir manfanile, cioè •fiavelióf , cfr. p. 304 n.
e il num. 233, ma non conchiude, per esaere dì formola Alona.
É poi affatto incerto se sìa éu da du in tréule allato a tràvli,
treggìuolo, o in tréuli, tardo, etiracchiatore, poiché risaliamo a
'trahere' *tr^ere ecc., e quindi possiamo avervi e^ai, com'è
p. e. in tnéitri 'maìstro. Ancora é^à io émal''dmul, mirabella
(aorta di pruna), il cai d si conferma dal venei. dmoto, bdsÌdo
(forae il lat. hamula, quasi 'prugna ampollina'], e per la cui e
va considerata l'è atona del nome dell'albero: entaldr, secondo
il num. 71-2. Restano scherm = icarm , venez. scanno, magro,
scarno, e contrést'^-dit, a entrambi i quali sta allato il verbo
coll'e a formola àtona: schernii = «carmi, smagrare, contreilà.— ■
), 9. terg. pinsiér 52 113, chiaudiéra n. 10; il cui té ai potrebbe ripe-
' n tose, cioéa (•cJTéja, cfr. matsià.) non si concilia colle formo dogli altri
idiomi, M non data qnaata basa; e anctie citano un tose, cioera.
;vGoo»^lc
g 5. Territoij friulani: à. 487
t«re dall'italiano, ma h conseotaneo all'iV che ci è offerto dalla
stessa varietà per 1'^ e l' ^ di posiz.;- av. freccAiVr. L'ultimo
esempio, di ortografia per ma incerta, rappresenta forse la fase
dell'-^r (t. il testo], alla quale, secondo che vedemmo Dell'esor-
dio (p. 483), sta legìttimamente allato, col dittongo seriore, un
—éir\ pord. penxeiV; Pir. xxziii: 'la pronancia antica friulana,
che ancora si mantiene in qualche sito, è barbéir, intéir [questo
esempio spetta veramente al a. 23], caméir, ecc.'; e come l"an-
tico' del Pirona si coDcilìi col nostro 'seriore', può ancora vedersi
nell'esordio. Lo stesso autore, in una comunicazione inedita, dava
\'-iÌr per 'rustico'. Ora esempj di -^r ed -éir dal suo lessico:
volentér -léir; tesser {venez. id), livrér levriere; tramessér -éir
(f, -^re) procaccino, famazér ~éir, forester -iir% ostéir;- 'éalder
-éfr, dopiér -éir, lavoréir, pentéir; ecc. 10. 67. La prerogativa dlt ecc.
della varietà tergeatlna, a cui già ripetutamente si alluse (p. 472
e nell'esordio), risulta dai seguenti esemplari: aut 24 80 100,
auta 75, autdr 899197, auttìdaOO, satitdii; chiaudiéraSSZi,
(aut falce 23 (pi. id. 98), chiauchidra (nome di via: 'Calcia',
cfr. pag. 288 e 383 n.) 35114;- tióut un volto 36 89 ecc. , góud36
(pi. 37), loudd 42 105; e vi mostrano la formola illesa, cioè rap-
presentano il venetismo invalente, i soli che seguono: altro -a,
pi. ~i -itti- udita 686976 (cfr. uóut), e chióU "tjolt (preso) 154174.
Ma all' infuori della vecchia Trieste, nessun sicuro esempio ci dà
più il vocabolario friulano per dui «alt ecc. Potrebbe sperarsi
che la vicina Muggia serbasse ancora il fenomeno; ma gli scarsi
miei saggi danno per quella varietà : altr, aliar. Bene è aun •• alk
in aundr ontano (ainua) Pi&., e sarebbe esempio validissimo, co-
mechè di formola àtona; ma non si pu6 considerare specificamente
friulano; V. pag. 13, e cfr. aal num. 144. Piuttosto importa naa
terza figura del nome di quest'albero: olndr, per la fase dell' of
(cfr. n. 68), la quale potrebbe anche avere per eè: ortdr''aUdr,
malgrado orméMe n. 70; ma dis-cóU scalzo, esempio molto dìf-
fnso (cfr. p. 471), non ha vera impronta ladina, per esservi inctv
lume il e. Anche tolp, tronco, pedale (cfr. venez. tólpo), allato a
talpón, toppo, ceppata- (vene z. id.), è un esemplare che non con-
cbiude; e affatto illusoria la sembianza di óud-óld in §àitdi
-'ffótdi num. 68, cfr. queir append. Resterebbe di tentare 1 nomi
locali; e qui ulteriori indagioi potranno recara qualche buon
frutto. Poiché ben v'hanno molti di quei nomi in cui la formola
si mostra intatta: Vil-dUe, Val-cdlde, Fdl'èe, 'Casdlf {air. 'C'dte-
-bldn'àe), ecc.; ma oltre Ause - Àlsa, nome di fiume, già vedremmo
A'upe, n. dì un torrente e di un casale, coincìdere probabilmente
;vGoo»^lc
4'!8 Ascoli, Saggi Isdici, I.
colla Eeconda parie di Rìcdlp, n. di villaggio; e ViUdàtl (-d-oli),
D. di casale, par sicuro esempio per la fase dell'rii-, cfr. UilUrit
icc. = Oltùris ^ Altùris, altro n. di casale. 18-lS. Circa m'é étici
»-dn'ce n-^n'óe, v. pag. 413; circa frinii i num. 189-00;- di tenl
tènie, la p. 457';- e castive {castindr) deve rivenire a 'casté«jt,
cfr. p. 276 e il B. 28 IH, col j assorbito o attratto». Gli si aj-
gìuDge: clauz. vuade'ìi, allato a compatì ecc. della vanet& me-
desima.
i. 'E lunga. 18-31. Di regola resta e, e in un esempio è indì-
dicato che aia stretta. Citiamo: ave o «| ', dove, plasé,paré;
sèmide, fémine, plen, velén, ver, sére, sède, plev, sev, ecc.
Non manca pur qui l't-e {cfp. n. 32); ma l'esempio che sarebbe
il più schietto: pline, 'quel numero di buoi ch'è necessario a
condurre un aratro' (quasi 'la muta piena') ^, non appare il più
sicuro. In sinptr, allato a singer, e munisHr -sléir, si tratterà
dell'e che passa nell'analogia dell'e (n. 23), come si vede an-
che dall' e aperta degli italiani sincero e monastero, e più da
singiér e monastiér del veneziano. Nel secondo esempio abbia-
mo assai probabilmente l'effetto dell'i nell'iato, che nella pri-
mitiva forma susseguiva (cfp. l'ital. fier[i]a feria; e da « secon-
daria: it. viera, fri. viérie, "varia Tiria). La qual ragione rende
esempio di mal certo costrutto anche glisie allato a glésie. - Cu-
rioso èpostòime allato al genuino postème; e deve dichiararsi
da 'postem-ja (che ho realmente sentito in qualche varietà ve-
neto-friulana), coU'^ in posiz. romanza che si assimila al m
(cfr. p. 313 e 354), e il J attratto (num. 235): -temje -tg'ime.
Circa Vie di piés pejug, è da considerare che l'ha anco il gar-
denese (pag.368n.), e da cercar;ie la ragione, per entrambe le
favelle, in quel pareggiamento fonetico col continuatore di 'me-
lius' (fpìul. miéj), a cui pure altrove accennammo (p. 313).-
Di erodi allato a crédi, v. C. Ili, 3. E ancora s'abbia: pirii
i. (t. p. 15 n.). E brave. 22. hen, ven, len, che altrove con-
' Si agginnge da od doeum. del 1432 (cfr. p. 492 n.): Stm t Sentii.
» GoRT. 587: 'castine; cfr. num. 219 n.
' E chiusa Bari, ugualmente l' e di ogni infiuito di mcouiIb. Si ag^juip
dìfatti, ancora dal Pirona (ixvi): wdè\ e insieme; fede, per cui si "EP
fida ecc. a pag. 313 e altrove.
' ZoR. 34, 81 86.
;vGoo»^lc
g 5. Ttìrritorj friulani: f. 489
veniva raccogliere sotto il n. 25; e s'aggiungono: iénar tènero,
prèmi premere premo, tremi tremo, dove ancora segue nasale.
Anche in mei e fél, nel secondo in iapecie, apparirebbe pre-
valente Ve intatta (cfr. 23). 23. L'integro dittongo dall'^ (t^
è conservato dai seguenti eserapj, nei quali l'àtona della sìl-
labasuccessiva chiude la parola: mìédi 108, rimiédi; [insiédi,
succedaneo d'insedi, panchetta del tessitore]; masiére, succe-
daneo di masére masérte, che è un esemplare 'sui generis'; siée,
allato a sée eco , sega 165, cfr. pag, 372 ecc.;- fié[v}re ' ; pal-
mière -iérie; piére, Pieri, viéri cfr. p. 405, Ctir-viére nome loc;
jéve *liéva 97. A formola divenuta iniziale, com'era nell'ultimo
eaennpio, si mantiene ancora Vie (jé), dinanzi a -ur {"-vur) in
jéur 'lìéur07; e analogamente in jéul {o néul ='n-iéul) ebu-
lum, cfr. p. 393, circa il quale esempio sussiste tuttavolta qual-
che lieve dubbio iij proatetico^. Ancora merita ricordo il nome
proprio Stiéfìn.- Del rimanente, Vie si riduce ad { (cfr. n. 52-3):
grim 87-8, Xr jir, initr, mistir, sir, mìl e fìl (Pir. scii) cfr. 22,
ftd*, dlQ dieci, tivid. Cosi Vie ottenutosi per trasposizione del-
l'accento latino: mujirQl; o quello che surgo da e second.;
griv (e anche grtvi, allato a grev grèvi). Rimarrebbero tre
esempi <^' ^ primaria in base sdrucciola dinanzi a nasale: zìnar
genero-, iimiil gemino-, vinars véneris-dies; circa i quali pu6
dubitarsi che Vi sia un'e oscurata dinanzi a nasale (cfr. n. 28 ecc.),
anziché la risultante di iè, malgrado che Vie pur compaja nella
sezion più orientale (v. Tapp,). Ma le coincidenze col rumeno {0i~
nere, vineri Vinere) che inviterebbero a questa dichiarazione,
vanno ad ogni modo considerate con cauta critica; di che nel
' clan*, fiore.
' Mi rimane il non facila pióre pecora, la cui dichiarazione si può ia dop-
pio modo tentare. Potremmo Tederei *piéure *pié[g]vre 167', con éur che
passi ia ('{uji-, vicenda che altrove ci eccorse frequente (p. 377 ecc.) e vera-
mente è uà caso di assi mi) ali line regressiva, analogo a quello cbe avemmo
uelto stesso friulano sotto é. Starebba contro questa dìchiaratione, runicìUi
dell' esempio. Oppure potremmo venire da *piéor4 a *pii6re, per quella nor-
inale vicenda che è descritta al num. S4. Ma qui avremmo contro, che *p\étirt
e non 'piéore A la normal figura di fase anteriore, si per le ragioni dell'o
àtono in eé medesimo, e b\ pel dileguo della gutturale che dobbiamo repu-
tare avvenuto dinanzi all'u.
' man. claui. pie; cfr. l'append.
>vGoo»^lc
I
400 AbcdII, Saggi ladiai, I.
secondo Capo. 21. È caratteristico Vió da io = éo: mio cfr. 104;
jo; dtu, [déu], dio, ma insieme gó, che preauppone dia (n. 105);
iugó giudeo. Un esempio controverso ne avemmo ancora io nota
<r poa. al num. 23. 25. V. il num. 22 e il 23 in fine. E di posi-
zione.- 27. Qui è infrequente la vocale intatta. È nel rifiesso
di -MENTO -MENTE : armèni, formént, fumimént, feraménte
(•menta), e -nìentri num. 230. Poco o nulla dicono altri -ént:
spavént, steni; possént dispossént, infetént; oppure di^énù
disférni. Per -ello -ella, appena si possono citare: foméll,
aneli, novell; curdéle, forgéle, pastoréle, [pevaréle], e pochi
altri che rientrano nel numero seguente ^ Mi restano (cfr. 2S
ITI): tett, eressi, véndi, im-pénsi (penso, curo); e in posizione
romanza: veni vengo -a. Notevole come questa serie, quasi ano-
mala, incontri, per la miglior sua parte, richiusa, nella pro-
nuncia dei Toscani, anziché t'aperta, come la posizione porta di
solito ; cfr. -mento, -mente, ietto, crescere {lat. crescere), rendere
(lat. vendere). 28. La forma integra del dittongo (ié) tende
ad allargarsi dinanzi a r (t^ ià^), e all'incontro si restrinse
davanti a n e m {té 'ii i; cfr. l' append. e i num. 23; 52 e 56).-
1. biéll, t. hiéle; riviéll resistenza ecc. (rebell-); purfell -iéll,
ugéll ugiell, pi. ugéi ugiéj, vasgell -giell -giéj, 'capiéll •piile,
pertiéU, curtiéll -tiéle, vidiéll, scudiéle, taviéle campagna
coltivata (tavoliere; ma: tavéle nel signìf. di mattone sottile),
triviéle, siéle, iumiéle, ecc. (v. ancora i n. 100, 102, 105, 107);-
piéll;- spiéli 118, viéli viéle ib.;- miéj 97; /tèste, tempiéste,
Vieste, dismiésti 223, finèstre ecc. 102; miézz mièie (cfr. miei-ii
e mii-di; mieie-làne meze-làne); piézz piazze; siétt, jettTi,
difiélt ecc., rispiétt, spiéti io aspetto, piétin; tièssi 174; e an-
' aneli, agnello, pxtò coiupeDdiai's *a!ìiéll, e quiodi epettare al nnmero
che Hgoe. SuperBao a poco meno è poi il notare, che tatséll, passili (ae-
citriuo della ruota), riTeagoao ad -i'llo: taxillo-, paxìtio-.
• 'Gli Udina»! voltano volentieri Ve in a, come ptdrf, aoidrìi, jarsht,
invece di ftVrCecc' Pia., ajàrbe.- 1411: albiarc albergo (UJine).- Maaoclit
TalmauoDB mi dava: piàrdi piSrd, diutr, Hdre, fcc, a pure àrbt, che ritro-
Tiamo fra poco nel testo; e coA Qorizia: vidrs, tiara, fidr, ecc. Nò diieraa-
maute il terg.: tnuiar 6 ecc., detcouiàrt 76, tiara ecc [e anche fuor di po*i-
zinne: mijdr emm^ (jrfr 28),jara waHl (jéra'W); eie. gOTÌt.jdrijdrtt]i
laddoTS liei mngg.: inoter, euoiéritr, par. Cosi: pea. itrba, coli. (■ iiin, f*U-
:vGoo»^lc
g 5. Territori friolaui : é. 49t
Cora Y. il num. 43.- II. infièrn -iér -iàr, inviérn -ter, guviérn,
stiémi stiàrni sternere, miérli menila (posiz. romanza), fiérr
fiàrr, nére tiare, siàre lat. serra, siérv siérve, nero narv,
tiérmi tiàrmi-d 233*, viérm -iérn -iérr -iàr, viérs sost., viérs
viàrs prepoa., diviérs -viàri, ruviérs -iàrs (v. pag. 17 n.), so-
miérxi -iàrii 189, [a]viérit [ajmàrii 99, avìért aviérte aviàrt,
cuviércii, cuviérte, giért, mìért (posiz. romanza, cfr. p. 231),
lixérte -ziérte lacerta, piértie piàrlie 165, tiérz, piérdi piàrdi,
miérde miàrde, piérgule piàrg., miéroui miàrc, jérÒe jàrbe
(onda pur òrbe, coli' apparenza di é- in d- '; cfr. arsére à&Jar-
sére); supiérbi; ecc.- III. vint; dint, Hnt, vin'é venti; du-
-iinte 200, tre-iinteZ^ (ma rientra nell'analogia del n. 27, o
forse deveai a estranea influenza: gent 100, doi geni 200, ecc.);
smi sente; earpmf n. 160, ari'n^n. 190, wnirt, serpin(PiR. 699,
parint, corìnt, presinl, luzint, pierdint, ferbtnt n. 128 (ma;
ubidiént, coìVié che è pure nella Toce italiana), rastnt, ecc.;
Laurinz, credìnze, conossinze, timnte tenacità (cfr. -énzie
n. 107)^;- tindi contindt ecc., inondi e incèndi produrre bru-
ciore ecc., ofìndi, sptndi, riruU; mirìnde;- timp, simpri, tim-
pli la tempia. — Qualche singolo esempio di t* per é in jiosiz.
sembra aversi anche innanzi a i* e a £; ma in cuintir quinterno,
sì tratterà piuttosto dell' iV in posizione non più sentita ('cuin-
tiér), il quale entri nell'analogìa del num. 23; e restano: vtru
viro (Pir, 468, 556 e 565), verro; nigtsse necessità (v. C. Ili 1);
SIS sex; finalmente ts-al (= est-llle) è-egli?, l'esempio men con-
clusivo di tutti (v. G. HI 3). 30. 31. e 32n. Vedi 28. 32. mès,
pès; pais, cfr. 'Gardena' ecc.;- stéle.
Àppendioa all'È. 18-28— Kegistrìamo imprima l'importante i, i poa.
fenomeno del mantenersi nel terg. s nel mugg. Vie, da ^ ed é
dì poa., pur nei tipi in cui altrove si è ridotto o si ridurrebbe
ad t. Si notino pel n. 88: terg. e mugg. die»: mugg. miei, vie-
ne/- venerdì, oltre liever; pel n. 22: terg. biem madùra 15 (ma:
bemprest 8), tiénera 27 e pur mugg. tiéner; coi quali mandertimo
sin d'ora, per 1'^ lecond. (cfr. n. 4S): mugg. piel pelo, gUnetv,
piéoer, e per l'a{n. 87): terg. tiéeul 79; inoltre: terg. Mimitiérlò,
analogo a mumit'tr che il testo addusse al num. 18-21, e terg,
< Anch« ior^ allato a ien ierlt, 'aggiunto del primo latte dopo il parto',
sarà *iiirt> *iidn> acerbna.
* Si poetoD ricordare le fimne engadinesl di p. 173.
;vGoo»^lc
49S Ascoli, Saggi l&diiii, I.
niugg. tiéta, che ò un caso di schietta é;- dopo i quali escmpj,
ricordatosi ancora il n. 9, vengono pel 28 III : tdrg. iìént 109 1 15
{lent 39); ariinl (mugg. id.) 13 18 ecc. =riéra 71 ecc. (rmt 69 ecc.)
- Tenez. arénte appresso; tiént sento 39, tiénU-me 13 77, tienià
sentito 48; te contiénta 37, contiénta agg. 41, condVntt 113, alieni
25; scomiénx comincio 74 (ma: presémia 46); me ne intìénd 10,
intUnde inf. 41; spiénde inf. 43 {spende inf. 37, cfr. vénde inf. 46,
« uend 3. pers. 67, prefend 83) ; liémp 15 40 ecc. , iiemplo 82 83
84, iiémplo scempio (stupido) 14 22 28;- mugg. dìent (terg. t mii
dent 56), sarpient. Ma qui si aggiunge (cfr. n. 37) anche -miM
B -UENTB a -MENTO : t^rg. im a-miént (udin. eco. : a-mem C. Ili 5}
jn mente 100; malamiént 43 fallato a malamentre 42), antipa-
miént 82 (ma; fazilmént 14, oltre sinsieram^f 53, liziermént 29;
mugg. peraffienf ecc.);- terg. teslamiént 41-2 105, i miei ainoM'
mient 56, cfr. fondamiinta 75 76 84 (ma: trauamént 66), mugg.
furmiénl (terg. fruménl 31). L'analogo di questo doppio -mie'nt,
cioè -min([re] e -mini, ritorna all'estremità occidentale della rft-
gione friulana: pord. pmprìaminlreS 13, veramintre 12, «yi-
mtnt 12, argumint 25 (cfr. p. 434 n.) * ; e anzi avrebbe il dittongo
intatto, proprio come all' estremità orientate: ttriamiént, che k
nello scarsissimo saggio di Aviano. Dal pord. addurremo ancora:
conlirtt (■ contieni terg.) 25, tpavint 28, triminde 6. Ora pas-
siamo al dittongo seriore ed all'improprio (esonl. 482-3).-
K I. ói; da é fri. «e; terg. [h]auéi inf. 15 ecc., [hjaué id. 10 ecc.,
[hjaitéi 2. p3. pi. 13 22, sauéi inf. 8, aaué id. 25, uo^éi 2. ps. pL 24
34, poret sosL 54, as^i 58, Irei (mugg. id.), tutti esempj di -é,
cfr. dèi "de dito 109 {-é da i), e IV;- pord. doveir sost, 13, tw pa-
reli mi parete 3, oveif ib.; ecc. >;- fora, udì avere;- 'Carnia: i:^>.
plaiéi, tréi'; samp. réit, aséilì tatéit tacete!; fell. erétt erede;-
man. séif Bebam;- Pia,: savéi, tréi, [mìtnistéir]; — da é fti'é:
terg. pei 17 ecc.;- pea. coli. prfi-*;- clauz, déis, intuir; mttn.téir,
méil, féil, détg; taira, déig, péìd (pi. péis);~ Pìr.: nùttéir, tiir,
mei miil, déip, pé péìd (pi. péids péis; navar. : sg. pe, pi. p^"-'.
Claut: pes), cfr. sped tpiid; e resta jerjdir (claaz. tVir), dove, se
ìoj non è prostetico (e noi sarà; n. 229), Véi risulta il dittongo
di un'e che alla sua volta è il secondo elemento di un ditlango
' In un bando di matrimonio del 1432: overaminlri (allato a prìncipat-
nuntri); e se la riproduzione é esalta, questa forma accennerebbe alla seiioua
occidentale, alla quale potrebbe inaieme condurci 1' -a (i>of(ra, viila, ecc.).
' Nel bando di cui si parla nella nota praced,: voUy-ii aconpcigtià io 'ntp
tiutìrimoni.
;vGo.o»^lc
§5. Territoi-j friulani; é. 493
anteriore, coma è p. e. in jVi PiR. ''jé=He num. 218 (cfr, II); —
à&ÌVé di és fri. ''ém: pes. paéis, clauz. meis, pe'is; pord, jieij 1,
tédes meii 12;- PiR,: mét tnéis, pei péis;- e per altre posizioni,
essa pura non pib sentita, ci restano: claus. man. talm. iéù,
PiR. ìd. , e prèdi préidi prete;- Analmente, per éi dall' é di ié
(oam. 2Sl)i a&rap. spieili.P IR.: viéili. II. ia, [io], ie; Aa.éie=i.
fri. "è: rig. vio "ve avere, vedio-lo veder-lo, viol velo; claaz.
avte, vulie, plash, vidies vìdetis, s/e/'sebam, riet, viar (coli' e
in a dinanzi a r; fem. vére, cfr. sére, se'de);- Pm.: irte;— da
4 fri. = é: pes. tu sias = *s-és (tu sei), coli. rig. tu sios, cfr. rig.
aliogri; clauz. mie/, PiR. ìd.;- da é fri. -^ di pos.: rig. «ito»
masi, priodi prete;- Pir.: priedì;- e resterù nuovamente il caso
in cui si dittonghi l'è di un antico di ttonj^o (cfr. j'^tr ecc. qui sopra):
pes. uta, coli, uio, clauz. vuie, Pir. uie, *ué oggi, num. 62 I. Fi-
nalmente, nel dial. d'Erto: parcia perchè.
I lungo, 33. Costantemente inalterato: sinlf ini.; f.1, Un, i.
spine, uUv, scrivi, ridi, ecc. TuttavoUa, non manca affatto qui
pure 1'^ = /: lire e lére libra; deve strada declive, cfr. il nome
loc. Soclàv; gréne {grena anche a Venezia, di contro all' ital.
crine, piem. crin) ', allato al quale dovremo porre anche om~
hréne, ombra e ombrello, 'umbrina, cioè un derivato sul tipo del
prov. famina, spagn. neìiUna, ecc. (Diez IP 338). Cfr, C. III, 4.
— 34. fréd. I breve. 36-7. vie, di;~ netisie, mondizie. — i.
38-40. tèmi, pégri, néri, véri, nome loc. Pers lat. Pirae; pel,
nèv, pèg 170; védue, ded, im-pargévi-si percipere; ecc. Di viód,
io vedo, si tocca al C. IH 3. Idi posiz, 41-8, mil, mije 'mil- ( pos.
lia un miglio;- grispe e gréspe, [grépie e gripie], ckest e chist,
ditt e deli; poi una serie di doppie forme, nelle quali trattan-
dosi dì ne^so che incommcia por n, si può dubitare, che ri*,
pur dove coincide con l'i' italiano, sempre non sia la diretta
coDtinuazione dell'i latino, ma si possa essere da un' e secon-
daria, entrata nell'analogia della primaria (num. 28; cosi per
es.: string- -eni '-einz -ini), e quindi spetti al numero che segue.
Cosi: strénzi rìstrènii -strinzi, pensi impinzi dipènii dipinzi
dipént, ténzi Unii, spinsi spénii, fénii finzi fénte finte,
' Non dimentica, nel porre quaato eaempio, l'artìcolo grena dal lesa, del
Diez. Ma deiérie (venez, deiénaj decina, sarebbe esempio illosorio (cfr, apaga.
decena ecc.).
;vGoo»^lc
491 Ascoli, Sa^gi ladini, I.
cénii Qénte pnzi;~ lind léndul lindo; binde bènde; cfr. an-
cora assins absinthìo-. Con Ve ferma: mej 9*, conséj, fame}
faméje, tene tigna, den, créste, férgin, méti, vena il vinco, pc«-
gte; ecc. Un i venuto in posizione romanza: ét[ij^ elee ìlice. —
43. cavéslri e caviéslri, sinéstri (-niéatri), riéste ariéste ari-
sta; midiésim;- e fuor di posiz.: viérie, di cui sotto e.
Appendice all'I. SS mugg. munV, durmir-mier, jrier gire. —
8t. 89-40- Avremo i due dittonghi dall'c frial. = i , secondo l'esor-
dio, p. 482-3;- I. éi: sarap. fréià; seX; man. fréid; séit, déit,
ttéif, péili' Pie.: frèd fréid; niv néiv, pel péti, sed séid, peff P^V
pice-; cfr. tra i nomi di viti: 'negrìn o neiràn'-, — II. Va, [io],
ie : pes. d!at, coli, diot, rig. lemiot taroigio (spetta al n. 42; cfr.
n. lOI); olaoz. fried; diel;- Pia.: ft-ied. niev. 4S. Cfr. terg.
miète mettere 114, e resta piti volte il dittongo anche a forinola
Atena: mieftitfa59, ecc. V. ancora l'append. all'È.
o. 0 lungo. 46. Resta o, e per due eserapj c'è l'indicazione che
sia uno stretto: pr ', vgg; lintòs. fumós, crestós, vergoniàs, ecc.;
parón, deponi dispóni; óre, color, pastór, pescadór {fem. pe-
scadòrie, v. Ili 1), pastórie pastoja, potòrie beveraggio, fora'
dórie trivello; cod (ma nei derivati: cuédul, cuédule, siamo
all'analogia ddi'ó, cfr. p. 381 e 378, in n.); ecc. Due soli esem-
plari (oltre i soliti ju e dut num. 193) hanno Vii: oiUbar, cfr.
ScuucH. vok. II 111 (III SOO) ^ e scùrie scoria dei metalli. —
i. 47. Cfr. n. 46, 52 e 56 n. 0 breve. SO. om cfr. n. 52, ftoncfr. ib.,
ion, esempj che altrove conveniva raccogliere sotto il nuca. 51.
Inoltre: bo cfr. n. 52, pò e poi, cfr. ib.; viòle, pajóle forfora
('pagliuola'), musaróle, primaròte, scajóle; [bróili]; cóvul bica,
movi (amuévi), róse. 62-S. h'ué, cioè l'integro dittongo dell'ft
si mantiene incolume quando la consonante cui precede sia se-
guita da vocale, che di regola è quanto dire in penultima, e
solo assottiglia in i il suo secondo elemento, se la consonante
è n (cfr. num. 38 e 56); ma all'incontro riducesi ad u, quando
riesce nell' ultima (cfr. n. 23) ^ - I. scuéle, muéle, suéle, [spuéle];
' Allato al tipo dimiDutÌTO: órlii cfr. pVo e órlo nel veoeiiano-
* Delle coneordaue ivi addotte, va uaturalmente espunto il aicil. olhteru,
che nuU'ba di particolare, l'ù hÌclI. essendo la coatiaua risposta dell'^ l*t
* Per questa riduzione, pnC confrontarli 'Colfoaeo', p. 361; e anche /Wj'oc
lue nell'ant. proieni., allato a fuec ecc. (P. Mbter, Mém. d. l. Soc. d. Im-
guUt., I 147, cfr. 149).
;vGoo»^lc
g5. Territoij MuUni: d. 495
vaxuéle.uaruéle = v«aez.yaróÌK {va-ÌMÒlo), sponzuéte tango spu-
gnolo; uéli olio 97; buére9Q; dipuésit; limuésine; ruéde; cuéi '
cuocere 171; muévi (e movi); nuéli {nuli) "n-ólere olerò, ma
nella terza sing. del pres., perchè piii non siamo in penultima: al
nul olet '; e analogamente: vuéUn uélin vogliono, o a pronome
enclitico mtétial vuole-eglit, ma vul (ul) mole; e cosi duélin
dolent, allato a dui dolet. Posson parere due casi di conser-
vazione eccezionale: uè ho[d}ie, uéd vuoto; ma il primo è sui
generis [v. n. 239] e il secondo ha la forma accessoria e legittima:
vuéid (cfr. p. 27 6 327), che anzi viene a compire la regola. Alla
quale piuttosto contrasterebbe, e in doppio modo: svuél e svuàl,
che il Pirona adduce qual doppia forma accessoria di svol volo;
ma la duplice anomalia, e il trattarsi di un nome di estrazione
romanza, ci portano a riconoscervi una particplar dipendenza dal
suo verbo: inf. svualà, che presuppone una terza stng, svuéle.
Ancora s'abbia il semisdrucciolo stuérie; cui sì aggiunge, da 6
secondario (=• ò.): salmuérie allato a salamóre, oltre il solito
esempio: scuédi rescuédi; e finalmente da é: martuéri marto-
rio, dove è da considerare l'i in iato della base (cfr. pag. 433)
e 1*0 aperto del riflesso italiano.- II. buìne e bUne, fem. di hon;-
muini santese ('mónico'), muinie monaca; cfr. num. 168,165.-
III. cur, fur, sur, 'o mùr muojo; sun e son suono (ma anche
sùne suona, cfr. bùne s. II.); dui duolo e duole (cfr. I.), faitil,
facul, lin^l, cavràl, mont^ùl, spagnùl, latarùl lattajuolo
(dente; accanto a lataróle lattatrice), ecc.; pus puoi, viis vuoi;
apr&v a pruovo, nuv novem; nuv e nùv novus (fem. nòve), cfr.
l'append.; uv; bus boves cfr. n. 50; fùg, lug, iug; mùd, [briid],
rui ruota d'acqua, a 6nalmente rùdul (ma anche; ródut) rullo
ruotolo, che forma, per ora, con iimifi uomini (cfr. n. 50 e 52 II),
il solo pajo di esempj peru-'ue in penultima. Appena pu6 dil'si ia
penultima V ù = 'ue = o second., che abbiamo, secondo il solito
(v. pag. 188, 366 ecc.), nel riflesso di 'pauper'; pùar Cpùeuar);
cui sì aggiunge, pur nella solita analogia: pùc e pgc pauco-. —
0 di posizione. 54. Infrequente ia vocale intatta: foli, moli 6 ^
cfr. 56; volt vòlte; font, front cfr. 56 III., mont; sors sorso, cort.
' Cfr. Caru, nel luogo citato di «opra (pag. 434): 'dice [il popolo cspo-
diatriauo] : voli, olif che tìsd da olel, per render odore.'
;vGoo»^lc
400 Ascoli, Saggi LaillDi, L
ori, porc, inlór ' ; v-olt ^ Ora avviene, in analogia di ciò che
vedovasi al n. 27, che la metà di questi esempj incontri Vq aaii-
chè Vo toscano (f9nte frante m9nte sorso cgrte intprno), e quindi
porterebbeci al n. 58 degli spogli grigioni, aggiungendosi ancora
la basefir^ nei dialetti di cui si tocca a p. 373 in n. 55-56. In
continua analogia di quanto ci offriva il n. 38, la forma ìntegra
del dittongo {né), ai al)arga dinanzi a r (uà), e all' incontro re-
stringe il suo secondo elemento dinanzi a n («('; cfr, num, 52),-
I. cuéll, muéll (v. p. 366, n. 54), tuéli tuelt (Pir. 121); smv^je
cfr. p. 262, suéje "solja, fuéj faéje, uéj *luéj {n. 226") lolium pe-
renne, vttéj uf'j 'voljo, cué) 'cóljere n. 190, vuétii (avvolgere)
stra-vólzi -vuélzi -vuélt; uéss, duéss, fuésse, cuésse, tuéssi
n. 168, puéss possum, muéss mosso Pir. 262, gruéss gruésse
{gròsse gravida); puést sost., puéste id-, dispuést, euéste; cuitt
cuéte cocto -a; zuéti zuéte (= venez. zoto -a; zoppo -a; cfr. l'ant.
tose, ciotto, che Pir, 102 giustamente ricorda), Vué semplificato
in é, forse per mera assimilazione di voce a voce: nésiri nostro.
allato a nuéstri, vuéstri uéslri \ - II. uàrr {vuórv) ornus, cuarr
{cuàrn), cuàrnul corniola, puàrr porro, duàr [duirm] dormo -e,
'Camp-fuórmid n. loc, fórsi e fuàrs *, acuàrii-si accorgersi,
scuàrii, spuàrii, tuàrii tuàrt, scuàrse scorza, fuàrt, mwìrt
morte -o, puàrt , pudrte, 'opuàrti, uàrdi v. p. 359 (n. 97), cuir-
de, concuàrdie, muàrdi rimuàrs, cuirp, fuàr/ìg, uàrfin, uàrh.
Inanzi a l: da-vuélzi a -vuàlzi.- HI. L'ui da uè dinanzi a n, va
incontro a due semplificazioni diverse, secondo che taccia l'uno o
l'altro dei due elementi, e si hanno anche entrambe per la me-
desima voce. Col solo ut: spuinde, rispuindi;- ui ed w: scuì'tiii
scéndi, puint punt, cutntri e cUntre, cuinz cunx congius,
cuinge cùnge 'concia condimento;- i ed it: frìnd (e frund,
' Ut m'in tàt^is me ne torni Coll. li 25.
' In poa. romanza: v-óli n, 118,
' Un altro esempio di é da uè, tns. in un caso di o secondario e di cosUttuioiie
aHkttO particolare, sai'à probab il mente: crei (f. crée 'créje, cfr. nnm. 97 tee),
'nuofp, recente, novello, fresco; attributo temporaneo riferibile a coae da poco ■
'tempo fatte a usate: fere crée cera Tergine, lane ere» lana sudicia, fili crii
'orciolo non usato (Pia.)',- ricondotto a •cruéj =proT. croi = il. erojo (cfr. Diiz
lesa. t. T.), sicchà propriameote dica: crudo, rude, io Utato primitÌTO.
' Anche furti, cfr. pp. 413, 436.
;vGoo»^lc
§ 5. Territoij fi-iulsui : à. 497
fi-ond) fronda, strini (strunt, stront) stronzolo; Lu-stnz Son-
tiiim, V. n. 229 >. Quasi sicuramente è l'esito del dittongo anche
lìell'w di sum sun sonno (cfr. l'append. in f.), bisùn (cfr. p. 29) s,,
e frunts (pi-), testata, l'estremità dei solchi del campo, che sono
ancora esempj dì posizione nasale, e in iurcli tórdi, ingiustri
-ostri {ò second.), ne' quali è triplice consonanza. Starei all'in-
contro assai dubbio circa \'u di dùmble n. 155; e non è punto
specifico quello dì lung litn'ge (v. però l'append.) e iisme usta.
Esito del dittongo, ma per la non più sentita posizione, e quindi
nell'analogia del nura. 52, in àaitr d-avor(so), cfr. Tappendice,
e anche in dis-piiss (allato a das-p6) ~ des-pués spagn., das-
-puó ecc. dei dìal. ven. (pag, 423 ecc.). Mi resta: ziicul {éàcul,
còcul) zoccolo. 67. V. il num. 10, in append. all' A.
Appendice ali'O. 4ft-56. Abbiamo nel terg, Vué intatto pur 6 poa.
dinanii a! nesso c!ia incomincia per ti {cfr. l'app. all'È): pvént
ponte 04; respuénd 42 43, cor&spuéndem corrispoadono 89; scuén-
de-se 85, scuendaréss 104, scuendó ib.; e doppiamente caratteri-
stico: luéngia 27 42 95. La formola <in + voc. non lia alcun esem-
pio nel nostro testo terg,; nel quale, d'altronde, Vò fuor di pos.
spesso noa dittonga: sor 10, el mor 14, foch2S; ecc. Il mugg.
traligna; v. piU innanzi (ttd).' Viene poi la volta del dittongo
sopìore e dell'improprio (esord. 482-3). — I. óu; dati fri. =ó: óu = ó.
mugg. onour, dolour, coloitr, iuvour, versaur {aratro), lour, flour,
, soul solo, vouf,- pord. pi-owirfifo tir, sijtm our 23, dolour ih., anc-
-our 11, amour ib., sotti solo e sole, 1,27, dolorouaa S, nevoud 3;
{cfp. pardwi 10, nella rima); av. coiowr-s;- forn. tour;- samp.
ffolóus ecc., noti vou; fell. fUióus (tiglioso), (urióìts, ed", da scous',
man. fióur, servitóur ecc., ma: fo?;- Pia.: latór -vóur, ICr lóur,
' C'um-fttfur Campo-fiore (casale in Carnia), wo »o'm, vo vóu; —
da ó fri. "ó: mugg. cottr, sour, voul, mouver, lóug soug;- pord.
coMr 22, fow 27, dntil sost. 1, soul suole 25, bou-s 11; av. mar-
sóul 'marzuólo' marza;- pes. four, «lowr, lotte; rig. fan boun
{'tanto bene'), eour; cott.dàul, [samp.: fùc, ^ù^];- elauz. /Sur ecc.,
faìóul, tìóuf novus novera, zouc ecc., tu ptius; man. taira. cdMr,
sóur ecc., òuf, fjuo, lóuc;- PiR.: cor cówr, for fóar, sòr sóur;
' Qui si dichiara auche bvjim "bijÌDZ (a biiins), asta curva per appeo-
Isr»! e portare due secchie d'acqua, cioè •bi-coogio •bi-gufnz (o. 107').
' Conferma l'aftariore *bìsuén *bisui», l'aversi pur la forma col eolo i:
les. bistna bisindca.~- Due esenipj di -ii«ja da -én-ja, ao^Q iUune brina,
'i/eluu-ja, e il o- loc. Cohiiie «Colonia.
Accliivio ^IdudI. ìul., I. 31
;vGoo»^lc
I Ascoli, Sa^gi ladini, I. \
dui dòtti duole, dóvi doolo; fazòl faióal, linaról -rJul lÌDajuoti.j
[earóul, cfr. p.74 n.], ecc. ;pós póus puoi; novnrjuv (v. più aTaDi:i;i
óuv óu-s; bóu-3; fóg fóuff, lóag; tnód móud, brdud^- e pu6 as-|
giungersi : póc pótte ; — da d fri. ■» d di poaizione non più sentiU: 1
pord. coul 1, davow ib. 126*; Pm, : v-óuli 118 (sarap. id.); darCr
-cdui*. L'óu a Grto è ridotto ad éu, p. 389. — n. ùa, [ùo]; Jal
d fri. =ó: pe3. majùar, servitùar-t, lùar, ntta vita;- rìg. pattu'r\
(-lior), luor, tuoi Holo, oxiwts, nuo vuo, coli, servìdùor, préffiùot;- '
clauz. ttnùar, dulùar, rumùar, fiùar, luor, sùal (fem. sóU), fa-
tnùas, VÙ03 voce; ma: Qre, lavare, nps cpj, ragón;- Pir.: «im»
mio;— da ó fri. '»((: dial. di Erto: tlòm, ^uàt, cfr. jua = V '"•
'óùa = *<!0 = 'tió tuo;- [pes. ptia-s, coli, pùo-s, pochi; clauz. pùac.
Pm.: pùoc]; a Vito d'Asio: mùad, cfr. clauz. jùad crùad (»ede
' crede; viód crod udin. ecc.); — da ó fri. ^=6 ài posizione non ptii
sentita: clauz. riiai ■=■ 'udì {eg. viili), occhi, cfr. n. 97; a posiz-
seutita, da d second. : rìg. discaotn, cfr. l'app. all'U. Passiamn
finalmente all'ud, che all'estremità occidentale fa le veci dell'».'
(gì per Vó e sì per l'd di posiz.), su di che si posaon rivedere k
p. 396 e 417. Pord. : scuoia 17, varuole 5, fatuoi 15, nuora 25;
[puoc 2, puore povero 8] ; ancnct 15; S'fuoi foglifo] 27, ruot vtv-
glici28; anguosse, cuoste, 6, che puosie 16, ntuoiia mossa, in-
pruosxa, 22, titwsire 4, vuostre 9, me muottre 7, ascunltd-me 0,
racwolla 24 , tal rwolira (sic) 21, «uo( 7 28; [ma non maneani)
esempj di ou, come di sopra vedemmo, e due son nella nma';-
av. piera-cuola , cfr. cruóda = eroda venez. , roccia. Pure nel sag-
gio di Claut compare l'ud, ma tutto concorre a persuaderei, che
pochi esemplari vi possano avere l'ud genuino, e negli altri si
tratti del dittongo improprio (» ùa di Erto; per es. jttó ìoi:
quindi vi vorremmo piuttosto tio *. Nelmuggiese, poi,' b' ìncrociaDo
due correnti diverse; poiché vi abbiamo, dall' un canto, l'aptico
uè, allato all'ou secondario {g-ues osso, cour ecc.], come in altre
varietà; e dall'altro Vvo, che potrebbe esservi immesso da qual-
che dialetto veneto-istrioto (cfr. p. 442-3). Cosi ho nelle serie
rouggesi: buon, nuova, ruoda, [puover, pttoc-ull; cuoi, euosla,
fuort, cuorp, fuor forno-, ptuint, ecc. — E pesta che si consi-
derino i casi di io friulano, dì contro ad 6 latino, intomo a:
quali gurge il doppio quesito, ae vi si tratti della mera epentesi
di un t {oj), o non piuttosto di un'antica e speciale alterazione
di uà, cioè della forma del dittongo dell' ó che nell'estremità oc-
cidentale testò Bì ritrovava (cfr. p. 417, 423, 454 n.). Gli esempj
si limitano alle formole tó- so- nò- -lo-, tutte di consonante den-
' Per Foriti dì sopra, t. la p. 390.
;vGoo»^lc
§ 5. TerritorJ fi-ìulaui: li. 4ìr9
tale ; e quelli clie meglio parlino per io da uò, cioè d' io nelle veci
di un dittongo organico, soa nostri (ma anclie: nòstri; e nésti,
cfr. a. 56 I) allato a mtéstri, e noti nòtul (notte nòttole; ma an-
che: nott), allato a nutvl (samp. fell.), che darebbe 'nuéfuf°*nud-
tttl. Ma è scarso argomcato; e il non vedersi alcuna aufficieote
ragione dell'estendersi dell' ud occidentale agli esempj a cui si
allude, e anche la costante alterazione che se ne dovrebbe sup-
porre (poicbd non mai si alternano id ed uó al modo che vedemmo
pei dialetti veneti, ned ha alcuna consistenza ìl dubbio che tut-
ta volta si espone al n. 239), bastano, a tacer d'altro, per ridurre
a un minimo quasi impercettibile la probabilità che abbia in sino
ad ora l'ipotesi dell' id friulano da uà. Gli altri esempj che per
ora si possano addurre, son questi: ioli tidli, onde 'cóli (e taéli
e 'óuéli), tollera; sórte siórie; nuv 'njaev e nov (onde nóuv) néve;
nóziis; nióre [o second.; coincide il venez. nióra, ma non è coin-
cidenza che coDcbiuda); cajóstre colostra.; [e il terg. ha lióch 18,
liogh 83, allato a loch 13; ma Vió sarà d'immissione veneziana,
cfr. n'osa 36], Ad ó riviene anche siùn = sun, di cui v, il testo.
Non è d'd: nuche, il cui n è comune anche al toscano, al vene-
ziano, al piemontese e al milanese. Cfr. il num. 110, i cui esempj
hanno pur sempre anch'essi una dentale che precede l'i (j). Al
qual proposito non sar& superfluo di notare, che -i dì plurale,
anziché -s, non s'ha che dietro a dentale (num. 137). La Carnìa,
o almeno il Canal di S. Pietro, non favorisce l'accidente di cui
discorriamo: tóli, ntìcce nozze, nott, nuv. Di scréttle v. il num. 3
in appendice all' A.
U lungo. 69-60. Costantemente «: un une, lune, ùmid, mul, «.
cui, dur, figure, fissure, ite uve, Iuq, elùdi, refud,pal{id, nud;
i.*wd avuto, tim{id\l-uvrilQ;%'\\ ted. &r«f nuora;- sit;- fulg\Qzz.
Sola eccezione: cumòn, allato al normale comùn, il Comune, e
analogamente tra i nomi loc. (anticipando sul num. 64): Comóne
allato a Comiine {oomiine = 'comùnia è il prato di proprietà co-
munale), cfr. pag. 185, n. 2. TJ breve. 61. Abbiamo costante- ó
mente \'6, e con bell'abondanza, considerata la relativa rarità
dell'elemento: còni (allato a cun 103; cfr. pag. 359 n.), iònie
tunica 165, góle, zòvin, sóre di-sore supra, lóv {love e lupe,
cfr. l'ital.), cov cóve, dópli, croi;, cógume cìicuma, Jót; jugum
(allato a zu, -f. l'append.), fòli. Cfr. cródie al n. 230; e circa
lóSre latra (Diez P 166), il num. 200. Vii di 'ubi' è aSiVó di
alg-ó atic-ubi; poi ritorna u, perchè fuori d'accento, in d-u-là
;vGoo»^lc
500 Ascoli, Saggi ladini, I.
(cfr. p. 67); ma nella varietà tergestina, questa medssima com-
binazione è correttamente: d-ó-la (mugg. dolla; cfr. pag. 446).
Rimane, con \'ù: rud, pretto, mero, che dee rivenire a ^rudis" j
(rozzo > in istatn naturale, genuino), ed ù nel medesimo esem- !
piare, anziché Vó normale, et mostrano pur gli altri riflessi
romanzi; che è fenomeno, io credo, pel quale bisogna conside-
rare il contatto logico fra rùdus e aes rude, e simiglianti. —
ti pos. U di posizione. 63.64. Imprima hanno l'u, in {special eoo- .
cordia con l'italiano, jus2, gusi, frust;- uss; e si aggiunge
curi, in armonia con molti altri vernacoli dell'Alta Italia (ve-
nez. curio, milan. torin. cUrt). Il sost. 'punto' ritrova pont e
punt, ma con la prima forma va anche pónte la punta; cosi:
aiónii -iinzi, conzónzì -unzi, iniónii -imzi, cfr, n. 96; crust
orlicelo ecc., allato a cròsta (ma è da considerare l'u àtono del
verbo crustà); targai e iiirgul, torb[id]o (cfr, pag. 415); au-
tùm ecc. 93; e più non mi resta con Vìi, se non spelunce. Del !
rimanente, sempre Vó: ónii ont, ungere ecc., fong, defónl, mólzi
e manzi, folg fulgur, cóltri culter, órne, mósgid pastoso (mu-
scidus), góle gutta;- giróic girói chirurgo ('Qirùrg'ic 'firóriic,
jirójc, vedi num. 99);- ecc.
Appendice all'D {v. l'esorti. 482-3}. «1. Dittongo aeriora
=ii{ó). deil'd secoDd. (=«): mugrp. ióv.g; samp. lóuv, ctìv.v\ man. góu(,
cróus; in un docum. del 1394 (Gemona): lis erotti; Vm.:jóvjÓuv
{zOv ióuv; e anche zu 'giogo di moote' ecc.), lóp lóuv;- ditlonso
=i'((d). improprio: rig. muolci; clauz. criias, luaf.
ce. AE. (ì7. Nella normale analogia dei num. 22 e 23: géee (f*-
vólé) caepa, gii caelo-, gir qnaero -ritcfr. n. 179; e con l'analogo
dubbio circa loj- di jéte = éte, aetas, num. 229. Fen può appaia
àu. tenere ad e. E ci rimane: im'prfst. XV. 68. Intatto: ów, tóur,
tesàv.r, nàuti, clàustri chiostro (allato a clóstri catenaccio),
làud lauda, [lauràr 'lauràrio-] *. Per àu in ó, oltre i due esem-
plari che fra i Ladini s'inoltran<J nell'analogia dell'ó (n.52-3},
avremmo: cosse, foQ foce, lódule alaudula; ma si aggiungerò
nelle formola "àuld ecc. da aud ecc. (cfr. pag. 157). Cosi: 'gòidi
goldé, gaudere, olsà osé ausa *ansare, fùlsa (e 'ponsà, cfr,
pag. 398) e pausa *. Accanto ai quali esempj è assai notevole,
' NotuTola ó il terg. chiAuia (r- X-àass del Friuli) cosa, 36 38 ecc.
' 1133: oU auU[Ìt], 1300: uldil.
;vGoo»^lc
§5. Territori fnulaui: ditlonglii tonici. 501
col mero ald: realdi = re'&uàire , 'restituire altrui il credito,
l'opìnioDe, l'onore', cui si possono aggiungere, neiraccento, i
nomi loc. Pàlse (lat. Pausa, Pir. 616), Pàlsi, allato a Pàuse
in quel d'Auponzo (Cadore; cfr, p. 403). 68\ L'Ali romanzo è
intatto in ànce allato ad óce, ed in peràule parola. Di fràule ecc. ,
V. l'app. all'A (n. 3). Da 'ao: Culàu Colauin, Nicolò -ino. Sin-
golare è póure pare, allato a paure 'pavùra cfr. Diez IP 348-9;
e forse vi abbiamo la figura nominatira 'pàvor' (pàuur ecc.) che
si mescola con l'altra. Di AI romanzo in é, v. i n. 3 (app.), 9,
100, 105.
Appendice ai dittonghi. AE.S7. Dittongo Beriore, da é frìul.
(cfr. l'app. all'È): foPD. pea. géii, clauz. cèti; Pia.: géit, ger péir ii=a{é).
quaerìt. — AU. 68. Dittongo seriore, da ù friul. (cfr. l'append.
all'O): fora, póttdù iu=du{6).
Vocali àtone.
A. 70. In 0, per effetto assimilativo della consonante labiale a
che gli succede o precede: tamàri o tomàh, tam-magno-, tàblàd
e toblàd lublàd (ed anche taulàd toglàd 129°);- madón e nto-
dón mattone, marón e morón marrone, uadàn e vodàn, va-
làpp e volópp, galoppo, cui probabilmente si dovrà aggiungere
anche valópe volópe, fallóppa '. Pure orménte, allato ad ar~
ménte, dovri il sw} ó alia labiale successiva, cfr. il num. 82, e
il 77 del soprasilvano. Di ortór, all' incontro, v. p. 487. Il-ìt. Ma
qui si fa caratteristica la tendenza di assottigliare Va f. d'acc.
in e ed t. Incominciamo dai casi di a prot6nico: radrig redrig
ridrig 230; raion rezòn, tamèg temég 101, talón tei. tallone,
laloézz letoész doni alle puerpere ecc., fevéle, peràule, lemen-
tàssi, dispare'cà -sper.- sparecchiare; anzile iniile 187, im-
•pòle, ra. e rimpin, gra. e gridlzz graticcio, gridéle, muradór
Bmuridór, strissina; camése 'cem. 'cim., 'castine 'cist., ga. e
ghijàrd, granéll e grinéU sgrineld, ra. a risUéll ris'cèll, 'ci-
s'céll 107; pirid scommettere (panare), a Vi dell'àtona, ajutato
forse dalla particolar costituzione del vocabolo (pària, pàiria-
' Non à diverso il fenomeno di co da gua fitono, io Codróip d. 100, o in eo-
àcr (•'codérn, cfr. n. 14 1), quaderno, che occorre in una nota del 1330 (CiTid.).
;vGoo»^lc
503 Ascoli, Saggi ludiui, 1.
pépia.), si fissa poi in questo esempio anche nella tonica: piiv
scommessa '. Casi di a postònico; fra i quali primeggia Y-as in
-is del pi. fem.: Hs 'càsts, àghis, ruédis, lénghis, ànimis, ecc.-;
cui sta allato l'-a in -e: une 'case, une strade; àme amat, pare
parat (spinge); ecc. ^. Si aggiunge Va postònico interno, in i:
' Coma fauno Is voci del verbo con l'accento sulla prìmaT Piridr e pini
aoD pure del Teneiiaoo.
• Qui si deve chiedere ae V~ii della sec. pars. ag. di l.« conjug. (àmit ami''
sìa. anch' ei£0 per i da a f. d'aoc, o se piuttosto non vi si abbia quella )ìi«l-
lazione delle forma cbe ci occorre nell'italiano (tu ami, senfi ecc.; <ioiÌi.
stntis ecc.). Sarebbero decisive le sec. sg., che io ancora non potei avere, di
quelle TBrìelà che non riducono ad -it V -as ini fem. pi. (cfr. la noia cbe
segue).
' I Tarj riflessi dell' -a e dell' -as, di ag. e pi. fem., vanno fra i
piti spiccati distintivi delle varietà friulane. Abbiamo: I. -a, -as; pes.
rtieda n. 52, palina (cfr. mancai, mi loca), rùèas robe, scnrpas, las
scrovas; forn. 'casa, fìesta, las scarpas^ — II. -o -os: rig. va'éo, vigilo
vitella, ierbo, ntedo, 'fatino, 'caiso, s'ódln, viesio, soio soga (cfr. mon-
'ffo!, mi selo gela, e anche soródin 'n h&aio' = saródin Pia., Berotino,
prossimo a sera), lanóios; coli, 'caso, (iéslo, 'cambio (cfr. 3. per$.:
avene ecc.); baracàdos, fémenos corótos; — III. -e -es (ed -at nell'ar-
ticolo): flamp. v-oréle n. 118, las ates; clauz. fuésse n. 56, 'case, las
cées, fémenes, scdrj>es, 'cases (ma nella parabola da Vito d'Asio, coma
a! n. Il las scarpa», glandat]; — IV. -e -is; è del tipo pianigiano
rappresentato dal vocab. del PiR. , al quale si conforma anche il fell.:
vi'géle vitella, carviétis nata. TC n. ; — V. -a, -is'f terg. chidsa 36, la
plui granda de àutis lis chiadénis 54, cfr. n. 137; gorii. pUja, óra,
fina (cfr. 3. pera. sìng. : sdita, Idmpa, ecc.), iomddis, strddis, coiinrt;
pord.: -a, pi. -E -es, cfr. n. 137; av. mdgla, giava-mdgle. L'-oche
avemmo dal Canal di Oorlo (ng., coli.) ricompare in una poesìa del
1380: manaza la minaccia, pavvro, dumlo byello (cfr. num. 155),
chyansuneto; e in una del 1416: uno horo, vero-mentri eoe. , ed anche:
non curavo 1. pera., vigno-ous venga-vì;- dove s'ò prima potuta so-
spettare r influenza di qualche esemplare provenzale. Cfr. pag. Z12,
323, 324. Fra le piti strane sentenze che occorrano nel Pirona, i
questa che si riferisce al riflesso di '-as (p. zlix): 'Mentre la lingua
comune mantiene la e (scdves, pu&rtes), la pronuncia arcaica si
attiene all'a (acóvas, pu&rtas), la cittadinesca la volta in i (iw-
vis, pudrtis)'. E ancora sia qui lecito notare, come ì'-e^'-a fuori
d'acD. , non sia estranea pure alla Lombardia. Cosi sentii da Treme-
nico; quella piànte; andàde -ata;- da Margno in Valsassina: andddè
-ato, tirg sera.- Cfr. p. 255 (Intra).
;vGoo»^lc
§ 5. Territoij friulani: Vocali itone. 503
x'Arfìn, tràpin, bàhim, mànghin (manghina); sàbide, cfr.
pag. 70. E. 76. Gii nel precedente numero sta implicito che «.
non debba qui essere frequente Ve in a. Solo è continuo nell'er
postònico: nomar, papàvar, passar passare, pévar, pólvar,
ii'nar n. 23, viners e vtnars ib. , ténar, pùar n. 53; létare, vi-
pere ; Ubar ttber libro; cfr.»D. 232", e màiar maser maceratojo,
m'h'tar 'mart'r màrtora '. Del resto, pochi esempj isolati: fenòli
fanóti (oe, e), tamón temórt, tempiéste lamp., s-irami s-tremi\
stamele stieméle, 'fiori ecc. che si sternono lungo le vie, ad
argomento di solennità', esempio che richiamerebbe il n. 28 II
(dove è pur dichiarato arsére), e stamuda, che si combina col-
Vìtal. ecc.; mercad e mare.; saródin e seród., paradàne {Ve
romanza di 'paréte') ^. Restano gli esempj del prefisso re-, che
non sono senza qualche loro speciale ragione, come già si Tede
ftair alternarvisi Va con Vi: reónii riònii raónzi rinfondera
(tìfp. num. 96), reuardd riuardd rau. (v. num. 167*), ripuarld
rapuarià; di. redrós radrós num. 126*, davuélzi divuélii
num. 56 II. 76. È caratteristico Y-i dall' -e: fradi, prèdi pré- *.
[sblte[p], or^si orefice 132, et'nM, bótri otre 219; rari rovere,
l-iivri uber, neutri ì due ultimi, vedine III, 1 !*; che son tutti
esemplari specifici, sia perchè !'•& si trova preceduta, o l'era
Delia fase anteriore, da particolar nesso di consonanti (cfr. 87
e 78), 0 sia perchè non vi si trovava all'uscita *. Segue V-i dall'e
dell'infiaito di base sdrucciola: méti, ui^ndi, fóilagere, ecc." Sin-
golo caso, ancora di i da e postònica, comune all'italiano, è ió-
vin (ma iovenòn ecc.). Fra i casi protónici, stieno imprima: tre-
ma trimà; e zilune, cfr. num. 56 n. e 77, Poi vengano quelli in
' Fa antitesi la Tarietà fall., ch« tia, dall'un qanto: àjer, edtuker (scdn-
car udin ) , cfr. bdtier (= bàvar udin.) , in cui 6 la rìdnziooe correlatiTa di a
ÌDe;- dall'altro, con a per e nella [irotdaica: l<u>dn u. 156, fratfdi nnm. fi7n.,
faméli D. 118, iaroiélis cervella, con la conserTazione correlativa dell'a di
* Cfr. l'aggett. venei. paradend parietato: caia paradend de (ila casa con-
testata di tavola, Boerio; cbe insieme sarebbe un esemplare quasi arcaico
di d = da à[d]a, cfr. pag. 458. — Ancora un a da « at, ■aeW impargétiUi Aei
num. 38-40 e 170.
' E intanto: D'Ovidio, S\*IC origin» deirvniea formi fltsiionaia del noma
Haliatto, Pisa 1872, p. 41-2.
' Allato a ctanpanily c'è la strana variante -nlli.
' Cfr. nnm. 80 in n.
;vGoo»^lc
504 Ascoli, Saggi ladini. I.
cui appare 1" effetto assimilativo dell'i tonico susseguente: /■;'-
rtcul e pertcul, disU'n e desi., vissie 1G5, [Hgrié]; vini, UT,-:\
cridtnze {e cred.) £8, mirinde (e mer.) ib. '. In altri, I' i ji-;!>
dipendere dalla forma normale die Ve assume sotto l'accenta
(nura. 23,28), anziché dall'i successivo, come in disine deiì.K
decina, iintil (cfr. dulinziós), e specialmente in miz-dì {nticz:
Pirin {Pieri), che andrebbero quindi con itére^jetére {jett 97'
lettiera; cfr. jsff allato & jesgi eiire, esemplare, del resto, c!ie
ricorda l'i- della forma epcntetìca assai diffusa, e pur frjulan:ì
(231). "Jl.grimól e grumàl grembiale (cfr. pag. 372), ruvùhs
jì. 28 II;- siliine e zutùne, n. 56 in nota. 18. piéll, vali, nav.
av (ape; il sinonimo ave risponde ad 'àpa, secondo il num. 73,
i. cfp. pag. 381 ecc.), trav, red; falg. I. 79. In mitùd allato a
melùd, vilùd allato a veliid, e simili, vedremo ben piuttosto IV
secondaria assottigliata, come al genio di quest'idioma éconseo-
taneo, che non l'i lat. di posizione, che si continui incolume. —
80. È caratteristica la tendenza a passare in e, che ha l'i pro-
tonico dell'iato; cosi: lòhie loggia, allato al suo sinonimo lobcàl.
coreàn 99 n.; òdi odio, odia odeà odeós; Zambia -bea; rimiédi.
rimedea; uéli olio, inuclea; stràni stranea straneós; glésie
chiesa, ingleseàssi; glérie ghiaja, so-glereà; e nel caso di ia da
ica (n. 105): poleàr *pollicàre pollice; piértic allato a pieHeà.
Il quale ultimo esempio ci porta airinfìoita serie dei verbi in
-ICARB, che hanno Ve pur sotto l'accento del presente, sospinto
alla penultima (cfr. il C. Ili, § 3, e imprima Dibz P 502): ncveà
nevicare, nevée nevica Zor. 42,80, dismented dimenticare (ma a
formola postonica : disméniie la dimenticanza) , dismentée dimea-
tica, 3. ps. sg, Zor, 21, 61, ecc; (vedine ancora il n. 165). Onde si
capisce bene iueà (Zor. 21,30; Pir. iuejà), forma accessoria del
normale zujà giocare; s'ebbe cioè coi^' vocalizzato: suià, laqual
forma dava regolarmente: sued; e quindi Ve pur nell'accento,
secondo l'analogia degli altri verbi in ed: che suéi che giochi,
' Esempj di due prcitoniche (e— e; e— i) liveliate; Piligrln, binidi a bemdii-
[imjpidimént allato a pedemént, Cfr. vulinlìr allato a eolenlir; e qui pnò
ÌDoltre addursi; incimà allato ad ani-e-mó aDCOra (v. éiice in appeud. sll'/'|.
£ pura ingin, diicìdo, sarà esempio per l'atoQa iocerta (cfr. veoei. anfi'n
che ti deterraiuB secondo la tooica a cui va iananzl.
;vGoo»^lc
§5. T<!rrÌtori friulani: Vocali àtcne. 505
3. ag. cong., Zor. 35,53'. 81, Qui deve naturalmente scarseg-
giare Va àa. i. Bue strani esempj sono sangir e vinadizz veniti-
zio, che hanno però accanto a sé le più schiette forme coH't. Altri
non sono specifici; cosi: sanglózz senglózz singhioz/o, il cui a
è molto diffuso (cfr. venez. sangiòto, rust. mil. sangiùlt ecc.). In
questi che seguono, c'entrerà T assimilazione: basavón bisavo
{aitato a bisliing); mana{:d men- min;- masand -end -ina; san-
gand in-sanganà; cfp. Ili, 3. E in muzar n. 202, màrtar mar-
tire, abbiamo \'ar postònico da er secondario, sull'analogia del
n. 75. 82. unviér allato a inviér[n], cfr. il n. 70, e il sopra-
silvano. 0. L'o àtono è frequentemente oscurato, come in o
ispecie si vede dal seguente numero. E in un esempio di prima
sillaba, ne abbiamo quella espansione che in esempj diversi ci è
offerta pur dal provenzale o dall'antica poesia italiana. E au-
Uve aulivàr (v. n. 85; pure a Canal d'Agordo: aulif) ^. 85. Del
passar dell'o atono in ti, son casi protónici: cu- [cti-vim e con-
vinf, ecc.), uliv ed ol., duli (ma: dole; e cosi: dulivin allato
a dolévin, ecc.), surif; mulizin 'molliclno' .mujùl num. 105;
ufri e afri, furtiine e fortune, furmSje, turni, urdi, {durmf\,
uslir ostiere;- postònici: còmud, mi cómtide; drbul (n, 123),
esempio che ci avvia al num. 91. 86. L'a di prima àtona da
vocal labiale, pur qui manifestamente si deve alla spinta dissi-
mìlativa (v. pag. 105). Mandiamo insieme gli esempj dell'o e
' Nel pordenoD. volge ad « pur l'i atooo che Tiene all'OBCita: miede9,
rimiede ib., inlinde iutendi 6; ecc. Altre -e pordenODeai devono poi risalire
a -t atolli MqI. Cosi altre (Erto: id.) nitro 10, nuostnl, cfr. num. 87-8; o
malgrado la coincidenza con L'antica e, pur !'-« de^li infiniti (cfr. duid. 76):
spande 13, mele 15, erode credere S3, ride %, Mano decisamente direi questo
dell' -e della prima pere. sing. (cfr. num. 87-8 a pag. 397 n.): re preeS, no-
mine!, drome'ùt,, ecc. Cfr. ancora soffiasse 1.
' Uà eecondo esemplare pnù parere auridrte furiane, tiére auridne), che il
Pirona rende per 'ocra'. Ma deva trattarsi dell' 'oriana', che é affatto diversa,
e io natura e in filologia, dall' 'ocra'. Voce non latina e di moderna impor-
tazione, in cui non aTramo gii il fenomeno di au da o, ma piuttosto un rav-
vicinamento ad dur, oro, suggerito dal colore.— Piti ci dà il terg.r auliu 13
(mugg. id.), aulla 57; mauri morire 12; pattsiUl possibile 74 {possib. 90). —
Lo Schucbardt, vok. Il 304 (cfr. Ili 263), cita aucba un sicil. auliva, ch'egli
terrà certamente da buona fonte, ma non vedo registrarsi dal Mar t ili aro. ',P nò
rvi agghiastru *anljastru, olivaetro {-gghj- aicil. = *lj, é normale).
>vGoo»^lc
506 AecoIì, Saggi l&dÌDÌ, I.
dell'u: polmón e palmón; salustri e solus., 'chiarore passag-
giero, ÌD cielo annuvolato', cajóstre colostra;pra-t)i(Mi(nuni,40)
e pro-v., S'pra-lungd e s-pro-l. ; sa-pontd e so-p., sa-buli fer-
mentare ('sobbollire'; cfr. il vene;, sobogir); e sacodd, la cui
dissimilazione è molto diffiua (pag. 180 n., e Cherub., voc mil.,
a. secudi) >. In valtadór arcolajo. Va dipende dal dittongo della
tonica passato all'àtona, come si fa chiaro pei sÌDonimi datmal-
(erftir ecc. Restano: stameòs siorn., schiSltoso, e il più singo-
lare nadàr allato a nodàr notajo, che probabilmente dipende
dalla equivalenza fonetica a cui il friulano è abituato in nadd e
nodd, nuotare. 87-8. 93. È caratteristico e normale il deter-
minarsi in i della vocale incerta che sotteotra all'o atono finale
nei seguenti due tipi: l." la prima persona singolare del pre-
sente indicativo (cui si conforma la prima dell'imperfetto; ami,
am'ivi); 2." i nomi in cui V o ai trova 0 si trovava preceduto
da un nesso di consonanti fra di loro diverse, di cui ruUima:
r o /. E come già a priori si potrebbe stabilire, ed è positiva-
mente mostrato dalle analogie che raccogliemmo nella sezione
centrale della zona (n. 92) e nel veneto di terra ferma (p. 397 n.),
a quest'i precedette un'e, e quindi ritorniamo veramente all'a-
nalogia del n.76. Nel primo degl'indicati due tipi, l'i del pre-
sente ormai si dilegua nella varietà udinese, all' infuori della
1." coniug. e di qualche eteroclito: provi io provo, speri, tomi,
miri, CoLL. I 49-54; pòdi posso Pir. lxvi, cfr. Ili, 3; ma: stnt
sento, viód vedo, riti, finiss Coll. 1 147; ecc. ». Nel secondo tipo,
l'i sempre costante, pur quando è solo il r o iW a precederlo,
' la lalàn (venet. id.), onda Utón (aum. 7S), ottone. Va 6 etimologico, o
almeno 6 fisso in gran numero d'idiomi.— In tavfj* allato b lonàje, ricoooK»-
remo influsso di tdule, tavol^ meosa. — Pinttoslo à da veder dissimilaiioDe
in comtdà comoda, accomodare; e specialmente in pujùlpijùl, poggiuolo.—
Ma esempio fallace sarebbe gUmutz glimùxt gomitolo, gbmo- (manca si
friulano la forma non diminutiva); circa il quale si vuol qui brevemente rktx-
dare !'« a formola tonica del venez. gémo (allato a glom p, 321, giom rov.-trenl-,
ghiimo toscano, ghiàmmaru sicil,), e pur del rum. ghtm, ghemusor. ab,
(j'pm/ [De Cihac).
' Nel goriz., all'incontro, l'-i si mantieoe costantemente anche in qatste
conjugazioni : jo viódi, lerici, sinli,ece.i laddove il targ. lo perdeva anctie
nell'imperf., e quindi pur nel pres. della prima: sUm 82;- sUnt sento 39;-
eredéu io credeva 77, uigniu venivo 50. Cfr. Ili 3.
;vGoo»^lc
§ 5. Ten-itoij friaUui: Vocali alone. 507
per essere taciuta l'altra consonante. Citiamo: lari ecc. n. 200,
Pieri, pujéri; firi n. 215; néri (ma iniìr a. 23; cfr. p. 96); pa-
rèli e parel, cfr. n. 118;- pégri, légri allegro, làvri, [mémbri\;
altri, cóltri 64, [péltri] ; cu'inlri e déntri, corrispondenti ai tipi
ital. ecc. 'contro' 'dentro'; clùustri, fijàstri, èstri, mastri mae-
stro, nuéstri, sinéstri, gèstri 105, lustri, àndri antro; cudàri;
(ércli, foróncli, musali muschio; dàpli, timpli (mascolino!)
temp[o]ra tempia, subii, dumhli 155; órli. Anche il dittongo,
antico 0 moderno, cbe preceda al l, salva l'antica uscita del
tema, in questa stessa sembianza di i: nàuti, Pàuli, bróili
'brólio bruolo *. Ove poi manchino al tema nominale le con-
dizioni fonetiche descritte di sopra, nulla più rimane dell' -o (-u):
car, pai, man, am, vas, castig, crud, aj 97, an anno, 'gali,
fals, colómb, pose; riu; òdi odio, còni, géri (= venez. ^Irio,
p. 455 n,), contràri; ecc. '. In grim gremio- si è perduto anche
Vi, cfr. p. 428, ma in ispecie il num. 1D4 di questo §. Le ultime -
vestigia dell'antico -o od -u (cfr. 'Comelico') si hanno ai num. 24
e 1S4, ed in voci pronominali, ovveramente nell'enclisi: lu, slu,
chist[u], PiB. Liv, dove è curioso vedere come V-u passi anche
al plurale: _;«=*li+u, i, cA/s"cu='chìat+Ì-Ui questi; cfr. Ili, 2'.—
U. 91. Tranne i casi che abbiamo considerato al n. 86 (cfr. an- v
Cora: savalón sab[u]lon-) Yu àtono appare intatto di contìnuo;
ma, a ben vedere, e massime nei casi postònici, ci avremo piut-
tosto Yo del volg, lat, (■= « class.) cbe si rìoscura; cfr. i num. 79
e 85. Di ti protónico: urine, gluti, nujàr e noj. 165, funài affon-
dare, Umbrie inumbrissi e inombr., unglizie pipita, furciizze;
mujir23 *;- postònico: védue; tilul, pingui, sécut, spigul, ecc. —
92, Cfr. n. 87-8. Dileguo di u interno; madrésfi maturescere. —
93. M. XV. istàd (estàd stad), cfr. pag. 222;- auri e uri hau- a
rire ^; autum e tom (cioè 'lu ùtom, lu tom ^); e ancora vedi il
' Cfr. Iréuli, app. all' A. • Cfr. num. 80 n.
' terg. totu r arch 73,
' Il mugg. lurtetiro «embra riprodurre l'w lat, ma é probabilmonta un'ap-
parauza fallace.
* In ima scbada ma. (Suzzi), bo anche visd=autà; ma il doppio * lo fa
temere uà esempio illusorio (*ul^, cfr. n. C8 e O at.).
* Allo BtoBso impoterimeoto (Conn) vieue questa medeBÌma voce nella Bre-
gaglia (pag. 277), ma per altra via: *altànn (v. p. 278, 294 ecc.), onde etac-
c*BÌ al, per l'illuBioDe che sia l'articolo tnaacoliiio, il quale casi risuooa in
quel dialetto. — Samp. atomtn, fell. olJm.
;vGoo»^lc
508 Ascoli, Saggi ladini, I.
num, 68. Al romanzo. 91. plededór allato a plaid 171 ; itói-i
allato ad ailòri (v. p. 456 n. ; ma pure: jutóri, e finalmente lóri].
Continue.
j. 3. 96. Due diversi continuatori, a formola iniziale: j (o l'in<
tiero dileguo) e i; ma solo il primo {o l'intiero dileguo) a for-
mola interna, che è quanto dire per j fra vocali; cfr. i n. 189-90
(gb gì) ', e 105 (dj). - I. just justd , juste uste 'giusta' = ap-
punto;_;dni( da-ónii jungere (ed è lo atesso verbo: zonzijónsi
ónzi, arrivare, raggiungere;- con-zònzi ecc.), jònte ónte aggiun-
ta, soprappiù, e quindi s'intende ón^/t allato a ifìnc^t, 'jùncnlo-;
jòv iòv ju[g]um;-^«;- juda ajutare;- jugó e zu'^ò num. 24';
jun e zun\ judizi judig e ztìdig; jóibe e zóbie;- za; zòvin',
zovà; 3K;a 165; zurà; ienévre; iii'm jejunium, ziuna'^ zunà;
nomi Ice, Z'ti) Julio-, Zujàn.- II. Maj, major, pejór pejord
peord (cfr. n. 137); e per il dileguo si può aggiungere hóje bóe
ij. boja. 3 complicato. 97. LJ (LLJ). Si riduce costantemente
a j *, che fja vocali tende poi a dileguarsi (cfr, pag. 378 ecc.).
Scegliamo tra i molti esempj : aj alito-, maj 'loàllio- ', miéj me-
lius 28, me} mìììo'i't^j "tiUo, conséi, fì 'f i[l]j fije, gej géje cée
ciglio, stiéj solìura (vasca), pect'ij peculio, pije, faméje -mée,
maravéje -vée, saméje -mée (Zor. 21,58), mije mie "raillia mi-
glio, fuéje fuée 56 1, vóje vòe, dòje dóe (induliàssi allato a l'n-
' Circa }, il friulano concorda in modo assai notevole col Bardo (logodo-
rese): ja e ia, ]a.m; julghe a ìuighi, Judei; ma Eenza alternazione: pfjut
péus, majóre, Màju. E circa ss oi, v. la nota a suo luogo.
' Foro ffiujjd, di carto per assimilazione, cfr. per ea. la n. 2 a p. 106. Ma
ancora col g: giùbili collo strano valore di aggettivo (gioviale) e collo Girano
EÌDoninio giubildbil.
* L'i di queste forme potrà non essere epentetica (v. app. all'O io f.), niii sì
darci l'avanzo dall' -ej"- {ii[j]wn, cfr. marebb. gajiin p. 356; logndor. lu-
nare). Comunque, la forma diiijn non ci turba, poiché vi sì tratti di unj
fattosi iniziale che entra nel composto; cfr. Diez lesa- s. 'giunare', e \eaa.
iunàr de-sundr,
' Nel XIV sec. la combinazione resiste ancora; p. e.: eiw/j (cio4 vuélj]
voglio, 1380; oggi: cu^t.
' Cfr. bediji, betulla, bedollo, che dev'essere *betùll-io, come p. e. ìl tose.
abeiio è •ftb[i]«-io.
;vGoo»^lc
§5. Temlorj frinlaui: Cootinua. 500
dullssi, non turba);- mijór miór, mujir n. 23;- gujàde *aca-
liata (stimolo con cui si pungono i buoi), caveàde 'capilliata;-
medóje -àe; ecc. Singoiar coppia di riflessi ha 'lilio-': lUi e zi;
il primo de' quali termini mantiene l' t dall'antico iato {-Ho)
nella schietta condizione di vocale, e quindi va con còni od uélt
(cfr. p. 359 n., e il n. 52); laddove il secondo è l'esatta ripro-
duzione di ^iljo, (z'i[l]j)> cioè della forma italiana. Più ancora
singolare è gri grillo, già considerato a p. 414. In cttàj = 'cb~
]ji[r], num. 190 e 76, resta assorbita pur la vocale dell'antica
penultima. E ancora si ricordino i casi di j iniziale da IJ, in
j^oc = léva (léva'ai]; la \eya.),jéur \6fre,JeU il letto', già ad-
dotti ai num. 23 e 28. Ma qui va pur considerato lo _; da
-L + I {-LL,+ I) di pi., e da -LI + 1 di pi. Per la prima forraola
abbiamo imprima la serie in cui l'accento precede immediata-
mente il L: nemàj animali, paj, fossàj, corài (-allì), cave),
chej quelli, faziii, linziìj, e tutti gli -iéj -éj^'eWì: u^ijéj ecc. È
la serie in cui il fenomeno occorre anche nel veneziano (p. 394),
per limitarci a questo solo confronto; ma ivi non occorro nella
serie in cui l'accento non precede immediatamente il L, lad-
dove nel friulano si: dtàvj, àrhuj, crustuj. Nella feconda for-
raola abbiamo un -li (preceduto da vocale, cfr. num. 137) che
rimano costantemente intatto nel singolare, per trattarsi di caso
'sui generis': -li^-Ccjlo secondo il num. 87-88; ma nel plu-
rale entra anch'esso nell'analogia delle precedenti serie. Cosi:
zenòli zenòj, vóli (odo n. 118) vój, pedali pedój; cfr. n. 137. —
Singolare contrazione vionsi a vedere in p5j (sing. : pòlmpoivjl'^
populi pioppi; e tuttavolta è più genuino p5j che non pioppi
(= plopi) ^.^ 99. RJ. E circa questo nesso, o circa i congeneri rj".
cbe acuiranno, convien distinguere l'esito o gli esiti di fase
più antica e quindi comune a più altre favelle, dagli esiti seriori
e più 0 meno specifici. Net primi, \o j può regolarmente conti-
nuarsi per è; o cosi avremo rz in aviérzi ecc., cfr, p. 377 ecc.,
e ancho in uno sformato esempio di base anticamente alterata :
' raogg. lievtr, lieti.
' àujint, rosi im-òuid rosso iafocato, allato a bulini buli (s 'gaUne), Hon
tutt' altro che sicuri esempj di [l]jt da IH; poìchd Ta aenipre coDBÌderato il
Ij etimologico del presente (bulljo; bulljénte); cfr. il Tenez. bó^er, e ancora
i friul. bvjn friszare, [s]boenla eboglienttu-e.
;vGoo»^lc
510 AecoIì, Saggi ladini, I.
fì'ui'm *furifn *fulijiii, cfp. p. 346 e il n. 234.- Le due diverse
sem pi ideazioni che di rj occorrono nell'italiano (j, r; -ajo -aro],
ritornano poi anch'esse nel friulano; sporadica la prima, in
dispejà scìorre i buoi ecc. dal giogo o dal capestro, 'dis-pa[r]iare',
oltre l'esempio da rj secondano che già studiammo al num. 64:
geròj (cfr. Titaliano ceriisico *cÌru[r]itco, e pur cir«^tono=ci-
rui-àno);- l'altra nella continuazione di -ario (n. 9), e in hiére
•boria borea, pisóre caesoria. Cosi i due nomi locali Majàn e
Maràn potranno veramente impuntarsi nella stessa forma fon-
damentale 'Mariano-'.- Affatto moderno, finalmente. Io rg dì
vèrge, in quanto questa voce vai per viérie viera, studiato sotto
oj. il n. 18-21 *. 100. VJ. È qui un nesso dì particolare importanza,
perchè le basi friulane lo mostrino più spesso ridotto a pj che
non a bj (cfr. p. 414 n.), e insieme si aggiunga costante l'attra-
zione 0 la propagginazione del_; (n. 235); vena che pifi special-
mente importa all'onomatologia. Si osservino: jóibe dies jovia,
Dòibis *Du-vias;- s-cAipie S'Càipule s-'cépule 'cavja 'càivjola,
l-àip albio alveus (cfp. num. 229 e Tll), Codràìp "Quadrù-vio,
Flaipàn e Flaibàn Flaviano, Taipàne 'Ottaviana (cfr. il n. pr.
Tàvio)^. — "Intorno agli esiti antichi e non punto speciflci, che
sono in lizér e plóje plòe, non occorre fermarsi. Resta l'esito,
specifico eaeriore: (;e = tJ + ie ditt. delt'^: Ì7^apejdspe "viéspe te-
apa, 'gespar vespajo, 'géspuj jéspuj (a pur diéspuj) "vióspuli ye-
jj. speri». 101. SJ. fmiie 'cinfia, paW^ie 'ceriéia cfr. n. 9, rase
„j, cfr. p. 363 n., caméze tamÓQ eie. p. 387-8 ; roiàde, ecc. 102. NJ.
Lo ns è soltanto in splénze, esempio d'antica ed ampia ra-
gione, cfr. p. 377,368, 195. Del restante, n\ e distingueremo:
1." nj di antica £asQ tematica, come è in ran (col^ notevole
variante rài, PiR. 556; v. sopra, p. 378, 381, 382) ed altri;-
' L*autÌeo i dell'iato, cba ai coacerva nella ragioni di Vocale, é in oortai,
cfr. p. 1 1, e i D. 156 e 97.
' Qui anche il noma di famiglia: Joppi = Jotìo-; e ctr. flapp pag. SUn.
Ancora potrebbero qui spettare : Laipd Laipacco, Laiàd Laibaceo (v. n. 16S) .
allato a Ldme LaTÌa; e Inlerrtépp o Ternépp. Ma par Vdib« di Pontdiù,
nome di due torrenti, o pur di Pontébe, malgrado T'Ari Pooteviae', biiogn»
badare Bll'diba = *àigua, di cui è toccato a pag. 383 d.
' «oiVip-W, cfr. C. 111,4.- /dallo PJ fritti, di oidi- Ted- (cfr. Ili, 3): pori.
jode vedo 7, jof vede 17, joduf veduto 5; clauz. jiiod, v. l'append. alI'O.
;vGoo»^lc
§5. Teri'ilog fiiulaui: Cootiaue, 511
2." nj da -n + t pi.: itmin ecc., eie. n. 137 e 97;- S.» n; da n
che precode te, dittongo AeWé primaria o secondaria: mulinéll,
granéll, finèstre, minestre, sinéstri; rierv narv, nege 'niézze
neptis;- h.° nj da tu-/ epentetico, v. p. 498-9. Di un esempio si
può rimaner dubbj, se spetti alla 4,' o alla 5.» categoria: né-
spul*.' Vedi ancora i n. 103-4. — 103. NI', buniguliì. lll;cfr.,
a formola àtooa: ntssun^. 104. MJ, L'antico mj perde il suo mj.
secondo elemento in venderne; cfr. il n. t. S. Denel e il n. p. Da-
nél (n da nj). Il mj seriore passa in n: àne •ami[d]e imita; no
mjó n. 24, nei miei, nésti = dismiésti n. 226'. 105. DJ. Negli dj.
esemplari di più antica fase, avvicendansi ; ei, analogamente a
ciò che avvieco nella continuazione dello g delle formole gè gì
(n. 189-90), 0 in quella di s (n. 96). Sono: rài radio-; 'pojd poà
'podiare poggiare, pujùl {venez, poiól -Hól) poggiuolo, terraz-
zino; mirid meridiare (cfr. p. 346), onde il sost. di estrazione
seriore: mirie;- Clavjàn Cìaudianum, GZemrfna - 'Glajmona
(cfp. n. 68') = Cladj[a]mona ';- mujul e muiul {musùl), *mo-
diólo-, il primo nel signif. di 'mozzo della mota', il secondo di
'bicchiere' (cfr. p. 468); tremóze tramoggia;- stàze v. p. 53 n.;
. vergónze; staronià *s-tarond-i[c'aro ritondaro (cfr. n. 234)*;
\garz 'card-io cardo "]; «crie, s-varia *vir[i]dìa,col verbo s-ver-
zejà veriicare; zornàde^. — Viene poi il fenomeno seriore, di
'ff=d*i nell'iato o primo elemento del dittongo dell'é, fenomeno
' CoDuderato nelle orìgini (mespilu?), spetterebbe sazi al o. 104.
* Esempio eomaue anche al veoez., al buran. e al chiogg.
' Claudia Emoca, PiR. 603. Per C^iùi^Claudia, t. Scbuch. Tok. II 307-8,
III 864-5. — Del riflesso di 'hodie', v. i num. 52 e 229. .
* Circa glanxiite gldma (-anial), tafiammazìona delle glandola sottoma-
geellari, ohe Don mi é pienamente chiaro, andrà considerato anche l'it. ^lin-
ffola = g[\]&nd}aW, dove é da confrontare, per la soppressione disgimilativa
del l della prima sillaba (già— la), anche: gomitolo "glomitulo- (glo— lo; cfr.
pag. 304), e per ng da nff tij di fase anteriore: tengo vengo (*tenJo *venjo,
sardo logud.: tenia benio), o piti specialmente, per g = g = dj'. veggoaca. Cosi
gtiiigola, che pareva una voce coirotta, multerebbe il pih gemiino esemplare
che per bìcpì] diminutÌTO esista Dalle favelle romanze, sfuggito cioè, in grada
dalle pa^ticola^i sne congiunture fonetiche, al trasporto deiraccento che tatti
gli altri hanno dovuto subire (flliolo- filjólo, ecc.).
' È Teramente il venez. gàrìo, come dice il ga anzichà 'ga.
" Ancora: idgo chierico "djàcon, comune a Venezia; e l'nsciU non lascia
gran fatto persoìiai che tia riduzione friulana.
;vGoo»^lc
513 Ascoli, Saggi kdjui, I.
più 0 men frequente secondo le diverse regioni del FrìuH. Cosi
nell'iato a forinola prolónica; 'G'ó n. 24, diàut e 'gàul; a for-
inola postònica: tMìe e ic'ge téghie *taedia tedio. Nel dittongo
dell'c: gésime 'diècima, gistri 'gèstro e dUstTe\ scugéle e scu-
diéle scutella, budiéll bugili, vidiéil vi'gèll, ecc.'. Di ■^ = d + i
'■ pi. , è un es. in grang {-e). Cfr. nura. 1 10. 107. TJ. Qui di antico
c'è la doppia riduzione: sei (corrispondenti & z b g ital.) nel-
l'esito di 'tja -ijo: valin^^ie {-énzieY, scorénzie -inzie scorrenza,
nvefénzie, sonoUnzie, ubidUnzie, cui si aggiunge la serie in
-Inze del n. 28 III ; - stanze -ànzie, vedoànze ; - veglézze n. 1 1 9 ; -
sporcizie, ingurdizie,unglizie n. Ql; - prézi;- cazza cacciare. -
Poi viene la lunga serie dalli e da tj seriore; nella quale distingue-
remo tre diversi substrati; I." -li àtono originale: vino venti,
col quale esempio manderemo 'ci = li tibi, te, che probabilmente
non s'ha se non nella elisi (ci-dói ti do, ecc.; cfr. p. 55)', come
ancora vedremo -ti- àtono in scita scive, slìva stive, stivare
stiva, si che l'alterazione aurga primamente nel verbo;- 2.<» -ti
da -t*i del pi. (cfr. n. 97 102 105): dine denti, tane, taso tasti,
impreso, chesc questi, due tutti, ecc., cfr. n, 137;- 3.» tj da
t*i primo elemento del dittongo dell' «: tiére e 'cére, terra; tièssi
e cessi, tessere; martiéll e marcéll, cascéll, pascéll 'pastiélt
mota, riscéll Fastello ; sticrni e scémi num. 2811; ^istiéme e
scéme, nome locale; iS/iV/Jn e S'céfin, p. 417 *.- Cfr. 'co = ti6 tuo.
' famp. pa'y èie = nàia, padiéle, ecc.; Teli. ImgéU, ecc.
' E ancora per 'lalentla'; talUìe, cha é forma bdn £iugolare, BJccorae quella
che ha le apparenze di una derivazìouo per -|t](ia che immediata mente eì
apicchi da! verbo, e si putì a mala peoa confortare dell'esempio aot. frc- pan-
fise «vaotigia (DiEZ II' Sdì). Ma iatanto queslo valiiit per 'valore' ala e sas-
iiste, e italianameutu riprodotto sarebbe valigia, francese valis*. Or«, ci
sarebbe mai qui L'inaspettata soluzione d.l dilRcila problema che ci elsTa,
dìoauzi in valigia e ealist del lesbico italiano e francese (cfr. Diez less. a. t.)?
La 'valigie' non sarebbero esse i'ialori', vale a dira Me cose di qualche
prezzo', che il viaggiatore porta eecoì II verbo s-valigiare (per ea.: svaJi-
giare una chiesa), sarik, come si suole affermare, una metafora; ma ia rarità
avrebbe riavuto, te noi colpiamo nel segno, il proprio suo valore.
' pes. t-i aierv ti servo; diiil. dì Vito d'Asio (Pir.): 'ci ài ti lio; p<]wia del
1380: yò chi (= U) viot, io ti vedo; e io una del 1416; cgin lir te aa cerca
(*t-ÌDde quaere n. 176-9); cha sono esampj per la proclisi. E per l'enclid, io
questa stessa poesia: abandonacgi abbandonarti, vacgint, samp. vdcint (vat-
tene) = vdHnt della varietà piaoigiane.
' Bamp. ?ére, léssi, 'càie (tettoja) - tiéi€ della var. pianigiane.
;vGoo»^lc
§ 5. Ten-itotj fnulani: Continue. 513
céi ■= tiéi tuoi, ecc., C III, 2; cóli in appeod. aWà; e il n. 110. —
109. BJ. ràbie ecc. num. 235. — PJ. spietd (che deve suonare, bj. jj.
almeno in alcune regioni, (juaai scetd), e pur semplicemente
sietd, =spield aspettare, cfr. n. 218. 110. In sulla fine del-j puu
l'appendice ai n. 50-6, dovemmo toccare di una serie d'esempj,
che il presente numero potrebbe volere per sé. Più decisamente
gli spetta; in'gùstne allato a indiistrie; n6 sapremmo sottrar-
gli: 'C'atcée ('Caltjéa) Caltea, n. di un rivo, e Migée (*Medjèe,
Medea, n. di una borgata (cfr. Medée, n. di un casale). Qui
finalmente si ricordi '^e (gie) = *dje, deve (r. pag. 465), malgrado
l'io che nello stesso verbo incontrammo a pag. 454 in n. *. —
L. 111. Vanno qui imprima ricordati i casi di ns da ls, p. 398 i,
in f. . i quali richiamano gónde giubilo, aitato a 'gòldi 68, e i nomi
loc. Candaràn = 'Calderàn, e Basandiéle Basaldetla. Poi, per il
tacere d* primo elemento del nesso: fifr»*-oiirt, altro; dW ol-
tre; ases 'a-I's alle; dai quali è diverso il dissimilato jiap^fo=]»tl-
piére. Di fin n, per dissimilazione, sono esempj : nivéU (cfr. frc.
niveau), nómbul (e ómÒul) lombo, bunigul belUc-olo num. 103
(cfr. 229), venez. bonigolo; e altri se ne aggiungono dal n. 229.
Di l in r, ancora per dissimilazione: fléber fiéver num. 114 ecc. ;
freultr (appendice all' A., n. 3), soréli num. 118. US. Cfr.
nam. 97 ult. n. L complicato. 114-122. La regola è, che
PL CL ecc. si mantengono costantemente a formola iniziale (p. e.
elàmi clama), e cosi a formola interna quando altra consonante
preceda il nesso (p. e. géreli ^rela); che se, all'incontro, questo
è preceduto da vocale, l'esplosiva bea se ne mantiene a formola
protónica, ma a formola postònica snol nella fase odierna man-
care (p. e. oreglóne allato a oréle) '. — CL- (n. 117): dar, ciaf, el-,
clama; clópe chiappa, v. C. V; clò'cd chiocciare; clàud chiodo;
< Può fiu-e illnù(»ie 1' io ebe rioorre anello nel Frinii («aggio di Soprap-
ponti: corno cu diobi, per tradni. di 'eome si de*e'); ma è no io=é, cfr. p. 493.
* eoli, no lói àtri den non sono altrìmanti (più ormai) degno. PiB.S7t: m<[-
-'itli». Cfr. nom. 200 n.
' Cfr. num. 200. Il terg. e il magg. rapprMmtaiio ancora U /bm, io cui la
asploaira iì mantiene anciifl a formola pottònìca. Così: terg. aurégia 34, p«-
d(!jK26 27, Offlo^; mugg. oglo og-li, vUglo, cfr. artffuU; « le varianti
Dagli spidffli nel Pirona.- Eaempluri tergeetini altiimenti notoToli: Clodia
(CliioEM, Chioggia) la pretta forma latina. Idi; plora plorai 39; penUglddii
*fi[a]ciitìiÌAlae, variegate, 27.
Afohivio glotlol. ital., I. 33
;vGoo»^lc
514 AkoIì, Saggi ladini, I.
gì-, cléric gléric;- GL-: glazz glàge, glérie oum. 9, gland, glume
num. 105 n., glir, gtemùzz num. 86 n.. gloti, glozz sorso 'glutio,
y/-. cfr.p.374n.;- VIj-: plaid a.\l\,plàié\plàQe,plattz%%.,plàdi-
n^svenOE. piàdena catiaetla; pian; plantà\ plànzi; plàje n. 181;
plen, ple're imbuto (cfr. n. 200), plev; pitti ecc. p. 101 f., ant
bl-. ptutór-s; plejà n. 165; piume; plomb; piòvi, plòje;- BL-: &fe-
fl-. sterna, blasmà; blanc;- FL- : flad, en-fid; flàce &&cchNzai fiapp
vizzo'; flàme; fiaiìc, flasc flàs'ce; fléber fievole; flocc; fior;
-ci', floas floscio; fturn; fiabe (fi secondario); -C'L- (num. 118; cfr.
num. 87-8): lórdi torcia, cuviércli, gércU ecc.; sarclùtt sar-
cbiello; foróncli, màsoli, musali; misclizx (miachtato, metic-
cio);- sclelt;- glésie ecclesia; — pedali, pedoglàrie fìiriasi,
dis-pedoglà, im-pedoglà; soréli sole (cfr. p. 351 ecc.), soreglà;
ienóli, ienoglón ginocchioni, in-zenogld; vóli (v. p. M3, n.3)
occhio, voglà aocchiare, voglón occhione, s-voglità (g guttur.)
ristringere rocchio ecc.; spiéU (r. p. 513, n. 3) specchio, spìe-
gldi oréle, oreglóne {e orelòné); nòie nùc[ujla, noglàr, noglós
(Docchioso; Pia. 'Giunte'); panó^f, e pav panolótie ecc. , mapa-
nogléte (fusto del maiz si di sopra della spica) >; baiali oor^-
giato, quasi 'battàcchio' ; ^eméli 'cernecchio', nel significato di
'fronte', cfr. p. 354 n.; parél[i] parile, paTi; cornile comicis;
'cavile, cfr. p. 357; fenòli; e col gì costante, benché postonico,
-ti-, magie macula (cfr. il grig.), oltre magia ecc.;- -T'L- (=-cl-;
n. 119): risele •ari3t[u]la; viéli (cfr. app. all'È, in f.), veglétie,
-gì: séle, e pur ségle, siglai aco., flit[ujla ecc.;- -G'L- (n. 1^): An-
gle onglàde (e ùngule); ^gle; sanglózz {gì second.);- cali
quaglio *c[o]ag'lo, cagld cagldde, cfr. spali e pure spàgli (di che
T. p. 513 n, 3), spago, quasi 'sp^gulo';- vegld (cfr. p. 369».; si
< Qnasta Toca, che ha i ano! nttrmoli riacontii nel Tenei. fidpo, lomb. fiàpp,
piem. fidp, riTerrebbe, per ps VJ (n. 100), a *flàvi(>- o meglio a *idTÌ[(l)i»-
di antica ettlisBi (p. 78), con la aigntficAzioae che é in 'flavMcere', dell'ap-
paaaire delle foglie.
' Qoi ancora BÌeoramente: conàU ('la prìma serie delle oau del aifo e
l'artleolaaione carpo-radiale', Pia., Oionte), allato ai paralleli che ne anm-
mo a p. 382 n., e ancora cììr. il n. loo. Conogld». Dell'etimo, al 0. V.— Ct-
rìoso é il vedere come a formola probSnica aui^, par falca analogia, il i>e»e
gì, di contro ^ uà t della poabtnica che non A mai stato et o gt. Coti «il-
Tanalogia di oréU ortgtàn* ecc., si ebbero: batUl, batitlam, ba^tdàt badi-
giada; barélt carretta ('barella'), bartglit barella. •
;vGoo»^lc
§5. Tcirl'itorj frintani: Coutioue. 515
aggiunge vejd ecc., che può aver per base *vigiliare, od essere
di tipo veneto; t. più innanzi), e pure il sostant. végle;~ -PL-: -pi-,
dópti, em-pld {= em-pli), emplóstri, esempli, splénie n. 102;
-P'L-: timpti a. 87-8; scoj, acop'lo, non ha sicura sembianza
friulana (vorremmo scòli al sing-, scoi al plur.), ma bea l'ha
all'incontro; s'éàble scàie, scap'la;- -BL-: subii, sàble; tablàd -bl:
taulàd; stàbli {siàuli) e stali, stalla alpestre ecc. Ma ntX
lessico friulano ricorre con qualche frequenza quell' esito dei
nessi CL PL ecc. che è consentaneo ai vernacoli italiani della
valle del Po {chj éj, pj ecc.). E riesce affatto manifesto, come
qui non si tratti della spontanea evoluzione della formola intac-
cata, che si ritrovi allato alla formola incolume, come in parte si
vedrebbe nell'ambito dei dialetti rumeni [pi intatto, clj ohj), e
meglio nel sardo di Logudoro {clàe e jàe *cljlle, cfr. orija ori-
[cl^a); ma bene all'incontro si tratti dell'esito veneto di questi
nessi, che s'insinua accanto alle formole intatte, oppure a quelle
che sono alterate, come ve4emmo, secondo il genio della favella
friulana. Esempj : cópe = y»aez. chiópa {'capa) due pani uniti,
'clópa cop'la; 'Condusse gavocciolo ecc. allato a gland ecc.,
gare allato a glérie; /iónde;~ mus'co allato a mùscli; ulsce,
cfr. pag. 2S4 n.; z'mghie allato a géngle; oca, occhiare, allato
a voglà't- svejà allato a végle, v. sopra;- in-feno'cd allato a
fenòli; cavi'ée allato a 'cavile;- tanàjis tanaglie tenac[u]la,
allato a tanàlis, aste colle quali s'impedisce lo sperdersi del
fieno ecc. ohe è sul carro;- durmtcd; ed altri ■. B. 133. r.
135. Cade all'uscita degl'infinitivi; ard, ave, àrdi, gédi, dur~
' Di gt anorganici avemmo eiein[^ nella nota eh» precede; ma resterabba
di toccare d'tma vena Bottilìuìnta e qnaai impercettibile, che 6 l'opposto degli
«siti Teoeziaoi introdottiù nel Friuli, e sarebbe dello eatendersi, per Dslaa ana-
logia, del el pi ecc. dei frialani, a voci Tenete che avewero ehj (^') jjr eoe.
di tntt' altra bau. II popolo, abituato a sentire ùfTatte fonnole Tenete pe'moi
legittimi el pi ecc., aTrebbe cosi introdotto a sproposito qneeU suoi nessi, in
qualche Toce importata, quasi ridncendola secondo l'organo suo; e sarebbe
an rìprodoni, nella lingua parlata, di quel fenomeno che gi& rìpetutamMito
abbiamo avTertito nelle scritture (p. 400 n.). L'esempio piti cospicuo parrebbo
bléde biéta, lat beta. Pia. 485; ma pud aTere influito il nome di una diverta
pianta: bUdàn blito; a piti sicuro apparisce: gttnd-ón lendine-, Ten. génd«na
(che alla sua volta A da *liéndena; IJ g', cfr. p. 394 n.). Un terzo esemplare
Barabba, se corretto, eonfldrtù allato a con/iénit, conferva (Pia. 489; errore
;vGoo»^lc
516 Aocolt, Saggi tadiDi, I.
mi, ecc.; ma nelle altre uscite rimana intatto (quindi: arinàr
n. 9, cor, mt^'fr, ecc. *), esclusi gli esemplari in cai non è im-
mediatamente preceduto dall'accento, dorè si dissimila in 2 o
si dilegua: màrmul, àrintl, ròul {'=róri del n. 87-8);- fràdi
frater (figura nominatiTa); - folg fulgnr >. 136*. sBToosao si fa
radrós rvdrós ledròs rovescio (t. p. 60); e t«a[nsivbìso-: trets
*trm[T]esso, cfr. venez. trésio e anche p. 379 o. (coesistendo intta-
Tolta: fri. traviér$, venez. travèrso, ecc.); ma ^vors(oi si riduM
>. ad avór: d-av6r d-aàr, come 'torso' a tor. T. 128. bàmpe
vampa, bolp e volp; fìrbid fiérbid ferbint fervlnt; imbój in-
voglio (cfr. ant. tose. tm&otor« = involare ■); sbind mtnì. —
ISd". gomitd, tardigd allato a tarava, mutigà allato a mo-
tiva; e si aggiungono, da v secondario: turgul Ìn-torgolà cfr.
num. 64, tubtàd taulàd toglàd tabulatum, t'caglàrs'acaiAàr
m s'óabldr scBp[u}lare Bpallino, cfr. p. 515 *. 12^. c5v cóvul eòul
Cd' bica; riu riitl; ieniive -ie; itésiri5&, uéj=vuéj voglio ìb., ecc.;
braàre -vure; e pur védue vidua, col suo maac. védu. Vedi an-
cora il num. 23S*. Curiosi gli esemi)) di e- in u-, cai poscia si
apprende il v prostetico: uit'ce vuts'ée v. pag. 284 n., uarttéle
9. vuarttéle; cfr. n. 130. 180. W. vari vuari, uardà vua., var-
ai stampa?]. ìitnibli, oibbio, ha per tè il nii&i del DetflnaU>(Dnu tasa.*. t.).
È quasi BUperflno poi avrertira, come aia d'uopo distiugaere i eaai, di cai
alamo qui in traccia, da quelli di i epestetico, qnala p. e. aarabba Vùiglótttr
di Val di NoQ, aha ha il auo normale riflMao nella ioc« totcaoa o Tcoeta
(ÌDchioatro, ingioatro, enc[l]aiutro-).
' Cfr. p. 438 Q. Circa il buraaallo, che ivi à considerato, pud ancora av-
vertirà!, in relazione ai num. 96 e 97 del friol. ecc., come vi ai dilegai facil-
mente io j di faao anteriore: péo peggio;- moie mot mogliera; mamcéa;
di^tpio fenomeno, pel qnala Borano ai dilnnga dall'odierna Venesia (p. 394 a.),
accoataadoai al PrioU ad alle Alpi.- In tuta poeaia frioL del 1380 é sirvidó,
ma nella i-ima.
> Cfr. nnm. £00 in n.
* E per rmb ai diebiara il mm=nii del aiciliano, a non dir di altri dialetti;
per aa. mminnieàri *mbeniiie. *nTerm. inTerminare, mmétiiri urtare (bit*-
atire) «ce., cfr. mmdttiri imbattere ecc.
* Oltre il primo aaempio, di cui partecipano molti altri dialetti (ant. toK.
Sfornire, mil. vónut e gómet, torio, gomilé, ecc.), e turg&r p. 415, il lesaico
Teneiiano ha eziandio tardigdr in-tardigdr. — Il mogg^eao ci offre gtté- da
h/-, e -gtid- da -ed-, io gitéi ( = tet^. Mi 11 51; cfr. p. 4SB-3), oggi; gf*
{= tet^. uéis 15) OBSO; eioffvat cavallo; cfr. pag. 415.
;vGoo»^lc
S 5. Terrìtotj frinlauì: ContiQue. 517
nàzxe mia., uère vuére guerra, uéró tmérg guercio; eco. Cfr.
num. 184 i.- Oarént garànt, è manifestamente importato. —
131. Il Pirona scrive, per coerenza etimologica: nev ecc., e cosi -"■
cav (capo) ecc. Ma in altre scritture , e meglio di certo aecon-
data la pronuncia: nef, caf, ecc. F. 132. Ridotto, fra to- f.
cali, a V (scròve), si dilegua dinanzi ad o ne' soliti dae esempj:
beór'ée beBÓrce- hìtarcA, 'piaEznola incolta frammezzo a strade
campestri*, cfr. i nomi ìoc. Beór'ée e Cuéste-beórVe , e bivórt
biforcatura dell'albero ';- beólc bifolco, se pur questo rivenga
a 'bubulco-' e quindi non sia esempio di /"latino. Si aggiunge:
acróule, di cui v. l'append. all' A (n. 8); e di tipo (tiverso: orési
(vfioez. or^£e = ore[T]ese) orefice ■; allato ai quali può ancora ac-
cennarsi a valópe^falópe, o. 70. S. 137. 1. -s nel plurale del -t.
nome: lìbri-s cfr. n. 87-8, stómbli-s cfr. n. 155 e 97, bocón-s,
nom-s e non-s num. 156, colòr-s, rav-s, brav-s, fìtg-s fuoobt,
timp-s, eudrp-s, lung-s, fresC'S;- 'cdti-s, scàli-s, fuéit, ecc.;
man-s, Alp-s; pron. : nus ci, ùs y'i, C. Ili, 2. Anche nella com-
binazione di ( 0 cf col -«, il Pirona suol mantenere il nesso eti-
mologico: brud-s, mùd-s, piért-g; vit-s e vid-s, ecc.; ma altri
scrivono: riguàrz {à*'S),nialàz (t-i-s), ecc. Esempj od esiti
speciali sono i geguenti: uv-s e ùs, vis 'viv-s Zoa. 42, 91, pòs
(sg. pòc e pd), trops e tross, pids Bpis (sg. pld e pé)\- jonx
= Jones, 'due legni riuniti ad angolo acuto nella partita davanti
del carro'. — Dei piar, in -t, v. i n. 97, 102, 105, 107, e C. IH, 1.
Doppio modo di piar.: viéj o melisma, mèli vecchio (Pia. 466).
Entraaibi gli esponenti accumulati nello stesso esemplare: ans
anni, bons buoni, coràjt; cfr. p. 375 n. — II. -s di sec. pers.
sg.: OS, sex tu sei, das, vas, puàrtis paartàvis ecc., dévis,
oródis {= crédis) cròds, firs f>W« quaeris, pijis pigli, ùs-tu
e tt-tu vuoi tul cfr. n. 52 iti. — III. 'S di sec. pers. pi.: amàis
amatis, volés, dovés, dixis dicitis (ZoR. 44, 93). — IV. -s nei
■ Ancora al aotmo: valàpp voi., galoppare (t. Diaz len. a. t.), e Vudlt noma
di monta. — Manca poi, oom*à naturale, il g- nella corriapondenza frinlana
di 'vagina' {n. 100), e nei noti esemplari in cai la corrente romana pare in-
crociarai colla germanica: ua3t,vad [i]-vatia.
' Agglmige il IMroaa (p.xoviii): bmàre (bardrcT) biforcatnra.
* Ma la via dal dileguo pnA ener diversa tra venaiìano e fiialuio; per
questo ìnferendoai, dal n. 76, ud *oreT'se di faae antaridre.
;vGoo»^lc
518 Ascoli, Saggi ladini, I.
giorni della settimana: l&ties -is, màrtis màrtars, vinars. —
Ancora piés *pe's pejus, che deye piuttosto ragguagliarsi a
*pe[j]3 che non a *pej *pez', cfr. n. 86 a 21 *. E notevole final-
mente: foni sg. e pi., fondo; cfr. p. 63 K 138. Cfr. n. 169-70.—
' terg. piM 48.
* 11 testo tergest aool mostrare il -s al plur. fem., e non pit iti
raasc; cosi: cJielii quelle li, chelis plui fd*il la pib facili 17, lis au-
liuti 16, chéttis bètta» 2&, ianiii gUsiia 68, pierit grattdis 81, lis m'j
le viti 62 (Hi ui 7 23 47; cfr. dèli» Santit Sor delle Sante Sorelle 69,
àelìi Sor 68; nélii mam nelle mani 41, e qui forse pur de-lU fior
[fem. anche nel Friuli] 36, tutti monosillabici}, ecc.; ma all'incontro:
agn 10 ecc., chei altri 17, curtt gruéni 23, li auli'u gli ulivi 12, i
ram 23; ecc. Di mascolini col -s: chei uidrmis 45, t rtiatétii le pai-
sie54, nei quali si accoppia l'-ì venes. al -i friul. , ovveramente si
confonde, del pari ohe in qualche parUiùpio, il tipo mascolino col
feminile: rivddii arrivaU79, cognossùdis conosciuti 53 (stùdi 53; cfr.
naitùdit lii farfdlit 28). Altrii omaméntis 66 par feminile; ma gru-
demente strano l'aversi tìmii, ohe in realtlt è un plurale (homines;
cfr. lauc. ven. orni] , indifferentemente pel plurale e pel HÌngolare: i
Amia 54 42 un dmìi 6 7 15. Da questa slranezia si passa opportuna-
mente a un'altra, che il medesimo dialetto terg. ci oSte, per l'esten-
dervisi del -s anche alla prima e alla terza pera, dtfl congiunt. pres.,
e anche del condizionale, sin quanto se ne pu6 vedere; fenomeuo che
■t deve certamente ripetere dall'avere anche il venez. una atessa voce
per tutte e tre quelle pers. (p. e.: diga, io tu egli dica; andaria).
Cosi: che la sdpii che tu la sappia 43, che ti lo btitii 3Z, che ti
uait 99;- politi uiue io possa vìvere 55, cAe favélii che io favelli 75,
che vàii che io vada 52, che mi no liii 55;- postii egli possa 24,
che noi vdit ohe egli non vada ib., ch'el tei» 56; ecc. ecc. Sec pers.
sg. del condÌE.: avaresiii 31, terza: podaréitii 37. Una sec. d'imperf.
piar.: uignéuit venivate 50. Ma la sec. sg. del pres. indie non riesco
a vedere senza il pronome enclitico, del quale si usa ed abusa anche
all' Infuori della domanda (abuso a cui inclina anche il gorìz.); per
es. mi tai che ti tos-to 43, e le ti uos-to 30; e cosi nel faturo: quand
che ti auards-to SI; ecc. C'è ad ogni modo il -i, almeno nelle forme
monosillabiche, laddove non si vedo per la sec. pi. del pres. iniUc:
auéi 22, uoléi 34; cfr. se tauétii-o se Bapeste-[voi] 38. Il mng-
giese, per qnanto si può conoscerne dai nostri scarsi saggi, con-
serra il -i al pi. masc, ma non pib al femin. (l'opposto del tei^.),
il cui -4 ('-)>) tradisce però l'antica forma. Ho: 'canton-s e lemo sm
;vGoo»^lc
§ 5. TeiTitorj frialani: Cootinue. 519
N. 144. Pur qui è no, per gli ital. 'non' e 'no'. E ia alcuni esem- k.
plari tace o si assimila, per fenomeno sporadico, il n di con' :
covini econv., cussumd e oons.; più strano: copàri compadre.-
Dell'esito di -hkn, v. il n. 156; qai solo notandosi: tiénni, ter-
mine, limite.- Ma si fa carattwistico il tacere o l' assimilarsi
continuo del n di -m {-In); cfr. n. 154. Cosi: carn, e 'nelle re-
gioni piane': Tóar o carr*; cuàrr n. 58; guviém -viérr; infiém
-fiér; inviérn -viér\ cuintir n. 28 III; fom forr; luim vàrr
ornaa; in-tór, a-t$r;- aal alnus; nomi loc: Cuadém o Codérr,
Pluoém o Pluvér, Padiàr Paderno (cfr. 28 II) *. Delle epitesi
promosse da -n, t. il n. 232'. 145. Oltre lumar allato a nù-
mar, e qualche altro consimile e non specifico esempio, può pa-
rere che qui spetti, per dissimilazione di M — N: iimul gemino-,
(iru-s) in gUsia aìamo stati [andati] in chiesa; cfr. notU [sic] noi,
vtt»-altri (allato a vu); oltre (u-tu, ut-tu vuot-ta, e Umdis Ivuedl.
VX. tam.: pianti, ongli, eco., ma: doi oregule. Artic: t, le. Pure il
tasto pordenooose ooa suol dar pia il -s al plur. fem. : àule quante
chiste cotte 6 (cfr. n. 71-2, 80) , eco. , ma : tant altre cossate* 7, le gran
finexxee 19;- e all'incontro lo serba costantemente nel mascol. : puo-
chs 14, chiamps 11, boui ib.; ains 19, boint 15; piardue [~t+s] 11,
dilicax 15, inxenoglae 12, tiut [-d+s] II, e altri parecchi, coi quali
andrebbero, almeno olle apparenze, pur taim tanti 27, e dug tutti IO.
Ancora: noi SS ecc. , vos 23. Il -< della sec. pera, sg. mantiensi nella
forme monosillabiche: te m'has dal 2i, tei vedar-ael&, at-to&; te
SOS 18, te SOS 20; ed à curioso il -s delle tene: vai-el va-egli 1, as-et
ha-egli 2, che sarà per attrazione analogica di eis est (ets 4, eis stat 34)
a fca facit (fai nella rima, 15). Manca alt' incontro il -s nelle aeo, sg.
DQD-monosillabe : ti no te parie 10, te m'intinde 6, te domctnde 4, e
alla sec. pi. : pareit 3, ave-o avéte-voi ib. Ctoca le varietà ben con-
servate, non mi accade notare se non il mancar del -s, a pronome
enclitico negli esemplari seguenti: pea. rìg. fa-tu, rig. vo-tu.
* Qnaata diatinKÌone topologica si conferma dalla serie del Qohtani, che ha
sempre lo ~rtt nelle forme della Valle di S. Pietro. Analogamente ha otem
« dwirm, di cui t. il n. 154.
* CaratterUtics tergestina é il -n in -m. Eaempj in ùllaba accentata: lott-
tam 7, am anfno] 13, plam plam (piam piam è rtpetatameDte a p. 393 delle
'Blegauie' ; t. il g preced., p^. 448), bent e ben S (cfr. pag. 458), um Urim
ligiér 19, Htm 5, bom 22, «l Comum de Triest 88; ecc. In sillaba &tona:
3. pera. pi. ce gouémem, te repldntem 19, ìouem 10, Udim Udine 52. Ancora
-m^ in -me-: imuiàr SO bcc. (l'nuidr 21 ecc.), f ifflw«57,- Cfr. t'esord. (p. 475).
;vGoo»^lc
5^ Ascoli, Saggi Ladini, I.
e sarebbe parallelo a róndul = róndin bìruDdo urbìca; ma può
anche trattarsi di una forma accessivamente spoverìta ("iimtn,
cfr. a. 156), la quale assuma quel nuovo e assai favorito comple-
mento cbe riabbiamo p. e. in védul=védu vedovo, cfr. C. Ili, 4. —
150>1. Nessun sicuro esempio oltre spant Vpandlre, espandersi
m. (dei fiori) , comune al veneziano ecc. H. 154. È frequente il
passare in -n di -m venuto all'uscita (cfr. §§ 3 e 4; e il n. 156):
ratn ramo, grttm; ma: fam fan, grim grin n. 87-8, primprin;
amin amiamo; ùllin, lusirissin; onde arriviamo al dileguo nel
n. p. Jeróni 'Jerònim <. Normale è poi il dileguo o l' assorbimento
del m di -rm (-/m), né manca forse la figura intermedia -m (cfr.
n. 144); duàr^dttàrm n. 56II; ferr •'ferm; Var = Varm n. loc.;
oll^olm; coi quali mandiamo: viérm viém viérr, malgrado la
possìbile complicazione del tema *vérmen (it. vèrmine, inil. x>ér-
men, ecc.), cfr. n. 156. Dell' epitesi promossa da -m, v. il n. 232^-
— 165. stómbli *stùm[u]lo - stimulo, cfr. Sohdch. vok. Ili 237,
ed è esempio molto esteso, Schn. 254;- aat dùmbli dumUe,
*dom[n]lo ecc. num. 156, cfr. i nomi loc. Domhlàns Dumblàns,
Castram Dominorum, Pra-dùmbli e Ses-dumblas, Castrum Do-
wn, minarum K 156. MN M'N.- Di -mn-, che per assimilazione pro-
gressiva si riduce a -min- -m-, son chiari esempj : dissumid
svegliare, e in-sumiàssi, allato a sum sun sonno (cfr. frc. som-
me sommeil), e dumbli ecc., 'dómmlo dominulo, che presume
àommo = domno (cfr. ant. fr. damle-deu , damme dame) ; cui di
certo si aggiungerà il nome loc. Enir-am-p (num. 232*), 'Intr-
-amnes, cfr. Entr-ames di Francia. Allato a dan damno-, cita
il Pirona le due varietà: dam e damn; ma checché sia della
seconda, basta f^am (ant. frc. damage) per venire a dan, giusta
il num. 154'; dove si aggiunge, oltre sitm sun già allegato, bm
allato a autum -tùn, num. 03; e ancora v. il num. 145. Siamo
finalmente a -m e -n di contro al tematico -mbn, che ormai a
priori si possono avere, secondo l'analogia ricordata, per esiti
successivi, non per doppio esito dell'antica formola; alla quale
' mugg. ran lamo, an un uno; pord. on, tintilon, gnm; eoU. ciani. /<»;
a colla aemplice tocbI natale: lauc. ven. fa; talm. fS, S, fu, cfr. nS.
* terg. chidmbi'a 44.
' Vero d pero ch« il Urg.dagnSiS6acteimati*danH;o{T.p.S8St2i3,i''^
;vGoo»^lc
§ 5. Territori friulauì: Contìnne. 5SI
conclusione riconforta la serie degli esempj , di guisa che il di-
retto Mito friulano: -n = -HK, se non può affetto escludersi (cfr. il
frc), di certo si riduce a molto scarsa evideiiEa. Avremo: colm;-
ratn aeramen, stram stran, foràm -àn, ledAm -àn, nom non',
coreàn, levàn cfr, p. 69; teHm n. 184; 'camùm 'carnàm, ecc.,
cfr. ariàn a. 166. 157. Per l'assimilazione di hb non si pos- »
sono citare, oltre comedón al quale gi& alludemmo (p. 204), se
non cumini allato & cumb., lamie ecc. allato a lambicc, e più
importante il Tremeàcue dei nomi locali (Tremeàcae di Medùne,
tat. Interamnes; Tremedcue di Zópule), che risulta conforme at-
l'Entrembas-Aguas di Spagna, TrameS'Aigites di Francia, solo
differendone stranamente per l' assenza del s di plurale. Direb-
besk forma pressoché italiana.
EsplosiTe.
C- 160-B. CA-: 'car, 'carr, 'éam, 'éan, camp, cav da-re-cà ©
cfr. p. 205; cane canna, 'case, 'éàvre, cdpe cazza; 'candid, 'càlif,
cantare; cantón, 'éarbón, 'éavàll, 'cc^ón, 'éanór canuto; ca-
déne, 'éaméie, 'éanàipe nata. 235; 'cade cadére, cantd, 'catà,
^castra', castiéll e 'éis'céll (n. 71-2), onde per dissimilazione:
^scél;- S''càipie a-'^ipie n. 235; '^avd cavare, in-^avà; 'pardon
scardiccione, '^ardonéll. "ca: fór'ce, hàr'ée, ^er'cd cfr. p. 351 ecc.,
spor'cà porcàr; rònce, spilùnée, ténce tinca, xcn'cà cfr. p. 152,
manca, imbianca; scàie, séàhle p. 515, s'cars, a'éan scanno
(banco di ghiaja ecc.), s'éam^, scanà, mòs'ce, lésce n. 229,
pes'éà; bó'ée, và'ce, xvìée, pi'ce la picca, ró'ée rocca (conocchia),
peca, seca, pica appiccare, f,'éà, tocà; oltre gli esempj di mo-
zione, come: secc séce, frese frés'ce. Qui ancora, per l'antica
ettlissi dell't: 6'ce oca (av'ca; masc. oc-àtt, Òc il pulcino), e ca-
valca 'ffà (cabaU[ilcar6). *ca: vràje (prov. aWióga, frc. ivraie,
cfr. Diiz less. s. 'ebbrìaco') loglio; paia, ant. avojàl avvocato
Pia. xcviit; prejà pred, sejd sed, deàn 'dejàn decano, siale
segala; iujd, fitjà^e focaccia, Ìn-fc^d soffocare; latuje, lujar
lucarino, nojàr il noce, sujd 'ex-sucare pag. 74 n. ; frejd -ed,
pled; furmije, urtije, vìsste; lujdnie, manie, doménie, Ménte,
muinie n. 52 li, tónie n. 61, nadie, piértie; arian '[l]aricàmen
cfr. p. 383 n., poledr n. 80, puarteàl portico cfr. p. 380; mor-
;vGoo»^lc
5£3 Ascoli, Saggi ladtui, I.
sed, rosea, dismanijd -ned smanicare, scorled -tejd, mùslija.
rumid v. p. 363; ecc. Le quali serie di esempj bastano sen-
z'altro a provare, come sia caratteristica ed essenziale, pur nel
friulano, l'alterazione palatina del e di ca. Vero è che ormai
ricorre con qualche frequenza la formola intatta; ma non per
questo si potrà reputare schiettamente friulana alcuna d^le
voci in cui appare *. Sono vaoezianesimi , o tipi altrimenti im-
portati dalla cultura, al quali va unito molte volte, o anzi il
più delle volte, Il correttivo indigeno; cosi: calp calcio dell'ar-
chibugio eco., calcati, calcd, allato a calca, 'càhe ecc.; cargé
e 'caria; cavie (doppiamente non-friulano) e 'cavile; scàndul
e x'éàndul; sbrodegà e sbrudià, imbrodolare; ecc. Anche per
scarpe, se la memoria non m'inganna, qualche varietà frìn-
lana deve avere «'carpe; e ancora noteremo: catd, capi, ea-
rul (venez. cariai, cfr. p. 328 n.), campane allato a 'camp., e sal-
gdr salice (venez. salghér 'salicàrio), che sta allato a più altri
nomi propriamente friulani dell'albero stesso. Va dal resto av-
vertito, come sia molto men facile nel Friuli, che non in Val di
Non (p. 321), l'estendersi dello e al ca delle voci importate o a
quello che si forma per le derivazioni; cfr. Ioga, iwsàlm, ime
boscd, e ancora figàr allato a fìjàr, l'albero del fico. Ma fratte
franca; musive (muso) musica e -'ed; vicàri, predica ecc., cfr.
cu. p. 205 n.' 167*. ^u- (^co-) suol perdere la sua esplosiva ijwìre
n. 23 n. ; péule im-peold; si-j-ùr e sigùr, siurd, cfr.p.72n.;
reuardd riu. e ricu,; ra-V'Uéj e ra-cuéj n, 56 I, uxzd [a]gtiz-
zare v. p. 36; seónd secundo-, sfreold allato al sost. frégule,
minuzzolo, fregolo, cfr. Studj crii. II 181; e s'abbia qui ancora:
-«. Aolée = Acu[i]iée Aquileja. Cfr. a. 177, 184, 232". 1G7-8. -co
(-CD); e sarà qaanto dire: e all'uscita dei temi nominali. Il quale
si mantiene se jH-eceduto da altra consonante : seco, are, hranc,
base, ecc. ^; dove ai nota il tralignato bivórt=òivórc num. 132.
' Nd sarà Terameota iodigeno V-iià ài lampiià allato a lampa, ifloriìi
aitato a sfiora (cfr. vanei. lampiiar, tfioriidr), e Bimili. Veri corratatÌTÌ Litr
lani un maua peded, rimpetto ai vanez. mattìdr pttiìdr, mattaggìare Epet-
taizare; cfr. ancora: tnorett = amorìcara amaraggiare, a v. il G. Ili, 3L
* Notevole esampio di 'ca da ci aariora, è ai n. 179.
' Il f di solf, Btriscia dì prato cha rimane tagliata dalla folce ecc. (equindi
di tolgi, tarctuare, ecc.), non risponde al Bemplice -c[o]; t. per ora lap>38S,
;vGoo»^lc
§5. Territori friulaoi: Btplosite. AS3
Ma preceduto da vocale, mal più si tollera. Cosi da -te: antig,
fìg e fi; spig e spi, ami, nimi (cfr. caslig e casti), il nome
pr. Jfidri, e i nomi loc. 5, Duri Odorico, Alni Alnicco;- da -te
àtono: Qtróic -rói 64, tuéssibQ, caluni canonico, mani, Donténi,
stórni ('atòmico, è tipo assai diffuso nell'Italia settentrionale,
V. per ora p. 308 n.); miédi, puàrti portico, dismiésti n. 226",
salvadi, formódi, testàdi , cmnpanódi, volàdi, vernadi ver-
nereccio';- da -àe, finalmente, si viene di solito ad -a nella
serie dei nomi locali in '-àco (p. e. Panac Pana Paniacum , Lu-
iarià Luceriacum; v. Flbchia., Di ale. forme ài n. loc., p, 12
segg.); e pare lag, lacus, mal si regge, tralignando in la-d o
la-t, a cui fa bel riscontro: savù-t sak-t 'sabùco- sambuco
(p. 70 n.) ; cfr. il n. 233^. 169-70. oj dà {^, e interno e uscente; è
ugualmente dà p il e di ob ci, a formola iniziale od a formola in
cui gli preceda consonante, e anche preceduto da vocale quando
si riduoe all'uscita; ma fra vocali, si continua per i (V)> ^^^^
pel g dì rosa (cfr. nom. 171) '. Cosi avremo: I. gla^e, fàge, /epe
feccia, véfe veccia, àge accia, agàl, irap, lag, vreàg beone
*[e]briàceo-, rig {rixx) ericio-';- II. gémi, gènti, géje, gini-
ie, ecc.; gergenà ciroinare, im-pargévi-si 38-40 (s" apercavoir,
PiR.), margi, forgéle, 'calgine, pulgin, pulp, falg; fog 68, pag;
pèg pece, curnig cornice, vernig, lug;jiidig, Itirig;- III. aiéd.
va nota. — la parecchia derivaziooi da temi ìd 'co, «ì ha poi la palatina E,
Il chs esM pajoQO spiccarù dalla forma femìnile (•2<i=-o*)i ma ia realtà tì
BTTemo a rìconoacere l*ofietlo della vocale palatina ohe sussegue. Cos); secin,
che aa di secco, allato a aectìm seccume; i-blanéijù blaniéite (e blancMiie),
xllato a blartcìim; cfr. sporciiie, ridétte, Ìl nome loc. Bosetti, "èiite cagna
(rum. W«): 6 il oum. 179.
' Non s'ebbe qaindi, nelle forma che stanno a fondamento di queste frìu-
laue, l'antico dileguo della guttural fra vocali {-ddi[ò\o ecc.), come non si
ebbe in quelle che sono riflessa dalla grigìoni (p. 79 n.)- Ma ben si sarebbe
avuta, par qui, in *vi&ti[c]o (p. 78 d.), onde vidtx sull'analogia dei n. 105
e 107, se pur si tratta di Toce Teramente friulana; cfr. lengàxi. Quanto al
fri. mangia {mangi), la sua piena coinoidenia con l'itsi. mangiart *nian-
di[c]are (p. 78 n.) ci riaultarà illnsorìa; » all' ineoutro vi riconosceremo il
normale riflesso di mattM[i]eare (v. ib.), aecondo 11 nnm. 160-5. E già accen-
nammo, nella pagina testé citata, come la base col tt» dichiari nel piti facii
modo anche il manàr di Venezia ecc.
* Di ^ friuL nella contiouaz. di cb ci, t. l'esordio, p. 481-82.
* fratot fottdaS, e qualche altro conaimìle, son veneiianeaiml.
;vGoo»^lc
521 AmoU, Saggi IuIìd!, 1.
' plaié, noie, taié; con-dùii de-dUii; àiin acinas; vixin, re-
iint, cuiine, ecc. - SCE SCI sono quindi naturalmente ridotti a
ss (sf , T. p. 484): asse ascia, passi pascere, fisse fass, eressi,
pess, messeda p. 44 f., fèssine fuscina. 171.ant.j)/ó«i; fréid cfr.
p^370n.; cu«i cuocere; nariis p. 532 n.; cfr. ^mi *c{mi[c]e. — >
et 178. fatt, latt, cuett n. B6, ecc.; setòr falciatore cfr. p. 47, ant
o*. impinti dipingere; salétt salictum. Cfr. pag.-457. 173. os non
perde mai la aua gutturale, ma la riduce media anche a for- i
mola iniziale *: gridinze allato a crid.t grispe (aDche nel ve- I
nez.: gréspa), grùse crosta, cfr. pag. 65*; làgrime, sagre. —
^ qe. 174. fràssin, tièssi, lissive, ecc. QT. 175. cttatri cuarànie,
qo. cuindif, cuàl-chi, cttdn-che. 176-7. 179. Perduto l'u, e U
tenue in media: àghe; dove per il primo TenomeDo, a forinola
iniziale, si pnò intanto confrontare l'esito della combinaxioae
'cu*-voa.: ca ecca'-hac qua, chi qui, cheli, ecc.;- e pel secondo:
alg al'qaid.- La gutturale smarrita: auàl vuàt uàl ^aale,
uajd *[e]gualjir; cfr. udtt vudlt rimpetto all'it. quatto (coacto-,
Disz).- Ha ciò che più importa, sono t casi specifici di pe (i
per Q[Tìs Qiv]i, che è quanto dire i casi non comuni di antica
palatina {ée ci), aaccedota alla gutturale per effetto àeWe o
dell'i, dopo dileguatosi l'u. Cosi (« nel significato di 'quid'
(v. C. Ili, 2), cfr. p. 380 n. ecc.; feri giri, cfr. p. 352; cèd quieto
bcheto (silenzioso), cfr. p. 388eil soprasilv. <;éu p. 90 n.; e final-
mente, oltre pine, che è tra ^li eserapj comuni^ anche il nome
loc. ^inio Quinto, Pìk. 577, 594 *. Si vegga il fenomeno parallelo
nella formola colla media (n. 187), e si consideri pur quello di
diversa età che è mostrato in n. ai num. 167-8. Resta da ag-
giungere un caso dì qva ridotto a ca e indi a ca frinì., quasi si
trattasse di ca originario (n. 160-5): scassa squassare (quas-
' Resta airincoDtro I* tenne, ^'accordo con Unti altri dialetti delTAlta
, Italia, nel cr- da qutr.'. cridó eco.- Notevole, del rimanente, il contralto che
è fra II preiente Dnm. e il n. 191.
' Ci aspetteremmo ^rwf oppnr gruété. Ad ogni modo, i riflessi da. 6, che
Teniamo ineontrando in qneita voce, eontraatano alla ooogettnra del Dm
(lese. a. cranz] che essa derivi da eorrSiO'.
* Altro fra gli eeempj cornaci, e qui pare con la baae palatina rìdoUa
■onora, é stuàrìi (cfr. p. 210 ecc. ; 6, j, onde i, d. 189),
* L' -o pud parere itrano nella forma Teraacola (cfr. Tiiri, Sest, Trtié-
(tm); ma è borgata in quel di Portograaro, e la daBinenxa Tenstianeggia.
;vGoo»^lc
i
, § 5. Territoij friuluii: Eiploaive. 5S3
sus), s'éass scossa; cfr, nel venez.: scassar la dna, e io qual- '
che altra varieti veaeta: scassón urtone, scasso de piòva scossa
di pioggia (= fri. s'éass di plójé). G. 181-2. qa-: '^all, goldi ga.
D. 68j cui si aggiungono, per ga- secondario ma ormai antico,
0 per QA- straniero, 'gatl l^àte *, 'gambe, gàmbar; '^astàld;- 'oa:
s-mrige varila s-varC^à, stém'ge, in'gàn, liin'ge slun'gà; sor§àl
8 soreàl {'sorjàt, cfr. n. 80) grantarcule; cfr. unfan = prov. on-
gin, fiorent. uln]gtit]anno, BOprasilv. uónn (anta. 16 a 184; OiBZ
lesa. 8. 'uguanno');- "ga: plàje ptàe, in^ajd, fajàr {nvener.
faghér) 'fagario fagua, pajàn (sìaonimo di saraiin, gran sa-
raceno); nejd neà negare (e di OA second.: nejà ecc. annegare);
sóje sóe soga; fadije -die, strije, rije rie, brije (e brigha),
brióde*, caiiàr, 'ciutijà -tid, lejd ìed. 181. *ac (Nio) perde -^u.
la gutturale (cfr. n. 16-V): jOv, fàu, avóst, che sono tre esempj
soliti ed antichi (cfr. n. 87-92 f.) ; liùm-s li-j-itm-s (e ligitm-s) ,
e par tevtn, coperchio, tetto, che non può non essere *tegu-
men, dove è da confrontare, per la deviazione morfologica (lat.
tégùmen), l'ital. tegame 'teg^mea, la storia del cui significato
si ripete in fe£r^AKi = tegola '. Ancora sì citi: Grivór Gregorio *;
e per od second.: 'càule = càgule cacherello. 185-7. Perduto
l'u di QH-t-TOC: lénghe eoe.; cfr. song.- Ora i notevolissimi
casi di 'ze zi per q[t]b 6[v]i, secondo l'analogia del num. 179:
peni, t. pénie, pinguis; aaniit *sangufto, eomus sanguinea; em- •'
ille angaiUa; unii'nt onzint, ungento, il quale esemplare torna
quindi vano supporre assimilato ad ónzi ungere. Ma franiétt
può ugualmente rirenìre a. 'fringuillo-' o a 'fringilto-'. Tutti ì
quali esempj spettano d'altronde, per *g in i, al numero che
segue. E in tatti si tratta di n-gv; ma sappiamo ohe gv lat.
non può darsi ae non preceduto da n (o r). 1S9-90. Lo ^ di g.
GÈ Gì ha il doppio esito cui già alludemmo (nom. 96 99 ecc.): y
e i s, prevalentissimo il primo fra vocali, il secondo a formola
' XaTg.Jdta 44. * Pir. p. xcviei: 'briàdt famigUa, ed est. brlgatk'.-
b una poMÌa dal sec- xni: duca (tatti) di brinda cu lù ftminit, cfr. p. 371 o.
■ Si agginjig« dal terg.: fiiira (ndia. (igur*) L13; o ancora ai vegga U
nnoi. 56 III in nota, e l'append. aU'A (n. 8).
' Accenna a *QregQi}ri, cfr. p. 496 e 4£3.
' ff intatto non Diat, nel tipo che il tasto conaidera (di ^ in pih altre va-
■iet&, V. all'incontro pag. 481-2); esigi A toce importata; o tping» (jtpon^)
;vGoo»^lc
BiU Ascoli, Saggi ladini, I.
ÌDÌzia1a a dietro a consonante. I confini del n. 190 qui perciò si
rendono alquanto incerti. Di / a formola iniziale o intema dopo
consonante, ho questi soli asempj: int (*jiat) intàje, gente gen-
taglia, anni argento, anul angelo (agnolo); e per tutti e tre
conosce il Pirona pur la varietà friulana collo i *. Del restante:
iel tela, iémi, iinar n. 23, iimul n. 145, ietióli, iir, iets,
ieniie, frànzi frangere (cfr. frènii s-frénii schiacciare, ttriogere
in fra due, che dee rivenire a 'in-fringere'). Unii Ungere, phtii
im-pinii, lenii, génit, fénii, strénii, inién, sànie axangi»,
pónii, ónii, iònzi, mólii {mònii), invòlìi, arsile, somiériì,
acuàrii-si n. 56; e altri esempj dal n. 187. Ancora è i per (?
latino dietro a vocale, o ^ italiano, in vaiine (ma insieme:
vuoine), ròxin, rézi ecc., dittrUzi. Ora / a forinola interna dopo
vocale: faji fui, vajt vagire (piangere), sain salme (esempio
comune; cfr. Dibz lesa. s. v.), coréje -rèe corrigia, orlój; cwj
'c6l[ilJ6[r] cfp. p. 94 n. e i n,' 56, 97, IH tegere, e-lH; calin 'e»-
Ujin *;piantó»» •-tàin '-tàjin plantigine-; di ineuin, T.p.37]o.
gf. e il num. 218. 191, oa: grim 23, pégri, ecc.; ma la esplosìTs
di questo nesso va assai facilmente perduta. Cosi, oltre nM'
(negriim) e inttr, che sono eaempj comuni, la pèrdono a formola
iniziale: runa rum, grugnare -gnire, esempio di cui partecipa
anche il veneziano; rapp {grapp); cfr. rimandéll grimaldello;
• a formola interna: Are n. loc., antìcam. Agra, Pìb. 583'; cfr.
gn. soróss = sorgrÓ8S, venez, sorgorosso, melica. 193. gn: len len,
t: pen pen, putii '^fi'- F- 86 n. T. 193. Abbiamo qualche t ioi-
ziale in d; ma esempio per esempio, ci diamo facilmente ra-
gione dell' insolito fenomeno. Imprima è il caratteristico dtif , di
cui a pag. 336; poi dórde, tordella, tordo maggiore, dove -t^
non riaponde già a 'apoagia' ma A a *' aponga' {vàyyot); e cmia il ww-
zÌbdo Barba entrambi i tipi: sponga e «ponia, cosi il friulana ha tptmiùUt
(apngnOBo) ecc., allato a spanile =spongii.~ Pur qui ai pud notare un'anakfis
aarda, cbe é il dtlegnani, nel logndorese, del g di queste formole quando gli
proceda vocale, l^dove d addirittara gnttnrale se gli preceda conMwanU:
niiddu *nÌgel]o nero, apporrirt * ad-porrigere ; raa: Hnghert, arghéntu; tee
' Ancora: levnéli, eaecraxiona in cui dove entrare unéli vangelo, tantél'\
e pur *eirit[r^ic, di cui v. il n. 64.
■ V. all'incontro l'eaito di *ful^in al n. 99.
' OoBT. 587 ci dà anche peri (= pdgri Pot.}; e sarà forse del CuiIb di
S. Pietro.- £1 ricordiamo il cantinato, già avvertito a p. 524, u. 1.
;vGoo»^lc
§5. TtìM-iloij fi'iulaai: Eaploiive. 527
chiama d pur oella prima sillaba; e consimile: dedeà=tedeà
tirare in lungo (farsi tedioso). Finalmente drézxe {trézxe) trec-
cia, dove si tratta del nesso del num. 200 *. 196-6. Interno fra .|..
Tocali resta incolume di rado; salate, vite, esempj comuni al
veneziano. Del resto, volge \n d\ B d suole scrivere il Pirona
anche a uscita scoperta, dove altri: t. Citiamo: gràde {grate)
ìa grata, ^ódule spatula spalla, frodi num. 123, 'éadin, nadà
num. 86, dis-vidà, muda, vada dare in voto; malàde, deven-
lode, ecc.; e pur madóri mattone;- prad prat, flad {-t), nSd,
dad, vud avuto, leód legato, fintd; cunM, marid; etdd, ve~
retàd \vartàd varia], golosetód, sozzetàd sozzura, claritàd,
virUtd, ecc.;- 2. plr. imperat. : stàit, amàit, pdndit palesate
(p&ndite; Coll. ii 87). 197-8. Rarissimo o affatto irreperibile
il dileguo (cfr. p. 476), ove si prescinda dall'uscita latina (clàr-
me ctamat, ecc.). Appena meriterebbe citarsi dipuési, dato per
varietà di dypitésit, se non fosse per il dubbio che 'c6mmi[t] stia
a fondamento di cornea cwnià frugare col gomito (cfr. n. 157)".
Ma appar probabile che sia un venezian esimo (venez. cgmio co-
miàda) , quando in ispecie sì consideri escomed cornea accomia-
tare (mandar via di casa ecc.), che dì certo non contiene il fri.
cumiad, ma si è la voce veneziana escomiar -medr *-mia[d]4r
cfr. p. 458 e 429-30. Anche frdje brigata, frajd mangiare in
allegra brigata, reputerei voci prese al veneziano (v. p. 458), si
perchè è citata la variante fra^e, st perchè s'ha il vero riflesso
friulano di 'fratalia' in fraddje -àe, confratèrnita. 200. Dì tr.
-TR-, -dr- in molto stretta analogia con ciò che avemmo ai .
num. 114 ecc., suol rimanere il solo r a fonnola postònica, lad-
dove a formola protónica suol reggersi ìl.nesso, ridotto tr a
dr. Si osservino: viéri •vet[ejro, vedran; véri vetro, vedreàr
vetrajo; lari, ladrón ladrarie; piére, Pieri, pedród ciotto-
lato, spedreà purgare dalle pietruzze ecc.;- scudre souadrd
(ma; cuódri, pittura ecc., cfr. cuadréU e cuaréll mattone qua-
drato ecc.);- fràri, pari (e parón), mari, pujéri pag. 458 n.,
* Oioverè «TTertir sin d'ora, che ddnt, abete, {ed. fanne, non d gU un
gainto esempio di t- in d, ma rapprecenta normalmente lua fose germanica
anteriore.
■ gotaia, Tsnire a stomaco, è *vomicare 1^; taddore gomita {_gimii) à
♦ voto ilare.
>vGoo»^lc
538 Ascoli, Saggi l&dinì, I.
Bàri Buttrio n. loc.; nudri, radrós a. 126';- sidràssi asside-
rarsi ^ Resta it nesso a forinola postóaica, perchà precedalo da
coDsoiiaDte, in altri, àndri ecc. 87; e resta pare in ladre, lutra,
dove ha forse avuto la stessa causa (lontra)^. Non si potrebbe
per ora dire sa appartengano a questo numero, o non piuttosto
at n. 215: palpiére, eplére (imbuto), cfr. 8t. orit. II 94, 06. —
d D. SOS. Qui è da avvertire qualche raro esempio di -d- In -1-. Il
più sicuro è il Q. \oc.FaéUs=Faédis; altro n. loc. in cui lo scambio
si avverta è Polàve = Podàve; ma pura umilid, inumidire, non
può, senza gravi stenti, in altro modo chiarirsi 3. Nò dimenti-
cheremo: musar odore di mucido, cfr. n. 170'e 81. 203-4. Ra-
rissimo il dileguo di d fra vocali. Un esempio ne parrebbe tnéule,
allato a medóle, ma l'accento arretrato fa pensare alla Laguna
(cfr. p. 454: *ru6e''rùoe; ecc.), e Venezia ha realmente méola
medolla. Anche inlurÒid è probabilmente voce veneta; un frìul.
*tórbi[dj, onde a mala pena ai potrebbe ricavare quel verbo,
non esiste , laddove il veneziano ha! tórbio intorbiàr ecc. Non
sarebbe, ad ogni modo, un sicuro caso di d che si dilegai fra
vocali; nò può dirsene esempio quello di tiijàde mjàr allato a
nidiàde rùdijdr (PiB. 458), cfr. n. 105. Unico veramente friu-
lano, che io ne possa vedere, rimane sèi *8éde[re], nel aignifl-
catodi 'essere', cfr. p. 442 n. e il n. 232". —Dì evenuto all' uscita =
Umpia Itmpid; a-pàpid pavido (veoez.sptiiMo); equi sicuramente
anche r^spt scabro (venez. rùspio);- oltre fé, a pé=pid*. — Di
p. DE V. il n. 200. 208. d't: crèl^credM. P. PH. 209. $ólfar
salpar; spéra sfera (venez. sfera) lancetta dell'orologio. Di questi
notevoli esempj di ph che si continui per p, il primo è comune al
provenzale {solpre; Ablius, nel Jahrb. f. rom. u. engl. Ut. , 1 358),
l'altro non è estraneo all'italiano (spera globo). Ma l'aversi
' Manca il d (t) io pord Coll. II 44 115 (Pia. LZvi;p<Mti(nt),p(WM Zob.-
Cfr. p. 458 e 400 D.
■ Cft-, altri Stri nom. Ili; e ump. vìbdo ad att, perdendo coti, oltre il '.
anche il r, come ù, in notti tatti.
' Nel pavano mi occongTo: itwilititi, rémielio rémùlo (rìmòdio); e nei
TeoeaiaDo dal Calmo: tMrtwlKMo Tirtndiow.- Lagclati i Domi di Inogo, tetti
■arabbero eiempj di d + f nell'iato.
' mugg. ni, TtH, eru.- 11 terg. ckidje cadere 34 18 (cMd j« ckde 28, cfr. p- 4£d)
s'incontra col edi di Pirano, p. 440.
;vGoo»^lc
§ 5. Territori frinirai: Esploliva. 5S9
sprénte allato a sfrénte stiacciatura {frénii nom. 189), sot-
trae forse 8 quegli esemptarl una parte della lor forza dimostra-
tiva. SlO-11. Vavél, pavéje papilio, pivide, nevód; pévar, tm-
-parpévi-si n. 170; ^éve gevóle geolétis, savori sauri; póvul p6ul
pòi populus (pioppo; fOcoMde filare di p.), óvul v-6ul opulus
(oppio), scóvul scóul scoi scoputa; avril, lévre lebbra, 'éàvre
(care ') , pùar n. 52-3 f. ', v-óre opra ; svedreà = sped, n. 200 ; -
'cav {caf), rav, Osóv Osópo. Cfr. n. 129-. B. 215-6. ave avud b.
{vud, &i«f), tavéle n. 28, avónde cfr. p. 92 n., savalón n. 91,
aoerft'n abéte bianco, rivtelàssi;- Ic^vjord, làule, diàul;~in-déul
(défml) debilis, e cosi -éul (it. -évole) = '-éhili: plaié[v]ul, de-
néCvjul, e simili, eccetto ftéber {fléver) n. Ili cfr. 226*;- nùl
nuvola (cfr. nuvolón ecc.);- vreàg (n. 170) inevrid ecc., conto-
vrin, fevràr, fiévre fière; làvri, fàvri fàri;Manià-livriìJ[Aaì^go
libero; 'C'adóvri Cadubrium (Cadore), ròul ròl e ròri a. 123 ';
l-ùvri ib-, sur sòvero (auber); - 'carbón {-vón) in-carvond;- trav
(■af) *. Cfr. D. 129*.
Accidenti generali.
218. Accento. In ordine all'accento, sono imprima da rìcor^ Accento,
darne gli effetti o le vicende che avemmo ai n. 114-22, 200, 24
e 80; 100 {fruiin) , 190 {incuin"). Notevole esempio di accento
mutato, e insieme notevole voce, è Ue^, essa (lei), cu-tie colei,
allato A jè {'Ijé n. 97)''. Ancora può citarsi prindi (prin^-di,
primo di, PiR.) lunedi, dove però agiva l'analogia di lùnis ecc.,
cfr. p. 373 n. Ma rondin=gisilin hirando urbica, allato al terzo
•
< samp. Idre, ' pord. ptidr*.
' 1380 (Civid.); d-otor, d'ottobre.
' terg. hdu hsbet (cfr. pag. 441 d.) 6 10; e per attrazione analogica: fmt
fa. 17, ttau sU 39; ecc., v. lU 3.— Con -rr-.*-rb: fell. ftorrsudin. barò,
barbio.
' fall, ttictin. * rig. Ito = *lta.
^ Qui anche abbiamo on'altra preziosa concordaoia fra Venetia e U Friuli,
poiché lie ricorre pur nell'antico veneziano: eha U« cbe lei (nomin.), Tri-
stano; HO se può partir da lie, Regim. eod. mare. C. uii (tor.: da tlla); e
resta ancora all'odierno: cvlla,- Cfr. frinì. cusMe (a cuslié), Tenes. custta.
Archivio gloUol. lui-, I. M
;vGoo»^lc
530 Ascoli, Saggi ladini, I.
sinonimo róndul {a. H5), dev'essere un diminutivo anorganici:',
e non un esempio di accento trasposto. — Resta poi d'avvertire,
che à caratteristica del friulano la gran facilità di estendere a
formola àtona il dittongo che surge nella tonica. Non già. che
manchi l'avvicendamento legittimo, come è p. e. in duàrmis to
dormi, allato a durmts voi dormite, o in vuélin vogliono, allato
a volin vogliamo (cfr. p. 495); ma insieme: durmi Qduarmi.
durmtd e duarmid; puartàve puartài Coll, II 20 24; visti e
viesti, spietà n. 109, guviernd, sierà siard, piardéi Coll. ib.
121; ecc., vedine il C. III. 3. Viceversa, la legittima alterazione
dell' àtona si comunica illegittimamente alla tonica, nel clas-
Assira. sico esempio: dove, Jo devi o dóvi. Assimilazioni. 219.
220. Nei suoni proprj di una data voce: num. 3 e 50 in appendi-
ce, 18-21, 23 n., 70, 76, 77, 156-7, 167-8 n., 193; 173 ecc.'. Tra voce
e voce: bòtri, otre, che potrebbe invocar per sé i n. 229 e 12S,
ma ha di certo risentito l'alterazione di bóte, botte, sebbene
questa non appaja schietta voce indigena;- torretta (circonda-
re), in cui sì mescolano contorna e ^ergend n. 170;- ur pron.
àtono obliquo di terza plur. (p. e. dd-ur dar loro), foggiato sul
DìBBìm. parallelo us di seconda. Altri esempj, al G. III. 3. Dissimi-
Afer. lazione. 2S2. Vedi i num. Ili, 126* e 230, 145, 160. Afe-
resi. 823. 226*. Di t-: norànt; di e-: vredgecc. n. 170, 165;- di
a-: amar mar (amaro), e quindi mare amare la fiele; morós
madór; nemàl; von {avón) avo Zob. 34, 83; avónde tónde abun-
de; viérzi ecc. num. 28 II; grest agrést (uè gréste);- di /- per
rillusione che fosse l'articolo: uéj n, 56, ómbul a. IH, ardkHl
lardello s; e qui spetterà, pur utumie (mil. uiomta ecc.) tumie
'lutumle notomia, cfr. num. 145. Entrambi i fenomeni in una
atessa voce: òdule^lódule alaudula. Curioso esempio è tni^sH
nésti (n. 104) domestico, domesticato; nel quale si abbandona la
prima sillaba, per l'illusione che sia un prefisso, illusione da cui
Insieme dipende un'epentesi e un'aferesi: "dimiésti dis-miésU
(venez.: desméstego) miésti. Mi resta: léul Itul, consunto, sfinito,
che dev'essere 'fléul (fievole num. 215), comunque di 'flebilis'
' Curioso «Bempio di auimllaiione regrauifa, di sillaba a sillaba: twf.
tisUiÌa = *^isUnt, caatagna, cfr. l'eppend. ali'A, io fiue.- 1571: di dultnmd
(dnt-'l); ael Terra.
* «amp. dvri *MTri. E cfr. ariàn u. 165.
;vGoo»^lc
g 5. TdiTitorj fiiulaui: Accidenti generali. 531
già si è avuto al niim. Ili un riflesso diverso. Gttlissi ed Etti.
Apocope. 334, 226*. sptrfO^ ';- madi'ns, il Mattutino (-i) doUa
notte di Natale; cfr. p. 55 n. Per cons. fin. i n. 144, 167-8, 198,
204; e aggiungi: tan=tant. Prostesi. 227. Dia: arlevd (ve- Proat.
nez. arlevàr) = rileva, allevare; ardile = radile = radi gle 'radi-
cala (u, 118), helleborus viridis; cfr. il nome loc. Arvóncli = Re-
l'óncli. Inoltre: [ajglir, [a]ràst,-(a]ruéde n. 52 (cfr. 'Epentesi') *;
[a]vód votum ; ecc. — 229. Di v (cfr. n. 130) ; [vjualiv ecc. n. 177;
[v]itàrn num. 56 II, [vjuàrb ib. *, [vjuàrdi ìb., mtéj = uéj loglio
num. 56 I; tìué = ué *o[Jìe ''ho[d]Ìa, cfr. il logud. hoc;- esempj
([Liesti adatto sicuri, laddove qualche leggiero ma quasi im-
percettibile dubbio può rimanere circa la genesi del v- di vóre
num, 210, vòul ìb-, voti otto, vóli odo; cfr. l'appendice all'O,
sulla fine. — Di^', all'incontro, difficile statuire esempj in cui non
sin più o men probabile che piuttosto si tratti del dittongo dell'^
(it' jV, n. 23, 28), il quale pu6 anche meglio preservarsi sotto la
forma di ^V- che altrimenti non faccia, e passar dalla farmela
tonica all'àtona (n. 218). 11 più sicuro esempio di questa pro-
stesi parrebbe jónzi, in quanto dica 'ungere' (Pir. 275); esem-
pio, però, che insieme appare strano, la prostesi dinanzi ad o
volendo piuttosto essere e;* e la cui sicurezza si strema inoltre
per ciò, che 'ungere' e 'jungere' si confondono anche in ónii
(cfr. n. 96). Seguono i residui esemplari, nell'ordine dal più al
men probabile, sempre rispetto alla prostesi; empia jempld,
entra jentrd, énfri jénfri, che son tutti di e- secondaria; ^Vspi
e Jes^i exire, jlr n. 23 (v. l'append. all'È), jéssi èssi essefre],
èie Jote num. 67 *. — Assai frequente è la prostesi di s; e certi
esempj, circa i quali si può dubitare che l'aggiunzione, anzi-
ché essere meramente prostetica, abbia una qualche intenzione
ideale, ma piuttosto di coloritura che di significato, nà potrem-
mo sempre scernere dagli altri, nà vorremmo. Adduciamo: co-
daróss e sood. cfr. pag. 431, smergòn, scàipie num. 100, blà'ée
sblà'cc (venez, sbièca), hàlsim shàlsìm, [sgarétt], sfuéj fuéj
li. 561 (venez, sfógio), dine scttne, mànghin smóngh. n, 71-2,
' Come fanao le tooì
di blasm
Ì(n.
IU)c
• hiuc.
Oroéda.
• samp
.: vuarb, vuei
'.i n. Ó2, x>(
}ì-èU
a. n>
- gué-
da uè- nel a
'UB«'-. I>. t
.16 n
«Gooi^lc
i
53S Ascoli, Saggi Udini, I.
sfùlmin {sfulmind), sflàce fià'ce fiacca, tropp stropp braDw,
smuàrs il morso, sbols, smire la mira (smirà), strézze - dréz-
3£ n. 193, strafuéj {afr. stralassd) ^ trifìiéj trifoglio;- scuàsi
(anche venez.) '. — ■ Prostesi apparente di t {lu-) che è veramente
l'articolo concresciuto : làìp n. 100 >, làndri àndrì n. 200, lan- '
tàn = antan = altàn cfr. p. 379 n., lés'ce (venez. lésca) esca, tn-
cuin lincuin cfr. p. 371 n., inpi'n Wnpj'n p. 504 n,, ombréne lom-
bréne num. 33, luml>ripón e «m&i*. ombellico (v. C. IH 4), ìùvri
nam. 76 a, ttss Juss ; Ltt5t'n2 'il Sonzio' num. 56 III. Fìnatmante, |
parrebbe aversi l'adesione di n, resto dell'articolo un, in jéur
néur, lepre, od in néul=jéul num. 23 {néolo pur nel Polesine;
Bobbio s. gévoto), ma in effetto avremo ancora l'adesione del l
che poi si disaìmila (cfr. frc. nombril, primamente: *l-ombrfl; e
Epent il n. Ili) *. Epentesi. 238. 232-. Di vocale: rauéde = ruéde
(cfr. n. 227); sar[a}déle, scuntbùtt scorbuto, nei quali due esempj
la qualità dell'epentesi è determinata dall' dtoiia che precede;
puriiión porzione. Di v dinanzi a uà ve, che è fenomeno con-
genere alla prostesi dì v dinanzi alle formole stesse; cosi: tn<
■v-tiessd = iniiessd inossira; in-v-ueted^inueled inoliare; twr-
vuéle = varvéle vajuolo; rarméde = rauéde che testò adducemmo;
e anche tavuàje tovaglia. Di v che'rimedii all'iato: da-c-óniì
= dai5nitjungere (aggiogare) >>. Dij nello stesso ufficio: djar&ere,
bujàzze buina (venez. boàzza) ^. Di d, ancora nello stesso uffi-
cio : cadile *ca-tle = cavile (cfr. pag. 357, 383 f. , 404) ; cudùmar
'eu-ùmar (n. 167^) cocomero; angudéle = venez. anguéla, nome
di pesce; che 'o dédi ("dé-l) che io dia Zor. 44, 26; e qui nasca
il quesito, se in sèdi = sèi essere ('sedere, cfr. n, 203), il d sta
quello delle origini o non piuttosto l' epentetìco , che coincida
fortuitamente con quello''.- 330. Dij>' epentetìco, v. il num. 110.
' samp.; t-pitrtvl (al piano piérsul apersi [co] 4'Ql, cfr. n. 197'^ e III 4).
lai *-lars (pianig. li» tdrii) focolare; las M-narlM (piaaig. li* nariit; rac-
conto parrebbe quindi errato in PiR. p. e: nàrie).
' ijg. samp. dip. * samp. <ÌDrt.
' Del d< che riesce premesso a non pochi nomi locali friulani (p. e. Dajéll
Ajello), Teggaosi per ora: PiR., xLn-iii, Flecsia, Di ale. forma d. n. toc., Ida-
• Cfr. a. 167' e 184. • Cfr. ih.
' rjg. $Mfi BÌeiio.' Anche fr{di = friit, friggere, troverà qui la eoa spie-
gaiione: /i-i-[d]-ì; cfr. n. 190; e se non è epentetìco pnra il d del fridi <ii
pag. 386, la coincideva dovrà gindicarsì fortaita.
;vGoo»^lc
§ 5. Teiritorj rriulaoì; Accidenti generali. 533
Epentesi di r dietro a nt: seòntri p. 89 n.; indolentràssi indo-
lentramènt, indolentire ecc. (Fra Giacomino da Verona: dolen-
tri dolenti, B 48);- nel -mentb avverbiale: postadaméntri appo-
sta, fiorantméntri , fìnalméntri {e /inaménti), raioneulmén-
tri; ecc.;- dietro a tid: sfóndri {= sfòndro venez.) sfondo, e
anche sfondar, come da 'sfonderò; al quale esempio, probabil-
mente importato, ne starebbe accanto uno di sicuramente indi-
geno, ma col ano 'ndr ridotto a ntr, in dóntre dóntri donde
de-unde (cfr. p. 67);- dietro a mb: slumbrid, allungare fuor di
misura ecc., che il Firona parifica a 'slombare'. Qui spetta, per
avventura, anche munésti munéstri addomesticato (cfr. nésti
sotto 'Aferesi'), Dietro il semplice d : rodi'f e radrig ladrig. Per
simile epentesi, cródie si ragguaglia a 'cutica' (cfr. pag. 54 e il
num. 165), ma sarebbe meno strano il farla 8UrgerB,dietro a $
composto, nel verbo soroded discrodea 'ez-cuticare^ scuojare '.-
331. Epentesi di n, davanti a s composto: istéss instéss; isgi
ins^ exire; istàd instàd. Bpitesì. Fenomeno non infrequente Bpit-
nel friulano, né privo d'importanza. 233^ La nasale all'uscita,
quasi temesse di dover dileguare (cfr. i n. 144 e 154), chiama in
suo soc-corso la muta congeirere; che è come dire, uscendo di me-
tafora: chiuso, a metà della pronuncia, il canale del naso, sì pro-
scioglie il 'contatto'. Quindi: -mp da -m, e -nd {-nt) da n^: om
omp; in-sómp 'in-sommo' (all'estremità); leàmp leàmb legacela,
ligam[en] n. 156^; Uniràmp ih.; e con legittima variante: jMtbnj)
peànd (ligaccLo, cfv. ped allacciare), secondo che -hbn si deter-
mina in -m o -n (n. 156) *. Àncora s'abbia per -nt da ^n: l'aut.
nugledimént *n6lje-dì-mén, nuUadimeno, citato dal Pìrona ■>. A -n
di pronuncia gutturale (cfr. p. 3S2 ecc.) accennano j}^anc=]}2an,
piano, adagio, e strang ^ stran stramen. Più esempj s' hanno
ancora di epitesi di -n o -t {-d) dietro all' •{ cai susseguiva altra
consonante etimologica, della quale, nella fase immediatamente
' Epauteù di I: terg. splumà 37, cfr. pag. 324,371,448, e il venez. spiu-
ma;- felL fóldre, cfr. pag. 155,406.
' Cfr. ^ 223. a 371, 11.6.
' Nel sinonimo venez. lìgdmbo parerà di vedere come un' allniione alla
gamba; ma all'incontro ai potrà bene averci un friakoasimo di pili.
* fell.: siùmp = siùm aonno; e pib aingoiare: ortìimp orefice, nel quale ai
avrebbe on'epiteei aggiunta all'altra (cfr. oriii-n nel testo).
' È nel docnmento attribaito dal Bianchi a1 1300.
;vGoo»^lc
534 Ascoli, Saggi ladini, I.
anteriore, sarà rimasto come un'eco indistinta; così dietro all'-i'
àtono: tuéssi iuéssi-n n. 167-6; stoini slómi-t ib.; tèmi (verbo)
témi-t (sost.) temere ' ; Uérmi Uérmi-d a. 144; dietro al tonico:
in-pl in-pin invece (in-pede, cfr, il venez. impé, ecc.) ^; e i n. loc.
Pregeni-n-s, Precenicco, e Vrgini-n-s, Urcinicco, cfr. n. 167-68,
allato ai quali giova ancora vedere, per -à-d'-à = -àc, il nome
loc. Ussà-d = Ad-ussà, Ussago, e ricordarci di la-d ecc., p. 523^
Ma pure dietro all' -i genuino o all'-i normale da -e od -io:
scuàsi scuàsi-n scuàsi-l, quasi; prèii prézi-n préii-t {pràiit
MeUL Zoe. 21, 76) pratium, oréii oréii-n num. 132. Metatesi.
284. Di r, e per varia guisa: corvàtt e crooàtt corvo;- com-
pra e crompd; fevràr e frevàr; dóntri, n. 230, e drónti; —
tarli^ traliccio; sprolun'gd e sparlu7igà; sgrafa e sgarfd; fre-
tàje e fertàje *frictalia, fersórie 'frixoria (cfr. venez. fortàgia
e fersóra). Inoltre: cdnive e cavine cànova, releva revela*.
Un esempio alquanto complicato riconosceremmo nel -giuda di
s-gludà dis-gludd in-gluddssi, dia- e ri-cordar[8Ì], vedendovi:
'•curda 'cruda 'eluda, malgrado ricuardd ecc. num. 167*. Ri-
mane il classico tarótid {tor.), di cui v. pag. 336; e frusin ai
Attraz. n. 99 e 190. Attrazione. 235.*Una serie di esempj già si
' Qaesto esdmpEo lancia qnalche dabbio.
* coli, pitn piU, cfr. p. 446.
* Ma con questi asempj non si devooo confondere i nomi locati 5. Totuflt
= S. Tomài , e S. Andrai S. Andrea. 'Tomàa-' non potava perdere o alterve
nel friulano il ano -s; uè l'avrebbe facilmente potuta pur la fonnB Domini-
tiva 'Thomas' (Tóma del leaa. it.), con la quala poi s'insappa nella nnova
difficoltb dell'accento. Si aggiunge che il -t o -d di Tomài risalta ben radi-
calo ed antico, come si mostra, dall'un canto, per l'ant. renaz. Tomào, od.
TCD. S. Toma, cbe entrambi risalgono normalmente a 'Tornato' o 'Tomido', f
a&tto escludono 'Tomaao' (alti-a e preziosa concordanza fri nlaao- veneziani,
cfr. pag. 465); e dall'altro, pai nomi di famiglie friulane Tomadóni, Toma-
d(n>, ecc.- Andrdt, finalmente, non si potrebbe in alcun modo legittimare per
alterazione di 'Andreas' o 'Andrea'.- Ma in Tomài e Andrai dovi-emo rico-
noscere, se io non erro, delle normali deritazioDi per -di (come faniàli, gio-
vane, garzone; fem. fanldte; cfr. p. e. gl'it. Masttto, itasaccio]^ e un anab^C
Jacvm-dl sta Teramente nelle mie riminìacenie friulane, sebbene io non ot'
guarentirlo. Si pud anche ricordare il noma loc. Safiìdtt, accanto a Soft' '
Sagilétt. Il d nelle derÌTazioni ulteriori, non mi sembra difficoltà di certo me-
mento.
* pord. Vamena23, cfr. p. 371.
;vGoo»^lc
INotA fioala. 535
ebbe al nam. ]00; cui ai aggiungono: fòibe 'ffivj^ pag. 414 n.;
s-góihie s-gòibe gorbia (e anche la 'globularia Tulgaris'), cfr.
DiBZ lesa. s. 'gubia'; ràibie ràbie (1571: ràibe, cians rai-
boos); canàipe, cfr. p. 356 ecc.; sempre in sino ad ora coll'i
{J) che nella base etimologica sussegue a labiale, ed è for-
inola consimile quella (ieìV esemplare che tentammo dichiarare
al n. 18>21. A forinola diversa, non ho per ora che un solo esem-
pio sicuro: fildine allato a filane, lungo filo per far giuocare
la civetta ecc., cui forse ya aggiunto: nàine nenia (vnvtii; nènie
cbe s'incrocia con fuin£ = nanna1); e nessun particolare esem-
pio per l'attrazione dell'». Ma ancora cfr, rài al n. 102.
Qai si chiude il primo Capo dei Saggi ladini, nel quale si è potuto,
per la prima volta, misurare a passo a passo la zona intiera, entro
i limiti a cui oggi è ridotta. L'iodagina ha dovuto essere quasi me-
rameute fonetica, e versare in modo cosi preponderante sullu materia
principali ss ima di queste favelle, che ò la romana, da non addurre
voci di provenienza diversa, germaniche ia ispecie, se non quando le
basi non-romane subissero le alterazioni medesime a cui le latine
erano espoat*, oppur quando si trovassero molto diffuse tra ì diversi
idiomi neo-latini ; tutto il restante dovendo riservarsi al quinto Capo.
Ma le rassegno morfologiche e lessicali, che ancora c'incombono,
Don porteranno alcun essenziale mutamento alla posizione rispettiva,
che in questo primo saggio vedemmo assunta dai diversi idiomi del
sistema ladino, e fu già a suo luogo da noi determinata, nel modo
migliore che per ora si potesse *.
Vedemmo come la zona si attortigli variamente alla catena delle
Alpi, e poi cali in larga falda all'Adriatico. La sezione d'occidente,
0 de'Grigioni, è al versante settentrionale; e se la valle di Mona-
stero, che pur le spetta, da veramente le sue acque all'Adige, queste
0 ispecie l'esordio al § 3 (p. 337-8) e quello al § .5 (p. 475-C).
;vGoo»^lc
536 Ascoli, Saggi ladini, I.
non corrono tattavolta verso il meizogiorno, come noit corrono in
tal direzione la acque che la Gardena a la Qadera, nella sesion cen-
trale, mandano ad altre fiumana, tributarie dell'Adige anch'esse.
Onde abbiamo tre campi, cha sì potrebbero obìamare inter-alpini; i
quali aggiuDgendosi ai territorj propriamente transalpini, ne risulta,
che penda verso il nord tutto quanto di piti schietto la tona ladÌDa
ancora serbi-
Ma al di qua della sona, e nagl' ìnterstìzj che la interrompono, noi
spiammo inoltra l'elemento ladino per quell'ampia fascia, ad anfi-
sona, tutta dsalpina, cha va dal Gottardo alla Lirenza. I terrìtoij
nei quali ricorreva in maggior copia l'elemento cercato, erano, al
versante lombardo, Talta valla del Ticino (Leventina; § S, a, 2) e
la valle superiora della Mera {Bregaglia sovra-portana, § 2,
A, 4); e al versante veneto, la Val Fiorentina (g 4, a, 1) e il
Cadore centrale (§4, a, 4). Le Valli di Bormio {§ 2, b,1) ci
presentavano, alla lor vdTta, una speciale e cospicua fase di ooones-
aioni ladino-lombarde. Ma conveniva sempre scemare, con la mag-
gior cautela, fra l'elemento ladina vero e proprio, e quella originala
comunanza o affinità di fenomeni, onda sì vengono a detarminare le
attinenze speciali, che rannodano il lombardo e il ladioo, dall'osa
parta, a il ladino ad il veneto dall'altra. La considerazione delle qoaii
attinenza, o la loro scoverta, veniva insieme a spargere aingolar Ince
sulle ragioni idìomaticha della antiche letterature dialettali dell'Italia
Superiore (g 2, b, ii, 7; § 4, e, 1); e l'indagine sul nesso ladino-lom-
bardo, in ispecie la geografia delle alterazioni di varia formolo in coi
entra l'à, ci portava ancora alle connessioni lombardo-emiUane, e
avrebbe verameDta potuto condurci in sino alt'Jonio [§ 2, b, ii). Lo
studio del nesso ladino-veneto, dal suo canto, come ci avviava alla
dimostrazione di quel moderno movimento della gente ladina, al quale
per baona parte si deva la robusta gloria di Venezia, cosi ci racco-
stava, per una seria d'impensata cose, al nodo in cui si raggruppano
le trasformazioni, che il Reto, il Veneto, il Dace e lo Schipetaro hanno
fatto subirà alla parola di Roma (§ 4, e, 1-3; B, 5).
Questa connessione, che illustra, dal lato di levante, la posizione
del gruppo ladino nel sistema generale d^Ue favelle romanza, doman-
derà .qualche nuova indagine al Capo che segue; nel quale Baranno
pur discorse, par la parte che gliene spetta, la intime convanìenu
e le digradazioni, onde il gruppo ladino si rannoda, a poneste, ce.
;vGoo»^lc
NoU finale. 537
franco-proTeDzale'. In qaella sezione del nostro stadio, sì oserà ancora
spinger lo sguardo negli strati ante-romani; e vi sar& agevolmente
ricostrutta e ristudiata la geografia di alcune particolari alterazioni
fonetiche, già sparsamente descritte, quali sarebbero, a cagion d'esem-
pio, » ecc. da -n , o p ad per gè x ài fase anteriore (t. Ind. I.).
Quanto all'intento e ai metodo generale di questi Saggi, e in ispecie
delta parte ora compita, l'assunto non era solo di studiare o com-
parare, in modo sicuro e perspicuo, singoli idiomi o singole fasi di
favelle più o meno prominenti e disformi, ma era principalmente di
ricomporre, nello spazio e nel tempo, una delle grandi uniUL del mondo
romano, accennando insieme come questa si contessa con altre grandi
unità romane die le sono attigue. Non si volevano delle fila spiccate,
ma si voleva la continuiti della tela, e una continuità salda a un tempo
e diafana. Occorreva pera mandar di conserva un tal numero d' idio-
mi, cba l'esposizione propriamente sinottica diventava impossìbile,
e pur non si voleva rinunziare al mollo profitto che la buona costm-
zione sinottica importa; conveniva seguir costantemente le continue
evoluzioni e le digradazioni influite della parola, e pur non rinun-
ziare a quella sicurezza e a quella perspicuità, ohe vengono dal cir-
coscrìvere l'indagine entro a modesti confini di luogo e di tempo. Il
tentativo, veduto nel suo insieme, era forse nuovo, e rìcbiedeva uà
complesso di accorgimenti , vbe non si era forse mai applicato a in-
Tcatigazioni alquanto estese. Ijc quali conaiderazioni , ed altre che è
superfluo aggiungere, varranno, per avventura, a far perdonare all'au-
tor di questo Saggio una parte delle mende cti' egli stesso ci vede.
Fossa almeno restargli intiera la speranza di aver mostrato, quanta
utilità dovrà derivarci da lavori simiglìanti, se mani della sua piti
abili vi si vorranno adoperare.
' Uà nel territorio occidentale, a cui si allude, le Alpi ancora ci nascon-
dono, a entrambi ì verBonti, non pochi tesori. Laonde avrà gran pregio dalla
materia itena, oltre che dalla rara abilità di chi la studia, nn lavonf sul dia-
letto della Val Soana (nell'alto bacino dell'Orco, al and della Valle d'Aosta),
che ornerà il secondo volume di questa raccolta, e si dovrà alla nobile panna
di Costantino Nioka.
;vGoo»^lc
INDICI.
Questi indici sono BoarBi-, ma tra la loro povertà e on'abondanea
soverchia, non si è potuta trovare una via conveniente. H saggio,
che si contiene in (Questo volume, sarebbe, d'altronde, troppo mal
riuscito, sa non reodesae men che necessaria ogni altra chiave, sia
per la parte propriamente fonetica, sia per la lessicale.
Quando I0 citazioni non si riferìBcono espressamente alle rubriche
degli spogli (p. e.: num. 8), esse ricbiamano'Ie pagine, distingneodo,
dì solito, fra il testo e la note (p. e.: 371, 383 n.)-
I. Suoni.
à ftior di posisione, num. 1-4; in posi- n. bii, 472 n.; cfr. 529, 373 n., e
sione, uam. 8; Bako te forinole che mé[d]ulla 5S3.
hanno rubrìca propria. In é g ecc., Afereai, num. 223, 2^ 226*.
per efFittto di palatina che gli pre- ae tonico, num. 07^ itono, num. 03.
cede: 10. 119, 120bU, 120-1, 121 bis, di romanzo, num. 68*. A p. 40 ai ag-
123, 124bia, 138, 148-53, 257-8, 280, giunge p. 189. E cfr. 410 ecc. ecc.,
266, 271, 281 n., 347bis, 375, 375n., 438 (de, di).- «=ai habeo441, 464
381, 384, 13SS, 386] ; per effetto della n., 47£ n.; e=ai h^bes 440, cfr. 470.
palatina che gli HUcc«de;120D., 200, ai romanzo, atono, num. 94; cfr. 406,
266, 271,348, 349,349n,352n., 377, 415.
381, [389]; per feuomeuo continuo: ali ald ecc., num. 10. Cfr. 410; 290,
164,227;255n.,266,269,271,281n., 459-60,471-3,487-8. Inoltre: 256-7,
296-98. Circa l'-d in 6 (num. 4), cfr. 386.
296n. e le 'Oiunte'.- à ia ud {uó) Alterazioni ascendentali, num.
438-9. 238; ea- da rft'r, oer da óur ecc. 153-
a fuor d'accento, num. 69-73; cfr.2^, 60, S25-6- Cfr. 308, 308 n., 311.
1^,272, 347 n.,50Sn. rfm, num. 7. Cfr. 269.
Accenta, nuru. £18; cfr. 236, 364, dmj, ecc., num. 17.
364n.bi8. 367 n., 368ii., 495, 504, àn, num. 5 e 6. Cfr. 293-6; 122n. [276,
506;- 175 n., 360, 386,' 398, 413. 295n.]; 296n.
RioiORSo; 'iéte da -ièle 15 n.; -iato ànc dné ecc., num. 13; cfr. p. 93 n. In-
da -eòlo 27 n., 51 1 n.; ordina 175 n. , oltre : 269, 296 n.
233,oW(ffa233, coffilan-^,, 233 n., dnj, aum. 15.
cfr.504;ca»«fp-ia380coc.,440; f-a- ànt dnd ecc., num. 16; cfr. ^8, S59,
-mila 358;- nei dittonghi: 245 ecc., 261, 269, 293-98, 296 n., 390.
363 ecc. 389-90, 393, 402, 403, 454 -li-io Aria, num.9(v.in ispeeie 484-5n.) .
;vGoo»^lc
AaeimiUxioni, num.2ig;crr.508n.,
520. LiveliMioue di vocali: 153, 154,
217-8 a., òOin.
AaBÌmilazioD,e di voce a. voce
(iiniii.220): 106, 112, 145, 155, 197 d.,
199 n., 218, 218 n., 221. 222, 233 n.,
263,500,5(Su.,506ii.j- '(jeggio' e
'meglio' 313, 328, 368, 488 (ma cou-
Ejdara anche 'InflueoM ecc.'). Fn-
aioae di dne diverse parole: arbinar
430 ecc. (combinare e raduuara); cfr.
530.
Attrazione, aura. 235-6 « 47; cfr.
200 D., 300 n., 382 f. ecc. , 383, 88il,
432, 440, 484 n., 484-5 (-drio -(Brio,
-risia -tBsia); e ancora 'Influenze', e
il 2." Indice Botto 'Plurali interni'.
du, Dam.68;cfr. 471 n.
au àtoQo, num. 03.
du romanzo, nam. d8> (68). Cfr. 146;
^3, 255, 2S6, 257, 258, 266, 268, 270,
281 n., 295 n.; 381 , 385, 386, 387,
4(6-6, 431-8 (do).- o = au habet
441.
au romanzo, àtono, num. 94.
autauaecc.(nura.g3-4 e 68): 137,138,
188, 261,278,283, 290, 313, ecc. An-
cora: 415, 419, 422, 429, 445, 456 n.,
460,500-1.
ntj, auvjf alb, 355, cfr. 359, e jy.
avorso- ridotto ad o, 359.
6, nnm. 214-17.
àj, num. 109; cfr. 454 a.- bl b'I, oom.
115.
e (p) palatina antica, S palatina serio-
re, 54 n., 55,75, 87 n., 90, 90 n.. 143,
145, [166 n.], 205-6n,, ecc.; cfr. 523
n., 524.
ca, num. 160-5; cfr. 257-8, 285-6; 407,
410, 463; e v. ga. Lo j (g) prov.
frc. ecc. di queste formolo, ne'suoi
rapporti collo 'e !/ ecc. delle formoie
stesse, 71-2.
ce ci, num.i 109,170, 171;- ce (ci) col e
allo sUto di gutturale, 436-7, 442.
Vicende di queste formoie nel prov.
e nel frc, 81-2 n. Le sibilanti frc. e
prov. che ora continaano il e di ce
ci, sono passate per e g ecc., 86 n.,
99 n.
f-, num. 117.
e7-, nnm. 118, 120. Cfr. ^^e(, 304 n.
e 452; 410, 410n., 415, 419, 432-3.
oeu-c, nnm.i 166, I67- 167', 168. Cfr.
258, S9, 289 n. B vedi cw ed -Ìco.
r, num. 173.
t, Dum. 174; cfr. 'Propagginaz.'.
(, num. 172; cfr. punctù- : 68 n., 142,
209 n.; sancto- 209 n., 305 n. Inol-
tre: 304-5 e 'Regione di j( da ci'.—
eht tedesco, nell'analogia di et lati-
no: 88, 144, 145. et inUtto: 437.
elj, nnm. 107.
c[w] g[w] in b[u], 94, 380, 383; cfr. 191 n.
d, num. 202-8; d in r: 244 n., 390, 398
(second.: salvdric), 403; io l: 404,
cfr. 528, 52B n. Circa il dileguo di
d primario e secondario, cfr. 305-6,
308, 309, 394 n,, 397, 409, 414, 419,
429-30, [4401, 459 [503 n.], 468; 476.
(Ij,num. 106.
Dilegui transitorj, l, 290, 360,
379, [430],
Dissimilazioni, num. 221-2. Cfr.
304 n. (gla-la), 51 1 n. (glo-lo), ^7
(clB-la),308n.(fla-bla\359(o-n.
in d-n). Ancora: 413-14 (m-m in '
n-m; cfr. 426), 433, 505-6, 516; e
il 3." Indice, e. 'luto-'.
Dittonghi ìraproprj (v. 'Giunte', a
p. 16): ea ia ecc. da é di anterior
fase romanza, ed oa [ito] ecc. da d
ed li (p') di aaterìor fase romansa;
16-17 n., 18 0^ 19 n. 1, [31 n.], [37-8],
(132, 134 num. 54 e 58, 136, 137], 171
n., 181-2 n., [184, 186, 187 n.], 232,
234 num. 46 e 54, [235, num.i 58,61,
65], 244 num. 22, 215 nam. 28»; 493,
494,498.500,501. Cfr. 443-4.
Dittonghi organici, nnm.) 23, 52
ecc. (V. é é ecc.).
Dittonghi seriori (t. 'Giunte', a
p. 16; da non eonrondersi co: 'ler-
-iiari', V. queslij: et da é di anterior
;vGoo»^lc
540
\
Indici. — 1. Saoni. i:
li Bnterior -36. Ettlisù ed epecfUi
fftM romuiEa, «d o» da d di Bnterior -36. Ettlisù ed epecfUn complicate
fataromanza: 131,132,134,135,136, in uno, 370 u. V
137, 170n., 179(cfr.2tó, num.50 6 /; nura. 138. Cfr. *10, «5,459, 517. -
52), 181, 182 n., 231, 231, 235 num. f che volge a. h {fh) J^ISd.
67; 487, 4S2-3, 494, 497, 500, &01. fl, num. 116.
Dittonghi terzisrj (pravemeati da ga (t. ca),Dum. 181-2; cfr. 286.
vocaliBecoDdarietp.s. iVda é=ilat.
« parte coincidenti cogli 'organici',
come apposto nell'esempio eitalo,
parto coi 'aeriori* e cogli 'impro-
pij'); cfr. l in posii., ecc.
Dittongo lopra dittongo, 492-3,
18&-90; cfr. 394 a.
^[«] ff[e] ecc. da ghe di ùmo moderna,
95 n., 146, 147, [191 n.].
OemiuaEÌone.num. 233-
;^, nnm. I2l;cir.419j
-ir7-,num. 122.
go gu goa ecc. -g, nnm. 183-7. Cfr.
'Propagginai.'
gn, rnun. 192;- nn nnjjnnj 86-7, cfr.
383.414, 418, e T.mn.
22-2S.Cfr.T,447(443), poya=ayT0c«to 140, 150n.
gr, num. 191; -gr- in -tt[j]r-, 2S.
^',num.l05(ctr.l95n.,ecc.). -lg-{tj)
= -g- = hi UOn., 142, 196 n., 237.
é Unga, nnnt. 18'21*. Cfr. 254,
451,453.
iAi poBiiione.nnm. 27-32. CfT.39T,
408,413,417,123,443,446,447.
é, secondo elemento di dittongo, ed «
Atona, che tenda ad atlargani dinan-
zi a r, 364, 490-1, 496-7, 503, 50,
cfr. 455, 493 ; - e tenda a ristringerai
dinanii a n, 490-1, 494-5, 496-7 (cfr.
«M ecc., e 489).
f toscana in caai di posizione, 'come
trovi sua analogie, 400.
^ {é) in t, 434 n., 44^3, 447, ài 444.
■ e àtona, num. 74-8. Cfr. 307-8, 424-5,
424 n., 440-2, 447,488;- 437,[439].
rfiinof, cfr. 844-5 n.
-ilio, num. 31. Cfr. 256, 266.
èn, nnm. 25.
énj élj ecc., num. 2&* (125, 127, 172,
232,245).
<frt* ecc., nnm. 32. Cfr. 253-4, 259.
énlémp ecc., nnm. 32 n. Cfr. p. 204;
2S1 n., 253.
rfo (rtt), nnm. 24. Cfr. 471 n.
Ao- in à[u]r 147. 376, eco.
Epentesi, nnm.) 110, 230,231;- u[«}rf
ecc. 187; i[a]r 281 n.- Cfr. 303,459,
e '-nunte^ in qneato atesso Indice.
Epiteli, num. 232-.
Ettlisii, num.224e226'. Cfr.235-
1.95.
Hungo, num. 33-35; cfr.30l>-301. In
u («): 174 , 256, ZTT, 313, 387. 350,
352. 355, 358, 361, 364. 373 n-, 376,
381, 4(e; ofr.372 n., [283].
i bre»e, nom. 36-40; cfr. 871.
t di posizione, num. 41-45. Rela-
zione tra gli aaempj dalle varie !à-
velJe romance, nei quali è intstto,
23, 129, 246. L'tf da i di posizione,
col dittongo 'oi^anico' dell' ^, nnm.
43; col dittongo 'aeriore', nnm. 44;
coir 'improprio', 175 n. 3.
l secondario in e, num. 59; cfr. p. SIC
(n.52).
iiaé éi 442-4, cfr. 447; di 444.
» àtono, num. 79-83. Cfr. 47; e ■In-
fluenza ecc.'.
ia io ecc., 128, 129, 130 n.; 30); 444-5,
447.
-teo. Dato l'accento sulla tenultìois,
il e dell' ultima, preceduta da t , ten-
de a dileguarsi, nella basi ital., fre.,
prOT., ecc.; od ò erronea l'afiènns-
zione che aia dileguato l'i, e il e ti»
passato in jj; 77-9 n.
Ut 237.
Influenze varie dell'i Atono del-
q,t,7edbvG00»^lc
Indici. ~L Sncmi.
l'ultima sillab*, sulla deter-
minaiiona delta tonica di p»-
nnltima (cfr. 'Attraiione', e ael
2." Indice: 'Plurali con dUtiniionB
interna'): 15-16 n., 282, 893-4,300,
314. 328, 350 n., 3K, 359, 373 n..
378, 381, [385, 400, 402], 423 bis,
4S4; effetto speciale dell'i ttell'iato
Bulla ragione dell'd e deU'rf: 423-4,
454,488.491, 495 (efr. 'pejus' p. 539).
Inoltre; 413, 4S-7. 455-6, 45S-6 n.
j, nuro. S6; efr. 394 n., 458.
j in fj 266, 287-8 n.
j complicato, t. * r;',!); ecc.; ma eiiti
di simili formole sono ancora con-
siderati nei s^nenti luoghi; [3ST],
402,403,405,400,414,418,429,440,
446-7, 485 n., 469.
j prostetico, t. 'Prostesi*, e ^6.
Jato. L's (od 0 dalle basi latine, net
jato: LI, 51.- Jato a cui si rimedia
per epentesi, num. 232; e cfr. 257,
306, 306 n-, 350 n-, 419.
l, Dum. Ili; f—j dissimilato, 65,65 n.,
243 n.; I in i-, 257, 259, 261, 263,
266, 268; alt ecc. in a»t ecc., 398,
[513]. Cfr. 'olf ecc., e 113, 464 n.
td, num. 1 13.
li Ili [Iti ] ,'nnm. 98. Cfr. 66-7, 94 n. 4.
Ij, nnm. 97. In Ig té, [51, 191] , 348, 353
n., 382; in ff, [194] , 394 n., 409.
-tl{o], num. 112. cfr. num. 3I.
-m in n 360, [381], 370 n., 380, 405, ■
4 13.418, 438, 520 bis, 520 n. ; -am ecc.
in 3 ecc., 382,520 D.; -m dilegnalo,
520.
1. 157.
-menu io -mwib-e, 352, 356,358, 371 n.
[364 n.], 397, 409, 415, 419. 419 n ,
431,441,459,468,533.
Metatesi, nam. 234. Cfr. rotundo-
nel 3.* Indice, e dromir ecc. 393. Iq-
oltre: 421 n.. 433, 433 n.
mj mmj nam. 104; ofr. 306, 308 n.
m-l m-r, num. 155; cfr. 308-9 n.
m—m, num. 158.
m« «"n, num. 156;- imi nnj 87 o. (redi
gn); 283, 290 d., 383. [414], 418,
520 n. Inmm,52a
m'r f . m'I.
mtj, num. 107.
-n, num. 144. In -n (-na): 121, 124,
141, 278, 279, 284, 351, 356, 357, 369,
372. 376, 382, 401, 429, 438, 533.- In
-» : 258, 259, 263, 266, 268 ; 356, 35T,
[385-6].- In -m: 65 n., 121, {-tii e
-m-: 165d., 202-3,242-3), 259,272,
346, 408-9, 429 n., [458], 519 n.; e
si nota la particolar diffusione che
ha fttm^tiae-. 29l,328,361,3e9n.,
401. Ridotto a nasaliizar la vocale
{-S=^n): 382, 401; dileguato: 356,
dietro a Tocale429n., 519; dietro a
consonante 356, 519.
n che tace dinanzi a consonanti, nom.
152; 195, 246 n., 304, 308 n., 312,
370 n., 429 n.; cfr. 378, 382.
«e MC( (num. 152) ; ». rartic. ppaced.
fid nt, num. 150-51 (-nd[i] -nt[i] : 68 n.,
139, 141. 142).
fi/; num. 149; cfr. 203 n.
«^ fw 264, 265, 271.
nf, n
1.103.
nj, num. 102;- nj in ti^ «^ [52, 195],
414, 418.
ttm n-m n-n, num. 14S. C(r. 410 n.,
433, 433 n.
nV, num. 147.
n$ n's, num. 148.
ó lungo, nam. 46-7. Cfr. 469.
ó breve, nuro. 50-3. Cfr. v-viii,80i).;
331,443,447,463-4; e v. '^'.
à di posizione, nnm. 54-5& Vedi
'Oiunte', a p. 30, e cfr. 183-4 D. In-
oltre: S4, 255, 256, SS8, 259, 266,
2B8, 271; 442-3, 446, 447; e t. 'olf,
'all', ecc.
g' toscano in casi di posisione, come
trovi sue analogie, nnm. 56 ; cfr. 496.
g (à) in u 434 n., 445, 447, du 445.
o àtono, num. 84-88; cfr. 105, 306-7;
;vGoo»^lc
3ff7 n,, 437-8. h'o at. di prima sil-
laba, in au: &05,S05 □. L'-o di de-
termiiutti edraccioU, in esp.eprov.,
78 n.
à primario
y. 243 n.
oe tonico, oum, 07.
ólj, nnm. 56.
Óttecc, num. 57'57*,
Inoltre: 471,487.
secondario, in w^ K
3.58.
órt, 183 n., 234.
du in A*(f'w), 3658CC., 387,389, [48fl].
tó io ótP. 277.
p, ama. 209-13.
peata 197-8 n-, peli; pfuej 364 n-, pelli.
pj, num. 109; cfr. 103 a.
pj (p[ilj)in^,271,cfr.513.
pl^ num. 1 14.
Propagginaiioni prograssive
(v. p. 112, 157, 211), nura. 237; cfr.
83n., 245,278.— Propaggina-
zioni regreseive: j/da s. Un-,
86 n., 143, 145, 166 n.. 260, 263, 264,
2K, 271, 352 n-, 369 o., 383, 401;-
jnj da «j'66n.;- vgz da ^^211.-
Aooora oy da g 223, 825 n.
Proateei, num. 227-9. Si vegga in-
oltre, per la prostesi di s : {397] , 415,
419, 430-31; di a: 415, 433, 433 n..
464 n.; dij : 438; di e : 454, [442-3].
ptj, num. 107.
gt), num. 175-79. In iapecie si consideri
il num. 179, per la palatina antica
(e, onde q) o moderna (^), eecoado
l'età in cui si dilegua Tu di q[v]e
9[m]jì cfr. 286 e 433.
r, num. 125-25. Cfr. 257,259,397 (401),
436-7, 447, 465 n.
rd, oDm. 126*.
Regione dall' d in e, 296-98.
Ragione dell' à offoscato (a ecc.) nelle
formolo dndnt ecc., 203-96. Cfr.298,
318 (a 352 o.).
Regione dell' «d = ((, 335, 390, 3K-7,
400, 402, 403, 405. 412, 417, iZ\
442-3-7 (446), 453-4, 498.
Regione dell' attlissi della TOCal di pe-
nultima nello sdrucciolo: nnm. 14T,
nnm. 78 ecc.; [397], 401,408,413,
417, 424-5, 424n., 441-2, [tó5],450n.
Cfr. 393 n.
Regione dei dilegui di vocale àtona al-
l'uBcita: T. 'Vocali Alone' nai dìteni
spogli; indi 395, [397], 402, 408,413.
417-8, 427-8, 444, [457 n.], «6-8.
Cfr. 393-4 n., 457.
Regione e ragione dalle vocali miste {«.
ù): V, sotto» ed ii;^ndi 335 [344; cfr.
181 n., 183 n.], 3^,406-7, 476.
Regione dall' -i^ (-dm) di prima plo-
rale: 336, 389, 390, [390] , 400, 402,
403, 406, 407-8, 412, 416, 422, 445,
449, 451.
Regione di -ài ecc. = -ani ecc.: 343
[378-9, 382-3], 402, 405, 414, 4IS.
Cfr. 510.
Regione di et inj( {jtj e); cfr.nom. IT?;
83n.,304-5,318nT457(471),48dn.
Regione di^ e rf (d), da 2 (f) s i dì
fase anteriore: 343, 344, [381-3,
334-7], 389, 390, 337, 400. 401-2,
403, 405, 408, 413, 418, 438, 433-9.
Regione di d in d, 343, 383-4, 3S5,
403.
Regione ed età in cni si conserTiuKi i
nessi el pi ecc.: cfr. i num. 114-22;
30 1 -4. 3 12 u., 31 3. 4 U-12, 437, 46CH,
460-1 n., 470, eia 'Oionta'ap. 302.
Regione di ti di da ci gì, 334.
RagiODB dal a in s: 290-1, 323, 3»,
316, 347. 352-3 n.; ecc.
Regione di /: num.* 96, 189 ecc.; 305 n-,
401,403; 407 n., 481-2.
Ragiona di -mentre da -mente, vedi
■^t '
l99.
num. 128*; cfr. 398.
s, num. 133-36.
-$ latino che si consorvit, num. Ì3Ì-
cfr. 331, 456 n., 461-3,470.
;vGoo»^lc
- II. Forme.
543
nm. 101.
i. 142» (p. 202); cfr. i
jy, n
1. 141; cfr. 407, e 'rostro',
t, anm. 193-301; etr. 'd primario e aa-
condario'; 67 [nnm. I5t), 476.
M (e (» àtono), unm. 108 (107); cfr. 97.
y, di eU diversa, num. 107.
(7 io Ci (Ij), di serie generale, num. 1 19;
Eerie speciala M): 58 n., 139, 140,
198, 198-9 n.,fe2, 236 n., 238; Cfr.
303,438.- t; {dl) = tul, di riduzione
seriore, num. 120.
tr (dr), DDm. 200. Cfr. 458, 469 n.
ti lungo, num. 59-60. Cfr.IOIn.(pro-
Teni.).
ti breve di posizione, num- 63-5.
ù di poBÌzioDe;altarazioni terziarie che
ne prOTengono, num, 66, cfr. 290.
w (u it&l.] in 6v 446, cfr. 447, 6i 446.
« itone, num. 89 (47-8, 138. 192).
M itone, num. 90-92. Cfr. 105, 192 n.
liìl, aura. Ili; cfr. t(» ecc.
uà in Wì, 417, 423, 454, 454 n., 498-9;
cfr. 'Giunta* a p. 499.
e, nnm.i 127. 128, 129», 131. Cfr.j) a 6;
inoltre, per o primaiio e eecendario:
290 n., 394 n., [397], 409, 414-5,
419, 430, 430 n., 458-9.
lì in go, num. 1 29». Cfr. 387 (num. 73) ,
415, 419.
la, num. 100; ej (tg) inR)' [p]r 4I4n.,
510. 510 n., 514 n.
Vocalismi varj: 250-\, 251, 393^, 437-
9; eco.
M>-, num. 130. Cfr.415, 419, 464 n.
Nome.
-ébiU ecc. 14 n.. 168 n., 230-1 n.; 261,
268.
'-el '-ttiascitìzj, 139(num. 107),230n.,
520, ecc.
-ia ed -tó 103 n., 285 (290).
-ina, 493.
'-10, 122 n., 275, 500, 508 n.j cfr. 261,
522 n.
-ftorecc, 152 n-, cfr. 106 e num. 87.
-ito, 20.21, cfr. 33 n., 282.
-lìw, 20, 32-3, 185; cfr. 282, 283.
-Mtnen ecc. 3! n., E%.
—etto -iXo, esponente di partic, [397] ,
402,406,409, 415,419,431, 444,
459. Cfr. 'Verbo, ferme analogiche'.
—doni degli ordinali grigioni, 230-1 n.,
e la rispattlTa 'Qiunta'.
Temi ottenuti par astrazione dal verbo,
15, 17 n., 30 n. , 38 n. , 495, 5i I; ecc.
Genera mutate: sonno 376, 382, no-
me 398, mele 403, fiore 518, lume
370 n. (fem. pur nel friul.), monte
(fem. nel garden., nall'ampeiz., e nel
friul.). Genere alla latina: cenere
masc. 403, ago fem. 439,
Composti, 413, 413 n.
Tipi nominatiTali ': -àior (cfr. -iter
qui aUato) 46-7, 138, 152, 192, 346,
356, 407; pdstor 374 n., 381, 402,
415; frater 351 n., 353, 359, 503;
presbyler, t. il 3," Indice; nepos 276,
468-9 D.; sóror nnm. 50 e 52, cfr.
359 (edrer Boróres), 412, 445 (tdror
sordres); j^«ìoj-47, 192,278; major
189, 3S8 n.; minor 47, 192; métùir
192, 278; péjor 47, 138, 169; aetas
generale , rifulge fiù ohe t
jvGooi^lc
514
Indici. — li. Forme.
500; latra 300 eco.; papiro 529; [pd-
mr 501]; mitrix, OiUDta a 37.
Cmì Tivi, 170-1, 171 n., cfr. 231; IQl
(191), cfr. Kn.
Cui fouiti, 12 D., 13 D., 79 a., [63],
193. 201-2, 231, 518; cfr. 291 (pi.).
Plurali con diBtiaKioaa interna (cfr.
'Infineiiza ecc.' nel 1." ludico): 261
bis, 262, 262 n., 282, 289 bi», 293-4,
S94 n., 308, 310,310n., [348, 349 n.,
352 n.], 352-3 n., 357, 358 bie, 365 q.,
378 bis, 379, 362. [386], 402, 4(B.
414, 421 n., 1^27, 425-6 a., 427 n.,
444, 455-0, 455-6 n.
Doppia nota di plurale: 374-5 n., 517,
519 a.
Nota di singolare, applicata al plura-
le, 507.
Nuovo BEpouente di plural femioilo (-n),
270,273-4.
'tutto' in condizione di indeclinabile,
274.
Forme speciali dal pronome venez. e
frìul., 464, 530. Peminile analogico
nel pron. bregagl. e borm., 274. Al-
tre forme analogiche, 4IS n-, 514 n.,
[515».].
Vkbbo.
'intórt (-entdr-ant&r)74,140, 143 bis,
147, 153, 154; ecc.
-tndrc 53 IL, 237 n.
-t-iare 36, 54; ecc.
-team 78 n., 504, 522 n.; ecc.
Porrne analogiche a forme lÌTellal«:
81, 81 n., 258 (cfr. la difftwìoae di
-etto ecc., qui sopra, aal 'Nome'),
[366 n. 3], 441 n., 463, 502 n., 518 n..
529 n. Forme analogiche pronume
da spinta diisìmìlativa, 213 n.
Verbo semplice, nelle sembianza del
composto latino: 229, cfr. 36 a., 526.
Oeruudj che Tengono a coincìdere col
par tic. pras., 100.
-tfnt[s] nel partic. pres. di prìma cod>
Jagaiione: 308,:WflD. (parUc.e ge-
mnd.), 311, 419, 4]9n., AS3, 468.
PerfetU, 258 u.
Futuro di recente formaiiona, 440-1.
Perifrasi di piuccheperfetto, 271 n.
Antico accento nel tipo omoM^nw ecc.,
442,454 0.
Seconde imperat pi., 472 n.
-s; sna storia nel plur. del verbo an-
gadino, 201-2^ n.
-n di prima ig. pres., 449.
-dn (-^m) di prima pi,, v, il I.* Indice,
•otto 'Regione dell' -dn ecc.'.
»<mt[«] Bum, e simili, 69, 399 n., 416-
-17, ecc.
PlRTICOLX.
s nell'aTTerbio, 48, 206, ecc.; cfr.s»-
reiM nel vecchio mìlan., Cb.VSSS.
Bccessn- 18 n.
acucillo -illa 76 i
(dichiarazioni che in-
CWtrano la difficoltà
dell'accento; t. 82-4),
ecc. ; cfr. 386.
aculiata509.
aequale- 222, 398.
aeeUt- 222.
afBare 57, 111.
aih, V. 'Giunte', a p. 275.
III. Lessico.
alno- 13,261,276,487.
smiUSSO n.,511, ecc.
amore- 25 n., 107 n., ecc.
une mail ecc. 12 n.
ancella (capretta) ecc.,
255, 359, 266.
aniso- 9n., 123 n.
anddnioalddnio 379, 386.
anma amna 371, 438.
aqua augua aigua ecc.,
300 n,, 347, 360, 376,-
381,383,414, 510 n.
aqniU 210, £91, 35a
arante 492, 312 n.
ariatula514.
asaasionato 253 n.
ausicaref 50, 193,2S5
n., 236; atcd, osare, pu-
re in ValaasBÌna, Rosi.
avorso-, DUm. 126*.
bestU (pecora) 3S9, 346,
354,358.369;cfr.'.K
a 196. Notevole: 381.
;vGoo»^lc
bì-coDgio-497 n.
biforco- -nreo, 62, 107,
103, 263, 28« n^ 517.
bifolco 469, 517.
bisogtto 29, 134, 183 n^
407, 497 n.
bUr h§er ecc. 101.
bUto- e beta 515 a.
bogolia 253 n.
bufare ^3 n.
bwdigare 2S3 d., SO n.,
B2S.
bvmi[d]» ecc. 102 n.,
T- 'Giunte'.
Indici. — 111. Leadco.
cefcare assa^are, 351,
362, 377, 404, 521.
cerda (miifr.cerda) 364;
ofr. 382.
oerio- cero, 455 n., 507.
cerufcnl»< dls-oei»-
nicnlo- (efr. Diaz
leu. 8. 'cemeeehio'),
354,514.
chiodo { ofr. DiEl leaa. e.
T.) 357, 513.
chicart 144 (eh. fHoL
tagUare, 152,
oratolo SS3 n.
Br0^a 380, ecc.
arena 357, 380.
^enb) :^3 a.
brigata 140, 357, 371 n^
380.
brut 32, 499.
bnttlo 361, 380.
caesoria 510.
caespìt- ceepit- 39, 188 a.,
calatnello 73 u.
ealcaria288,3e3,383.
calìgii!»- 626.
calare guardare (pri-
mamente: curare) 357,
372.
camola 144.
cantarla 67.
canuto- 143, oaiHMo- 178,
capanna 70.
ca.r(i]olo 74 n., 143,
144, 328 a., 522.
eanoUt 253 n.
cena, aon: caeiiB,39ecc.
Archi ila gloltol. Htì., 1.
cirn[r]gico 500, 510.
eieera 486 a.
olar-io-[260,868].275,
36311.
elair 275.
Clodia 513 n.
clopa copia 515.
coceiao- 247 ecc., 402,
411.
colli gare ecc. nam. 190^
commaatti-iniin. 104,efi-.
308 11., 409.
coDoio (comt-io; Dnci h.
T.) 134, S4, 289.
CoiuobrÌj)&- 202, 529.
eonwewla 382 q., 614 u.
cornioli la 514, cfr. 140.
co-rotare oo-rot[n]-
lare.Sgn.
coe[otu] 262 n., 360 n.
cote- cotario-, 366,
378, 381 bis, 387, 485,
494.
cntpelop, 25.
eribIo-350n.
eroe ecc., 60, 181 a.
crqjo ecc., 496 n.
eros prov, ecc., 65, 5S4,
cultare%9, 368.
cw[mJMtone204, 329,521.
ctMuo- 359.
eupidin 103 n., ofr. 266.
corto-, rifieRM) come b»
fosse: cìirto-: [355],
500.
catica54,499.
dagia 291 n., 316 o. (efr.
ScHN. (. 'dasa').
de-aTOreo, t, aforao.
d«=iade, 464 o.
dn'bmgo-a, fmmediata-
meate, 203 n., 271.
de-man* 472 a.
diacono 511 a.
di aere 81, 97.
dt-ouor-tnmta (avrerbio)
142.
digito- 22-3, digitai-,
lare 58 n.
dirtctara 85i 140.
di ri-capo 206, 521.
dii-eoUo (IM A cosi fermo
e difibio, che farebbe
qoaai penaare ad nn
composto latino eoo w
per a, ofr. per e«. t'n-
-euleare) discalzo, 213,
324,346,401,471,487.
dolio- 26 n.
doljo 181.
dom[n}lo ecc. 620.
dnro- (fegato) 247.
ebro- 14 D., ebriaca
521, flbriacao-533.
ebulo- 303, 489, 532.
éerasar 179 n.
ego 0)0 eco., Dum. S4; ofr.
469-70, 470 n.
encpjanstro- 516 n.
erviUaS&4 (brianzolo: or-
&«'), 355,^8-9, 368 D.
;vGoo»^lc
&4e
Iodici. — III. Lmùco.
eiUt^tr es, 9^3 n. sremio- 489, 507.
«xcarpio- eoe, 73,143. gu-, afr. te-. .
escnuorio- 368 n- guaiia 253 n-
g'wall e wofd.SS .n.
fiuoo- » GuuK 39. MO.
/àMitrioT /(iJciaAt-, 485, hordeo- 339, 306,373,334.,
fovonio- £6, S84.
fada 313, 350, 379, 414,
488.
feiire 21, 368 d. .
fictara74 n.
fleto- flw*-, 87, 144, 408.'
flagello- 284 n., 304, 348,
383,488.
f[l\odrol^4.Q&,53ìa.
fglto £37.
fovea 414 a^ 5%.
fractaS&So.
frftt»lia458.
^[atiliBY /tooit. ?,.6l a.,
efr.238. .
frigido- 84 n., 174.
frùorIa534.
&IigÌD»- 346, 369-70 n.
(371), 388, 509-10.
-Adelre {-folciart) inftil-
cin 38 IL, 187 n.
gamlvrilo VU.
ganehir eco. 92 n.
gangola 611 n.
jrautaecc.,380,415,47 1 D.
jr«IoMui. 497 II.
gemmnla 303.
gérmulo 383, 401.
gire (ofr. Ire] 346, 349^
38S eco, 443, 445, 482,
494, 519-9 D, .
^mn* (giorno- gle-
mo-)^324, 506n.
glùti»=giitlia374n,
383, 514.
gniffftuari 253 n.
granaria 368 d., 371 n.
imbrtgar» 353 n.
tncii<};iru 371 D.
ittcMn in aiDQ. 398.
iodorsTB 32.
it>g[a]«ii, oifM ecc., {Q d.
inlàgro intrigo 40:S a.
intéro 96, B07.
in-ptds invece 534.
intra,- gvidof» 9S a.
ira (cfr. tf(r«), 21 eoe.
ieto-ipan, ipsu-ipsu, 103,
215.
m. 96;
japper 254.
jajuiiio- ecc.,
44S. 508)1.
jsri in-j*ri a l-jeri, 354 n.,
327,357,363 a., 331,
398,402.
jol ecc., CKpreUo, 255,
266.
joiia (die») 247 eco. ecc.
Jovina, Joppi, 510 ».
jnaotorio-369ii.
Jancnlo- 508.
JuBguU (efr. eingnla),
303, 382, 388.
lftc«- 77, 144, 207, SO.
lagare 330 a.. 332, 422,
leadine- 388, 515 n.
liberare (fluire) 1 4M b.
lilio- 51, 414, fiOQ.
liactare lingere, 306d.
Uqnwi 47, 210.
logore uri farei, £88.
-Incafe laoere(efr-ci-
lara, folclara), 386.
litctareliigen,306n.
lutea 37.
Intra 199; 5S&
ma[i]H'na 432, elr. .447.
iiiaoe-TÌgì]»T 6fin., 203d.
mend'eare maa'care
m<M>àire,?79,5£3n.
mofi^fore ,• tnaglian, 66,
141, 203, £64, £79, £86
n. ; cfr. 370 n.
.261. ,
446.
lar[i]cato- 149 a.,
370 n., 383, lar{ijea-
mea 521.
[tjasciare 398.
lastima 43 a.
lepor«-244-6ii.,4I4,ecc.
levamea (lievito), 69, 239,
521.
iaeare44.
ii)edull[a]01n-,c£r.S38-
' Inoltre 3(6-6, 528.
micula £1 a., 206 ii.,eee.
modìolo- 181 a., 284 n.,
453,469,611.
moaacltiia tWfttcd, 76 a.,
,78,496.
mulctra 39 eco.
nec-gutta ecc., 37 ecc.
(a. I84),40»-10,472.
nlblo 5lQn.
Diro 96.
no-tnai non magi», nu>.
145, ofr. 410, 410 ■.
336,3^356,366,373
n., 376, 379, 384, 3S8.
nMna-eM eoe 48, 151
n., 201, £66^271,3601
nasja = uansea, 360 a.
nacula 514.
adllla 185. a., 397-il,
533.
antrii 37 a. Deve (nU-
;vGoo»^lc
tarsi <U tipo aomitiaU-
lale; miriH nùrw-a.
obliUrelll.
ol«o- 35», 361, 365, 4£3,
sog.
oisre 495, 496 a.
oIU, ftQls, 177 &., 346,
373.381.
opera =quaiiUUtÌTai,463.
fojptiiione 398.
opnlna 629.
grto373 a^ 498.
datio- Qstio-, 35 eee.
Sto- (non Soo-) il tipo eoi
riwIgoDo por qnMti rì-
flesai i)«o-latÌDÌ; nnm.
52, ecc.
pab'lo- 304.
Padova, P<Ka, 429 a.
paiVtf 275.
paise (paganw-) -éta, 35S
ii.,364a.,373D.,376i^
[3S7], 4B5d, 491. Cfr.
127,818,389,493.
paljóla ecc., 41 n.
palla 3Si.
papier 261.
papjrtf-{Incigiiolo), 177
i»^284n,
parìa 275, 4^
parlare 501-2, 510.
pariciilo-507.
parìeta- I5u., 363 n., 488.
panco- e ponpw, eoa dw
in ó, e fd uel]*aii&Ii^a
del brcTa; paw.
pavir-ia 285, cfr. 290.
peccato = oompasaione,
43 a.
pectorinaSS.
pericolo- SOi 200 d.
per~Uile 164 n.
per-tractare 59, 140, cfr.
142.
Iodici. — III. Ijatiico.
jti[n}ctiouìalae 513 a.,
cfr. 524 ecc.
pUcito-, p«itOMc.,60,
81 n., 304.
plaaeo- (plaucola), 304.
pie:
o4S.
547
rotnado- (tomndo), 330.
361, 374, 396, &tl.
rade- 500.
ruga 253 n.
rvgia 253 n.
pietra ecc., 290, cfr. nrfo 253 a.
plìetAplMta, 304.
plBTifqaa] 101-2.
plorare 513 a, efr.4Sen.
plooire (ofr. tK.ple»-
voir), 357, 363 a.
Po 433.
pollica»- 504, 621.
popolo- pioppo, 509, 529.
perticale- 380, 521.
preabyter, prete, 244 a.,
330, ^}4, 404, 453, 493.
preaaorìo- 368.
prnlaa IH.
pvlidro 'litro, 18 n., ecc.
ponct- ecc. 209 a.
pappa 32 n.
qnadragMlnu eco. 168-9.
gvffflio 614.
qo&-hont (quando), 264,
289.
quatto 524.
qnomodo aic-quamodo ,
£6,234.
ragùmara 30 Oh 33 n .,307.
rar-io- £68,275.
raefa pece, 362 0^510.
reaafojcalo- 141.
r«K$a 263 n.
revorao- 17 a.
r[b]ooeare 144;cfr.383,
386.
rima 129, 549>.
rivar fiofre, 464 a.
rob!gÌD»-95,95a., 212,
aAbata jdtn&tdo, 70.
aaepae e ■epos, 39.
salicto- 524.
>a[m]bnoo- 69-70,284 a.
'623..
a&Dgnias- SB9.
aaptr grado, 97 a., 213,
£41.
scapola 616, 516.
teratan 179 n,
sectore- 47, 524.
BedsatareS3,S01.
tédv'e 169; nel slgoif. di
■eieere-: 442, 628,638.
adoùta 70, 488.
Repsrare 63 a.
iégmre 210.
n^wenter exiade, 69 n.,
371 a.
aexl8, 393 aec 491,493.
sei suets 103-4, SI5-6.
sidarato- 98, Ì53 o.; cfr.
528.
dligiafr- 371 a.
t~nominar* 370 n.
■ oga 146, 212, 60£ a.,
626.
n></'lllB.-,efr.3T6(a.40).
aoUeDla.67, 139, 198,
361,356,359,374,379,
385,514.
solio- (vaaoa), 508.
lombria lumhrtoa IIO.
epUu-ia 196,866,368,
361,368,Sr77,378,383,
402, 403, 510.
Bp[l|nma 222 a., 324,
371, 446.
;vGoo»^lc
spongA 404, &2&-6 n.
stadio- Btidia5£^iiHl66,
511.
sUmico 523.
s tramenare £S3 n.
stube 32 n.
atdmnlo-5S0.
snccntere 109, 180 n.,
506.
«wlc-to 382 a, 622 s.
UbnI«to- 58 n^ 515.
taed[e]a ecc., unni, 203;
cfr. 39 n., 306, 409.
taadìa 512, cfr. 527. '
lombare 372, 375.
tffrla iurta 133 n., 366 n.
tr«[ja]ctorio- 2fl, 87 n,
106.
tr«(ii]s 203;ofr. 238f.
trégua 170 n., 364 n.,
453 u.
turbalo- 140,367,387
n-, 415, 500, 516.
tut(>-(Iuti>,336;37I,39e,
4^526.
-ttttar«36,235;cfr.306.
-tttttar», tolto, 36-7 n.
uber 32, 356, 499.
nmbilico- ecc., 14J, 613,
610. 532.
tam-magno- 229, 601. umore- 387 (n. 90).
tann» danne, 527 u. u[*i]guanno 192,254,5^.
unto (borro), 380; cfr. il
tegdmon ecc. 5S5 (cfr.
T^yttvev).
tempora temp'lo, 507.
ten&cnU 515.
t«iuo- (satollo), 261, 350;
acc
temo SS3 a., S&i.
theca 76, 205.
terebello-66a.
*erbo- verba, 127 t, ll2-
versàrio 27iì,ver*àre 497.
vervecarìo- berviC;
77-8 B.
Tet«r[a] 405, 454-5, 489,
Tettano- 527.
vicata 108,120-21,149,
143, 357, 367.
YÌda 437; tìco- 77, 307.
Tig[i]lare 58, 369 >..
514-15.
TÌria 488, 510.
Tisc[n]la 28411., 2SB,
615.
viudo 200 D.
p«-W|27,I3l,l33],376n.,
419, 471 n., 495.
vomicare 527 n.
vostro, Y. atr nel l." Ini,
e la giunta a p. 3Qa
ic- [gu''] che s'iDcrocit
oalitia valigia 512 D. con «- lat, 617 n.
Tar[i]care58,205, 257, vSffanSOOa.
S79. wenhjan 62, 92 n., 233.
TBriola 50, 376 n., 516
(cfr. n. 99). , Mtrbigare SS3 ti.
ver- ocgat., 154 n., 201. *ujf 32 d.
IV. T
Il nome 'Ladino', 334 n.
La zona ladina. DaBoriziODe gene-
. r&le, 1-2, 635-6. Topografia e stati-
stica della- sezione occidentale: 4,6,
113-16, 161^; della centrale: 316-
18,319-20,332-3,388-9; deU'orien-
, tale: 474,478-88.
L' anfi-zona. Versante lombardo,
24&-50; 869, 272-3, 280-1, 312-13;
636. Vereanta veneto, 394.0; 399, 400i
403,404, 410-lt,416n., 420-1; 536.
Caratteristiche, 7, 116-7, 227 n.,
318, 320-1, 333-44, 395-9, 475-84.
Particolar conveuienta fra l'elemen-
to ladino nel ticinese e quello del-
l'Bngadina ecc., 316; fr»engadiiiaa
e frinlano, 48a
Bibliografia e fonti, 5-6,8-»,
' 1 17-9, 163, 252, 319, 321-2; 338-45,
407 ecc., 418-13, 416. 421-8, 448.
465-6. 477 aegg.
Studj dialettologi ci in Lombardia, 23,
2^412n.
Dante Alllghieri, 305n., 418,431.
460-1, 462, 554*.
Quittone d' Arezzo, giunta a p. 302.
Ragioni idiomatiche delle antiche Ut-
teratnre dialettali dell'Italia Supe-
riore, 309-12, 428, 427, 428. 420, 430,
449-53, 453 o. , 463-4, 473, 502 n.
;vGoo»^lc
'vaoato e Teneziimo', 391-3, 4SI n.
Scrittura e pronuaeiei, 30S-3 n., 41 1 a.,
460, 460 n., 461 n. Cfr. 515 n.
ArcaiEini in voci moQOsilkbicha, £13.
371 n., 351 375 ecc., 376 ii.,385, 389
401 ecc.,44g, 463, 470.
Variala fonetiche, adattate a. diirtinzio-
ni ideolo^che: [125], 180, 181, 182 a..
183, 232-3, 236. [240], 242 n., [273].
IV. Varia, 549
Coiocidense fortuite: uv, 160-1, 226,
^4 n.. 400 (T. giunte), 467. [493] ,
501,505, 507, 507 n., 513 n., 523 a.
Massima diverganze: Li Q.. LiT, 94 a.,
148-9, 150 n.; ecc.
■bastante' e 'abondante'. 92 a., cfr. 343.
Lingua e Pensiero, x-xzxli.
Idioma e Altare, 6-8, 29. 281 (283).
GIUKTE E aORREZIONI.
; nàto iMÓlo, ri adduce per T anfi-
bologia; ma tutti conoscono
che non à esempio dì à lat.
i; 1. ad-mac-t-i-at-orio.
L 5: !• opera dì ohi.
; 1. Di Sale.
. n. Cfr.p.41(n.72);mailcL.I9T
lai etias.
; nam. 4 : cfr. p. 164, e mo ricorre
pur nel veneziano antico; ma
non bisogna dimenticare la ra-
gion della proeliaL
; D.Ì.Cuig.: giej&mìftchegieche
(st-ge-he) ob-schoo-dass ib.;
e git=ja tad., 17 n.
; nom. 13. V. ora la n. 1 a p. 93.
; noni. 10: sér va eepnnto, cfr. p.
98.96n.. e 169; e anche mvl-
gir, cfr. p. 169, 480, ecc.
num.21: ì. crei*.
num. 21: 1. 173.
num. 22: L 196.
num. 27. Per il miglior coUoca-
mento di fnra (cfr. p. un) , v.
p. 171 n., ecc.
n. 2. Par la piti sicura denomina-
zione di simili aviluppi, vuoisi
consultare il prìmo Indice, s.
Dittonghi,
num. 31. É istruttiro, per questo
■viluppo : Dt, «opraallT. a sopra-
sasa., 'Toglio', *vieilj, cfr. p. 29.
, n. 1. V. ancora il C. V, b. t. — fi
circai dittonghi acceworj.v. la
giunta a p. 16. D. 2.
; num. 34. Cfr. p. 84 n.
, n. 1. Carig.: daiasremas 14, rime.
; num. 35 f. Cfr. p.tìO. n. 1.
, n. 4. Cfr. p. 165. 175 n. 1.
,nlt.Un.Cfi-.C.in.3.
; num. 43. Cfr. p. 233, n. 3.
; num. 45: can&ster. Cfr. p. 142.
n. 1; ma sta per Vi anche ìl
verbo alto-angad. ap. Pall.
conj. 50.
, n. 1: ó già nal lass. del Diai.
, o. 1. Vedi la citaz. a p. 107; e
aggiungi dalla Vallata di Pol-
lina (p. 415-16); par cont de,
par amor de, permorde.
i; num.47. Agginngiip/tcftufriiar-
colajo Csr., *p1ictoria, t. nnm.
n2,plHga al num. 40, e pli-
c ta nel 3." Indica. Cfr. inoltra:
179 n., 87 n., 156 [-ùria). E qui
ipettarà anche il tipo ignil
(m»r, Y.pag. 58, n. 2) = •<.*-
nuii*. atoaja, quasi 'alndrio',
Carig. 77 ; cfr. nnm. 15 e 94.
t; nnm.50:l. •invólant
t, n.2:LMr.- Circa 'oocers', v. il
num. 170, e cfr. il baaso-ongad.
nóuifr BS.
■, 110.7:1.56; Un. 20: L«».
;vGoo»^lc
Oiimta e oorraiiQai.
; amn. 54. Per àaoÓM e i&oran, t.
p.)82,n.3.
, liii< 3- Il rifletso di 'pop[u]lo-',
sUth meglio &I n. 52. Cfr., per
ec, 1*4 di 'pab{u]lo' rìfleMO a
FiliBur come à fuor di poai-
lione, p. IS4.
, Iìd. 19. Cfr. m',gmDU & p. la
; num. 57'. Il riflesao di 'coDcio*
(t. p. 131 PUnn, e 134 d. 3) à
pnr nel sapntsilTaoo: cMuntck
Car., iacilmente, tgtuueh et.
(t, p. 242) 20.
,11. 1. Cfr. p. 38, n. S.
; ama. 58. Cfr. p. 134 (Filinir) e
184, lotto lo Btasso nom.
, D.- Cfr. fiom fUm, a p. 247.
, IÌQ. 2: ì.oanffL
, fine. Rimane perd la diatìniioue
del geiure) V. p. 247 e 185 Q. 1.
. Cfr. bellDD. tUitd, Eiuoriato.
, n. Cfr. tu^, p. 306.
, o. 2. Si tratU di Mùrss-a^=ai-
[t]r[i]x; T. il eecoDdo Indice.
, 1ÌD. 14: L vtlgiadetiffia.
, n. 1: 1. nnm. 220.
; Qum. 68*. Cfr.p.86n.; ma d'al-
tronde, p. 189.
, 0.2. Aggiungi moftiorp. 74, Ga-
ng. : mutUa 17.
, D. Circa tchÌKhe%t e dmili, é da
considerare p. 86 n., donde perd
ci Tiene UDO selli arimsnto, piut-
tosto che un'obiezione. E cfr. i
riflessi di 'aceto', a p.S44n.4.
i num. 76. Cfr. pichiuritia, p. 88.
; QDm. 90. Cfr. lottosase.: ludda
sciolta CL. 88, t-tijia ai scio-
glie ib. 136. — Circa tatto que-
sto numero, son poi da vedere
lep. 105el9Sn.4. E da con-
frontarsi inolke: eoprslT. la-
meigt lucignolo Car-, aopra-
sass. latil p. 129 (trent: remar,
(«MI, SoBN.28).
48, Ilo. 7:1. 12.
48 , D. 2. Cfr. p. 154 n. 4, £01 (nnin.
135).
49; nom. 93, 1. atad. Nello atesso aa-
mero, a|^angì w ant, p. 138.
49, n. l. Cfr.p.303n.2.
50; anm. 94: 1. Uehilt Car.
50; num. 95: L raltima not*.
52-3; nMa. 105: cfr. pag. 196, n. 2.
53,. D. 3. Va considerato anche Taot
frc. targer. Dm lesa. a. t.
54. Per l'ordinamento, ai voglia con-
frontare r engsdiusBo.
55. Aggiungi: oetthi, vestiti (par-
tic.) , Ef. 6, 14.
56; nmu.llO. Circa teAt/^MMi,v.ÌI
a. S37. e p. 464 £.
57, tin.2. Circa iwji/ù-, cfr. p. 50911.
58; num. IS2. Per viglttrt, ofr. an-
cora il gardeneee ad il friulano'
B8, n. 1. Si aggiungono: meiar=nf
alar rotolare, Car. [cfr. p. 438j,
giMrcIi = 'qnertli qnarto (mi-
Bora), Car>, e ttelin, sottile,
che il Cariach (nachtr.) manda
con seeh aocco, ma é manib-
atamente *satt[i]liiio, efr. p-
129 (n.33). £ vedi il primo In-
dice, e. tL
61; num. 1S9-. Cfr. p.20O,n.3L
62, lin. lO-U. Cfr. p. 92, n. 1 f.
62, n. 2. Al fittaig dal Cariach, ti-
spoaiecaitàgg {vattag) a Ti-
rano In VtJtellùui, *conTalle
erta fra due coste o sebiae di
monti, par dove ai foane làrae-
ciolare al basso fìwci e troccbi
di legna, ecc.' Mt.
63; num. 134. Circa tcluntammt, t.
p. 201 n.
63; nom. 137. La dixicae va corret-
ta, comesi vadsap.88n.
64; DUm. 137. Cfr.iprov.jwito (tnu,
col -* permanente; e ood d pnr
di font (Dm U' 43), alialo al
;vGoo»^lc
Olunte <
tg-
funds BC^raaìlvBiio (40). fiunu
engadioo (193), fofu friolano
(518).
1; nvni. 138. Circa j)e«,piidTedargi
iUum.238.
t, n.: t«n«oJ^piiraelconiAsco,ecc.
F; DUm. 150-1, iDtoroofttetMrsteH-
do-, T. pag. 155 n. 1, e la ri-
spettÌTa giuDla. B circa la cou-
Unna riduzione: -m = -m(, pur
tra' riformati, cb. (t. p. 242) , iv.
), D. Cfr. p. 206 n. 4, e p. 809 a. 1 .
); DUm. 156. Vedi lo stsaao ntmi. a
p. 239.
, Un. qaifitultima. In luogo di Vn,
1.32n.
!; Dum. 161. La palatina di char
mi diventa a&àtto incerta, i
moderai testi dandomi cor, e
maaoandoTi l'i che abbiamo al
nnm. 164. 11 eh di citar eha-
rtgia larb stato Boggerito da
'charitas*.
',. Per l'ordÌBamento, ai Toglia con-
frontare l'engadineae.
, Ilo. 3: L quanto.
, lìn. 7. Circa neh, é da vedere la
p. 248, n. 7.
, lin. 14.CircaM«J^,T.p.206,o.4.
, n. Cfr. il lomb. gugelìa. Super-
fluo avrertire, che noa vanao
qui confoM le propaggÌDÌ del
aemplioe ^aculeo-', qual sa-
rebbe, a cagion d'esempio, il
bngam. gttjd, pungere colb
stimolo. Del resto, 6 da vedere
'acuclHo' nel terzo Indice.
, n. 3. Cfr. p. 239, n. 1.
, n. 2. La tenue del frc. porche ai
deve regolarmente alla conso-
nante cbe precede il ( (portìcne).
, a^Cuip.l8^.tchr^iangÌauntia.
; num. 171. Carig. 55hacol^pUT
ctget» cvjtii (cDjéin ecc.), che
deton dire; cnociamo ecc.
551
81, n. 1, qaiutult. Un.: I. nota ohe
80, lin. 6: L taceo. — Inoltre cfr.
p.369n. (aum. 101)«I48u. I.
86, 'Un. 10 dal basso; tnjair va
ìi num. 172. Nel ca. (v. p. 242) .
dìlgiau stimato 7. Cfr. sopra-
sass. metttr agg ns. 60.
) , lin. 1 1 : Qui va chiamata la ttrxa
nota.
1, n.3. Cosi Borge !: pur nel riflesso
di 'quieto-', a. 1.
1, lin. 12: Leo-.
I, n. I. É da confrontar» la p. 233,
n.a
i; num. 197. Cfr. il num. 151 a la
rispettiva giunta.
S; nnm. 200: 1. -TK-.
) , L 22-3. Pel dilagai del d di -dO-,
V. p. 61 n. 2.
I, n. 3. Tipo molto diffuso; cfr. p
265 n. 2, ecc.
! , n. 1. Meglio ó consentaneo al Upo
Boprasàssino il hamia del cl.
134. Cfr., del resto, bornia mil.
e brese^ cenere calda.
t; nnm. 210. Del verbo ewoir, si
parla al C. V.
i; num. 230: 'bnvader' non A un
esempio isolato, e già vedem-
mo, accanto ad esso, rampa-
ira (p. 46-7). Uà all'attrazio-
ne analogica vediamo resistere
-itor: icafidar creatore, p. 152
n. Cfr. Ili, 4.
; num, 220. Circa 'oenscher, finire'
ofr. p. 194-5 n.
; nuni, 222. Cfr. cantra *culfra,
aratro, a Barbenno in Valtel-
lina, MT.
; nam.228:l,epentetica.- Bcirca
aaoMder (=Buecutere),
180 n,, 192 n., 500.
; nnro. 229. Sarà, pili procisamen-
cfr.
;vGoo»^lc
Gttmte e corresiont.
te: *l-ttoll n-uvil, cfr. p. 533
(513).
110, Q. 3. Cfr.p. I%-6 n^ ma anche :
ant. bergam. inailia, coni. berg.
od. iHBéliOy Tm&B^ e inoitiusi
n«l pavaDO, p. 528 n.
IH, nam. £32. Cfr. p. 6L n. 2, e^-
ra[<I]u pamis Car., sottosass.
paneii OL. 100, rÌTedendo an-
cora la p. 156. E circa 'radice',
la p. 196.
J 1 1 , n. 2. Circa w-u-e ecc^ cfr. p. 378
(d. 40), ecc.
112, a. 2, ha- 5: L e non un conti-
nuatore.
1 13; num. 237. Vedi la gìanta a. p. 56.
116, n. 8. Carisch, dii. 7: der Nolla~
bacìi bei TÀnsis.
115, Un. 7 dai basso: P&llioppi.
120, Un. II. Di cler, y. p. 275 ecc.
(clar-io nel terzo Indice).
121, iin. 10. Vedi la giunta che pre-
cede.
121, lÌD.21-22:ptV/i(sr(146,U7,150),;
cfr. pag. 161 n,
122, n. 1. Anche: d-aichidr bla 238,
a cfr. I
..ffl.
122, u. 2. Cfr. la giunta a p. 120.
122, n. 5. Cfr. DiBZ lass. a. pialla.
123; nnm. 8. Cfr. pag. 153.
132, Un. 7-8. Circa humam, t. p. 165
n. 2.
134, n. 3. Cfr. la ginnta al nnm. 57'
BoprasilT.
137, 1ÌD. 8: fiuri spetta al num. 35.
146; num. 184. Cfr. l'it soalto.
147, Un. 14; cfr, p, 248, o. 7.
155 ; num. 228. Cfr. la giunta a p. 100
(snccuteTe).
155, n. 1. Cfr. tinger in rima con
singer. Camp. 18, 14; e meis
,nuifns tendproa tsii (trimpef,
ib. 28,2.
156; num. 256. Aggiungi: Ijdnga (p.
147) *liAaoga *U*ung[a]a;
cfr. p. 212.
Iin. 6: badegl batUlo-, pag. 130
(num. 41-4).
n. 3. Cattolico à pure il comnnf
(non ladina) di Santaun, Kjsd
76. B l'aasenìone dal Ranacli,
che Tarasp sia di lingua tede-
sca, ha un amorevole ctmtrad-
dittore nel Bobhmib (Romani-
sctu ttudien,! 305: Tarasp isl
nicht deutsch, sondeni roma-
nnm. 4 e n. 3. Cfr. la ginnta al
num. 4 sopraaiiT.
note, Iin. 2-3. Cfr. p. 218 n. 2.
Un. 2: ri<el spetta venunente si
nnm. 76. E il fenomeno u ri-
produce neU'ant.ba590-engad.;
riat-s Camp. 7, 5, rial 18, 10.
11; 26, 11;- real 15, 1.
nam. 45. Non bisogna confondere,
tra questi eaempj, il ridasso di
'baedUca' (Stbno. 45) ; nel quale
è-l^a = -L'cA, p. 2(6.
n. 4, Cfr. ccm. scossiira Tetta del
coreggiato. Ut.; che ha pure
un bormiaae eteùd cor^giato-
Un. 24 : 1. sopraaiW . .
Iin. 28-9. Qnest'u coincidereUw
con l'p dall' ital. dÌ7npr<»(ilFan-
fanì, nell'op. cit., ha ditnoro);
e il Diei nota opportunamente
(1' 336), che non sìa un ciao
schietto, poichd ha racceato
rimosso (lUmÓror).
note, Iin. 3: 1. parcamente.
n. S. L'tu dell* ita], «chiuma ri-
viene Teramente a lu («clunid),
Disc 1' 344, cfr. ip[l\utnaqw
sopra, nel teno Indice.
liu. 10: l.U. 89.
a. L Cfr. lédar Udars, p. 1^
D. 2. Circa fuont, v. la giunta a
p. 64 (num. 137).
num. 105. Si aggiunge un esem-
pio da p. 181 n. 2.
num. 107. Cfr/p. 172 n. 1
;vGoo»^lc
Oinute e oorreiiouL
I, Un. 9: BOtoTola cbo non aia ìd
questo eiemptare lo i Dormale
della fonnols cu.
', llD. 6; 1. à dgt! ia de {du) in
vaidgwa.
, n. S, liu. 1: L prìmtt.
, lia. 12; I. efr- ant. bergam.
; DDm. 134. Un eHempìo «Oprasil-
vano d aggiunga da pag. 192
(585); cfr. p. 254.
>, Un. 8: 1. D. 212 sopnlr.
, liu.?: 1.221.
!; DDm. S31. Cte. iHgvald, ugna-
gliore, a TiraDO in Valtellina,
, Dote, lio. 1: 1. della dialettologia.
'; nnm. 13. Cfr. il brìanznolo ttn£
(toDsg), arrivare, at-tingere,
CH. V 297.
I, D. a II Diez (II' 446), che non
approva il Facbs, non ha egli
pare potuto conoscere ì fatti
che si allegano od accennano
in questo Inogo.
', lin.9daIbaBBo:l.*c'fjsiM«'uf.
, Un. 7 dal basso : I. rapprasantate.
, al machine ;L 57-8 in luogo di 57.
, Un. 6. Cfr. 'aitilìa' nel terzo In-
dice, 6 p. 290.
, lin. 11. Potrabbesi p«D»ara a
pp=vj (tayi[d]o), cfr.p. 414n.
e 510, malgrado il liiped di
p. 376.
, lin. 13. Cfr. p. 258 I. 8, ecc.
, in fine. Pur nel pavano mi oc-
corse «Ito, a iniieme: erbare,
, Val Verzasca. Non si regge
la dichiarazicae di dieiòo, ot-
tobre, che il tasto prop<me; e
all'incontro si addimostra cor-
retta quella che ne d& la nota,
A per aversi in-oid, sinonimo
di di-eÌ6o, ancora da Val Ver-
laeca (HotrTi), e al perchd
viene ^ mancare a) testo quel-
l'appoggio che pareva venirgli
dal nnm. 166 levenUnese (v. la
seconda giunta a pag. 264).
I ,' u. Il Monti deve aver preso bor-
digò dalla parabola dello Slal-
der [el bordigò er sottanxe
V. 13), dove oei-tamente non d
un infinito.
I, nnm. 161-5. L'esempio piemon-
tese giova a mostrare, come
nel caso delle forinole -ica
-iOA si possa confondere il fe-
nomeno della palatina {-i^a
~ija) con quello del mero di-
legno, e quindi posaa tornar
difficile lo «cernervi con sicu-
rezsa la corrente ladina.
, num. 166: I. 'tijù.- Quanto a
digSir, bisogna che si mandi
con una quantiUt di xìnonimi,
che lo mostrano impoverito
per aferesi. Ui limiterò a ci-
tare il morbegnase adigò (Cb.
E. S. II. 4), ì'arUgvói (r-or(«-
gttói) di Val Fiorentina, e Schn.
S32-3. Circa il dieido, ottobre,
di Val Verzasea, A poi da ve-
dere la giunta a p> 2S8.
, n. 1. lo questo territorio, si ar-
riva certamente a /"ofu pur dal
semplice 'fango-'. Tattavolta,
la basa 'fnng-io-' non li potrà
facilmente rifiutare per l'am-
peuano fongitL, Scbs. 38, cui
sì unirebbe fone (fono ), che
mi occorre nel dramma M-
, lin, 26. Saremmo ciod nell'ana-
logia fonetica del num. 169-70 ;
ma la basa {plj) spetta al nnm.
107.
, Vedi ancora il terzo Indice, e.
'clar-io'. Dei tre esempj fran-
cesi, nei quali Vai pareva ec-
;vGoo»^lc
Giunte t
ceiionale, due Gon 4iohiantti
in queaU pagina^i;/air,pair*),
e ora ni pud esser lecito dì
mostr&ra che aacha nel temi,
cioè in aite, l'ai non è caprìc-
citiso. Pdicbd la Toscana ci
d& : a/td nel niootalese, ed a^/ut
Dell' aretino (aglia : *alia : : ba-
gliaibalia), aempre per 'ala'.
T, nota, IÌQ. I. Aggiungi: 271.
); noni. 137. 'A Vicosoprano tutti
'però, 0 quasi tutti, direbbero
■ancora: lat oc, le otto (ore);
'e tra i vecchi si seatoDO aa-
'eora altri esempj di -t di plur.;
'coel : lai fija»'. Bazziobeb.
)j num. 172. Circa 'o^tiiir, Tedio»
la n. S a pag. 253, con la rispet-
tif adonta; e la n. 1 4 pag. 305.
f ; nuio. 19-21. VS di fiól potrà es-
sere la contrazione di e<«.
I; unm. 22-3 e 40. Quest' ài da i di
fase anteriore (fuor di posizio-
ne), d stretto tìdcoIo fra Bor-
mio e i'Engadina. Cfr. ezian-
dio «Val BregagUa' e 'FriuU'.
, n.3.Cfr.p.316n.l.
!, lin. 21 Mgg.- Cfr. p4g. 335.
I, lin. \Z: 1. II, 1.
I, n. Nei dialeUo di Foggia, Vd
fUor di posiz. ai riflette per un
Buono, che il saggio di Znc-
cagui>0rlandini trascrìve «m.
' CoBl:/uN(«Mt,(luin<un<;-c«r-
cheut, freut tn.U (fratello), la
tHgneut, ckautett eMckt; ecc.
, ]in. 16-17. Ma parrebbe mancare
aocliB a PoEctuaTO (p. S81).
'. Uerìterebbe, mipare.chenBtil-
diBHe, quanto si debba a ra-
gioni dialettali, quanto a imi-
tazione dei modelli stranieri, e
quanto ad illusione grafica, ne-
gli esem[^ di pfcl {g=el) ecc.
che nei piti antichi scrittori
italiani s'iocoiitrano; come:
|ilusor,o;lio^i(cfr.roc;o ro-
magnaolonelcap.xiT del Volg.
Eloq.), elaro clero (r. clar-io
nel terzo Indice). Si consulti in
JBpecie l'Udice alle Lettere di
Fra GuitlQttM dAV'o, con U
noto, Roma, 1745. Dal qaaJ«
inoltre notiamo, per ora: vosio
(t. 'vostro' qui sopra, p- 548) ,
jera (cfr. 490 a^ ecc.), arto veo
(cfr. p. 309), baita ooito (cfr.
p. 518), aultro, aldac4 ecc.
02, lin. 28-9, L : da quelle.
03. lin. 5. 1.: 261.
104, lin. 18-19. Cfr. aggioAimenla
eco. nel diz. itaL
01, n. 1. Vedi il terzo Indìc^ s. 'Dis-
similai.'.
03, lin. S4. Circa vandà, va oonsì-
derato il tipo 'vumitare' (OiEZ
lese. s. Taglio). Ma resta sem-
pre asBai notevole lo Ad molto
diffuso nel semplice 'vannere'.
Cosi al eand citato in ijuesta
etassa pagina, e «I r>ande dì
pag. 31 1, si aggiungono il t>an-
dtr trent.-rovaret, e il friul.
13, lin. IO e IS, I.: PìcEoIo.
33, lin. 1:L A, I.
£8, lin. 19-20. Al friul. teora (sco-
rai) sarà, il Pirona attriboi-
ace, fra gli altri, ì) aìgnìdcate
di 'far perdere l'efcasaivo ca-
lore'.
)3, D. 2. Circa dlifia è perd da ve-
dere il primo Indice, ■. 'Id-
flnsnie Tarie ecc.'.
)2, n. 3. Questo fenomeno non coa-
traddice all'afiarmaiione dì p.
353, Un.22, 1.: 6, od p.
^4, Un. 13 aegg. Cfr. p. 4850. e 488.
353, liu. 18. Sì espunga: 'piedi (111
;vGoo»^lc
Qinnte e correiìoni.
ecc.)';- e 8i consideri iti cìt&-
lìooe ella è in nota, sotto il
nam. 114.
, lin. 16: r«miiA=f Vinóne-
I, lin. 21-2. Cfr. p. 262, lin. 24-5.
i; nnm.234.Cfr.perdp.433,L4-5.
I; Dum. 1-3 f. RiF.: frédei.
I; num. Id^l7. RiP.: taucanitt.
i; nom. 18. Non rioonoice il Rif. al-
tra forma plorale di questo no-
me chenoa aia /^nons; t. Ili, 1.
I, n. 2. It R[F. dli realmente i aing.
■dinel e Cantei. Son temi in
*-(lI, come arguiti . dui &ÌK)
' plorale.
i; nnm. 32. Rif.: pi. nt«ns.
I, n. 3. RiP. : miéè.
i; nnm. 52-3: maéver è dato das
f. RiF.:
niéS.
18, n.3. Circa I + i di pi,, cfr.Inum.
97, 137 del friulano.
19, liis.6,ntv.:vSdl.
19, n. 4, RtP.: Tlancon.
», n. 6, Rw.-.vf die.
19, n. 6. V. il 3.' Ind, e. WigTare'.
'fle377; nnm. 22-3. Qui accolto an-
che il rifleaao di 'junfpero-',
cioà on esempio di 4 secon-
K), lin. 1 della seconda sezione della
pagina. Espungi: suo.
!6; nnm. 96. Cfr, p. 532, n.7.
Ì9. Qoi Ta ripetutamente conside-
rata la nota 1 a p. 484.
13. à. Poteva entrare, pare in qua-
dro cosi breve, il tipo pansiér,
fomaiiér, caldiéra^ cfr. il
nnm. 9 nel frinì. ,
18, n. 'Coel il volgo di Bergamo naa
'dire ancora la nom per U no-
<me, ed anche i Bresciani, che
'ora lo usano maschile, antica-
'mente lo adoperavano femi-
'nile, come dimostra il nome
Pag.
■ . <d»1Ia via di Brescia : bròla
'(bratta) nowi, corrispondente
<al Bonà-nam di Val S. Mar-
'tina'. Rosa, o. o , p. 158 della
3." edii.
400; nnm. 1-8. Noteremo per esube-
rodza, che tarerà i *solic1-
-are, laddove fital.sott^^iore
ò *BoIìcara.
411 r >!• 3. Bene importante, fra questi
esempj , é stablir, cfr. p. 485,
«5 n.
414, n. Oli-, p. 510.
416, fonti. Spatta a qtiesto twrìXorlo
\' Egloga . di Storti ('lingua
del contado di CoaigliaDo'), di
cui il Quadrio cita una rìstanN
patrivigiajia, del 1613, chèa me
iloD fa dato di vedere. Ma, per
la bontà dei C&nello, me ne
arriva altra adizione trlvigiana
(presso Antonio Palueilo, sen-
z'anno), dalla quale astraggo
afirettatamente quanto basti a
mtKtrare l'utilità che verreb-
be, per le nostre ricostruzioni,
da antichi saggi di questa con- ,
trada. Citerò imprima, pel -a di
seconda persona,! monosillabici
M tu cuos 5, t-U vuoi 14, che
tu tot 6, tei sa$ 19, se fhaa 5,
cfce ti* [*t-ea] 10 (ma: tubar-
le 19; e (M poi 5). Poi , per il
dittongo dellV; etejta 16, far-
diè fratelli 8, bU belli 7, piet
petto 13, miei meglio 5; cfr.
p. 423-4. Per qneUo dell'd : len-
xuól IT, ti vuol 15. ms duol 7,
fuora IO, cuor 5, fuocU,luoc
16, [puoc 15], wom 10, ai buò
ai buoi 11, a tu tnuù 6; an-
ewd 9. Finalmente si notino: con
liè con lei 8, cfr. p. 529 n. 7,
serdr sorelle, cfr. p. 445 n. ecc.,
basUntZl, cfr. p, 419 f.
;vGoo»^lc
•
^6 Giunte e corresiooi.
419, D. 2. Cfr. il sacondo Indice, a. 495, Un. S5, L: Jpanii^.
Wnt» ecc.' 499, liu. £2. Sempra A dentale pur nei
420, lin. 19, I.: ohe u faccia- cui di ià cha n un r&ccolU a
421, lin. 3 dal baaao, I.: rìprodaiìone p. 454 d.
eontadineaca di. 503 , Un. 20, 1. oréii.
4£6, Un. 7 dal bftaao. Ha come d ri- 510, lin.9.Cfr.uaru^fa,p. 406, lin. 2.
sponde al ag. 'roao'f 510, n. 1, Un. 2, 1.: i n. 80, S7 e 166.
428, lin.24.Cfr.lanota5apae;.433. 517, lin. 12-13,1.: oréii.
430, lin. se, 1.: glia, che 4. 517, lin. 15, L: cfr. nnm. 166, 97
454, n. 1. Cfr. p. 472 n., e il num. 203 p. 368 n. 3, e m, 1.
frinì. 517, nlt. Un., 1. ^orev'ie.
457, Un.27. /WtfeaaneheiaFraPao- 521 ; uam. 100^ Un. 3. Cfr. il tono
lino, Musa. 144. Iodica, a. 'canato- ecc.'.
4S0, Un. 7, L: epentatica. 627; nnm. 197-8. Appena pnd addimi
469, lia. SS, l.;309. Io sdraceìolo '>dmi\d\s, che
488, lin. 22. Cfr. p. 354. aremmo a p. 511, nnm. 104.
489, Un. 8-9, 1. maiiért ecc. 5S8; nnm. 209. Cfr. $tiolper nei dial.
490, n. 2. Cfr. il primo Indica, a. 'é grìg. p. 37, 186.
secondo elemento ecc.'
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3 2044' 01 9 850 270
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